Nicaragua-Costa Rica
Il fiume San Juan: serbatoio di conflitti, riserva di nazionalismi«Lo spirito della nazione è l’acre fermentazione del vino della Democrazia nelle vecchie otri del Tribalismo», afferma lo storico Arnold J. Toynbee. Il ricorso del Costa Rica alla Corte Internazionale di Giustizia de L’Aja, in Olanda, ha fatto rivivere in Nicaragua questo spirito. Perché il San Juan, più che un fiume, è un mito, è “storia liquida”. Un fiume, un territorio abbandonato e una riserva biologica stanno insieme a stenti. Il fiume San Juan, la zona limitrofa fra Nicaragua e Costa Rica e la riserva Indio-Maíz danno luogo a situazioni incandescenti, al limite del cortocircuito. Il fiume San Juan è il sinuoso stretto trovato con premeditazione e perfidia dai conquistatori spagnoli che sognavano un’ampia linea color turchese che li conducesse alle Indie. La zona di frontiera con il Costa Rica è un modello di come vari governi nicaraguensi abbiano lasciato intere comunità e municipi nelle mani della Divina Provvidenza e delle orde di pirati, filibustieri e saccheggiatori delle risorse naturali. Vasta 263.980 ettari, la riserva Indio-Maíz è la seconda più grande del Nicaragua.
Di José Luis Rocha, ricercatore di Nitlapán-UCA. Traduzione di Anna Negri. Redazione di Marco Cantarelli.
Un viaggio in traghetto di tutta una notte partendo dal molo di Granada; oppure, un turbolento viaggio di nove ore in strade che d’inverno (la stagione delle piogge, ndr) sono trappole fangose difficilmente evitabili; o ancora, per i privilegiati, un viaggio di circa mezz’ora in aereo (trattasi di piccoli velivoli da trasporto passeggeri e da turismo, in grado di atterrare sulla pista di terra (e sassi di San Carlos, ndr) : sono questi i modi per arrivare nel Río San Juan da Managua. L’abbandono persiste, dopo i governi somozisti, sandinisti, chamorristi, arnoldisti e bolañisti. Il municipio di El Castillo ha dovuto aspettare il 1992 perché la rete dell’energia elettrica arrivasse a Boca de Sábalos, sede del locale municipio. La rete telefonica è arrivata nel 1994. El Castillo, oggi ridotto ad una sola fila di case, è nato attorno ad una fortezza dotata di artiglieria per bloccare le incursioni e i saccheggi dei pirati dei secoli XVII e XVIII, che fecero di questo territorio isolato uno dei bersagli preferiti delle loro avventure. La selva che abbraccia i due fiumi Indio e Maíz è diventata riserva naturale nel 1999, sebbene fosse già considerata “area protetta” dal 1990. Creata alla vigilia del XXI secolo come manifestazione della globalizzazione ambientalista, questa area verde si è convertita nel grande totem, l’idolo vegetale al quale alcuni, apparentemente, vogliono sacrificare la governabilità e lo sviluppo della zona, mentre altri, gli irriverenti, cercano di inghiottirla nelle fauci del profitto. La combinazione di così tanti interessi contraddittori ha trasformato la zona in un territorio sacro dove si gioca, si vende, si affitta, si venera e si prostituisce l’identità nicaraguense. Questa combinazione non ha portato con sé l’annunciato decollo economico. Territorio e identità
Come nel 1850, il geografo tedesco Julius Froebel e, nel 1966, il poeta nicaraguense José Coronel Urtecho, per finire ai giorni nostri, i viaggiatori dispongono attualmente soltanto di due collegamenti fluviali alla settimana tra San Carlos e San Juan del Norte, i porti situati alle due estremità del fiume (distanti circa 200 km.). E solo nei giorni in cui partono queste imbarcazioni è visibile un fiacco commercio di pesce. Per il resto della settimana regna il torpore. I trasporti, il commercio, lo sviluppo, sembrano essere congelati in questa regione. Un paese sottosviluppato e una regione che fino a lì si è sviluppata. A chi interessano questi terreni fangosi, le asfissianti nubi di moscerini, o addirittura le leggende dei pirati? Questi terreni interessano, nei mesi estivi, alla Plywood, la compagnia forestale che gradualmente sta divorando la zona di ammortizzamento della riserva Indio-Maíz, violando la normativa ambientale. Santa Plywood la fa da padrona nella zona. Dove la Plywood non arriva, non esistono strade né imposte, dal momento che non c’è modo di riscuoterle. I Comuni della zona sono quasi impotenti senza la collaborazione della Plywood. Il fiume San Juan e il suo bacino risvegliano occasionalmente gli interessi di politici e funzionari statali che, con le peggiori intenzioni possibili, dimostrano con le loro dichiarazioni un’irresponsabilità omicida. Quando il governo del Costa Rica chiede una revisione dei propri diritti sul fiume San Juan, i politici confondono le acque per offuscare la loro evidente incapacità di creare quella coesione che non sono stati in grado di forgiare, perché privi della minima capacità mediatrice e per far resuscitare antiquati pruriti nazionalistici, sintomo dell’assenza di una migliore proposta ideologica. Confondono le acque di un fiume che molti di loro neanche conoscono, perché né gli incarichi politici, né la curiosità turistica li hanno spinti fin lì.
Cosa vuole il Costa Rica?
Le tensioni per il fiume, sempre latenti, fra Nicaragua e Costa Rica, si sono riaccese nel Settembre 2005 quando il Costa Rica si è stancato di cercare di convincere il governo nicaraguense a rispolverare i vecchi accordi e a reinterpretare i diritti in essi riconosciuti, ed è passato a sollecitare l’intervento della Corte Internazionale di Giustizia di L’Aja (massimo organo giuridico delle Nazioni Unite, ndr). Non mi propongo di approfondire, in questa sede, le ragioni che hanno portato il governo del Costa Rica ad adottare tali misure in quel preciso momento: forse, esso cerca di produrre coesione in un paese diviso dal Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti; forse, cerca di sfruttare la sempre disponibile riserva di nazionalismo antinicaraguense per rinvigorire una legittimità erosa dal peggioramento dell’economia e dalla mano leggera della giustizia nei confronti dei due ex presidenti accusati di corruzione; forse, agisce al servizio di imprenditori interessati al turismo in questa zona; forse esistono ragioni pre-elettoralistiche. Tutte motivazioni plausibili, che non si escludono a vicenda. La ragione pubblica e comprovata è che il Costa Rica reclama una revisione degli accordi sulla navigazione per poter rifornire i posti di polizia che ha lungo il fiume: portare loro uniformi, mantelli, berretti, cibo, munizioni e armi. Ma, per farlo sarebbe necessaria una revisione di quanto stabilito nel Trattato Cañas-Jerez, del 15 Aprile 1858, che permette ai costaricensi la libera navigazione lungo un tratto del fiume e unicamente con «oggetti di commercio» (cioè, beni commerciabili, ndr). Il Costa Rica chiede inoltre che il concetto di “commercio” includa anche il turismo. All’epoca in cui si firmarono il trattato e il lodo che lo ratificò, il turismo praticamente non esisteva al mondo. Il turismo è un concetto nuovo – e commerciale – che il governo costaricense vuole includere nell’interpretazione della frase «with the objects of commerce» del Lodo Cleveland.
