«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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AMÉRICA LATINA / Alle radici della crisi dei governi progressisti

Per i governi progressisti latinoamericani l'esportazione di materie prime (commodities) è stata molto di più di una leva economica, quanto un vero e proprio fondamento ideologico. Tutti sono stati “estrattivisti”: cioè, hanno sfruttato ed esportato massicciamente risorse naturali, approfittando dell'auge dei prezzi delle materie prime e dell'aumento della domanda delle stesse, soprattutto da parte della Cina, nuovo protagonista dell'economia mondiale. Per tutti, l'estrattivismo è stato il modo di lottare contro la povertà. Ma, oggi, cosa resta nel continente di tanta voracità estrattiva?

Di Frédéric Thomas, politologo del Centro Tricontinentale (CETRI), di Lovanio (Belgio). Traduzione e redazione italiana di Marco Cantarelli.

L'ondata di cambiamenti nei governi latinoamericani era iniziata nel 1999 con l'arrivo al potere di Hugo Chávez in Venezuela, seguita dalla vittoria di Lula in Brasile e dei Kirchner in Argentina, e quindi – in ordine cronologico – dalle vittorie elettorali di Tabaré Vasquez in Uruguay (2004), di Evo Morales in Bolivia (2006) e di Rafael Correa in Ecuador (2007). Negli ultimi anni, tuttavia, si assiste ad un progressivo indebolimento degli stessi: tale debolezza risponde unicamente alla caduta dei prezzi delle materie prime nel mercato mondiale?

Nonostante le specificità dei differenti contesti nazionali, i governi protagonisti della “svolta a sinistra” in America Latina si possono considerare, in realtà, dei regimi post-neoliberisti, senza negare che una svolta, in effetti, ci sia stata, per quanto «a geometria variabile, parziale, atipica, molteplice, congiunturale, limitata, reversibile», nelle parole di Bernard Duterme (direttore del Centro Tricontinentale di Lovanio, in Belgio, ndr).

La coincidenza con l'auge cinese

Cercando di chiudere il capitolo dell'egemonia neoliberista imperante nel continente fin dagli anni '80. tutti quei governi hanno dato priorità alla lotta contro la povertà e all'accesso ai servizi pubblici, specialmente sanità e istruzione, e ciò ha dato come risultati il ritorno del ruolo dello Stato e la proiezione diplomatica di questi Paesi nella scena continentale e persino mondiale, in termini di riaffermazione della sovranità nazionale, spesso articolata con un approccio di cooperazione Sud-Sud.
Tale “svolta a sinistra” si è sviluppata in una congiuntura molto particolare, caratterizzata dal boom delle materie prime e dall'entrata della Cina nel mercato mondiale che ha catalizzato tale boom.
Anni dopo, il rallentamento dell'economia mondiale, sommato alla caduta dei prezzi delle materie prime, sembrano segnare la fine del ciclo di governi progressisti. La crisi politica che ha scosso Brasile e Venezuela, che matura in Ecuador e in Bolivia, e che ha significato il ritorno della destra al governo in Argentina, rende pertinente la domanda: stiamo assistendo al finale di una fase storica?
La risposta è oggetto di intensi dibattiti in America Latina e non solo. Si tratta di una discussione che mescola bilanci di queste esperienze e analisi delle prospettive. Concentreremo l'attenzione sui quattro casi più emblematici della svolta post-neoliberista: Venezuela, Brasile (s'intende, fino alla fine della presidenza Rousseff, ndr), Bolivia e Ecuador.

