EL SALVADOR / Dollarizzazione e terremoto: due disastri

Il 13 gennaio, un sisma di magnitudo 7,6 della scala Richter, con epicentro a soli 37 chilometri dalla capitale San Salvador ed a soli 60 chilometri di profondità nell’oceano Pacifico, ha sconvolto il paese centroamericano. Più di un milione i salvadoregni sinistrati. Pochi giorni prima, tutta la popolazione era stata sorpresa da un altro sconvolgimento sociale: la dollarizzazione dell’economia.

Di Ismael Moreno. Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

Per la società salvadoregna, il 2001 è iniziato nell’angoscia. Il primo dell’anno, la gente ha dovuto imparare a fare i conti in dollari, moneta, peraltro, ben nota grazie alle rimesse delle centinaia di migliaia, forse milioni, di familiari che vivono negli Stati Uniti e che arrivano copiose nel paese ma che fino a ieri la gente cambiava subito in moneta locale, il colón. Il senso di inquietudine era alimentato non solo dall’entrata in vigore di questa moneta, quanto dalla insistente campagna del governo che presentava la libera circolazione del dollaro come la panacea per risolvere i problemi del paese.
Segreto di Stato?Perché una decisione di tale trascendenza per la vita di tutti non solo non è stata consultata, ma è stata taciuta quasi fosse un segreto di Stato, persino, a settori influenti dell’economia come la grande impresa e la banca private? Tale domanda aleggiava nell’aria e alimentava il clima di angoscia. Quel segreto così ben conservato è divenuto pubblico soltanto una settimana prima della presentazione della proposta di legge alla Assemblea Legislativa, che l’ha approvata alla prima sessione, a maggioranza semplice, con i voti della Alleanza Repubblicana Nazionalista (ARENA, di estrema destra), del Partito di Conciliazione Nazionale (PCN) e della Democrazia Cristiana.
La celerità con cui è stata approvata una legge che influirà sulla vita e sulla cultura di tutta la società alimentava oltremodo la confusione. Mai in precedenza, la popolazione salvadoregna aveva conosciuto una propaganga così aggressiva e sistematica come quella lanciata, a fine novembre, dal governo dopo la frettolosa approvazione della cosiddetta Legge di Integrazione Monetaria.
In questo clima è iniziato il 2001. La gente appariva confusa, alle prese con le equivalenze fra la nuova e la vecchia moneta. Confusi erano anche gli economisti, che non sapevano come analizzare a fondo il fenomeno e le sue possibili conseguenze per un’economia così fragile come quella salvadoregna. Mentre il governo e un ristretto settore della banca e della grande impresa private assicuravano di essere sulla strada verso il paese delle meraviglie, i settori popolari e la classe media solo intravedevano il tunnel di un futuro incerto. Ciò di cui nessuno dubitava era il fatto che il paese stesse entrando in una nuova era. Come ha ben sintetizzato El Diario de Hoy a titoli cubitali nella sua edizione del primo dell’anno: Good Morning El Salvador.
La guerra al dollaroIntorno al 10 gennaio, il paese aveva dichiarato “guerra” al dollaro. Sul governo di Francisco Flores pioveva una valanga di proteste. Quel giorno, gli 84 sindaci del Fronte “Farabundo Martí” per la Liberazione Nazionale (FMLN) si erano accordati di accettare versamenti e di pagare soltanto in colones. La protesta in vari municipi dava la misura del grande malessere a livello popolare. L’FMLN e diversi settori della società civile decidevano, quindi, di organizzare una manifestazione di massa per martedì 16 gennaio, in occasione del nono anniversario della firma degli accordi di pace. Sono stati così stampati 500 mila manifesti da diffondere in tutto il paese recanti un rotondo “no alla dollarizzazione”. L’FMLN cercava inoltre di premere sulla Corte Suprema di Giustizia perché dichiarasse anticostituzionale la citata legge ed esigesse la sua deroga. Mai come in quel momento apparivano unite le tendenze interne all’FMLN. Far fronte comune contro la dollarizzazione aveva fatto il “miracolo”. Veniva così messa in piedi una struttura simile a quella utilizzata in campagna elettorale, questa volta formata da rappresentanti delle due diverse tendenze, con un accordo pieno sugli obiettivi e sui metodi di lotta.
