«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NICARAGUA / La nuova dinastia al potere

In vista delle elezioni del 6 Novembre 2016, Daniel Ortega ha ordinato al Potere Elettorale di privare i deputati dell'opposizione dei loro seggi parlamentari, assegnandoli ad un'altra forza politica, una fazione del Partito Liberale, “gradita” al Fronte Sandinista: si va così forgiando il modello di partito unico in Nicaragua, pur “democraticamente” eletto. Cinque giorni dopo, il presidente ha annunciato la candidatura di sua moglie Rosario Murillo alla vicepresidenza, in coppia con lui; in tal modo, si propone di garantire la successione familiare di tale modello. In altre parole, prefigurando un nuovo progetto dinastico.

Di envío. Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

L'ultima delle decisioni pre-elettorali di Daniel Ortega si è appresa il 29 Luglio 2016, quando non si erano ancora sopite le polemiche per la decisione con cui, l'8 Giugno scorso, la Corte Suprema di Giustizia aveva ritirato la personalità giuridica al Partito Liberale Indipendente (PLI), concedendola ad una fazione dello stesso partito che la reclamava per sé, impedendo così al PLI di guidare la Coalizione Nazionale per la Democrazia, l'unico gruppo di opposizione nelle elezioni del prossimo Novembre.
Invero, nel rendere pubblica quella risoluzione, l'8 Giugno, il magistrato Rosales della menzionata Corte aveva escluso categoricamente che i deputati del PLI e i due alleati del Movimento di Rinnovamento Sandinista (MRS) avrebbero perso i loro seggi parlamentari, che avrebbero dunque conservato fino all'inizio della nuova legislatura, nel Gennaio 2017, dal momento che tali seggi – disse – se li erano guadagnati con il voto popolare e tale dato non poteva essere modificato. Nei fatti, quei deputati hanno rappresentato dal 2012 la seconda forza politica del Paese, avendo ottenuto, nonostante i brogli elettorali avversi, quasi 800 mila voti.
Nonostante quelle rassicurazioni, è bastata una semplice richiesta di Pedro Reyes, il politico al quale è stata concessa la personalità giuridica del PLI, perché, in maniera sbrigativa e senza rispettare il dovuto iter, il Consiglio Supremo Elettorale (CSE), che da anni esegue fedelmente tutti gli ordini con cui Ortega è andato forgiando l'opposizione che meglio si adatta ai suoi interessi, spogliasse dei loro seggi 16 deputati titolari e 12 supplenti, attribuendoli ai seguaci di Reyes, mancando così di rispetto verso la volontà di centinaia di migliaia di elettori che nel 2011 avevano scelto quegli uomini e quelle donne come loro rappresentanti.
Con ciò, Ortega ha eliminato l'ultima traccia di opposizione rimanente nelle istituzioni del Paese. Sia a livello nazionale che internazionale sono fioccati i commenti critici, sorpresi e preoccupati: “il colpo di grazia alla democrazia”, “un ulteriore passo verso l'avvento del partito unico”, “una rottura dell'ordine costituzionale”, “la fine del sistema democratico”, “il colpo finale al pluralismo”, “tale da meritare l'intervento immediato della Corte Interamericana”, “un colpo di Stato”; sono alcuni dei commenti alla notizia che ha avuto un'insolita risonanza internazionale. 

Le responsabilità dell'Impresa Privata

Poche ore dopo la nuova “zampata” e al pari del 4 Giugno quando Ortega aveva cancellato la partecipazione di osservatori elettorali e, l'8 Giugno, eliminato dalla competizione elettorale la Coalizione, le associazioni della grande impresa privata raggruppate nel COSEP (Consiglio Superiore dell'Impresa Privata, ndr), principali alleato di Ortega, e gli imprenditori della Camera di Commercio Americano-Nicaraguense (AMCHAM) hanno espresso la loro preoccupazione: «Quanto accaduto – recita un comunicato del COSEP – indebolisce la democrazia rappresentativa, il pluralismo politico e la separazione dei poteri... È indispensabile e urgente proporsi e prepararsi a stabilire presto le condizioni minime per rafforzare le istituzioni democratiche del nostro paese, essendo responsabilità del partito di governo e dei partiti politici prendere decisioni che garantiscano la stabilità politica, economica e sociale del paese».
Di fronte alla gravità della situazione, viene da chiedersi: la grande impresa privata rappresentata nel COSEP, data la sua responsabilità nell'attuale modello corporativo e antidemocratico, prenderà anche delle decisioni conseguenti o continuerà a insistere che la cittadinanza deve recarsi alle urne il 6 Novembre prossimo?

