«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NICARAGUA / Contadini in armi contro il governo: una tragedia che si ripete

L'incapacità, l'insensibilità e la mancanza di volontà politica dei governi che il Nicaragua ha avuto dal 1990 ad oggi di riconoscere e affrontare gli effetti residuali della guerra civile degli anni '80, hanno fatto sì che il ricorso alla violenza politica armata sia vista come l'unica opzione che resti ai dimenticati per sempre. Nei fatti, per molti contadini la lotta armata è l'unico modo per riscattare la dignità rubata ed i diritti conculcati.

Di Roberto Cajina, consulente in materia di sicurezza, difesa civile e governance democratica. Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

Anche se le autorità militari e di polizia smentiscono l'esistenza di gruppi armati con motivazioni politiche nel Nord e nella costa caraibica del Nicaragua, ribellatisi al governo di Daniel Ortega, tali gruppi esistono e le tattiche per neutralizzarli sono le stesse che le forze di sicurezza hanno impiegato dopo la fine alla guerra civile degli anni '80 contro coloro che si riarmavano per motivi diversi.

All'inizio, la protesta era civica

Le stesse tattiche furono usate dalle forze di sicurezza anche nei confronti degli ex della Resistenza Nicaraguense (la cosiddetta Contra negli anni '80, ndr) che, abbandonando le armi si reintegravano alla vita civile: esecuzioni extragiudiziali, colpi di mano, operazioni di intelligence, omicidi selettivi... Nel corso degli anni ci sono stati esempi emblematici dell'utilizzo di tali tattiche: omicidi mascherati da incidenti stradali, delitti passionali, “regolamenti di conti” per vecchie faide personali... Tante “morti misteriose”, come quella di Enrique Bermúdez, alias Comandante 3-80, assassinato nel Febbraio 1991 nel parcheggio di un hotel a Managua, crimine mai chiarito; o come quelle di Denis Ciriaco Palacios Cruz, alias Charro, e di suoi compagni del Fronte Unito “Andrés Castro” (FUAC), uccisi nel 1996 nell'operazione denominata “Cavallo di Troia”, uccisi da una bomba collocata in un apparecchio di radio-comunicazione di quelli che l'esercito usava in quegli anni. Quasi vent'anni dopo, nel Gennaio 2015, in località El Portal, nei pressi di Santa María de Pantasma, dipartimento di Jinotega, un più moderno apparecchio di radio-comunicazione, sistemato dentro uno zaino, ha ucciso due rearmados, noti con gli pseudonimi di Sereno e Nacho, mentre l'agricoltore proprietario dell'azienda in cui si è verificata l'esplosione, Modesto Duarte Altamirano, è stato torturato e assassinato sommariamente.
Ma, chi sono i rearmados, vale a dire quelli che sono tornati ad imbracciare le armi? In alcuni video disponibili in rete si vedono contadini umili armati ed altri agricoltori non direttamente coinvolti in questo nuovo processo di riarmo che non nascondono il rispetto e l'ammirazione che provano per essi. Gente che esprime il proprio rifiuto degli abusi e delle atrocità commessi dall'Esercito e dalla Polizia. Si tratta di contadini che hanno cominciato a protestare civilmente rivendicando i diritti violati, la democrazia e la libertà e che, al non essere ascoltati, hanno imbracciato le armi per far fronte alla risposta violenta del governo e delle sue forze di sicurezza.

Il riarmo: l'effetto residuale più pericoloso di ogni guerra

Indipendentemente da come si risolva, per via militare o mediante negoziato politico, ogni guerra – all'interno di uno Stato o fra Stati, convenzionale o irregolare – genera, una volta conclusa, diversi e inevitabili effetti residuali, o secondari, alcuni prevedibili, altri difficili da prevedere. Il più comune e prevedibile, e in effetti il più pericoloso di essi, è il riarmo degli ex combattenti di una o di entrambe le parti che erano in conflitto. È il più pericoloso perché prolunga per una fase difficilmente determinabile lo spargimento di sangue, l'angoscia, l'incertezza e l'inquietudine tra la popolazione civile, e in qualche modo, contribuisce all'instabilità politica ed economica.
In generale, il riarmo di ex combattenti esprime il rifiuto e l'insoddisfazione per i termini raggiunti alla fine della guerra, siano essi imposti dal vincitore o concordati fra le parti. Nel mancato rispetto per gli accordi bisogna tenere conto anche dell'influenza di attori interni ed esterni che incoraggiano e sostengono politicamente quanti si riarmano.
All'origine del più pericoloso degli effetti residuali della guerra civile in Nicaragua c'è il debole, imperfetto e incompiuto processo di pacificazione, concepito dalle autorità civili e militari come un semplice e meccanico esercizio di smobilitazione e disarmo dei combattenti. All'urgenza di porre fine alla guerra degli anni '80 si è sommata la mancanza di una visione strategica del “giorno dopo” e la mancanza di risorse necessarie per sostenere finanziariamente l'integrazione economica e sociale degli ex combattenti. Il risultato è stato devastante: migliaia di uomini e donne che hanno combattuto su entrambi i fronti per la libertà e per i loro diritti sono stati abbandonati alla loro sorte, sentendosi ingannati e frustrati.