Durante la prima settimana di gennaio, la confusione e le proteste avevano unito la maggioranza dei salvadoregni. E la distanza tra la propaganda governativa e il malessere popolare aumentava. Mentre il presidente della Repubblica e la sua squadra economica esprimevano pubblicamente la loro soddisfazione per il successo - a loro dire - dell’avvio di una nuova vita economica sotto la bandiera del dollaro, le proteste civiche di rifiuto del dollaro, tanto organizzate come spontanee, si facevano sentire ovunque, specialmente nei mercati e nei municipi governati dall’FMLN. Gli osservatori più seri del paese bollavano la dollarizzazione come una misura totalmente sbagliata, così come ingannevole la procedura utilizzata da governo per falar approvare dalla Assemblea Legislativa.
La nuova legge economica, che paradossalmente il governo aveva definito di “integrazione”, polarizzava invece il paese, approfondendo le divisioni nella già assai divisa società salvadoregna.
La società salvadoregna era, dunque, già scossa e convulsa quando il terremoto del 13 gennaio ha devastato il territorio nazionale. Tuttavia, quel colpo mortale alla già dura esistenza di migliaia di famiglie significava una parentesi di respiro per il governo, preoccupato per le crescenti proteste contro la dollarizzazione.
Il terremoto ha sorpreso i diversi settori della società civile e l’FMLN che si preparavano per la manifestazione nazionale, all’insegna di “Difendiamo il colón! Stop alla dollarizzazione!”. Il sisma ha ovviamente cambiato le agende di tutti gli organismi, governativi e non, e l’anniversario degli accordi di pace ha trovato gli oppositori al governo impegnati in azioni di emergenza e soccorso della popolazione sinistrata.
Dalla convulsione sociale alla scossa di terremotoIl terremoto del 13 gennaio è ritenuto uno dei più forti da cent’anni a questa parte, non solo per la sua magnitudo (7,6 gradi della scala Richter), ma perché l’estensione della sua scossa non ha paragone nella storia del Salvador, secondo gli esperti. Il terremoto ha messo a nudo tutta la vulnerabilità che affligge il paese. Il numero ufficiale dei morti è di 827. Un mese dopo la tragedia, il numero di persone scomparse e rimaste sepolte non era ancora noto e il governo non riesce a mettersi d’accordo sulle cifre. I sinistrati superano il milione di persone. Le case danneggiate e distrutte sono circa 150 mila. Anche se i danni si contano in due terzi del territorio nazionale, è stata la costa del Pacifico a patire di più, in particolare le zone rurali dei dipartimenti di Usulután, La Paz e La Libertad. Il maggior numero di vittime mortali si è concentrato a Las Colinas, Santa Tecla, dove la montagna sovrastante è franata su un centro residenziale di classe media, costruito di recente, seppellendo centinaia di persone.
Molte vulnerabilità accumulateIl terremoto del 13 gennaio ha ricordato a tutti la fragilità del paese e ha mostrato le diverse facce della sua vulnerabilità. In primo luogo, la sua enorme vulnerabilità fisica. La maggioranza dei principali centri abitativi del Salvador sorge in zone altamente sismiche, il che significa, in qualsiasi condizione, un rischio enorme. A ciò si somma la fragilità delle case costruite in quelle zone. L’impoverimento obbliga la gente a costruire con adobe y bahareque (mattoni di fango seccati al sole, intrecciati a canne o altro legname di piccolo spessore e, quindi, di scarsa resistenza ai movimenti tellurici, ndr). Si tratta, perlopiù, di case vecchie, i cui materiali sono resi ancor più fragili dal tempo. La stragrande maggioranza delle abitazioni distrutte dal terremoto erano case rurali di adobe e bahareque che in non pochi luoghi erano già state interessate da altri sismi, come nel caso del dipartimento di Usulután.
