«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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GUATEMALA / La sentenza nel "caso" Gerardi

L’8 giugno scorso, tre militari, giudicati colpevoli dell’assassinio del vescovo Juan Gerardi, sono stati condannati a 30 anni di carcere. Il sacerdote che viveva nella stessa casa del vescovo, è stato condannato a 20 anni di reclusione per complicità. La domestica della casa parrocchiale è stata invece assolta per mancanza di prove. Ecco i tasselli fondamentali dello storico processo.

Dal nostro corrispondente Juan Hernández Pico. Traduzione di Sabrina Bussani. Redazione di Marco Cantarelli.

Giustizia per un uomo giusto era il motto che ha ispirato, dal 26 al 28 aprile scorsi, la commemorazione del terzo anniversario dell’assassinio di monsignor Juan Gerardi. Quest’anno, l’anniversario ha coinciso con lo svolgimento del processo per tale crimine. Sul banco degli accusati c’erano tre militari, accusati di “ejecución extrajudicial” (curiosa formula per indicare un assassinio al di fuori di ogni norma giuridica, ndr). Si tratta del colonnello in pensione Byron Disraeli Lima Estrada; di suo figlio, il capitano dello Stato Maggiore Presidenziale (EMP, una sorta di corpo separato e deviato dello Stato, ndr) Byron Miguel Lima Oliva, e dello “specialista”, anch’egli in servizio presso l’EMP, Obdulio Villanueva. Tra gli accusati dell’assassinio, anche un sacerdote, Mario Orantes Nájera, che viveva nella stessa casa di Gerardi. Margarita López, la cuoca della casa parrocchiale, è accusata invece di occultamento del crimine.
Dopo oltre due mesi di udienze processuali, l’impressione generale prevalente è quella dell’esistenza di un movente politico del crimine, ma che sul banco degli accusati non si trovassero l’autore o gli autori materiali del crimine, né tantomeno i mandanti.
Il processo si è svolto in una Guatemala indignata – soprattutto la capitale – per l’incompetenza del governo, la corruzione in vari ambiti cruciali dello Stato, il deterioramento dell’economia e delle condizioni di vita e di lavoro della popolazione e per la crescente insicurezza nelle città.
Lo scenario è, inoltre, caratterizzato da forti controversie circa le modifiche apportate al Codice del Lavoro, il progetto di legge per l’introduzione di nuove tasse, e la destituzione del direttore della Commissione Presidenziale per i Diritti Umani (COPREDEH) in occasione del voto contrario a Cuba, dato dal Guatemala a Ginevra. Tutte queste polemiche hanno, di fatto, offuscato i risultati delle indagini preliminari sui deputati del Fronte Repubblicano Guatemalteco (FRG, la formazione di estrema destra che controlla il Congresso, ndr), per aver alterato la legge sulle imposte fiscali sulle bevande alcoliche, e hanno innescato mobilitazioni, il cui effetto stabilizzante o destabilizzante per lo Stato di Diritto resta da vedere. L’instabilità è tale che si inizia a considerare, come soluzione per questo stato di cose, la trasformazione del sistema presidenziale in un sistema parlamentare. In questo scenario di forti agitazioni si è celebrato il processo per l’assassinio di Gerardi.
Chanax: testimone chiaveIn questo caso, l’accusa si è basata soprattutto sulla testimonianza di Rubén Chanax Sontay, uno dei senzatetto che dormiva nel parco San Sebastián, vicino alla casa parrocchiale in cui è avvenuto il crimine. Chanax aveva testimoniato già il giorno seguente l’omicidio. Dopo il 27 aprile 1998 lo ha fatto altre due volte fino a che, il 17 marzo 1999, durante la ricostruzione dei fatti, ha deposto per la quarta volta, dando alla testimonianza il carattere di “prova indiziaria” che il tribunale si sarebbe incaricato di esaminare.
Alla quinta dichiarazione, del 17 gennaio 2000, anch’essa considerata “prova indiziaria”, Chanax ha arrichito le sue precedenti deposizioni, fornendo nuovi dati che hanno portato all’arresto dei tre citati militari e al nuovo arresto del padre Orantes e di Margarita López. Quindi, Chanax è riparato all’estero, sfruttando la legge sulla protezione dei testimoni.
“Operazione Uccello”L’ultima deposizione di Chanax Sontay è, tuttavia, del 30 aprile 2001. Anche in quella occasione, ha fornito nuovi dettagli. A giudizio dello psichiatra Juan Jacobo Muñoz Lemus, che vanta 21 anni di esperienza, di cui 5 presso il Ministerio Público (MP, corrispondente al nostro ministero della giustizia, ndr), Chanax è una persona «stabile, coerente e credibile». A parere dello psichiatra, il testimone ha tralasciato, nelle prime deposizioni, alcuni dettagli importanti, probabilmente perché temeva per la sua incolumità fisica. «Sottrae (quei dati), ma inserendoli nel quadro delle sue testimonianze, la dichiarazione appare coerente, ordinata e logica», sostiene Muñoz.
La difesa sottolinea il fatto che lo psichiatra è un dipendente del MP e che la valutazione del testimone fa il gioco dell’accusa nel minimizzare le differenze tra le varie deposizioni. L’avvocato dell’Ufficio per i Diritti Umani dell’Arcivescovato del Guatemala (ODHAG) ricorda invece come Chanax abbia superato in modo soddisfacente il test della “macchina della verità” realizzato dalla Polizia Nazionale Civile (PNC), non così Iván Aguilar Higueros, uno dei suoi compagni nel Parco San Sebastián la notte dell’omicidio.
