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Guatemala / Femminicidio: gli aspetti visibili ed invisibili PDF Print E-mail
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Written by mc   
mercoledì, 23 maggio 2007

Guatemala

Femminicidio: gli aspetti visibili ed invisibili

Perché tante donne vengono uccise, apparentemente senza un motivo? Perché proprio le più giovani e quelle appartenenti ai ceti popolari? Nel venire a conoscenza delle loro morti, ci chiediamo: cosa sappiamo delle loro vite? Dal Guatemala, ci giungono domande ancora senza risposte.

Di Diana García.
Traduzione di Anna Negri.
Redazione italiana di Marco Cantarelli.

Sebbene ci sia un dibattito in corso e una serie di definizioni sia in via di costruzione, il termine “femminicidio” è il più usato nella società guatemalteca per dare un nome agli assassinî di donne. Ogni mattina da anni, seguiamo i volti, i nomi, le vicende. Ma poi, a sera, non abbiamo più parole. Andiamo avanti senza conoscere i volti e i nomi dei responsabili. Più di mille donne sono state violentate e assassinate negli ultimi cinque anni in Guatemala. E per tutta risposta, i mass-media e le autorità ci danno versioni destinate a logorarsi, inutili per comprendere l’insensatezza di ciò che avviene.

Ipotesi, argomenti, motivazioni

Secondo la rivista Gobernanza, per la Commissione Interamericana di Diritti Umani (CIDH) il Guatemala è in testa alla lista dei Paesi dell’America Latina con il maggior numero di assassinî di donne. Pur avendo questo record, quali progressi abbiamo fatto nel comprendere le ragioni di quanto sta succedendo? In che misura le statistiche, il modus operandi che si descrive e le ipotesi che si formulano spiegano ciò che avviene? Il “fenomeno”, in particolare, è descritto molte volte come una “epidemia” che caratterizza “queste società in decomposizione” o socioculturalmente maschiliste che non tollerano più che le donne “escano in strada”. Ci viene detto che queste morti non sono “nient’altro” che la massima espressione dell’uso, della pratica e della normalizzazione dell’esercizio quotidiano della violenza contro le donne. Che l’impoverimento acuitosi negli ultimi vent’anni per l’applicazione di politiche neoliberiste trova sfogo nella violenza per la frustrazione accumulatasi nei soggetti più vulnerabili. Che l’appropriazione del corpo della donna è parte della logica di radicamento territoriale delle bande giovanili o del crimine organizzato. O che il dopoguerra, insieme alle pratiche repressive che lo hanno accompagnato, caratterizza l’eredità che per molto tempo ancora ci porteremo dietro. Cosa c’è di vero in tutti questi argomenti?
Sappiamo dagli abbondanti studi sull’argomento, che il contesto che ha reso possibile l’aumento di questi crimini si è fondato sull’irresponsabilità dello Stato e del sistema di giustizia, che non li ha investigati, né puniti. L’Istituto di Studi Comparati in  Scienze Penali (ICCPG) ci ricorda che l’azione “selettiva” e “criminalizzante” del potere penale dello Stato non può, né deve considerarsi come una vera istituzione incaricata di combattere e sradicare la violenza.
Allo stesso modo, la corruzione, l’impunità e le reti criminali infiltrate nelle forze di sicurezza dello Stato sono state ampiamente evidenziate da vari settori. Le istanze sociali che hanno a che fare con il sistema giudiziario hanno proposto numerose alternative di fronte alla crisi della giustizia penale, che si associa sia alla crisi della Polizia Nazionale che al collasso del sistema carcerario.
Anche il  movimento delle donne ha messo in evidenza in più occasioni la serie di ostacoli e mancanze che l’attuale legislazione ancora frappone alla persecuzione penale dei fatti di violenza contro le donne, legittimando in questo modo le prerogative del potere maschile nella società guatemalteca. È stato dimostrato che quelle che potrebbero essere considerate semplicemente “cattive prassi del sistema giudiziario” sono piuttosto forme secondarie di violenza e di “subordinazione disciplinare” del femminile.
Oltre alle richieste alle istituzioni di rendere visibile il problema e fornire risposte coerenti, i principali contributi delle organizzazioni di donne sono rappresentati dagli sforzi compiuti negli ultimi trent’anni per svelare i contenuti ideologici con cui il patriarcato istituzionalizza, legittima, giustifica e rende naturali gli atti di violenza contro le donne.
Pur avendo contribuito alla presa di coscienza nella società del fatto che il sistema ufficiale di raccolta dati non riflette appieno le dimensioni e la grandezza del fenomeno, la maggior parte dei mass-media continua a usare in modo irresponsabile l’informazione. La saturazione di determinati messaggi e il trattamento che spesso si dà ai dati, non solo hanno aumentato la percezione di insicurezza e vulnerabilità delle donne, ma hanno anche alimentato il grado di generalizzazione, confusione e semplificazione di una realtà sociale molto più complessa.
Le nostre carenze si nutrono anche degli sforzi investigativi e analitici di carattere multidisciplinare e multisettoriale che ci permettono di identificare con maggior chiarezza sia i diversi attori sia i vari livelli di responsabilità cui tutti facciamo fronte.