A questa vulnerabilità fisica, si aggiunge quella ambientale. Non solo la fragile stabilità dei suoli di montagna e vulcani, ma l’insostenibile forma di utilizzazione delle risorse naturali: deforestazione, erosione e inadeguata costruzione di infrastrutture. Oltre tutto ciò, c’è la vulnerabilità economica e sociale, che ha a che vedere con le scelte del governo e con la stessa società civile che, invece di prevenire, spesso preferisce lamentarsi a posteriori.
L’accumulazione di questi fattori conferma che le conseguenze di un fenomeno come un terremoto non possono ritenersi “naturali”. Al rischio sismico che caratterizza El Salvador, si aggiungono altri rischi che portano a riflettere sulla “vulnerabilità strutturale” in tutto il paese. Definire “disastro naturale” il terremoto del 13 gennaio non è solo un’irresponsabilità nel presente, ma una dichiarazione di impotenza per il futuro:
presuppone l’accettazione fatale che non può esistere prevenzione possibile di fronte ad alcun fenomeno naturale e che l’unica cosa che si può fare è dare risposte di emergenza e fare qualche sforzo per riabilitare e ricostruire ciò che è andato distrutto.
San Salvador: record tragicoSecondo studi realizzati nel 1996 dal Programma Salvadoregno di Ricerca sullo Sviluppo e l’Ambiente, San Salvador è la città del continente americano che più volte è stata colpita da terremoti. Il primo di cui si ha notizia avvenne nel 1575, trent’anni dopo la fondazione della città nell’attuale sito. Negli ultimi tre secoli, San Salvador è stata severamente danneggiata 14 volte. Secondo l’ingegnere Julián Bommer nel 1996, di quei 14 terremoti distruttivi, 9 hanno avuto origine nella catena vulcanica su sui sorge San Salvador, mentre 5 hanno avuto epicentro nella fossa dell’oceano Pacifico che corre parallela alla costa centroamericana ad una cinquantina di chilometri dalla terraferma (se l’espressione non causa involontaria ironia...).  Nel 1996, si è giunti alla conclusione che queste caratteristiche sismiche, insieme alla crescente vulnerabilità prodotta dall’accelerato e disordinato processo di urbanizzazione, provocheranno danni umani ed economici sempre più elevati. L’esposizione al pericolo naturale del Salvador e, particolarmente, della capitale, non può essere evitata: ciò che l’azione umana, sì, può fare è elevare la resistenza delle strutture soggette a tali sismi.
L’insultante ottimismo del governoDopo aver avuto un’idea delle dimensioni della tragedia, il ministro dell’Economia, Miguel Lacayo, ha dichiarato che le prospettive di crescita economica di un 4% previste per il 2001 non subiranno variazioni, nonostante il terremoto abbia causato perdite superiori al miliardo di dollari, secondo cifre ufficiali. «Il terremoto non avrà un impatto negativo sull’economia, quanto sull’indebitamento che dovremo affrontare per importare ciò di cui avremo più bisogno», ha sostenuto il ministro, uno degli “architetti” del governo della dollarizzazione. In tal modo, di fronte al disastro del 13 gennaio, il governo ha mantenuto lo stesso atteggiamento di sospettoso ottimismo osservato fin dall’imposizione della dollarizzazione.
Due giorni dopo il sisma, di fronte al dolore di tanta gente che cercava fra le macerie i propri cari sepolti, il presidente Flores ha sostenuto che il “peggio era passato”. In realtà, cos’è “peggio” per il governo? Di quale crescita economica, per chi e a scapito di chi, parla il ministro? Le sue dichiarazioni sembrano confermare la tendenza del modello economico vigente in cui, accada quel che accada, i poveri e le loro tragedie non esistono mentre solo esistono le cifre macroeconomiche previste dal grande capitale nazionale e internazionale. Per la macroeconomia globale, le calamità della gente non sono altro che episodi di fronte ai quali si può girare al largo, lasciando cadere appena una elemosina debitamente pubblicizzata.