Chanax Sontay ha dichiarato di essere entrato nel corpo dei genieri dell’Esercito, dove gli fu offerto di lavorare per il servizio segreto militare, ma senza riuscire a superare l’esame di ammissione. Finito il servizio militare, cominciò a fare il posteggiatore nei parcheggi circostanti il Parco San Sebastián. Fu allora, afferma Chanax, che venne reclutato dal colonnello Lima Estrada: «Voglio che tu lavori per me come informatore su ciò che succede qui..., senza incarico, senza niente, semplicemente in cambio di soldi». Per la somma di 300 quetzales settimanali (circa 44 dollari nel 1998). Lima Estrada gli fornì un numero telefonico al quale chiamare ogni sabato. Dopo tre mesi, il colonnello lo andò a visitare e lo incaricò di vigilare soprattutto Gerardi: «(Dimmi) con chi esce, con chi entra, con quale macchina va, l’ora in cui torna, l’ora in cui esce, chi lo viene a trovare...». Per il colonnello, la vigilanza del prelato si sarebbe chiamata “Operazione Uccello”.
Chanax sostiene che la mattina del giorno del crimine, gli «si avvicinarono due persone: una era Villanueva e l’altra un ragazzo di nome Quezén», del quale non si tornerà quasi a parlare. Questi gli dissero: «Non venire qui alle 10 di stasera perché qualcuno morirá, non venire perché mi fai pena e non voglio ucciderti». Dice ancora Chanax: «Io non gli feci molto caso». Così, quella sera se ne andò alla rivendita all’angolo tra la 6° Avenida e la 3° Strada a bere un succo di frutta. Lì, arrivarono Lima Estrada con altre persone e bevvero birra.
Chanax sostiene che il colonnello continuava ad entrare e uscire dalla rivendita. Poco prima delle 22, Chanax stava per «stendere a terra il suo giaccone» nei pressi della casa parrocchiale per dormire, «quando improvvisamente si apre la porta di casa e appare una persona che sapevo lavorasse per lo Stato Maggiore Presidenziale». Questi era senza camicia. Era robusto e alto tra 175 e 180 centimetri. Passò accanto a Chanax e quest’ultimo finse di non conoscerlo. Poi quella persona girò l’angolo della 2° Strada e scomparve, per riapparire più tardi con una camicia pulita. Secondo la dichiarazione di un compagno di Chanax, che dormiva al suo fianco quella notte,  el Chino (cioè il “cinese”, ndr) Iván Aguilar Higueros, l’uomo dapprima scamiciato e poi tornato con la camicia gli chiese una sigaretta mentre el Chino stava tornando dalla rivendita, dove era tornato per riprendere una borsa che aveva dimenticato. El Chino gli vendette 2 sigarette per 1 quetzal. Tuttavia, afferma di non averlo visto in volto. La banconota era piena di impronte digitali, che sono state analizzate dalla PNC senza però riuscire ancora a decifrare a chi appartengano.
La notte del crimine«Subito dopo – prosegue la deposizione di Chanax –, apparve una macchina modello Cherokee nera. Scesero due persone..., che mi strinsero dai due lati e mi dissero: “Ehi tu, stronzo, gran figlio di puttana, vieni qui ad aiutarci”. Mi prendono per il braccio e mi spingono dentro a spintoni. Mi danno un paio di guanti bianchi. Erano Lima (il capitano) e Villanueva. Mi dicono: “Lì ci sono dei giornali, portali qui e inizia a spargerli”. Villanueva entrò con un pezzo di cemento... e lo posò dove c’era sangue. Poi, Lima Oliva mi dice: “Aiutami a tirarlo” (il corpo morto di Gerardi, ndr). Lo tirammo e mi disse: “Se parli finisce come lui”. Io ero spaventato. Poi hanno fotografato tutto. Villanueva fu quello che più usò la macchina fotografica. Io restituî i guanti. So che loro sono capaci di mantenere la loro promessa, per questo non ho parlato quello stesso giorno».
La testimonianza di Chanax continua così: «Quando (quegli uomini) se ne andarono, suonai il campanello (della casa), ma non uscì nessuno. (Poi,) dal portone uscì padre Orantes. Gli dissi: “Padre, avete lasciato la porta aperta”. Mi rispose: “Grazie Colocho (dicesi di persona dai capelli ricci, ndr)”. Quindi, chiuse la porta con un calcio... Verso la mezzanotte, si apre la porta ed esce il padre Orantes dicendo: “Non avete visto chi è uscito?”. Gli risposi: “Padre, l’unico che è uscito era un ragazzo, ma parecchio tempo fa”. Non mi disse più niente, né mi rispose. Tornò poco dopo e disse: “Ragazzi, hanno ammazzato monsignore”. Subito dopo chiese che si chiamasse una volante. Jorge, detto El Monstruo, andò invece a cercare la polizia».
Giubbotto antiproiettile ed esilioChanax Sontay ha reso testimonianza indossando un giubbotto antiproiettile e subito dopo la deposizione è ripartito per l’estero, pur restando disponibile alle convocazioni da parte del tribunale.
In sintesi, secondo questo testimone chiave, il colonnello in pensione Byron Lima Estrada lo avrebbe reclutato come informatore. Chanax sostiene che anche il suo compagno Aguilar Higueros fosse un informatore. La notte del crimine vide il colonnello in una rivendita assai vicina al luogo del delitto, come se stesse controllando la situazione. Verso le 22 vide uscire dalla casa parrocchiale il presunto autore del delitto, l’uomo forte e alto senza camicia non ancora identificato. Poco dopo arrivò la Cherokee nera con il capitano Byron Lima Oliva e lo specialista Obdulio Villanueva, i quali obbligarono Chanax a modificare la scena del delitto, coprendo il pavimento con giornali per non lasciare tracce delle scarpe, usando guanti, spostando il cadavere di monsignor Gerardi e collocando vicino al suo corpo, come arma del delitto, un blocco di cemento. Subito dopo, Chanax vide per la prima volta padre Orantes uscire di casa e ci parlò. Infine, più di un’ora e mezza dopo, vide Orantes uscire altre due volte dalla casa e nuovamente parlò con lui. Ci sono, però, altre testimonianze che completano quella di Rubén Chanax Sontay. Quella del Chino Aguilar, che dichiara di aver visto per la seconda volta il presunto autore del delitto quando questi gli chiese una sigaretta nel Parco San Sebastián. Il presunto assassinio indossava già una camicia pulita e camminava verso la rivendita dove si suppone fosse il colonnello Lima Estrada, dal momento che da lì stava tornando El Chino quando incrociò l’uomo.