Trattati antiquati, reazioni antiquate
L’ambasciatore del Costa Rica in Nicaragua, Rodrigo Carreras, sostiene che il «fiscal cutter» autorizzato dal Lodo Cleveland a navigare sul fiume, è una piccola imbarcazione per il controllo fiscale, vale a dire per combattere il contrabbando, attività che è impensabile esercitare senza armi. Su questa interpretazione il Costa Rica basa il suo diritto a navigare il fiume con suoi rappresentanti armati. Il governo del Costa Rica sostiene di aver proposto al ministro degli Esteri nicaraguense Norman Caldera di affidare concordamente ad un arbitraggio esterno la soluzione del caso e, non avendo ricevuto una risposta, di aver preso, il 29 Settembre 2005, la decisione di interrogare in merito la Corte Internazionale di Giustizia di L’Aja. La reazione di una variopinta corte di nazionalisti è stata immediata e sproporzionata. Politici, governatori, giornalisti e avvocati hanno invocato la difesa della sovranità nazionale sul fiume San Juan. Il Costa Rica chiede la revisione di accordi presi 147 e 117 anni fa: il trattato Cañas-Jerez e il Lodo Cleveland. Com’è possibile che il Nicaragua possa ritenere, in uno slancio di fondamentalismo giuridico, che degli accordi bilaterali non possano essere in alcun modo verificati alla luce di nuove circostanze, quali quelle create dal turismo? Com’è possibile che nel contesto attuale rifiuti di negoziare un sistema normativo sull’emigrazione, che sia favorevole alle migliaia di emigrati nicaraguensi in Costa Rica, o il condono del debito contratto con quel Paese? Se si è cambiata la Costituzione, modificato il Codice Penale o adeguata la legislazione nazionale agli strumenti giuridici internazionali che derivano dalla formulazione di nuovi diritti, perché non rivedere gli accordi bilaterali per facilitare l’esecuzione di programmi di reciproca convenienza? Sottoporre un caso al giudizio del tribunale internazionale è proprio un modo per evitare conflitti. Se fosse una dichiarazione di guerra – come alcuni in Nicaragua l’hanno interpretata – non avrebbe senso l’esistenza della Corte Internazionale di Giustizia di L’Aja. Sarebbe un controsenso. Ma, come se il ricorso presentato dal Costa Rica avesse effetto immediato sulla sicurezza del fiume e il Nicaragua avesse ricevuto una vera e propria minaccia di invasione, l’esercito nicaraguense ha incrementato il numero di soldati e l’attività di pattugliamento sulle acque del fiume nelle zone di El Castillo, Bartola, Boca de San Carlos, Sarapiquí, Delta e San Juan de Nicaragua. Soprattutto, sono state rafforzate le postazioni dove la polizia costaricense ha accesso al fiume, perché «è da questi punti che potrebbero partire incursioni armate», secondo il colonnello Sánchez, capo del distaccamento sud dell’esercito nicaraguense. Si adatta a questo contesto la riflessione di Nietzsche per smascherare la giustificazione degli eserciti, citata dal filosofo spagnolo Fernando Savater nel suo libro Contra las patrias (contro le patrie, ndr). «Si dice che l’esercito – afferma Nietzsche – serve alla difesa. Per giustificare questo stato di cose, si invoca una morale che approva la legittima difesa. In questo modo, ognuno si riserva per sé la moralità, attribuendo l’immoralità al vicino, perché bisogna immaginare quest’ultimo predisposto all’attacco e alla conquista… In queste condizioni si trovano oggi tutti gli Stati nelle loro mutue relazioni: dichiarano le cattive intenzioni del vicino, mentre le loro sono buone e sante. Però, ciò è disumano e ancora peggiore della guerra, una provocazione e motivo di guerra, perché si accusa di immoralità il vicino e così si scatenano sentimenti ostili.» Questa era la situazione degli Stati alla fine del XIX secolo, la stessa che oggi vogliamo emulare. Con trattati antiquati, situazioni antiquate e, se ci è permesso, persino medievali. E la vogliamo emulare proprio quando alziamo la bandiera dell’integrazione centroamericana. Ma il nuovo vino dell’integrazione può essere contenuto nelle vecchie otri di trattati che esprimono proprio i fallimenti dei precedenti tentativi di integrazione?
Animi accesi fra la spada e il fiume
Venuto a conoscenza del ricorso del Costa Rica, il presidente nicaraguense Bolaños ha ordinato di disarmare e processare tutti gli agenti di polizia costaricensi che venissero trovati armati sul fiume. Successivamente, insieme al capo dell’esercito, come quegli animali che segnano il proprio territorio con la pipì, è andato a fare un giro lungo il fiume. Forse questo gesto primitivo sta a significare che il governo ha intenzione di investire di più in questa zona abbandonata del Paese? Le autorità municipali di San Carlos hanno evidenziato come mai si fosse preoccupato di questo municipio in precedenza. Un altro colpo è stato inferto dai deputati che hanno minacciato di approvare un’imposta “patriottica” del 35% sui beni e servizi che il Nicaragua importa dal Costa Rica. Se si mantenesse lo stesso flusso di importazioni del 2004, questa tassazione comporterebbe un aumento delle entrate per oltre 66 milioni di dollari. Grazie a questa imposta – hanno detto i deputati – il Nicaragua pagherebbe la difesa della causa nicaraguense a L’Aja. Così, alla fine, le tasche di alcuni esperti in diritto internazionale saranno più piene, i consumatori nicaraguensi pagheranno di più per i prodotti costaricensi e i produttori costaricensi orienteranno verso altri Paesi l’offerta e la vendita di loro beni. E le comunità nicaraguensi della frontiera subiranno le tensioni fra le due nazioni, oltre a quelle che già subiscono per cercare di sopravvivere ogni giorno in una delle regioni del Paese con meno servizi pubblici, meno opportunità di entrate e prezzi più alti. Guadagni per i pescatori dal colletto bianco, perdite per gli sconfitti di sempre. Colpi e contraccolpi: il governo del Costa Rica sta esaminando la possibilità di ricorrere contro il Nicaragua in seno all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Dopo questo primo scontro, entrambi i governi, con l’appoggio di buona parte della stampa nicaraguense e costaricense, sentono che cedere anche di un solo millimetro metterebbe in dubbio la loro legittimità, la loro maschilità. Per merito di entrambi i governi, le dimensioni assunte dal conflitto hanno lasciato gli animi accesi e i politici fra la spada e il fiume. In questo contesto di reciproche minacce, la riforma della legge sull’immigrazione, dopo tre anni di discussione, è stata finalmente approvata dall’Assemblea Nazionale, il 27 Ottobre 2005, con 38 voti sui 43 deputati presenti in parlamento. Si tratta di una legge che penalizza con multe persino quanti offrono ospitalità e impiego agli immigrati privi di documenti. Dato che gli immigrati nicaraguensi costituiscono la stragrande maggioranza degli stranieri indocumentados (clandestini, si direbbe in Italia, ndr) in Costa Rica, quella legge ha un nome e cognome e si rivolge decisa verso una popolazione meta specifica. Con gli animi esacerbati, era inevitabile che l’approvazione di tale legge venisse interpretata come rappresaglia nel contesto della polemica, occhio per occhio dente per dente, che i funzionari dei due Stati hanno alimentato da quando si è riaccesa la miccia del fiume San Juan. L’approvazione della riforma è stata criticata dall’ex presidente Oscar Arias, che l’ha bollata come «troppo repressiva, draconiana, una reazione alla crescente ondata di xenofobia», dando prova di un atteggiamento non privo di certo merito e coraggio politico, considerando le simpatie che in alcuni settori della società costaricense suscitano le posizioni xenofobe. Da parte nicaraguense, il Procuratore dei Diritti Umani, Omar Cabezas, ha approfittato della ratifica dell’adesione del Nicaragua alla Convenzione internazionale per la protezione dei diritti dei lavoratori immigrati e delle loro famiglie, per denunciare la nuova legge sull’immigrazione e le difficoltà di un dialogo con il presidente del Costa Rica sul tema dell’immigrazione. Con parole poco ponderate e cifre fantascientifiche ha suscitato preoccupazione per la possibile deportazione di oltre 175 mila nicaraguensi e conseguente drastica riduzione del flusso di rimesse. In questo crescendo polemico, il ministro degli Esteri nicaraguense ha adottato una misura che, in un altro contesto sarebbe stata plausibile, ma che nelle attuali circostanze è risultata di una reciprocità perversa per la sua estemporaneità: ha applicato ai costaricensi la riscossione di 20 dollari per il visto di ingresso in Nicaragua, cifra che corrisponde, non un centesimo in più né uno in meno, al costo del visto di ingresso in Costa Rica per i nicaraguensi e per i turisti di altre nazioni. Aprendosi un varco nel groviglio del tribalismo incravattato, è arrivato un appello al buon senso, proveniente non da qui, né da lì, ma da qui-e-lì, cioè non da un costaricense, né da un nicaraguense, ma da un nica-tico o da un tico-nica: l’attore e drammaturgo Cesar Meléndez, famoso per il suo scoppiettante monologo El Nica, ha dichiarato a Managua a fine Ottobre: «Non bisogna confondere certe persone del governo costaricense con il popolo costaricense, così come il popolo nicaraguense è diverso dal suo governo.» A conclusione dell’ultima presentazione della sua opera nel Teatro Rubén Darío, sventolando le bandiere del Costa Rica e del Nicaragua, César Meléndez ha lanciato parole che vanno controccorente: «Non ascoltate quelli che esaltano l’odio. Vi invito a pensare a ciò che ci unisce e a smettere di pensare a ciò che ci divide.»
