NORD/SUD / F. Houtart: le diverse concezioni di società civile

Il dibattito sui limiti, sulle potenzialità e sulle opportunità della società civile è cruciale. Nel gennaio 2001, nel Foro Sociale Mondiale di Porto Alegre, Brasil, rappresentanti di tante società civili del pianeta – o, se si preferisce, della nascente società civile “globale” –, si sono incontrati e hanno discusso a lungo del proprio ruolo e futuro. Fra gli interventi, quello di François Houtart, direttore del Centro Tricontinentale di Lovanio, in Belgio.

Ha collaborato alla traduzione Nicla Signorelli. Redazione di Marco Cantarelli.

Il dibattito sui limiti, sulle potenzialità e sulle opportunità della società civile è cruciale. Nel gennaio 2001, nel Foro Sociale Mondiale di Porto Alegre, Brasil, rappresentanti di tante società civili del pianeta – o, se si preferisce, della nascente società civile “globale” –, si sono incontrati e hanno discusso a lungo del proprio ruolo e futuro. Fra gli interventi, quello di François Houtart, direttore del Centro Tricontinentale di Lovanio, in Belgio.
Si fa tanto parlare oggi di società civile. Eppure, questo concetto si presta a tante interpretazioni e ambivalenze. Quando la Banca Mondiale parla di società civile, infatti, la realtà cui fa riferimento è completamente diversa da quella cui pensa il Foro dei Poveri in Thailandia o il Movimento dei Contadini Senza Terra del Brasil. Per questo, aldilà delle formule, prima di riflettere su come costruire una società civile, che per definizione è il terreno delle lotte sociali e delle sfide collettive, è necessario analizzare a fondo il termine in tutte le sue diverse interpretazioni.
Tre concezioniIl concetto di società civile è andato via via evolvendo nel corso della storia. Nel Rinascimento, in contrasto con quello di Società Naturale, stava a significare un ordine sociale organizzato, civilizzato e razionale, e quindi superiore. Il filosofo inglese Locke includeva lo Stato nella Società Civile. Per Adam Smith, essa comprendeva tutto ciò che fosse socialmente costruito, incluso il Mercato e lo Stato. Per Hegel, essa era lo spazio sociale intermedio tra la Famiglia e lo Stato. D’altro canto, Marx la definì come l’insieme delle relazioni sociali, nel quale i rapporti economici condizionavano tutti gli altri. A sua volta, per Antonio Gramsci, due realtà comprendono le relazioni economiche: la Società Politica e la Società Civile. La seconda è costituita dalle istituzioni che riuniscono gli individui e sono destinate a produrre consenso: la scuola, i mass-media e le istituzioni religiose. Per Gramsci, dunque, la Società Civile si situa tra il Principe e il Mercante, tra lo Stato e il Mercato.
Questo breve ripasso dell’evoluzione storica del concetto mostra come cambi il senso dello stesso a seconda delle concezioni  che si abbiano della società. Oggi, quando esaminiamo le differenti prese di posizione, è possibile individuare, grosso modo, tre orientamenti di pensiero: una concezione borghese della società civile, o dall’alto; una concezione che definirei “angelica”, che la considera come il raggruppamento dei “buoni”; ed una concezione popolare, o dal basso. Nessun concetto è innocente, neutrale, asettico, soprattutto se serve per definire il funzionamento della collettività umana e delle relazioni che vi sussistono.
La società civile dall’altoPer la borghesia, la società civile è un elemento essenziale della sua strategia di classe. Terreno di sviluppo delle potenzialità dell’individuo, essa è, quindi, lo spazio di esercizio delle libertà, la principale delle quali è quella di impresa, considerata la fonte di tutte le altre. L’impresa è considerata la colonna portante della società civile. E intorno all’impresa si articolano le grandi istituzioni di carattere ideologico che giocano un ruolo di riproduzione sociale: la scuola, le religioni, i mass-media, così come l’insieme del settore non mercantile (servizi pubblici privatizzati) e, soprattutto, le organizzazioni destinate a supplire alle carenze del sistema.
In questa prospettiva, il potere dello Stato si limita a tre funzioni: fornire un quadro giuridico che garantisca la proprietà privata e l’esercizio della libera impresa; assicurare il funzionamento della riproduzione sociale (educazione e salute); garantire sicurezza agli individui. Nelle parole di Michel Camdessus, fino a poco tempo fa a capo del Fondo Monetario Internazionale (FMI), nella società agiscono tre mani: la mano invisibile del Mercato; la mano organizzatrice dello Stato, che detta le regole del gioco; e la mano compassionevole della carità, che si occupa di quanti restano esclusi.