Una pista: la targa di una macchinaMa c’è anche la testimonianza di un tassista, Jorge Diego Méndez Perussina, che in una ricostruzione del febbraio 1999, che ha valore di “prova anticipata” ammessa dal tribunale, ha dichiarato di aver visto la sera del delitto, mentre transitava nelle vicinanze della casa parrocchiale, un veicolo Toyota Corolla di colore bianco, a quattro porte, parcheggiato in uno degli angoli del luogo. «Aveva le porte aperte e dentro c’era un uomo senza camicia che parlava con una persona». Secondo il tassista, la macchina era targata P-3201.
È stato accertato che, nel 1988, tale veicolo era in dotazione alla Zona Militare di Chiquimula, di cui era allora comandante Lima Estrada. Sebbene l’Esercito abbia sempre sostenuto che la macchina in questione era stata venduta già molto tempo prima, a quanto pare l’Esercito vende, sì, le macchine, ma non le targhe, che vengono invece usate su altri veicoli per operazioni segrete. Il ministero di Giustizia ha accertato come nel 1998 quella targa fosse ancora in possesso dell’Esercito. Méndez Perussina ha dichiarato di aver subìto tentativi di corruzione e minacce da parte di un suo zio, il generale in pensione Jorge Perussina, già ministro della Difesa durante la presidenza di Ramiro de León Carpio. Inoltre, ha dichiarato di essere stato vittima di un tentativo di sequestro, riuscendo però a scappare saltando dalla macchina in cui veniva trasportato. Il sacerdote Gabriel Vargas Quiróz e il signor René Ajvij Vargas hanno testimoniato che Méndez Perussina si confidò con loro, raccontando loro la sua versione subito dopo il crimine. Anche Méndez Perussina è all’estero in quanto testimone protetto.
Primo imputato: capitano Lima OlivaLa versione circa la targa della Toyota Corolla parcheggiata nella 2° Strada, subito dopo l’angolo con la casa parrocchiale, avrebbe potuto essere verificata esaminando il registro delle entrate e uscite dello Stato Maggiore Presidenziale. Tuttavia, tale libro è risultato in un primo momento smarrito e, quando è ricomparso, è stato provato essere stato modificato. Tutto ciò risulta importante perché il capitano Byron Lima Oliva sostiene che la sera del delitto arrivò all’EMP verso le 23.30 per passarvi la notte. Tuttavia, il maggiore Andrés Villagrán, in una dichiarazione precedente al dibattimento pubblico, ha affermato di aver visto entrare Lima tra le 20 e le 20.30 di quella sera. Durante il processo, però, questi ha dichiarato di aver confuso le date, mentre la sua precedente deposizione non si riferiva ad aprile ma ad agosto.
Il tribunale ha esaminato anche la “prova anticipata” dello specialista dello Stato Maggiore Presidenziale Jorge Aguilar Martínez, il quale giura di essere stato di turno all’EMP la sera del delitto e di aver visto entrare, verso le 22.20, una macchina Isuzu Trooper di colore nero, guidata dal capitano Byron Lima Oliva, il quale era accompagnato da altre tre persone, tra cui una, identificata come “Hugo”, le cui caratteristiche fisiche corrispondono a quelle dell’uomo senza camicia, forte ed alto che Chanax Sontay e El Chino Aguilar videro uscire dalla casa parrocchiale 20 minuti prima. A proposito di questo specialista, la difesa sostiene fosse, in realtà, un semplice cuoco, esterno al personale dell’EMP. Le sue dichiarazioni avrebbero potuto essere comprovate grazie al registro delle entrate e uscite, che però è stato manomesso. Secondo Carmelo Estrada Pérez, l’ufficiale dell’EMP di turno di guardia quella notte, il capitano Lima Oliva è arrivato tra le dieci e le undici di sera, si è seduto con lui, ha mangiato un pezzo di torta e letto un periodico, ritirandosi poi nella sua stanza per andare a dormire. Estrada Pérez ha affermato anche che quella sera non arrivarono telefonate. Ciò viene, però, contraddetto da alcuni degli allora capi dell’EMP, i quali sostengono di aver appreso del crimine via telefono.
Secondo imputato: colonnello Lima EstradaIl colonnello in pensione Edgar Carrillo Grajeda, amico personale e compagno di missione del colonnello Byron Disraeli Lima Estrada nella Forza Operativa “Gumarkaaj”, che ha combattuto l’Esercito Guerrigliero dei Poveri (EGP, la principale organizzazione guerrigliera guatemalteca negli anni Ottanta, ndr) a Chimaltenango e nel Quiché verso la fine del 1982, ha testimoniato a favore del suo amico. Ha, infatti, dichiarato di essere andato a trovarlo verso le 20, la sera del delitto, trattenendosi con lui per due ore, fino alle 22 circa. Carrillo, che è vicino di casa di Lima Estrada, ha affermato però che da quando è in pensione non usa più l’orologio e per sapere l’ora si orienta con la posizione del Sole e con l’ambiente. Quando uno degli avvocati dell’accusa gli ha chiesto come faccia a sapere l’ora quando si trova all’interno di una casa, Carrillo ha risposto di non essere entrato in casa, ma di essersi fermato in garage. L’accusa ha fatto, quindi, notare come Carrillo, in un primo momento, avesse detto di aver appreso del delitto tramite un notiziario, mentre in seguito ha sostenuto di averlo appreso da Lima Estrada. Oltre la testimonianza del colonnello Carrillo, soltanto uno dei figli del colonnello Lima ha dichiarato che suo padre non è uscito quella sera, rimanendo in casa a guardare la televisione con sua madre.