Un fiume, in parte mito, in parte storia
Perché ci sono state in Nicaragua reazioni così immediate e smisurate e tutte le voci si sono levate a cantare all’unisono lo stesso ritornello: “il fiume è nostro”? È ovvio il guadagno che ne trae Bolaños: consolidare un po’ la sua precaria legittimità, coltivando, almeno su questo punto – su questa linea acquatica –, quella coesione che non gli riesce di ottenere in altri campi. Ma perché tutti fanno coro e non si ascoltano voci dissonanti nell’ala sinistra, né in quella di destra dello spettro politico, né fra gli estremisti, né fra i moderati, né fra i fanatici, né fra gli scettici? Perché i conflitti per i limiti delle acque terrritoriali con l’Honduras e la Colombia o per gli isolotti di San Andrés (nei Caraibi, territorio colombiano rivendicato dal Nicaragua, ndr), non suscitano la stessa indignazione? Il fiume San Juan è più importante. Importa perché ha acquisito un carattere mitico e questo significa che ci sono molti collegamenti nevralgici fra questo fiume e l’immagine che i nicaraguensi hanno di se stessi. Vari avvenimenti hanno fatto sì che il fiume San Juan sia sempre presente nell’immaginazione dei nicaraguensi. È un fiume-nevralgico. Molti Paesi e regioni hanno il loro fiume-nevralgico, il fiume-mito, il fiume-storia: il fiume Masacre fra Haiti e Repubblica Dominicana, il Volga in Russia, il Gange in India, il Mississipi negli Stati Uniti, il Nilo in Egitto, il Mekong in Indocina, il Congo in Africa, il Tamigi in Inghilterra… Il fiume San Juan è il fiume leggendario del Nicaragua. Gli si può applicare ciò che Winston Churchill disse del Tamigi: «È storia liquida.» Appare sognato – non visto – fin dall’inizio della Conquista spagnola nelle cronache coloniali, secondo le quali Colombo fu il primo a cercare un passaggio verso le Indie. Credendo di trovarsi fra Malaya e Sumatra, Colombo cercava quello “stretto incerto”. Carlo V, da poco incoronato, ordinò a tutti i governatori di esplorare le baie e i fiumi dalla terraferma per trovare il passaggio fra i due oceani. Nel 1523, sette anni dopo la sua incoronazione, esortò Cortés a cercare il passaggio fra i due mari «con lo scopo di accorciare il percorso per il Catay», cioè la Cina. Cortés gli rispose: «Chi possegga il passaggio fra i due oceani potrà considerarsi padrone del mondo.» Parole profetiche quelle di Cortés: così è successo agli Stati Uniti, padroni del canale di Panamá e del mondo.
Scenario del destino nazionale
L’idea ricorrente di costruire un canale fra i due oceani che sfruttasse la rotta che il fiume apriva e la necessità di controllare chi risalisse il fiume, hanno fatto sì che il fiume San Juan fosse sempre presente nelle notizie, negli studi, negli uffici di consulenza e nei programmi di tutti i governi. Nel 1525, il sindaco di Granada e il reggente Ruy Díaz, accompagnati dai capitani Hernando de Soto e Sebastián de Benalcázar, giunsero in un luogo conosciuto come la Casa del Diablo (Casa del Diavolo, che la dice lunga sull’inospitalità del luogo, ndr), vicino al corso d’acqua di El Castillo (dove fu costruito un castello, ndr), per studiare la possibilità di convertire il fiume in una via di comunicazione con l’Oceano Atlantico (attraverso il Mar dei Caraibi, ndr). Nel 1529, Diego Machuca e Alonso Calero portarono a termine l’esplorazione del fiume San Juan, detto anche Desaguadero de la Mar Dulce (emissario del lago Cocibolca, o Grande Lago di Nicaragua; lo chiamarono mare, per la sua estensione, e dolce, perché la sua acqua non è salata, ndr), riuscendo ad aprire una rotta commerciale fra Granada e vari porti dell’Atlantico. Nel 1545, il vescovo del Nicaragua, frate Antonio de Valdivieso, informò la Corona spagnola che quella provincia era «la chiave del Mare del Sud» e sollecitò l’invio di cinquanta schiavi neri per dragare quei tratti di fiume che ostacolavano la navigazione delle barche di maggior calata. Nel 1555, il Consiglio delle Indie studiò un progetto per eliminare le rapide del fiume, undici anni dopo la richiesta alla Corona spagnola da parte degli abitanti di Granada di dragarne il letto. Nel 1567 l’ingegnere italiano Giovanni Battista Antonelli (con il fratello Battista, originari di Gatteo, in Romagna, e i loro discendenti, in qualità di architetti militari e ingegneri idraulici furono artefici di notevoli opere in Spagna, Portogallo, Algeria, Marocco e in vari Paesi dell’America Latina. Fra cui: i castelli del Morro e di San Salvador de la Punta a La Habana e quello di San Pedro de la Roca a Santiago de Cuba; il sistema difensivo di San Felipe a Cartagena de las Indias, in Colombia; della fortezza di San Juán de Portorico, Portobello e la progettazione della città vecchia di Panamá. Tutte queste opere sono state dichiarate “patrimonio dell’umanità” dall’Unesco. Gli Antonelli hanno inoltre realizzato il Torreón Chorrera, il castello di Cojmar e l’acquedotto Zanja Real a La Habana; i forti dello stretto di Magellano; il porto di San Juán de Ulúa a Veracruz in México; il forte di Santiago de Arroyo ad Araya in Venezuela. Oltre alla progettazione urbanistica della città coloniale di Santo Domingo, ndr) fu inviato da Filippo II a studiare «la Rotta del Nicaragua» per passare da un oceano all’altro. Antonelli notificò le enormi difficoltà di rendere tale rotta percorribile, ma il sogno rimase. Le avventure dei pirati e dei militari inglesi si incaricarono di dimostrare che tale rotta era, in realtà, possibile. Il fiume San Juan è stato l’oggetto agognato di innumerevoli assalti e saccheggi circostanziali o graduali. Scenario della negligenza dei governi, dello sfruttamento da parte degli avventurieri di turno e dello spargimento di sangue che l’ambizione umana porta con sé. Per molto tempo questo fiume è stato perno del destino nazionale. Alcuni dei miti che fondano la nazionalità nicaraguense hanno avuto il fiume come sfondo. Ciò che non potrà mai mancare nei libri scolastici è la storia di Rafaela Herrera, l’adolescente che affrontò gli invasori inglesi che nel secolo XVIII tentarono di conquistare la fortezza di El Castillo. E il fiume sta anche all’origine della fortuna della famiglia più ricca del Nicaragua, i Pellas, che hanno iniziato ad accumulare il loro immenso patrimonio odierno con The Caribean & Pacific Transit Company Limited.