Una chiave di lettura: infanzia e adolescenza

Siamo di fronte alla necessità di smascherare gli aspetti storici, politici, sociali e culturali, ma anche economici, che possono essere attivi a livello locale, regionale e globale. La conoscenza dei volti e dei nomi dei responsabili richiede da parte nostra la capacità di costruire prospettive che non si escludano a vicenda. Ma il nostro tentativo di interpretare questa sofferenza sociale che ora condividiamo, non solo per sopravvivere ad essa ma anche per sradicarla, non si basa solamente sulla realizzazione di sforzi congiunti e sistematici a tutti i livelli. Una sfida di questo tipo richiede a noi donne di calarci nelle fasi storiche in cui si sono sedimentate le nostre paure e ci è stato imposto il silenzio come un marchio.
L’infanzia, l’adolescenza e la gioventù delle donne hanno a che fare con i ruoli di genere con cui siamo cresciute, che poi abbiamo rifiutato perché ci sono stati assegnati in modo arbitrario fin da piccole.
Ma cosa c’entrano l’infanzia e l’adolescenza con il femminicidio? Dal 2000, le cifre di morti violente di donne non hanno smesso di aumentare. Il culmine c’è stato nel 2004 con la morte di 527 donne. L’Istituto Nazionale di Statistica (INE) conta, fra il 2000 e il 2004, un totale di donne assassinate di 1.501. Se consideriamo anche i primi cinque mesi del 2005, il Gruppo Guatemalteco di Donne (GGM) calcola che le vittime siano già 1.882.
Stabilire i moventi che ne stanno alla base è complicato, dal momento che almeno il 40% dei casi è stato archiviato e non sono nemmeno diventati oggetto di investigazione. Così gli indicatori continuano ad essere puramente descrittivi. Secondo l’INE, nel 2002, il 27,6% delle vittime registrate corrispondeva a bambine e adolescenti sotto i 18 anni, mentre il 42,6% aveva meno di 29 anni. Un anno dopo, il 23,2% delle morti corrispondeva a donne minori di 18 anni e il 33,7% a donne con meno di 30 anni. Secondo la Procura di Diritti Umani, nel 2003, il 56,9% delle morti violente era composto da  bambine, adolescenti e giovani sotto i 30 anni.
Secondo il rapporto del 2004, Situación de la Niñez en Guatemala, dell’Ufficio dei Diritti Umani dell’Arcivescovato (ODHAG), le fonti emerografiche hanno registrato 108 morti violente di minorenni nel 2002, salite a 256 nel 2004. La Polizia Civile Nazionale (PNC) ha registrato un totale di 1.400 omicidi di minorenni in soli tre anni, in tutto il territorio nazionale. Mentre l’Organismo Giudiziario ha calcolato 862 omicidi di minorenni in due anni nel solo distretto della capitale.

