«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NICARAGUA / "A noi donne, ci ha cambiato la vita"

Cambiare la vita delle donne potrebbe cambiare la vita del Nicaragua. L’esperienza organizzativa delle donne di Malpaisillo, un centro rurale nei pressi di León, offre chiavi di lettura per trasformare tante delusioni in speranze.

Articolo di José Luis Rocha, ricercatore di Nitlapán-UCA. Traduzione di Silvia Sinigaglia. Redazione di Marco Cantarelli.

Malpaisillo è un “paesone” della provincia di León, con poco più di 32 mila abitanti, sparsi in 46 comunità che sorgono in un territorio di 888 km2, tanto arido da far desistere l’ottimista più pertinace. Perfino il suo nome rievoca la connotazione negativa di questi luoghi, quasi un marchio di infamia, uno stigma per una sorta di peccato originale: quella cintura di pietra vulcanica, detta Malpaís, era costeggiata nel secolo scorso da una rotta commerciale che collegava León a Matagalpa e Jinotega, verso Nord-Est. Una profonda malinconia sembra correre lungo la strada, scarsamente lastricata, che da Malpaisillo porta a La Paz Centro. L’aria satura di calore appare immobile, appena agitata dal volo di qualche piccolo uccello di colore azzurro che occasionalmente attraversa la strada per posarsi su una pianta di jicaro (un albero tropicale - Crescentia cujete L. oppure tifolia, della famiglia delle Bignoniacee -; i suoi fiori dall’odore sgradevole sono prelibati dagli animali da cortile; dai suoi frutti, a forma di zucche dall’involucro legnoso e resistente, si ricavano bicchieri, tazze e porta-oggetti intarsiati artigianalmente, ndr)
Per lo più, la vegetazione si compone di arbusti infiacchiti dalla sete, che aspettano di tornare verdi nella stagione invernale che si fa attendere. Il consumo domestico e industriale di legna – per le fabbriche artigiane di mattoni che sorgono nei dintorni – ha via via ridotto le dimensioni del bosco tanto da portarlo alla totale scomparsa.
In primo piano, si possono vedere il Cerro Negro e il Momotombo (entrambi vulcani attivi, ndr); la catena vulcanica continua poi verso nord con il Telica, il funesto Casitas – franato con l’uragano Mitch –, il Chonco, il San Cristóbal e il Cosigüina. Qui, la minaccia è costante. Le vette dei vulcani sembrano pelate mentre qualche colata di lava scende a valle, riducendo in cenere la vegetazione secca.
A Malpaisillo, l’attuale governo non è arrivato con le sue strombazzate opere e nemmeno con le sue gloriose dichiarazioni d’intenti. L’amministrazione municipale è sempre stata in mano al Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN). Per il governo liberale (di estrema destra, ndr), Malpaisillo ha sempre rappresentato un bacino elettorale di scarsa rilevanza.
A completare il quadro, come tutti i distretti ex-cotonieri, Malpaisillo è terra che produce emigranti, gente in fuga, che corre dietro un modesto sogno, soprattutto in Costarica.
In principio fu una clinica mobileFuoco di sole in alto, aria candente in mezzo e fuoco di magma in basso. Chiunque si domanda cosa possa fruttificare in questa steppa riarsa, se da queste pietre possa nascere qualcosa di buono. Tuttavia, così come ora si sa che in questo deserto l’acqua è appena sotto la superficie, anche Malpaisillo sta rivelando potenzialità nascoste. In questo luogo, le donne sono protagoniste di un insolito dispiegarsi di vigore, parole e sogni che né le tempeste di sabbia travolgono, né il sole asciuga, né la siccità endemica fa perire. La storia di questo boom femminile e femminista inizia dieci anni fa da un’idea di tre consigliere municipali dell’FSLN: l’organizzazione di una clinica mobile per promuovere la salute riproduttiva e sessuale delle donne, attraverso test di gravidanza, di prevenzione del cancro all’utero e delle malattie sessuali, così come la diffusione della conoscenza dei metodi contraccettivi e di controllo delle nascite, del parto e del post-parto.
Quelle donne si sono proposte di fare qualcosa di nuovo che alla fine si è rivelato di indiscutibile utilità. La clinica ha contribuito a ridurre il tasso di mortalità femminile, soprattutto quella legata al parto. Secondo il Fondo delle Nazioni Unite per le Attività in Campo Demografico (FNUAP, nell’acronimo spagnolo) in Nicaragua muoiono 133 donne ogni 100.000 parti. Le ragioni di un tasso di mortalità così alto sono diverse. Il 55% dei parti avviene in zone rurali dove il tempo necessario per raggiungere l’ambulatorio più vicino è di almeno un’ora. La copertura nazionale dei centri di controllo prenatale è scarsa. Nel 1998, questi controlli hanno raggiunto solo il 69% delle donne nelle aree rurali. In più della metà dei casi di morte per parto, le donne non erano passate per alcun controllo prenatale. Quasi un terzo delle morti per parto riguarda adolescenti.
Per dieci anni a tappare buchiNegli ultimi dieci anni, la clinica organizzata dalle donne a Malpaisillo ha cercato di tappare falle qua e là. Tra i suoi servizi informa sul loro uso e facilita il ricorso a diversi metodi contraccettivi. Tali attività hanno permesso di individuare nuove e profonde carenze. Nell’area rurale, solo il 51% delle donne ricorre a contraccettivi. Un’indagine promossa dal FNUAP ha rilevato come la maggior parte delle donne del Nicaragua abbia più figli di quanti non ne desideri. Il 75% delle donne intervistate ha manifestato il desiderio di poter controllare il numero di nascite e il tempo che intercorre tra un figlio e l’altro. Secondo tale inchiesta, se le donne potessero effettivamente evitare le gravidanze non desiderate, il tasso di fertilità delle donne del Nicaragua – uno dei più alti al mondo ed un serio problema per la sostenibilità dello sviluppo – si ridurrebbe di un terzo. Un adeguato controllo del tasso di crescita demografica contribuirebbe a migliorare le condizioni di vita del paese.
