«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NICARAGUA / Gerarchia cattolica e governo ai ferri corti

L’altra grande novità – e mina vagante – nel panorama politico nicaraguense è rappresentata dalle crescenti tensioni fra gerarchia cattolica e l’attuale governo. Forse, è utile un breve inquadramento storico in tal senso.

Di Marco Cantarelli.

Anni fa, ci diceva Frei Betto, il teologo brasiliano: quando la borghesia era somozista, anche i vescovi erano somozisti; quando (parte almeno) della borghesia si schierò contro Somoza, anche qualche prelato la seguì, Miguel Obando y Bravo, arcivescovo di Managua in testa; quando la borghesia ruppe con la rivoluzione sandinista, anche la gerarchia non fu da meno...
Di più: negli anni Ottanta, fu proprio intorno ai pulpiti, a molti anche se non a tutti, che l’opposizione antisandinista si coagulò. In un sistema politico annullato da mezzo secolo di dittatura ed appena incipiente nel clima rivoluzionario di quegli anni, le chiese offrirono a tutta una serie di partiti spesso privi di reale base di consenso un luogo dove “contarsi”. Ma fu chiaro allora come, in politica, la gerarchia cattolica ‘giocasse in proprio’, senza delegare la propria rappresentanza ad altri, per esempio ad un partito socialcristiano che pure esisteva.
In quel contesto, Obando y Bravo fu molto più di un simbolo: nei fatti fu il vero leader politico dell’opposizione. Prezioso alleato della politica reaganiana, riuscì a convincere più di qualcuno in Vaticano che al Nicaragua si applicassero schemi intepretativi, con tutto quel che ne consegue, già sperimentati in vari paesi dell’Est europeo. Tuttavia, il Nicaragua non era la Polonia e gli effetti di quell’abbaglio furono evidenti nella tesissima visita papale del marzo 1983.
Quando i rapporti fra gerarchia cattolica e governo rivoluzionario sembrarono sul punto di precipitare, il papa nominò Obando y Bravo cardinale, lanciando così un chiaro messaggio alla dirigenza sandinista che, peraltro, in materia di rapporti con le autorità ecclesiastiche commise più d’un passo falso.
Dalla sconfitta elettorale sandinista del 1990, Obando y Bravo emerse come autorità morale e politica super partes, non nel senso di equidistanza e moderazione, ma con l’alone di chi era riuscito a passare indenne attraverso il somozismo, prima, e il sandinismo, poi, spuntandola anzi su quest’ultimo, considerato persino più pericoloso del primo, nonostante la massiccia partecipazione di cristiani alla rivoluzione.
In pratica, per Obando fu un trionfo. Ed allora anche Giovanni Paolo II volle tornare in quella terra che lo aveva maltrattato. Ad accoglierlo, stavolta, con fare materno al punto da prendere per mano il pontefice, una donna diventata, forse suo malgrado, presidente della Repubblica, Violeta Barrios de Chamorro, tutto un simbolo di riconciliazione: vedova del direttore del più importante quotidiano del Paese fatto uccidere da Somoza, quattro figli, di cui due schierati con la rivoluzione e due contro...
Tuttavia, i rapporti fra la gerarchia cattolica e il governo della cattolicissima doña Violeta, pur buoni a livello formale, non furono certo entusiastici sugli altri piani. Soprattutto, Obando mal digeriva che a governare di fatto fosse il genero di Violeta Barrios, Antonio Lacayo, esponente di una delle famiglie oligarchiche del paese, considerato troppo vicino ai sandinisti, con i quali aveva raggiunto un accordo di transizione che aveva emarginato le altre forze politiche della coalizione di destra uscita vincente dalle urne, per non dire del movimento armato dei contras.
