«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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EL SALVADOR / Non è oro tutto ciò che luccica...

Non c'è miniera che non inquini. Lo sfruttamento minerario non produce sviluppo economico, né genera quote significative di posti di lavoro. Nel Salvador, non ci sono più foreste e l'acqua comincia a scarseggiare. Per questo, la legge che vieta l'attività mineraria è una vittoria storica.

Di Omar Serrano, vicerettore di Proiezione Sociale dell'Università “José Simeón Cañas” del Salvador. Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

Il 29 Marzo 2017, l'Assemblea Legislativa (il parlamento monocamerale, ndr) ha approvato la Ley de Prohibición de la Minería Metálica, vale a dire il divieto di ogni attività mineraria estrattiva di metalli preziosi. Hanno votato a favore 70 legislatori di tutti i gruppi politici: quasi all'unanimità, in quanto i restanti 14 deputati, o si sono dati assenti, o alla chetichella sono usciti dall'aula prima del voto, per evitare di votare contro o astenersi. Anche se i media salvadoregni hanno dato poco rilievo a questa legge, essa ha un'importanza storica, sottolineata invece dai media internazionali.

Il piccolo Davide l'ha spuntata su Golia

El Salvador è il primo Paese a proibire l'estrazione di metalli? Sì e no. No, perché già altri Paesi l'hanno proibita, anche se parzialmente: Turchia (1997), Repubblica Ceca (2000), Germania (2002) e Costa Rica (2010). In questi quattro Paesi è proibita l'estrazione di minerali a cielo aperto, in ragione della contaminazione e della distruzione dell'ambiente che tale attività provoca. El Salvador è, invece, il primo Paese che proibisce l'estrazione di metalli in generale, sia su scala industriale che artigianale, in tutte le sue modalità – a cielo aperto come nel sottosuolo – e in tutte le sue fasi – esplorazione, estrazione, sfruttamento e lavorazione –. È quanto stabilito dai primi due articoli della legge approvata: un evento storico, risultato di una lotta di molti anni condotta da tanti piccoli Davide – comunità minacciate, autorità religiose, organizzazioni sociali, ambientalisti, accademici di un piccolo Paese centroamericano – contro Golia – un ristretto ma potente gruppo nazionale che ha sempre visto nell'attività mineraria una fonte di sviluppo, per alcuni l'unica, a sua volta alleato di potenti multinazionali minerarie –.
Vari fattori spiegano questo successo, che soltanto poco tempo fa appariva lontano.

Una lotta nata un secolo fa

Anche se questa lotta si è sviluppata nell'ultimo decennio, il rifiuto dell'attività mineraria nel Salvador risale a oltre un secolo fa. L'8 Agosto 1912, infatti, 49 abitanti di Santa Rosa de Lima, nel dipartimento de La Unión, scrissero all'allora presidente eletto, Manuel Enrique Araujo, perché ponesse fine alla distruzione ambientale causata da due imprese minerarie dell'Oriente del Paese. In quella lettera, argomentavano: «A causa dell'inquinamento delle acque dei fiumi abbiamo subito perdite incalcolabili dei nostri beni agricoli, al punto che siamo quasi in miseria». Inoltre, quei salvadoregni lamentavano il fatto che i tre governatori precedenti, Tomás Regalado, Pedro José Escalón e il generale Fernando Figueroa, non avessero fatto niente contro la potente compagnia mineraria San Sebastián, che esercitava «un potere illimitato su di essi in ragione dell'accecante luccichio dell'oro».
Tanto esteso era già allora il settore minerario che quattro compagnie operavano nella zona orientale del Salvador, tutte di proprietà dell'ingegnere nordamericano Charles Butters, la cui parola era decisiva nella “nomina” dei presidenti della Repubblica del tempo. Nel 1912, le esportazioni di oro rappresentavano il 15% delle esportazioni salvadoregne. E, come sempre, nella misura in cui quell'industria cresceva, aumentavano i problemi che i limeños (cioè, gli abitanti di Santa Rosa de Lima, ndr) denunciavano. Nel 1915, un incendio nel magazzino della miniera di El Divisadero, in Morazán, causò in un solo giorno la morte di 50 lavoratori.

