«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NICARAGUA / Canale interoceanico: sogni, realtà e cortine fumogene

L'incertezza politica che scaturisce dai ristretti margini del successo elettorale di Nicolás Maduro e la grave crisi socioeconomica in Venezuela, nonché gli evidenti problemi che il chavismo-senza-Chávez si trova ad affrontare, spingono il governo di Daniel Ortega a prepararsi a tempi difficili. E di fronte ai problemi veri, niente di più utile che vendere speranze, accompagnate da cortine fumogene, quali il canale interoceanico, da secoli un sogno ricorrente nell'immaginario nazionale.

Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.


Nel suo discorso in commemorazione della nascita del generale Sandino, il 18 Maggio scorso, il presidente nicaraguense Daniel Ortega ha reso noto che, nella cena dei presidenti centroamericani con il presidente Obama, avvenuta pochi giorni prima in Costa Rica, lo stesso Ortega avrebbe detto ad Obama: «Presidente, abbiamo deciso di fare il canale di Nicaragua. Stiamo lavorando con una società cinese e, chiaramente, saremmo interessati a che investitori statunitensi partecipino a questo progetto». Obama avrebbe «ascoltato», ha aggiunto Ortega, dando a intendere che il presidente degli Stati Uniti avrebbe preferito non commentare la notizia.
A mezzanotte del 1° Giugno, il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro è arrivato a sorpresa a Managua, accompagnato da cinque dei suoi ministri. Ne è seguita un'intensa giornata di incontri con la coppia presidenziale Ortega-Murillo.
C'è una relazione tra i due eventi? Sembra di sì. Sono tempi per coltivare sogni, “incanalare” speranze e, pure, lanciare cortine fumogene, perché la situazione può diventare difficile, o, forse, lo sta già diventando...
“Che bel sogno!”Il 21 Febbraio 2012, in un altro anniversario di Sandino, il 78° del suo assassinio, Ortega aveva annunciato di essere “impegnato” a realizzare la costruzione del canale interoceanico. In quella occasione, dichiarò che si sarebbe studiata la sua realizzazione lungo il corso del fiume San Juan, alla frontiera Sud con il Costa Rica, per un costo stimato in 30 miliardi di dollari, e che alla colossale opera sarebbero stati invitati a partecipare il Venezuela e i Paesi dell'Alleanza Boliviariana per le Americhe (ALBA). Da allora, molte cose sono successe in Venezuela ed oggi si fa fatica ad immaginare che il governo di Nicolás Maduro prenda parte a tale megaprogetto; o, forse, solo un sogno.
E i sogni hanno abbondato nelle relazioni tra Chávez e Ortega. Arrivando a Managua il 1° Giugno scorso, Maduro ha evocato l'11 Gennaio del 2007, quando era ministro degli Esteri di Chávez, data in cui il Nicaragua entrò nell'ALBA e cominciò a sognare in grande. «Che felicità – ha ricordato Maduro -, che sogni quelli! Di tutti quei sogni, alcuni si sono tradotti in realtà, altri si stanno realizzando». Realizzati? In via di realizzazione?... Del più importante di essi, la raffineria denominata “Il supremo sogno di Bolívar”, megaprogetto fiore all'occhiello dell'ALBA in Nicaragua, la costruzione non è nemmeno iniziata, a sei anni da quella promessa e ci sono seri dubbi che arrivi a concretizzarsi.
Da secoli, un sognoIl sogno più grande del Nicaragua, quello di un canale che attraversi il Paese, venne subito alla mente dei conquistatori spagnoli, consapevoli della seducente geografia del Sud di questa nuova terra. Così, immaginarono come rotta ideale che li avrebbe portati dal mare salato, cioè l'oceano Atlantico, da cui provenivano, all'altro mare salato appena conosciuto, cioè l'oceano Pacifico, quella che risaliva El Desaguadero, come chiamavano il fiume San Juan che sfocia appunto nel Mar dei Caraibi, passava per la Mar Dulce, cioè il lago Cocibolca, e, quindi, attraversava la stretta striscia di terra che poi prese il nome di La Virgen, nello stretto di Rivas.
Il progetto di aprire una rotta a metà delle Americhe, evitando così il lungo e faticoso viaggio a Sud del continente, passò di nazione in nazione, di generazione in generazione e di sognatore in sognatore. Anche il generale Sandino coltivò quel sogno.
Alla fine del XIX secolo, gli Stati Uniti decisero di realizzare l'opera. Gli ingegneri statunitensi analizzarono la geografia della regione, dall'istmo di Tehuantepec, in México, fino al golfo di Urabá, in Colombia; considerarono tutte le rotte possibili e conclusero che il canale dovesse passare per il Nicaragua o per Panamá. Per ragioni tecniche, ma soprattutto politiche, optarono per Panamá, promuovendo la separazione di questa regione dalla Colombia, nel 1903, facendone una repubblica indipendente. Da allora, la storia di Panamá è la storia del Canale.
Acqua, acqua, acqua...La costruzione del Canale di Panamá provocò massicci spostamenti di persone ed una totale trasformazione dell'ecosistema. Operai di un centinaio di Paesi parteciparono alla costruzione del Canale. Essi stanno alla base dell'attuale melting pot (crogiolo di gruppi etnici, ndr) panamegno. L'ecosistema dell'istmo subì trasformazioni colossali a causa degli scavi del canale. Furono rimossi oltre 200 milioni di metri cubi di terra e venne realizzato quello che per anni è stato il più grande lago artificiale del mondo, il Gatún, vasto 423 chilometri quadrati. Furono tagliati migliaia di ettari di bosco e inondati vari insediamenti umani.
