«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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CENTROAMÉRICA / Bambini e adulti in fuga: geografia della paura

“Bambini centroamericani che attraversano da soli la frontiera degli Stati Uniti...”: è notizia di tutti i giorni, dal forte impatto emotivo. Fuggono da zone “calde”, segnate da violenze di ogni tipo, compresa quella sessuale, in cerca di luoghi più “freschi” e tranquilli. Non va dimenticato, però, che essi rappresentano soltanto un quinto di quanti, ormai adulti, attraversano la frontiera in cerca di lavoro o rifugio.

Di José Luis Rocha. Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

Centroamericani in cerca di asilo: sembra un titolo di prima pagina di un periodico degli anni '80. Con gli accordi di pace firmati dalle forze in conflitto tra il 1988 e il 1996 la figura del rifugiato sembrava ormai cosa del passato. La Contra e il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) inaugurarono a Sapoá (località nel Sud del Nicaragua, ndr) la serie degli accordi. Che si chiuse con quello siglato dall'Unità Rivoluzionaria Nazionale Guatemalteca (URNG) e il governo del Guatemala: carico di speranza e pomposamente intitolato “Accordo di pace stabile e duratura”, avrebbe dovuto aprire un'epoca in cui sarebbe diventato irrilevante parlare di rifugiati.
Eppure, contro ogni previsione, la ricerca di asilo è di nuovo attuale. La spinta all'espulsione attribuita alla mano invisibile del mercato sta cedendo il passo alla visibile, anche se imprevedibile e per questo più pericolosa, mano armata di militari, narcotrafficanti, assassini, criminali comuni e mareros delle bande giovanili (dette maras o pandillas, ndr).
Allerta umanitaria: minori soli alla frontieraIl rifugio sono gli Stati Uniti. A fuggire sono honduregni, guatemaltechi e salvadoregni. Tra loro, bambini. Le evidenze di tale tendenza sono molte. L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR/UNHCR) e la Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti sono fra gli osservatori più attenti del brusco incremento di minori non accompagnati arrestati dalle autorità migratorie statunitensi: dai circa 6.800 nel periodo 2004/2011 ai 13 mila del 2012, e agli oltre 24 mila nel 2013. Nel 2014, se ne prevedono tra i 60 e i 90 mila, secondo una nota della Border Patrol, di cui è entrato in possesso The New York Times.
Ai primi di Giugno 2014, l'arrivo di minori indocumentados è stato di tali dimensioni che, non essendo più sufficienti le capacità delle istituzioni che di solito li ricevono, il Pentagono ha concesso le basi militari di Fort Sill (Oklahoma), San Antonio Lackland (Texas) e Ventura County (California) per ospitare 1.800 minori non accompagnati. Preoccupato per il repentino aumento, il presidente Obama ha chiesto uno sforzo coordinato a livello federale per far fronte a quella che ha definito una «urgent humanitarian situation».
Nel periodo 2008/2013, il 54% dei minori non accompagnati fermati dalle autorità migratorie erano guatemaltechi, honduregni e salvadoregni; una percentuale sproporzionata rispetto al 29%, sul totale dei rimpatri, dei deportati di tali nazionalità. Tra il 2008 e il 2011, il numero è rimasto relativamente stabile: tra 4.357 e 3.933. Nel 2012, è quindi salito a 10.146 e nel 2013 è raddoppiato, fino ad arrivare a 20.805.
L'aumento dei non accompagnati, anche se meno brusco, è stato registrato anche dall'Istituto Nazionale di Migrazione del México tra i centroamericani deportati dal suo territorio: dai 1.946 del 2.009 ai 5.389 del 2013. Il numero totale di bambini deportati in questo lasso di tempo è passato da 3.985 a 8.180, il 44% proveniente dall'Honduras.
Il peso dei minori sul totale dei deportati è salito dal 6% all'11% e la percentuale di minori non accompagnati rispetto al totale dei minori è cresciuta di 17 punti: dal 49% al 66%.
Il Paese con il più alto tasso di minori non accompagnati sul totale è il Guatemala, con il 74% nel 2013.