I pirati e il futuro ammiraglio Nelson nell’”inferno di Dante”
Ciò che avveniva in questa zona del Nicaragua dipendeva da ciò che il fiume offriva. Per frenare le incursioni dei pirati francesi, danesi e inglesi, venne costruito nel 1602 il forte Santa Cruz, di fronte al punto in cui iniziano le rapide del fiume, noto come El Diablo. Le incursioni dei pirati imperversavano. Le più insistenti e feroci furono quelle guidate da Jean David Nau – soprannominato Francois l’Ollonais –, John Davis, Jackman, John Morris e Henry Morgan, il quale in due occasioni, nel 1665 e nel 1670, risalendo il fiume San Juan e quindi attraversando il lago, saccheggiò la città di Granada (allora capitale del Paese, ndr). Sui resti dell’antico forte di Santa Cruz, tra il 1673 e il 1675, venne costruito El Castillo de la Inmaculada Concepción (il Castello dell’Immacolata Concezione, ndr). Rafforzata da altre difese fortificate nella parte bassa del fiume, fra cui una situata a Bartola, tale fortezza rappresentò per oltre un secolo la più grande fortificazione coloniale del Centroamerica e il principale distaccamento militare delle forze spagnole per sorvegliare il fiume e prevenire le incursioni dei pirati, dando così un minimo di stabilità al Paese. Diversi suoi comandanti divennero in seguito governatori del Nicaragua. Un secolo e mezzo dopo Colombo, il fiume continuava a mantenere un’importanza nazionale. Tuttavia, la fortezza di El Castillo non impedì del tutto le invasioni. Non a caso il vescovo del Nicaragua, Agustín Morel de Santa Cruz, primo vescovo a visitare il fiume, definì nel 1752 El Castillo come «l’inferno di Dante». Forze regolari dell’esercito britannico penetrarono nel 1762 e furono respinte dai soldati spagnoli guidati da Rafaela Herrera, leggendaria ragazza che a 19 anni mantenne il controllo del forte e sconfisse gli aggressori contando su 36 pezzi di artiglieria. Quasi vent’anni dopo, nel 1780, una spedizione di 2.500 soldati britannici risalì il fiume con l’intenzione di impossessarsi del Nicaragua e tagliare la comunicazione fra le colonie spagnole. Al comando del piccolo vascello Hinchinbroock vi era Horatio Nelson, quasi adolescente (come appare in uno dei suoi ritratti, con quella fortezza sullo sfondo, ndr). A 21 anni, proveniente dalle fila di una nuova aristocrazia, Nelson ostentava già il titolo di tenente. In quella battaglia vinse gli spagnoli, ma dovette cedere di fronte alla febbre gialla e agli acquitrini. E perse anche un occhio. Divenuto poi ammiraglio, Nelson raggiunse la morte e l’immortalità ottenendo la vittoria della Marina Britannica sulle forze napoleoniche, a Trafalgar. La distruzione di El Castillo fu decretata con un provvedimento reale il 4 Settembre 1781, ma l’ordine non fu mai eseguito. Piuttosto, nel forte fu mantenuto un esiguo numero di soldati, appena sufficienti per la sua difesa. Di conseguenza, il forte di San Carlos divenne quello principale, rafforzato in uomini e difese per far fronte agli attacchi (oggi non restano che poche mura e qualche cannone d’epoca, ndr). El Castillo divenne il brutto esempio di un’epoca. Ed ora è una delle attrazioni turistiche della zona.
L’ossessione del canale interoceanico
Prima, durante e dopo l’epopea dei pirati, il fantasma del canale interoceanico si è ripresentato in modo ossessivo nella storia del Nicaragua. Nel 1735, l’astronomo francese Charles Maire de la Condamine visitò il Centroamerica e suggerì alla Francia di costruire un canale interoceanico in Nicaragua. Nel 1777, il capitano inglese Smith propose al suo governo di occupare il fiume San Juan per poter accedere all’oceano Pacifico. Nel 1779, Carlo III ordinò di valutare la possibilità di un passaggio interoceanico per il Nicaragua. Dopo il conte Louis-Hector de Segur, nel 1788, e il commerciante Martín de Labastide, nel 1791, entrambi francesi, lo scienziato tedesco Alexander von Humboldt propose nel 1804 di dare priorità alla rotta attraverso il Nicaragua per la costruzione di un canale interoceanico. Dopo l’indipendenza dalla Spagna, una volta costituito il Congresso Federale del Centroamerica, Manuel Antonio de la Cerda, futuro capo di Stato del Nicaragua, presentò al governo regionale un piano in cui individuava nell’istmo di Rivas il percorso più appropriato per scavare un canale. Nel 1826, il governo federale centroamericano firmò un contratto per il canale con una compagnia nordamericana presieduta dal governatore di New York. I capitalisti interessati al progetto non riuscirono però a mettere insieme i 5 milioni di dollari che, secondo i calcoli, erano necessari a portare a termine l’opera e la concessione andò in prescrizione prima di aver fatto progressi. Nel 1830, grazie allo zelo del diplomatico Jan Verveer, il governo federale diede una nuova concessione a una società di imprenditori olandesi patrocinati dal loro re. Ma in quello stesso anno scoppiò la rivoluzione indipendentista in Belgio e anche quel piano venne accantonato. Nel 1837, il generale Francisco Morazán, allora presidente della Federazione Centroamericana, diede incarico ad un ufficiale in pensione della marina inglese, chiamato John Baily, di effettuare uno studio sulla fattibilità di una rotta interoceanica per il Nicaragua. Baily stimò il suo costo in 25 milioni di dollari (di allora, ndr). La difficoltà di dragare i punti del fiume soggetti a rapide e altre zone spaventarono alcuni. Tuttavia, il progetto non perse il suo fascino. Anche se, d’estate (quella tropicale va, più o meno, da Dicembre a Maggio, ndr), le impetuose rapide obbligavano i viaggiatori a cambiare imbarcazione, gli illustri visitatori che giungevano fin lì o i raccoglitori di caucciù che in una settimana scialacquavano in lussi e in vizi i mille dollari faticosamente guadagnati con il lavoro di tre mesi, fecero sì che il fiume fosse sempre oggetto di piani e illusioni strampalate. Febbre dell’oro, illustri visitatori e primi conflitti