La logica tradizionale: esportare materie prime

Secondo gli studi di Eduardo Gudynas, intendiamo per estrattivismo un modello di accumulazione basato sul supersfruttamento delle risorse naturali, destinate principalmente all'esportazione in forme non trasformate o appena lavorate: vale a dire, minerali, petrolio, gas estratti dal sottosuolo, ma anche monocolture quali quella della soia, tra le altre.
Lo sviluppo storico del continente latinoamericano e il suo inserimento nell'economia mondiale ha seguito sempre la logica tradizionale del modello esportatore di materie prime. Dall'inizio del nuovo millennio, e per una decina d'anni, indipendentemente dal colore politico dei governi, tutti i Paesi latinoamericani hanno partecipato al boom dello sfruttamento e delle esportazioni di materie prime. Nei Paesi che hanno “svoltato a sinistra” si è consolidato un estrattivismo “progressista”, caratterizzato dal ruolo centrale giocato dallo Stato nel controllo del processo – ad esempio, mediante la nazionalizzazione del petrolio e gas in Venezuela, Bolivia ed Ecuador –, nell'appropriazione di maggiori quantità di dividendi destinati a programmi sociali e politiche di lotta alla povertà. In questo modo, l'America Latina, e in particolare quella meridionale, ha aumentato la propria dipendenza dalle materie prime.
Materie prime che, agli inizi degli anni '80 significavano il 27% delle esportazioni del continente, hanno raggiunto il 40% nel 2009 e toccato il 42% nel 2013. Quell'anno, il 73% delle esportazioni si sono dirette in Cina, ormai diventata il secondo partner commerciale del continente. Tali tendenze sono state ancor più accentuate nell'America del Sud: nel biennio 2012/2013, il 75% di tutte le esportazioni dell'America meridionale era costituito da materie prime.
La Cina è ormai la prima fonte di importazioni del Brasile, come pure il principale destino delle esportazioni brasiliane e boliviane, e il secondo di Ecuador e Venezuela. Il 69% di tutto ciò che il continente importa dal resto del mondo è costituito da prodotti lavorati. Tale percentuale aumenta fino al 91% se si considerano soltanto le importazioni dalla Cina. La Commissione Economica per l'America Latina e i Caraibi (CEPAL) parla di un processo di “riprimarizzazione” del settore esportatore di America Latina e Caraibi, nel quale la Cina non è la causa ma il catalizzatore.
Venezuela, Brasile, Bolivia ed Ecuador sono particolarmente coinvolti in questo processo. Secondo dati del 2015 (del 2013 relativamente al Venezuela), gas e minerali rappresentavano circa due terzi di tutte le esportazioni boliviane; il petrolio, il 36% di quelle ecuadoregne e oltre l'85% di quelle venezuelane. Soltanto nel caso brasiliano, la percentuale di materie prime sul totale delle esportazioni era minore: soia, minerali e petrolio rappresentavano il 25% del totale.
Fra il 2011 e il 2015, i prezzi internazionali dei metalli e dell'energia (petrolio, gas e carbone) sono caduti del 50%. Nel 2015, i prezzi di ferro (7,5% delle esportazioni brasiliane), rame e (10,6% delle esportazioni boliviane) sono caduti del 30%. Tenendo conto che le risorse provenienti dallo sfruttamento e dall'esportazione di queste materie prime costituiscono voci assai importanti nei bilanci di queste Stati, è facile immaginare le conseguenze. Ciò è particolarmente valido per Ecuador e Venezuela, dove il reddito da idrocarburi rappresentava nel 2014 circa il 40% delle entrate in entrambi gli Stati.

La matrice estrattivista

Tale matrice estrattivista, caratteristica storica dei Paesi latinoamericani, pone importanti problemi. Essa rende questi Paesi dipendenti da alcune risorse naturali che sperimentano serie fluttuazioni dei loro prezzi internazionali, sulle quali essi hanno scarso o nullo controllo.
Ancor più problematico risulta il fatto che i programmi sociali promossi da questi governi siano stati ampiamente finanziati dallo sfruttamento e dall'esportazione di risorse naturali. Inoltre, la matrice estrattivista adottata è diventata un ostacolo per l'industrializzazione e la diversificazione produttiva, intrappolando questi Paesi in un'economia rentista (basata, cioè, sul reddito prodotto da tali esportazioni, ndr) e relegando tutto il continente in un ruolo subordinato nella divisione internazionale del lavoro che riproduce il modello coloniale, facendo di questi Paesi dei meri fornitori di risorse naturali a buon mercato per il Nord e la Cina, in cambio di prodotti lavorati importati da quest'ultimi. Perché i Paesi latinoamericani hanno accentuato un modello di commercio così tradizionale? Perché questi governi post-neoliberisti, che si dicevano mossi da un profondo desiderio di cambiamento, che hanno tradotto in una retorica radicale e in riforme legislative e, pure, costituzionali concetti originali come Buen Vivir, Diritti della Natura, Economia Sociale e Solidale, non solo non hanno trasformato la matrice estrattivista, ma l'hanno addirittura rafforzata?
Le risposte a queste domande si possono raggruppare in due blocchi: quelle che giustificano ciò come una “tappa” in qualche modo necessaria e quelle che, invece, parlano di “transizione”.