In fuga dalla violenzaC'è una correlazione tra la migrazione e la multiforme violenza che attualmente colpisce l'Honduras, il Guatemala ed El Salvador. Un rapporto della Conferenza dei Vescovi Cattolici (degli Stati Uniti, ndr) afferma che, nel 2010, oltre il 50% dei minori di questi tre Paesi, fermati dalle autorità statunitensi, hanno dichiarato di essere emigrati per sfuggire alle violenze. Lo stesso rapporto rivela che tra il 2007 e il 2011, secondo un campione casuale, il 25% dei minori sotto la tutela dei Migration and Refugee Services della Conferenza dei Vescovi Cattolici era stato testimone di crimini violenti, generalmente commessi con armi da fuoco. Tra i minori honduregni, tale tasso raggiungeva il 50%.
Il rapporto rileva, inoltre, un aumento della migrazione femminile dal Guatemala agli Stati Uniti, attribuibile alla necessità di sfuggire a violenze, stupri e torture, tendenza osservata anche dal Fondo delle Nazioni Unite per l'Infanzia (UNICEF) nel 2009: la criminalità organizzata e le bande giovanili sono causa di panico e angoscia tra i minori di 18 anni.
Nel 2013, la Conferenza ha condotto una nuova indagine su minori detenuti e ha inviato una delegazione guidata dal vescovo di El Paso (Texas) in México e America Centrale per visitare i centri di ospitalità per migranti. Su un totale di 140 bambini provenienti da México, Guatemala, El Salvador e Honduras, che nel 2011 hanno beneficiato dei servizi di ricongiungimento familiare della stessa Conferenza dei Vescovi, tale delegazione ha rilevato che il 41% diceva di essere emigrato per sfuggire a violenze.
Tali dati si scontrano in America Centrale con la persistenza delle motivazioni economiche per emigrare. Ad esempio, secondo un sondaggio condotto da ERIC (Equipo de Reflexión, Investigación y Comunicación) dei gesuiti in Honduras, il 55,1% dei giovani intervistati non desidera emigrare, a fronte del 44,8% che, sì, lo vuole. Tra coloro che dicono di preferire l'emigrazione all'estero, le donne (78%) e gli uomini (82%) hanno indicato come causa “la cattiva economia e la mancanza di opportunità per migliorare il proprio reddito nel Paese”. Secondo un'inchiesta dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) e dell'UNICEF, realizzata nel 2010, il 51,7% dei guatemaltechi era migrato per migliorare la propria situazione economica, il 37,2% in cerca di occupazione e solo lo 0,6% a causa della violenza.
Per l'economia o per la violenza?Secondo l'interessante studio La esperanza viaja sin visa (La speranza viaggia senza visto, ndr) della Università Centroamericana (UCA) di El Salvador e del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, i salvadoregni migrano per «mancanza di opportunità di lavoro e di una vita dignitosa, mentre la violenza non si presenta sempre come un fattore di espulsione diretta, quanto un fattore macro di condizionamento».
Tale visione è stata in parte corroborata dalla pubblicazione Americas Barometer Insights (2014), dedicato alla violenza e alla migrazione in America Centrale. Sebbene il documento giunga alla conclusione che la delinquenza contribuisca all'ondata migratoria, soprattutto se vi è un aumento delle persone che la soffrono direttamente, la rivista sottolinea anche la ridotta vittimizzazione degli honduregni, la loro bassissima propensione a sentirsi insicuri nei quartieri in cui vivono e le loro minime intenzioni di emigrare: rispettivamente, 23,2%, 18,9% e 11,4%, nel 2012.
Paradossalmente, secondo tale rapporto la vittimizzazione in Honduras sarebbe appena superiore a quella del Costa Rica (17,5%), Paese che con il 29,7% supera di 6,5 punti percentuali la percezione di insicurezza in Honduras.
Se non fosse del tutto inverosimile tale contrasto tra l'Honduras, che nel 2013 ha conquistato la triste fama di essere il più violento del mondo (con 90,4 omicidi ogni 100 mila abitanti) e il Costa Rica, considerato “la Svizzera del Centroamerica” (con 8,5 omicidi ogni 100 mila abitanti), dovremmo concludere che l'honduregno è il popolo più irresponsabilmente non apprensivo del pianeta, mentre quello costaricense sarebbe il più suscettibile.