Stati Uniti: “urge categoricamente...”

Insolitamente presto, il 1° Agosto, anche Washington ha fatto sentire la sua voce e in termini molto forti: «Gli Stati Uniti – afferma una dichiarazione del Dipartimento di Stato – sono profondamente preoccupati per le azioni del governo del Nicaragua e della Corte Suprema di Giustizia che hanno chiuso gli spazi democratici previamente alla realizzazione delle elezioni presidenziali e legislative il prossimo 6 Novembre. In forma categorica, chiediamo al Governo del Nicaragua di creare un contesto più favorevole allo svolgimento di elezioni libere e giuste che permettano al popolo del Nicaragua di decidere il futuro del proprio paese».
Il giorno dopo, 26 ex presidenti dell'America Latina riuniti nel gruppo IDEA (Iniciativa Democrática de España y las Américas, ndr) dopo aver esaminato gli ultimi passi fatti da Ortega per eliminare l'opposizione e spogliarla della rappresentanza parlamentare, hanno chiesto all'Organizzazione degli Stati Americani (OSA), all'Unione Europea e alla comunità internazionale di «mantenere la vigilanza critica contro queste gravi perturbazioni dell'ordine democratico e costituzionale, in modo da predisporre tutti i mezzi necessari ed efficaci per la normalizzazione della democrazia» in Nicaragua.

Commedia o tragedia?

Nel contesto di questa «crisi politica» e della «incertezza profonda» in cui versa il Paese, come ha dichiarato AMCHAM a seguito della decisione, si è finalmente alzato il sipario sullo scenario elettorale, dando così inizio all'opera che verrà eseguita il 6 Novembre.
Per il partito di governo quella inscenata è una «commedia», dal momento che la giornata elettorale si avvia ad essere «vivace, festosa ed entusiasta» e, persino, una sorta di rituale religioso, considerando le elezioni un momento «trasformato dalla mano di Dio in uno dei momenti migliori della storia del Nicaragua».
I partiti che collaborano con il regime e appariranno sulla scheda elettorale, si riferiscono a tale “opera” nei termini consueti: «sarà una grande festa civica».
Per l'opposizione, cui la decisione di Ortega ha impedito di partecipare al voto, il 6 Novembre «sarà una farsa» che, per come si prospetta, rischia di finire in tragedia.

La coppia Ortega-Murillo

In Agosto, la lista di partiti ed alleanze che parteciperanno il 6 Novembre è stata presentata agli elettori. Il nome più atteso era quello del candidato alla vicepresidenza per il partito di governo. Per mesi, sul punto, si è discusso a lungo e sono stati versati fiumi di inchiostro in analisi pubbliche e private. Sono stati fatti nomi di imprenditori, sportivi e diversi politici. Alla vigilia dell'annuncio ufficiale, le scommesse si concentravano su due nomi: quelli dell'attuale vicepresidente Omar Halleslevens, capo dell'esercito fino al 2010 e oggi generale in pensione, e di Rosario Murillo, moglie di Ortega. Quindi, nel pomeriggio del 2 Agosto, il presidente ha annunciato la candidatura di Murillo.

I molti meriti di tanti...

In occasione del 19 Luglio (37° anniversario della liberazione dal somozismo, ndr) un insolito florilegio di lodi da parte di Ortega per la fedeltà incondizionata della moglie aveva in qualche modo preannunciato la sua decisione. Ortega ha ricordato come la casa di Murillo avesse dato ospitalità ai sandinisti nei tempi della clandestinità, di quando lei era stata arrestata ad Estelí, la sua collaborazione con l'FSLN in quanto poeta, la sua lealtà agli eroi e martiri...
In Nicaragua, furono migliaia i collaboratori del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) negli anni bui della dinastia somozista. Migliaia offrirono la propria abitazione come “casa di sicurezza” ai sandinisti in cerca di un nascondiglio. Migliaia subirono la prigionia, la tortura, la persecuzione. Migliaia diedero la loro vita, rimanendo anonimi, al punto che di migliaia di essi nemmeno si sa dove siano seppelliti... Cosa direbbero quegli eroi e martiri, sacrificatisi nella lotta per trasformare il Nicaragua, dell'attuale modello che Ortega sta imponendo al Nicaragua e che annuncia un nuovo ciclo di repressione e di violenza?