Tracce di contaminazione

Nonostante i disastri, le miniere continuarono ad operare e gli abitanti a soffrire. Nel 1953, la miniera San Sebastián cessò le escavazioni, per riprenderle nel 1968, sotto il nome della multinazionale Commerce Group, che la sfruttò fino al 1980, quando scoppiò la guerra civile nel Paese.
Ebbene, dopo decenni di inattività, i prelievi di campioni di acqua del fiume San Sebastián, effettuati nel 2012 dal Ministero dell'Ambiente e delle Risorse Naturali, hanno riscontrato concentrazioni di cianuro, ferro e mercurio, tali da sconsigliare il consumo umano e animale di quella fonte idrica.
Del resto, né San Sebastian, né altri villaggi vicini alle miniere d'oro attive agli inizi del ventesimo secolo si sono mai caratterizzate per sviluppo economico e sociale, nonostante le promesse in tal senso della compagnia mineraria.

La nuova febbre dell'oro

Durante la guerra, El Salvador ha conosciuto una pausa nelle attività minerarie fino a che, negli anni '90 è scoppiata una nuova “febbre” per i metalli, in particolare oro e argento, in tutto il mondo, dovuta in parte anche alla galoppante industrializzazione di Cina e India.
Il prezzo internazionale dell'oro è così passato dai 614 dollari l'oncia troy (unità di misura del sistema imperiale britannico, equivalente a 31,1034768 grammi, ndr) del 1980 al massimo storico registrato nel Settembre 2011 di 1.923 dollari l'oncia troy.
In questo contesto, nel 1996, venne approvata una legge sulle miniere in Salvador, che concedeva incentivi agli investimenti stranieri in questo settore. Si stima che durante le amministrazioni di Armando Calderón Sol (1994/1999) e Francisco Flores (1999/2004) siano stati concessi 29 permessi per la ricerca di minerali metallici nel Paese.
Agli inizi del 2000, l'impresa canadese Pacific Rim ha iniziato le operazioni nel Salvador, autorizzata in tal senso dalla Direzione di Miniere e Idrocarburi del Ministero dell'Economia; il che le ha permesso di sondare la presenza di metalli nella zona di El Dorado, nel municipio di San Isidro, dipartimento di Cabañas, e in altre zone del Paese in cui si ritiene si trovino quantità significative di metalli preziosi.
Com'è tipico delle multinazionali del settore, la Pacific Rim si è fatta largo nella zona di Cabañas mediante pratiche clientelari per accattivarsi l'appoggio di abitanti, sindaci, autorità religiose, organizzazioni comunali, altri attori sociali influenti a livello locale. Promettendo, al solito, sviluppo delle comunità, posti di lavoro e miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. Consapevole del danno ambientale che l'attività mineraria aveva causato in passato al Paese, la Pacific Rim si è presentata come paladina di un'attività mineraria “verde”, rispettosa cioè dell'ambiente.

Né “verde”, né “responsabile”

Tuttavia, i protagonisti di questa lotta hanno potuto constatare, tanto empiricamente quanto scientificamente, come l'attività mineraria attuale continui ad essere dannosa come un secolo fa, senza produrre quei miglioramenti del livello di vita della popolazione, né lo sviluppo del Paese.
Nonostante gli sforzi delle imprese minerarie per conquistare cuori e menti degli abitanti e dell'opinione pubblica, insistendo sul fatto che oggi esistono nuove tecnologie rispettose dell'ambiente, sia l'attività mineraria “verde” della Pacific Rim che quella “responsabile” della Oceana Gold, subentrata alla prima, sono state gradualmente smascherate nella loro realtà e grazie anche a studi scientifici.
I danni che, ancora oggi, l'attività mineraria continua a provocare in molte parti del pianeta, quelli ancora riscontrabili nel dipartimento di La Unión, dove un tempo operavano compagnie minerarie, e gli effetti negativi che già si cominciavano ad osservare dopo le prime esplorazioni effettuate dalla compagnia mineraria a Cabañas, hanno dimostrato quanto fallace fosse quel discorso sul rispetto dell'ambiente.