Inoltre, la difesa ha chiesto al tribunale di trasferirsi alla rivendita da cui il colonnello Lima Estrada avrebbe controllato l’esecuzione del crimine, per verificare se da lì si veda o meno la casa parrocchiale. Sebbene sia stato appurato che dalla rivendita «si possono osservare soltanto il marciapiede, un angolo della strada e alcuni alberi del Parco San Sebastián», il giudice presidente del tribunale insieme ad altre due giudici, spostandosi verso altri due angoli della strada, ha verificato come «facendo alcuni passi verso l’angolo della strada in cui si trova la rivendita, così come quella sera avrebbe fatto varie volte il colonnello, secondo Chanax, si possono vedere i negozi del Parco, gli alberi come pure la chiesa e la casa parrocchiale».
Terzo imputato: lo specialista VillanuevaL’alibi dello specialista Obdulio Villanueva si basa soprattutto sul fatto che il giorno del delitto egli stava scontando una pena per l’omicidio di Pedro Sas Rompich: quest’ultimo venne freddato da Villanueva,  allora guardia del corpo del presidente della Repubblica Arzú, quando al volante di un veicolo Sas Rompich sembrava volesse investire il presidente, allora in visita alla città di Antigua, poco dopo l’insediamento del suo governo.
La moglie ed il padre di Villanueva hanno dichiarato di aver visto il loro parente nell’orario di visita di domenica 26 aprile, nel carcere di Antigua. Tuttavia, a sorpresa, visto che era stato convocato come testimone dalla difesa, Gilberto Gómez Limón, compagno di cella di Villanueva ad Antigua, ha dichiarato – anch’egli protetto da giubbotto antiproiettile – che il giorno del delitto ha visto uscire Villanueva dal carcere. «Bastava pagare dai 200 ai 300 quetzales al direttore del penitenziario per uscire  a farsi un giro. Cosí, (Villanueva) era uscito quel giorno. Villanueva era presente all’appello delle 6 del mattino e era tornato prima di quello delle 5 di pomeriggio. Quindi, era tornato a uscire qualche tempo dopo».
Questa versione rende verosimile la dichiarazione di Chanax che dice di aver visto, il giorno del delitto, Villanueva due volte a San Sebastián: alle 9 del mattino e alle 10 di sera. Il direttore del penitenziario di Antigua dice di non essere stato di turno quella domenica. L’ex vice-direttore del carcere afferma che quel giorno «quadrarono tutti i conti». Diverse guardie hanno dichiarato che «era impossibile» uscire dal carcere. Gómez Limón ha denunciato che l’avvocato di Lima Oliva gli avrebbe offerto del denaro per farlo tacere. L’avvocato ha negato, ma un fratello di Gómez Limón sostiene che l’avvocato si sarebbe recato nel carcere di massima sicurezza di Escuintla, dove si trovava agli arresti, per offrirgli fino a 100.000 quetzales per il silenzio del fratello. Comunque sia, quando Gómez Limón è stato ricondotto al penitenziario di Pavón, dov’è tuttora recluso, ha scoperto che gli erano stati rubati tutti i suoi averi. La difesa ha chiesto che il tribunale si trasferisca al carcere di Antigua per verificare se dal punto dal quale Gómez afferma di aver visto uscire Villanueva, è effettivamente possibile osservare l’uscita di persone.
Quarto imputato: padre Mario OrantesL’amministratice della casa parrocchiale di San Sebastián, Juana del Carmen Sanabria, ha dichiarato che era solita chiamare per telefono monsignore Gerardi per assicurarsi che fosse tornato a casa sano e salvo. La sera del delitto lo ha chiamato al numero privato ad intervalli di 15 minuti fra le 21.30 e le 23.30. Nessuno le rispose. Il sacrestano, Antonio Izaguirre, ha dichiarato che lo squillo di quel telefono si sente in tutta la casa; tuttavia, secondo Orantes quel telefono squilla solo nella stanza e nell’ufficio di Gerardi e in un altro ufficio al secondo piano; inoltre, Gerardi teneva molto basso il volume della suoneria; quindi, sostiene Orantes, il sacrestano si confonde. E si domanda come mai la signora Sanabria «che era tanto ansiosa di sapere cosa fosse successo a monsignore non abbia provato a chiamare sull’altra linea». Fu, piuttosto, Orantes a telefonarle per darle la notizia del crimine. Sanabria afferma anche che, il giorno dopo, alle sue domande la cuoca rispose: «quando il padre (Orantes) mi informò (del crimine), si era appena lavato e cambiato».
In tribunale, lo psichiatra Muñoz Lemus ha tracciato un profilo di Orantes: una persona «infantiloide, molto ansiosa e dipendente». Il profilo è stato elaborato principalmente a partire dalle cose trovate nell’abitazione del sacerdote: fotografie del suo cane con i genitali in mostra e con il pene in erezione, una grande quantità di lozioni, vestiti e scarpe firmati, una pistola ed una collezione di videocassette giudicate violente e pornografiche. Tutto ciò porta lo psichiatra a ritenere che Orantes sia una persona «clinicamente più interessata al suo aspetto fisico e all’intrattenitemento che alla riflessione».
Orantes ribatte che le videocassette sono film di qualità, molti dei quali premiati dall’Accademia e usati dallo stesso nel suo lavoro pastorale con la gioventù; che le posizioni del cane sono tipiche dei pastori tedeschi in esibizione; che la pistola è un’arma da collezionisti che gli hanno regalato e che voleva vendere per ricavare un po’ di soldi; che lui è un sacerdote diocesano senza voto di povertà: e «vale più un sacerdote profumato di un prete straccione e puzzolente», aggiunge. I 200 libri di teologia trovati nella sua abitazione e non presi in considerazione dallo psichiatra, non concordano con la asserita mancanza di capacità riflessiva, a meno che Orantes non tenesse i libri solo per “fare scena”. Chi conosce Orantes parla di una sua acuta intelligenza e della sua abitudine alla lettura.