Dollarizzazione e terremoto: due disastri similiAlcuni giorni dopo il disastro è circolato nel paese un volantino in cui si comparavano, ironicamente e crudamente, gli effetti della dollarizzazione a quelli del terremoto. Entrambi i fenomeni sono giunti di sorpresa, fatale, senza preavviso e senza discussione. Entrambi hanno colpito fortemente i poveri e i più deboli, perché per i ricchi e i potenti è successo poco niente. Entrambi hanno suscitato panico ed incertezza fra la maggioranza della gente e l’unica cosa sicura è che entrambi aumentaranno per ricchi e poveri ciò che già avevano: soldi per i ricchi e fame per i poveri. Entrambi hanno significato per El Salvador un ingresso doloroso nel nuovo secolo. Entrambi hanno fatto parlare del Salvador in tutto il mondo per alcuni giorni. Entrambi, però, hanno lasciato sempre più il futuro in mane straniere. Entrambi hanno distrutto per la maggioranza della popolazione uno stile di vita e una cultura noti, proiettandola verso un futuro incerto e sconosciuto, mentre la maggioranza di salvadoregni avrebbe preferito fare a meno della dollarizzazione, oltreché del terremoto, ovviamente. Entrambi hanno mostrato un presidente della Repubblica assumere un ruolo prepotente. Entrambi hanno suscitato da subito casi di corruzione e abusi. Entrambi hanno trovato il paese impreparato a far fronte alle conseguenze. Entrambi hanno evidenziato come i partiti cerchino di approfittare della situazione, mirando più ai propri interessi che ai progetti della gente. Entrambi hanno lasciato intravedere altri problemi seri e fondamentali, per i quali non sembra ci sia la volontà di affrontarli e, molto meno, risolverli.
La tragedia nella Cordigliera El BálsamoLa morte di centinaia di persone a Las Colinas, dove a causa del sisma parte della montagna La Gloria nella cordigliera El Bálsamo, a poca distanza dal centro urbano di Santa Tecla, ha riportato alla memoria dei legislatori la discussione sulla necessità di proteggere quella zona montagnosa. La Commissione Ambiente della Assemblea Legislativa ha, così, ripreso in mano la documentazione sul caso che giaceva negli archivi della Assemblea dal 1999. All’inizio di quell’anno, la Commissione aveva inviato a votazione un decreto per dichiarare “zona protetta” tutta la cordigliera. Ma il dettato era stato ritirato dal dibattito assembleare, con 48 voti favorevoli su 84.
Il 22 gennaio, una settimana dopo il terremoto, l’FMLN ha riproposto nuovamente la questione alla discussione, con l’intenzione, una volta protetta la cordigliera, di vietare ogni ulteriore urbanizzazione ed evitare così tragedie come quella del 13 gennaio. Una delle superstiti de Las Colinas, dopo essere stata estratta viva dalle macerie, ha dichiarato: «Noi avevamo protestato perché non si continuasse a costruire lì e ora guardate i risultati».
Un altro vicino, dopo aver visto morire la propria famiglia e 40 operai che quel giorno lavoravano alla costruzione di un altro centro residenziale sopra Las Colinas, ha ricordato con rabbia e dolore le diverse occasioni in cui avevano avvisato l’impresa costruttrice perché interrompesse i lavori: «Avevamo detto loro che stavano rendendo instabile il terreno, ma non ci hanno fatto caso e adesso sono lì quei poveri lavoratori, schiacciati, morti, vittime dell’ambizione delle compagnie costruttrici e del governo che le protegge».