Al limite della crisi idrica

L'attività estrattiva, specialmente quella di metalli, è per sua natura dannosa per l'ambiente. Le principali conseguenze sono sul piano idrico, in quanto l'attività mineraria consuma ingenti quantità di acqua nel processo di separazione dei metalli dalla terra. Per questo, nella lotta per l'approvazione della legge è stato molto importante evidenziare lo stato critico delle risorse idriche nel Paese.
El Salvador registra il maggiore degrado ambientale del continente (PNUMA, 2010; il programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente, ndr), è il Paese più deforestato del continente (FAO, 1993; Food e Agricolture Organization; il programma delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura, ndr) e registra la minore disponibilità di acqua per abitante del continente; superato in questi tre problemi soltanto da Haiti.
El Salvador è l'unico Paese della regione al bordo della crisi idrica. Secondo il rapporto FAO 2013, si parla di “stress idrico” quando si dispone di un minimo di 1.700 metri cubi di acqua per abitante all'anno. Ebbene, nel 2013, El Salvador disponeva di soli 2.031 metri cubi. E secondo il Ministero dell'Ambiente e delle Risorse Naturali, dei 56 fiumi censiti nel Paese soltanto l'11% porta acqua che può essere resa potabile. Il resto, cioè l'89% delle acque, è gravemente inquinato.

Acqua: “sangue” delle miniere

Per Andrés McKinley, esperto del settore, l'acqua è il “sangue” dell'attività mineraria, giacché senza di essa è impossibile estrarre e processare metalli, e per questo l'attività mineraria “compete” per accaparrarsi l'acqua a scapito delle necessità umane di consumo.
Basti pensare che la miniera Marlin in Guatemala, attiva dal 2005 e presentata come un modello di tecnologie moderne, consuma quotidianamente circa 6 milioni di litri di acqua al giorno, equivalenti a quanto una famiglia indigena consumerebbe in 30 anni. Secondo gli abitanti dei villaggi vicini a quella miniera, oltre una quarantina di pozzi si sono già seccati. In Honduras, anche gli abitanti dei villaggi prossimi alla miniera San Martín hanno denunciato che in nove anni di operazioni l'attività mineraria ha “seccato” 19 dei 23 fiumi della zona.
Ma non è stata solo la conoscenza delle conseguenze dell'attività mineraria in altre zone del Paese e della regione ad allertare gli abitanti di Cabañas. Già nella fase esplorativa, decine di pozzi nei municipi di San Isidro, Guacotecti e Sensuntepeque, tutti nel dipartimento di Cabañas, hanno cominciato a seccarsi. La mancanza di acqua ha cominciato a creare problemi anche ai coltivatori della zona, che fino ad allora non avevano prestato attenzione alla questione.

Altro che sviluppo...

Più di recente, una ricerca condotta da OXFAM nel 2016 ha rivelato come le miniere e le cave attive in Centroamerica rappresentino appena l'1% del prodotto interno lordo e il loro contributo fiscale sia appena dello 0,71% in Guatemala, dello 0,03% nel Salvador e dello 0,09% in Honduras. La ricerca smentisce la propaganda secondo cui l'attività mineraria generi occupazione, sottolineando come i posti di lavoro creati dalle compagnie minerarie non arrivino allo 0,5% del totale in ogni paese e come i salari dei lavoratori siano minimi in rapporto ai profitti ricavati.
Secondo McKinley, quasi il 70% dei progetti di estrazione di oro e argento si trova in Paesi con alti indici di povertà, ecosistemi vulnerabili e forme tradizionali di vita a rischio permanente. Inoltre, non è raro osservare come i progetti minerari nei paesi latinoamericani siano circondati da sacche di povertà.