Il Canale consuma acqua in quantità enormi. Per passare da un oceano all'altro, ogni nave che vi transita richiede 52 milioni di galloni (1 gallone americano equivale a circa 3,79 litri; in pratica, poco meno di 200 milioni di litri; ndr) di acqua dolce. Con una media di oltre 35 navi che l'attraversano ogni giorno, circa 1,8 miliardi di galloni (poco meno di 7 miliardi di litri, ndr) di acqua dolce finiscono in mare ogni giorno. L'alto grado di inquinamento di fiumi e torrenti che sfociano nei laghi di Alajuela e Gatún, nuocciono notevolmente alla qualità dell'acqua che Panamá ricava da questi laghi per il consumo domestico della sua popolazione. Nel 1998, il fenomeno climatico di El Niño fece sì che il livello di navigazione del lago Gatún scendesse al suo minimo storico, ragion per la quale fu necessario limitare la stazza delle navi in transito per il Canale.
Navi, navi, navi...Il Canale di Panamá fu considerato l'opera di ingegneria più ambiziosa della storia moderna, più grande del Canale di Suez, costruito mezzo secolo prima. Venne inaugurato dagli Stati Uniti nel 1914 e, da allora, ha contribuito notevolmente all'aumento del commercio mondiale. Grazie al Canale, una nave accorciava di circa 7.800 miglia (quasi 15 mila chilometri, ndr) il tragitto dalla costa orientale a quella occidentale degli Stati Uniti, in altri termini, da New York a San Francisco, senza contare il tempo risparmiato non dovendo passare per Capo Horn, all'estremo Sud del continente.
Circa 14 mila navi attraversano il Canale di Panamá, in media, ogni anno. Per esso, transita un quarto del commercio tra l'Asia e la costa occidentale degli Stati Uniti. La rapida crescita dell'economia cinese ha stimolato, sia in Asia che in Europa, la costruzione di navi di stazza crescente e, quindi, con maggiore carena (la parte dell'imbarcazione sotto la linea di galleggiamento, ndr), per le quali il “vecchio” Canale di Panamá non presta più le condizioni. La globalizzazione economica richiede il suo ammodernamento per consentire la circolazione di un maggior numero di queste nuove navi. L'ampliamento, approvato con un referendum, è iniziato nel 2007; il costo previsto è di 5 miliardi di dollari; dovrebbe essere completato nel 2014, cento anni dopo la sua prima inaugurazione.
La Cina si avvicina...L'America Latina importa sempre più prodotti di ogni tipo, dimensione e qualità Made in China, e la voracità cinese di materie prime centro- e latinoamericane sembra insaziabile. Soltanto dall'Honduras partono ogni mese 600 mila tonnellate di ferro dirette in Cina, per la maggior parte estratte dalla miniera di Agalteca, nel dipartimento settentrionale di Yoro.
Stati Uniti e Cina sono i principali utenti del Canale di Panamá e la concorrenza tra le due più grandi economie del mondo sta riavvivando il sogno di “altro” canale... che non abbia il marchio statunitense. Se così fosse, tale rotta dovrebbe attraversare in qualche punto la geografia centroamericana. La concorrenza tra le due economie spiega l'avvicinamento della Cina al Centroamerica. E la ricerca di investimenti cinesi spiega i piani di canale interoceanico “secco” – fatto, cioè, di strade e ferrovie che collegano porti –, di cui si parla oggi in Costa Rica, Honduras, Guatemala e, persino, in Colombia.
“Investimento scriteriato”Il presidente cinese Xi Jinping ha dichiarato nelle scorse settimane, nel corso della sua visita in México che l'America Latina vive la sua «epoca d'oro» e che essendo i cinesi già «grande importatori» di materie prime latinoamericane, «i prossimi passi» li faranno «come investitori». Naturalmente, come grandi investitori...
Tuttavia, interessano davvero alla Cina tutti questi canali “secchi” di cui si parla in Centroamerica? Non è sufficiente per la Cina l'ampliamento del Canale di Panamá, che garantisce la crescita del commercio internazionale per i prossimi decenni? Senza dimenticare che, a Panamá, in realtà ce ne sono già due di questi “canali secchi”: una linea ferroviaria interoceanica di trasporto merci e passeggeri, costruita nel XIX secolo, e l'autostrada Colón-Panamá, che collega i due oceani in meno di un'ora, costruita nel XX secolo. [E senza dimenticare anche che la multinazionale cinese Hutchison Whampoa, con sede a Hong Kong, attiva nei settori dei porti e servizi correlati, immobiliare ed alberghiero, distribuzioni, energia ed infrastrutture, telecomunicazioni – fra cui il Gruppo UMTS 3, presente anche in Italia -, controlla di fatto, da anni, anche il Canale di Panamá; vedasi envío, in italiano, n. 11/12, Novembre/Dicembre 1999 e n. 4, Aprile 2000; ndr].
C'è così tanta necessità di competere contro un canale “umido”, opportunamente ampliato, e due “secchi” adeguati, nella cintura più stretta del continente?
Già nel 2012, Pablo Rodas, guatemalteco, per cinque anni capo economista del BCIE (Banco Centroamericano di Integrazione Economica), aveva bollato qualsiasi proposta di “canale secco” in America Centrale come un «investimento scriteriato», «un castello di sabbia, destinato solo a sperperare denaro». In particolare, Rodas considerava una «elucubrazione ingegneristica» la realizzazione di tale opera in Nicaragua, Paese che «prima avrebbe dovuto costruire un porto e una buona carretera verso la costa caraibica, cosa che non è riuscito a fare in quasi due secoli di indipendenza».
Territori in disputaNel quadro della concorrenza fra Stati Uniti e Cina, la grande America Latina e il piccolo Centroamerica sono territori in disputa.
In questo suo secondo mandato, Obama sembra interessarsi maggiormente all'America Latina. In questa contesa geopolitica va iscritta anche la nuova Alleanza del Pacifico, promossa dalle destre latinoamericane come contrappeso all'alleanza fra Brasil, MERCOSUR (Mercato Comune Sudamericano) e ALBA. Nell'Alleanza del Pacifico partecipano México, Perú, Chile e Colombia e vogliono entrare a farvi parte Costa Rica, Panamá e Guatemala.