La logica implacabile di questo pensiero è stata incorporata all’economia capitalistica di mercato. Per la logica capitalistica, il mercato è un fatto naturale e non una relazione costruita socialmente. Per questo, è necessario garantire il suo funzionamento dandogli il massimo di libertà possibili, senza ostacoli, soprattutto quelli frapposti dallo Stato, ed in funzione di una stringente etica interna. Ciò permetterà al mercato adempiere alla sua funzione di regolatore universale delle interrelazioni umane.
Tuttavia, il mercato non può essere dissociato dalla produzione, dal momento che sono beni e servizi ad essere scambiati. E ciò vale a maggior ragione oggi, quando il valore di scambio supera qualunque altro valore e il carattere speculativo del capitale finanziario sembra concedergli una totale autonomia. Nell’economia capitalistica, le relazioni sociali di produzione stabiliscono un vincolo di classe sottomesso inesorabilmente alla legge della concorrenza.
Nella concezione borghese, rafforzare la società civile significa, dunque, favorire la libertà di impresa, affidarsi al dinamismo dei soggetti sociali imprenditoriali, ridurre il ruolo dello Stato e riprodurre quelle relazioni sociali che assicurino il dominio di classe, oggi su scala mondiale. E poiché una tale relazione sociale, sia di produzione che di scambio, è vista come naturale, si proclama fino alla noia che non ci sono alternative alla stessa.
Una società spoliticizzataDa questa logica deriva una strategia rivolta alla società civile: creare una rete di istituzioni, riconoscere uno status privato agli apparati ideologici e promuovere organizzazioni di volontariato non contestatarie. Ciò permette di incanalare istituzionalmente la domanda sociale dei gruppi e delle classi indebolite e frammentarle ulteriormente. In questa situazione, risulta relativamente facile cooptare alcune delle organizzazioni di volontariato, religiose o laiche, orientantandole principalmente verso interventi diretti ad alleviare la povertà e i suoi effetti sociali.
Gli effetti dell’applicazione di questa concezione della società civile dall’alto sono ormai evidenti. Nel momento in cui il mercato si converte nella norma universale di funzionamento delle relazioni umane, non solo struttura il campo del consumo, ma anche quello della cultura. Ciò provoca una serie di slittamenti di posizioni: dalla politica verso il mercato, dallo sviluppo alla crescita, dal cittadino all’individuo consumatore, dall’impegno politico ai riferimenti culturali (etnia, genere, religione). La società civile si spoliticizza e, di fronte al mercato, la politica assume un aspetto sempre più virtuale. I movimenti sociali ricercano la propria identità esclusivamente nel proprio campo, rompendo con la tradizione politica. Tant’è che certe organizzazioni non governative (ONG) coltivano con ferocia un’ideologia anti-statalista. Mentre i movimenti religiosi, centrati sulla salvezza individuale e privi di una proiezione sociale, si moltiplicano.
È, quindi, necessario essere ben consapevoli di cosa significhi società civile nella concezione borghese. Le similitudini del vocabolario non devono ingannarci. Quando la Banca Mondiale, il Foro Economico Mondiale di Davos o alcuni governi parlano di società civile, questa nulla ha a che vedere con la società civile cui pensano i movimenti sociali presenti a Seattle, Praga o Porto Alegre.
Un’idea un po’ ingenuaLa concezione “angelica” della società civile è condivisa da più persone di quanto si creda. In questa prospettiva, essa è costituita da organizzazioni create dai gruppi sociali svantaggiati, dalle ONG, dal settore non commerciale dell’economia e da istituzioni di interesse comunitario, educativo, culturale e sanitario. Si tratta in pratica di un Terzo Settore, autonomo rispetto allo Stato e in grado di fungere da suo contrappeso. Un’organizzazione di cittadini, insomma, che desiderano il bene e pretendono di cambiare le cose in un mondo di ingiustizie.
È chiaro che, sotto questo punto di vista, gli obiettivi perseguiti dai vari componenti la società civile rispondono a vere necessità, ma questa concezione non sfocia in un cambiamento concreto dell’ordine dei rapporti sociali. L’idea, infatti, è quella di una società composta da un insieme di individui riuniti in strati sovrapposti che rivendicano un posto equivalente. Nonostante la riproduzione di rapporti diseguali sia indispensabile per la conservazione del sistema capitalista, questa prospettiva non ammette l’esistenza di relazioni diseguali.
