EL SALVADOR / Santa María Ostuma: la voce dei terremotati

In un angolo del Salvador, nove mila persone hanno perso tutto. Le offerte di aiuto non mancano. Ma il problema non sono solo le risorse materiali e finanziarie. Cosa si aspettano ora, come vedono il futuro, cosa stanno facendo per risollevarsi? Siamo andati a chiederglielo.

Di Ismael Moreno. Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

Cercando l’epicentro del terremoto del 13 febbraio scorso, che ad un mese esatto da quello del 13 gennaio ha infierito su un paese già ferito, envío si è recato nel municipio di Santa María Ostuma, nel dipartimento di La Paz, al centro del paese. Cinque secoli fa, questi stessi luoghi furono scenario della resistenza dei nonualcos, una delle tribù che abitavano l’odierno Salvador, ai conquistadores spagnoli. Gli indigeni lottarono con tutte le loro forze, riparandosi nelle gole e nelle grotte che caratterizzano la topografia della zona. Di qui, il nome: Ostumác, che significa “luogo di caverne e dirupi”.
Poco resta, geneticamente parlando, del valoroso popolo nonualco fra gli abitanti del posto. L’eredità è di tipo più culturale: la grande capacità di lavoro e resistenza che è emersa fra gli abitanti e le autorità locali dopo i sismi ricordano il carattere ribelle proprio degli antenati di questo angolo della geografia salvadoregna.
Santa María Ostuma è ancorato su una bella collina da dove si gode uno splendido panorama in direzione di tutti e quattro i punti cardinali, circondato da anfratti e burroni. Tutto il centro abitato e i sette cantoni (cioè, le frazioni vicine, ndr) che lo circondano come sentinelle sono stati distrutti dai due terremoti. A Santa María Ostuma vivono 9 mila persone. Il primo terremoto ha distrutto 1.212 case. Il secondo ha elevato quel numero a 2.418. In breve, tutto il municipio è ridotto in macerie. Tutte le abitazioni erano costruite con adobe y bahareque (mattoni di fango seccati, intrecciati di canne o altro legname di piccolo spessore e scarsa resistenza alle scosse telluriche, ndr). Si sono salvati soltanto un asilo-nido, l’edificio della Polizia e tre case: erano costruite con blocchi di cemento.
Religiosità popolareFino al 13 gennaio, Santa María Ostuma era un municipio sconosciuto ai più nel Salvador. Il suo nome nemmeno appariva nella segnaletica stradale, né sulla carretera secondaria che porta a San Pedro Nonualco, “ultimo” municipio della zona, cinque chilometri prima di arrivare a Santa María Ostuma, né sulla litoranea che attraversa Zacatecoluca, capoluogo del dipartimento di La Paz.
Conoscono invece bene il luogo i devoti alla Vergine della Candelaria, che arrivano qui in preghiera ogni 2 febbraio per celebrare una delle feste patronali più antiche del paese, in un santuario costruito nel 1701 che avrebbe compiuto quest’anno tre secoli di vita. Racconta la gente del posto che il tempio fu eretto perché la Vergine spaventasse il mulús, un mostro di cattivo auspicio che si rifugiava in una concavità del tronco di una grande ceiba (un grande albero tropicale, ndr) che cresceva dove secoli dopo venne eretto il tempio. Anch’esso è stato ridotto in macerie dal terremoto del 13 febbraio. «La prima cosa da ricostruire è il tempio, prima che ricompaia il mulús e occupi i luoghi dei nostri santi», sostiene Carmencita, una ottuagenaria originaria del posto, per la quale la distruzione del tempio non è altro che un avvertimento celeste perché la gente di Ostuma cessi le ingiustizie e dia inizio a «opere che portino la luce brillante della Candelaria in tutte queste montagne...».
La devozione della gente di Ostuma alla Vergine della Candelaria è notevole. Chiediamo delle origini di tale tradizione: «Raccontano che la Vergine andava a fare il bagno al mare e quando lei usciva, nessuno poteva, per quanto si sforzasse, entrare nel tempio. Poi, la ritrovavano nello stesso luogo del tempio, ma con sabbia di mare in tutto il corpo e sul vestito. Una volta, la portarono a Cojutepeque per sistemarla nella chiesa principale. Ma, pochi giorni dopo, da sola fece ritorno qui, al suo tempio. Tutte le volte che ci hanno provato è accaduto lo stesso. Oggi, il tempio è venuto giù, ma alla Vergine non è successo niente, è rimasta intatta, così come lei la vede».