I compiti della vicepresidenza

Sia Murillo che Halleslevens presentavano vantaggi e svantaggi per il progetto di potere di Ortega, stanti il rifiuto e la resistenza di quanti si oppongono in maniera organizzata in partiti o meno, e di coloro che all'interno del Fronte Sandinista non condividono la svolta autoritaria ed escludente, repressiva e assolutista di tale progetto.
Entrambe le ipotesi di nomi presentavano “pro” e “contro”, dal momento che essi rappresentano due gruppi in contrasto nel circolo di potere: gli “storici” e i “nuovi”, più giovani.
La decisione del presidente è arrivata nelle ultime ore dell'ultimo giorno anteriore alla scadenza.
Invero, la Costituzione del Nicaragua non assegna al vicepresidente alcuna funzione specifica. La Magna Carta stabilisce che quest'ultimo «svolge le funzioni delegate dal Presidente». Pertanto, l'importanza di tale incarico in questo momento ha più a che vedere con il futuro che con il presente: il vicepresidente, prevede la Costituzione, sostituisce «nell'incarico il Presidente in caso di sua assenza temporanea o definitiva».

Halleslevens: un'ipotesi meno conflittuale

La scelta di Halleslevens avrebbe significato mantenere in quel ruolo uno “storico”, avanzando comunque nel progetto di potere di Ortega, ma senza muovere le pedine; in breve, con “más de lo mismo” (“di più dello stesso”, espressione popolare in Nicaragua, ndr); vale a dire, “non toccare niente” per continuare a controllare tutto, provocando meno ondate nelle turbolenze che quel modello comunque provoca.
La conferma dell'attuale vicepresidente sarebbe stata più in sintonia con il taglio che il partito di governo intende dare a questo processo elettorale, quasi a nascondere il ricorso alle urne. Ad esempio, Ortega ha annunciato che non farà campagna elettorale. È degno di nota come, nelle celebrazioni del 19 Luglio scorso, egli non abbia dedicato una sola parola alle elezioni di Novembre e, di conseguenza, fatto promesse in tal senso nella veste di candidato alla presidenza. Non ha parlato del canale interoceanico, che a suo dire avrebbe portato in pochi anni alla “terra promessa”. Nessuna menzione anche per l'altro megaprogetto di irrigazione (delle pianure nordoccidentali, ndr) grazie alle acque del lago Cocibolca, che soltanto due mesi fa aveva definito una questione di “vita o morte” per il Nicaragua, che avrebbe “incarnato” il suo programma di governo nei prossimi cinque anni...
Nel modello di elezioni che non sembrano elezioni, disegnato dal partito di governo per il 2016, la scelta di Halleslevens sembrava la più appropriata. Con comprovata carriera nell'FSLN fin dai tempi della gioventù universitaria, quadro storico dell'organizzazione – di quelli che oggi sono chiamati “la vecchia guardia” – come non sentirsi soddisfatti? Nei fatti, nelle elezioni del 2011, la base storica dell'FSLN, oggi spiazzata da giovani militanti con poca esperienza e privi di memoria storica, si erano riconosciuti, in qualche modo, nella candidatura alla vicepresidenza di Halleslevens.

La scelta di Murillo

Ma Ortega ha scelto Murillo, che non aveva certo bisogno della vicepresidenza perché le fossero delegati nuovi poteri. Dal 2007, infatti, ricoprendo un incarico che all'inizio sembrava di semplice portavoce e protocollario – il Coordinamento di Comunicazione e Cittadinanza –, Murillo è stata trasformata da Ortega, per sua stessa ammissione, in prima ministra, ricevendo dal presidente il 50% dei poteri del suo governo.
Sommando la metà dei poteri ottenuti e molti altri che lei stessa è andata assumendo, nei fatti, oggi Murillo è “quella che governa”, come è opinione diffusa in vari ambiti, siano essi favorevoli a Ortega o meno: è lei a riunire il governo, i segretari politici locali dell'FSLN e i sindaci per dare loro ordini e raccomandazioni, a decidere le nomine e le destituzioni, a controllare tutti i programmi sociali del governo e, praticamente, tutte le informazioni, sempre positive, che il governo diffonde.