Questi sogni raggiunsero il loro apice quando, nel 1849, venne inaugurata la American Atlantic and Pacific Ship Canal Company del commodoro Cornelius Vanderbilt, che ottenne una concessione per il canale e che, in seguito, si trasformò in Compañía Accesoria del Tránsito, impresa che durante la Febbre dell’Oro nell’Ovest degli Stati Uniti offriva viaggi della durata di 36 giorni fra New York e San Francisco, e che operò fra il 1850 e il 1856, e ancora fra il 1862 e il 1868 come Central American Transit Company. Nei suoi dodici anni di esistenza trasportò 81.448 passeggeri da New York a San Francisco e 75.079 da San Francisco a New York. Il massimo fu raggiunto nel 1854, con oltre 23 mila viaggiatori. Un Mark Twain meravigliato discese il fiume San Juan nel suo viaggio da San Francisco a New York, e in appunti disordinati mai raccolti in un testo definitivo, descrisse la vegetazione paradisiaca, la fauna indomita e i coloriti paesaggi, nel suo From San Francisco to New York by way of San Juan and Grey Town Ithmus (1866). Ci furono altri illustri viaggiatori. Anni prima, nel Giugno 1849, George Ephrain Squier assunse l’incarico di ambasciatore statunitense in Nicaragua. Giunto a El Castillo, alle cui rapide attribuì l’impetuosità di una cataratta, tanto che gli ci vollero tre ore per attraversarle, trovò giusto una capanna di paglia che serviva da quartier generale della piccola guarnigione mantenuta dal governo come segno del proprio dominio. Subito dopo l’arrivo di Squier, nel Novembre 1850, giunse in Nicaragua il viaggiatore e geografo tedesco Julius Froebel, convinto che il Nicaragua avrebbe avuto un ruolo strategico nel futuro del commercio mondiale in ragione della possibilità di costruirvi una rotta di connessione interoceanica. La navigazione a vapore sul fiume iniziava a imprimere maggior dinamismo ad alcuni centri abitati che sorgevano sulle sue, rive, fra i quali El Castillo. Nel 1855, Froebel constatò come nei negozi e trattorie di quel villaggio i viaggiatori lasciassero fra due e tre mila dollari ogni due settimane. I battelli a vapore impiegavano due giorni per coprire la distanza fra San Juan del Norte (sul Mar dei Caraibi, allora nota come Greytown, così chiamata dal re mosco, cioè miskito, in onore dell’allora governatore inglese della Giamaica, sir Charles Grey; a quel tempo, gran parte della costa atlantica nicaraguense, nota come Mosquitia, era un protettorato inglese; ndr) e Granada, mentre i bongos (canoe ricavate da un unico tronco di albero, in grado di trasportare pesi notevoli e solo in tempi recenti dotate di motore..., ndr) avevano bisogno di due settimane per completare lo stesso tragitto. I conflitti fra Costa Rica e Nicaragua avevano già dei precedenti in quell’epoca. Nel 1849, il governo del Costa Rica aveva firmato un contratto con una compagnia londinese per la costruzione di un canale che collegasse il lago di Nicaragua al golfo di Papagayo, attraverso il fiume Sapoá (sul versante pacifico dell’istmo, ndr). Nonostante questo acrimonioso precedente, nel 1857, il presidente del Costa Rica firmò un contratto con l’inglese Robert Clifford Webster, cui diede concessioni sull’istmo di Rivas, sul lago di Nicaragua e sul fiume San Juan. Nell’Agosto di quell’anno, l’esercito costaricense occupò le fortezze di San Carlos ed El Castillo. L’Assemblea Nazionale autorizzò, allora, il presidente del Nicaragua, Bartolomé Martínez, a respingere l’aggressione. Per fortuna, l’intervento del governo del Salvador impedì lo scoppio di una guerra. Il britannico Thomas Belt, naturalista e ingegnere minerario, giunse nel Febbraio 1868 a San Juan del Norte e si accinse a risalire il fiume, terrorizzato dai banchi di squali (allora numerosi, oggi assai meno, nel Grande Lago di Nicaragua, Cocibolca per gli indigeni, e di conseguenza nel fiume San Juan: gli unici ambienti d’acqua dolce al mondo in cui è oggi possibile trovare questa specie; tale “stranezza” si ritiene tragga origine dal fatto che quando, in seguito a qualche movimento tellurico, si formò la depressione che diede origine al lago, varie specie marine, tra cui gli squali, che vi vivevano, si abituarono a vivere nel nuovo ambiente che perdeva via via la propria salinità; ndr), per raggiungere il villaggio di Santo Domingo (nella zona centrale del Nicaragua, allora ricca di oro, ndr) e insediarsi come supervisore della Chontales Gold Mining Company. La prosperità che Froebel augurò a El Castillo non si era però materializzata: a El Castillo, Belt non trovò che un’angusta strada; l’unica ricchezza che registrò si basava sulla produzione e sul commercio del caucciù. Ancora oggi, la toponomastica del municipio di El Castillo richiama quel periodo di auge della coltivazione dell’albero della gomma, con nomi come El Hule, Los Chicleros e La Bijagua.
Zelaya e Somoza: ancora il fiume San Juan
Un anno dopo l’arrivo di Belt, il Congresso del Nicaragua diede una concessione per il canale a Michel Chevalier, che presumibilmente contava sull’appoggio ufficioso di Napoleone III (imperatore di Francia, ndr). Dopo il successo ottenuto da Fernando de Lesseps nella costruzione del canale di Suez, il presidente degli Stati Uniti istituì nel 1876 una commissione scientifica per studiare le possibili rotte del canale interoceanico. La Commissione si espresse all’unanimità a favore di quella che passava per il fiume San Juan. Tuttavia, le concessioni richieste furono tali da far desistere dal progetto il presidente del Nicaragua, Pedro Joaquín Chamorro Alfaro. Nel 1898, gli imprenditori statunitensi Edward F. Gragin e Edward Eyre ottennero da José Santos Zelaya, l’allora presidente nicaraguense, una concessione per il canale e così fondarono la Interoceanic Canal Company, finanziata da importanti capitalisti statunitensi. Ma siccome questi non mantennero l’impegno di depositare 400 mila dollari prima del 9 Agosto 1900, Zelaya revocò loro la concessione e trattenne i 100 mila dollari già depositati presso il Ministero delle Finanze nicaraguense. Uno dei fattori che determinò il rovesciamento di Zelaya fu la sfida da questi portata all’egemonia statunitense nell’area, evidente nelle sue trattative con diplomatici inglesi e giapponesi per sondare la loro disponibilità a finanziare un progetto di canale in Nicaragua. Quindi, nel contesto dell’intervento armato statunitense in Nicaragua, venne firmato il Trattato Chamorro-Bryan, che concesse agli Stati Uniti il diritto esclusivo e perpetuo a costruire un canale interoceanico ed istituire una base navale nel Golfo di Fonseca (sull’oceano Pacifico, ndr). Secondo lo storico britannico Arnold J. Toynbee, nel pieno della guerra di Sandino contro i marines yankies, il 14 Giugno 1929, il Dipartimento di Stato a Washington annunciò che il governo nicaraguense aveva consentito un’ispezione della possibile rotta del canale in Nicaragua, da parte di ingegneri militari statunitensi. Il 18 Giugno, il presidente Hoover nominò un comitato per il canale interoceanico, formato da cinque membri, per portare a termine la risoluzione del Congresso. L’insistenza sui progetti di canale non contribuì a elevare il tenore di vita nella zona. Ma attrasse gli interessi di Anastasio Somoza García che, tornato da una visita a Washington nel 1939, annunciò in pompa magna che il presidente Roosvelt si era impegnato a costruire un canale per il Nicaragua (non va dimenticato che a quell’epoca era già entrato in funzione, e da tempo, il Canale di Panamá..., ndr). Dimenticandosi la sua stessa storia e dando sfogo alla sua enorme geofagia, Somoza iniziò a comprare terre ai margini del fiume San Juan. Con pressioni militari e politiche, comprò le aziende Las Marías, di Alfredo Argüello, le proprietà di Juan de Dios Pastora e la tenuta San Pancho della famiglia Kautz. Alcune di queste acquisizioni vennero fatte nel 1947. Cosicché la zona, nel 1949, col nome di Río San Juan, fu trasformata in Dipartimento (provincia, ndr).