Il vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden – che si dice sia un potenziale candidato democratico alla presidenza nel 2016 – ha dichiarato che le relazioni economiche e commerciali con l'America Latina saranno in cima all'agenda di Obama in questo suo secondo mandato, dato che si sta vivendo con la regione latinoamericana «l'impulso più attivo, di alto livello, da molto, molto tempo».
D'altro canto, il presidente cinese Xi Jinping ha visitato nelle scorse settimane México, Trinidad e Tobago e Costa Rica, unico paese centroamericano che abbia relazioni diplomatiche con la Cina continentale. Mentre Maduro arrivava in Nicaragua ad evocare «i sogni in cammino», un'impresa statale cinese raggiungeva un accordo con la compagnia petrolifera statale del Costa Rica per la costruzione di una raffineria nella zona di Limón, del valore di 1 miliardo di dollari, nonché per l'ammodernamento del porto di Limón, attraverso il quale lo stesso Nicaragua esporta i suoi prodotti, in mancanza di un porto adeguato sull'Atlantico. In tale contesto, appare alquanto paradossale che Xi Jinping non abbia visitato il Nicaragua, dove una società cinese ambisce a costruire un canale interoceanico.
Comunque sia, la crescente presenza cinese in America Latina e Centrale riconfigurerà presto lo scenario regionale.
“Se la patria è piccola...”Tutti i governi nicaraguensi, nelle varie epoche, di qualunque orientamento politico fossero, hanno coltivato il sogno del canale interoceanico, entrato a far parte dell'immaginario collettivo nicaraguense da almeno 150 anni, illusione cui ha contribuito, nella mente di tutti, fin dalla scuola, la forza poetica e il peso simbolico di quel verso di Rubén Darío: «Si la patria es pequeña uno grande la sueña» (Se la patria è piccola, uno la sogna grande; ndr). E, quale sogno più grande di questo? Non è un caso che il progetto di Ortega non si chiami semplicemente Canale Interoceanico, ma Gran Canale...
“Canalizzare” e vendere speranze grazie a quel sogno torna utile al governo di Ortega, di fronte ad uno scenario economico incerto: segnato dalla probabile riduzione della cooperazione venezuelana, dalla caduta dei prezzi internazionali dei prodotti di esportazione nicaraguensi; dalla persistente disoccupazione di massa, un problema strutturale che il governo non risolve; dalle crescenti, sebbene ancora disarticolate, rivendicazioni sociali, cui il governo non riesce a dare risposte...
Mettersi alla testa del sogno del Canale offre anche dei vantaggi politici ad Ortega. Lo rende imprescindibile in questo momento: giacché è lui che lo sta facendo; come se stesse già cominciando a costruire il “monumento” che lo farà passare alla storia; per cui si dirà: lui l'ha fatto.
“Progresso per generazioni”Nel Giugno 2012, quando l'orizzonte cominciava a farsi scuro, il presidente Ortega inviò al parlamento un disegno di legge che istituiva l'Autorità del Gran Canale e ne normava il Regime Giuridico. Dopo rapide consultazioni, durate meno di un mese, la legge 800 è stata approvata il 3 Luglio 2012; unici astenuti, i due rappresentanti del Movimento di Rinnovamento Sandinista (MRS). Un anno dopo, ecco che il Canale torna a occupare lo scenario.
Approvata la legge 800, alla guida dell'Autorità del Gran Canale Ortega ha nominato il viceministro degli Esteri, Manuel Coronel Kautz, che negli anni della Rivoluzione aveva partecipato, come viceministro del Ministero dello Sviluppo Agricolo e della Riforma Agraria (MIDINRA), alla concezione e all'avvio di grandi progetti – propagandati come grandiosi –, tutti falliti, abbandonati a se stessi e fonte di gravi perdite per l'economia nazionale, senza che lui, né i suoi superiori abbiano mai dato spiegazioni al riguardo. Quando Coronel Kautz è stato chiamato da Ortega a dirigere questo progetto, certamente grandioso, qualcuno ha commentato che non se ne farà niente, proprio perché alla guida dell'opera c'è lui...
Investito del suo nuovo incarico, Coronel Kautz è volato a Bruxelles per presentare in un simposio internazionale il progetto, proclamando in quella sede: «La filosofia dello Stato di Nicaragua che sta dietro questa monumentale impresa di ingegneria è portare lo sviluppo e il progresso sostenibile alla sua popolazione, un progresso abbastanza rapido da essere tangibile e stabile per le prossime generazioni. (La filosofia) è sradicare la povertà a vantaggio di tutto il popolo e raggiungere la sovranità politica ed economica, il tutto secondo lo spirito e i principi della sua Costituzione, il suo impegno per il Sistema di Integrazione Centroamericana e l'ALBA».
Studi, studi, studi...Del progetto non si è più parlato fino al Maggio scorso, quando il presidente Ortega l'ha riproposto con una fretta apparsa esagerata e sospetta. La novità è che pare scartata l'idea di sfruttare allo scopo le acque del fiume San Juan; il canale, ha dichiarato Ortega, passerà «più a Nord, ma sempre attraverso il Grande Lago» di Nicaragua. Inoltre, il canale conterà su due porti, due zone di libero scambio, piste aeree, ferrovie e un oleodotto: tutti questi lavori, nelle stime di Ortega, costeranno 40 miliardi di dollari; all'opera sarebbe interessata una società della Cina continentale, con sede a Hong Kong, che ha già avviato studi preliminari allo studio di fattibilità vero e proprio.
I nuovi studi si annunciano costosi; eppure, ne sono già stati fatti, e profumatamente pagati, durante i governi Alemán e Bolaños. Secondo questi, il canale costerebbe 18 miliardi di dollari. Ancora nel 2012, il Nicaragua ha speso 720 mila dollari per uno studio di fattibilità del canale condotto da una società olandese, la quale ha concluso quanto già si sapeva: e, cioè, che il canale non può passare per il fiume San Juan. Anche ALBANISA (la compagnia nicaraguense che gestisce la cooperazione venezuelana, ndr) avrebbe investito 400 mila dollari in uno studio di fattibilità, perché una società cinese costruisca un canale “secco” fra Monkey Point, sulla costa caraibica, e Corinto, sul Pacifico.