Conflitti sociali nelle comunità

Nel Salvador, già nella fase iniziale dell'esplorazione mineraria, accompagnata dalla abituale prassi clientelare e propagandistica della Pacific Rim, sono sorte preoccupazioni ambientali e sociali. Ed è proprio nella frangia nord del Salvador, in particolare nei dipartimenti di Chalatenango e Cabañas, dove è stata trovata una vena di oro e argento, che sono nati i primi fuochi di resistenza alla compagnia mineraria.
Nel 2005, è nato quello che sarebbe diventato un attore chiave nella lotta per la difesa del territorio e dell'ambiente: la Mesa frente a la Minería Metálica, vale a dire un tavolo integrato da organizzazioni dei due dipartimenti e non solo, decise ad accompagnare la lotta, iniziata in un contesto ideologicamente sfavorevole per il lavoro mediatico e politico condotto dall'impresa mineraria.
Le comunità di Cabañas, dove sono iniziate le attività di esplorazione, con minore storia organizzativa del Chalatenango, sono state l'epicentro del conflitto sociale generato dalla miniera. L'impresa ha cercato di creare un clima di discordia fra i lavoratori della miniera e gli oppositori alla stessa, che denunciavano minacce, aggressioni e persecuzioni.

5 morti

Sono state 5 le vittime mortali di questo conflitto.
La prima: dopo che la Pacific Rim aveva licenziato decine di lavoratori, il 18 Giugno 2009 è stato sequestrato Marcelo Rivera, direttore della locale Casa della Cultura e pioniere della resistenza alla miniera; il suo corpo è stato rinvenuto venti giorni dopo con segnali di tortura, secondo fonti forensi dell'Istituto di Medicina Legale.
Ramiro Rivera è stato il secondo assassinato, sebbene questo leader comunitario fosse protetto dalla polizia.
Nello stesso agguato è stata assassinata l'ambientalista Felícita Echeverría.
Quindi, il 26 Dicembre 2009 è stata uccisa Dora Soto, all'ottavo mese di gravidanza: era la sposa di José Santos Ortiz, leader popolare sopravvissuto all'agguato contro Ramiro Rivera, al quale un presunto dipendente della Pacific Rim aveva maciullato due dita della mano destra alcuni mesi prima.
Infine, il 3 Giugno 2011, Juan Francisco Durán, anch'egli attivo nel movimento contro la miniera, tornava da San Salvador dove studiava, ma non è mai arrivato a casa; il suo corpo, rinvenuto esanime, presentava 3 fori di proiettile alla testa.
Le indagini condotte dalla Procura Generale della Repubblica e dalla Polizia Nazionale Civile non hanno mai messo in relazione queste morti con la resistenza alla miniera. Al solito, esse sono state etichettate come provocate da faide familiari o personali.

Una crescente consapevolezza

Anno dopo anno, nel constatare le conseguenze dell'attività mineraria e le divisioni nelle comunità indotte dalla compagnia mineraria, molti salvadoregni si sono uniti agli abitanti della zona nel rifiutare questa industria.
La consapevolezza della minaccia incombente si è via via estesa a tutti i municipi del Paese, considerati probabili centri minerari nel prossimo futuro.
L'Istituto Universitario di Opinione Pubblica (IUDOP) dell'Università Centroamericana (UCA) ha condotto un primo sondaggio nel 2007 fra gli abitanti dei 23 municipi potenzialmente interessati dall'attività mineraria. Ecco quanto emerse: per il 62,5% del campione, il settore minerario non era appropriato per El Salvador, mentre per il 67,7% i progetti minerari avrebbero contribuito poco o per niente allo sviluppo economico del Paese. In un secondo sondaggio realizzato nel 2015 da IUDOP, tali percentuali erano salite al 79% e 76%, rispettivamente. Mentre, per il 77% degli intervistati, lo Stato salvadoregno doveva proibire l'estrazione di metalli nel Paese.