Una frontiera acquatica
Queste sono alcune istantanee sulla storia del fiume, sull’ossessione per il canale, sulle possibilità che offrono le sue risorse e sul suo abbandono. Il fiume San Juan è un luogo dove si danno appuntamento l’ambizione, i fatti e l’immaginazione, e ancor più i desideri della classe dei potenti di ottenere egemonia, coltivando le passioni che si ispirano all’ideologia nazionalista. Come ha osservato Savater, «a partire dal secolo XVIII, qualunque movimento importante, nella politica, nella religione o nella cultura, ha continuato ad essere vincolato, in un modo o nell’altro, al nazionalismo. Qualunque idea o proposta collettiva, per attecchire veramente fra i ceti popolari, sembra aver bisogno dell’appoggio delle correnti nazionaliste.» Il fiume si è rivelato una scusa perfetta per coltivare tale nazionalismo. Frontiera acquatica, che delimita il territorio e l’identità, il fiume San Juan esprime, in proporzioni inappellabili, la costruzione di ciò che uno è in opposizione a ciò che sono gli altri, quelli che stanno dall’altra parte del fiume. Separa i ticos dai nicas (come sono popolarmente chiamati costaricensi e nicaraguensi, rispettivamente, ndr). I conflitti relativi all’uso e al possesso del fiume sono stati risolti per mezzo di trattati, contrassegnati da cicatrici storiche, sempre inclini a regredire allo stato di piaghe, come dimostra la cessione da parte nicaraguense dei territori di Guanacaste e Nicoya. Fino a metà dello scorso decennio, Nicaragua e Costa Rica avevano firmato ben 35 trattati bilaterali: un record battuto da pochi Stati così giovani. Uno dei più sensati è il Trattato di Pace, Amicizia, Alleanza e Commercio (Martínez-Mora del 30 Aprile 1858), che all’articolo 10 riconosce: «Non potendosi considerare le Repubbliche del Costa Rica e del Nicaragua nazioni fra loro straniere dal momento che sono unite naturalmente da vincoli di fratellanza e da interessi di utilità comune...» Dieci anni dopo un altro trattato di pace e di amicizia riafferma tale visione e aggiunge altre ragioni, quali «la loro origine comune, le connessioni e gli interessi territoriali.» Alcuni accordi hanno dimostrato la buona volontà del Costa Rica, come la Convenzione Rivas-Esquivel del 21 Dicembre 1868: «Il Governo del Costa Rica concede a quello del Nicaragua le acque del fiume Colorado, perché, deviandole verso il fiume San Juan, possa ottenere il ristabilimento o il miglioramento del porto di San Juan di Nicaragua.»
Un confine mobile
Il trattato più cruciale è quello di Cañas-Jerez del 1858, rigettato dal Nicaragua per 30 anni, che accusò Máximo Jerez di aver fatto eccessive concessioni al Costa Rica. Trent’anni dopo, la disputa fu sottoposta al giudizio del presidente degli Stati Uniti, Grover Cleveland, che incaricò George L. Rives, sottosegretario di Stato. Il Lodo Cleveland, di cui riportiamo gli articoli principali secondo la traduzione (in spagnolo, ndr) del dottor Luis Pasos Argüello, esprime la decisione dell’impero del Nord: «Primo: è valido il Trattato sui confini firmato il 15 Aprile 1858. Secondo: conformemente al suddetto trattato e agli accordi contenuti nell’Articolo VI la Repubblica del Costa Rica non ha diritto a navigare sul fiume San Juan con navi da guerra, ma può navigare su detto fiume con navi di servizio fiscale relative e connesse al godimento degli oggetti di commercio che le è accordato in detto articolo o che siano necessari per la protezione di detto godimento. Terzo: la Repubblica del Costa Rica può negare alla Repubblica del Nicaragua il diritto di deviare le acque del fiume San Juan nel caso in cui tale deviazione provochi la distruzione o il peggioramento della navigazione di tale fiume o di qualunque suo braccio in qualunque punto in cui il Costa Rica ha diritto a navigare sullo stesso.» Successivamente, venne firmato il trattato Matus-Pacheco. Per il Nicaragua lo firmò Manuel Coronel Matus, padre del poeta José Coronel Urtecho. Con questo trattato si decise che un ingegnere ingaggiato dal governo degli Stati Uniti tracciasse la linea divisoria definitiva fra Costa Rica e Nicaragua. Ma, non poteva esserci una «linea definitiva»: fu una delle prime conclusioni di E. P. Alexander, l’ingegnere contrattato a tal proposito. Nel suo lodo del 22 Marzo 1898, riferendosi al tratto della frontiera delimitato dal margine destro del fiume, Alexander afferma: «Tutte le porzioni d’acqua ricadono sotto la giurisdizione del Nicaragua, tutte le porzioni di terra della riva destra stanno sotto la giurisdizione del Costa Rica, ma la linea divisoria in questi punti non segue una linea retta, quanto il bordo delle acque nel loro stato navigabili disegnando così una linea curva con innumerevoli irregolarità. Le variazioni del livello dell’acqua alterano l’individuazione della linea divisoria.» Pertanto, il Nicaragua ha una frontiera mobile e un’estensione territoriale variabile. In una situazione coerente con il carattere non naturale ma storico delle nazioni, possiamo dire che sappiamo dove è la frontiera, ma non dove sarà! Allo stesso modo non sappiamo dove sarà in futuro la frontiera fra l’essere nicaraguense e costaricense, o se tale frontiera ci sarà ancora.
La necessità di un accordo
In questo groviglio di trattati, ve n’è uno che crea persino delle commissioni armate di entrambi i Paesi per la difesa della frontiera e la risoluzione dei conflitti. Sottoscritto il 21 Febbraio 1949 da Mario A. Esquivel, per il Costa Rica, e da Guillermo Sevilla Sacasa, per il Nicaragua, il Patto di Amicizia crea dei Comitati di Frontiera composti da quattro ufficiali delle forze armate di entrambi i Paesi, che hanno lo scopo di «coordinare il controllo congiunto della frontiera comune ed indagare su qualunque fatto che possa turbare l’equilibrio che deve esistere fra le autorità e gli abitanti di entrambe le parti.» È un accordo che crea un precedente per la circolazione di pattuglie armate bi-nazionali. In qualunque caso, quanto stabilito da tutti questi accordi va aggiornato. Secondo quali principi logici dovremmo negarci a negoziare? Il nazionalismo è una passione che non tiene conto della razionalità. Cito ancora Savater, che ci allerta contro il nazionalismo: «Inebriato dai suoi fumi, un popolo può mettere in atto un programma sistematico improntato all’egoismo più grossolano, senza rendersi conto minimamente della sua depravazione morale… Il fastidioso e vuoto “noi” del nazionalista è semplicemente una mera esagerazione retorica del più intransigente, rapace e inumano (anche se, disgraziatamente, troppo umano) “io”.» Già in precedenza aveva spiegato come il nazionalismo serva nel bene e nel male: «Può servire a emancipare una comunità da una tutela gravosa o da uno sfruttamento imperialistico, così come può portarla sotto il dominio di un dittatore carismatico, o ridurre le sue aspettative culturali o sviare l’attenzione popolare dalle rivendicazioni sociali più urgenti.» Avrebbe senso ricorrere al nazionalismo per rifiutarci di seguire servilmente i dettami del Fondo Monetario Internazionali (FMI). I nostri politici sarebbero nazionalisti coerenti se perdessero l’abitudine di considerare i segretari di Stato e gli ambasciatori statunitensi arbitri della politica nazionale. Il nazionalismo e la sua ideologia di fratellanza nazionale sarebbero passioni feconde se si invocassero per sostenere le loro richieste e soccorrere i nostri fratelli danneggiati dal Nemagón (il pesticida che, quando venne dimostrata la sua dannosità, venne proibito nel Nord del mondo, ma si continuò a usare nel Sud, come nelle piantagioni di banane del Nicaragua, mietendo vittime fra i lavoratori e le popolazioni prossime alle coltivazioni; vedi anche envío in italiano n. 6-7/2002 e n.6-7/2005; ndr) o che muoiono di fame nelle oltre cento comunità del fiume Coco invase dai topi (a Nord, al confine con l’Honduras, ndr). Luis Pasos Argüello, senza dubbio il giurista che ha più studiato il caso e dedicato più tempo e libri ai conflitti della frontiera e all’uso del fiume San Juan fra Nicaragua e Costa Rica, nel 1994, a conclusione dei suoi studi e in una visione particolarmente sensata che vorremmo infondere ai nostri politici, ha concluso: «Assumo il rischio che la polemica sulla navigazione lungo tutto il fiume San Juan e sui due laghi del Nicaragua possa spaventare molti nicaraguensi. È assolutamente certo che sia il fiume che i due laghi sono deserti e che noi nicaraguensi non li stiamo occupando per alcuna attività produttiva che ci dia dei benefici; sono improduttivi; pertanto, con un gesto di fratellanza, è necessario trovare un accordo.»