La motivazione della lotta alla povertà

Indipendentemente dalle loro differenze e retoriche più o meno radicali o riformiste, per i governi di Ecuador, Bolivia, Brasile e Venezuela l'estrattivismo rappresenta una “tappa”. Essi sottolineano una priorità di obiettivi, una via particolare per raggiungerli e denunciano i giochi di potere che le critiche a tale modello di sviluppo nasconderebbero. Essi partono dalla premessa che la loro priorità di governi progressisti è, prima di ogni altra cosa, ridurre i livelli di povertà, tirar fuori milioni di persone dalla miseria e ciò implica, necessariamente, crescita e sviluppo, confondendo o legando entrambi i concetti e obiettivi.
Considerano che il principale motore per soddisfare tali priorità sia l'estrattivismo. È quanto si legge nella dichiarazione del 30 Luglio 2013 dei Capi di Stato dell'Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America – Trattato di Commercio dei Popoli (ALBA-TCP, che riunisce Cuba, Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, le isole caraibiche di Antigua e Barbuda, Dominica, Santa Lucia, San Vicente e Granadinas). Nel testo si sintetizza a grandi linee tale visione dove si parla del diritto e della necessità che questi Paesi beneficino delle loro risorse non rinnovabili, che costituiscono «un'importante fonte per finanziare lo sviluppo economico, la giustizia sociale e, in definitiva, il benessere dei nostri popoli, avendo chiaro che il principale imperativo sociale del nostro tempo – e della nostra regione – è combattere la povertà e la miseria».
Del resto, dopo anni di neoliberismo e data l'emergenza sociale rappresentata dagli alti livelli di povertà non è prioritario lottare per sradicarla? E non è vero anche che tutto ciò che non sia direttamente relativo a questa lotta sia un lusso? E possono questi governi permettersi tale lusso, qui e ora? Questi governi sono arrivati al potere per la via elettorale con programmi che promettevano di mettere fine o, comunque, ridurre in maniera drastica la povertà. Non era questa la prima clausola del contratto stipulato con i loro cittadini, che esigeva di essere verificata e valutata nel breve tempo consentito dalle scadenze elettorali, piuttosto che in quello lungo e strategico che richiede un cambiamento di modello?
E, comunque, non è stata mantenuta tale promessa? Secondo la CEPAL, negli anni 2000/2011 la percentuale di popolazione povera è scesa dal 34,9% al 5,7% in Argentina; dal 37,5% al 20,9% in Brasile; dal 49% al 32,4% in Ecuador; dal 48,6% al 29,5% in Venezuela; e, fra il 2002 e il 2010, dal 62,4% al 22,4% in Bolivia. Nell'insieme, fra il 2002 e il 2010, 54 milioni di persone sono uscite dalla povertà in America del Sud.

Una risposta difensiva

Seguendo questa logica, dai successi nella lotta contro la povertà si verifica l'esattezza dell'equazione: estrattivismo → crescita → sviluppo e, pure, la legittimità delle politiche estrattive. Per questo, l'estrattivismo inteso come una “tappa” si giustifica con analisi difensive e programmatiche.
In questo senso, l'enfasi di quanti difendono il modello estrattivista sta nella dualità contraddittoria tra temporalità e opportunità. I governi progressisti avrebbero dovuto modificare le loro matrici produttive, ma... non hanno potuto farlo.
In un'intervista pubblicata a fine 2006 dalla rivista Iris, Christophe Ventura (ricercatore e collaboratore dell'omonimo centro di studi, ndr) offriva una buona sintesi di questo tipo di analisi. Alla domanda se l'emergenza brasiliana avrebbe dovuto o potuto tradursi in un cambiamento di modello economico, rispondeva: «Dovuto sì, e i fatti attuali sono lì a ricordarlo in maniera dolorosa. Il problema del Brasile è lo stesso di tutti gli altri Paesi latinoamericani... Potuto è differente. Come nel caso degli altri governi progressisti, il governo brasiliano ha cercato di rispondere all'urgenza sociale. Era il suo mandato imperativo. Per quello è stato eletto e ha rispettato tale mandato».
Sarebbe utopico pretendere di cambiare in soli dieci anni l'eredità di cinque secoli. Inoltre, questi governi si sono scontrati con opposizioni, tanto nazionali – persino all'interno del loro stesso partito – come internazionali, oltre a ostacoli strutturali che non permettevano loro di rispondere a tutte le questioni incalzanti. I fautori di tali tesi insistono sui limiti. In Brasile, il Partito dei Lavoratori (PT) rappresentava, nel migliore dei casi, un terzo della forza all'interno delle coalizioni con cui ha governato. L'imperialismo nordamericano non è scomparso per magia durante il governo del PT. Era necessario scendere a compromessi, forgiare alleanze con la borghesia locale e con attori transnazionali...
La giustificazione difensiva ci ricorda che, sebbene il processo che ha portato questi governi al potere sia stato innovatore e partecipativo, non si è trattato di una rivoluzione. Di conseguenza, le opzioni strategiche erano soggette ad una rete di istituzioni economiche e politiche ormai stabilite previamente, che condizionavano e, persino, bloccavano cambiamenti più profondi. Era necessario affrontare forze già presenti nello scenario e guadagnare un margine di manovra per giungere ad un consenso – anche se parziale – e, di conseguenza, ad accordi. La giustificazione difensiva dell'estrattivismo come una “tappa” è un promemoria di ciò che è la realpolitik e, pure, una lezione di strategia.