Cifre della geografia della pauraTali inchieste possono essere mal congegnate. Oppure, per un prurito di rappresentatività statistica, non disegnate per spiegare la geografia della paura. Le medie nazionali della percezione sono spesso fuorvianti, perché la violenza ha un'incidenza geografica molto irregolare. Anche se oggi il Guatemala e El Salvador, con 39,9 e 41,2 omicidi ogni 100 mila abitanti rispettivamente, sembrano lontani dai livelli dell'Honduras, bisogna tenere conto che i tassi nelle rispettive capitali, Ciudad de Guatemala (116,6 nel 2010), Tegucigalpa (102,2 nel 2011) e San Salvador (89,9 nel 2011), sono molto alti e per niente dissimili. Pertanto, è ragionevole supporre che molti salvadoregni e guatemaltechi migrino anche per sfuggire alla violenza e che le medie nazionali occultino una distribuzione diseguale della violenza.
Per quanto riguarda l'Honduras, la priorità assegnata ad un campione di popolazione territorialmente equilibrato nei sondaggi può mascherare il fatto che la violenza si concentri in quelli che nel gergo dei narcotrafficanti si chiamano “posti caldi”. Per questo motivo, un campione in cui la città di San Pedro Sula sia ponderata soltanto in base al suo peso demografico, senza tenere conto del numero di vittime e di migranti (a livello locale, ndr), produrrà un quadro incompleto dello spettro della violenza e della sua influenza sulla migrazione.
Con 187 omicidi ogni 100 mila abitanti, San Pedro Sula si è confermata, nel 2013, per il terzo anno consecutivo la città più violenta del mondo. Situata sulla costa settentrionale e considerata la capitale economica dell'Honduras, San Pedro Sula era salita al primo posto nel 2011 con 125 omicidi ogni 100 mila abitanti, saliti a 174 nel 2012 e aumentati ulteriormente nel 2013.
Tale triste fama conquista i titoli dei giornali internazionali, che a loro volta alimentano l'immagine: “San Pedro Sula in preda alla violenza”, “Sette della sera, l'ora più pericolosa a San Pedro Sula”, “Capitale dei sequesti in America Centrale”, “Un inferno terrestre chiamato San Pedro Sula”, “Una città diventata obitorio”...
San Pedro Sula: una "piazza molto calda"La popolazione locale non poteva rimanere indifferente al “surriscaldamento” di San Pedro Sula. Di ciò, si hanno alcuni indizi. Ad esempio, dei 238 honduregni assistiti dalla mensa della Kino Border Iniciative (Iniziativa Kino per la Frontiera) – a Nogales, Sonora, México – tra il Settembre 2013 e il Marzo 2014, il 21% (cioè, 51 migranti) proveniva da quella città; ciò indica una percentuale di sampedranos sopra le media, dal momento che secondo le proiezioni basate sull'ultimo censimento a San Pedro Sula vive solo il 9% degli honduregni.
Esiste, poi, una correlazione tra questo dato e un altro: il fatto che a San Pedro Sula, fossero censite, nel 2005, il 27% di tutte le armi registrate in Honduras. Un altro indizio della correlazione tra violenza e migrazione – evidenziata dalla geografia della paura – si desume dal fatto che i gruppi più numerosi degli honduregni assistiti dalla citata Kino provengano dai dipartimenti più violenti, che la sociologa honduregna Julieta Castellanos ha identificato nel 2011, secondo il numero di omicidi ogni 100 mila abitanti: Atlántida (149), Cortés (127), Copán (114), Colón (103), Ocotepeque e Yoro (97) e Francisco Morazán (88).
Omicidi per sesso ed etàUn altro motivo per cui i sondaggi richiedono un analisi disaggregata per verificare il loro impatto sulle migrazioni sta nella assai diversa distribuzione delle vittime e dei rischi per sesso e fasce di età. Nel 2005, in El Salvador, il tasso di mortalità tra i maschi dai 15 ai 29 anni era di 392 morti ogni 100 mila abitanti. In contrasto, le donne di quella fascia d'età registravano un tasso di 84 morte ogni 100 mila abitanti. Questa differenza diventa ancor più significativa se compariamo i tassi di morti per omicidio: 223 e 20, per maschi e femmine, rispettivamente. Quando, nel Salvador, il tasso di omicidi era di 62,2, i maschi di età compresa tra 15 e 29 anni venivano uccisi nella misura di 223 ogni 100 mila abitanti. In Honduras, giovani – uomini e donne – di età compresa tra 15 e 24 anni rappresentavano, nel 2007, il 25,7% di tutte le vittime di omicidio.