È evidente che, qualora il Gran Canale non si traducesse in realtà, abbondanti risorse pubbliche saranno state spese invano, fra studi, consulenze e viaggi.
Un destino superioreNel 2012, nella “esposizione di motivi” della legge 800, fatta da Ortega all'Assemblea Nazionale, colpivano le ripetute affermazioni cariche di provvidenzialismo religioso. Il Nicaragua appariva collocato dalla Provvidenza nel luogo “destinato” a quest'opera di ingegneria, mentre lo stesso Daniel Ortega appariva come il governante “destinato” alla missione di realizzare finalmente il sogno di un popolo.
Anche in questo 2013, è risuonato quel linguaggio “religioso”. Facendo eco all'annuncio del presidente del 18 Maggio, la Primera Dama (in quanto moglie di Daniel Ortega, ndr) Rosario Murillo ha commentato, pochi giorni dopo, nel suo rituale messaggio di ogni mezzogiorno: «Il Canale di Nicaragua si realizzerà presto, grazie a Dio, grazie alla Vergine... Ci riempie di forza, ottimismo, speranza, come una benedizione del Signore e della Vergine Maria nel mese della Vergine, nel mese delle madri. Si tratta di un progetto strategico che ci consente di rafforzare i percorsi di prosperità; lasciarci alle spalle il calvario e la sofferenza della povertà, della miseria, dell'ignoranza; e di proporci uno sviluppo con giustizia sociale. Quale migliore regalo per le mamme del Nicaragua!»
Ci penserà il Venezuela?Per otto anni, di fronte a qualsiasi carenza o problema economico, il presidente Ortega ha sempre risposto con fiducia e speranza “ci penserà il Venezuela”. Ora, la crisi economica venezuelana fa sorgere il dubbio: Caracas continuerà a garantire la “provvidenza petrolifera”, alle stesse, favorevoli condizioni – quantità, scadenze di pagamento, interessi – che Chávez aveva concesso ad Ortega negli ultimi anni?
Prima della visita di Maduro a Managua, si era tenuto il 5 Maggio, a Caracas, un vertice dei 17 Paesi di PETROCARIBE, l'alleanza in base alla quale il Venezuela ottiene influenza politica nella regione in cambio di petrolio.
Tra tutte, le relazioni fra Cuba e Venezuela sono quelle di maggior peso, le più vitali, cui Maduro assegnerà priorità in qualsiasi scenario di contrazione delle risorse disponibili. Secondo l'economista cubano Carmelo Mesa-Lago, il 42% degli scambi commerciali cubani è con il Venezuela e tale interscambio rappresenta il 44% del deficit della bilancia commerciale cubana. Da Caracas, arriva all'isola il 62% del petrolio che consuma. Mentre i servizi professionali (medici, infermieri, maestri, professionisti di ogni genere), che Cuba “vende” al Venezuela, rappresentano per l'isola circa 4 miliardi di euro all'anno. In conclusione, secondo Mesa-Lago, le relazioni economiche con il Venezuela equivalgono al 21% del Prodotto Interno Lordo cubano, «una percentuale simile a quella registrata con l'URSS nei momenti migliori».
Le relazioni economiche del Venezuela con il Nicaragua, pur di minori dimensioni, sono state fondamentali per Managua, che negli ultimi anni ha ricevuto circa 10 milioni di barili di petrolio all'anno, a condizioni straordinariamente vantaggiose: metà della fattura si paga a 25 anni di scadenza e all'1% di interesse (vedi envío, in italiano, n. 10, Ottobre 2012).
Cambierà l'accordo petrolifero?Il Nicaragua e gli altri paesi aderenti all'accordo PETROCARIBE sono debitori nei confronti di Caracas di diversi miliardi di dollari per le forniture di petrolio ricevute. Di fronte alla riduzione della produzione di petrolio a causa della mancanza di investimenti e con il deficit fiscale che strozza il Venezuela, appare logico che il presidente Maduro soppeserà la situazione e valuterà se prorogare l'accordo PETROCARIBE nei termini attuali.
Di una minore flessibilità nelle condizioni, con aumento degli interessi e riduzione delle scadenze di pagamento, hanno già parlato, non senza preoccupazione, sia il presidente della Repubblica Dominicana, aderente a PETROCARIBE, sia la vicepresidente del Guatemala, Paese che da poco a ha aderito all'accordo.
La soluzione per cominciare a ridurre il debito saranno maggiori pagamenti in contanti e taglio dei prestiti? Tornerà il Venezuela allo schema iniziale con cui, nel 1980, in alleanza con il México, diede vita al progetto, allora chiamato Accordo di San José, in cui i Paesi pagavano subito il 75% del petrolio ricevuto, mentre il resto figurava come debito, per un prestito a tasso agevolato?
Il 29 Giugno 2013, i paesi aderenti a PETROCARIBE si riuniscono a Managua per una necessaria rivalutazione dell'accordo. Saranno allora annunciati cambiamenti nelle condizioni dei contratti petroliferi?
Un rischioso “sogno supremo”Tale favorevolissima fornitura di petrolio è uno dei “sogni” realizzati. Tuttavia, in Nicaragua non c'è traccia del megaprogetto che Chávez promise ad Ortega nel Luglio 2007: “Il Supremo Sogno di Bolívar”, vale a dire una raffineria capace di produrre 150 mila barili di petrolio e rifornire, di conseguenza, sia il Nicaragua che il Centroamerica, assicurando guadagni per 600 milioni di dollari all'anno. Tale megaprogetto comprendeva, inoltre, un oleodotto transoceanico ed un impianto petrolchimico.