Aggiunge un altro: «La comunità ha una fonte di acqua più in basso. Tutte le fonti si seccano in estate, perché questa zona è secca e qui persino gli asini si scottano al sole di marzo e aprile. Ma, quella fonte non si secca mai. Nelle notti di luna piena, specialmente quando si avvicina il mattino, la si vede (la Vergine, ndr) scendere fino alla fonte. Tutti nel villaggio, per il rispetto che lei merita, la lasciamo sola, perché sappiamo che nessuno che si azzardi a guardarla mentre si lava resta vivo per raccontare la scena».
Commenta un’altra:«La Vergine ci ha fatto tanti miracoli... Tutti nel villaggio ricordiamo o ci hanno raccontato della giovane cieca venuta a inginocchiarsi ai piedi della Vergine e quando ha aperto gli occhi ha potuto vederla radiosa con tutto ciò che la circondava. Sappiamo anche di una signora che in tempi di forti piogge, fu portata via dal fiume Jiboa con tutta la forza della sua corrente. Quando ormai nessuno poteva salvarla, la signora invocò la Vergine e, improvvisamente, la corrente la spinse a riva e si salvò la vita».
Un affrontoCon l’emergenza terremoti, Santa María Ostuma è balzato nelle prime pagine dei giornali salvadoregni. Il suo sindaco, insieme al Comitato di Emergenza Muncipale, hanno declinato gli aiuti offerti dal governo centrale all’indomani del sisma del 13 gennaio. Non per niente. Dopo aver censito 1.212 case distrutte, il governo ha stanziato per questo villaggio 30 mila colones, cifra sufficiente appena a ricostruire 40 case. Il sindaco, eletto dalla Alleanza Repubblicana Nazionalista (di estrema destra, ndr), ha bollato come «un insulto al popolo» tale donazione, mentre il partito ARENA definiva a sua volta una «offesa» la reazione del “suo” sindaco. Quest’ultimo, tuttavia, ha serrato le fila con i suoi collaboratori e la notizia di un piccolo paese che rifiutava le “briciole” offerte dal governo ha avuto vasta eco in tutto El Salvador.
In seguito, però, il Comitato di Emergenza veniva a conoscenza che tale “insulto” rispondeva, in realtà, ad uno stratagemma di un piccolo gruppo di funzionari locali e ufficiali dell’esercito legati ai poteri più oscuri del Salvador, interessato a screditare le autorità municipali per sottrarre voti al loro partito alle prossime elezioni. Un ex colonnello, già appartenente agli “squadroni della morte” e candidato a sindaco per il Partito di Conciliazione Nazionale (PCN) sconfitto nelle ultime elezioni municipali, infuriato per la partecipazione attiva della chiesa locale nel Comitato di Emergenza, ha sostituito il censimento ufficiale con uno falso, contando sulla complicità di altri ufficiali dell’esercito e di funzionari interessati a sfruttare politicamente la polemica in cui il sindaco e i suoi collaboratori venivano presentati come “nemici del popolo”. Tuttavia, non c’è voluto molto per far emergere grossolana manovra. Alla fine, a risultare screditati sono stati i suoi artefici piuttosto che il Comitato di Emergenza Municipale.
E la sinistra?Il Fronte “Farabundo Martí” per la Liberazione Nazionale (FMLN) ha scarsa presenza in questo municipio. Non perché quest’ultimo sia conservatore, né perché esista un rifiuto delle proposte del Fronte. La sua debolezza risale agli anni della guerra quando l’FMLN mostrò poco tatto nei rapporti con la popolazione. Quando questa era una zona di conflitto del cosiddetto “fronte paracentrale”, in non poche occasioni quadri intermedi della guerriglia obbligarono gli abitanti a compiere azioni senza spiegare loro i motivi delle stesse, né gli obiettivi più generali della lotta rivoluzionaria. Alcune donne ancora ricordano quando la guerriglia le obbligò a comprare grandi quantità di stivali per i guerriglieri, facendo loro correre gravi rischi, senza tante spiegazioni ed esercitando perdipiù pressioni e minacce su di esse.