Un altro dei superstiti di Las Colinas, dopo aver dato sepoltura alla moglie e ad una delle sue figlie, ha dichiarato ai mass-media: «Spero che questa tragedia serva a qualcosa, affinché il governo presti più attenzione. Come abitanti della quartiere, abbiamo più volte denunciato il danno che stavano arrecando alla montagna le costruzioni che si facevano nella parte alta. Sopra, c’erano cinque residenze, ognuna con la sua piscina. Erano state costruite anche molte strade di accesso e circa un anno fa si erano sentite esplosioni. Tutto ciò ha via via smosso il terreno e noi l’abbiamo denunciato più volte, ma non ci hanno fatto caso». Un altro vicino ha dichiarato che nelle costruzioni di sopra avevano usato dinamite: «Spero che per lo meno indaghino e stabiliscano le responsabilità».
L’ambientalista Ricardo Navarro, presidente del Centro di Tecnologia Appropriata (CESTA) ha rimarcato come il governo e gli imprenditori privati si resistano a trarre lezioni da questa tragedia, ricordando come molti anni addietro fossero stati avvertiti dei pericoli derivanti dal voleree costruire sulla cordigliera El Bálsamo, precisamente nella zona dove in gennaio è avvenuto il disastro: in una delle strade rimaste oggi sepolte, ha aggiunto Navarro, fu organizzata anche una manifestazione di protesta. Nonostante i tanti avvertimenti, ha concluso Navarro, ha potuto più la bramosia di costruttori e politici.
Dolore e solidarietà si accompagnanoNel dolore, la solidarietà è stata un fattore decisivo per ricuperare certa calma, speranza e voglia di continuare a vivere. Dallo stesso momento della tragedia, centinaia di volontari si sono mobilitati verso i luoghi di maggiore devastazione. Hanno salvato persone, assistito feriti, portato alimenti cotti ai sinistrati. Dolore e solidarietà erano tutt’uno. In zone emarginate come La Chacra, ad est di San Salvador, la gente ha organizzato spontaneamente comitati di emergenza per assistere i sinistrati. Una settimana dopo il terremoto, la locale parrocchia si era gemellata con un’altra di San Agustín, Usulután, dove il 100% delle case e delle infrastrutture era andato distrutto: pur tra poveri, le due comunità hanno condiviso le poche risorse disponibili e brigate di volontari.
Mentre la gente si mobilitava solidariamente, dal Comitato di Emergenza Nazionale (COEN) arrivavano notevoli segnali di inefficienza e improvvisazione. La mancanza di personale e di attrezzature per i soccorsi venivano allo scoperto. Il primo e fondamentale aiuto alle vittime de Las Colinas, nelle prime ore e nei primi giorni, è venuto dall’organizzazione spontanea dei familiari delle vittime e di gruppi di volontari. Nonostante le risorse a disposizione, l’organizzazione centralistica e verticistica del Comitato è stata incapace di prestare un aiuto che risultasse efficace.
Inefficienza, retorica e poca partecipazioneIn un primo momento, il governo ha reagito al disastro, appoggiandosi alla grande impresa privata. Ha organizzato la Commissione Nazionale di Solidarietà (CONASOL), formata solo da rappresentanti della banca, dirigenti imprenditoriali e politici di ARENA, con la totale esclusione di altri settori sociali e politici, mentre esprimeva una solidarietà retorica con le vittime e si manteneva sulla difensiva di fronte alle critiche e ai suggerimenti di gruppi e settori non integranti il COEN e la CONASOL.
Dieci giorni dopo il terremoto, di fronte all’evidente fallimento del COEN e della CONASOL e, soprattutto, di fronte alle critiche e alle pressioni, il governo ha cambiato idea: dall’ignorare olimpicamente i sindaci, ha proposto il decentramento degli aiuti, da consegnare alle municipalità, legando però di fatto le mani ai sindaci: con lusso di propaganda, il presidente Flores ha annunciato il finanziamento di 1.500 colones per ogni famiglia dei 98 municipi più colpiti dal sisma, immaginando un piano di versamenti rateali in ragione della collaborazione di tali famiglie alla rimozione delle macerie delle proprie case. A consegnare i soldi ci avrebbero pensato i sindaci, che al solito però Flores si è ben guardato dal consultare previamente. Com’era da aspettarsi, i sindaci hanno respinto l’idea, argomentando che qualsiasi programma di emergenza e assistenza debba vedere la piena partecipazione degli stessi alla elaborazione, perché si possano vincolare con i futuri processi di ricostruzione e perché i programmi accompagnati da tanta propaganda, invece di rispondere all’emergenza, contribuiscono ad esacerbare gli animi dei sinistrati.