Speranze sempre maggiori e opportunità sempre minori

È chiaro che i dati delle diverse fonti si intersecano e che la realtà che stiamo vivendo è tanto dura quanto complessa. Forse, in modo meno evidente, anche l’infanzia e la gioventù sono schiacciate dall’irresponsabilità dello Stato e da un’alta “tolleranza” sociale di tali livelli di violenza indiscriminata. Queste morti violente di minorenni possono entrare nella definizione di femminicidio? Esistono relazioni di potere fra i generi o all’interno dello stesso genere che potrebbero in qualche modo “giustificarle”? Abbiamo indizi a sufficienza per scartare questa possibilità?
Il patriarcato, in quanto forma di esercizio del potere e di sottomissione simbolica, fisica e materiale delle donne per garantire la sua riproduzione, non può limitare il proprio potere solo su questa “alterità” biologicamente diversa ma simile sul piano generazionale. Per poter continuare ad esistere il potere patriarcale cerca continuamente di controllare e governare le energie, i tempi, gli spazi, i significati e le forme concesse all’essere donna. Ma anche delle bambine, delle adolescenti e persino degli uomini delle nuove generazioni.
Non contiamo ancora su un numero sufficiente di indagini sul femminicidio in Guatemala, però i diversi rapporti stilati finora concordano nel ritenere che la maggior parte delle vittime siano donne giovani che provengono dalle classi popolari, sempre più povere. Di quartieri, borgate e insediamenti di una città in cui, mentre le aspettative e gli spazi immaginari tendono a espandersi sempre più, gli spazi di vita e sicurezza si restringono, in molti casi, fino a scomparire, come segnala la storica Deborah Levenson.
Diversi lavori hanno dimostrato come il fenomeno, pur interessando le aree rurali, sia assai più acuto nelle aree urbane, denominate “zone rosse”, e che la versione più facile da adottare, più semplice e persino più funzionale ai molteplici interessi, è quella che attribuisce una responsabilità maggiore a una gioventù sistematicamente “circoscritta”, che nasce fortemente condizionata e che è stata progressivamente “criminalizzata” in ragione dell’agire delle bande.
Chissà che questa gioventù abbia molto a che vedere con noi donne, ci azzardiamo a pensare, correndo il rischio di rendere possibile l’incontro fra ciò che ci accomuna e ciò che ci distingue. Perché vogliamo unificare i criteri ed evitare la frammentazione dei nostri sforzi. Perché ci decidiamo a prendere le distanze dalla stigmatizzazione, dalla criminalizzazione e dalla repressione con cui si stanno marchiando le nuove generazioni.

È solo un problema delle donne?

Il femminicidio è un problema che riguarda solo le donne? È incredibile, però a volte così sembra. Come quando le istituzioni considerano la violenza sessuale esercitata contro le donne come un eccesso standardizzato del reato di omicidio. Quando il corpo delle donne è alienato dal sistema della giustizia che offre alle sopravvissute di reati sessuali un indennizzo economico come unica alternativa e come misura sostitutiva alla persecuzione penale. Quando questo indennizzo è equiparato al risarcimento per altri reati “minori”. Quando i reati di violenza sessuale non sono ritenuti dal Codice Penale di interesse pubblico e continuano ad essere intesi parte della sfera privata o quando non sono del tutto definiti, socialmente e giuridicamente, come fonte di minaccia alla convivenza e alla sicurezza pubblica.
Il femminicidio sembrerebbe essere un problema delle donne quando il Potere Legislativo continua impunemente a non rispondere alle richieste delle organizzazioni femministe di considerare reati la violenza all’interno delle famiglie e le molestie sessuali, o quando le rinviate riforme del Codice Penale, che prevedono la scomparsa di definizioni giuridiche quali il ratto proprio ed improprio, continuano a legittimare da parte dello Stato la violazione dei diritti umani delle donne. Questa disposizione sistematica dello Stato a conservare il “permissivismo” nella giustizia applicata alla violenza fisica e sessuale, si appoggia sulla razionalità economica e politica legata all’auge della mercificazione dei corpi di donne, bambine, bambini e adolescenti e sul progressivo aumento dei profitti dell’industria pornografica e del turismo sessuale Nord/Sud.

Manca il sostegno da parte maschile

Il femminicidio sembra essere un problema che pesa solo sulle donne anche perché sono le loro espressioni organizzate – la Rete No Violenza contro le Donne, l’Unione Nazionale delle Donne Guatemalteche, Terra Viva o la Sezione Donne insieme a tante altre – che dopo tanti anni continuano a sforzarsi per costruire convergenze con il movimento dell’infanzia e della gioventù, ma in definitiva non si sentono accompagnate da altre espressioni del movimento sociale nel suo complesso.
I movimenti sindacali, contadini, indigeni o dei diritti umani non hanno fatto proprie le rivendicazioni delle donne e ciò non solo dimostra come il grado di consapevolezza della leadership maschile di tali gruppi non sia andata molto al di là della tradizionale gestione desarrollista (“sviluppista”, ndr) delle risorse legata alla denominata “prospettiva di genere”, ma anche che ignorano che la trasformazione della società guatemalteca non sarà possibile senza un forte impegno a sciogliere i molteplici e sfaccettati nodi che stanno alla base delle gerarchie dell’ordine patriarcale.
Quando il femminicidio è inteso come un problema esclusivo delle donne, si alimentano gli argomenti usati per minimizzare e delegittimare le loro lotte.