Quei brutti ricordi sono ancora vivi nella memoria di molta gente. Se alle esperienze del passato si aggiungono gli errori politici del presente di alcuni dirigenti locali, le conseguenze politiche sono ancora più gravi. Per fare un esempio: nelle ultime elezioni municipali, il PCN ha presentato il citato ex colonnello in competizione con il sindaco uscente di ARENA che si ripresentava per un secondo mandato. Seguendo la logica del fine che giustifica i mezzi, anche se ancora oggi nega le circostanze o spiega la scelta in altro modo, l’FMLN ha optato per appoggiare l’ex colonnello contro il candidato di ARENA. Tuttavia, non solo ha vinto il candidato di ARENA, ma l’FMLN è uscito ancora più screditato dalle urne. Nei fatti, in municipi come questo, i confini fra destra e sinistra sono assai più sfumati di quanto appaia nei testi di sociologia e scienze politiche. L’attuale sindaco, di ARENA, è certamente una figura di destra. Tuttavia, non solo si è scontrato con il suo partito ma ha dato vita a consultazioni popolari in tutto il municipio come nelle migliori tradizioni di sinistra.
I soccorsiCaratteristiche prevalenti di questa gente, ferita ma non abbattuta, sono la generosità e l’altruismo, la sfiducia nei confronti di chi viene da fuori anche ma anche l’apertura al nuovo quando percepisce che non c’è volontà di manipolazione. I primi due tratti sono emersi chiaramente con i sismi.
Un sopravvissuto ci ha raccontato questa storia: «All’improvviso, ho visto che si apriva un muro e più in basso anche la terra sotto i miei piedi. Allora mi sono detto: se questa è la mia fine, abbi pietà di me, Signore. Questo è successo il 13 gennaio. Chi poteva immaginare che sarebbe arrivato un altro terremoto? Perché se nel primo per poco non ci resto, il secondo mi ha lasciato con il cuore spezzato. Mi sono cascate le braccia. Ricordo solo che fra grandi boati, ho visto un’anziana intrappolata sotto una montagna di terra, in mezzo a un polverone. Sono così corso insieme ad altri che non so chi fossero e abbiamo tirato fuori la vecchia. Questo gesto mi ha dato coraggio. Mi sono unito al prete che con un gruppo di uomini correva da tutte le parti cercando di salvare più gente possibile, che gridava da sotto le macerie. Mi è passata la paura. Non volevo più morire, né avevo la paura che mi aveva paralizzato quando tutto tremava e rimbombava. Sentivo una forza dentro, non so da dove provenisse, che mi spingeva a cercare la gente sepolta e strapparla alla morte. In quel momento non pensavo a quel che facevo. Ora penso che fosse una forza a spingermi, quasi dicendomi: se sei vivo, dai la tua vita per salvare gli altri. (...) Abbiamo salvato 25 persone da sotto le macerie e sepolte dalla terra. Ora, continuo ad impegnarmi nel Comitato di Emergenza, rimuovendo le macerie e cercando sostegno per ricostruire questo villaggio. Ma non per pochi, come è sempre stato nel Salvador. Per tutti, perché ciascuno abbia case dignitose e solide».