Il “sogno supremo” avrebbe dovuto essere pronto nel 2010, ad un costo di oltre 4 miliardi di dollari. Tuttavia, nei sei anni trascorsi, sono stati spesi poco meno di 250 milioni di dollari, per acquistare il terreno e livellarlo. Nelle scorse settimane, il governo nicaraguense ha annunciato che sarà una società cinese, che a sua volta ha subappaltato i lavori, del valore di circa 30 milioni di dollari in due anni, ad un'impresa privata nicaraguense, a costruire serbatoi di stoccaggio per i vari combustibili.
Forse, quel progetto sarà ridotto a questi serbatoi. E, forse, è persino meglio così. Nel Settembre 2012, infatti, il Centro Humboldt (un'organizzazione ambientalista nicaraguense, ndr) ha presentato uno studio, allertando sul rischio ambientale che comporterebbe tanto la costruzione della raffineria come il suo funzionamento. Si sostiene in questo studio che la raffineria, «l'opera di ingegneria di maggior impatto ambientale potenziale mai costruita in Nicaragua non è stata adeguatamente consultata con le parti interessate e la popolazione circostante». Secondo il Centro Humboldt, essa potrebbe comportare «rischi ambientali inevitabili agli ecosistemi costieri marini e costieri del versante Pacifico centrale del Nicaragua, a causa della loro fragilità e per gli alti rischi della zona associati a minacce naturali (terremoti, tsunami, inondazioni, etc.)».
Inoltre, lo studio segnalava come «l'area di insediamento del complesso industriale si trovi assai vicina ad una zona altamente sismica, che ha registrato almeno 7 epicentri di scosse sismiche negli ultimi 10 anni». Di conseguenza, si allertava sul rischio di fuoriuscita di grandi volumi di idrocarburi, che vi verrebbero lavorati quotidianamente. Infine, si osservava come il megaprogetto avrebbe aumentato la dipendenza del Nicaragua dal petrolio, il che risultava contradditorio con la asserita volontà del governo di Ortega di modificare l'assetto energetico del Paese.
Gran Canale: grandi timoriAltri segnali di allerta simili sono echeggiati dopo che il presidente Ortega ha annunciato che il canale attraverserà il Grande Lago di Nicaragua, il Cocibolca.
Jaime Incer Barquero, consigliere presidenziale per le questioni ambientali, ha spiegato in dettaglio, su tutti i media, come tale rotta risulti tecnicamente non fattibile e potenzialmente disastrosa per l'ambiente. E dal momento che ad eseguire l'opera sarebbe un'impresa cinese, Incer ha ricordato il “disprezzo” con cui la Cina tratta il proprio ambiente.
Preoccupazioni analoghe sono state espresse sui media da Salvador Montenegro, direttore del Centro di Ricerca sulle Risorse Idriche (CIRA) e da Víctor Campos, vicedirettore del Centro Humboldt.
L'elenco di motivi per desistere da questo progetto di “canale umido” è lungo. La profondità del lago Cocibolca – 9 metri di media, con una massima di 13 metri – non permetterebbe il passaggio di navi con pescaggio fino a 23 metri. Per far passare le quali, per l'appunto, è stato ampliato il Canale di Panamá. La sedimentazione del lago, inoltre, obbligherebbe ad opere di dragaggio pressoché permanenti e assai costose.
Il Cocibolca è stato dichiarato, in base alla Legge 620 approvata nel Maggio 2007, «riserva nazionale di acqua potabile». Dopo il Lago Titicaca, sulle Ande boliviane, il Grande Lago di Nicaragua è la seconda fonte di acqua dolce più grande del continente, vasta circa 8 mila chilometri quadrati. Con il canale verrebbe meno la garanzia di poter disporre di acqua potabile e per l'irrigazione dei campi, chiave per il futuro della popolazione e dell'economia nazionale.
La diversità e la ricchezza degli ecosistemi che circondano il Cocibolca si vedrebbero colpiti in maniera irreversibile, mentre il prezioso Corridoio Biologico Mesoamericano (cioè, dell'America Centrale, ndr) sarebbe tagliato a metà. Un'eventuale fuoriuscita di petrolio, ipotesi purtroppo non remota al passaggio di grandi petroliere, sarebbe la fine per questo tesoro liquido...
Una fretta inspiegabile e sospettaRisulta incomprensibile che la coppia presidenziale non abbia fatto il benché minimo commento a tali serie avvertenze di carattere ambientale, tra cui quelle del loro stesso consigliere presidenziale.
Incomprensibile pare anche la fretta con cui l'esecutivo ha ordinato una sessione straordinaria del parlamento, il 7 Giugno, per accogliere una proposta di legge «attinente al Gran Canale», inviata da Ortega con carattere di urgenza per essere votata nel giro di due giorni, dopo solo poche ore di consultazione, peraltro senza che alcun esperto o organizzazione ambientale venissero ascoltati. La legge è stata approvata e firmata con atto solenne in meno di una settimana.
L'accordo quadro legale inviato da Ortega stabilisce la concessione per la costruzione e la gestione del megaprogetto, per 50 anni, rinnovabili per altri 50, ad un cinese di nome Wang Jing, la cui firma appare in calce al protocollo d'intesa firmato con il Nicaragua, in quanto CEO (Chief Executive Officer; in pratica, amministratore delegato, ndr) della società HKC Nicaragua Canal Development Investment Company Limited, costituita dieci mesi fa, con sede legale a Hong Kong, a sua volta controllata da un'altra società con sede a Grand Cayman, l'isola caraibica nota alle cronache come “paradiso fiscale”, snodo di operazioni speculative e riciclaggio di denaro.
Di fatto, l'accordo quadro abroga alcuni articoli chiave della Legge 800, tra cui quello in cui si proclama il carattere di Patrimonio della Nazione del Gran Canale, per la realizzazione del quale lo Stato di Nicaragua avrebbe costituito una joint venture (impresa mista pubblico-privata, ndr), garantendo allo Stato la proprietà del 51% delle azioni di tale progetto.