Questo tipo di concezione di società civile permette di guidare alcune lotte sociali. Gli abusi del sistema vengono denunciati e le sue arbitrarietà attenuate, ma ciò non sfocia in una critica della sua logica. Per questa ragione, questa concezione diventa facilmente un ricettacolo di ideologie anti-Stato, interclassiste, culturaliste e utopiche, nel senso negativo del termine. Nel momento in cui si manifesta il desiderio di cambiare i paradigmi della società, le azioni risultano inefficaci a lungo termine.
Per determinate ragioni, questa concezione della società civile coincide con quella borghese ed è per questo che le istituzioni che adottano tale visione sono frequentemente oggetto di cooptazione da parte delle imprese transnazionali, della Banca Mondiale, dell’Organizzazione per il Commercio e lo Sviluppo Economico o del Fondo Monetario Internazionale.
Lotte sociali frammentateLa concezione popolare della società civile è analitica. Ciò significa una lettura della società civile in termini di relazioni sociali, il che è già in sé un atto politico. Significa comprendere e assumere che la società civile è lo spazio dove si formano le disuguaglianze sociali, e che esistono nel suo seno istituzioni e organizzazioni che rappresentano interessi di classe divergenti. Se questo è vero, non sarà sufficiente cambiare i cuori per trasformare automaticamente le società, anche se ciò è importante. È necessario creare altre relazioni di potere.
Senza dubbio, le relazioni sociali del capitalismo non sono più uguali a quelle del XIX secolo europeo. Ciò ha importanti conseguenze sulla società civile. La relazione diretta tra capitale-lavoro è stata, infatti, deregolamentata dalla corrente liberista dell’economia. I rapporti capitale-lavoro sono minoritari nelle società del Sud del mondo, dove le popolazioni sono direttamente integrate nel capitalismo attraverso meccanismi macroeconomici delle politiche monetarie, del debito, del prezzo delle materie prime, delle nuove tecnologie, della concentrazione delle imprese, della mondializzazione del mercato, della volatilità del capitale finanziario. Questi e molti altri fattori non hanno di certo rotto la logica del capitalismo, ma hanno contribuito a diffondere i sui effetti nello spazio e nel tempo. In un mondo in cui cadono frontiere, le protezioni sociali difficilmente resistono ai poteri decisionali, che sfuggono ormai al controllo degli Stati. Senza frontiere nello spazio, il tempo non conta per le transazioni finanziarie, mentre le conseguenze sociali di tali transazioni si estendono per prolungati periodo di tempo.
La relazione sociale del capitalismo è oggi meno visibile, ma diffusa, e riguarda le modalità delle lotte sociali. Esistono, oggi, popolazioni povere che non conoscono lotte di classe, lavoratori che si definiscono in primo luogo consumatori, gruppi sociali debilitati dal sistema economico che reagiscono in funzione della loro identità etnica, di genere o di casta – i Dalits (gli Intoccabili) dell’India –, senza stabilire un vincolo con le logiche economiche che stanno alla fonte della loro precarietà. Le lotte particolari si moltiplicano, ma la maggior parte di esse restano frammentate geograficamente o settorialmente di fronte ad un avversario sempre più concentrato.
Nuovi meccanismi di controlloÈ il mercato ad imporre alla società civile relazioni di disuguaglianza. I gruppi dominanti agiscono sul piano mondiale utilizzando gli Stati non al fine di ridistribuire le ricchezze o proteggere i più deboli, ma per controllare le popolazioni – immigrazione, movimenti sociali, società civili popolari – e servire il Mercato. I meccanismi per ottenere questo sono diversi e hanno una frequenza progressiva: vanno dalle politiche monetarie ai trattati di libero commercio, dalle riforme giuridiche a quelle dell’insegnamento, dalla privatizzazione della previdenza sociale a quella dei servizi sanitari, dalla diminuzione dei sussidi alla riduzione del sostegno alle organizzazioni popolari, dalla soppressione della pubblicità sulla stampa di sinistra al controllo delle comunicazioni telefoniche, dall’indebolimento dei settori progressisti delle istituzioni religiose ad una messa sotto tutela delle ONG. Cercano, insomma, un ordinamento e un addomesticamento dello Stato e degli organi dell’ONU ed un controllo della società civile, cui permettono loro di stimolare il dinamismo e la plurarità, ma a condizione di non criticare in maniera efficace la relazione sociale capitalistica.