Un'opzione temporanea

La giustificazione difensiva del modello estrattivista è accompagnata da ragioni più programmatiche: si afferma trattarsi di una fase transitoria. Secondo questa prospettiva, conviene passare da una fase estrattivista per poi arrivare ad una post-estrattivista. Chi ha spiegato meglio tale logica è il vicepresidente boliviano Álvaro García Linera.
Durante una riunione internazionale a Quito (capitale dell'Ecuador, ndr), a fine Settembre 2015, García Linera disse: «Dobbiamo abbandonare l'estrattivismo? Sì, dobbiamo farlo. Ma non se ne esce congelando le condizioni di produzione, né ritornando all'età della pietra. Se ne esce utilizzando temporaneamente l'estrattivismo. Bisogno farla finita con l'estrattivismo, ma simultaneamente dobbiamo farla finita con la miseria... Come ci si può chiedere di porre fine in 5 anni a qualcosa che è durato 500? Abbiamo bisogno di un periodo di transizione, un ponte che crei le condizioni tecniche, materiali e culturali di una nuova generazione capace di superare l'estrattivismo. Andremo avanti perché bisogna soddisfare le necessità materiali della gente. Ma, al tempo stesso, andremo creando le condizioni per un nuovo incontro con la Natura, riscattando la tradizione indigena... Estrattivismo sì temporaneamente e sì necessariamente. Fino a creare la nuova società della conoscenza e della cultura».
In quest'ottica, il modello estrattivista terminerebbe alla fine di un cammino più o meno lungo. Nel frattempo, si materializzerebbe la paradossale dialettica secondo cui l'intensificazione dell'estrattivismo darebbe luogo ad un società post-estrattivista. Il disaccordo si riduce ad una questione di tempi e mezzi, di strategia e di maggiore o minore pazienza, fino ad arrivare ad un obiettivo comune e condiviso.

Al bando le critiche

In questo contesto, ogni critica mossa a questa concezione viene del tutto screditata. Nel migliore dei casi, le critiche sono considerate incongruenti o costituiscono prova di estremismo di sinistra, ecologismo e indigenismo infantili. Lo ha ripetuto più volte Rafael Correa in Ecuador. Nel peggiore dei casi, le critiche sono prova di un “ambientalismo di stampo coloniale”, secondo la definizione di García Linera nella citata riunione internazionale. In qualsiasi caso, le critiche verrebbero da due prospettive: da quanti si oppongono allo sviluppo e da chi coltiverebbe secondi fini.
Rientra in questo capitolo l'aneddoto della “rana nemica dello sviluppo”, che a Lula tanto piaceva ripetere durante la sua presidenza. Una specie di rana in pericolo di estinzione viene scoperta durante la costruzione di una galleria e tale rinvenimento interrompe l'opera... Per Lula, era di scarsa importanza tutto ciò che rende difficile, ostacola e ritarda lo sviluppo, che il presidente brasiliano identificava con i megaprogetti governativi che hanno caratterizzato la sua gestione: dighe, strade, altre infrastrutture di quello che fu il piano strategico ed emblematico del suo governo, il PAC (Programma di Accelerazione della Crescita). Nel suo racconto, in difesa della rana si schieravano gli ecologisti ingenui e i burocrati che esercitano un controllo ambientale meticoloso. Al loro fianco, i popoli indigeni. La morale della favola e la mancanza di comprensione della cultura indigena da parte di Lula sono state denunciate da Saulo Ferreira Feitosa, segretario aggiunto del CIMI (Consiglio Indigeno Missionario) nel testo Lula, os índios e as pererecas(Lula, gli indios e le rane, ndr).