ONG: disordine e mancanza di coordinamentoAnche la risposta delle ONG nazionali è stata caratterizzata da disordine e assenza di coordinazione. Fin dal primo momento, diversi organismi hanno cominciato a stabilire luoghi di raccolta, a creare strutture di servizio ai sinistrati, ad elaborare i propri censimenti, a consegnare aiuti molte volte senza una minima struttura organizzativa e, spesso, senza alcun legame con gli stessi sinistrati. Tali risposte, che hanno alleviato momentaneamente la necessità di alimenti, coperte, medicine e tetti di emergenza, hanno tuttavia, contribuito al disordine e alla mentalità assistenzialistica e clientelare di molti sinistrati, ostacolando processi organizzativi nelle comunità.
Sul piano internazionale, i primi a rispondere all’emergenza sono stati i messicani, con l’invio di squadre specializzate di soccorso. Quindi, è seguito l’aiuto di vari governi che hanno inviato anche delegazioni di alto livello. Parte di tali aiuti è stata condizionata da alcuni settori che hanno inteso politicizzarli. A fine gennaio, il governo e il partito ARENA hanno criticato la consegna di 65 mila dollari da parte dell’ambasciatore spagnolo all’FMLN, perché questo partito li facesse arrivare ai sinistrati attraverso un organismo creato ad hoc. I conflitti all’interno dell’FMLN sono scoppiati dopo la decisione di Facundo Guardado – ex coordinatore e principale esponente della corrente di rinnovamento del partito di sinistra – di integrare una commissione di alto livello, guidata dalla ministra degli Esteri, per volare a Madrid e ringraziare il governo spagnolo per la sua solidarietà e presentare il nuovo programma di emergenza – assistenza ai sinistrati e riabilitazione dell’infrastruttura – che il governo ha intenzione di varare nei prossimi mesi.
Risposte centroamericane dal bassoQuattro giorni dopo il terremoto, un container e tre camion sono giunti al centro di raccolta creato dalla Rete Ignaziana di Emergenza, creata dalle diverse istituzioni gesuitiche del Salvador per far fronte all’emergenza. I veicoli erano carichi di alimenti, vestiti, materassi e tante altre cose inviate ai poveri salvadoregni dai poveri honduregni del dipartimento del Progreso, gente che due anni fa ha sofferto la furia dell’uragano Mitch.
Giorni dopo, è arrivata a San Salvador una brigata di 28 fra contadini e contadine, provenienti dalla parrocchia di Tocoa, nel dipartimento di Aguán, in Honduras. Venivano a rimuovere le macerie, accompagnati da un camion carico di alimenti per i sinistrati. Contadini honduregni e salvadoregni, sinistrati di San Agustín, Usulután, hanno suggellato con un gemellaggio la solidarietà fra poveri nell’ora del dolore e dell’aiuto mutuo. La comunità di Primavera del Ixcán, nel nord del Quiché, Guatemala, formata da indigeni protagonisti delle ex Comunità di Popolazioni in Resistenza (CPR), non appena ascoltata la notizia del disastro nel Salvador, hanno riunito il poco mais che avevano,  lanciando in tal senso un appello alle altre comunità vicine, e lo hanno portato nel Salvador, consegnandolo direttamente ai sinistrati.