“Una manovra contro il governo Arzú”A favore di Orantes hanno testimoniato due suoi amici fin dai tempi in cui erano studenti al Liceo “Javier”. Secondo questi, la vocazione sacerdotale si manifestò molto presto in lui, tanto che Orantes ne parlava spesso. Aggiungono che al liceo venne loro insegnato ad apprezzare ed analizzare il cinema. La madre di Orantes dichiara che suo figlio era inquieto e studioso, ma malato fin dalla tenera età – nei fatti, Orantes ha passato la maggior parte della sua detenzione in ospedale, anziché in carcere, e fino a processo inoltrato è arrivato alle sessioni in pigiama e ciabatte su una sedia a rotelle, assistito da un’infermiera –. La madre sostiene di non chiedere «clemenza ma giustizia», perché suo figlio è innocente.
Il fatto che, forse, più di tutti fa pensare alla possibilità di un falsa accusa nei confronti di Orantes, è la testimonianza del vescovo Mario Ríos Montt, successore di Gerardi nell’ODHAG. Una delle maggiori sorprese del dibattimento è stata la sua dichiarazione, secondo la quale Antonio Arzú, fratello dell’ex presidente Arzú, gli chiese di recarsi nel suo ufficio quando Orantes era già agli arresti. Là, gli fu offerto di sistemare la faccenda di Orantes se le autorità ecclesiastiche avessero sollevato da qualsiasi responsabilità il governo e l’esercito nell’assassinio di monsignor Gerardi. Secondo il vescovo, Antonio Arzú gli avrebbe detto: «Mio fratello sa di questa riunione». Questo, ha affermato Mario Ríos Montt «è un fatto che posso difendere su qualsiasi terreno» (vale a dire, che può dimostrare inconfutabilmente, ndr). Mario Ríos Montt ha aggiunto di aver soppesato la proposta con l’arcivescovo Próspero Penados Del Barrio, prima di scartarla. Ronalth Ochaeta, attuale ambasciatore del Guatemala presso l’Organizzazione degli Stati Americani e, al momento del crimine, l’assistente più vicino a Gerardi nell’ODHAG, ha confermato la testimonianza del vescovo Ríos Montt. In un’intervista, Antonio Arzú ha smentito che le cose siano andate secondo quanto narrato da monsignor Ríos Montt, sostenendo sia tutta una montatura «diretta contro il precedente governo».
Ma, Orantes sa più di quanto dice?Orantes dichiara di non aver sentito alcunché del crimine dalla sua abitazione, occupato com’era dapprima al computer e, poi, davanti alla televisione, perdipiù con l’aria condizionata accesa. Dice di essere andato a dormire verso le 22.20 e di essersi svegliato verso mezzanotte perché una luce del garage gli arrivava dritta in faccia, al punto da spingerlo a scendere per spegnerla. Dice di aver dimenticato i suoi occhiali e per questo di non aver riconosciuto nel cadavere che vi trovò monsignor Gerardi. Poi, riconosciutolo, sostiene di aver avvisato chi di dovere.
Molta gente ritiene che Orantes sappia più di quanto dice e che, forse, è oggetto di qualche minaccia o ricatto. Così la pensa, per esempio, Ochaeta, che nella sua testimonianza ha definito Orantes un «Giuda», nella convinzione che il sacerdote non abbia collaborato a far luce sul delitto, dicendo tutto ciò che sa. Orantes gli ha risposto che l’arrestato e l’accusato di un crimine è lui, mentre il vero “Giuda” sarebbe Ochaeta che guadagna migliaia di dollari al mese standosene in un’ambasciata. Non si può escludere che il Ministerio Público abbia accusato Orantes di omicidio per spaventarlo e spingerlo a collaborare dicendo ciò che sa. Se cosí fosse, il tentativo avrebbe sortito l’effetto opposto. Dal momento che la scena del delitto è stata totalmente inquinata, è difficile considerare le tracce di sangue, che dal garage portano all’abitazione di Orantes, senza che vi siano tracce nella direzione opposta, come prova convincente contro lo stesso Orantes.
Quinta imputata: la cuoca Margarita LópezMargarita López, la cuoca, è accusata di occultamento. Da molti anni lavorava nella casa parrocchiale. La sua stanza non è lontana dal garage in cui è stato commesso il delitto. Il sacrestano Antonio Izaguirre afferma che, prima di andare a casa, le fece compagnia durante la cena, verso le 20. Nella ricostruzione dei fatti egli afferma che la cuoca «aveva un bell’aspetto». Durante il processo ha invece dichiarato che sembrava «abbattuta». Margarita López ha sostenuto che quella sera era raffreddata e, quindi, di essere andata a dormire presto, dopo aver preso delle medicine contro il raffreddore, le quali, come spesso accade, contengono anche una dose di sonnifero.
Secondo lei, era ormai passata la mezzanotte quando fu svegliata da Orantes, il quale la informò dell’omicidio. Quindi, verso le sei del mattino, quando il cadavere di monsignor Gerardi era già stato portato all’obitorio, Orantes le avrebbe chiesto di pulire il garage per lavare via le tracce di sangue. Orantes afferma di essersi prima consultato con un membro dell’MP, il quale lo avrebbe autorizzato in questo senso. Un dato curioso che desta qualche sospetto è il fatto che nell’agenda di Margarita López è stato trovato il numero di telefono del colonnello Juan Oliva Carrera, uno dei tre alti capi militari, accusati di essere i mandanti dell’assassinio dell’antropologa Myrna Mack, nel 1990.
Un crimine dell’istituzione militareClaudia Méndez Arriaza, abile e coraggiosa giornalista guatemalteca, ha realizzato delle ottime interviste a quasi tutti gli imputati, pubblicate da El Periódico. In quella al colonnello Byron Lima Oliva, questi ha praticamente accusato i vertici militari di partecipazione nell’omicidio di Gerardi, arrivando a sostenere non si sia trattato di decisioni prese da singole persone, ma di un piano dell’istituzione castrense: «Ciò che voglio dire è che qui si tratta di un problema che comincia da una punta e finisce per scoppiare sotto un ufficio...  (che) potrebbe essere nel Ministero della Difesa oppure nello Stato Maggiore Presidenziale. Questo è un problema I-STI-TU-ZIO-NA-LE (sic!). Non riguarda singole persone. Il problema si chiama EMP. Si chiama Esercito Nazionale».