Lo stesso crimine, contesti diversi

Di quale femminicidio parliamo? A vent’anni da quando fu coniato il termine generocidio da parte di Anne Warren, non è da molto che in Guatemala si discute sulla pertinenza o meno del termine femmicidio o femminicidio.
È necessario riprendere il significato di “generocidio” e capire perché è stato importante evitare la neutralità dei generi. Sterminio di persone a causa del loro sesso? Morti per ragioni di genere? Assassinî per odio nei confronti delle donne da parte di uomini? Omicidi di donne come forma estrema di violenza contro di esse?
È stato necessario rendere esplicite le differenze fra i contesti in cui si verificano questi crimini al fine di includere categorie come quelle del “femminicidio intimo” o “non intimo”, sviluppate a partire dal tipo di relazione fra la vittima e il suo carnefice; quelle di “femminicidio accidentale” o “per connessione”, associate alla difesa di qualcun altro, per fare solo un cenno alla pluralità di circostanze in cui tali morti possono verificarsi. Oppure quei crimini in cui la violenza sessuale può essere o non essere presente, come indicatore associato ad altri tipi di relazioni di potere. Tutte queste definizioni hanno determinato dei progressi fondamentali, avendo aperto la strada verso una serie di considerazioni ancora da fare.
Senza dubbio, la differenza fra “genocidio” e la realizzazione di “atti genocidi” stabilita nel contesto giuridico internazionale può apportare elementi importanti. La concezione di un femminicidio che non si limiti all’eliminazione fisica delle donne; il riconoscimento di una diversità di preferenze sessuali che irrigidiscono il potere patriarcale e non si limitano alla dicotomia biologica dei sessi nel ruolo di vittima e carnefice; il significato delle forme esplicite della misoginia, in quanto manifestazioni inconsapevoli di una soggettività collettiva che discredita le donne, possono essere ugualmente decisive. E come segnala Martín Baró, bisogna considerare anche il carattere ultimo e strumentale che l’esercizio della violenza può avere sulla base del contesto che la rende possibile.

Le cifre europee, latinoamericane, centroamericane

Nel 2003, il Centro Regina Sofia (di Spagna, ndr) per lo Studio sulla Violenza ha pubblicato dati relativi all’anno 2000 sulle dimensioni del “femminicidio” in Europa. Quel rapporto dimostrava come Germania, Romania, Regno Unito, Polonia, Spagna e Italia fossero in testa alla lista dei Paesi con il maggior numero di assassinî di donne, con quantità che vanno dalle 437 alle 186 vittime annuali. Tuttavia, se rapportiamo i crimini al numero (espresso in milioni) di donne, in testa alla lista figurano Estonia, Romania, Svizzera, Finlandia e Islanda, Paesi che oscillano fra i 47 e i 14 casi di morti violente. È così evidente che il femminicidio, o femmicidio, non è estraneo al resto del mondo e si verifica in società differenti.
Sulla base degli studi del CIDH sulla situazione latinoamericana, la rivista Gobernanza scrive che a ruota del Guatemala, con un tasso di 70 crimini ogni 100 mila abitanti, seguono Colombia con 65, Venezuela con 33, Brasile con 25 e Messico con 12,5.
È importante notare, oltre agli alti tassi di frequenza, che non si dispone di sufficienti informazioni per parlare di un aumento del numero di morti violente, giacché bisogna tenere conto che le variazioni possono dipendere dalla qualità degli studi effettuati, che in periodi di tempo così brevi non rappresentano un elemento sufficiente a spiegare le differenze che si osservano, per esempio in Spagna. A livello centroamericano, se nel 2000 sono stati documentati 21 casi in Honduras, nel 2002 il numero era aumentato a 70. In Guatemala,  secondo l’INE le cifre sono cresciute del 112% fra il 2000 e il 2004.