Il terrore ha anche il volto dello stupratoreIn tutta l'America Latina, gli omicidi si concentrano fra i giovani di fascia compresa tra i 15 e i 29 anni. La fascia di età di quanti hanno maggiori probabilità di morire assassinati e di quanti emigrano è la stessa. Tuttavia, non soltanto gli adolescenti hanno motivi legati alla violenza per migrare: il terrore non ha solo il volto di un sicario con una pistola in mano. Ha anche quello dello stupratore, raramente sovrapposto a quello del pandillero (cioè, membro di una banda, ndr), ma il più delle volte camuffato dietro l'apparenza protettrice di un padre, un patrigno, un cugino o uno zio. O ha il volto di un magnaccia. In tal caso, le bambine ed adolescenti sono le vittime più frequenti, anche se si suppone che il maschilismo freni le denunce dei maschi.
Nel Salvador, la maggior parte delle vittime di abuso e sfruttamento sessuale a fini commerciali sono bambine ed adolescenti di età compresa tra i 10 e i 17 anni. Solo a Tegucigalpa (capitale honduregna, ndr), nel 2010, si sono registrati due casi di stupro al giorno, ai danni di minori di 14 anni. A ciò si aggiunge che, tra i casi denunciati nel 2011 – a loro volta, una piccola parte di quelli commessi –, soltanto il 31% è stato poi effettivamente oggetto di indagini. Il Guatemala offre un quadro molto simile, secondo un rapporto di Medici Senza Frontiere: il 93% di quanti sono sopravvissuti alla violenza sessuale e nel 2011 erano assistiti da questa organizzazione, era costituito da donne, di cui il 64% adolescenti dai 12 ai 17 anni, per i quali lo stupro è stata la prima esperienza sessuale.
Queste sono proprio le età dei minori non accompagnati che arrivano in gran numero negli Stati Uniti. Dal momento che i paesi dell'America centrale si stanno “surriscaldando” in questo senso, i migranti vanno alla ricerca di luoghi “freschi” e più tranquilli, con buona pace dei tecnocrati che ripongono vane speranze nelle quote demografiche.
Per quanto riguarda la sottovalutazione del rapporto migrazione/violenza, la mia conclusione è che non si possono ponderare con la bilancia delle percentuali nazionali le variabili che si vogliono correlare alla migrazione, un fenomeno i cui protagonisti non sono rappresentativi della media nazionale, quanto di un certo profilo che stanno dipingendo i tanti volti della violenza e certe opportunità.
Tre motivazioni diverse convivono nello stesso migranteGli stessi soggetti migranti sono messi in imbarazzo quando viene loro chiesto, da intervistatori armati di schede le cui variabili non sono mutuamente escludenti, di identificare semplicisticamente una singola causa della loro partenza dal Paese.
Tra i migranti che per sette mesi, a partire dal Settembre 2014, sono stati assistiti dalla Kino Border Initiative, soltanto tra il 4% e il 7% hanno dichiarato di migrare a causa della violenza. Il resto ha menzionato soprattutto la mancanza di lavoro e la voglia di ricongiungimento familiare. Tuttavia, la conversazione diretta, lunga e approfondita, con giovani migranti, mi ha convinto, proprio in quel luogo, di come si stia ripetendo una storia archetipica: il piano è riunirsi con la madre, che da anni vive a Los Angeles o nel Maryland, giacché in Guatemala e Honduras hanno maggiori probabilità di finire con una pallottola in fronte, come molti dei loro conoscenti, che di ottenere un lavoro decente, che quasi nessuno ha.
Le tre motivazioni possono coesistere nello stesso migrante: evitare la violenza, la disoccupazione e la separazione familiare. E alcuni motivi possono essere intrecciati al punto da identificarsi in uno solo, come ha osservato Jeremy Slack, ricercatore presso l'Università dell'Arizona, per il quale è quasi impossibile separare chiaramente le motivazioni. Ad esempio, l'estorsione – cioè, l'imposta che vari gruppi armati applicano alla popolazione – è una lama a doppio taglio che sovrappone la violenza al fattore economico.