Lima Oliva praticamente insinua che lui si trova dove sta perché dispone di molte informazioni troppo pericolose su quanto è successo: «Quanto più si sa, più si è in pericolo, ed io sapevo molto». Per questo, la «corda è saltata nel punto più debole». Ovviamente, la “logica” avrebbe voluto che Lima Oliva fosse ucciso o fatto sparire.
L’intervista con il colonnello Byron Disraeli Lima Estrada è, forse, ancora più rivelatrice. Il colonnello tenta di sminuire la credibilità di Rubén Chanax Sontay. Non riesce ad azzeccare il cognome del testimone e si riferisce a lui chiamandolo a volte “Chonay”, in altre “Chonax” o “Chantay”, come se i cognomi indigeni fossero troppo per lui. Riferendosi alla testimonianza di Chanax Sontay, spesso gli saltano i nervi per la dignità ferita: «Dicono che il colonnello Lima stesse bevendo birra per controllare l’operazione. Il colonnello Lima? Il colonnello Lima ha studiato spionaggio militare, non è diventato poliziotto per fare l’investigatore o fare stupidate». Lo stesso sentimento viene esteso al figlio: «Mio figlio è stato selezionato per fare da guardia del corpo e accompagnare presidenti, non per andare ad ammazzare vescovi». Quindi, aggiunge: «Il colonnello Lima è il colonnello Lima e il capitano Lima è il capitano Lima. Siamo individuali (sic!)».
A proposito di Chanax Sontay afferma inoltre: «Il colonnello Lima non va a cercare degli stupidi così. E se li cerca, prima li prepara bene. Come gli viene in mente di dire che chiamava per telefono? Quello non sa cosa dice. Non sa cos’è un informatore. Dire che lo pagavano 200 o 300 quetzales settimanali, significa guadagnarne 1.200 al mese, questo non corrisponde a un informatore».
A volte, la difesa della sua dignità di militare lo acceca e lo tradisce. Per esempio, quando la giornalista gli dice che «all’interno della sua istituzione» si mormorava che il giorno prima del delitto, durante una riunione con alti ufficiali, uno di questi avrebbe detto un paio di volte: «Non vacillare Lima, non defilarti!», il colonnello non si preoccupa di negare il coinvolgimento nel crimine che tali commenti fanno supporre e risponde così: «Chi poteva dire al colonnello Lima di non farsi da parte? Io non lavoro per nessuno! Io sono un leader! A me nessuno viene a dire a casa mia (lapsus curioso: la giornalista non aveva detto nella sua domanda che la riunione si fosse tenuta a casa sua...) di non vacillare. A me, nessuno mi manipola! Ho i miei propri criteri... non sono uno stupido ... E chi me lo avrebbe detto? Degli alti ufficiali? ... (Ma se) quelli erano dei bambini quando io ero già comandante!».
“Quella conventicola di pidocchi”Chiunque voglia leggere tra le righe può dedurre che, forse, la cospirazione per uccidere Gerardi non partì da ufficiali in servizio nell’Esercito ma tra quelli in pensione, di quel tipo di organizzazione tenebrosa che quanti la conoscono chiamano La Cofradía (la Confraternita), o di qualche altro di “potere occulto”. Se pensiamo al movente, ciò sembra ragionevolmente probabile.
Il colonnello fa capire molto chiaramente che non ha molte simpatie per il nuovo esercito che dovrebbe sorgere dagli Accordi di Pace. Accusa Edgar Gutiérrez e Ronalth Ochaeta di essere stati, insieme a determinati ufficiali, le menti che hanno escogitato tutto per coinvolgerlo: «Non mi chieda di fare dei nomi perché mi riferisco a colonnelli in servizio (più tardi dirà trattarsi «degli ufficiali cobaneros», cioè originari di Cobán, ai quali è diretto «questo messaggio»)... Questa nuova corrente, costituzionalista, ubbidiente al potere civile, rispettosa dei diritti umani, questa piccola corrente di pidocchi, oggi colonnelli, si sono ammanicati con il gruppetto di  legalisti dell’ODHAG e mi hanno coinvolto in questo problema».
Una guerra che non ha fineIl colonnello Lima parla anche della guerra e del rapporto REMHI (Recuperación de la Memoria Histórica), presentato da Gerardi il giorno prima della sua morte: «Ma quali crimini di lesa umanità?! Qui c’era una guerra! E la guerra si fa con le pallottole, non con i dolci». E quando gli chiedono se il REMHI potrebbe arrecargli danno – nei fatti, il suo nome appare nel rapporto legato a varie atrocità –, risponde: «Come?! Ma se sono testimoni bugiardi! L’Esercito non ha mai commesso le menzogne che sostiene il REMHI! Le testimonianze sono state combinate. La Chiesa Cattolica è l’unica che segnala queste cose. Come mai la Chiesa Protestante non le segnala? Perché vuole l’unità e la riconciliazione. Questo gruppetto di persone (invece) che seguono la (teologia della) liberazione è il gruppo che non vuole la riconciliazione, né vuole dimenticare… Il REMHI è gonfiato».
Per il colonnello Lima «la guerra continua!... La guerra continuerà fino a quando non esisterà vera convivenza tra gli uomini. Finché non esiste rispetto per le loro idee. Finché esistono Miguel Angel Albizúrez (giornalista, ndr), Mario Polancos (del Gruppo di Appoggio Mutuo, che si batte per far luce sulle persone scomparse, ndr) e altri uomini e donne che vogliono continuare a usare questa arma, la penna, spezzando la mente ai lettori; finché loro esisteranno, la guerra continuerà».