Secondo il costituzionalista Gabriel Álvarez, «la legge approva una concessione al presunto imprenditore cinese, ad esercitare le più ampie facoltà di amministrazione, sfruttamento, commercializzazione, con una serie di privilegi e vantaggi fiscali, commerciali, legali e di altro tipo, che consentono all'imprenditore cinese persino di trasferire i diritti e i poteri che la legge gli concede a chi esso voglia, senza alcuna interferenza delle autorità nazionali, politiche ed amministrative dello Stato nicaraguense, e senza che il Nicaragua possa controllarlo, regolamentarlo o opporsi ad essi nei primi 51 anni».
Sarà un caso che Wang Jing rappresenti anche la società Xinwei Telecom, apparsa l'anno scorso in Nicaragua, “condotta per mano” da uno dei figli della coppia presidenziale, che annunciò un investimento di 2 miliardi di dollari nella telefonia cellulare, in concorrenza con Movistar e Claro, ma che non ha ancora aperto una sola linea telefonica? Xinwei aveva promesso anche la vendita di un satellite.
Tutto ciò è serio?Cosa c'è dietro, dunque, questa fretta di chiudere un'operazione progettata per oltre un secolo, così onerosa per il Paese e chiaramente lesiva della sovranità nazionale? Se la proposta del canale fosse seria, il progetto sarebbe di tale portata e con tante conseguenze economiche, politiche, sociali e ambientali per il Nicaragua – come le ha avute il canale di Panama per oltre un secolo –, che richiederebbe più tempo, maggiori consultazioni, un dibattito informato nel Paese per costruire un consenso nazionale, cosa che, peraltro, converrebbe a qualsiasi investitore serio, interessato a un progetto di questa portata.
Se la cosa, invece, non è seria, tutta questa propaganda serve solo ad alimentare sogni, vendere speranze a buon mercato, e, pure, creare una cortina fumogena dietro la quale si può nascondere un grande affare o una grande truffa, a beneficio di un certo gruppo di persone.
Un silenzio assordanteSe la cosa è seria, allora bisogna ragionarci su seriamente. Quando Ortega annunciò nel Febbraio 2012 la costruzione del Gran Canale, si felicitiva delle «potenzialità liquide» del Nicaragua: «Grazie a Dio, abbiamo acqua a sufficienza, abbiamo acqua ovunque: fiumi, laghi, lagune».
Tuttavia, le acque nicaraguensi sono sempre più inquinate e sempre più scarse. Documenti ufficiali segnalano che l'azienda idrica statale, ENACAL, rifornisce solo il 36% della popolazione rurale ed oltre il 40% delle fonti di approvvigionamento idrico cui ricorre l'impresa non dispongono di abbastanza acqua durante la stagione secca annuale (che dura circa 6 mesi, ndr).
Ad esempio, quest'anno e quasi quotidianamente giungono notizie su fiumi in secca, un tempo ricchi di acque: il Coco e il San Juan, i due grandi fiumi che segnano, per lunghi tratti, i confini del Nicaragua (il primo a Nord, il secondo a Sud, ndr). Anche i fiumi che alimentano il Cocibolca si stanno prosciugando, perché i loro bacini stanno subendo un forte disboscamento.
Problemi strutturali irrisolti, come questi, sono aggravati dagli effetti del cambiamento climatico e dall'accelarata deforestazione, causata dall'avanzata della frontiera agricola, dalla persistenza di un allevamento estensivo e da una irrefrenabile avidità nel lucroso sfruttamento del legname, attività in cui sono coinvolti politici e grandi imprese – e, come emerso nelle ultime settimane – anche imprese del gruppo ALBA Forestale (uno dei rami della cooperazione venezuelano-nicaraguense, ndr).
Se la deforestazione, consentita o occulta, sta distrugggendo la Riserva Mondiale di Biosfera di BOSAWAS (acronimo dalle iniziali di Bocay, Saslaya e Waspuk, nel Nord del Paese, ndr) – la più grande riserva forestale del Centroamerica, la seconda del continente dopo l'Amazzonia, la terza quanto a valore biologico ed estensione sul pianeta – il progetto del Gran Canale potrebbe far venir meno il Cocibolca, la più grande riserva di acqua potabile in Centroamerica, la seconda del continente americano.
Se il Gran Canale è cosa seria, il silenzio della coppia presidenziale, dei deputati del partito di governo e dei funzionari governativi di fronte alle avvertenze ambientali è assordante.
Il presidente Maduro: visita a sorpresaÈ nel contesto di difficoltà previste, problemi reali e cortine fumogene per nasconderli, e sogni da vendere, che il presidente del Venezuela è arrivato inaspettatamente in Nicaragua. Era accompagnato da cinque dei suoi ministri – quelli della presidenza, della gioventù, dell'alimentazione, dell'agricoltura e del turismo –. La parte nicaraguense era rappresentata da dodici ministri e alti funzionari del governo di Ortega.
I tavoli di lavoro tra Venezuela e Nicaragua si sono chiusi nella serata di Domenica 2 Giugno, con un evento pubblico in Piazza della Rivoluzione, a Managua, secondo il solito rituale di un pubblico composto da giovani in uniforme – camicie bianche –, seduti disciplinatamente su lunghe file di sedie, anch'esse bianche, di fronte ad un podio ornato con varie e costose composizioni floreali e, per l'occasione, dominato da una gigantografia di Chávez, con le mani giunte in preghiera. In tale scenario sono stati firmati gli accordi raggiunti durante il giorno.
L'agenda Maduro-OrtegaIl presidente Maduro ha parlato di un accordo quadro di cooperazione sociale al fine di «aumentare la qualità dell'istruzione pubblica a tutti i livelli in Nicaragua e Venezuela», di un altro «per rafforzare la costruzione del sistema di sanità pubblica e formare nuovi medici e infermieri» e di un altro ancora «per rafforzare le cooperative produttive».