I quattro fattori scatenanti del primo riarmo

Il ciclo disarmo-riarmo degli ex combattenti della guerra civile combattuta in Nicaragua tra il 1979 e il 1990 si è prodotto in tempi diversi e ha avuto diverse cause e espressioni. Con un denominatore comune: intolleranza e intransigenza, stratagemmi e falsità, mancanza di volontà politica...
Quando nel 1991 la Contra ufficialmente consegnò le armi in San Pedro de Lóvago, dipartimento di Chontales, i nicaraguensi pensavano, e soprattutto desideravano ardentemente, che la violenza politica armata, che ciclicamente devasta il Paese, non fosse ormai che un ricordo, e che mai e poi mai si dovesse ricorrere alle armi per risolvere le divergenze politiche. Purtroppo, non è stato così.
Secondo la storica messicana Verónica Rueda, autrice del libro Recontras, Recompas, revueltos e Rearmados (in pratica, i vari nomignoli utilizzati nel corso degli anni da chi aveva ripreso le armi, ndr) – pubblicato nel 2015, la migliore e più completa ricerca realizzata finora sul tema – i fattori scatenanti della prima fase di riarmo (1990-1993) sono stati quattro.
Il primo, l'insicurezza: sia gli ex della Resistenza Nicaraguense che dell'Esercito Popolare Sandinista temevano per la loro sicurezza.
In secondo luogo, la capacità che entrambe le forze conservarono di recuperare le armi. I comandos della Contra smobilitarono, ma gran parte delle armi da loro utilizzate restarono al sicuro. Lo stesso accadde con i militari sandinisti. Inoltre, dopo la sconfitta elettorale del Febbraio 1990, il governo uscente dell'FSLN consegnò circa 100 mila AK (i noti kalashnikov, ndr) alla popolazione civile nelle campagne e nelle città. Una quantità considerevole di queste armi furono nascoste in depositi clandestini.
Il terzo fattore scatenante è stato il mancato rispetto degli accordi di smobilitazione e reinserimento. E il quarto, l'irrisolto problema agrario.
Iniziò così una sorta di spirale di riarmo-negoziazione-disarmo di recontras (cioè degli ex contras che si erano risollevati in armi, ndr), recompas (cioè degli ex dell'Esercito Popolare Sandinista anch'essi di nuovo in armi, ndr), revueltos (cioè ex contras e/o recontras, nonché ex dell'Esercito sandinista e/o ex sandinisti e/o recompas, ndr), in cui, secondo le parole di Rueda, si confondevano, in alcuni casi, richieste economiche, sociali e politiche con forme di banditismo sociale: saccheggi, saccheggi, furti, blocchi stradali a scopo estorsivo, tutti comportamenti antisociali privi di giustificazione, alimentati da disperazione e frustrazione nel vedere che gli accordi di disarmo non venivano rispettati. Da quelle delusioni alla ricerca di un modo per soddisfare i bisogni il passo fu breve.

Inganni e delusioni nel Nicaragua rurale

In ultima analisi e in buona misura, sono stati i governi che non hanno onorato gli impegni ad avere la responsabilità della degenerazione delle giuste rivendicazioni di coloro che avevano dato tutto e dopo la guerra stavano peggio di prima, avendo perso quel poco che avevano e, invece di essere riconosciuti, sono stati stigmatizzati e disprezzati. «Nel Nicaragua rurale si sono accumulati inganni, delusioni e rabbia», ha efficacemente riassunto tale tragedia la sociologa María Angélica Fauné.
Durante il governo di Violeta Barrios de Chamorro furono firmati oltre 50 accordi con i diversi gruppi di ex combattenti che poi si riarmarono. Nessuno di essi è stato pienamente rispettato. Dall'inganno alla sfiducia, alla frustrazione, all'inevitabile frustrazione. L'urgenza conduce alla violenza.
È questa la spirale perversa in cui sono intrappolati molti nicaraguensi e, in definitiva, il Paese intero. Il circolo vizioso si è andato chiudendo sempre più a seguito degli abusi commessi dall'attuale regime, che nel recente passato inalberava la bandiera di “operai e contadini al potere” e ora strombazza lo slogan “Il popolo presidente”. Nei fatti, la violenza armata è per molti contadini l'unico modo di salvare la dignità strappata e i diritti violati.
L'incapacità, l'insensibilità e la mancanza di volontà politica dei governi che si sono succeduti dal 1990 ad oggi di riconoscere e affrontare il fenomeno degli effetti residuali della guerra civile hanno hanno fatto sì che il ricorso alla violenza politica armata sia vista come l'unica opzione che resti ai dimenticati per sempre.
Il governo sandinista degli anni '80 non si rese conto o ignorò la natura, l'idiosincrasia, la storia, la cultura e le tradizioni dei contadini delle regioni centrali e settentrionali e dei diversi gruppi etnici caraibici del Nicaragua; fino a quando questi non presero le armi, dando inizio ad una guerra civile. Il governo di Daniel Ortega, insediatosi nel Gennaio 2007 sembra non aver imparato la lezione: ripete gli errori di allora e ne fa di nuovi.