Uno studio del FNUAP ha dimostrato come i nuclei familiari con maggior numero di persone “dipendenti” abbiano una probabilità più alta di ritrovarsi in una situazione di povertà rispetto ai nuclei familiari più ristretti. Un figlio o una figlia in più in un nucleo familiare aumenta di 10 punti percentuali la probabilità che la famiglia sia o diventi povera; questa percentuale sale al 69% se la famiglia è composta da almeno tre figli minori di cinque anni. In media, le famiglie povere in Nicaragua sono composte da almeno 7 persone. Se si prendono in considerazione le adolescenti queste cifre si tingono di drammaticità. La mortalità infantile tra il primo e l’undicesimo mese di età, nei bambini figli di madri adolescenti, è di 34 ogni mille nati vivi. Questo tasso scende al 21 per mille tra i figli di madri di età compresa tra 20 e 29 anni. Il numero di adolescenti che utilizzano contraccettivi è bassissimo, incluse le adolescenti che hanno una vita coniugale: il 61% delle ragazze che vivono un’unione di fatto non utilizza alcun metodo contraccettivo, nonostante l’elevato  rischio che corrono al restare incinte. Il 71% delle adolescenti in stato di gravidanza o con figli al momento dell’intervista ha dichiarato che quei figli erano desiderati.
La cultura patriarcale tradizionale si trasforma in pressione sociale rendendo la maternità un simbolo di identità, autoaffermazione e riconoscimento comunitario per la maggior parte delle donne, soprattutto nel mondo rurale.
La politica cominciò dal corpoA Malpaisillo, sono state identificate e adottate forme di autoaffermazione e autostima che non sacrificano l’autonomia delle donne, né ne ipotecano il futuro. La trasformazione è iniziata attraverso il corpo. Assai presto, il lavoro della clinica mobile, iniziato da 5 donne, divenne anche un’attività di sensibilizzazione perché le donne prendessero coscienza dei loro diritti e del loro ruolo sociale e, di conseguenza, acquisissero autonomia e capacità decisionale. Il servizio apparentemente innocuo di una clinica, che si sarebbe potuta etichettare come assistenzialista, si è convertito nell’embrione di un’organizzazione che oggi coinvolge 800 donne e che, a giudicare da molti elementi – la copertura di 32 comunità, l’entusiasmo, le risorse, il ventaglio di progetti dai contenuti più vari – sembra essere un processo in continua ascesa e consolidamento. Il fatto che la clinica sia stata inizialmente concepita come un servizio ambulante in grado di raggiungere anche l’ultimo cantone, ha contribuito a diffondere un’organizzazione audace, che tenta di mettere in discussione i rapporti di potere tradizionali per dare voce e potere a chi mai ne ha avuto. Doveva essere così, come ricorda Mertxe Brosa, una delle fondatrici: «Tutte veniamo dalla politica e tutte continuiamo a far politica, perché lavorare ad un processo di emancipazione è fare politica».
Quelle che erano private di tutto – vita pubblica, accesso all’educazione scolastica, potere decisionale, controllo del proprio corpo, libertà di parola – si sono convertite in promotrici di un’iniziativa che si è materializzata in un’associazione denominata Centro di Orientamento Familiare ed Educazione Sessuale “Xochilt-Acalt” (che vuol dire “fiore di canna”, ndr), che tutti a Malpaisillo chiamano più semplicemente la Clínica, per la sua origine e per il fatto che questa continua in effetti ad essere l’attività con maggior impatto sui nervi della cultura. Perché è a partire dalla consapevolezza del proprio corpo cui le donne giungono e dalla visione di genere con cui imparano a proteggerlo, amarlo e difenderlo, che si stanno superando i molteplici tabù di una cultura maschilista, che vanno via via cadendo come pedine di un domino, tasselli di una cultura oppressiva che da sempre le ha schiacciate.
Controcorrente, a vele spiegateOrganizzazione e lavoro con le donne. Due fondamenti di una controcultura. Negli anni ‘80 parlare di organizzazione era d’obbligo, un cliché. Bastava un cenno perché la popolazione si organizzasse. Riuscire invece a farlo all’ombra del XXI secolo appare temerario, data l’allergia al collettivismo fomentata dal neoliberismo e l’affanno di esperti e fautori dello sviluppo nel presentarsi come tecnici alieni a tutto quanto odori di politica. Ciononostante, qualcosa si muove. L’organizzazione prospera. Le parole delle donne del Centro convincono altre donne e l’esempio lentamente trascina. Le madri portano le figlie, le ragazze convincono le madri e l’organizzazione si rafforza contro tutti i pronostici sul disincanto e i fattori che generano un’apatia generalizzata verso la politica.
Scegliere un’opzione preferenziale per le donne e – attenzione al punto polemico! – un’opzione esclusiva per le stesse non sembra cosa ardita. Oggi, i soldi giungono copiosi a  coloro che portano avanti progetti in una prospettiva di genere. Orti e crediti, seminari e molte altre iniziative sono promosse dalla cooperazione internazionale  per le donne del Nicaragua. Tuttavia, quanti di questi programmi hanno avuto successo? Se domani venissero meno i crediti e i seminari, che segno avrebbero lasciato questi programmi sulle loro benificiarie? Minore impronta lasciano soprattutto nelle aree rurali, dove il maschilismo è a tal punto radicato da portare le donne ad esserne le più devote sostenitrici. Non sono argomentazioni prive di fondamento quelle che insistono sulla granitica resistenza culturale che deve affrontare sul campo la prospettiva di genere, il femminismo o qualunque programma che tenti questo approccio. Nonostante tutto, è possibile. Come è riuscita l’organizzazione delle donne di Malpaisillo ha raggiungere 800 iscritte? Qual è il segreto del suo successo? Cosa ha fatto la differenza? Qual è stato il fattore scatenante?