Inoltre, ha annunciato un accordo sul piano partitico «per unire gli sforzi» tra la Gioventù dell'FSLN (Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale) e quella del PSUV (Partito Socialista Unito del Venezuela). E, in ragione del Piano Patria Sicura, diventato centrale nella sua gestione, Maduro ha reso noto anche un gemellaggio tra le polizie venezuelana e nicaraguense, dal momento che – ha dichiarato – «sappiamo molto bene come il Nicaragua, con un modello di polizia proprio, sia riuscito a mantenere indici fra i più alti del continente in materia di protezione e sicurezza, mentre una specie di pandemia criminale si è impadronita di tutta l'America Latina». E, pure, del Venezuela: nei giorni precedenti, lo stesso Maduro aveva denunciato che il 90% dei sequestri in Venezuela viene realizzato da poliziotti.
Nei loro discorsi e dichiarazioni pubbliche, né Maduro, né Ortega, né Murillo, hanno fatto riferimento ad alcun cambiamento nelle condizioni del contratto petrolifero, che rappresenta il cuore della cooperazione venezuelana al Nicaragua. Nessuna menzione, inoltre, alla raffineria “El Supremo Sueño de Bolívar”. E nemmeno si è parlato del progetto più grande in cui Ortega si è impegnato, il Gran Canale...
L'arrivo a sorpresa di Maduro e la consuetudine del governo nicaraguense a non informare in maniera trasparente, ha dato luogo a ipotesi, congetture e sospetti.
Si è detto che Managua non era che una delle tappe del giro latinoamericano di Maduro per legittimarsi come successore di Chávez. Cuba, Ecuador e Bolivia, cioè gli altri tre Paesi continentali dell'ALBA, erano già stati visitati dal presidente venezuelano. Del resto, è difficile credere che Ortega possa aggiungere legittimità internazionale a Nicolás Maduro.
Si è detto che Maduro sia arrivato a Managua in cerca di alimenti per far fronte alla grave crisi di approvvigionamento dei prodotti di base che patisce il Venezuela. Zucchero, latte, carne, fagioli neri: è quel che il Nicaragua già vendeva al Venezuela e sicuramente aumenteranno le quote di esportazione di questi prodotti.
Il Nicaragua vende al Venezuela anche bestiame. Fino al 2012, il Nicaragua aveva inviato in Venezuela oltre 50 mila bovini (vivi), il che preoccupa alcuni esperti che temono l'impoverimento del patrimonio genetico del bestiame nicaraguense. Anche se dovessero aumentare le quote di esportazione, c'è da dubitare che la limitata produzione del Nicaragua riesca a coprire significativamente la grande richiesta venezuelana.
E allora, quali sono i motivi della visita di Maduro? Egli ha affermato di essere arrivato a Managua per «ratificare, rafforzare e ampliare» la cooperazione venezuelana, «costruire una mappa di cooperazione bilaterale superiore a quanto registrato finora». Ed ha pure annunciato il suo ritorno in Nicaragua in occasione del prossimo vertice dei Paesi di PETROCARIBE, il 29 Giugno 2013, evento che, nelle sue parole, si profila come «storico», in quanto destinato a creare «la Zona Economica di PETROCARIBE, la ZEP, un altro, grande passo» ispirato da Chávez.
Si è commentato, tuttavia, che Maduro sarebbe arrivato anche a verificare i conti degli affari dell'ALBA in Nicaragua. Fa pensare, in tal senso, che nei giorni precedenti l'arrivo del presidente venezuelano, il 28 Maggio, il Contralor della Repubblica nicaraguense, il cui incarico è scaduto, Guillermo Argüello Poessy, abbia reso noto che una revisione contabile fosse in corso sulle attività di ALBANISA.
ALBA de Nicaragua Sociedad Anónima (ALBANISA) è una joint venture costituita nel Luglio 2007 tra Chávez e Ortega. Attraverso l'impresa statale PETRONIC (Petróleos de Nicaragua), il Nicaragua possiede il 49% delle azioni, mentre il Venezuela, attraverso la PDVSA (Petróleos de Venezuela Sociedad Anónima), detiene il 51% delle quote. Al vertice di ALBANISA, per la parte venezuelana c'è Asdrúbal Chávez, primo cugino dell'ex presidente Chávez. Per la parte nicaraguense, vicepresidente ALBANISA e direttore di PETRONIC è Francisco López, che è pure il tesoriere dell'FSLN.
ALBANISA gestisce in termini monopolistici sia l'importazione di petrolio venezuelano, che arriva in Nicaragua grazie all'accordo PETROCARIBE, sia lo stoccaggio, mentre controlla ormai un terzo della distribuzione di carburanti a livello nazionale. Ciò le garantisce un margine di profitto superiore a quello registrato da imprese simili nel resto del Centro America.
Oltre agli affari legati al petrolio, con il marchio di ALBA sono nate una dozzina di “piccole ALBA”, vale a dire società impegnate in una gamma crescente di prodotti: energia, alimenti, allevamento, costruzioni, legname... ; il tutto nelle mani del sempre più potente gruppo economico, cresciuto all'ombra della coppia presidenziale Ortega-Murillo.
Il controllore Argüello Poessy ha giustificato la revisione contabile di ALBANISA, trattandosi di «una società che gestisce un sacco di soldi» e perché quasi la metà della stessa è statale. Si sapeva, da fonti ufficiali, che la cooperazione venezuelana con il Nicaragua è salita, negli ultimi cinque anni, a poco più di 2,8 miliardi di dollari. Ma, questo mese, il controllore ha reso noto un dato finora sconosciuto al pubblico: dal 2007, cioè quando è stata creata, ALBANISA ha riportato vendite per cordobas 45 miliardi di córdobas, pari a circa 1,82 miliardi di dollari.