Febbraio 2002 / Luglio 2010: 77 mesi senza guerra

L'annientamento dello stato maggiore e dei superstiti del Fronte Unito “Andrés Castro” (FUAC), conclusosi nel Febbraio 2002, sembrò segnare la fine della violenza politica armata in Nicaragua, dopo oltre due decenni di un ciclo di sanguinosa guerra-rivoluzione-guerra. Tuttavia, così non è stato: otto anni e cinque mesi dopo, a metà Luglio 2010, sono riapparsi gruppi armati con motivazioni politiche.
C'è stata pace tra il Febbraio 2002 e il Luglio 2010? No, solo assenza di guerra. Quei 77 mesi non sono stati un periodo di pace e tranquillità sociale, ma violento in cui si sono moltiplicati i reati comuni, in particolare contro la vita e la proprietà: gli annuari statistici della Polizia Nazionale riportano un aumento del 44,76% degli omicidi, passati dai 554 del 2002 agli 802 del 2009; nello stesso periodo, i reati contro la proprietà sono aumentati del 51,98%, passando da 47.057 ai 71.473. È possibile leggere dietro queste cifre gli effetti residuali e imprevisti della guerra.

Oggi, un processo di involuzione autoritaria

Dopo tre sconfitte elettorali consecutive (1990, 1996, 2001) Daniel Ortega si è imposto nelle elezioni generali del Novembre 2006 con appena il 38% dei voti validi, grazie alle riforme della Costituzione e della legge elettorale, nucleo essenziale del patto Ortega-Alemán del 1999 in base al quale PLC (Partito Liberale Costituzionalista) e FSLN (Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale) si sono spartiti il potere.
Durante la campagna elettorale del 2006, Ortega promise un governo di “unità e riconciliazione nazionale”, ma ben presto cominciò a smantellare l'impalcatura della fragile democrazia che si cominciava a costruire.
L'involuzione autoritaria del regime guidato da Daniel Ortega in questi dieci anni è più che evidente. L'istituzionalità democratica è stata completamente smantellata. Egli esercita il controllo assoluto sui quattro poteri dello Stato (Esecutivo, Legislativo, Giudiziario ed Elettorale) e su tutte le istituzioni (Procura, Ragioneria, enti decentrati ed autonomi, Comuni), ed è riuscito a fare in modo che l'Esercito e la Polizia cessassero di essere istituzioni nazionali per diventare corpi armati che assecondano il suo progetto continuista. Inoltre, il Paese ha assistito a successive frodi elettorali nelle elezioni comunali del 2008 e 2012, in quelle generali del 2011 e nelle regionali del Caribe nel 2009 e 2014. Il predominio del partito è evidente in tutti i sottosistemi del sistema educativo nazionale, compresa l'istruzione superiore pubblica. Mentre all'intesa con il grande capitale e l'impresa privata si accompagna la sottomissione dei sindacati dei lavoratori.

Il fattore scatenante dell'attuale riarmo

L'involuzione autoritaria del regime di Ortega rappresenta il fattore scatenante dell'attuale ciclo di riarmo. L'emergere di gruppi armati con scopi politici in questa fase resta un po' confuso e le informazioni al riguardo sono poche e frammentate.
In un video pubblicato su YouTube l'8 Aprile 2015 si sostiene che il Coordinamento Guerrigliero Nicaraguense (CGN) sarebbe stato fondato il 17 Settembre 2007: tuttavia, si hanno notizie di azioni armate di questo gruppo soltanto cinque anni dopo. Quando, a fine Settembre 2012, un gruppo comandato da Gerardo de Jesús Gutiérrez, alias El Flaco, assalta e occupa la stazione di polizia di San Antonio de Kukarawala, nel Caribe Sur (cioè nella parte meridionale della costa atlantica, ndr). Tre mesi dopo, nel Dicembre 2013, i media riportano l'uccisione di Alberto Midence, noto come Emmanuel oppure El Flaco Midence, membro del Comando Patriottico Nicaraguense (COPAN), che sarebbe avvenuta a El Paraíso, in Honduras. Quindi, il 10 Giugno 2014, El Flaco rimane ferito in un confuso incidente in Honduras, a 20 chilometri dalla frontiera con il Nicaragua. Entrambi i fatti sembrano dimostrare l'ampio raggio d'azione delle operazioni di intelligence dell'Esercito nicaraguense, che inizia ad agire contro i capi di questi gruppi in azioni che ricordano gli omicidi di ex comandanti della Resistenza Nicaraguense, così comuni negli anni '90.