Nelle catacombe dell’economiaIl progetto doveva fare qualcosa, anzi molto per creare condizioni economiche migliori per le donne, in un’area particolarmente povera. Le precarie condizioni lavorative delle donne sono al centro della sua strategia. Secondo il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo – assai interessato negli ultimi anni a migliorare le condizioni delle donne del Terzo Mondo – nei paesi dell’America Latina, il 75% delle donne si occupa delle attività domestiche senza alcuna retribuzione e soltanto il 9% ha accesso ad attività non agricole. Le donne hanno un ruolo molto importante nell’economia soprattutto all’interno della famiglia, nella comunità e nei paesi dove predomina un’agricoltura di sussistenza. Tuttavia, si tratta di aspetti di un’economia sommersa: lavori domestici, coltivazione di frutta e verdura, raccolta della legna, trasporto dell’acqua. Affinché le donne abbiano la possibilità di uscire dalle catacombe dell’economia, bisogna smentire la radicata convinzione culturale secondo la quale le donne devono dedicare la maggior parte del loro tempo ai figli, al marito e alla casa, attività per cui un riconoscimento economico non è considerato rilevante.
Un’inchiesta realizzata in Nicaragua nel 1996, per conto della Fondazione Internazionale per la Sfida Economica Globale (FIDEG) ha rilevato come il 40% delle donne nicaraguensi in area rurale siano occupate, il 3% disoccupate e il 57% inattive, nel senso che al momento dell’inchiesta non lavoravano perché si stavano occupando di lavori domestici o studiavano o erano in pensione. Delle donne occupate nelle aree rurali, il 45% si dedicava ad attività agropastorizie mentre il 54% al commercio ed ai servizi. Di queste, solo il 26% riceveva un salario e solo l’1% era a capo di un’impresa. Il 31% lavorava per conto proprio e il 42% in un’impresa di carattere familiare, ma senza essere remunerate. Confinate, recluse, prigioniere nella sfera privata, perché la sfera pubblica è prerogativa dell’uomo, le donne vedono il loro stato sociale minimizzato. Il lavoro umanizza, permette la socializzazione, è fonte di riconoscimento sociale. Invece, il lavoro femminile nel chiuso del focolare domestico disumanizza, individualizza, è espressione delle catene che si sono volute imporre alle idee delle donne, è lo stratagemma impiegato per cercare di avvilirne la mente. In Nicaragua, il 70% del tempo per la raccolta dell’acqua e il 21% per quella della legna, il 98% del tempo per la preparazione di alimenti, il 98% per la cura dei figli, il 94% per la pulizia della casa e il 60% per gli acquisti nelle aree rurali, sono coperti dalle donne. La cultura rurale presenta le donne come naturalmente dotate per i lavori domestici, al fine di giustificare una distribuzione sessuale del lavoro che impedisca loro di sviluppare altre capacità. Come  acutamente analizzato da Marx, quelli che sono definiti come talenti naturali sono conseguenza e non causa della divisione sociale del lavoro. L’assegnazione di maggiori compiti permette di sviluppare più facoltà. Se il lavoro crea l’essere umano, un lavoro di basso profilo crea donne con bassa autostima.
Beneficiarie di microcreditoIl Centro “Xochilt-Acalt” si propone una rivoluzione copernicana: un’opzione totalmente radicale per le donne e l’ingresso di queste nella sfera pubblica attraverso la porta principale e con documento di cittadinanza. In primo luogo, il Centro offre credito esclusivamente alle donne. Le donne erano escluse dal Banco Nacional de Desarrollo (BANADES, l’istituto pubblico di credito più diffuso nel paese, chiuso nel quadro del programma di aggiustamento strutturale, ndr). Secondo un’inchiesta della FIDEG, nel 1995, nel penultimo anno di esistenza del BANADES, solo lo 0,4% delle donne che avevano chiesto un prestito a questa banca lo aveva ottenuto, contro il 18% degli uomini. Il Centro “Xochilt-Acalt” cerca di cambiare questa situazione fornendo credito in specie a tassi adeguati alla redditività delle attività finanziate. Quel che si cerca di fare soprattutto è migliorare le condizioni di vita delle famiglie che ne beneficiano. «Noi non vogliamo – afferma Mertxe Brosa – seguire l’esempio di molti programmi di microfinanza che sono passati dal paternalismo al neoliberismo nudo e crudo. Il credito è uno strumento di sviluppo. Ma è fine a se stesso quando il suo valore è stabilito solo sulla base del valore di rientro del prestito».
Inoltre, dal momento che si cerca di stimolare l’acquisizione di potere (dal neologismo inglese empowerment, ndr) da parte delle donne, per accedere al credito per l’acquisto di mucche è requisito indispensabile che almeno 4 manzanas (pari a 2,8 ettari, ndr) dei terreni di proprietà della famiglia vengano intestati alla donna. Allo stesso modo, a seguito dell’uragano Mitch, che in questa zona ha causato devastanti inondazioni, per poter ottenere una casa nel quadro del programma di ricostruzione, il lotto di terreno su cui essa viene costruita deve essere intestato alla moglie. «Gli uomini di qui sanno bene che non facciamo alcun versamento di capitale se la proprietà non è a nome della donna». Si tratta di una sorta di “ricatto” che serve a dare maggiore sicurezza a tutta la famiglia. Perché gli uomini-padroni mettono fuori dalla porta una moglie e ne prendono un’altra, o vendono la casa o se ne vanno con il titolo di proprietà altrove...  A tre anni dall’introduzione di questa condizione sta mutando la “distribuzione sessuale” della terra. Il 64% della proprietà della terra in Nicaragua è in mano agli uomini, il 13% alle donne, il 3% alla coppia, lo 0,3% a collettivi, il 9% a cooperative, l’11% ad altre forme di proprietà. Tra le donne proprietarie in aree rurali, il 40% ha meno di una manzana (pari a 0,7 ettari, ndr) campo, il 41% ha appezzamenti tra 1 e 5 manzanas, e l’8% tra 5 e 10 manzanas (contro il 17% di proprietà in capo agli uomini), il 7% tra 10 e 49 manzanas (contro il 14% degli uomini) e appena il 4% possiede campi per 50 o più manzanas (a fronte di un 6% per gli uomini).