Assai più vicino, Obando, si sentiva ad Arnoldo Alemán, allora astro nascente della destra nicaraguense, rientrata in patria dall’esilio dorato di Miami, affamata di vendette e affari: una figura populista, in cui si sintetizzano alcuni dei tratti peggiori di certa idiosincrasia nica – maschilismo, volgarità, voracità, corruttibilità...–, eppure, anzi forse proprio per questo, capace di interpretare umori profondi del “popolino” nicaraguense; l’unico leader politico della destra, poi, che potesse davvero contare su un partito di massa – il PLC –, da lui stesso forgiato; ambizioso senza nasconderlo, aspirante alla presidenza, ma che già dal suo incarico di sindaco della capitale era in grado di venire incontro a molte richieste, invero più terrene che spirituali, della Chiesa cattolica nicaraguense in quegli anni.
In questo senso, Obando e Alemán condividono una comune estrazione popolare, un sentimento di essere ‘venuti su dal niente’, giungendo ad occupare ruoli chiave nella storia moderna del Nicaragua; il tutto, condito in quella salsa nica, che li ha sempre portati a guardare con diffidenza sostanziale, ancorché a volte nascosta, alla tradizionale oligarchia del paese.
La quale, peraltro, si trova da tempo priva di sue figure rappresentative all’interno della gerarchia cattolica. Ciò perché, da un lato, alcuni dei migliori figli delle famiglie conservatrici – basti pensare ai fratelli Ernesto e Fernando Cardenal, monaco trappista il primo, gesuita il secondo – aderirono con convinzione al sandinismo in epoche non sospette, arrivando poi a ricoprire importanti incarichi nella rivoluzione – oggi, però, si sono ritirati dalla scena politica – ; dall’altro, perché Obando e gli altri vescovi hanno favorito la crescita di un clero locale, a volte di origini rurali umilissime, che – pare quasi un’ovvietà –  simpatizza assai di più per la ‘nuova destra’, nel cui processo di accumulazione a scapito della ‘cosa pubblica’ riflette anche le sue aspirazioni e ambizioni, piuttosto che per la ‘vecchia’ oligarchia, ricca ma egoista e sempre pronta ad ogni compromesso, anche con il ‘diavolo sandinista’ pur di restare al potere.
Nel fondo, era ed è una questione di classe, come ben aveva intuito Frei Betto.
Nei fatti, mai i rapporti fra governo e gerarchia cattolica furono più idilliaci come durante la presidenza di Arnoldo Alemán. Ed è proprio a quel periodo che si vorrebbe ‘d’oro’, ma che è stato uno dei più nefasti sul piano etico-politico per il futuro del Paese, che affonda le sue radici la crisi attuale fra governo Bolaños e gerarchia cattolica, Obando y Bravo in testa.
Fra i vari scandali che hanno portato alla defenestrazione di Alemán, alcuni vedono coinvolte anche istituzioni o personalità della Chiesa cattolica nicaraguense. Che l’immagine pubblica della Chiesa sia in tal senso notevolmente peggiorata, lo testimonierebbe un sondaggio condotto nel giugno scorso dall’Istituto IDESO dell’Università Centroamericana (UCA) di Managua: agli occhi dell’opinione pubblica nicaraguense, la Chiesa cattolica era seconda, quanto a corruzione, soltanto al parlamento, mentre il governo Bolaños, che aveva appena proclamato la lotta alla corruzione, godeva dei giudizi più favorevoli.
Del resto, che la gerarchia nel suo complesso – salvo poche lodevoli eccezioni – abbia accolto tiepidamente la campagna contro la corruzione lanciata dal nuovo governo, appare evidentemente da numerose prese di posizione, ufficiali e non, in cui sostanzialmente, aldilà delle retoriche condanne del fenomeno, il messaggio è sempre stato accompagnato da messe in guardia su presunte “manipolazioni” operate dei mass-media; da inviti a distinguere fra corrotti e corruttori, che tradiscono il tentativo di spingere l’opinione pubblica alla passività e alla rassegnazione; da esortazioni alla pietà e al perdono nei confronti di ministri e funzionari accusati di svariati reati, che somigliano tanto a richieste di ‘colpi di spugna’ ancor prima di celebrare i processi; da fosche previsioni di “caos istituzionale e politico” con conseguenze “drammatiche” per la nazione, qualora tutto ciò non si avverasse; da richiami alla “vera priorità” del Paese, che poi sarebbe la lotta la fame e alla disoccupazione, il che è facile interpretare come una sostanziale bocciatura della stessa campagna moralizzatrice. Tanto che qualche media locale, di orientamento peraltro moderato, si è chiesto se la Chiesa cattolica abbia davvero voglia di far luce sugli scandali, che pure la coinvolgono...