Cosa aggiunge la vicepresidenza?

Avendo già accumulato così tanto potere, cosa può aggiungerle la vicepresidenza? Il nuovo incarico trasformerà il potere di fatto che ha avuto negli ultimi anni in un potere legittimato dalle urne. E, cosa più importante, Murillo è già in posizione e “unta” per succedere a Daniel Ortega.
Secondo Víctor Hugo Tinoco – espulso dall'FSLN nel 2005, quando faceva parte della sua Direzione Nazionale – Ortega «ha deciso personalmente che a succedergli nel potere siano sua moglie o i suoi figli, e ha sospeso le libere elezioni non solo perché avrebbe potuto perdere potere, ma perché avrebbe potuto perdere l'opportunità di consolidare, in cinque anni di governo, la successione dinastica».
Nel dare l'annuncio della candidatura di Murillo al suo fianco di fronte ad un gruppo, tutto vestito di bianco, della Gioventù Sandinista (l'organizzazione giovanile del partito, ndr), ritenuta fra i fedelissimi di Murillo, Ortega ha giustificato tale scelta con la necessità di «essere coerenti» con il “progetto 50/50”, vale a dire l'assegnazione alle donne di metà degli incarichi di governo, in tutti gli ambiti.
In effetti, il numero di donne legate al partito di governo che oggi ricoprono incarichi pubblici è cresciuto notevolmente. Tuttavia, in un modello di potere così centralizzato come l'attuale e sempre più autoritario, “ricoprire” non significa “opinare”, “discutere”, molto meno “decidere”.

Rielezione e dinastia

La scelta di Murillo proietta a livello internazionale un'immagine insolita del Nicaragua. Non sembra politicamente corretto che sia una coppia di sposi a governare un Paese. Nonostante le frequenti eccentricità di cui è piena la storia politica dell'America Latina, una cosa del genere mai era capitata prima.
Tale scelta non è foriera di tensioni con quanti, all'interno e all'esterno dell'FSLN, avversano Murillo?
La successione dinastica che la candidatura di Murillo prefigura riporta alla memoria collettiva tempi recenti. La “formula presidenziale” (cioè l'abbinamento presidente-vicepresidente, ndr) ha un alto significato simbolico in Nicaragua, in quanto “rielezione” e “dinastia” sono parole che rievocano il regime di Somoza, un passato oscuro, pericoloso e sanguinario.

“Non permetteranno la successione dinastica”

Il 20 Luglio, quando era nell'aria la “unzione” di Murillo, l'economista nonché ex candidato alla presidenza per l'MRS nel 2006 e alla vicepresidenza nel 2011, Edmundo Jarquín, si è fatto portavoce della avversione nei confronti di Murillo, dichiarando nel programma televisivo Esta Noche (Questa sera, ndr): «Voglio affermare in maniera categorica che il fatto che la moglie del presidente Ortega diventi vicepresidente non significa che qui (in Nicaragua, ndr) si consolidi una successione dinastica. Si potranno rispettare i periodi costituzionali in termini di vicepresidenza, ma qui non ci sarà successione dinastica. Credo che le forze armate, l'Esercito e la Polizia non permetteranno che questa possibilità si concretizzi; e nemmeno la società lo consentirà. Le forze armate sanno che alla fine dovranno decidere se sparare sulla gente. Credo che l'Esercito e la Polizia del Nicaragua non accompagneranno il processo di successione dinastica».