Yajob: il primo a ribellarsi in armi

José Garmendia, originario di Estelí (nel Nord del Nicaragua, ndr) aveva fatto parte della Contra negli anni '80 e, molti anni dopo, era stato funzionario di ENACAL (Empresa Nicaragüense de Acueductos y Alcantarillados, cioè la società nicaraguense di acquedotti e fognature, ndr) durante il governo di Arnoldo Alemán. A metà Luglio 2010, si fa conoscere con lo pseudonimo di Yajob. Da quella data, inizia a comunicare con i media annunciando di aver ripreso le armi contro il governo di Daniel Ortega. In un'intervista radiofonica, dichiara di guidare un gruppo armato denominato Forza Democratica Nicaraguense (FDN), assicurando non si tratti dell'unico gruppo armato nel Paese. Per Esercito e Polizia, la sua è una banda di criminali comuni con conti in sospeso con la giustizia e accusano Yajob dell'assassinio di Piranha, un ex della Resistenza Nicaraguense; accusa che Yajob respinge enfaticamente.
Il pensiero politico di Yajob appare semplice e chiaro, e rivela una buona conoscenza della realtà nazionale. Con un anno e mezzo di anticipo, denuncia i brogli che Daniel Ortega stava preparando per le elezioni generali del Novembre 2011, come in effetti si verificarono. Quindi, accusa Esercito e Polizia di essere al servizio degli interessi di Ortega quando ciò non era ancora così evidente e almeno i militari salvavano ancora le apparenze. Invita il popolo a «lottare contro la dittatura e il patto» Alemán-Ortega e a collaborare con gli armati, sapendo di non poter contare sul finanziamento degli Stati Uniti che la Resistenza Nicaraguense aveva ricevuto negli anni '80. Considerandosi il braccio armato del popolo, Yajob annuncia, pertanto, che rimarrà nascosto nella montagna in attesa del sostegno che il popolo gli darà. E dalla montagna lancia un severo monito, che evoca una funesta costante nella storia politica del Nicaragua: «Il tiranno Daniel Ortega non se ne andrà con le buone, lo tireremo giù a fucilate!».

Si istituzionalizzano le esecuzioni extragiudiziali

In un'intervista radiofonica, Yajob rivela che ufficiali dell'esercito gli avrebbero offerto benefici in cambio della sua smobilitazione e disarmo: «Mi hanno offerto dollari – afferma – e una fattoria, e mandato a dire di risolvere così il problema». Ma Yajob respinge l'offerta. E non potendo comprarlo, lo assassinarono. Con un'operazione di intelligence, il 14 Febbraio 2011, otto mesi dopo la sua sollevazione in armi, un gruppo di militari in abiti civili avanza per l'unico sentiero che porta al suo nascondiglio, supera tre anelli di sicurezza e lo colpisce a morte, alla schiena: un proiettile gli perfora la vena femorale della gamba, causando il suo dissanguamento. Una tipica esecuzione extragiudiziale.
La fine, in Honduras, di Santos Guadalupe Joyas Borge, alias Pablo Negro, membro del Coordinamento Guerrigliero Nicaraguense (CGN), è del tutto simile a quella di El Flaco Midence. Pablo Negro viene assassinato il 6 Gennaio 2012 e il suo corpo viene trovato una settimana dopo. Sono evidenti un colpo in fronte, uno nell'addome e segni di tortura. Tutto ciò appare nel rapporto che Roberto Petray, allora direttore esecutivo dell'Associazione Nicaraguense per i Diritti Umani (ANPDH) presenta il 25 Gennaio dello stesso anno alla direttrice della Polizia Aminta Granera: «è stato assassinato» afferma Petray con nettezza.

Da quando i delinquenti occupano posti di polizia?...

L'Esercito del Nicaragua ha sostenuto, da allora e numerose altre volte, che tutti questi gruppi non sono altro che «espressioni delinquenziali». Tuttavia, appare insolito che gruppi di “delinquenti” assaltino posti di polizia...
In una delle prime azioni offensive di tali gruppi armati di cui si abbia conto, la notte del 27 Settembre 2012, forze del CGN – che nella versione dell'Esercito altro non sono che un gruppo criminale – al comando di Joaquín Torres Días, alias Cascabel, attaccano la stazione di polizia di San Antonio de Kukarawala, nella zona di La Hachita, municipio El Tortuguero, nel Caribe Sur. Nello scontro muore un poliziotto e gli irregolari si impadroniscono di due fucili AK, una pistola 9 mm ed un fucile da caccia. «Si stanno armando per intraprendere la lotta, stando a quel che si sente dire», riferisce un residente locale. In relazione all'azione, Cascabel sostiene di non aver commesso alcun crimine, avendo lasciato liberi un sottufficiale e un volontario di polizia, nonostante il primo ricattasse i genitori di giovani catturati per liberarli.
Due anni più tardi, il 30 Novembre 2014, un gruppo armato al comando del comandante Invisible attacca la stazione di polizia di San Pedro del Norte, giurisdizione di Ubú Norte, Paiwas, Caribe Sur. Un sottufficiale resta ferito e un poliziotto viene sequestrato.
Più di recente, il 25 Febbraio 2016, un gruppo armato di AK nuovi e fucili da caccia a ripetizione attacca e dà fuoco alla stazione di polizia di Las Golondrinas, dipartimento di Jinotega. «Lottano contro il governo», secondo gli abitanti del villaggio, aggiungendo di identificarsi con i comandos de la libertad, come nella guerra degli anni '80.