Causa internazionale contro El Salvador

Nei fatti, già nel 2008, la Pacific Rim aveva sospeso le proprie attività a causa delle pressioni e lotte di varie organizzazioni locali, nazionali ed internazionali. Anche perché il governo di Antonio Saca (2004/2009) le aveva negato la proroga del permesso per lo sfruttamento dell'oro. Motivo? Nella congiuntura elettorale del tempo, la questione era emersa con forza e Saca aveva pensato bene di optare in quel senso. La moratoria di fatto si doveva, inoltre, alla frattura interna al partito ARENA (l'Alleanza Repubblicana Nazionalista, di estrema destra, ndr), cristallizzatasi dopo la sconfitta patita nel 2009 dal suo candidato alla presidenza, Rodrigo Ávila, battuto da Mauricio Funes, candidato del Fronte “Farabundo Martí” per la Liberazione Nazionale (FMLN). Quel dissidio aveva provocato l'espulsione di Saca dalle fila di ARENA, fatto inedito nella storia di quel partito, cui era seguito l'esodo di un nutrito gruppo di deputati di ARENA, che avevano dato vita ad un nuovo partito, la Grande Alleanza per l'Unità Nazionale (GANA; in un evidente gioco di parole, tale acronimo inteso come terza persona singolare del verbo “ganar” significa “vince”, ndr).
La vittoria di Funes prolungò di fatto la moratoria. Vedendo sfumare il rinnovo della licenza estrattiva, nel 2009, la Pacific Rim fece ricorso contro lo Stato salvadoregno presso l'ICSID (International Centre for Settlement of Investment Disputes; cioè, il Centro Internazionale per la Soluzione delle Dispute relative agli Investimenti; CIADI, l'acronimo in spagnolo; ndr), istituto del Banco Mondiale. Inizialmente, la compagnia denunciò una perdita per lucro cessante di oltre 300 milioni di dollari, somma poi ridotta a 250 milioni a seguito della documentazione presentata dai difensori dello Stato salvadoregno.
Secondo la Pacific Rim, il permesso di esplorazione ottenuto le dava diritto anche alla licenza di sfruttamento, come avrebbe dato ad intendere dal governo a suoi rappresentanti in più occasioni. Tale argomento era facilmente contestabile: secondo la legge sul settore minerario vigente a quel momento, infatti, la compagnia non aveva maturato i requisiti stabiliti, fra i quali la presentazione di uno studio di impatto ambientale ed uno tecnico di fattibilità. D'altro canto, la crisi finanziaria internazionale di quegli anni colpì anche l'impresa canadese, che nel 2013 è stata comprata dalla australiana Oceana Gold, la quale ha dato continuità alla causa intentata contro lo Stato salvadoregno. La nuova compagnia ha sostenuto di contare sull'appoggio della maggioranza della popolazione di Cabañas e che solo un ridotto gruppi di attivisti si opponeva alle sue attività. Tale argomento è stato, però, confutato dal citato secondo sondaggio realizzato dalla UCA, i cui risultati sono stati resi noti nel 2015.
La causa è durata sette anni, durante i quali lo Stato salvadoregno ha mantenuto la moratoria, ed è costata oltre 13 milioni di dollari la difesa nel tribunale internazionale. Alla fine, il 16 Ottobre 2016, l'ICSID ha sentenziato a favore del Salvador e contro l'impresa australiana, condannata a risarcire 8 milioni di dollari al Salvador per le spese processuali sostenute; al Marzo 2017, tale indennizzo non era stato ancora versato.

Il ruolo dei vescovi

La lotta contro le miniere ha goduto anche del sostegno, spesso silenzioso, di sacerdoti, religiosi e laici cattolici. Il 3 Maggio 2007, la Conferenza Episcopale del Salvador ha emesso un pronunciamento contrario all'estrazione di metalli nel Paese. Quel documento concludeva categoricamente: «Quando è in pericolo la vita dell'essere umano, sebbene si possano ottenere alcuni benefici economici, non si deve permettere lo sfruttamento minerario di metalli preziosi nel Salvador. Nessun vantaggio materiale può essere comparato con il valore della vita umana».
Da allora, la posizione della Chiesa Cattolica è rimasta invariata, anche se nel corso degli anni la sua voce è sembrata affievolirsi in alcune occasioni.
Nella retta finale della lotta determinante è stata la parola dell'arcivescovo di San Salvador José Luis Escobar Alas, che insieme ad autorità della UCA, il 7 Febbraio 2017, ha presentato all'Assemblea Legislativa un disegno di legge, elaborato da esperti della UCA con il contributo di organizzazioni e comunità colpite dall'attività mineraria.
Quindi, il 29 Marzo 2017, sono state consegnate oltre 30 mila firme raccolte in appena una settimana a sostegno di tale proposta legislativa. La delegazione che consegnava le firme, presieduta da monsignor Escobar, è stata ricevuta da tutti i partiti, che hanno offerto il loro appoggio alla legge, che è stata approvata lo stesso giorno!