Per la gente di questo municipio il terremoto è solo l’ultimo di una lunga serie di disastri che ha colpito El Salvador. Questa è la testimonianza di un abitante di Ostuma: «Dopo essere uscito illeso da questi due terremoti, ho ripercorso la storia della mia vita. Oggi ho 33 anni. Mi sono ricordato della mia infanzia carica di dolore, come in un passato  inconcluso, le carestie e le siccità dei miei primi anni. Non avevo ancora sette anni quando fummo investiti dall’uragano Fifí. Fu la prima esperienza che ricordo vivamente. Quasi nello stesso posto dove sono rimasti sepolti due bambini per una frana di terra che, il 13 febbraio, ha bloccato il fiume Jiboa, ricordo che un uomo e una donna furono portati via dalla corrente, nel settembre 1974. Io non li vidi, ma ho dei ricordi di infanzia. I loro corpi non sono mai stati ritrovati. In seguito, sono andato a cercare lavoro nelle piantagioni di zucchero come tagliatore di canna. Tornavo la sera sfatto e arrabbiato. Ma non c’erano alternative. Qualche sera, si cenava, in altre solo tortilla (una piadiina di farina di mais, ndr) e sale. Ma, mio padre si dava da fare perché non morissimo di fame. Poi, è arrivata la guerra. Avevo 12 anni allora. Ricordo che in quegli anni con noi c’era il padre Porfirio Martínez, che ci aiutò a risollevarci e a celebrare la vita e la fede in una comunità di base. Lui ci mise tutti sulla lunghezza d’onda di un pensiero liberatore. Contadini dei cantoni a valle erano organizzati. Già nel 1980, pochi mesi dopo l’assassinio di monsignor Romero (24 marzo 1980, ndr), i capi di ORDEN (un corpo paramilitare di estrema destra, ndr) tenevano sotto controllo tutta la gente che si stava formando nella chiesa. Avevo 12 anni, ma ricordo ancora come fosse ieri, come ammazzavano la gente. Davanti ai miei occhi uccisero mio zio alle cinque del mattino del 31 maggio 1980. Lo trascinarono fuori di casa e lì davanti lo torturarono. Quando non aveva più forze e non ce la faceva più a sostenersi, un uomo che poi mi dissero fosse un colonnello e che in seguito entrò in politica come candidato a sindaco, prese per i capelli mio zio e gli sparò a bruciapelo. Il sangue allora schizzò fuori di getto come quando uno si buca un sacchetto pieno di acqua. Uno schizzo colpì anche me. E venne il tempo, piuttosto lungo, in cui si facevano le cose di nascosto, il tempo delle minacce, della paura, delle persecuzioni e degli scomparsi. Quegli anni dopo l’assassinio di monsignor Romero furono duri da queste parti. Io sapevo che la gente della mia zona si riuniva in montagna, usciva in silenzio di sera e parlava sempre a bassavoce. A me, in quel tempo, non mi dicevano niente. Ma io sapevo che la situazione era dura. Un giorno, stavo giocando a pallone. Era già tardi, avevamo un pallone vecchio che tiravamo fuori due volte la settimana tanto per divertirci un po’. Arrivò l’esercito. Tutti i ragazzi scappammo via. Io scivolai. Mi presero i soldati e mi portarono in un distaccamento militare e mi reclutarono come soldato. Avevo 15 anni. Sono rimasto due anni nell’esercito. Mi incussero odio per i comunisti. Mi dicevano che i guerriglieri erano nemici della patria e servi del comunismo internazionale. Ma, io non dimenticavo quel che avevano fatto a mio zio. Io sapevo che era stata gente dell’esercito, o pagata dall’esercito, ad ammazzarlo davanti ai miei occhi. E quell’odio che mi portavo dentro non sono riusciti a togliermelo per quanto cercassero di lavarmi il cervello. Quando me ne sono andato, mi sono rifugiato presso le suore di Maryknoll, lo stesso ordine (di origine statunitense, ndr) di quelle che erano state ucccise (quattro, dall’esercito, ndr). Quindi, decisi di arruolarmi nella guerriglia. Con le FPL (Fuerzas Populares de Liberación, ndr). Con esse, ho passato il resto della guerra. Dopo la firma degli accordi di pace, sono tornato al paese e qui ora lavoro come carpentiere e hacelotodo (neologismo tipico salvadoregno, citato in una nota poesia di Roque Dalton, che sta a indicare chi si industria nel fare mille mestieri pur di lavorare, ndr). Quindi, è venuto l’uragano Mitch che mi ha portato via un pezzo di agrumeto che avevo piantato a mezzo chilometro dal paese. Ed ora ci sono caduti sulla testa questi due terremoti. Lei non me lo ha chiesto, ma io sono estroverso e glielo dico: io sono a tutti gli effetti un sopravvissuto a tutte le disgrazie capitate a questo paese negli ultimi trenta anni. Ed eccomi qui: con tutta la voglia di continuare a vivere, perché più disgrazie capitano, con più forza e decisione uno vuole proteggere la vita. E tutte le volte che uno esce illeso, si dice che gli hanno regalato un’altra volta la vita. E allora, quando uno scampa a queste disgrazie, più valore dà alla vita e più ha voglia di metterla al servizio della gente».
La partecipazioneNel caos che si respira nel municipio in queste settimane successive ai terremoti non è ancora chiaro quale cammino si debba seguire e come coniugare le diverse forze del municipio e del governo centrale, nonché gli aiuti ufficiali di altri paesi, di organizzazioni nazionali e non governative internazionali.