Da neo-proprietarie terriere le donne stanno dirigendo la costruzione di case, pozzi, cisterne, stalle e recinti per il bestiame. Inoltre, le donne costruiscono anche pompe per tirar su l’acqua dai pozzi, cisterne, tuberie e filtri. Le donne allevano mucche, maiali, pollame e capre. Le donne coltivano ortaggi e stanno introducendo con successo la coltivazione di yucca e del fagiolo mungo (la cui funzione principale è quella di arricchire il terreno di sostanze nutritive, ndr).
Le donne alfabetizzano e sono alfabetizzate, ricevono e fanno educazione sessuale, riflettono sulle teorie femministe, ricevono cure  e ne prestano attraverso la clinica, commercializzano con successo i loro prodotti a Managua, adottano e divulgano nuove tecnologie agropastorizie: concimi organici, controllo biologico delle infestanti. Studiano, dibattono e sperimentano.
Le donne stanno diventando il motore dell’economia familiare. Il loro guadagno va al 100% alla famiglia senza perdersi in cantine, sale-biliardo o bettole. In quanto motrici dello sviluppo familiare, esse possono negoziare con i loro uomini, con i loro padri, con i fratelli fino a diventare le loro guide su un piano di uguaglianza perché non hanno più bisogno di chiedere loro alcunché. Se non compagnia, complicità e affetto. Adesso le donne si donano e si dedicano a se stesse, adesso sono “uguali”. Esse stesse riassumono l’effetto di tali cambiamenti in una frase che vanno spesso ripetendo, quasi sorprese: tutto ciò «ci ha cambiato la vita».
Lavoratrici tuttofareNon ci sono solo rose in questo cammino. Anche le spine abbondano. Merxte Brosa, che da un decennio accompagna questo progetto, ne indica una che non appare subito evidente: «Alcune di loro hanno un tale bisogno della casa che nel momento in cui la ottengono si lasciano andare, come se avessero raggiunto ogni meta possibile». Tuttavia, dichiara soddisfatta: «La maggioranza di loro vuole continuare a migliorare ed acquisire nuove competenze». Tra queste ci sono 21 veterinarie, che durante l’uragano Mitch salvarono migliaia di animali, e le educatrici in salute riproduttiva o in agricoltura biologica, le costruttrici di case e di stalle. La maggior parte di loro continua. Richiama l’attenzione il modo in cui le donne di Malpaisillo parlano con cognizione di causa e chiarezza di tutti questi argomenti, fino a ieri patrimonio esclusivo di specialisti uomini. Coloro che restano ancorati a vecchi stereotipi, liquidano la cosa in questo modo: «Non sono più contadine». «Certamente –ammette Mertxe Broza –, esse hanno assimilato la formazione ricevuta e, quindi, non sono più le stesse contadine, né parlano come quelle che gli ‘specialisti’ dicono di conoscere e disprezzano».
Le stesse donne sono le prime a sorprendersi di come sia cambiata la loro vita. Con orgoglio, lo spiega Lidia Mendoza, animatrice del progetto Puente de Oro, un talento emerso nella fase  di ricostruzione dopo la catastrofe provocata da Mitch. «Nella mia comunità c’erano tre o quattro donne organizzate già da prima di Mitch. Coltivavano degli orti. Poi venne Mitch, e le priorità divennero altre. Fu così che le donne mi nominarono responsabile della costruzione di case. Mi scelsero perché io sapevo parlare in pubblico. Nelle comunità, poche donne hanno il coraggio di parlare. Per questa ragione, perché sapevo parlare, le 22 donne sinistrate mi scelsero come loro rappresentante. Inizialmente, ero incaricata della distribuzione del materiale, ma presto imparai a costruire le case. Imparai a posare la putrella antisismica e l’armatura, a preparare la malta. L’esperienza fatta in quell’occasione mi è servita, visto che adesso sono responsabile dei progetti di costruzione di pozzi, delle piccole cisterne che servono per gli orti e le capre, e delle cisterne grandi che servono per l’irrigazione. Ho iniziato nella mia comunità e poi ho continuato in altre». Come accade per molte altre, i familiari e i suoi vicini trovano Lidia «molto cambiata»: diffonde un senso di dignità, dà la sensazione di sapere di poter fare e di sapere ciò che può fare.
Risorse localiL’offerta di servizi promossi dal Centro “Xochilt-Acalt” è stata un efficace strumento che ha permesso alle donne di scoprire la loro identità e di quanto esse siano capaci quando controllano le risorse, per limitate che siano. Per questo, per la dignità e la sicurezza acquisite, queste donne non vogliono lasciare il loro paese. Solitamente, i giovani che imparano qualche mestiere se ne vanno in città – Managua, principalmente – alla ricerca di opportunità migliori: un salario migliore, un impiego che migliori il loro status, più divertimento. Questa fuga interna di cervelli contribuisce ad acuire le disparità nella distribuzione delle competenze e dei salari tra le varie regioni del paese e mina alla base la possibilità di uno sviluppo locale. Malpaisillo rappresenta in questo senso un’eccezione. Il Centro sta creando opportunità lavorative interessanti in un ambiente in cui le donne hanno conquistato spazi, rispetto e prestigio che costerebbe loro molto più tempo raggiungere altrove. Per radicarsi maggiormente, le ragazze organizzate di 16-17 anni stanno incrementando il loro patrimonio con l’appoggio del Centro: terreno, casa, acqua, capre, incentivi per rimanere nella loro comunità e continuare l’iter formativo.
A fine 2001, saranno state costruite 200 case a Malpaisillo. Un grande passo avanti, considerando che si tratta di una regione del paese con grave carenza di abitazioni e di condizioni che le rendano più vivibili. Nella regione di León, il 14% delle famiglie delle aree rurali non ha una casa di sua proprietà e solo il 27% ha una casa fatta di blocchi, cemento e mattoni. In questo dipartimento, il 55% delle case delle aree rurali è composto di un solo locale, il 36% di due locali e solo il 2% delle case ha quattro o più locali. Le case costruite dal Centro sono di tre locali. Ancora più significativo è che il numero e il tipo di case riflette il livello e la capacità raggiunte dalle donne durante la ricostruzione. In Nicaragua abbondano i progetti di costruzione pre- e post-Mitch. Alcuni di questi hanno costruito case più dignitose, comode e sicure. Tuttavia, difficilmente si trovano progetti di ricostruzione che hanno coinvolto le donne come protagoniste ed in cui il processo di costruzione si sia convertito con tale successo in uno strumento di formazione, di scoperta di leadership locale e di accrescimento dell’autostima femminile.