“Contro lo sviluppo”

Screditare le critiche all'estrattivismo in nome dello sviluppo non è accaduto solo in Brasile. È un riflesso della visione modernizzante e produttivista della sinistra latinoamericana nel suo insieme, come dimostra Maristella Svampa (sociologa argentina, ndr). Il discredito è stato più violento in Ecuador, dove l'ex presidente Correa ha dichiarato il 1 Dicembre 2008: «Non crediate agli ambientalisti romantici. Chiunque si opponga allo sviluppo del Paese è un terrorista». Il terrorismo denunciato da Correa comprendeva vari settori: chi si opponeva all'interesse nazionale e strategico rappresentato dallo sviluppo, chi sarebbe stato strumentalizzato politicamente dall'opposizione di destra e/o dall'imperialismo, chi avrebbe coltivato una propria agenda occulta in cui l'ambiente non sarebbe stato altro che un pretesto.
I fautori dell'estrattivismo non negano, comunque, l'importanza di preservare l'ambiente, ma insistono sul fatto che l'agenda ambientale debba essere subordinata alla lotta contro la povertà e alla convinzione che per vincere questa lotta la priorità va data allo sviluppo.
Nella Giornata Mondiale dell'Ambiente del 2009, Lula diceva: «Vogliamo preservare l'Amazzonia, ma dobbiamo anche avere cura di 25 milioni di esseri umani che vi vivono, che vogliono un'automobile, un frigorifero, un televisore, che vogliono avere le cose che tutti vogliono avere». Un anno dopo, tornando dalla riunione di Copenhagen sui cambiamenti climatici, Lula sostenne che i Paesi ricchi non erano interessati ad applicare il Protocollo di Kyoto: «Ciò che vogliono – disse – è impedire ai Paesi in via di sviluppo di raggiungere le stesse mete da essi raggiunte».
Lula ribadì che non avrebbe accettato che alcun ostacolo fosse frapposto allo sviluppo del Brasile. E respinse le critiche dei Paesi del Nord al consumismo di quelli del Sud del mondo, ricordando come il Nord si sia sviluppato “a scapito” dell'ambiente mondiale e, in particolare, di quello dei Paesi del Sud. In tal senso, confermò l'opzione neo-desarrollista (letteralmente, neo-sviluppista, ndr) del Brasile, condivisa da altri governi “progressisti” vicini, eliminando così la possibilità di un dibattito e semplificando così la questione: il Sud vuole lo sviluppo, l'automobile, il frigorifero e il televisore, mentre nel Nord vige l'ipocrisia ecologista.
Se criticare quel tipo di sviluppo significasse frenare la lotta contro la povertà e boicottare gli interessi nazionali, allora sarebbe legittimo rifiutare tale critica in quanto assurda, o un cavallo di Troia del nemico interno – le destre conservatrici o neoliberiste, che se tornassero al governo distruggerebbero l'ambiente in proporzioni ancora maggiori –, o del nemico esterno – l'imperialismo –. Tale semplificazione non giustifica, quindi, la repressione e la criminalizzazione di quanti si oppongono allo sviluppo?