Seconda fase: meno centralismoIl 2 febbraio, il presidente Flores ha presentato ai diversi settori del paese e al corpo diplomatico una proposta per far fronte all’emergenza con investimenti per un miliardo di colones destinati alla costruzione di un tetto provvisorio per 200 mila famiglie, al ricupero dell’infrastruttura strategica, alla diminuzione dei rischi in zone di alta pericolosità e a programmi di occupazione che favoriscano la ripresa economica delle comunità più colpite dal sisma; tutto ciò, con l’obiettivo di far presto e prevenire i danni che può causare in aprile l’arrivo della stagione delle piogge.
Con questa proposta, il governo intende promuovere uno schema distinto a quello centralistico e verticistico sperimentato all’inizio dell’emergenza. Per questa seconda fase, il governo propone un modello decentrato basato sul protagonismo delle municipalità.
Tuttavia, per il capogruppo parlamentare dell’FMLN nell’assemblea legislativa, Salvador Sánchez Cerén, la proposta manca di una strategia di sviluppo per il paese, che vada aldilà dell’emergenza e tenga conto delle proposte dei diversi settori della società e non solo dei grandi imprenditori e politici.
Non ci sono dubbi che la principale contraddizione emersa nelle prime settimane sia stata quella che ha opposto il governo centrale alle municipalità. Nei fatti, il conflitto fra gli 84 sindaci dell’FMLN e il governo centrale scoppiato a seguito della decisione di dollarizzare l’economia si è riproposto nello scenario causato dal terremoto. Dopo aver commesso l’errore di voler rispondere ad una così vasta emergenza contando solo su un ristretto circolo di persone legate ad ARENA e all’impresa privata, centralizzando aiuti e decisioni, il presidente ha dovuto riconoscere di non avere altro cammino che quello di basarsi sui sindaci. Tuttavia, ciò appare in salita dal momento che difficilmente si otterrà una piena intesa tra punti di vista così diversi sul futuro del paese e sulla partecipazione civica, come quelli del presidente e della sua squadra, e quella che cominciano ad avere i sindaci dell’FMLN.
Proposta dei sindaciI sindaci, riuniti nella Corporazione di Municipalità della Repubblica del Salvador (COMURES) hanno reso noto il 3 febbraio una proposta di linee guida per la ricostruzione e lo Sviluppo Locale Integrale delle zone colpite dal terremoto. In essa, propongono di creare una istanza nazionale, composta da rappresentanti del governo centrale, dei governi municipali, delle chiese, della impresa privata, delle ONG e della Commissione Nazionale di Sviluppo, e che abbia una visione integratrice e includente.
I sindaci propongono di organizzare gli attuali – e poco funzionali – comitati di emergenza municipale, trasformandoli in Comitati di Ricostruzione e Sviluppo Municipale, con un’ampia partecipazione dei soggetti coinvolti. Propongono anche, a breve termine, che tale istanza nazionale definisca un piano integrale di Ricostruzione e Sviluppo Locale, da presentare a livello nazionale per dare inizio al più presto alle gestioni per il suo finanziamento e la cooperazione tecnica. Tale piano dovrà basarsi sul decentramento e sull’ ammodernamento dello Stato, nonché sulla promozione dell’autonomia e dell’istituzionalità municipale e locale.
COMURES propone per la ricostruzione progetti abitativi realizzati con ampia partecipazione municipale e appoggio governativo, basati su principi di solidarietà e sostenibilità, che diano una casa dignitosa fornita di servizi di base intorno. Perché il decentramento sia possibile, si propone una assistenza tecnica specifica e intensiva per rafforzare le capacità locali, che va dal riorientamento dei piani di sviluppo locale all’amministrazione e alla realizzazione da parte delle infrastrutture coinvolte.
Oltre ad auspicare per la ricostruzione una azione di monitoraggio e un maggiore coordinamento interistituzionale a livello nazionale, dipartimentale e municipale, la COMURES propone siano garantite sul piano giuridico quelle istanze ancora non riconosciute, con regole di partecipazione e azione chiare, così come la creazione di un fondo nazionale di ricostruzione e sviluppo, che valorizzi le capacità e procedure esistenti fra governo nazionale e municipalità, sfruttando al massimo i vantaggi derivanti dalla flessibilità amministrativa ed esecutiva a livello locale, rafforzando l’istituzionalità esistente e dando risposte efficienti ed opportune. Simultaneamente a queste proposte, si dovrà varare una legge di riordinamento territoriale che sia equilibrata sul piano sociale, economico e ambientale e che risponda alla logica di ammordenamento dello Stato.