Il colonnello si sente libero: «Lei crede che non sono libero solo perché sono dietro queste sbarre? Il mio pensiero non sarà mai incarcerato. Mai!». Con tanta veemenza non è strano che si sia dovuto rinviare l’inizio del processo per una «crisi di nervi» che ha colpito il colonnello, il quale, secondo il medico del tribunale, aveva bisogno di riposo.
Non appare strano che i documenti resi pubblici dal governo degli Stati Uniti, consegnati dal Dipartimento di Stato al tribunale che seguiva il caso Gerardi, e che sono stati ammessi come prova documentaria, definiscano il colonnello come «pericoloso in una democrazia che sta fiorendo». I documenti lo indicano anche come uno dei caporioni del tentato colpo di Stato del maggio 1988 contro il presidente Cerezo. Nonché di aver truffato l’Esercito, insieme ad altri due militari, per un milione e mezzo di quetzales mediante l’assegnazione di salari a soldati inesistenti, quando Lima dirigeva la base del Quiché, fra il 1983 e il 1988. Come cambiano i tempi: durante la Guerra Fredda, il Dipartimento di Stato considerava questo genere di militari assai coraggiosi...
Il movente politico dell’assassinioDurante il processo, una delle maggiori preoccupazioni del ministero di Giustizia e dell’ODHAG, come parte civile, è stata quella di chiarire il carattere del movente dell’assassinio di Gerardi. Per l’avvocato dell’accusa Zeissig il movente è stato «politico», anche se questi non ritiene si sia trattato di una reazione di rabbia per la pubblicazione del REHMI, quanto di timore che, basandosi sulle testimonianze raccolte nel REHMI, molte vittime o familiari di esse, offese dai delitti di lesa umanità, avrebbero preso coraggio, denunciato e portato in tribunale i capi militari e lo stesso Stato. E che, in questo, avrebbero ricevuto dalla ODHAG, diretta da monsignor Gerardi, tutta l’assistenza giuridica che avessero sollecitato.
Nella sua testimonianza Edgar Gutiérrez, il principale collaboratore di Gerardi nella stesura del REHMI, ha aggiunto un altro tassello alla ricostruzione del movente politico. Con l’assassinio si è voluto oscurare lo stesso rapporto REHMI: «Ora più nessuno parla del REHMI, si parla solo della morte di Gerardi». Tale opinione non rende, tuttavia, giustizia all’ influenza che il REHMI ha avuto sul Rapporto della CEH (Comisión para el Esclarecimiento Histórico, creata dagli Accordi di Pace, che un anno dopo quel rapporto sorprese tutti, considerando il suo ruolo istituzionale, per la sua coraggiosa denuncia, ndr) e sul lavoro pastorale della Chiesa Cattolica per restituire il REHMI a coloro che lo hanno reso possibile grazie alle loro testimonianze.
Cronaca di un omicidio annunciatoI sacerdoti missionari del Sacro Cuore, Joaquín Herrera e Jesús Lada, che hanno lavorato nella diocesi di El Quiché quando Gerardi ne era vescovo, parlano della sua morte come «la cronaca di un omicidio annunciato». Ricordano come già il 19 luglio 1980 ci fu un tentativo di assassinarlo sulla strada che da Santa Cruz del Quiché, sede vescovile, porta a San Antonio Ilotenango, parrocchia di cui era a carico il vescovo. In quell’occasione, Gerardi fu salvato da un giovane che lo avvisò della presenza sul cammino di francotiratori che lo stavano aspettando. Il fallito attentato, preceduto dall’assassinio di tre parroci della stessa congregazione, spinse il vescovo ed il suo clero a chiudere temporaneamente la diocesi.
I due testimoni fanno riferimento a quattro aspetti che, secondo loro, stanno alla base della motivazione politica che ha portato a pianificare l’attentato contro Gerardi. La tendenza a considerare la Chiesa Cattolica “comunista” a partire dal Concilio Vaticano II, dall’Enciclica Populorum Progressio, dalla Conferenza dei vescovi latinoamericani di Medellín, culminata nella Dottrina di Sicurezza Nazionale che conteneva il Documento di Santa Fe, elaborato esattamente nel 1980 durante la campagna elettorale di Ronald Reagan. La persecuzione dei membri della Chiesa a causa della loro autorità socio-politica e per il fatto di essere la voce di coloro che non avevano voce nel paese. La denuncia religiosa del vescovo in quanto pastore infastidiva coloro che non hanno capacità autocritica. E infastidiva anche la capacità della Chiesa di aprire un canale di informazione verso il mondo esterno sulle atrocità che avvenivano in Guatemala.
Secondo la testimonianza di Oscar Chex López, dal 1902 al 1996 specialista dei servizi segreti dell’Esercito con il compito di analizzare le informazioni ottenute dalle registrazioni telefoniche, tali informazioni e la loro analisi servivano a costruire «i profili» delle «persone sospette», che contenevano dati particolari, attività quotidiane, contatti nazionali e internazionali delle stesse. Oltre ai dati su monsignor Gerardi, passarono per le mani di Chex quelli su altri vescovi: Quezada Toruño di Zacapa; Penados del Barrio di Ciudad de Guatemala; Cabrera del Quiché; e Ramazzini di San Marcos.
Il ministro della Difesa all’epoca del crimine, il generale Héctor Barrios Celada, ha dichiarato che la notte del 26 aprile non ci fu personale militare presente sul luogo del delitto. Messo a confronto con altre dichiarazioni che testimoniano la presenza di personale del EMP, egli ha risposto di riferire unicamente le informazioni ricevute dal suo ufficio. Sia lui, che l’allora Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale Marco Tulio Espinosa, dichiarano di aver appreso dell’omicidio soltanto il giorno dopo. Questa dichiarazione ha dell’incredibile, visto che lo stesso ministro degli Esteri alle 4 del mattino veniva informato dalle telefonate di vari ambasciatori. Lo stesso “gerente” della presidenza, Mariano Rayo, ha affermato si essersi messo in contatto con il generale Rudy Pozuelos, capo dell’EMP, alle 4 del mattino, confermandogli i dati raccolti da membri dello stesso EMP a San Sebastián, e informandolo che di ciò avrebbe avvisato il presidente Arzú. Queste dichiarazioni dei più alti vertici militari rivelano chiaramente il malessere diffuso in quegli ambienti, per la paura che il crimine, in quanto delitto politico, fosse attribuito a militari.