Le nostre esperienze coincidono?

Avendo in comune una serie di sfide da affrontare, sarebbe necessario chiederci: in che misura le nostre esperienze coincidono fra loro? Fino a che punto la logica patriarcale diffusa trova gli stessi canali per esprimere il proprio dominio e per manifestarsi? Quali sono gli aspetti visibili e resi visibili, ma anche quelli occulti e oscurati, del femminicidio in Guatemala?
Riprendendo il caso della Spagna, le fonti di solito considerano femminicidi gli assassinî avvenuti “nell’ambito di una coppia (attuale o antecedente)”. Là, la quasi totalità delle vittime è compresa fra i 21 e i 40 anni.
Sulla base di uno studio realizzato da Ana Carcedo e Monserrat Sagot, durante gli anni ’90 in Costa Rica, sono morte in media 31 donne all’anno e il 61% dei casi si è verificato nel quadro di relazioni di coppia.
Nel Salvador, delle 134 donne che secondo CEMUJER, citato da ISIS International, sono state assassinate fra il 2000 e il 2001, il 98,3% è morto nel contesto di relazioni di coppia.
Uno studio realizzato da PROFAMILIA nella Repubblica Domenicana mostra la stessa tendenza: la maggior parte delle vittime è morta nel contesto di relazioni di potere stabilite con il partner o ex partner, ed è stata assassinata soprattutto con armi bianche e senza segni di tortura. Gli aggressori avevano per la maggior parte precedenti penali, erano per lo più disoccupati e si sono suicidati dopo aver commesso il delitto.


Inefficacia, impunità e molte domande in sospeso

Nel caso del Guatemala, il fatto che lo Stato non si assuma la responsabilità di indagare e perseguire penalmente i responsabili, non ci permette di giungere a delle conclusioni. Secondo Claudia Paz, dell’ICCPG, dei 527 casi documentati dalla PNC nel 2004, solo due sono finiti in tribunale, cosa che dimostra l’alto grado di inefficacia del sistema giudiziario e l’impunità prevalente. Vi sono, inoltre, seri problemi nella definizione di una tipologia coerente e capace di riflettere a livello istituzionale in modo veritiero i moventi degli omicidi. L’alta incompatibilità fra istituzioni già esistenti, create da diversi settori dello Stato, contribuisce a rendere ancor più difficile la comprensione del fenomeno.
Un chiaro esempio è fornito dai dati del rapporto Homicidios de Mujeres 2003-2004 del Servizio di Indagini Criminali della PNC, relativo alla capitale. In esso, si afferma che, sulla base degli studi fatti dei casi noti, «il 21% corrisponde a omicidi originati da problemi fra bande e un altro 21% da problemi personali, il 17% è originato da motivi passionali, il 10% ha come movente furti o rapine, il 9% è legato al narcotraffico, il 5% a stupri, il 4% è dovuto a pallottole vaganti, il restante 13% comprende suicidi, furti di veicoli, violenza familiare e altri moventi sconosciuti.» In un’indagine speciale sulle morti violente del 2003, la Procura dei Diritti Umani ha classificato i seguenti casi: morti dovute a delinquenza e a bande criminali, esecuzioni con carattere extra-giudiziario o di “pulizia sociale”, omicidi compiuti da psicopatici e da maniaci, che comportano abusi e/o violazioni sessuali, e morti per negligenza o incidenti.
In altri Paesi della regione centroamericana, come si è giunti a stabilire le tipologie e i moventi del femminicidio? È indubbio che, in Guatemala, individuare i termini e le categorie, ma soprattutto i quadri interpretativi, richieda uno sforzo enorme, per comprendere, dalla nostra prospettiva storica, economica e sociopolitica, la complessità con cui avvengono questi delitti.
Nel caso delle morti violente che avvengono nell’ambito di relazioni di coppia, la logica del patriarcato è analoga a quella che delle bande criminali che controllano il territorio? Si esprime essa allo stesso modo del narcotraffico e del crimine organizzato che necessitano del controllo degli spazi per mantenere i loro profitti, o della impropriamente detta “pulizia sociale”? Funziona allo stesso modo quando si creano le condizioni per soffocare ogni possibilità di protesta sociale e quando si riflette in forma sistematica nelle reazioni socio-culturali della vita quotidiana? Si basa sugli stessi meccanismi quando esprime la frustrazione di una forza-lavoro maschile progressivamente emarginata e quando rivela come le nuove generazioni abbiano socialmente imparato ad esercitare la violenza? Chi e come agisce secondo la logica patriarcale quando la violenza politica cerca di rendersi invisibile o quando si mettono a nudo le abitudini di soggetti addestrati allo sterminio?