Fattore chiave: l’istruzioneUno dei migliori risultati – e senza dubbio la ragione fondamentale del suo successo – è stata l’istruzione data alle donne. Una volta chiesero alla scrittrice cilena Isabella Allende cosa mancasse alle donne latinoamericane per poter contrastare con successo il rapporto di disuguaglianza in cui sono state forzate dalla civilizzazione dominata dagli uomini. «A noi manca l’istruzione. Nei miei 55 anni di vita, il movimento di liberazione femminista ha portato a cambiamenti incredibili. Tuttavia, tali cambiamenti hanno riguardato solo le donne delle aree urbanizzate di alcuni paesi. Nella maggior parte delle zone rurali, nei campi, tra gli indigeni, nelle aree povere, le donne non solo non sono cambiate ma non hanno neppure sentito parlare di questi cambiamenti. Quindi, resta tutto da fare».
Nelle aree rurali del Nicaragua, la carenza di istruzione è particolarmente allarmante. Secondo uno studio del FNUAP, nel 2000, circa 500 mila bambine e bambini nicaraguensi non hanno potuto accedere al sistema scolastico a causa di carenze nelle infrastrutture, fondi, insegnanti e aule. Se in tutto il paese la percentuale di bambini che non ricevono alcuna istruzione è del 26%, tale cifra raggiunge il 44% nelle aree rurali povere, dove a causa del lavoro domestico e, soprattutto, della cura dei bambini, le donne sono le più escluse dal sistema educativo: il 45% delle donne di campagna sono, infatti, analfabete.
Sessualità e rapporti di potereIl Centro “Xochilt-Acalt” è stata una fonte copiosa di istruzione e formazione. Di formazione integrale. La salute riproduttiva è stata il primo passo, non a caso. Parlare di sessualità tra donne e solo tra esse, è stato come prendere il toro per le corna. I temi sessuali sono tabù, perché il sesso è il nodo principale nelle relazioni di potere che avvolgono tutti gli esseri umani. Il potere dell’uomo sulla donna si esercita attraverso il controllo del suo corpo e della sua sessualità. Tutte le oppressioni tradizionali sulla donna ruotano intorno alla sessualità: il corpo le viene portato via, diventa corpo per gli altri. Il punto di partenza del sistema patriarcale è negare alle donne la conoscenza di come funziona il loro corpo. Affinché persista la poligamia pubblica degli uomini, si limita la sessualità della donna a partorire figli e le si impedisce l’accesso al piacere. L’enfasi posta sull’educazione sessuale in una prospettiva di genere che cerchi di mutare le relazioni di potere, ha riaperto il discorso su questioni rimosse per radicati timori o falsi pudori. Per questa stessa ragione, i risultati sono così liberatori. Oggi, le donne di Malpaisillo dichiarano con orgoglio e sicurezza che sono loro a decidere quando sposarsi, vincendo la pressione sociale di quanti dicono loro di stare attente a “non perdere il treno”; sono loro a decidere quando avere rapporti sessuali, resistendo alle pressioni del marito, ma di comune accordo con lui; sono loro a decidere quando avere figli, ovviando alle pressioni religiose che rifiutano e nascondono i metodi contraccettivi. Il fatto, semplice ed elementare, che le donne parlino insieme e liberamente di sesso è una rottura liberatoria che sta producendo un cambiamento culturale e dando loro potere, un potere su cui possono cominciare a trasformare le disuguali relazioni di genere.
Il processo di formazione ha ricevuto un’importante spinta dall’inchiesta sullo stato socio-economico di tutte le comunità di Malpaisillo. La ricerca ha richiesto estese e dettagliate inchieste realizzate dalle stesse donne. I risultati, in alcuni casi stupefacenti, hanno dato il via ad una riflessione durata circa un anno e che ha spinto ad organizzare subito una campagna di alfabetizzazione. A seconda delle necessità e delle richieste, sono stati organizzati i corsi. Quindi, sono state affrontate tematiche inerenti l’agricoltura e la pastorizia, e le costruzioni, fra le altre.
Le donne non si fermano. Perché la forza del progetto si basa su una flessibilità creativa che va scoprendo nuove necessità da soddisfare. Allo stesso tempo, molte di loro fruiscono di borse di studio per frequentare le scuole elementari e medie, o per andare all’università, e tornano alle loro comunità piene di idee. Attualmente, 33 donne stanno ricevendo la prima alfabetizzazione, 123 frequentano le elementari 40 le medie, corsi di specializzazione o l’università.
Conflitti con i maritiIl nuovo potere che le donne stanno acquisendo le mette di fronte a nuove difficoltà. Solo la loro tenacia ha rotto queste barriere ed è riuscita a persuadere gli uomini che il processo cui stanno assistendo è irreversibile, e che in casa non hanno più le stesse mogli di un tempo. Lidia Mendoza descrive la cosa in questo modo: «Mio marito non è molto contento perché adesso guadagno i miei soldi, compro ciò che voglio e mi vesto come voglio. Non si rassegnerà mai al fatto che guadagno un salario per il mio lavoro al Centro e che il mio salario sia più alto del suo. Tuttavia, o gli va bene così o niente. Nemmeno mancano le invidie nella comunità, perché hanno visto come la mia vita sia cambiata tutta di un botto. Ci sono altri uomini che si rendono conto che questi lavori significano maggiori entrate per la casa, accettano quindi la cosa e se ne stanno tranquilli. Altri uomini, però, ancora non accettano questo e alle loro mogli non resta che affrontarli. Mio marito dice che quel che ho imparato è ad essere una vagabonda. Questo  pensa e che continui pure a pensarla così, perché io continuerò ad essere così. Gliel’ho già detto. Se gli voglio bene nonostante la sua ostinazione? Beh, sì, in fin dei conti è il padre delle mie cinque figlie».