Per una transizione post-estrattivista

D'altro canto, quanti considerano l'estrattivismo “una transizione” intendono prendere sul serio i nuovi concetti – Buon Vivere, Diritti della Natura e altri –, sorti dalle lotte degli ultimi anni e appoggiati dai movimenti sociali boliviani ed ecuadoregni, al punto da essere stati inseriti nelle costituzioni di entrambi i Paesi.
Oltre allo specifico delle loro posizioni, quanti vedono così le cose (Alberto Acosta, Eduardo Gudynas, Maristella Svampa) condividono una duplice critica all'estrattivismo e allo sviluppo, propongono di tornare a integrare la dimensione economica nelle relazioni sociali e ambientali, e propongono di rivalorizzare e ridinamizzare le conoscenze locali, principalmente dei popoli indigeni. Aprendo così un'alternativa: la loro proposta è una transizione post-sviluppo e/o post-estrattivista.
Il documento “Proposte per la transizione al post-estrattivismo” a livello latinoamericano, reso pubblico a Lima nel 2015 rappresenta una buona sintesi delle misure proposte per procedere in tale transizione. In mancanza di spazi in cui discuterla, basti ricordare, per distanziarci dalla caricatura che ne hanno fatto i governi estrattivisti, che i difensori della transizione non sono utopisti sconnessi dalle realtà concrete, né romantici sfasati “anti-miniere” e “anti-petrolio”.
Ciò che essi propongono è adottare misure transitorie tanto urgenti come di medio termine, differenziando l'estrazione depredatrice da quella sensibile e proibendo quella depredatrice. Propongono di cominciare fin da ora la transizione, confidando fermamente nella capacità dei movimenti sociali, conferendo un ruolo più importante allo Stato e riorientando la matrice produttiva dei Paesi.
È falso che i movimenti indigeni si siano opposti ai governi progressisti per il fatto che questi priorizzavano lo sviluppo attraverso la via estrattivista. Come tutti i movimenti sociali e di sinistra, anch'essi sono divisi sul tema. Inoltre, sebbene gli indigeni siano abitualmente in prima fila nelle mobilitazioni – fra il 2010 e il 2013 ci sono stati 226 conflitti socio-ambientali relativi all'opposizione a progetti minerari e petroliferi in terre indigene – questi popoli non sono soli. Nella lotta contro il neoliberismo, gli indigeni vanno insieme ai movimenti contadini, alle donne, agli afrodiscendenti, e, in generale, all'insieme di attori che hanno introdotto nella lotta sociale ciò che Svampa chiama «la svolta eco-territoriale».
Pur tenendo conto di tempi, mezzi e strategie, la realtà è che si tratta di due visioni, di due logiche che si confrontano. Quanti difendono “una transizione” si basano su un bilancio più critico dell'esperienza dei governi post-neoliberisti e su una critica della logica del passo obbligato attraverso una “fase” estrattivista. Sebbene riconoscano molti successi a questi governi, mettono in dubbio la durabilità e l'impatto di questi, e sottolineano i costi non visibili del modello e l'opportunità persa per trasformarlo.

È fallita la lotta contro la povertà?

All'estrattivismo concepito come una “fase”, quanti parlano di una transizione oppongono argomenti congiunturali, strutturali e strategici.
Anche la lotta contro la povertà, considerata il successo più evidente e più emblematico dei governi post-neoliberisti, viene messa in dubbio. La riduzione della povertà, sebbene sia stata più marcata nei Paesi che hanno prodotto una “svolta a sinistra”, è stata una tendenza generale in tutto il continente, anche in Paesi con governi che non avevano fatto quella “svolta”. Secondo dati della CEPAL, fra il 2002 e il 2011, in Colombia la popolazione in condizioni di povertà si è ridotta dal 49,7% al 34,2%. In Cile, è scesa dal 20,2% all'11%. In Paraguay, dal 61% al 49,6%.
Altro dato. Se fra il 2002 e il 2011, nel continente, 54 milioni di persone sono uscite dalla povertà, fra il 2011 e il 2014 meno di 4 milioni di persone si sono aggiunte. In Venezuela, la percentuale di povertà e indigenza è aumentata dal 2012. In Brasile, la riduzione della povertà ha coinciso con l'aumento dell'indigenza. Tali risultati sono direttamente legati al cambiamento di congiuntura economica mondiale e, particolarmente, alla caduta dei prezzi internazionali delle materie prime; il che dimostra la fragilità delle basi su cui si è sostenuta la lotta alla povertà, il suo carattere insufficientemente strutturale e la sua dipendenza dalle fluttuazioni del mercato mondiale.