Esclusi il movente passionale e la semplice delinquenzaNaturalmente, la ragionevole probabilità del movente politico e la ragionevole esclusione del movente passionale – nel sangue e nelle orine di Gerardi non sono state trovate tracce di alcol, né tracce di sperma nel retto –, come la ragionevole esclusione del movente legato alla criminalità organizzata – nessuna delle impronte dei membri della Banda del Valle del Sol, dedita, tra l’altro, al furto di immagini, corrisponde alle impronte trovate sul luogo del delitto –, costituiscono un argomento coerente rispetto ai militari imputati. Tuttavia, non sostituiscono la forza, o la debolezza, delle prove della loro presenza sul luogo del crimine. L’avvocato difensore ha affermato in questo senso: «Sembra di assistere ad una lezione di storia e non alla ricerca delle cause della sua morte». E per i Lima, padre e figlio, la testimonianza dei due sacerdoti non è altro che un attacco all’Esercito: «Volete più militari in galera?»; e «Perché non accusate Cuba o Russia invece di prendervela solo con l’Esercito?».
Quale giustiziaDopo quasi due mesi e mezzo di dibattimento, in giugno si è concluso il processo ed è arrivata la sentenza. È probabile il ricorso in appello, il che prolungherebbe il caso per molto tempo. Lo stesso tribunale che si è occupato del caso Gerardi, dovrà ora affrontare il caso Myrna Mack, nel quale gli imputati sono un generale e due colonnelli. Dal marzo 1999, quando ebbe inizio il processo, i difensori hanno presentato un ricorso dopo l’altro. A fine aprile scorso, la Corte Costituzionale ha deciso contro il ricorso avanzato dagli imputati, che pretendevano di essere processati da tribunali militari. Pare improbabile che nuovi ricorsi possano essere avanzati nel tentativo di prendere tempo. Tuttavia, si è già appreso che parte delle principali prove è andata smarrita negli stessi tribunali. Si tratta di nastri audio e video nei quali l’autore materiale del delitto, già condannato anni fa, dichiara di aver ricevuto l’ordine di uccidere Myrna Mack dagli alti comandi militari, oggi imputati.
In Guatemala, la giustizia a volte non solo non ha gli occhi bendati per essere imparziale, ma si ritrova anche con i “piedi consumati” da tanto dover camminare tra ostacoli di ogni tipo.
Helen Mack ha presentato il caso di sua sorella, per il reato di omicidio e di giustizia negata, alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani. La stessa Helen Mack, Carmen Aida Ibarra della Fondazione “Myrna Mack”, ed il vescovo Alvaro Ramazzini hanno chiesto, in aprile a Ginevra, che l’ONU invî nuovamente in Guatemala il cosiddetto Relatore sull’Indipendenza dei Giudici e degli Avvocati. Questi, Dato Param Cumaraswamy, è giunto in maggio in Guatemala e ha constatato come le sue precedenti raccomandazioni non siano state quasi seguite. Ha lamentato anche il deplorevole incremento di atti di violenza ai danni di autorità giudiziarie e soggetti processuali, fatti che contribuiscono all’impunità e violano il principio dell’indipendenza giudiziaria. In occasione della sua visita al tribunale che dibatteva il caso Gerardi, è stato informato del fatto che i membri del tribunale non si sentivano affatto sicuri con i poliziotti addetti alla loro sicurezza.
Il regno dell’insicurezzaLe inchieste parlano della gravità della situazione in cui versa il paese e dell’aria pesante che vi si respira. Sette guatemaltechi su dieci ritengono che il presidente Portillo possa ancora correggere il corso delle cose e fare un buon governo.
I fatti quotidiani vanno però in direzione contraria. Il bilancio nazionale è stato quasi clandestinamente aumentato di circa 2 miliardi di quetzales, dei quali 282 assegnati al ministero della Difesa, contrariamente agli Accordi di Pace. Il ministro della Difesa, convocato dal Congresso (parlamento), non ha fornito alcuna spiegazione su questi fondi. Il ministero degli Interni (Gobernación) e la Polizia Nazionale Civile, che dimostrano prontezza nel liberare un sequestrato – Andrés Torrebiarte Novella, membro di una delle più prominenti famiglie di imprenditori guatemaltechi –, non sembrano in grado di ridurre l’insicurezza che attanaglia i piccoli commercianti nelle campagne e città, assaliti ogni settimana, e le piccole agenzie bancarie nelle quali la popolazione deposita i propri risparmi.
Poteri occulti liberi di agirePersino il capo della Missione delle Nazioni Unite in Guatemala (MINUGUA) si azzarda a sostenere in pubblico che il governo è del tutto carente di un piano di lavoro desunto dagli Accordi di Pace. Portillo aveva assicurato che gli Accordi sarebbero diventati «politica di Stato».
Tuttavia, oggi quegli Accordi sono “in quarantena”. Il pericolo maggiore, oggi in Guatemala, deriva dal fatto che quanto più deboli e quanto meno trasparenti si mostrino il presidente Portillo ed il suo governo, tanto più spazio lasciano alle forze armate, sempre disciplinate, e ai “poteri occulti”, ancora molto presenti.
Mentre si tenta di far luce sull’omicidio del vescovo Juan Gerardi, il Guatemala vive un momento critico. Solo l’immaginazione propositiva della società civile in un dialogo lucido e fermo con lo Stato può aprire nuove strade alla giustizia e generare uomini e donne giusti.

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