Tra violenza e migrazione c'è una relazioneAltre fonti confermano il legame esistente tra la violenza e la migrazione dei centroamericani. Secondo il rapporto Children on the run (Bambini in fuga, ndr), stilato da ACNUR/UNHCR sull'infanzia migrante non accompagnata in America Centrale e México, frutto di un sondaggio su 404 adolescenti migranti non accompagnati di età compresa fra 12 e 17 anni, sotto la custodia dell'Office of Refugee Resettlement (Ufficio per il reinsediamento dei rifugiati, ndr), il 44% degli honduregni ha affermato di essere stato minacciato, o di essere stato vittima diretta, di criminali armati, tra cui mareros, narcotrafficanti di vari cartelli e assalitori.
In questa situazione si trovava il 66% dei salvadoregni, dei quali, forse, il 35% di quelli assistiti dalla Kino Border Initiative, provenivano da San Salvador, la città più violenta del Pollicino d'America (come viene soprannominato El Salvador, ndr).
È ovvio che il metodo di ACNUR/UNHCR per stabilire il legame tra violenza e migrazione è più efficace rispetto ai sofisticati modelli statistici di Americas Barometer Insights. ACNUR/UNHCR ha raccolto le testimonianze di quanti sono già migrati e non la percezione di coloro che rimangono nel Paese e si auto-attribuiscono l'intenzione di migrare. La sua impostazione rende conto della pluralità di motivi per migrare.
Le testimonianze raccolteHo viaggiato lungo la frontiera USA-México, da Brownsville a San Diego, passando per Harlingen, McAllen ed El Paso, in Texas, e Nogales in Arizona, e, dal lato messicano, Ciudad Juárez, in Chihuahua, Nogales in Sonora e Tijuana in Baja California. In tutti questi luoghi, ho raccolto molte testimonianze che mostrano l'impatto della violenza sulla migrazione centroamericana. Durante le visite a mense e rifugi per i migranti, avvocati volontari e studi legali specializzati in materia di migrazione, nuovi e vecchi attivisti, organizzazioni di base e di vertice – grassroot e grasstop organizations –, sacerdoti e religiose, laici e funzionari pubblici, sono stato inondato di dati di prima mano dei migranti e delle persone che hanno contatto con i centroamericani che hanno da poco attraversato il confine, fuggendo dalla violenza.
Secondo Víctor Maldonado, direttore di Casa Ozanam, a Brownsville, si assiste ad un aumento dei centroamericani che cercano di sfuggire al reclutamento dei cartelli del narcotraffico e da altri pericoli. Anche per l'avvocata Kimi Jackson, del South Texas Pro Bono Asylum Representation Project, di Harlingen, i bambini fuggono dalla violenza in famiglia o cercano il ricongiungimento familiare perché vivono con zii o nonni che non li possono proteggere dalle bande.
Sperimentano persecuzione anche coloro che sono omosessuali, sebbene nel caso dei bambini non sempre è possibile individuare tale motivo, dal momento che essi “hanno molta paura a parlarne”. Con maggiore frequenza succede che i bambini siano stati testimoni e abbiano denunciato l'omicidio di un fratello o di altro familiare, e, quindi, hanno buone ragioni per temere ritorsioni.
In fuga dalle bande e dai cartelli della drogaSecondo Katie Anita Hudak, direttore di Las Americas, Organizzazione Non Governativa di avvocati pro bono (volontari), di El Paso, a partire dal 2012 o da prima, vari adolescenti centroamericani sono arrivati negli Stati Uniti, per sfuggire alle pandillas. In un rapporto del Giugno scorso del Washington Office on Latin America (WOLA) si legge che i centroamericani fuggono da torture, sparizioni forzate ed esecuzioni extragiudiziali.