“Ci siamo armati a causa della sconfitta della democrazia”

Nessuno dubita che i criminali comuni siano audaci, ma la loro audacia non li porta ad assaltare stazioni di polizia, proprio perché altri sono gli obiettivi della loro attività delinquenziale. Per quale ragione una “espressione di delinquenza criminale” dovrebbe occupare un posto di polizia?
Il comandante Cascabel lo spiega così: «Non abbiamo voluto uccidere nessuno, ma a chi si oppone a noi dobbiamo sparargli con i nostri fucili e siamo già molto ben armati. Non pensino che saremo noi a fuggire. Voglio dire al mondo intero che siamo uomini molto umili e semplici, molto contadini, ma siamo anche pronti a versare il nostro sangue per questa Patria». Nello stesso video caricato su YouTube, Torres Díaz sostiene, inoltre, di aver preso le armi a seguito della «sconfitta della democrazia», delle violazioni della Costituzione perpetrate da Daniel Ortega, dei brogli elettorali e della mancanza di rispetto dei diritti costituzionali dei nicaraguensi, tra cui il diritto a scegliere.
Il 15 Aprile 2013, un comunicato stampa dell'Esercito rende noto che nel corso dell'operazione speciale denominata Reptil, nella zona di San Rafael de Escalera, 27 chilometri a Nord-Ovest di Wapí, nel Caribe Sur, i soldati hanno intercettato una «espressione criminale composta da undici elementi armati» che avrebbero «aperto il fuoco» e che «nello scontro è rimasto ucciso il capo di tale espressione criminale, Joaquín Torres Díaz, alias El Cascabel».
Operazione speciale Reptil? Ovviamente, si è trattato di un colpo di mano ideato, organizzato e realizzato per eliminare in modo selettivo Cascabel, come del resto il nome dato all'operazione speciale (Rettile, ndr) chiaramente insinua.

Caratteristiche di questo movimento contadino

I gruppi armati sorti in Nicaragua da quando José Garmendia si è alzato in armi a metà Luglio 2010 contro il governo di Daniel Ortega si caratterizzano per la loro frammentarietà, il numero relativamente ridotto di uomini, l'assenza di un coordinamento centrale, la mancanza di un proposta programmatica attrattiva e viabile, le scarse se non inesistenti risorse economiche, i limitati mezzi militari in termini di armamenti e attrezzature, l'inesistente appoggio internazionale, e l'insufficiente capacità di attrarre e reclutare la popolazione contadina.
Nella maggioranza dei casi quanti si sono sollevati in armi sono stati comandos della Resistenza Nicaraguense negli anni '80 che hanno preso tale decisione individualmente; alcuni con militanza politica dichiarata dopo la smobilitazione degli anni '90 e il reinserimento nella vita civile, e che hanno reagito spontaneamente – secondo quanto emerge dalle dichiarazioni di alcuni di loro ai media e diffuse sui social-networks – alla concentrazione di potere e all'ambizione dittatoriale continuista di Daniel Ortega, ai suoi abusi, arbitrarietà e violazioni della Costituzione, al grave deterioramento della democrazia, alla violazione dei loro diritti, in particolare il diritto ad eleggere liberamente le proprie autorità perché queste rappresentino i loro interessi più sentiti.
Nonostante tutti i suoi limiti, è chiaro che si tratta di un movimento contadino armato in divenire, con possibilità di sviluppo e crescita estremamente limitate, proprio per le sue caratteristiche.

Contadini ribelli in un Paese sempre meno rurale

Il Nicaragua sta diventando un Paese prevalentemente urbano. Tra i fattori che hanno catalizzato questo processo di progressiva des-campesinización(abbandono delle campagne da parte dei contadini, ndr),la migrazione dall'agro alle città a partire dagli anni '60 e quella provocata dalla guerra civile (1979-1990).
La popolazione urbana del Nicaragua, che secondo dati della Banca Mondiale rappresenta già quasi il 60% della popolazione totale, è rimasta e rimane relativamente estranea alle rivolte contadine armate, un fenomeno ricorrente nella storia politica del Paese. In qualche modo, lo stesso atteggiamento si osserva anche tra contadini di alcune zone rurali, vuoi per paura o per realismo. È il caso di Edgard Montenegro, agricoltore che negli anni '80, quando combattè nella Contra, era il capo di Gerardo Gutiérrez, El Flaco, e che oggi vive nella stessa comunità rurale. Questi racconta che El Flaco sarebbe passato due volte per la sua fattoria, e in una di queste visite lo avrebbe «esortato a seguirlo». Al che Montenegro avrebbe risposto di no, non vedendo «possibilità (di sviluppo della lotta armata, ndr) in questo momento».