Dalle Filippine una testimonianza solidale

La lotta delle comunità di Cabañas ha goduto di un'articolata solidarietà internazionale di persone, istituzioni e organizzazioni di difesa dell'ambiente.
Il ricorso della Pacific Rim contro lo Stato salvadoregno ha spinto diverse istanze internazionali a riunirsi nel movimento Aliados Internacionales contra la Minería Metálica en El Salvador, che ha fatto da cassa di risonanza mondiale delle denunce nei confronti della Pacific Rim e sostenuto gli sforzi tesi all'elaborazione di una legge che proibisse l'estrazione di metalli.
Menzione speciale merita la solidarietà di Carlos Padilla, governatore della provincia di Nueva Vizcaya, nelle Filippine, dove Oceana Gold è impegnata nella ricerca di giacimenti di oro. Mentre l'impresa australiana, anche dopo la sentenza dell'ICSID, ha continuato a prodursi in un'intensa campagna mediatica nel Salvador, presentandosi come promotrice di una “attività mineraria responsabile” e diversa dalle altre compagnie minerarie, il governo filippino le ha cancellato il permesso di sfruttamento in Nueva Vizcaya per i danni ambientali causati e per il mancato rispetto dei diritti dei lavoratori.
La testimonianza offerta da Carlos Padilla nel Salvador ai media, alla Commissione Ambiente e Cambiamento Climatico dell'Assemblea Legislativa e al Consiglio Nazionale della Sostenibilità Ambientale e Vulnerabilità, è stata decisiva per screditare le menzogne impudicamente diffuse dall'impresa australiana attraverso i media salvadoregni.

Una vittoria di tutti, ma solo un primo passo

Molti sono stati i fattori che, sommati, hanno consentito di raggiungere una meta che appariva lontana; o, quanto meno, non così vicina. Dimostrare che oggi l'industria mineraria inquina, non produce sviluppo economico, né genera quantità significative di lavoro dignitoso, e, quindi, smascherare le bugie e rivelare le verità sull'industria mineraria, sono stati fattori chiave per la vittoria. Le evidenze hanno via via convinto i più e fatto guadagnare consensi anche in settori tradizionalmente schierati a difesa della minería. Persino i deputati di ARENA, che sono rimasti nell'emiciclo legislativo, hanno votato a favore della legge, grazie all'impegno di un giovane deputato di quel partito che ha dedicato titanici sforzi per convincerli.
La legge che proibisce l'attività mineraria nel Salvador è una vittoria delle comunità ed organizzazioni che hanno resistito e degli ambientalisti assassinati, il cui sangue ha fecondato questa lotta. Si tratta di una vittoria della solidarietà internazionale organizzata che si è messa a lato dei movimenti nazionali. E pure dei professionisti ed accademici che hanno messo le loro capacità e conoscenze a disposizione di una così nobile causa. E, pure, dei funzionari statali e deputati che l'hanno votata.
In breve, è una vittoria di tutto il popolo salvadoregno. Ma, sebbene enorme, si tratta solo di un passo nella lotta per recuperare e proteggere l'ambiente. Anche se quest'altra lotta, più integrale, continua ad essere ancora un tema marginale nei grandi media, non c'è problema più urgente e strategico nel Salvador che affrontare il degrado ambientale, perché nessun progetto politico, economico o di qualsiasi indole risulterà viabile senza garantire la sostenibilità ambientale.
Il 29 Marzo 2017 resterà impresso nelle menti e nei cuori di quanti hanno lottato, convinti che proibire l'attività mineraria fosse la cosa migliore per il Paese. Il presidente della Repubblica Salvador Sánchez Cerén ha firmato la legge il 4 Aprile 2017, registrando nella storia ufficiale un così importante risultato. 105 anni dopo la lettera degli abitanti di Santa Rosa de Lima, il loro appello per la vita è stato ascoltato e il “luccichio dell'oro” oggi non “acceca” più.

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