Più poveri, più dispersi, più disugualiAltri settori della società civile propongono che il punto di partenza sia una presa di coscienza collettiva sulla realtà che questo terremoto ha lasciato in eredità al paese più povero, più diviso, più disuguale e più disperso. A partire da ciò, almeno per una fase della ricostruzione, il raggiungimento dei livelli di reddito pro capite precedenti il terremoto, appare un obiettivo per niente disprezzabile. Simultaneamente, si sottolinea l’importanza di prestare attenzione al problema della disuguaglianza. Perché un paese povero, se vuole svilupparsi con giustizia ed equità, non può mantenere differenze così esorbitanti fra i settori più abbienti e quelli più poveri, come accade nel Salvador. Per questo, la ricostruzione del paese non può significare solo la realizzazione di programmi che riportino il paese alla situazione in cui si trovava prima del terremoto. Si deve pensare ad una ricostruzione del paese con maggiore giustizia. Puntare esclusivamente alla crescita economica, come dichiarato dal ministro dell’Economia che assicura una crescita del 4%, significa favorire i più ricchi perché capitalizzino la tragedia e i frutti della crescita economica. Il paese necessita di un’altra prospettiva, di immaginazione e creatività, perché già prima del terremoto era povero e le politiche allora seguite erano irresponsabili ed escludenti.
Una rivoluzione che aspettaLa ricostruzione del Salvador richiede una ricostruzione morale e dalla base perché le istituzioni funzionino. Molte responsabilità nei disastri causati dal terremoto – è il caso di Las Colinas – rimandano alla corruzione e all’impunità in cui vivono e agiscono non pochi funzionari pubblici e al lento o quasi inesistente funzionamento delle istituzioni dello Stato di diritto. La moralità e il funzionamento delle istituzioni devono andare di pari passo nel momento di definire i nuovi programmi. In definitiva, i progetti di ricostruzione che non tocchino la responsabilità umana e le istituzioni pubbliche potrebbero riportare alla situazione precedente il terremoto, con le stesse dinamiche di corruzione e di immoralità che contribuiranno a nuovi disastri umani e sociali.
La maggioranza della popolazione salvadoregna e centroamericana sopravvive alle intemperie e in stato di permanente vulnerabilità. Non esiste altro cammino verso il futuro che apprendere a prevenire i fenomeni naturali. Di fronte a questa sfida, la ricostruzione deve fare i conti con la frammentazione della società. Disastri come quello del 13 gennaio – e quello di un mese dopo, ndr – devono farci aprire gli occhi. In Centroamerica, è necessario riunire le forze disperse: l’impegno degli Stati con quello della società civile, dell’impresa privata e della comunità internazionale, se si vogliono porre le basi per un sviluppo che riduca la distanza immorale e inumana fra la ricchezza di pochi e le disgrazie di molti. Questa è la rivoluzione pacifica ed audace che le eroiche e stanche società centroamericane devono ancora fare.
La partecipazione della società civile a questa “rivoluzione” non deve essere retorica, né affidata ai suoi dirigenti. Fin dall’inizio, vanno coinvolti i destinatari di qualsiasi programma di ricostruzione. Ma, solo una partecipazione autonoma ed indipendente potrà assicurare un vero dialogo fra società civile, partiti, impresa privata e governo.
Il dramma provocato dal terremoto nel Salvador è la dolorosa espressione del disastro strutturale di una società che non ha saputo costruirsi su basi di equità, giustizia e partecipazione. Ma, è un disastro che potrebbe convertirsi in una opportunità perché la società civile assuma quel ruolo guida che mai ha avuto, che mai le è stato permesso, quello che potrebbe cambiare le cose.