Sacrificio, tragedia e dramma

Sono note le debolezze e carenze dei contadini armati nelle montagne del Nord e nel Caribe di fronte ad un nemico che dispone di tutte le risorse per affrontarli e neutralizzarli. In particolare, risentono di un ridotto numero di combattenti, dell'assenza di nuove leve, di una limitata potenza di fuoco, di risorse materiali insufficienti, della mancanza di sostegno economico nazionale ed internazionale e, di conseguenza, della mancanza di una retroguardia strategica.
Senza il minimo dubbio si può affermare che non sono in grado di costituire una minaccia strategica per il regime autoritario di Daniel Ortega. Le loro limitate capacità si sono ulteriormente ridotte operativamente da quando hanno iniziato a compiere piccole azioni tattiche: attacchi occasionali a piccoli e remoti posti di polizia, imboscate a piccole pattuglie militari, limitato lavoro di propaganda politica nei settori di popolazione rurale in cui si muovono. Questo è il loro dramma. E finora nulla sembra indicare che queste debolezze e carenze possano essere superate, nemmeno a medio termine.

“Nessuno ci rispetta”

È innegabile che Esercito e Polizia abbiano seminato il terrore in molte comunità rurali del Nord del Nicaragua, in particolare nelle aree in cui si muovono i gruppi armati.
Reyna Hernández e suo marito sono agricoltori di Wamblán, al confine con l'Honduras: «Abbiamo paura – dice – perché viviamo in comunità molto isolate e siamo stati minacciati perché dicono che siamo coinvolti con questa gente». Ma, secondo lei e suo marito, Esercito e Polizia li intimidiscono perché oppositori del governo Ortega. Per loro, guerra significa distruzione e non vogliono che i loro figli «vadano a morire, perché avevamo già una democrazia in Nicaragua» e se questa non c'è più «la colpa è di Daniel Ortega».
Aggiunge Julio Meza Zeledón, della comunità di Anisales: «Anche noi abbiamo paura, perché non abbiamo sicurezza, perché qui nessuno ci rispetta come contadini che siamo».

Un discorso contadino e un altro urbano

C'è una notevole differenza tra il contenuto delle comunicazioni di alcuni dei capi dei gruppi armati e quello di alcune istanze che si presume siano state organizzate dagli stessi gruppi armati: in particolare, il discorso dell'Alleanza Forza Democratica “Comandante 3-80” e del Coordinamento Guerrigliero Nicaraguense (FDC 3.80-CGN) proclamato in un video caricato in rete il 25 Febbraio 2015. In esso, si presenta una «Agenda Nazionale di 7 punti strategici» in un linguaggio che non sembra diretto a contadini, quanto ad un pubblico urbano istruito. È forte il contrasto con le parole dei contadini armati, Yajob, El Flaco, Invisibile, Pelón, Colocho e Cascabel, che impiegano un linguaggio semplice e diretto, senza giri di parole, capace di arrivare alla popolazione rurale come a quella urbana.
Ciò non toglie importanza alla “Agenda”, uno sforzo per sviluppare una proposta di programma in cui si affrontano, pur senza entrare in dettagli, questioni chiave come la fine della dittatura, questioni internazionali, come l'influenza di Russia, Cina, Cuba e Venezuela in Nicaragua, e altri temi come l'abolizione dell'esercito, il ripristino della democrazia, della pace e dello Stato di Diritto, il rispetto dei diritti umani fondamentali e la concertazione fra tutti i soggetti economici. Inoltre, non mancano argomenti più specifici del settore rurale: la agro-industrializzazione delle campagne al fine di aumentare il commercio e aprire nuovi mercati, la previdenza sociale per i contadini, la formazione tecnica e l'assistenza finanziaria al settore rurale.

La logica criminale delle esecuzioni extragiudiziali

Dall'esecuzione di José Garmendia, alias Yajob, avvenuta il 14 Febbraio 2011, a quella di Enrique Aguinaga, alias Invisible, almeno sette capi di gruppi armati sono stati uccisi in modo selettivo in operazioni di intelligence condotte dall'Esercito, ed un numero imprecisato di ribelli contadini sono morti in scontri con forze militari o di polizia; cui si aggiungono i civili innocenti uccisi in queste operazioni. Non si conosce il numero di persone catturate e né la polizia, né la procura danno conto dei processi che si suppone siano in corso nei loro confronti.
Le uccisioni mirate sembrano essere diventate la forma preferita dai militari per combattere i gruppi armati. Yajob è stato il primo a cadere nella guerra di eliminazione selettiva diretta contro i capi di questi piccoli e frammentati gruppi armati. La logica di tale tattica operativa – le esecuzioni extragiudiziali – è tanto criminale quanto semplice: eliminando il capo del gruppo, quest'ultimo si disarticola, il pericolo viene neutralizzato e la minaccia scompare.
Ed è anche un modo per mettere a tacere definitivamente i capi degli armati. Perché se venissero catturati e processati, avrebbero almeno l'opportunità di testimoniare in tribunale che non sono delinquenti, che hanno preso le armi per “difendere la sovranità del Nicaragua che questo governo ha consegnato ai cinesi”. O per dire: «Siamo qui perché siamo pronti a versare il nostro sangue per questa Patria», come affermato, quando ne hanno avuto l'opportunità, da Cascabel e Invisible.
Se si presentassero in tribunale avrebbero, inoltre, la possibilità di denunciare gli abusi subiti dai contadini per mano dell'Esercito e della Polizia. Ma è questa l'opportunità che non vogliono dare loro e per questo hanno deciso di eliminarli in modo selettivo mediante esecuzioni extragiudiziali.