Il nodo del sistema fiscale

Questi dati mettono in controluce le decisioni politiche prese dai governi progressisti e in rilievo quelle che non hanno preso. In America Latina, i sistemi fiscali sono stati tradizionalmente iniqui e la raccolta fiscale ha avuto scarsi risultati nella distribuzione della ricchezza. Invece di assicurare una ridistribuzione più equa delle ricchezze del Paese con una giusta raccolta fiscale, i governi hanno cercato di finanziare la lotta contro la povertà con altre risorse, quelle derivanti dallo sfruttamento e dall'esportazione di materie prime.
In questo senso, la scelta di accentuare l'estrattivismo è stata fatta a scapito di una riforma del sistema fiscale, evitando così uno scontro diretto con le oligarchie tradizionali che non pagano le tasse che dovrebbero pagare. Questa decisione politica ha permesso ai governi progressisti di “servire Dio e Mammona”, cioè di stipulare patti, espliciti o impliciti, con l'oligarchia e garantirsi così la stabilità. Il caso del Venezuela è il più particolare, perché a partire dal governo è stata creata una “boliborghesia” (borghesia bolivariana) in concorrenza con l'oligarchia tradizionale.

Più estrattivismo, meno democrazia

Le decisioni politiche dei governi progressisti hanno dato luogo ad una riconfigurazione dell'alleanza con i movimenti sociali che li avevano portati al potere. E quando i successi sono venuti meno, quando sono caduti i prezzi delle materie prime, si è resa evidente la fragilità del modello. Lo dimostra quanto occorso in Brasile, dove l'oligarchia, vedendo i suoi interessi minacciati, ha rotto repentinamente i patti che aveva stretto con il PT.
I risultati del modello estrattivista vanno valutati anche da prospettive che non appaiono nei bilanci: danni all'ambiente, dipendenza esterna, conflitti sociali... Quando l'ambiente non è tenuto in conto come si deve, il costo economico e sociale della sua distruzione risulta sottovalutato sistematicamente. Come valutare l'impatto negativo dell'estrattivismo sulla salute umana? Come valutare adeguatamente il confinamento dei Paesi che hanno scommesso sull'estrattivismo in una divisione internazionale del lavoro che rende difficile la loro diversificazione economica?
I conflitti socio-ambientali relativi all'uso, al controllo e al destino della terra e delle sue risorse naturali, si sono moltiplicati e si sono intensificati in tutto il continente. Oltre al costo incommensurabile della perdita di territori dei popoli indigeni, l'estrattivismo ha acutizzato l'incremento dell'insicurezza alimentare e la deruralizzazione.
Nel cuore di questo bilancio esiste un circolo vizioso che, in ultima istanza, condanna il modello estrattivista: l'indebitamento. La caduta dei prezzi delle materie prime, aggravata dal deterioramento della bilancia dei pagamenti (le esportazioni captano meno divise, mentre le importazioni di beni lavorati mantengono il loro costo o, persino, lo aumentano), ha incrementato l'estrattivismo: il che vuol dire che si è sfruttato ed esportato di più per compensare la caduta dei prezzi. E così, sebbene la redditività finanziaria dell'estrattivismo sia diminuita, il volume delle risorse naturali esportate è aumentato, provocando conflitti sempre più diversi. In un autentico circolo vizioso. Svampa lo ha sintetizzato in questa equazione: «Più estrattivismo, meno democrazia».

Fu vera rottura con il neoliberismo?

