«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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EL SALVADOR / L'amara conclusione di un torturatore

Il colonnello Nicolás Carranza, uno degli alti ufficiali responsabili della cruenta repressione del popolo salvadoregno verso la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80, al soldo della CIA, è morto all'età di 84 anni. Nel 2005, negli Stati Uniti, dove era andato a vivere nel 1985, era stato denunciato da alcune delle sue vittime. Fu, quindi, giudicato colpevole di crimini contro l'umanità, omicidi extragiudiziali e torture; tutti crimini che Carranza ordinò e diresse. Tuttavia, più che le accuse che gli furono rivolte, ad indignarlo fu il fatto di trovarsi da solo sul banco degli accusati, senza la compagnia dei suoi alleati statunitensi che cospirarono con lui per commettere quei crimini.

Di Carlos Dada, fondatore e direttore de El Faro, quotidiano digitale salvadoregno.
Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

Il colonnello salvadoregno Nicolás Carranza è morto il 2 Agosto 2017, all'età di 84 anni, di morte naturale, circondato dall'affetto della sua comunità, che tanto lo stimava, in Memphis, Tennessee.
Come milioni di salvadoregni prima e dopo di lui, Carranza era emigrato negli Stati Uniti nel 1985, per rifarsi una vita, nascondendo quella che aveva condotto sino ad allora ed inventandosene una nuova.
Era stato Viceministro di Sicurezza e capo della Policia de Hacienda (una sorta di Guardia di Finanza in quegli anni attiva nella repressione dei movimenti popolari, ndr) negli anni più bui della guerra, con innumerevoli scheletri e segreti nell'armadio.

Il sodalizio con D'Aubuisson

Il colonnello Carranza, che pure era stato direttore della compagnia telefonica statale ANTEL, di cui si serviva per operazioni di spionaggio, era asceso a Viceministro della Difesa dopo il colpo di Stato del 1979. Nel nuovo incarico, controllava i temuti corpi di sicurezza pubblica salvadoregni: la citata Policia de Hacienda, la Guardia Nazionale e la Polizia delle Dogane.
Secondo la lunga indagine sugli squadroni della morte realizzata dai giornalisti Laurie Becklund e Craig Pyes, fu Carranza ad orchestrare l'uscita dall'Esercito del maggiore Roberto D'Aubisson, aiutandolo nel furto degli archivi di ANSESAL, l'Agenzia di Sicurezza Salvadoregna. In pratica, lo voleva fuori dall'Esercito per realizzare il “lavoro sporco”, pur continuando ad essere il suo capo diretto. «I militari vedevano di buon occhio ciò che D'Aubuisson stava facendo – disse Carranza a Pyes –. Non c'era ragione di perseguirlo fintantoché combatteva i comunisti». Carranza aprì le porte delle caserme a D'Aubuisson perché vi reclutasse militari per le sue operazioni notturne.
A metà degli anni '80, il colonnello Carranza dichiarò ad un periodico statunitense: «Gli squadroni della morte sono apparsi dapprima in Brasile. Si trattava di poliziotti che ammazzavano criminali. Anche noi ci rendemmo conto che il sistema di giustizia non puniva i terroristi, di modo che dovemmo prendere le nostre contromisure».
Non appena nominato viceministro, Carranza mise al vertice della Policia de Hacienda Francisco Morán, al quale dava direttamente gli ordini. Morán gli serviva da collegamento con gruppi di imprenditori coinvolti nella creazione degli squadroni della morte. Nel 1980, fu il responsabile della morte di Mario Zamora (procuratore generale e leader della Democrazia Cristiana salvadoregna, ucciso il 23 Febbraio 1980, ndr).

La nuova vita dell'ex agente CIA

Quanto emigrò negli Stati Uniti, Carranza non solo nascose i propri crimini, ma anche i suoi modi, tanto da apparire un uomo dal fare gentile. Cambiò persino religione, entrando nella Chiesa Battista locale. Ottenne un lavoro di vigilante del Museo di Arte Brooks, dove si presentava come impiegato simpatico e socievole, sempre disposto ad aiutare gli altri. In poco tempo, in quella serena città del Sud degli Stati Uniti si fece riconoscere come un distaccato membro della sua comunità religiosa e professionale: generoso, solidale, comprensivo.
La sua storia assomiglia a quella raccontata nei film su agenti o informatori della CIA (Central Intelligence Agency, ndr), che l'Agenzia ha bisogno di mantenere nascosti e per questo cambia loro identità e li manda a vivere in piccoli centri, trovando loro lavori modesti, di bassissimo profilo. Il colonnello Carranza, tuttavia, non cambiò nome. Anche se, come confessò anni dopo, era stato a lungo un informatore della CIA.