Il principale di questi ha investito la Commissione di Promozione Sociale Arcidiocesana (COPROSA), di Managua. La quale è accusata, in sostanza, di aver frodato il fisco, in misura copiosa, approfittando del suo status di istituzione caritatevole della Chiesa cattolica. COPROSA, infatti, risulta aver importato nel Paese non solo beni primari per poveri bisognosi, ma anche di lusso, fra cui veicoli di grossa cilindrata, finiti chissà come nelle mani di privati, alcuni dei quali ben noti alle cronache di questi mesi. Tutto secondo la legge, sostiene la Commissione. Non proprio, ribattono – oggi – le autorità.
Considerata, ancora in epoca sandinista, un “ufficio dell’arcidiocesi” di Managua e, quindi, non bisognosa di personalità giuridica a se stante, in realtà COPROSA ha assunto un ruolo ancor più marcato e dimensioni sempre più grandi dopo la sconfitta elettorale dell’FSLN. Tanto che nel 1991, l’Assamblea Nazionale le concesse la personalità giuridica – che in Nicaragua debba essere il parlamento a occuparsi di tali procedure la dice lunga sui limiti democratici del suo sistema politico... –. Tuttavia, ciò supponeva prima, o comunque richiedeva dopo, un’iscrizione della stessa COPROSA come Organizzazione Non Governativa (ONG) presso il Ministero degli Interni, perché la stessa potesse usufruire delle esenzioni doganali e fiscali previste in tal caso. Il che, però, non è avvenuto. Anzi, le indagini hanno portato alla luce ‘coperture’ ad altissimo livello dello Stato nicaraguense che hanno fatto sì che COPROSA, in pratica, potesse importare ciò che le pareva, senza pagare un córdoba di imposte.
Nel settembre scorso, tale ente è stato riassorbito dalla Caritas nicaraguense. Sulla quale, però, nel frattempo è caduta un’altra ‘tegola’: a Jinotega, nel nord del paese, aiuti internazionali canalizzati attraverso questo organismo sono apparsi sui banchi del mercato... La reazione del nunzio apostolico, monsignor Paul Gobel, non si è fatta attendere: dopo aver affermato che «la lotta contro la corruzione implica lotta contro i corrotti», prendendo apertamente le distanze dalle posizioni fino ad allora assunte dalla Chiesa nicaraguense, ha aggiunto riguardo il caso specifico: «se si vendono le donazioni destinate ai poveri, si commette un duplice furto, perché si è sottratto quanto è stato donato e si ruba ai poveri, e rubare ai poveri è rubare a Dio».
Inoltre, COPROSA è risultata proprietaria delle frequenze su cui trasmetteva, dietro concessione gratuita, Radio La Poderosa, appartenente ad Alemán, il quale se ne serviva per attaccare il governo Bolaños. Ma, quando le autorità hanno chiuso l’emittente, per evidenti irregolarità, il cardinale Obando ha parlato di un «attacco alla libertà di espressione».
La reazione per la perdita di tali insostenibili privilegi testimonia come la gerarchia cattolica di Managua consideri se stessa al di sopra del ‘bene e del male’.
In questo quadro, a far precipitare i rapporti fra cardinale e presidente è un bizzarro ‘fatto’, o presunto tale; e a questo punto, è evidente, non importa se esso sia accaduto davvero: è come se lo fosse. Di nuovo, è utile un breve ripasso.
Nel febbraio del 2002, Obando y Bravo ha compiuto 75 anni, età alla quale i prelati devono dimettersi, secondo il diritto canonico. Diligentemente, l’arcivescovo di Managua ha presentato le sue dimissioni, persino con qualche mese di anticipo. È, tuttavia, prassi del Vaticano confermare i prelati – salvo qualche eccezione, ad esempio Samuel Ruiz in Chiapas... – nel loro incarico ancora per qualche tempo. E, difatti, il cardinale Obando è ancora al suo posto.