Nel municipio sono arrivati gli aiuti della città spagnola di Valencia, la cui amministrazione ha invitato la controparte  salvadoregna ad elaborare insieme un Piano di Sviluppo Integrale.
Un organismo del governo tedesco si è offerto di patrocinare la ricostruzione di case in un uno dei cantoni andati distrutti. La Caritas Internazionale ha iniziato la costruzione di 200 abitazioni. Altri organismi hanno offerto al municipio il proprio aiuto. Il governo centrale ha consegnato lamine di zinco e legname per la costruzione di abitazioni provvisorie che mitighino gli effetti della prossima stagione delle piogge.
Tutte queste offerte pervengono ad un villaggio traumatizzato dai sismi e con una esperienza organizzativa assai debole, dipendente e abituata allo stile verticista dei cacicci locali. Gran parte degli organismi che offrono aiuti sottolineano l’importanza della partecipazione della gente e fanno di tutto perché le loro idee si impongano su quelle di altri organismi di soccorso. La realtà è che molti di essi avanzano una gamma di offerte ad una controparte, il municipio, che nella pratica non è in grado di dialogare, né sa come negoziare. Più precisamente, non esiste come controparte.
Cosa prelude questo scenario? Ad una ricostruzione intesa fondamentalmente come ricostruzione di case, accompagnata da alcuni programmi produttivi e di occupazione. A beneficiarne sarebbe una popolazione che si legherebbe ai donatori con gli stessi stessi limiti e verticismi di prima dei terremoti; incluso, questi vizi potrebbero aggravarsi, si potrebbe sviluppare una maggiore dipendenza ed una mentalità assistenzialistica. Gli organismi esterni condividono tutti i concetti noti e futuri sulla partecipazione e sulla gestione locale, ma non riescono a coniugarli nella vita quotidiana della gente beneficiaria. Così, concetti come citta- dinanza, gestione, partecipazione, comunità, resteranno buoni propositi fino a quando gli organismi presenteranno proposte disincarnate dalla realtà e dalla storia della popolazione locale.
Chi ha perso la casaLa gente di Santa María Ostuma ha perso con le case molto più che pareti e suppellettili. Ha perso la propria storia. Questa generazione ha visto cadere in pochi minuti il patrimonio di varie generazioni precedenti. Oggi, un progetto di ricostruzione che si centri sulla costruzione di case senza fare i conti con questo trauma servirà a poco, giacché non tocca i nervi della comunità. Ovviamente, aiuta il fatto che degli organismi appoggino con progetti di costruzione. Ciò contribuisce a restituire parte della vita. Ma, le altre parti non “restituibili”? È bene rendersi conto che ciò che ha più valore fra quanto è andato perso, potrebbe non essere soddisfatto da alcuna proposta.
Così lo spiega una donna: «Non è facile vedere cadere le case d’un colpo. E non è facile trovare le parole per dire che la casa propria  è crollata. Lei vede quelle macerie lì e di sicuro pensa a quante case sono crollate in tutto il villaggio e nei dintorni. E forse pensa anche cosa si possa fare per aiutarci a ricostruirle con tutto il resto. Ma, per me, guardare quella casa lì in macerie è come vedere gettata per terra la mia vita, quella dei miei genitori e dei miei nonni. Quando mio padre è morto mi ha lasciato in eredità questa casa che lui stesso aveva ereditato da suo padre, mio nonno. La casa era stata costruita 120 anni fa. Non l’ho mai abbandonata. Ci sono nata e qui vivo da quando mi sono sposata. Vi ho visto nascere i miei tre figli. Qui è morto mio marito. Come vede, per me era qualcosa di più di quattro pareti venute giù. Forse, lei o altra gente della solidarietà ci porterà dei materiali, lamine di zinco, blocchi e cemento, legname. Se così sarà, ve ne saremo molto grati. Ma la mia vita, che in gran parte è crollata con questa casa, non si rialzerà così presto, solo perché costruiremo una nuova casa. Non è così facile. Un po’ della mia vita è rimasta sotto le macerie. Forse, i miei nipoti, che cominciano a crescere, si rifaranno una vita all’ombra della nuova casa che sarà costruita. Forse, con la nuova casa, qualcosa della mia vita e della mia storia familiare si riprenderà. Può darsi che parte di essa trovi accoglienza nella nuova casa, come macerie, come un seme che speriamo dia frutti. Qualcosa di nuovo e distinto. Conservando qualcosa della storia, dello spirito di questi 120 anni che sono crollati».