Un uomo sconfitto e sotto processo

L'ho conosciuto una fredda mattina di Novembre del 2005, a Memphis, quando si difendeva in tribunale dalle accuse che gli avevano rivolto le vittime delle sue torture e la vedova di Manuel Franco, il leader del Fronte Democratico Rivoluzionario (FDR) di cui aveva ordinato l'assassinio un quarto di secolo prima, insieme ad altri cinque dirigenti di quell'organizzazione. Durante una pausa del processo, gli chiesi un'intervista. Mi disse di no. Il suo avvocato, Robert Fargarson, mi spiegò che non poteva rilasciare alcuna dichiarazione fino alla conclusione del processo.
Il colonnello era già vecchio allora. Arrivava in tribunale assai elegante, con cappotto, sciarpa e un berretto per proteggersi dal freddo. Camminava sempre con sua moglie al braccio. Aveva lo sguardo un po' perso e ascoltava le accuse nei suoi confronti con la testa reclinata. Il colonnello era ormai un uomo sconfitto.
Un pomeriggio, dopo una interruzione, ci incontrammo nell'ascensore. Due piani. «Buon pomeriggio colonnello», gli dissi. «Buon pomeriggio», mi rispose. Niente di più. Intervenne il suo avvocato: «Non può parlare con lei». Si aprirono le porte dell'ascensore e uscì con sua moglie al braccio.
Durante tutto il processo, Carranza ascoltò le accuse nei suoi confronti e le testimonianze delle sue vittime, come se fossi lui la vittima di una cospirazione che non riusciva a comprendere. Alejandro Dagoberto Marroquín, del Partito di Conciliazione Nazionale (PCN, di destra, ndr) si recòal processo per testimoniare che Carranza era così buono con i suoi prigionieri che spesso faceva dipingere le pareti delle celle affinché i reclusi disponessero di un luogo più gradevole. Uno dei superstiti di quelle celle di tortura, Daniel Alvarado, confermò la tinteggiatura delle pareti, ma aggiunse che essa avveniva sempre prima di una visita della Croce Rossa per coprire gli schizzi di sangue sulle pareti.

“Mi pento solo di aver lavorato per la CIA”

In quel processo, Carranza fu giudicato colpevole di crimini contro l'umanità, omicidi extragiudiziali e torture. Gli unici a sorprendersi furono i suoi conoscenti della Chiesa Battista di Memphis e i suoi compagni di lavoro al museo.
Non è che Carranza non sapesse ciò che aveva fatto. Ma non capiva per quale motivo fosse sotto processo negli Stati Uniti. Così disse al giudice: «Mi pento solo di aver lavorato per la CIA».
Tutto ciò che era sotto accusa in quel tribunale, disse Carranza, era noto alla intelligence statunitense. Niente di nuovo, peraltro. Già lo aveva rivelato l'ex direttore di ANSESAL, il colonnello Roberto Santiváñez, nel 1985, quando era stato accusato di aver montato, insieme al maggiore Roberto D'Aubuisson, le strutture paramilitari note come Squadroni della Morte. Poco dopo si venne a sapere che Carranza guadagnava 90 mila dollari all'anno per i suoi servizi resi all'Agenzia statunitense.
La sua appartenenza alla CIA fu ribadita, inoltre, dall'ex ambasciatore degli Stati Uniti nel Salvador, Robert White, in un'intervista che gli feci alcuni anni dopo: «Io cercai di fare in modo che buttassero fuori Carranza dalla CIA, ma non è facile convincere Langley (il quartier generale della CIA). E dovrebbero pure indagare sugli ambasciatori degli Stati Uniti che nascosero informazioni su ciò che stava accadendo» nel Salvador, mi disse White.
Fra gli informatori dei servizi di intelligence statunitensi c'erano anche il fondatore di ANSESAL e di ORDEN (l'Organizzazione Democratica Nazionalista, di estrema destra, ndr), il colonnello Alberto Medrano, e il suo protetto, Roberto D'Aubuisson, che apostrava così: «uno dei miei tre assassini».
Il luogotenente di D'Aubuisson, Álvaro Saravia, confessò che la CIA forniva armi ai gruppi paramilitari, come più tardi venne alla luce a seguito della cattura (in Nicaragua, ndr) di Eugene Hasenfus, un pilota statunitense che riforniva la Contra nicaraguense, e, soprattutto, delle indagini sul narcotrafficante honduregno Juan Ramón Matta-Ballesteros.
Oltre a Carranza, negli Stati Uniti sono già stati giudicati quattro militari salvadoregni, accusati e ritenuti colpevoli di violazioni dei diritti umani durante la guerra: il capitano Álvaro Saravia, il generale José Guillermo García e il colonnello Eugenio Vides Casanova. Attualmente, il colonnello Inocencio Montano è agli arresti negli Stati Uniti in attesa di essere estradato in Spagna per essere processato per l'assassinio dei sacerdoti gesuiti nella UCA.
Ma, oltre ai partecipanti all'operazione Iran-Contras, nessun statunitense è stato mai giudicato per il suo ruolo nelle violazioni dei diritti umani dei centroamericani, che furono molteplici e sono state debitamente documentate. Ad essere puniti sono stati solo i loro informatori locali, i loro soci strategici, i loro “gorilla” come una volta li definì l'ambasciatore nel Salvador Deane Hinton.
Il colonnello Carranza è stato sconfitto dai suoi accusatori, tutti vittime di abominevoli vessazioni che egli ordinò e diresse.
Più che le testimonianze contro di lui, il colonnello si indignò al sentirsi solo, unico processato, unico condannato, senza la compagnia di quanti cospirarono con lui per commettere tutti quei crimini: vale a dire, i suoi alleati statunitensi.

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