Tuttavia, ai primi di dicembre lo stesso Obando ha denunciato che Humberto Belli, già ministro dell’istruzione durante il governo Chamorro, esponente dell’Opus Dei con solide entrature in Vaticano e attuale direttore dell’Ave Maria College, un esclusivo centro scolastico nicaraguense, si sarebbe recato a Roma per perorare un più rapido ricambio al vertice  dell’arcidiocesi di Managua, caldeggiando inoltre alcuni nomi come possibili sostituti. Motivo: la posizione del cardinale di sostanziale dissenso dalla campagna contro la corruzione condotta dal presidente Bolaños, evidente nella difesa di Alemán e dei suoi fedelissimi, starebbe nuocendo gravemente alla Chiesa cattolica stessa, agevolando indirettamente anche la crescita del movimento evangelico.
Dal canto suo, Belli conferma di essere volato a Roma ai primi di ottobre, in occasione della canonizzazione di José María Escrivá de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei, di avere avuto pure incontri in Vaticano, dove conserva molti amici essendo stato membro di due commissioni pontifice, ma di non aver fatto pressioni per accelerare la sostituzione di Obando.
Da parte sua, anche il presidente Bolaños ha smentito con forza ogni suo coinvolgimento nel presunto “complotto”. Tuttavia, un grande freddo è calato sui rapporti fra la gerarchia cattolica più vicina al cardinale Obando e la presidenza della Repubblica. Tanto che nessun rappresentante della Conferenza episcopale nicaraguense ha partecipato alla messa di ringraziamento nell’anniversario della vittoria elettorale di Bolaños, al fianco del quale la gerarchia si era comunque schierata contro Daniel Ortega. Ciò, mentre monsignor Bosco Vivas, vescovo di León, seconda città del Paese, pubblicamente contrapponeva «i rapporti fraterni» intrattenuti con il governo Alemán a quelli più semplicemente «rispettosi» osservati con l’attuale.
In sostanza, nella corsa per la successione alla guida dell’arcidiocesi di Managua, due sarebbero gli schieramenti che si fronteggiano, ciascuno con una rosa di nomi.
“Candidati” vicini ad Obando y Bravo sarebbero Abelardo Mata, vescovo di Estelí; il citato Bosco Vivas e Leopoldo Brenes, vescovo di Matagalpa, tutti provenienti dal clero di Managua.
“Candidati”, invece, per lo schieramento critico nei confronti di Obando, pur su posizioni anche diverse fra loro, sarebbero Bernardo Hombach, vescovo di Juigalpa, molto stimato nel paese ma con lo ‘inconveniente’ (in Nicaragua) di essere di origini tedesche; Miguel Mantica, parroco di Ciudad Sandino, popoloso quartiere alle porte della capitale, esponente del movimento neocatecumenale, con studi all’estero, figlio del noto imprenditore Felipe Mantica e fratello di Miguel, esponente di Conciencia Nacional, organizzazione che appoggia Bolaños; infine, Ruy Montealegre Callejas, parroco di Chinandega, conservatore sul piano teologico, ma con certa sensibilità sociale, anch’egli formatosi all’estero, appartenente ad una famiglia della borghesia antisomozista, con qualche familiare pure nelle fila sandiniste, fratello dell’ex capo della Polizia nazionale, Franco Montealegre, e cugino dell’attuale ministro delle Finanze, Eduardo Montealegre.
Quanto basta per far dire al vescovo Mata che ad attaccare Obando sarebbe un gruppo minoritario, espressione di un «capitalismo selvaggio che si interessa solo dei propri affari, non del popolo del Nicaragua», mentre monsignor Jorge Solorzano, ausiliare di Managua, denuncia il tentativo di imporre «vescovi dell’aristocrazia».
Ed ecco, così, riaffiorare lo scontro che “da sempre” oppone in Nicaragua liberali (di destra) a conservatori (idem), salvo qualche parentesi storica: Sandino negli anni Trenta e il Fronte Sandinista negli anni Ottanta del secolo scorso.

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