La chiave della ricostruzioneOggi, la sfida fondamentale in municipi come Santa María Ostuma è immergersi nella vita della popolazione e da lì accompagnare la gente e le autorità municipali perché assumano la direzione dei piani di ricostruzione e sviluppo. Un accompagnamento che ricuperi la fiducia della gente in se stessa e nel futuro e che traduca la fiducia nell’organizzazione solidale, con piena partecipazione di tutti i membri della comunità e del municipio. In questo processo, il municipio, attraverso le sue strutture municipali e cantonali, potrà elaborare la sua proposta di ricostruzione e sviluppo. Gli organismi nazionali ed internazionali potranno parteciparvi offrendo il loro sostegno come facilitatori di risorse finanziarie, tecniche e professionali che né la comunità, né il municipio hanno. Si stanno facendo i primi passi. Nella prima settimana di marzo è iniziata la prima consulta popolare che mai abbia conosciuto Santa María Ostuma in tutta la sua storia. I giovani hanno svolto assemblee in ognuno dei cantoni e in ogni quartiere del centro urbano, ponendo domande semplici  alla gente perché questa esprimesse i suoi punti di vista, le necessità e le soluzioni che immagina.
Solidarietà fra poveriA Santa María Ostuma è arrivata anche la solidarietà di altri poveri. Una brigata di uomini e donne, già sinistrati ai tempi dell’uragano Mitch nella valle di Sula, nel nord honduregno, è arrivata qui con viveri e vestiti raccolti nei quartieri poveri di El Progreso, in Honduras. Hanno dato una mano a rimuovere le macerie ed animare la popolazione. Non hanno offerto aiuti economici o case. Hanno offerto la propria vita e il proprio lavoro per quindici giorni. La loro presenza ha lasciato poco di tangibile. Tuttavia, questa gente ha dato un importante contributo di umanità, solidarietà e spiritualità di cui hanno tanto bisogno molti organismi che offrono risorse materiali e finanziarie.
Il dolore è stato grande. Tarderà a sanarsi. Ci racconta una madre: «Mi è costato molto tirare su mio figlio Alex. Da quando è nato è sempre stato malato. Forse, per questo non si staccava dalla mia gonna. Il 2 febbraio, una sua zia che vive a San Salvador gli portò un’automobile giocattolo, grande al punto che Alex ci montava sopra senza schiacciarla, tanto era magro. Solo così si staccava da me. Solo sulla macchina gli piaceva stare. Il terremoto del 13 febbraio è arrivato poco dopo le otto del mattino. Stavamo finendo di mangiare quando la terra ha cominciato a tremare e a sbatterci da una parte all’altra. Quando ho sentito la grande scossa ho preso le mie creature come potevo e sono corsa fuori, nel patio, senza sapere dove ripararmi perché eravamo immersi in una nuvola di polvere. In quel momento, Alex si è staccato da me ed è rientrato in casa per andare a prendere il suo giocattolo preferito. L’ho chiamato e ho gridato quando ho visto che stava per cadergli addosso una parete. Una nuvola di polvere si è alzata. Ho continuato a gridare come una pazza. La gente è corsa per aiutare. Eravamo tutti imbiancati dalla polvere. Ovunque, si alzavano lamenti di persone, come fosse il giudizio finale. Gli uomini hanno cominciato a rimuovere la terra e a tirar su i pochi blocchi rimasti interi. Quando hanno sollevato la parete di adobe, lì sotto c’era il mio povero figlio, morto, abbracciato alla sua macchina giocattolo, anch’essa schiacciata. Così abbiamo trovato mio figlio, che tanto mi è costato allevare».
Sì, il dolore è stato molto grande. Al salutarci, una anziana ci rivolge l’invito a guardare avanti, perché sono cadute le case, ma non la vita: «Ancora sento che il cuore dà di quei colpi come se fossero scosse di terremoto. La mia casa aveva 200 anni. La gente di qui vive in case ereditate dai propri antenati. Che vuoi fare? Sono crollate! Tutto il villaggio è distrutto. Son cadute le case, ma la gente è rimasta in piedi. Ed anche se sotto una tenda continueremo a ricostruire la vita delle nostre famiglie, specialmente dei bambini che oggi nascono e crescono. Speriamo che nel Salvador tutti abbiano presto una casa».