Grande compratore e grande venditore
Con il contumace rifiuto del dialogo, siamo andati correndo in direzione contraria. E siamo entrati in un gioco in cui tutti perdono. Innanzitutto, per quanto è in gioco sul terreno delle relazioni commerciali. Diamo un’occhiata alle statistiche sulle esportazioni e importazioni. Nel 2004, le esportazioni del Nicaragua verso il Costa Rica avevano un valore di 50,6 milioni di dollari. Questa cifra equivale a quasi la metà delle esportazioni verso i Paesi europei e rappresenta il 20% di quelle verso il Centroamerica. In alcuni settori, il Costa Rica è il nostro maggior acquirente. Il Costa Rica ha pagato 10,2 milioni dei 18,8 milioni di dollari che il Nicaragua guadagna per la vendita di fagioli, cioè il 54%. Cosa accadrebbe ai contadini che producono fagioli se la tensione nelle relazioni fra i due Stati sfociasse in una sospensione del flusso delle esportazioni di fagioli nicaraguensi verso il Costa Rica? Cosa succederebbe se il governo del Costa Rica decidesse, con un gesto di perversa reciprocità, basato sulla mosaica legge dell’occhio per occhio, di applicare un’imposta del 35%? Nel 2004, inoltre, i 189,2 milioni di dollari che il Nicaragua ha speso per i prodotti costaricensi hanno superato gli investimenti in beni e servizi europei, e hanno rappresentato il 37% del valore complessivo degli acquisti dal Centroamerica e il 38% del valore delle importazioni dagli Stati Uniti, il nostro principale partner commerciale. I prodotti che il Nicaragua compra dal Costa Rica hanno un valore complessivo pari all’8,5% del totale delle importazioni. Costa Rica è stato il nostro principale fornitore di materiali di costruzione, con il 23% del valore delle importazioni in questo settore. Dopo gli Stati Uniti, il Costa Rica è il nostro principale distributore di materie prime e prodotti grezzi ad uso agropecuario e di materie prime e prodotti grezzi per l’industria, rispettivamente con il 13,6 e il 18,6% del valore totale delle importazioni in questi settori. Nel quadro di questi legami commerciali bisogna interpretare le parole dell’ambasciatore costaricense in Nicaragua nel momento più acuto del conflitto: «Per noi è più importante la crescita del Nicaragua che quella di qualunque altro Paese al mondo.»
Meta di migliaia di emigranti
Gli investimenti esteri diretti, ritornello di tutti gli ultimi piani di sviluppo promossi dal governo, hanno visto una forte partecipazione del Costa Rica. I supermercati Palí e le panetterie Musmani sono gli investimenti più visibili. Sembrano possedere il dono dell’ubiquità. La manodopera nicaraguense in Costa Rica, frutto di una massiccia emigrazione che ha portato mutuo, anche se non sempre riconosciuto, beneficio, rappresenta un altro legame economico e culturale molto forte che potrebbe risultare influenzato dal nazionalismo troglodita riluttante al dialogo, alla negoziazione e alla revisione di accordi obsoleti. Anche in ambito economico, il Nicaragua si sta giocando la possibilità di estinguere il debito estero con il Costa Rica, che è salito a 568 milioni di dollari. Non sto proponendo di barattare il debito con la concessione di diritti sul fiume. Sto sostenendo che una posizione di rifiuto dell’accordo sui diritti sul fiume, può chiudere le porte che altri accordi, apparentemente positivi, hanno aperto. Un esempio è fornito dagli accordi bilaterali per regolare l’immigrazione dei lavoratori stagionali, che hanno fatto progressi e hanno ricevuto un’offerta di finanziamento. Questa iniziativa ha l’appoggio dell’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni e dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro (OIL). Attualmente, il governo del Nicaragua si sta avviando sulla strada della regolarizzazione delle emigrazioni stagionali verso il Costa Rica con l’accordo sottoscritto il 21 Gennaio 2005 dai ministri del Lavoro di entrambi i Paesi, che riconosce come positivi gli effetti dell’emigrazione regolata e segnala la necessità di garantire il rispetto dei diritti umani degli emigrati nicaraguensi in Costa Rica, affinché usufruiscano delle stesse condizioni lavorative dei lavoratori costaricensi. Con l’obiettivo di procedere in questa direzione, entrambi i ministri hanno approvato un modello di lavoro per gestire i flussi migratori, basato sull’adozione di un’agenda conforme alle politiche del lavoro di entrambi i Paesi e rispettosa dei principi della OIL. La concessione di permessi temporali, nel quadro di una regolamentazione delle emigrazioni stagionali, potrebbe fornire agli emigrati un’opportunità di lavoro, di reddito e di assistenza sociale libera dalle tensioni e dai rischi che la condizione di clandestinità comporta durante il transito e la permanenza. Ai datori di lavoro costaricensi verrà offerta una manodopera adeguata e idonea, in cambio dell’impegno da parte loro di adempiere ai propri obblighi di proprietari. E il Nicaragua attiverà i canali per rispondere alla domanda di impiego dei suoi abitanti e potrà garantire il rispetto dei diritti dei suoi connazionali. Questo è l’accordo che ora è in gioco.
Molti i rischi
Mettiamo a rischio anche la politica bilaterale di sviluppo delle zone di confine, direzione verso cui si sono fatti progressi recentemente con il Programma di Sviluppo di Frontiera fra Costa Rica e Nicaragua, sottoscritto dai ministri degli Esteri di entrambe le nazioni. L’obiettivo principale di questo programma, che prevede 28 iniziative binazionali e stanzia 174 milioni di dollari per realizzarle in un quinquennio, è promuovere la creazione di opportunità produttive, economiche, sociali e istituzionali nella zona limitrofa fra i due Paesi, ma anche attrarre investimenti privati che rispettino e utilizzino le risorse naturali e turistiche della zona in forma sostenibile. I governi locali della zona avranno un ruolo attivo nel programma, tanto che potrebbero sciogliersi le commissioni binazionali per lo sviluppo della regione della frontiera. Ci giochiamo anche la possibilità di una riserva di biosfera a carattere binazionale, la cui più recente conquista è la dichiarazione sul Rifugio di Vita Silvestre Misto Maquenque. Che succederà con l’accordo finanziato dall’Organizzazione Panamericana della Salute (OPS) per rafforzare il controllo epidemiologico nelle zone di frontiera di entrambi i Paesi? Che succederà con la protezione bilaterale dei bacini acquiferi? Che succederà con la possibilità di richiedere al governo del Costa Rica un’amnistia per gli emigrati nicaraguensi che risiedono in forma irregolare in Costa Rica? Le mosse del governo di Enrique Bolaños sono un segnale dell’importanza assolutamente marginale data alla situazione di migliaia di nicaraguensi che, per migliorare le proprie condizioni di vita e quelle della famiglia, stanno sostenendo l’economia nicaraguense con le loro rimesse, allo stesso modo in cui sostengono la competitività dell’esportazione agricola costaricense con manodopera a basso costo. Si calcola che siano oltre 100 mila solo gli emigrati stagionali che vanno e vengono tutti gli anni o più volte in un anno fra Nicaragua e Costa Rica. Questo conflitto finirà per gettare al vento molte altre possibilità, fra le quali quella di porre le basi, in un futuro non così lontano, di un gemellaggio fra municipi dei due Stati, assai fattibile con quei Comuni costaricensi che dimostrano buona volontà verso gli emigrati nicaraguensi.