Sulla base di questa analisi si sviluppa una coscienza sociale più profonda. Esiste una società civile dal basso, che è espressione di gruppi sociali svantaggiati o oppressi, che poco a poco vanno sperimentando e riscoprendo le cause della loro condizione. È questa società civile che sta alla base delle resistenze che oggi si organizzano e poco a poco si mondializzano. È questa società civile che rivendica uno spazio pubblico al servizio dell’insieme degli esseri umani e non solo di una minoranza. È quella che vuole trasformare in cittadini e cittadine coloro che sono stati ridotti ad essere solo produttori o consumatori, quanti si dibattono nell’angoscia delle economie informali, quanti sono visti come “massa inutile” per il mercato globalizzato.
La proliferazione di ONGL’importanza degli eventi che stiamo vivendo non deve farci dimenticare la storia. I movimenti sociali non sono sorti ieri. Le storie dei diversi popoli della Terra sono segnate da movimenti di resistenza al capitalismo, al colonialismo e alle guerre di conquista dei mercati. Per quasi due secoli, il movimento operaio è stato il paradigma delle lotte sociali. Le sollevazioni contadine hanno scosso le società, soprattutto a seguito dell’avvento del capitalismo agrario. Innumerevoli popoli autoctoni, che oggi chiamiamo le “prime nazioni”, si sono opposti alla loro distruzione culturale e fisica causata dall’espansione dei mercati o alla conquista dei loro territori. I movimenti femminili hanno reagito a partire dal XIX secolo allo sfruttamento della donna sul lavoro e alla sua esclusione dalle forme di cittadinanza.
Qual è, dunque, la novità di oggi? Un primo elemento nuovo è la comparsa nel panorama delle resistenze dei movimenti ecologisti. La distruzione dell’ambiente ha suscitato numerose reazioni. Questa nuova resistenza è frutto del rifiuto della distruttiva relazione fra Mercato e Natura, che non ha trovato alternativa in un socialismo che ha definito rapidamente i suoi obiettivi in funzione dello sviluppo delle forze produttive per raggiungere il capitalismo, tendenza che si è aggravata considerevolmente negli ultimi trent’anni nel passaggio alla fase neoliberista di accumulazione capitalistica. Sempre più, la maggioranza dei movimenti di difesa della Natura collegano la logica economica ai problemi ecologici.
Durante la Guerra Fredda sono sorti anche numerosi movimenti pacifisti, che si rifacevano a tradizioni antibelliche del XIX secolo. Anche se questo è un altro contributo originale, un’altra novità, oggi questi movimenti sperimentano un momento di stanchezza, dal momento che i conflitti sono localizzati al di fuori dei grandi centri della mondializzazione. Tuttavia, fatti come la Guerra del Golfo o quella del Kosovo hanno riavvivato la memoria e ci ricordano che l’imperialismo economico non può funzionare senza un braccio armato, si chiami esso NATO o Piano Colombia.
Anche la moltiplicazione delle ONG – un vocabolo nuovo per una realtà preesistente –, è una novità che sbocca oggi in una nebulosa di organizzazioni la cui fonte si situa nella società civile. La realtà delle ONG è ibrida ed ambivalente, dal momento che vi sono quelle organizzate dal sistema dominante o che si lasciano strumentalizzare, a quelle che si identificano con le lotte sociali ed esprimono realmente la solidarietà Nord/Sud.
Il capitalismo mondializzatoVecchi movimenti sociali di natura sindacale o politica, nuovi movimenti trasversali ai rapporti di classe, tutti inevitabilmente marcati da questi – movimenti di donne, di popoli indigeni, di difesa dell’ambiente, delle identità culturali –, ONG, organizzazioni di volontariato... In questo proliferare di iniziative è a volte difficile discernere. Eppure, è necessario farlo. Perché la società civile dal basso possa attuare con efficacia, in ogni nazione come su scala mondiale, è necessario avere chiarezza e criteri di giudizio.
Il pensiero postmoderno si sente a suo agio in questo “bosco”, in questa situazione confusa e dispersa, e la interpreta come la fine di ciò che chiama le “grandi narrazioni”, assimilando lo studio della società alla linguistica, con la qual cosa pretende di dichiarare la fine dei sistemi e delle grandi strutture con le loro relative spiegazioni complesse. Queste vengono rimpiazzate dalla storia dell’attualità, dall’intervento dell’individuo nel suo contesto immediato, dalla moltiplicazione di “piccole narrazioni”, dalle iniziative particolari.