Veronica Mayorga, della comunità El Piñuelar, descrive così lo stigma che deve sopportare: «Gli uomini dicono: “Ecco, quello che insegnano loro è ad essere volgari, puttane, libertine. Quel che vogliono è comandare più di noi”. Il fatto è che gli uomini vogliono che noi restiamo loro sottomesse».
Il cambiamento dei padriGradualmente, attraverso un cammino spesso doloroso e con continui alti e bassi, le donne hanno suscitato dei cambiamenti nei loro mariti, padri e figli. Questa è stata l’esperienza di Maricela Solís Rostrán, sempre della comunità El Piñuelar, 22 anni, raccontata con soddisfazione e occhi lucidi: «Dopo il diploma, ho iniziato a lavorare negli orti. Avevo il mio orto presso la casa. Partecipavo ai momenti di riflessione del Centro. Mio padre mi urlava contro e mi offendeva. Ha sempre fatto così. Però, aveva imparato che questa è una forma di violenza. Così, un giorno mi decisi: “Papà, non mi parlare in questo modo perché non mi piace”. “Ed io perché dovrei  farti caso? Che diritto hai di parlarmi in questo modo?”, ribatteva lui. Così è cominciato. Nella mia adolescenza sono stata molto repressa. Adesso le cose sono cambiate. Ho cominciato ad educarlo. E ho fatto lo stesso con mia mamma: “Perché non entriamo nell’organizzazione, mamma?”. E lei mi ha risposto: “Lo sai che a me queste cose non piacciono”.  Ma ho insistito tanto che alla fine l’ho convinta. Lei ha dovuto subire molte violenze da parte di mio padre. Prima era solo pianto. Io le dicevo: “Mammina, non versare lacrime per niente, non è in questo modo che si risolve qualcosa”. Io ero l’unica a rispondere per le rime a mio padre e per questa ragione quando era ubriaco diceva che io ero l’unica figlia a non volergli bene. Io gli dicevo: ”Per caso non hai mani buone per spazzare per terra? Mia mamma raccoglie legna e lavora nell’orto, che sono lavori da uomini. Perché voi non potete spazzare?". Mi ascoltava. Adesso mio padre è cambiato moltissimo. Adesso si preoccupa persino di innaffiare le piante dell’orto. Adesso in casa mi rispettano. Mi guadagno i miei soldi e compro le mie cose. Mi sento realizzata».
I mariti si aggreganoUna delle beneficiarie delle borse di studio del Centro, della comunità di Santa Teresa, ripercorre gli straordinari progressi fatti, dai vituperi cui era soggetta in passato fino all’appoggio cordiale che ora il marito le offre: «La vita ci ha cambiato. Adesso i nostri mariti ci avvisano quando arriva la macchina a prenderci. Prima? Prima ci dicevano di tutto. “Ecco che se ne vanno queste donne abbindolatrici... Finché non torneranno con la testa rotta non staranno tranquille... Finiranno per corromperti la moglie, diventerà una puttana... A queste, persino la tessera di puttana gli danno... Sai cosa fanno? Vanno a vedere uomini nudi su grandi teleschermi...”. Inventavano di queste storie e le raccontavano ad altri uomini quando andavamo al Centro per riflettere. Gli uomini sapevano solo criticare. Passavano dalla strada alla amaca e noi senza riposarci tutto il giorno lavoravamo con il machete, con la scopa, con la pentola. Adesso tutto è cambiato. Prima  non c’era verso che Ramón ramazzasse, adesso passa lo straccio e aiuta nell’orto e mi lascia il tempo per mettere a frutto la mia borsa di studio».
Capitale umano e femminileDa essere considerate “le stupide, le vagabonde, quelle senza mestiere, le lesbiche”, le donne hanno raggiunto una posizione di prestigio, dal momento che la clinica e la biblioteca vengono raccomandate dalle autorità sanitarie del municipio e dalle insegnanti, il numero delle iscritte aumenta di anno in anno e le donne hanno migliorato la loro posizione e il loro status sociale – conoscenza, proprietà, coscienza delle proprie capacità – e difficilmente torneranno indietro.
Un prestigioso economista ha sostenuto che se domani dovesse cadere una bomba atomica sul Giappone ed una sul Nicaragua, che distruggessero le infrastrutture dei due paesi e facessero soccombere le due economie, il Giappone in 20 anni tornerebbe all’attuale livello di sviluppo, mentre il Nicaragua si ritroverebbe allo stesso livello di povertà attuale, se non peggio. Perché quello che conta, ciò che è intangibile, è il capitale umano e sociale, le capacità e i contatti, la conoscenza acquisita e l’esperienza accumulata, le forme organizzative. Ciò che si può dire del Giappone vale anche per Malpaisillo, su scala minore, naturalmente. Se domani un disastro distruggesse le case, inondasse i raccolti e uccidesse le capre e le vacche, il recupero di tutte queste infrastrutture e dei suoi mezzi di produzione sarebbe molto più veloce di quanto sia stata la loro costruzione all’inizio. Perché le donne, queste donne la cui vita è cambiata, conserveranno quello che è essenziale per lo sviluppo: le conoscenze, i contatti, le reti sociali, lo status, l’accumulazione di sapere e di potere.
Conflitti religiosiDal momento che le gerarchie ecclesiali sono composte da uomini che difendono il loro potere umano e divino, l’emancipazione delle donne di Malpaisillo è andata incontro all’anatema o ha avuto bisogno di negoziare con gruppi e dirigenti religiosi. Alcune donne, come Lidia Mendoza, non hanno avuto altra via d’uscita che quella della rottura: «Ho dovuto smettere di essere evangelica perché appartenere alla loro comunità significava negare la propria vita. Non puoi tagliarti i capelli, né indossare una gonna corta, né metterti i pantaloni, né partecipare ad alcuna attività, nemmeno alla presentazione di un libro perché per loro sono attività pagane. “La sorella è a pezzi”, dicevano di me. E mi punivano. Mi facevano sedere sulla panca in fondo alla chiesa, dove si siedono gli scomunicati. È una punizione che chiamano “disciplina”. Mi lasciarono in fondo alla chiesa per molti mesi, perché hanno accesso alle panche delle prime file solo quelli che si comportano bene secondo il loro giudizio. Per questo, ho lasciato la chiesa evangelica e all’inizio questa cosa mi ha fatto soffrire molto perché pensavo che Dio non mi avrebbe perdonata. Poi ho pensato: “Pregherò Dio a casa mia, anche se loro credono che Dio ci ascolti solo in chiesa”».