Sordi che non vogliono sentire, ciechi che non vogliono vedere

Il coro non è nutrito, ma dal capo dell'Esercito e dalla direttrice della Polizia ai capi delle regioni militari e delle delegazioni dipartimentali della Polizia, il ritornello è sempre lo stesso: “Non ci sono gruppi armati in Nicaragua”.
Il comandante in capo dell'Esercito, il generale Julio César Avilés, non si stanca di ripetere: «Non ci sono elementi armati, ma elementi criminali che spesso si raggruppano per commettere reati». Fa eco la prima Commissaria Aminta Granera: «Ripeto ancora una volta: in Nicaragua non ci sono gruppi armati con fini politici. Ma bande criminali che affliggono diverse parti del Paese».
La realtà li smentisce. Video, pagine Facebook, dichiarazioni e testimonianze di familiari e vicini rese alle organizzazioni di difesa dei diritti umani, comunicati diffusi dai media, rivelano ciò che Avilés e Granera inutilmente cercano di negare: sì, ci sono gruppi armati con motivazioni politiche nel Nord del Nicaragua.
E lo affermano anche organismi di difesa dei diritti umani e vescovi della Chiesa cattolica, tra i quali quelli di Estelí, Abelardo Mata, di Jinotega, Carlos Herrera, e di Matagalpa, Rolando Álvarez; quest'ultimo è stato categorico: «Sì, assolutamente, questi gruppi ci sono. Non sappiamo se siano collegati tra di loro. Ma ci sono».
Il vescovo di Estelí insiste sul fatto che «ci sono rearmados contrari al governo; abbiamo più volte richiamato l'attenzione senza che qualche persona sensata prestasse attenzione ed ecco i risultati. Non lo diciamo perché siamo contro il governo o a favore dei gruppi armati perché la via (per cambiare, ndr) resta quella civica». Anche l'arcivescovo di Managua ed oggi cardinale, Leopoldo Brenes, ha assecondato le dichiarazioni del vescovo Mata.
La chiara affermazione dell'esistenza di questi gruppi armati di matrice politica nel Nord del Nicaragua confuta la tesi dei capi militari e di polizia che si ostinano a negarla, bollando come delinquenti, criminali, estorsori, narcotrafficanti e ladri i loro integranti.

Legami con il narcotraffico?

Il vescovo Herrera avanza un'ipotesi piuttosto controversa, accennando alla possibilità di un collegamento tra armati e narcotrafficanti: «Ci sono alcuni – ha affermato – che sono appoggiati dai corrieri della droga. Ma lo fanno per sensibilizzare la gente a non accettare tutte le arbitrarietà del governo, almeno dicono...».
Non si può scartare che alcuni gruppi armati, date le loro precarie condizioni materiali, abbiano relazioni con i narcotrafficanti che si muovono nelle aree in cui operano.
Ana Margarita Vijil, presidente del Movimento Rinnovatore Sandinista (MRS) si dice d'accordo con i tre vescovi: «Esercito e Polizia – ha dichiarato alla Associated Pressmentono al negare che ci siano gruppi armati o che questi non abbiano motivazioni politiche... Nel chiudere le porte alla via istituzionale, il governo Ortega è responsabile di ciò che accade nel Nord del paese... Sono contadini che vedono i loro diritti violati e per questo riprendono le armi. Tra gli armati ci sono ex della Contra e vecchi sandinisti».
Secondo Vijil c'è anche il rischio della comparsa di gruppi armati alla frontiera tra Nicaragua e Honduras: «Lì si apre un'opportunità per il narcotraffico. Se ci sono contadini in montagna che hanno bisogno di munizioni, armi o viveri si possono aprire spazi per i corrieri della droga. Se si chiudono gli spazi democratici, se ne aprono altri per altri attori».
Tuttavia, quando si parla di “droga”, “corridoio della droga” o “narcotraffico” in generale, è bene precisare che, specificamente a Jinotega, non ci si riferisce alla cocaina, ma alla marijuana, che si coltiva in piccoli appezzamenti in diverse aree del dipartimento. Nella campagna di discredito lanciata da Esercito e Polizia, i gruppi armati con motivazioni politiche sono spesso presentati come “narcotrafficanti”, connotazione di solito associata a persone legate ai cartelli internazionali che contrabbandano grandi quantità di droghe e che sono coinvolte in attività connesse, quali il riciclaggio di denaro. Ovviamente, i contadini sollevati in armi in alcune zone del Nord e del Caribe sono lontani dal somigliare a “quei” narcotrafficanti.

Delinquenti che chiedono elezioni libere, giuste e trasparenti?