Bande giovanili o crimine organizzato

«Prima nei quartieri si sentiva di assassinî di donne da parte di mariti o causati dalla delinquenza, ma mai come se ne parla ora», dice José, da molti anni impegnato con giovani e adolescenti dei quartieri nel tentativo di cambiare questa situazione. «Da quel che ricordo, il problema c’è sempre stato», anche se aggiunge, «i giornali non ne parlavano.»
Cosa è cambiato? Perché oggi sono aumentati questi omicidi? Perché contro le donne? Perché con tanto accanimento? Queste sono alcune delle domande rimaste in sospeso in uno dei più coraggiosi rapporti fatti finora sul tema del femminicidio in Guatemala. In questo lavoro, realizzato nel 2005 da Myra Muralles e da Violeta Lacayo per il gruppo parlamentare della Unione Rivoluzionaria Nazionale Guatemalteca (URNG, la ex guerriglia, ndr), si analizzano i diversi attori, interessi, logiche e posizioni da cui potrebbe aver origine il fenomeno.
Il rapporto evidenzia come, nonostante la Polizia Nazionale enfatizzi la responsabilità delle bande giovanili, come si legge sui giornali, il Procuratore Sergio Morales consideri l’ipotesi secondo cui gli omicidi rispondano piuttosto a «un’attenta pianificazione» da parte delle strutture e delle attività del narcotraffico e del crimine organizzato, più che delle bande giovanili. Ciò corrisponde alle analisi fatte rispetto ad altri contesti sempre in relazione alla violenza, che mettono in evidenza il ruolo del crimine organizzato, del narcotraffico e del commercio di armi per il controllo di porzioni sempre maggiori del territorio urbano e nell’aumento delle azioni violente.
La PDH sottolinea l’importanza di riuscire a smantellare i corpi illegali e gli apparati clandestini ancora nascosti nelle pieghe dello Stato. È lì dove si inizia a tracciare una linea di confine fra responsabilità materiali e intellettuali dei delitti, giacché, sebbene si possa constatare, a partire dalla descrizione dei fatti, come le bande giovanili partecipino alle esecuzioni materiali, quest’ultime non sempre rispondono ai meccanismi interni alle stesse bande, ma, spesso e in forma molto complessa, anche a interessi strumentali relativi ad altri soggetti.
   
La sicurezza nazionale e la privatizzazione della sicurezza

Secondo la Rete No Violenza contro le Donne, la violenza delle bande giovanili è legata all’appartenenza di un membro della famiglia alle sue strutture attraverso diversi meccanismi: quello della vendetta, del regolamento dei conti o dell’istituzione di nuove relazioni di potere fra differenti gruppi. Tale violenza può anche essere dovuta alle relazioni di coppia o di ex coppia stabilitesi fra i giovani. Altri fonti hanno documentato la morte di donne in quanto testimoni di determinati delitti e che non avevano ancora imparato a tacere per poter sopravvivere.
Tuttavia, tutti questi meccanismi non sono esclusivi delle bande. Nemmeno lo è la famosa “territorializzazione” degli spazi. Inoltre, bisogna mettere in relazione il rapido aumento della violenza con il fatto, non di poco conto, che dalla metà degli anni ’90 le bande “locali” sono state progressivamente soppiantate dalle “bande transnazionali”, come dimostra Gabriela Escobar.
Anche se è già da qualche decennio che esiste il problema delle bande criminali, solo recentemente il Ministero degli Interni lo ha classificato come tema di “sicurezza nazionale”. Ciò giustifica agli occhi della società la progressiva militarizzazione della regione, dovuta anche all’espansione del fenomeno su scala regionale, all’enfasi posta dal governo degli Stati Uniti sul tema del “controllo” e alla realizzazione di una serie di eventi come per esempio la recente Conferenza delle Forze Armate Centroamericane nella quale le calamità naturali, il mantenimento della pace e la lotta al terrorismo sembrano aver posto le basi della presenza di una forza militare nell’istmo.
Ma la tesi sulla crisi dello “Stato di Diritto”, la creazione di un clima di insicurezza e persino di terrore nella cittadinanza, dipendono da molteplici interessi. Uno dei quali è la privatizzazione dei servizi di sicurezza, che è stato evidenziato dalla missione ONU in Guatemala (MINIGUA) e dalla URNG. Le società di servizi di sicurezza private, dotate di maggiori quantità di mezzi, armi, agenti nonché di una maggiore capacità di controllo dell’informazione in diverse zone del Paese rispetto alla PNC, producono grandi profitti per i loro proprietari, che sono in gran parte ex militari, ex poliziotti o imprenditori di origine israeliana. Anche se il più delle volte operano per vie non legali, queste imprese, fra il 1996 e il 2001, si sono triplicate.