Il bilancio del modello estrattivista di questi governi non è positivo. Avendo aggravato la loro dipendenza, parziale e distorta, dal mercato internazionale e dall'oligarchia locale, non avendo tenuto conto dei “costi nascosti” e di tutti gli effetti negativi del modello che fanno sì che il costo-beneficio sia più problematico, e facendosi portatori di una concezione distorta dello sviluppo che presenta questo modello come l'unico possibile, essi hanno posto in pericolo le riforme agrarie, la sovranità alimentare, la ridistribuzione della ricchezza, la costruzione di un altro progetto di società più viabile.
Per questo, alcuni sostengono che con questi governi progressisti il ritorno del ruolo dello Stato non ha significato altro che suo aggiustamento finalizzato ad attrarre investimenti esteri. In questo senso, non ha prodotto alcuna rottura con il neoliberismo, semmai lo ha appena riorientato.
Il vicepresidente della Bolivia, García Linera, ha preteso ridurre concettualmente il senso dell'estrattivismo ad una “relazione tecnica con la Natura”, dimenticando, come ricorda Edgardo Lander (sociologo venezuelano, ndr), che l'estrattivismo non produce solo ricchezza, ma anche relazioni sociali, un tipo particolare di Stato, caratterizzato da posizioni autoritarie e rentiste. Produce un immaginario collettivo e un modello di società. Di conseguenza, non si può mettere da parte l'estrattivismo come se fosse un arnese qualsiasi, perché l'estrattivismo configura politiche, influisce nella relazione fra Stato e società e, pure, sul progetto di società.
Risulta paradossale che questi governi, con un clima economico favorevole determinato dall'importante aumento dei prezzi delle materie prime, un clima politico positivo rappresentato dall'ampio sostegno popolare che li aveva portati al potere, e un clima internazionale così innovativo nel quale si è consolidata l'immagine del continente, non abbiano iniziato, almeno, la transizione ad un altro progetto di società. Se, nonostante tutte queste circostanze positive non è stato loro possibile rompere con il modello estrattivista tradizionale, quando, come, in quali circostanze e condizioni, più favorevoli e durevoli, sarà possibile tale cambiamento? O è la transizione a risultare impossibile, relegata sempre a un “dopo” ipotetico?
Maristella Svampa ha definito «consenso delle commodities» il fondamento ideologico comune dei governi latinoamericani che abbiano “svoltato a sinistra”, o meno. Tale consenso consiste nello scommettere sullo sviluppo ampliando l'estrattivismo. Le differenze fra i diversi governi, siano essi post-neoliberisti o neoliberisti, scompaiono se si osserva la comune voracità estrattiva.
È a posteriori che si osservano le differenze: come si è evoluta la politica fiscale? Il reddito generato dallo sfruttamento delle risorse naturali chi ha beneficiato? Senza sottovalutare la resistenza e i limiti che hanno dovuto affrontare i governi progressisti, dal tipo di risposte si può discernere se abbia avuto successo o sia fallita la transizione.
Il dilemma si pone più in termini di potere che di volere. Non hanno potuto o voluto? Il “consenso delle commodities”, dal quale mai hanno preso le distanze del tutto, sembra aver intrappolato tutti i governi. Fino a che punto hanno creduto di potere fare quella transizione? Eppoi, hanno davvero voluto farla?
Bisogna lottare contro la povertà e contro la dipendenza. I governi post-neoliberisti hanno promesso politiche che sono rimaste sulla carta. Che dire delle incoerenti e contraddittorie iniziative comparate con le dichiarazioni iniziali, con le Costituzioni da loro stessi rielaborate insieme alla società civile? Nella pratica, la negazione dei Diritti della Natura e del Buon Vivere, ridotti a mera retorica da usare nei fori nazionali e internazionali, causa confusione, mette a rischio queste alternative e la fiducia che in esse hanno riposto i movimenti sociali.
Quest'analisi, troppo sintetica, meriterebbe varie sfumature a seconda dei Paesi e delle fasi attraversate da ogni governo. Ogni Paese che ha affrontato un conflitto emblematico (Belo Monte in Brasile (causato da una diga in costruzione, ndr), TIPNIS in Bolivia (Territorio Indigeno e Parco Nazionale Isiboro-Secure, area protetta, ndr), Yasuní in Ecuador (parco nazionale, ndr) mette in evidenza le contraddizioni fra pretese e pratiche. Nel frattempo, il neoestrattivismo continua ad avanzare come un'ondata strutturale in tutti i Paesi. All'ora del bilancio e del dibattito sulle future prospettive, bisogna formulare una duplice domanda: quali attori? Quali cambiamenti?
Oggi, gli attori che hanno portato i governi progressisti al potere appaiono divisi e indeboliti, intrappolati spesso nella rete della subordinazione o dell'autocensura. L'alleanza, implicita o esplicita, dei governi progressisti con le grandi imprese agroindustriali, con l'oligarchia e con gli attori transnazionali, hanno riconfigurato le relazioni di potere all'interno del potere imprenditoriale, nascondendo così gli antagonismi sotto il discorso desarrollista, oppure sotto quello “pachamamista” (da Pacha Mama; in lingua quechua, Madre Terra, ndr), quello che prometteva uno sviluppo alternativo o un'alternativa allo sviluppo.
I movimenti sociali che hanno portato al potere questi governi sono di fronte ad un importante dilemma. Non devono ingannarsi sulle contraddizioni che hanno visto in questi anni di governi progressisti. Al centro dei problemi sorti in questi anni sono in gioco la loro autonomia, il loro rafforzamento, la loro capacità di diventare veri contrappesi del potere.

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