La già citata Veronica Mayorga, in un contesto meno avverso, è riuscita, non senza difficoltà, ad aprirsi un varco: «Sono arrivata al Centro grazie a mia madre. È stata lei a coinvolgermi. Io restavo in casa a svolgere le faccende domestiche, mentre lei partecipava alle riunioni. Avevo allora 18 anni. Leggevo gli opuscoli che portava a casa, ma non commentavo. Quindi, si formò un gruppo di ragazze e ci invitarono ad una “riflessione”, come la chiamano. Sono andata con un’altra giovane evangelica, come me. Dalla riunione  uscimmo spaventate! Io dissi alle altre: “Andiamocene da qui, che queste sono solo volgarità e per colpa loro finiremo all’inferno!”. Tuttavia, mia mamma continuava a partecipare. Io non ci andai per due anni. Poi mi decisi a partecipare ad un’altra riflessione e alla fine capii che era cosa buona il fatto che spiegassero tutto sul corpo in modo chiaro e positivo. Continuai ad andarci e mi attirai molte critiche da parte dei fedeli della chiesa, ma non ci facevo caso. Pensai che dovevo continuare a partecipare perché era Dio ad averci dato tutto e tutto quello che ci ha dato è buono. Se parliamo delle nostre mani e sappiamo a cosa servono, perché non parliamo dei genitali che ci servono per dare la vita e per procurarci tanto piacere? Sicché, ora, condivido con altre ciò che ho imparato. Anche adesso vado in chiesa e mi affanno a parlare. Perché se stiamo al nostro posto, sappiamo difendere le nostre idee e affermare i nostri diritti, non c’è problema, ci rispettano allo stesso modo degli uomini, siano essi pastori (evangelici) o preti. Questo è ciò che ho imparato qui e che insegno alle altre».
Mai soddisfatte, sempre creativeCon una lunga storia di emancipazione e liberazione alle spalle, le donne organizzate di Malpaisillo non dormono sugli allori. La rete che hanno creato sta già beneficiando direttamente il 10% della popolazione del municipio. Ma, esse non si fermano. La vita non lo fa e le donne lo sanno bene. Cercano di consolidare ciò che hanno fatto e aprire nuovi ambiti di intervento. In un sforzo di complementarietà, di reale acquisizione di potere, in collaborazione con il municipio ha preso il via il progetto “Partecipazione civica allo sviluppo locale”, finanziato dal Comune di Vitoria, in Euskadi.
Mertxe Brosa spiega le origini, gli obiettivi e le motivazioni di questo nuovo progetto: «Siccome finora non abbiamo incontrato nelle comunità altre ONG con cui stabilire alleanze per facilitare i processi di acquisizione di potere più integrali e poiché non vogliamo perdere il nostro profilo di facilitatrici di tale processo a favore delle donne, abbiamo dato una mano alla creazione di una ONG di uomini con cui collaborare. Sono collaboratori della comunità, scelti per la loro storia, le loro capacità e loro attitudini. Con essi, stiamo realizzando il nuovo progetto di partecipazione civica, della durata di quattro anni. Grazie a questo progetto tocchiamo ora tutte le comunità, lavoriamo con gli organi di potere comunitari, in coordinazione con la commissione di governabilità del Comune, con cui manteniamo ottimi rapporti. Alla giunta comunale, le donne del Centro hanno avanzato una proposta perché le comunità assumano progressivamente maggiori poteri e per democratizzare le elezioni nelle comunità. Non abbiamo riscontrato alcuna traccia di polarizzazione politica, ma ricettività. Sia i liberali (così si chiama la destra in Nicaragua, ndr) che i sandinisti hanno dato completo appoggio all’iniziativa, grazie al prestigio che il Centro ha ormai acquisito».
Formare donne e uominiIl nuovo progetto è iniziato con una scuola di formazione di dirigenti (leaders), sia donne che uomini. Un decennio di lavoro volto a consolidare la leadership femminile ha mostrato alcuni punti deboli: abusi di potere, delega di responsabilità per evitare di assumerne in proprio, opportunismi e tutta quella gamma di debolezze che appaiono legittime in una cultura politica sulla quale bisogna lavorare ancora molto. Nelle comunità, donne e uomini, tendono a scaricare tutte le responsabilità su una persona sola. I leaders comunitari, sia donne che uomini, soffrendo evidentemente una pur modesta versione della nota epidemia nazionale detta “presidentite”, si attribuiscono troppe responsabilità, concentrano tutto il potere, le decisioni, i contatti, la parola. In Nicaragua, la formazione di leaders appare sempre più cruciale se si vuole rompere con il radicato caudillismo (cioè, una forma populista, quando non mafiosa, di esercitare il potere, ndr) e favorire una progressiva  acquisizione di potere su basi più partecipative, più disponibili al negoziato e lontane da quel “tutto o niente” caratteristico della cultura politica nazionale, specialmente nelle comunità rurali.
Questo processo di democratizzazione inizierà con l’elaborazione di una normativa per la realizzazione delle elezioni dei comitati locali. Il primo passo è rivolto al passato, per riscattare la storia dei comitati locali. Il nucleo di questi comitati è sorto negli anni ‘80 ed ha conosciuto un notevole sviluppo sotto il governo di Violeta Barrios de Chamorro, con l’avvio del processo di decentramento, che diede la possibilità a molti leaders di rompere con lo stile verticista del decennio sandinista, quando l’FSLN “dava la linea dall’alto”.