Fino ad oggi, tutte le transazioni di ALBANISA sono state gestite a discrezione della coppia presidenziale, utilizzate per finanziare programmi di governo, attività di partito e affari vari. Tali attività, tuttavia, non risultano nel bilancio nazionale, né pagano le tasse, né sono mai state sotto alcun controllo istituzionale, e meno ancora civico.
Da anni, la società civile nicaraguense e l'opposizione chiedono trasparenza sulla cooperazione venezuelana che passa attraverso ALBANISA. Ma tale richiesta è sempre caduta nel vuoto, secondo la tesi ufficiale che solo le imprese pubbliche sono soggette a verifiche contabili.
Una auditoría affidabile?È stato lo stesso Venezuela a chiedere una revisione contabile, giacché esige trasparenza dalla sua controparte nicaraguense, per poter soppesare cosa fare in quanto creditore?
Oppure, è stato il governo Ortega a ritenere che, date le incertezze che provengono dal Venezuela, conveniva cominciare a considerare ALBANISA una società “verificabile”, cioè pubblica, anche perché, così facendo, il debito che essa ha accumulato come soggetto “privatizzatore” della cooperazione venezuelana potrà scaricarlo sullo Stato?
O le due cose in una volta?
Questa ipotesi ha un precedente. Nel Marzo 2011, fonti di ALBANISA fecero trapelare al settimanale Confidencial e al programma Esta Semana del Canale 12, entrambi diretti da Carlos Fernando Chamorro, una copia della contabilità di ALBANISA negli anni 2007 e 2008 e per i primi otto mesi del 2009. Nel 2009, una delegazione venezuelana era giunta a Managua proprio per esaminare i conti, scoprendo anomalie e prendendo contromisure al riguardo.
Due esperti di contabilità pubblica, ai quali Confidencial aveva chiesto di analizzare i dati filtrati, erano giunti alla conclusione: «Si tratta di una società gestita con deboli controlli interni, bilanci finanziari poco affidabili e con un alto indice di indebitamento». Ed uno di essi aggiunse: «Oserei dire che è un'impresa inauditable».
C'è, poi, un'altra domanda che attende risposta dopo aver ascoltato il controllore della Repubblica: sarà verace e credibile la auditoría condotta dalla Contraloría, istituzione che, come tutte le altre, è del tutto subordinata ad Ortega?
Sogno o cortina fumogena?Sono state settimane cariche di interrogativi e presagi. Hanno i giorni contati le vantaggiose condizioni di PETROCARIBE, del progetto ALBA, quello della CELAC, della moneta Sucre? Solo finché Nicolás Maduro sarà a capo del governo del Venezuela?
Sembra che questo sia ciò che sentono e pensano, ma non dicono, coloro che oggi governano il Nicaragua. Il progetto del Gran Canale è funzionale a questo momento di incertezza e cerca solo di “canalizzare” la speranza di raggiungere finalmente il progresso e lo sviluppo, l'uscita dalla povertà, la piena occupazione? È solo un palloncino lanciato nel cielo di incertezza? Ci mancano informazioni per capire di quali dimensioni sia l'incertezza. È solo una cortina di fumo che cerca di coprire loschi affari? Ci mancano informazioni per capire le dimensioni della superficie che copre questa cortina fumogena.
Da molti anni, le élites imprendoriali e politiche nicaraguensi, di tutti i colori e di tutti i tempi, hanno visto nel canale interoceanico – quello “umido”, non quello “secco” – il salto nella modernità, la via per uscire da un'economia agricola arretrata, l'opzione migliore di sviluppo sfruttando la posizione geograficamente strategica del Nicaragua nel mondo. E con le élites, generazioni di nicaraguensi hanno imparato a coltivare quel sogno.
L'ostacolo ambientaleIl Nicaragua ha diritto allo sviluppo e i nicaraguensi hanno diritto a sognare un canale che collabori a realizzare tale diritto. Ma il diritto è del popolo nicaraguense, che deve decidere come, dove, quando e con chi lanciarsi in tale impresa. L'ostacolo principale che, oggi, dopo secoli di sogni, presenta questo megaprogetto, in una prospettiva di sviluppo sostenibile, è di carattere ambientale.
Che sia seria o meno l'ipotesi del canale, che sia una boutade, un'illusione, uno sproposito, una cortina fumogena o un megaprogetto reale, imbarcarsi in questa avventura con così poca serietà nel misurare le sue conseguenze ecologiche, o discuterne con la superficialità antiecologica come fa il governo, esprime anche la mentalità di questa nuova “sinistra” latinoamericana, alleata del capitalismo transnazionale, così ben descritta da James Petras (vedi envío, in spagnolo, n. 363, Junio 2012).
Si tratta di una sinistra estremamente flessibile e aperta a favorire l'afflusso del grande capitale transnazionale, sia esso pulito o sporco, che distribuisce concessioni minerarie in aree indigene o in riserve naturali, che promuove megaprogetti infrastrutturali a qualunque costo ecologico...
È una sinistra che non ha incorporato la visione ambientale, che è desarrollista (letteralmente, sviluppista, ndr) secondo lo stile insostenibile e predatorio del passato, che nel suo hard disk ideologico conserva la discutibile logica secondo cui, “se i Paesi sviluppati l'hanno fatto prima, perché non possiamo farlo noi adesso?”...
L'FSLN e Ortega sono iscritti a questa “nuova sinistra”. Ignorando gli ostacoli ambientali che giustificano l'abbandono di questo megaprogetto, allo stesso modo che assegnando decine di concessioni minerarie a transnazionali dell'oro e partecipando o coprendo i responsabili della massiccia deforestazione dei boschi nicaraguensi, Daniel Ortega è uno tra i governanti latinoamericani pù dedito allo extractivismo (alle attività estrattive, ndr) poco lungimirante, che vende al capitalismo selvaggio le risorse naturali del Paese.
Appartiene a quella sinistra che ha cessato di essere rossa e che non impara ad essere verde. La chiamano “sinistra marrone”.

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