La paura, l’insicurezza e la stampa sensazionalistica

Anche i mass-media hanno contribuito a dar adito a questa industria della paura, dell’insicurezza e del sensazionalismo. D’altra parte, è indubbio che nel Paese le cifre del femminicidio siano aumentate e anche il livello di violenza messa in atto. Diversi rapporti hanno dimostrato come nel 20-25% dei casi ci siano stati segni di tortura, mutilazione, strangolamento o altre forme di violenza estrema. Il rapporto della URNG segnala che nel 28% dei casi è stato commesso abuso sessuale.
Nel complesso dei diversi interessi e soggetti, la stampa nazionale e internazionale adotta il più delle volte le versioni più descrittive, e quotidianamente le generalizza. Questa generazione della paura e del timore alimentata da diverse fonti, inibisce e paralizza progressivamente le azioni della comunità e restringe sempre di più gli spazi di incontro collettivo. In relazione a questo,  Muralles e Lacayo hanno messo in evidenza il fatto che, di fronte all’impoverimento e alla mancanza di prospettive socioeconomiche per i ceti popolari, «il sistema fomenta e permette sistemi di autoeliminazione di quella parte di popolazione considerata secondaria e potenziale soggetto di espressioni e azioni di protesta sociale», e questo senza che vengano intaccati gli organismi di sicurezza.
In base ai costi e alle dimensioni della violenza, uno dei centri guatemaltechi d’indagine di tendenza neoliberista, con gli auspici della Banca Mondiale, ha constatato nel 2002 che la povertà non è una condizione sufficiente per spiegare la generazione della violenza. E indicava questa traccia: «più che individui poveri che attaccano quanti godono di un maggior livello socioeconomico, si osservano giovani con scarsi mezzi “che si ammazzano fra di loro”.»
   
Dove sono gli assassini?

Un’altra indicazione è data dalla realtà nazionale. Nella società guatemalteca, il dopoguerra non è solo un ricordo e gli attori che a diversi livelli si sono macchiati di atti sanguinari contro la popolazione non sono scomparsi. Si sono trasformati, hanno maturato altri interessi e occupato altre posizioni. E la mancata applicazione da parte dello Stato della giustizia istilla nell’immaginario sociale l’idea secondo cui “ciò che è avvenuto è ancora possibile che si ripeta”, definendo nuovi percorsi di riproduzione. Dove si trovano, cosa fanno e che lavoro svolgono tutti questi uomini addestrati a praticare la violenza estrema? Una tesi recente sugli scontri e sul fenomeno della violenza giovanile nella capitale ha iniziato a svelare dove sono stati e cosa hanno appreso i loro figli...
Anche la PDH ha denunciato al Ministero Pubblico 23 agenti della PNC sospettati di aver preso parte a crimini contro delle donne. I ripetuti abusi sessuali compiuti nei commissariati di polizia contro donne arrestate, e le pratiche di tortura utilizzate dal Servizio di Investigazione Criminale, denunciate recentemente in uno studio (non pubblicato) dell’ICCPG, dimostrano come le forze di sicurezza dello Stato non siano state ancora capaci di riconvertirsi e come siano anch’esse fra i responsabili di tali delitti, che vanno indagati e portati in tribunale.
Nel frattempo, la criminalità e la violenza coniugale non hanno fatto e non fanno notizia. Ne deriva che, nonostante sia la PNC sia la PDH attribuiscano loro un peso significativo, i loro meccanismi sono meno visibili, si normalizzano e richiedono sforzi di comprensione sempre minori, o molte volte richiedono processi lunghi e complessi per arrivare a comprendere le molte sfumature di significato del fenomeno, al di là dell’espressione viscerale della misoginia. Negli interventi comunitari, la constatazione di questo tipo di crimini e la loro denuncia rappresentano un rischio elevato.