Una finzione indifendibile
Questo è tutto ciò che il Nicaragua potrebbe perdere. Lo potrebbe perdere anche il Costa Rica. Ci rimane molta strada da percorrere. Diversamente dal resto del Centroamerica, il Costa Rica continua a rifiutare l’ingresso nel cosiddetto gruppo CA-4 (cioè, dei 4 Paesi centroamericani: Guatemala, Honduras, El Salvador e Nicaragua; ndr) e richiede ai centroamericani che vogliono entrare nel suo territorio 20 dollari per la concessione del visto, mentre fra gli altri quattro Paesi centroamericani del Nord vi è libera circolazione senza richiesta di visti e con un’abile gestione della migrazione. C’è molto lavoro da fare in relazione all’uso delle risorse naturali. Imprese costaricensi hanno inquinato affluenti del San Juan e ci sono gruppi di cacciatori costaricensi che penetrano illegalmente nella riserva Indio-Maíz per cacciare e catturare animali. Ma esistono anche elementi positivi nella nostra relazione con il Costa Rica e i suoi cittadini. Il Costa Rica, per i nicaraguensi che sono emigrati e che vi risiedono temporaneamente o definitivamente, ha fatto molto di più di quanto abbia fatto il Nicaragua per quanti, come noi, vi sono rimasti. L’istituto della Difesa degli Abitanti (equivalente al nostro Difensore Civico, ndr) e il Ministero del Lavoro del Costa Rica offrono ai nicaraguensi che vi risiedono servizi di qualità superiore e assistenza sociale meglio di quanto faccia la Procura per la Difesa dei Diritti Umani e il nostro Ministero del Lavoro. Il Fondo di Previdenza Sociale del Costa Rica assiste nei suoi centri di salute buona parte della popolazione delle zone di frontiera. Fornisce medicine gratuitamente, cosa che non fanno i SILAIS (i centri del Sistema Local de Atención Integral de Salud, ndr) in Nicaragua, nemmeno per i più poveri. Come può il governo del Nicaragua reclamare con tale ipocrita veemenza diritti sovrani su un territorio cui non garantisce nemmeno i servizi essenziali? Commenta Andrés Pérez Baltodano: «La sovranità non deve essere considerata semplicemente come un principio legale con implicazioni territoriali. È un principio di azione politica con implicazioni sociali. Senza uno Stato capace di organizzare e sviluppare la vita delle regioni abbandonate del nostro Paese, la sovranità è una finzione indifendibile.» I costaricensi stanno salvando i nostri alberi e i nostri pappagalli. Salvano i nostri alberi perché, grazie all’emigrazione, la deforestazione diminuisce. Molti abitanti della zona di ammortizzamento della riserva Indio-Maíz – dove non arriva la Plywood – preservano il bosco nella maggior parte dei loro appezzamenti. Dedicano solo 5 manzanas (circa 3,5 ettari, ndr) alle coltivazioni agricole, dal momento che la maggior parte dell’anno lavorano nelle aziende costaricensi. Contro la deforestazione, le piogge e l’immigrazione sono state assai più efficaci dei programmi del Ministero delle Risorse Naturali (MARENA). Anche i pappagalli stanno migrando verso il Costa Rica, perché i mandorli, loro habitat naturale, si stanno estinguendo in Nicaragua, mentre in Costa Rica è proibito tagliarli.
Nazionalismo e patriottismo
La febbre nazionalista non è necessariamente condivisa da chi potrebbe essere coinvolto nel conflitto in modo più diretto, immediato e lacerante, ovvero gli emigrati e gli abitanti delle zone di frontiera. Il nazionalismo è un’ideologia spesso lontana dalla realtà quotidiana e priva di concretezza. La reazione degli emigrati in Costa Rica si è differenziata molto da quella del governo nicaraguense. Ammettono di dover ringraziare un Paese che li ha accolti come una seconda patria e si propongono di raccogliere oltre mezzo milione di firme per chiedere al governo nicaraguense di desistere dalla sua politica conflittuale. Gli abitanti delle comunità prossime alla frontiera non condividono la stupidità patriottarda. Martha Cranshaw, della Rete Nicaraguense della Società Civile per le Immigrazioni, afferma: «Per quello che ho visto fra la gente, non esistono problemi di frontiera per le comunità e i municipi confinanti, prossimi al fiume San Juan. Né ho riscontrato tali problemi a Rivas. Credo che tutti siamo convinti che qualcosa diamo e qualcosa riceviamo. Gli abitanti di Cárdenas (in territorio nicaraguense, ndr) non hanno difficoltà a entrare in contatto o a negoziare con la comunità di La Cruz (in territorio costaricense, ndr) perché sanno che qualcosa danno e qualcosa ricevono. Lo stesso vale per le comunità sul fiume San Juan, sia nicaraguensi che costaricensi. Ciò che importa a queste comunità è il danno che gli spostamenti di terra che si fanno in Costa Rica possono causare all’ambiente, perché modificano il corso delle acque del fiume, lo estendono e lo seccano progressivamente. Ma se qualcuno costruisse una diga nella parte nicaraguense, le comunità si opporrebbero comunque. I temi relativi alla frontiera vanno analizzati senza xenofobia. Il patriottismo è un’altra cosa. Io credo che oggi ci sia un falso patriottismo. Se vai nelle comunità di frontiera non sentirai dire “il fiume San Juan è nica”.» Forse in queste comunità sono inconsapevolmente coscienti della massima di Savater: «Solo chi non vale niente di suo può credere che sia degno di merito essere nato in un determinato luogo o sotto una determinata bandiera.»
“Ticaragüenses” e “nicarricenses”
L’ideologia nazionalista sostiene che il tratto più importante dell’individuo umano sia il suo senso di appartenenza alla patria. Tuttavia, l’essere umano ha molte altre affiliazioni. Per gli abitanti della zona di frontiera è più importante la loro caratteristica di abitanti di Sábalos, El Castillo, Papaturro, Coral, Santa Elena, La Juana, La Bijagua, El Diamante o Bartola. Lo è anche il fatto di vivere vicino a un’enorme riserva forestale. O la loro storia di rifugiati in Costa Rica, le loro lotte negli anni ’80, la loro migrazione da Nuova Guinea (nella zona centro-orientale del Nicaragua, ndr), il loro credo religioso. Queste comunità e i loro governi locali dovrebbero decidere come amministrare, utilizzare, attraversare, condividere e proteggere il fiume San Juan. In tal senso, come ha giustamente affermato Borges in Ficciones (Finzioni, ndr), «il patriottismo è la meno perspicace delle passioni.» Ignora la diversità, l’intreccio di molteplici interessi, la storia condivisa. La fascia di frontiera è abitata da molti di coloro che negli anni ’80 hanno vissuto come rifugiati in Costa Rica per nove anni e che tutti gli anni rinnovano il permesso di residenza in Costa Rica per continuare a usufruire dei servizi sanitari che il governo nicaraguense non fornisce loro. Nicaraguensi e costaricensi sono imparentati da molti legami: padri e figli, zii e nonne di entrambe le nazionalità, matrimoni misti e tutte le combinazioni immaginabili nel corso di innumerevoli ramificazioni genealogiche. Dopo decenni e secoli in cui si sono mischiati i cognomi e scambiate le tradizioni, siamo diventati ticaragüenses e nicarricenses e così dobbiamo considerarci e celebrarci, invece di litigare per conflitti sterili relativi alla culla geografica del gallopinto (il riso coi fagioli, piatto tipico nica, ndr) o a diritti plasmati in documenti che riflettono i bisogni e i rapporti di forza dei gruppi di potere del XIX secolo. Ormai, non vale più il detto popolare, assai indicato nella situazione attuale per il suo doppio senso giacché, in questo caso, allude alla provincia nicaraguense che passò a far parte del Costa Rica nel XIX secolo: cada lora en su guanacaste (ogni pappagallo sul suo albero; un po’ come “ognuno a casa sua”. Il guanacaste è un maestoso albero tropicale, ndr). Non continuiamo ad alimentarci del peggior modo di essere nazionalisti. Non continuiamo a fomentare un patriottismo che si presenta come idolo affamato di olocausti. Scrive Savater nel suo geniale testo Contra las patrias: «Tutte le vittime del patriottismo sono vittime di un malinteso e di un’assurdità da cui in fin dei conti solo alcuni – i più brutali – traggono un vero profitto. E le vittime devono essere rispettate, onorate e compatite, ma l’idolo cui sono state immolate merita solo qualche sicuro colpo di piccone.»
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