WOLA si è fatto eco di un comunicato della Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH), in cui si denuncia come, tra il 2010 e il 2013, almeno 458 bambini honduregni minori di 14 anni siano morti in circostanze violente. Il rapporto riprende, inoltre, quello prodotto da Casa Alianza, secondo cui 271 bambini e giovani sotto i 23 anni sono stati uccisi in Honduras nei primi tre mesi del 2014. In risposta a queste situazioni, l'organizzazione ecclesiale Diocesan Migrant and Refugee Services, di El Paso, ha un programma per denunciare i casi di vittime della violenza in cerca di asilo.
Secondo alcune organizzazioni, la violenza come motore di migrazione si osserva dal 2009, l'anno del colpo di Stato in Honduras. Altri segnalano il 2011, quando le guerre tra i cartelli di narcotrafficanti si sono fatte più cruente in alcune zone del Centroamerica. Tutti, però, sono d'accordo sulle difficoltà di portare a buon termine le richieste di asilo in questi casi.
Stati Uniti: la mecca dei centroamericani in cerca di asiloSecondo un rapporto di ACNUR/UNHCR del 2013, su 612.700 richieste di asilo registrate nel 2013 nei 44 Paesi industrializzati, 88.400 lo sono state negli Stati Uniti, il che fa diventare questo Paese il secondo più cercato dai richiedenti asilo, dopo la Germania. Il 25% delle 17.590 richieste con cui il 2013 ha superato il 2012, sono provenute da honduregni.
Scrive ACNUR/UNHCR: «Circa il 30% di tutte le richieste di asilo negli Stati Uniti sono state presentate da richiedenti provenienti da México e America Centrale. La violenza generata dalla criminalità transnazionale organizzata, la violenza legata alle bande giovanili ed ai cartelli della droga in alcune parti dell'America centrale, può essere tra i fattori che portano a un numero elevato di individui di questa regione a chiedere lo status di rifugiato negli Stati Uniti d'America».
Una mecca, però, poco generosaSe usiamo l'indicatore elaborato da ACNUR/UNHCR che riflette la volontà di accoglienza di un Paese, gli Stati Uniti non si rivelano un Paese molto generoso e ospitale, se consideriamo le sue dimensioni demografiche. Nel periodo 2009/2013, gli USA ha accolto un richiedente asilo ogni mille abitanti, una cifra che colloca questo Paese al 29° posto della classifica, guidata da Malta con il 20,2 richiedenti ogni mille abitanti, seguita dalla Svezia con il 19,2.
Se tariamo lo stesso indicatore in base alle dimensioni territoriali, la posizione degli Stati Uniti non migliora: gli USA hanno accolto 28 rifugiati ogni mille chilometri quadrati, una cifra irrisoria rispetto a Malta (26.351), Libano (12.968), Giordania (3.359), Rwanda (2.300), Paesi Bassi (2.049), Pakistan (1.869), Bangladesh (1.686), Germania (1.657), Burundi (1.545), Svizzera (1.233), Lussemburgo (1.114), Kenya (966), Uganda (816), Belgio (720), Serbia (649), Austria (618), Inghilterra (614), Yemen (563), Ecuador (481), Togo (411), Turchia (342), Etiopia (332), Panamá (231), Svezia (208), Norvegia (134), tra molti altri Paesi grandi e piccoli, ricchi e poveri, ad alta e bassa densità demografica, che si sono comportati con maggiore magnanimità, superando le pressioni territoriali, demografiche ed economiche, per concedere rifugio.
Sembra proprio che i migranti centroamericani in fuga dalla violenza si siano messi al riparo di un albero che copre pochi rifugiati. E il sostegno che le loro richieste ricevono dalle organizzazioni internazionali è pericolosamente mutevole, giacché le loro speranze ottengono risposte positive e negative a seconda dei casi. La portavoce dell'OIM Niurka Piñeiro ha dichiarato che la sua organizzazione promuove campagne «per informare, sia i genitori che i giovani, dei pericoli e delle verità degli Stati Uniti. Ciò significa che non ci sarà tale amnistia». Da parte sua, ACNUR/UNHCR riferisce che il 56% dei bambini intervistati richiedono protezione internazionale.
I centroamericani continuano ad arrivare alle porte degli Stati Uniti. I bambini sono sempre più numerosi. Hanno prospettive di vedere soddisfatte le loro speranze? La violenza in America Centrale e le sue radici offrono ragioni per loro richieste di asilo? Lo vedremo in un prossimo testo.

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