PLC e FSLN: partiti gemelli

Inizia così il cammino verso le elezioni che si terranno in acque agitate, senza che all'orizzonte appaia qualche ponte che consenta di evitarle.
Nella casella numerata 1 della scheda elettorale l'elettore troverà il simbolo del Partito Liberale Costituzionalista (PLC), diretto e controllato da Arnoldo Alemán. Questo partito si presenta da solo, senza alleati. Candida alla presidenza l'ex capo della Contra Maximino Rodríguez e come prima deputata in lista María Fernanda Flores, moglie di Alemán. Nella lista di candidati al parlamento (monocamerale, ndr) abbondano parenti, amici e affini di Alemán; gemelli politici, tanto l'FSLN di Ortega come il PLC di Alemán, i due partiti che siglarono il patto con cui il Nicaragua ha inaugurato il 21° secolo, sono di fatto diventati un'impresa familiare.
In ragione della posizione in lista assegnatale, Flores ha il seggio assicurato. Rodríguez appare una buona scommessa per Alemán, dal momento che può attrarre il voto rurale di tradizione liberale (di destra, ndr) e decisamente antisandinista, facendo inoltre apparire il PLC agli occhi di alcuni settori nazionali ed internazionali come “la opposizione”. Ed anche se difficilmente potrà impensierire elettoralmente Ortega, Rodríguez otterrà un seggio parlamentare, se il PLC, come previsto, si piazzerà al secondo posto.
Nella casella numerata 2 della scheda elettorale figurano l'FSLN con i suoi 17 alleati: 9 minuscoli partiti, 3 dei quali evangelici, e 8 movimenti, alcuni di recente creazione. Tutti in cerca di qualche seggio o incarico nel prossimo governo. Questa volta, il partito indigeno YATAMA (acronimo di Yapti Tasba Masraka Nanih Aslatakanka, che in lingua miskita significa Figli della Madre Terra, ndr) non ha stretto alleanza con l'FSLN e si presenta da solo nella Costa Caribe (cioè nella regione atlantica, ndr).
Nella lista di candidati dell'FSLN al parlamento figurano in maggioranza deputati uscenti, alcuni dei quali “storici”. Seguiti da alcuni ragazzi e ragazze della Gioventù Sandinista.

Gli altri partiti

Nella casella numerata 4 appare, da solo, il Partito Conservatore, attualmente controllato da Alfredo César.
Nella casella numerata 9, l'Alleanza Liberale Nicaraguense (ALN) presenta come candidato alla presidenza il pastore evangelico Saturnino Cerrato, che in più occasioni ha affermato di sentirsi “chiamato” a diventare presidente del Nicaragua.
Nella casella numerata 10 figura l'Alleanza per la Repubblica (APRE): cui primo candidato al parlamento è Byron Jerez, principale uomo d'affari di Alemán quando questi era presidente (1997-2001), accusato di vari casi di corruzione dai quali l'FSLN lo ha “liberato”.
Nella casella numerata 13 appare “il nuovo PLI”, nato dalla “zampata” dell'8 Giugno, in alleanza con il PAMUC (Partido Movimiento de Unidad Costeña), della costa atlantica.

Controllo totale

Nelle elezioni del 2011 la scheda elettorale aveva cinque caselle. Quest'anno sono sei. Nel 2011, Ortega controllava quattro caselle e il PLI, in alleanza con l'MRS, lo sfidò e ottenne, nonostante i brogli, il 31% dei voti. Oggi, quei deputati eletti sono stati privati dei loro seggi parlamentari.
In una situazione di controllo totale rispetto al 2011, Ortega oggi ha in mano tutte le caselle, dal momento che in quelle che non sono dell'FSLN, figurano partiti satellite. Come cinque anni fa, Ortega detiene il controllo totale del CSE. Ed oggi ha dalla sua qualcosa in più che nel 2011: tutto il personale che dirige i consigli elettorali municipali e dipartimentali e quello che lavora negli oltre 13 mila seggi elettorali risponde al partito di governo. In queste condizioni ottimali gli sarà sicuramente facile ottenere un numero di voti superiore al 62,4% che si assegnò nel 2011.

L'opzione astensione

In questo inedito contesto, in cui votare non significherà eleggere, si è fatta strada, sia dal basso, dove c'è un sacco di gente delusa, sia dall'alto, vale a dire da parte dell'opposizione cui è stato impedito di partecipare, la decisione di organizzare una “astensione attiva”, che insceni proteste da qui al 6 Novembre e che il giorno delle elezioni sia in grado di documentare il grado di astensione.
L'astensione è vista come uno strumento per delegittimare il processo elettorale e spingere all'annullamento del voto e chiedere la convocazione di nuove elezioni giuste nel più breve tempo possibile.