La virilità è in crisi?

In quest’ottica, Manuela Camus suggerisce di rivedere le contraddizioni prodotte dal cambiamento nella struttura della famiglia e nella rappresentazione simbolica dei suoi membri di fronte alla pressione esercitata sui soggetti dal modello di società esistente e dal discorso ufficiale. Si propone di riconsiderare il modo con cui donne e uomini affrontano la trasformazione dei modelli di «donna, madre, sposa, al servizio dell’uomo» e di quello dell’«uomo lavoratore e servito» nel contesto di precarietà economica e di violenza sociale che oggi prevalgono.
Si propone anche di esplorare le forme di frustrazione maschile che si stanno vivendo di fronte alla creazione di una certa indipendenza economica delle donne, che allo stesso tempo aumenta il loro sfruttamento.
In che modo la violenza sta garantendo il controllo della manodopera gratuita negli spazi domestici e produttivi? Come potrebbe garantire i guadagni prodotti dal lavoro salariato o informale delle donne? Anche a queste domande dobbiamo rispondere. Già nel 2004, Clara Jusidman segnalava come l’ingresso di donne povere nel mercato del lavoro che offre loro un maggiore grado di libertà, d’altra parte acuisce la sofferenza e le tensioni, e viene accompagnato dalla mancanza di aiuto nelle mansioni domestiche da parte degli uomini. Questo ha delle conseguenze fra le generazioni che devono essere analizzate per comprendere meglio la crescita della violenza.
Il valore incalcolabile di vuoti, di lutti e di vite non realizzate merita tutti i nostri sforzi di comprensione e di azione. Identificare i responsabili è uno degli sforzi prioritari. E, oggi, che conosciamo così bene le loro morti, cosa sappiamo delle loro vite?
Questa domanda mi ha accompagnato per un periodo di due mesi, durante l’indagine, facendomi avvicinare al modo di percepire e di vivere le forme di violenza da parte di giovani di entrambi i sessi, delle zone marginali urbane, vittime potenziali o effettive. Mi sono resa conto che se non facciamo qualcosa, il trambusto finirà per farci diventare sordi.
I risultati di circa 10 interviste e nove gruppi di lavoro sulla vita quotidiana di giovani e adolescenti, le loro voci, i loro desideri di espressione, ma anche il loro silenzio, rappresentano la seconda tappa di questa analisi. E andremo avanti.

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 7° corso di formazione glocal
 
17 Settembre 2010
ore 20:30
 

 “We Shall Overcome”:

 alle radici

della musica

“di protesta”.
 
Serata inaugurale
aperta a tutti,
genitori e figli, nonni e nipoti...
Insomma:
a chi le cantava,
a chi le canta ancora
e a chi le canterà in futuro...
 

Narrazione multimediale

di Cristina Mattiello,

americanologa,

con interventi musicali di 

Cristiano Zemin 

Mauro Facchinetti 

(chitarre).

Salone ex Circoscizione 2
via Enrico De Nicola 8
Vicenza

 Per saperne di più: info@ans21.org


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Centroamerica / La (ir)resistibile ascesa del movimento pentecostale

Nei quartieri poveri ed emarginati di tutto il Centroamerica si diffonde la “rivoluzione pentecostale”: di che si tratta? Queste chiese, distanti dal mondo cattolico ma lontane anche da quello protestante di origine europea, offrono ai poveri, di cui sono in gran parte composte, occasioni di riscatto morale da una vita fatta di stenti e violenze; opportunità, tuttavia, effimere quanto basta, che non modificano le loro condizioni materiali e, anzi, li allontanano dal partecipare alla soluzione dei problemi sociali. Una ricerca sul campo di una ricercatrice italiana, Paola Bolognesi, offre un interessante spaccato di tale mondo, che aiuta a capire i motivi della rapida crescita di tali movimenti religiosi.

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