In reazione alla modernità prometeica e al discorso totalizzante, si cade in una lettura atomizzante della realtà, percepita come frammentata, inspiegabile nella sua genesi, insignificante in relazione a un contesto storico. Si disegna così una società civile che è solo una somma di movimenti e organizzazioni, in cui la sola molteplicità sarebbe sufficiente ad affrontare un ordine totalitario di natura politica od economica. Per il capitalismo mondializzato, che ha potuto costruire le basi materiali della sua globalizzazione come sistema grazie alle tecnologie della comunicazione e dell’informatica, è stupefacente osservare come si sviluppi un’ideologia che annuncia la fine dei sistemi. Nulla potrebbe essergli più funzionale.
Per quanto fondamentale sia la critica della modernità promossa dal capitalismo, il postmodernismo non può aiutarci ad analizzare la società civile contemporanea, né contribuire a renderla dinamica come fonte di resistenze e di lotte efficaci. L’attuale frammentazione delle lotte rivela sia le conseguenze che le strategie del sistema capitalista.
Non basta denunciare gli abusiIl criterio di analisi delle molteplici iniziative che compongono la società civile dal basso si baserà sul suo carattere antisistemico: in che misura ogni movimento sociale od organizzazione non governativa contribuisce a criticare, nel proprio campo, la logica del sistema capitalista? I contadini senza terra respinti oggi più che mai dal momento che la terra diventa capitale, i popoli autoctoni come prime vittime dei programmi di aggiustamento strutturale, le donne schiacciate dal peso di una povertà che aggrava le relazioni patriarcali, le classi medie rese più fragili dalle politiche monetarie e dalle transazioni finanziarie speculative, l’organizzazione per la tutela della salute svilita dalla mercificazione del settore, i bambini espulsi dalle scuole per colpa di una concezione elitaria dell’istruzione, la politica sociale spazzata via dal giogo del debito estero, i patrimoni culturali disfatti da un’americanizzazione sistematica, i mass-media addomesticati dagli interessi economici, i ricercatori limitati dalle esigenze del profitto, l’arte ridotta a valore di scambio, l’agricoltura dominata dalle multinazionali della chimica o dell’agro-business, migliaia di specie animali e vegetali in estinzione, un ambiente degradato da uno sviluppo misurato solo in termini di crescita...
I movimenti e le organizzazioni della società civile dal basso devono lavorare per la delegittimazione del sistema economico. Non si tratta solamente di condannarne gli abusi. Questo lo fanno non solo le istanze etiche, le chiese cristiane e i portavoce delle grandi religioni, ma anche certi rappresentanti del sistema capitalista, perché sanno che tali abusi minacciano l’intero sistema. È necessario denunciare la logica che conduce agli abusi e che sbocca inevitabilmente in contraddizioni sociali e nell’impossibilità di rispondere alle funzioni essenziali dell’economia: assicurare le basi materiali della vita fisica e culturale di tutta l’umanità.
Si tratta allora di andare alla ricerca di alternative e non di palliativi che, per quanto a breve possano alleviare le situazioni di miseria, sono come le liane degli alberi tropicali che tornano a crescere a dismisura dopo qualche pioggia. Non si tratta di cercare alternative all’interno del sistema, come la terza via tanto apprezzata dai media riformisti che perseguono l’illusione di “umanizzare” il capitalismo. Si tratta di arrivare ad un’organizzazione postcapitalistica dell’economia. Si tratta, in realtà, di un indispensabile progetto a lungo termine, che abbia una dimensione utopica – il tipo di società che si vuol costruire –, che preveda progetti a medio termine e obiettivi a breve termine. L’elaborazione di un progetto così è il vero compito della società civile dal basso.
Quale società civile e quali spazi pubblici vogliamo promuovere e costruire di fronte alla mondializzazione delle relazioni sociali capitalistiche? Le mete sono chiare, anche se l’azione non è facile e l’avversario è tanto potente. Cinque orientamenti possono guidarci. I primi quattro partono dalla definizione stessa di società civile dal basso e dalla conquista di spazi pubblici a qualunque livello; il quinto riguarda le convergenze.