“Una lotta difficile, complessa e lunga”

Uscire da questa situazione non è facile. Henry Ruiz, già membro della Direzione Nazionale dell'FSLN negli anni '80, che da quasi vent'anni si oppone a Ortega, non vede «in questo momento» alcuna speranza di cambiamento. Tuttavia, afferma: «La parola d'ordine dovrebbe essere l'astensione per screditare del tutto il processo e ottenere un punto politico per continuare la lotta. Perché se lasciamo che le contraddizioni continuino ad accumularsi, queste diventeranno sempre più deflagranti e potremmo arrivare dove non dovremo arrivare mai più: la lotta armata».
L'avvocato José Pallais, membro della Coalizione cui è stato impedito di partecipare, per il quale «il futuro è aperto ad una lotta molto difficile, molto complessa e oserei dire lunga», ha scritto che «votare o astenersi dal voto sono due aspetti dell'esercizio del medesimo diritto ed entrambe le pratiche sono ugualmente legittime»; spiegando che «secondo la dottrina politica moderna l'astensione costituisce un modo di esprimersi e può essere utile come forma di protesta contro il sistema politico che si pretende imporre». In conclusione, per Pallais «l'astensione in forma consapevole e ragionata è una valida forma di partecipazione per delegittimare politicamente processi come le prossime elezioni».
In alcune zone del Paese con forti radici antisandiniste, che furono teatro della guerra negli anni '80, Rodríguez, candidato presidenziale del PLC, alleato di Ortega, lavora attivamente per attrarre voti e costituirsi in un antidoto all'astensione.
Nel frattempo, il deputato liberale e filo-alemanista ed oggi candidato nelle liste di Ortega, Wilfredo Navarro, ha annunciato che presenterà un disegno di legge per sanzionare come reato, punibile con il carcere, la propaganda in pubblico o mediante qualsiasi mezzo di comunicazione dell'astensione.

Passo dopo passo

Questo momento cui la cecità del potere sta portando il Paese ha una storia dietro le spalle. Non appare dal nulla. Èstato preparato passo dopo passo.
Il 13 Novembre 2008, appena una settimana dopo le elezioni municipali che videro la prima delle quattro frodi elettorali commesse in questi anni da Ortega, il Procuratore Generale della Repubblica, Hernán Estrada, si presentò al Centro Nicaraguense per i Diritti Umani (CENIDH) con un messaggio in cui voleva esternare di fronte al gruppo di difensori dei diritti umani di tale istituzione nonché ad un folto gruppo di giornalisti ivi convenuti in cerca di informazioni su ciò che stava accadendo in quaranta punti centrali di Managua, dove gruppi di vandali armati terrorizzavano la popolazione e decine di dipendenti pubblici sventolavano bandiere rossonere del partito di governo in difesa del risultato elettorale truccato e imposto da Ortega.
Quel pomeriggio, il procuratore Estrada cercò di minimizzare ciò che stava accadendo nelle strade della capitale, affermando: «Se il Capo dello Stato e leader politico del Fronte Sandinista, Daniel Ortega, volesse convocare i suoi sostenitori in piazza non resterebbe pietra su pietra in questo Paese, di nessuna stazione radiofonica o televisiva, o di qualunque media lo avversi. Dovremmo essergli grati che non l'abbia fatto, per la saggezza e serenità del governante che abbiamo».
Vilma Núñez de Escorcia, presidente del CENIDH, commentò davanti ai giornalisti perplessi: «Si tratta di una minaccia. E, pure, una tacita ammissione che chi promuove la violenza che stiamo osservando è il Presidente Daniel Ortega».
Da quando quell'avvertimento è stato lanciato otto anni fa, il Capo dello Stato e leader politico del partito di governo è andato smantellando, pietra su pietra, molti media e tutte le istituzioni nazionali.
Oggi, alla vigilia della sua settima candidatura presidenziale e del suo terzo mandato consecutivo, restano poche pietre dell'edificio democratico che il Nicaragua aveva iniziato a costruire con tanta difficoltà nel 1990. Oggi, completata la demolizione, Ortega annuncia sulle macerie la costruzione della sua dinastia.

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