L’attuale modo di operare dei comitati locali varia molto da un municipio all’altro. A volte per motivi amministrativi, a volte per affinità politiche, alcuni  sindaci hanno saputo consolidare la propria azione nominando i dirigenti di tali comitati propri vicari. Tuttavia, vi sono anche sindaci che non tengono in alcuna considerazione il lavoro dei comitati e di chi li guida, posizione questa che si vede legittimata dalla natura informale dei comitati. Senza dubbio, le ONG hanno contribuito molto a rafforzare il protagonismo dei comitati nello sviluppo locale. Di solito, infatti, le ONG ricercano fra i responsabili di questi comitati i promotori e le promotrici dei loro progetti. Tuttavia, questa singolare forma di rispetto delle reti locali, pur ispirata dalle migliori intenzioni, non poche volte si è tradotta nel peggiore modo di seguire i progetti, perché ha rafforzato la posizione di dirigenti caudillos, impedito la rotazione dei ruoli, favorito gli opportunismi di sempre e riproposto il tradizionale verticismo.
L’ambizioso progetto di partecipazione civica del Centro intende offrire un’assistenza permanente alle leadership locali, garantendo loro formazione e attribuendo loro maggiore istituzionalità. Evidentemente, ciò permetterà alle attività del Centro di essere più incisive.
La lotta per l’autonomiaNonostante le donne organizzate crescano ad un ritmo graduale, imposto dalle loro capacità, frenate dai timori e segnato dalla profondità di ciò che in esse si sta trasformando, l’aver raggiunto 800 donne in 10 anni – una media di 7 al mese – è un fatto notevole e dà l’idea della vitalità di questo movimento. La struttura democratica del Centro, basata su una direzione collegiale, ha influito molto su questo sviluppo, impedendo alle stesse dirigenti di assumere atteggiamenti paternalisti (o “maternalisti”), verticisti o caudillisti.
Il consiglio di Direzione del Centro è composto da sette donne, responsabili delle distinte aree di lavoro: costruzione, gestione finanziaria, produzione, amministrazione, la clinica, l’organizzazione, formazione, programma delle borse di sudio, partecipazione civica. Si riunisce ogni quindici giorni. Questo arduo esercizio serve ad impedire la concentrazione di potere in cui il Centro cadde all’inizio della sua attività, quando furono gestite male delle diatribe interne, a volte sfruttate da qualche finanziatore e dall’FSLN per portare la preziosa acqua del Centro al proprio mulino elettorale... Superare quella fase, crescere in autonomia e sottoporre a verifica i rapporti con altre entità, ha significato varie crisi, un doloroso processo di epurazione della dirigenza, un chiarimento sull’identità del Centro e sui suoi limiti di azione rispetto ad altri interlocutori – Comune, FSLN, finanziatori – e l’adozione di stili di direzione realmente alternativi.
Sostenibilità finanziariaAll’esterno, questo stile e questa strategia hanno portato al consolidamento di relazioni indipendenti con ONG, l’amministrazione locale e politici di tutte le tendenze. L’atmosfera politica non polarizzata di Malpaisillo – un luogo non toccato dalla guerra degli anni ‘80 – lo permette. L’intesa con liberali e sandinisti è facile. Tale indipendenza è favorita anche dai cambiamenti avvenuti nella cultura politica nazionale.
Diverse dirigenti del Centro, di radici sandiniste e con un’esperienza di lavoro organizzativo negli anni ‘80, sono convinte che il grado di autonomia di cui gode oggi il movimento non sarebbe stato possibile con il Fronte Sandinista al governo, che era solito cooptare tutte le iniziative di base e annullare tutte le alternative non esplicitamente affini alla sua ortodossia, sacrificando gli interessi locali e categoriali al suo grande progetto nazionale, soffocando – fino a farla svanire – domande così specifiche come quelle legate alle problematiche di genere.
Oggi, il Centro “Xochilt-Acalt” non solo mantiene rapporti di forte indipendenza dai partiti politici, ma si concede il lusso di selezionare le sue fonti di finanziamento. Si suol dire che chi mette il denaro, parla e chi paga, decide. Dare una svolta a questo principio consacrato dalle abitudini, significa basarsi su quest’altro: chi fa, decide. Il Centro sceglie da chi ricevere appoggio in ragione delle affinità con la sua visione dello sviluppo e sulla base di un rispetto reciproco. Risulta molto attraente e molto più conveniente mettere il denaro in programmi che già hanno successo. Appoggiare il Centro aumenta il prestigio dei finanziatori. Alla luce del potere che ha conquistato, il Centro ora può negoziare da una posizione assai vantaggiosa, guadagnata e sudata sul campo. E per rafforzare il cammino dell’autonomia, il Centro sta raggiungendo, un po’ alla volta, la sostenibilità finanziaria mediante una serie di piccole imprese che stanno generando entrate per niente disprezzabili: allevamento di bestiame, noleggio di camion, vendita di fotocopie, vendita di pompe, silos e annaffiatoi.
Molto più lento, ma più realeMolto più significativa è la sostenibilità umana, fondamento e ragione della sostenibilità finanziaria. Questo è un punto che le donne, con lungimiranza, non perdono di vista. Dall’interno, è facile osservare un profondo rispetto per i percorsi personali. Non dicono: “Guarda la donna che abbiamo trasformato in leader”, ma “Guarda la leader che abbiamo scoperto”. Lo erano già, ma nessuna di loro lo sapeva. Il Centro ha dato loro lo spazio per sviluppare ciò che sono e di più. Un cammino di questo genere richiede tempo, pazienza, molta immaginazione e agilità per riequilibrare il peso lungo il cammino. Perché la via verso l’acquisizione di potere delle donne non è rettilinea, piana e larga, ma tortuosa, piena di insidie e a volte con passi indietro per imparare a proseguire meglio.
Il Centro “Xochilt-Acalt”, la “clinica” di Malpaisillo mette in discussione la mancanza di immaginazione e di coraggio di molti progetti di sviluppo, incentrati sulle problematiche di genere ma molto lontani dai problemi reali delle donne delle aree rurali, concepiti dal di fuori e dall’alto. A Malpaisillo si sta sviluppando un disegno più lungimirante e assai più lento, ma più realistico. E i risultati si cominciano a vedere: le donne non sono più invisibili né rese invisibili, né mute né zittite, né cieche né bendate.

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