La coscienza dell’utopiaIn primo luogo, va ricercata sistematicamente un’azione che raggruppi tutti coloro che in diversi campi della vita collettiva, fra alti e bassi, successi ed insuccessi, risultati positivi ed errori contribuiscono a costruire un’economia diversa, una politica e una cultura differenti. La società civile dal basso ha anche bisogno di intellettuali in grado di ridefinire costantemente insieme ai movimenti sociali sfide e obiettivi. Deve formulare una propria agenda per non stare in balia dei centri decisionali mondiali. Dovrà produrre proprie forme e cultura, come molti altri movimenti hanno fatto in passato. Questo “altro Davos” di Porto Alegre è una di queste espressioni.
In secondo luogo, per la società civile dal basso è importante farsi interprete di utopie che mobilitino, ridiano la speranza, si costruiscano sul terreno concreto delle lotte sociali, non si esauriscano nelle loro realizzazioni e si mantengano come un faro acceso tanto per le collettività che per gli individui. Le utopie di cui è portatrice devono raccogliere sia le grandi tradizioni umanistiche laiche che quelle religiose. Non ignoriamo – come è già successo di frequente in passato –, le enormi riserve di utopia che contengono i grandi movimenti religiosi quando non si esauriscono nelle logiche istituzionali che identificano la fede con gli apparati ecclesiastici e la ricerca del potere, quando ispirano e motivano l’impegno sociale, quando sottolineano il carattere liberatore delle loro teologie, quando richiamano l’attenzione sull’etica dei comportamenti individuali, così importanti per la costruzione di una nuova società. Non respingiamo, anzi rivendichiamo i grandi ideali socialisti, senza dubbio scossi da esperienze drammatiche, ma necessari più che mai di fronte alla barbarie capitalista.
Rivalutare la politicaIn terzo luogo, la società civile dal basso deve caratterizzarsi per la ricerca di alternative a tutti i livelli, in quello delle grandi conquiste politiche come nella vita quotidiana, in quello delle organizzazioni internazionali e delle Nazioni Unite, della vita quotidiana degli impoveriti, della vita materiale e della cultura, del rispetto della Natura e dell’organizzazione della produzione, dello sviluppo e del consumo. Questa è una sfida notevole che esige un lungo lavoro, le cui premesse sono però già date.
Il quarto orientamento ha a che vedere con la conquista di spazi pubblici e con l’articolazione con la politica. Senza di quest’ultima, l’azione risulta sterile o quanto meno limitata. Si tratta di costruire dei rapporti di forze che permettano di arrivare a delle decisioni. Questa è la condizione per giungere ad una vera democrazia che includa la dimensione elettorale, ma che non si limiti a questa e copra l’insieme dello spazio pubblico, compresi gli aspetti economici. Ciò suppone una cultura politica e un apprendimento che non sempre i movimenti sociali hanno maturato mentre, anzi, devono fare i conti con un’autentica svalutazione della politica. È probabile che in futuro i nuovi rapporti di forze siano costruiti da una plurarità di organizzazioni politiche che agiscono in maniera concertata.
In relazione alle convergenze – quinto orientamento –, mondializzare le resistenze e le  lotte è un obiettivo immediato. Non astratto e artificiale, ma concreto. La grande varietà dei movimenti e la loro frammentazione possono essere un ostacolo in misura della loro atomizzazione. Ma possono essere una forza se invece di sommarsi semplicemente, giustapporsi, danno luogo ad una convergenza funzionale, come è accaduto a Seattle, Washington, Praga, Nizza e Davos. Il 2000 è stato un anno di convergenze. Gli anni a seguire saranno quelli del consolidamento. Nel frattempo, sarà necessario dotare queste convergenze di mezzi per operare, sia sul piano dell’analisi per distinguere bene le sfide, gli obiettivi e i metodi per la costruzione di un mondo visto dai suoi popoli, come sul piano della intercomunicazione per mezzo della costruzione progressiva di un inventario dei movimenti sociali e delle loro reti. Questo è uno dei compiti che il Foro Mondiale delle Alternative si propone.
L’affermazione della società civile passa, in primo luogo, per la sua definizione, quella dal basso. Questa concezione popolare di società civile potrà essere mondializzata nella misura in cui esiste localmente, dal momento che le convergenze suppongono la sua esistenza. Le modalità concrete di azione sono numerose sia a livello locale che internazionale. Potranno essere definite da soggetti impegnati in diversi campi: quello della organizzazione delle relazioni sociali, delle comunicazioni, della cultura, dell’ambiente. A Porto Alegre si è creata una situazione nuova: una convizione comune, una nuova cultura, capace di mettere in questione il “pensiero unico”, una nuova speranza. Come ha detto in questa sede Eduardo Galeano: «Lasciamo il pessimismo a tempi migliori».