È ovvio che accusandoli di essere delinquenti e criminali Esercito e Polizia mirano a screditare quanti si sono sollevati in armi per una causa giusta che si può riassumere in quattro parole: lotta per la democrazia.
Èpossibile che il discorso ufficiale che li squalifica, ripetuto fino alla nausea, faccia presa in alcuni settori della popolazione. Ma sono gli stessi contadini armati a rimettere le cose in chiaro. Enrique Aguinaga, comandante Invisible, era un contadino che si era alzato in armi contro l'attuale governo. Nel video La verdad sobre los grupos armados contra Daniel Ortega, presidente inconstitucional de Nicaragua (La verità sui gruppi armati contro Daniel Ortega, presidente incostituzionale del Nicaragua, ndr), Invisible appariva imbracciando un AK-47 pieghevole, apparentemente nuovo, con caricatore a tamburo, pistola, cellulare e granate alla cintura. Lo scortava un altro armato, con identico fucile, ma dal caricatore normale, ed era accompagnato da tre comandantes: Pedro, Jinotega e Matagalpa. Nel video, spiegava di aver preso le armi a seguito della «violazione della Costituzione della nostra Repubblica» e della mancanza di libere elezioni, «nonostante lo stesso Ortega si fosse impegnato negli accordi di Esquipulas 2 del 1987 di fronte ai cinque governi centroamericani di indire libere elezioni, e che mai più la guerra sarebbe tornata in Nicaragua. E oggi vediamo che era una menzogna e ci ha costretto tutti i nicaraguensi a riprendere in mano il fucile». Per Invisible, le elezioni libere sono «una necessità per tutti i nicaraguensi»; di qui la richiesta, proclamata «a gran voce dalle montagne di La Cruz de Río Grande (Caribe Sur)» di «elezioni libere, giuste e trasparenti, e che il nostro voto sia rispettato, che vengano verificati tutti i verbali di seggio, e che in Nicaragua non ci siano più guerre, perché se non ci saranno elezioni libere reagiremo contro questa dittatura». Per concludere: «Chiediamo a tutti i nicaraguensi di unirsi a questa lotta e vi diciamo che Enrique Aguinaga, comandante Invisible, non si tirerà indietro, che Enrique Aguinaga non si arrende né si svende».
Nel video si vedono una trentina di uomini armati con AK-47, la maggior parte pieghevoli, vestiti in uniformi di color verde oliva, tute di lavoro o abiti civili, zaini, alcuni con cappelli simili a quelli del servizio militare degli anni '80 e altri con berretti, muovendosi fra l'erba alta di un pianoro verso una zona boschiva, dietro la quale si profilano montagne azzurrine coperte di nebbia.
Il 30 Aprile 2016, Invisible è stato catturato, picchiato, torturato e ucciso da soldati dell'Esercito a Palancito, nella zona di Wanawás, 22 chilometri a Nord di Río Blanco, Matagalpa. L'Esercito sostiene sia morto in uno scontro con una pattuglia militare che perseguiva tre o quattro uomini che avevano rubato del bestiame e che erano stati denunciati per estorsione. I familiari di Aguinaga sostengono invece che questi sia stato crivellato di colpi all'uscire dalla casa in cui si trovava e che il suo corpo mostrava segni di tortura.

Una tragedia che si ripete

Dopo la fine della guerra civile degli anni '80 il Nicaragua ha sperimentato un ciclo di riarmo-negoziazione-disarmo-annientamento, conclusosi nei primi mesi del 2002. Gli otto anni successivi sono stati caratterizzati da una tendenza crescente di violenza criminale comune e, a metà del 2010, al termine del primo mandato del regime di Daniel Ortega, sono apparsi i primi gruppi armati nel Nord e nel Caribe del Nicaragua, alzati in armi in risposta agli abusi del regime di Ortega: violazioni della Costituzione, diritti civili e politici conculcati, brogli elettorali che hanno innescato questa nuova fase di violenza politica armata.
Senza dare ascolto alle loro richieste, il governo Ortega ha deciso di eliminare quanti si sono sollevati contro di esso, ricorrendo ad operazioni tipiche di una politica di terrorismo di Stato: eliminazione selettiva dei capi dei ribelli con uccisioni mirate ed esecuzioni extragiudiziali. Esercito e Polizia hanno imposto un regime di terrore nelle zone rurali in cui si muovono i gruppi armati con motivazioni politiche, come avevano fatto negli anni '80 e '90.
Tale incipiente movimento di contadini armati ha poche possibilità di crescere. Lo scenario internazionale è cambiato notevolmente, e in Nicaragua l'opposizione politica è frammentata e la società civile fragile e demotivata. Sebbene ci siano settori nelle campagne e città che possono guardare con simpatia al sacrificio dei contadini in armi, tale sentimento non va oltre il riconoscimento del loro coraggio.
Mentre il regime autoritario di Daniel Ortega controlla tutte le istituzioni e poteri dello Stato, si rafforza al potere e costruisce un impero economico, come in passato fece la dittatura dinastica della famiglia Somoza. È questa una delle tragedie del Nicaragua di oggi.

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