«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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GUATEMALA / Vigilia elettorale di violenza

Il 9 Novembre, si vota per eleggere il nuovo presidente della Repubblica e il nuovo Congresso, il parlamento monocamerale. Finora, la campagna elettorale si è svolta all’insegna della violenza e della violazione persino delle norme costituzionali. La maggiore di quest’ultime è la candidatura incostituzionale di Efraín Ríos Montt, il dittatore che nei primi anni ‘80 fece “terra bruciata” nelle zone indigene del Paese. Altrettanto sconsolante il vuoto di programmi e proposte da parte di tutti i candidati.

Di Juan Hernández Pico, corrispondente dal Guatemala. Traduzione di Mario Ragazzi. Redazione di Marco Cantarelli.

La campagna elettorale in Guatemala è una delle più lunghe al mondo. Quest’anno, poi, si sta rivelando una delle più violente e vuote in quanto a programmi politici. La sua durata – oltre quattro mesi – implica una spesa esorbitante, sproporzionata alle dimensioni del paese, alla sua popolazione e alla scarsità di idee. La violenza della campagna – ai primi di Ottobre, più di 20 attivisti politici impunemente assassinati – ha radici profonde e nefaste, che è necessario tornare a mettere in luce. Il vuoto di programmi e dibattito sulle cose concrete, e il concentrarsi sulle immagini e sui personaggi rende molto difficile la partecipazione responsabile ed il voto cosciente, reclamati più che mai dalle organizzazioni laiche e religiose della società civile.
Una candidatura che offendeLa peggiore violenza commessa in questa campagna elettorale colpisce la memoria e la dignità delle vittime del conflitto armato interno ed i suoi sopravvissuti: è la candidatura presidenziale del generale Efraín Ríos Montt. Non ci interessa tanto mettere in cattiva luce  un candidato per i suoi difetti personali, quanto collocare la sua candidatura nella prospettiva di un recupero della memoria storica in Guatemala.
La Commissione di Chiarificazione Storica (Comisión de Esclarecimiento Histórico, CEH), creata dagli Accordi di pace, nacque sulla base della proibizione di attribuire a persone concrete «le violazioni ai diritti umani e i fatti di violenza che hanno causato sofferenza alla popolazione guatemalteca, legati al conflitto armato». Tuttavia, la CEH ha trovato un modo intelligente, necessariamente ridotto, di aggirare l’impedimento di “individuare responsabilità” quando si tratta dei più alti responsabili di crimini di lesa umanità. Esso è consistito nel collocare le atrocità commesse all’interno di periodi di tempo chiaramente delimitati. In questo modo, si è interrotto l’anonimato di coloro che potevano restare nascosti nei lunghi 36 anni di conflitto.
In uno dei paragrafi più incisivi delle conclusioni del suo rapporto Memoria del Silencio, il 126°, la CEH afferma: «Dalle violazioni dei diritti umani e dalle infrazioni del Diritto internazionale umanitario commesse si deriva una ineludibile responsabilità dello Stato del Guatemala. Lo Stato Maggiore della Difesa Nazionale fu, all’interno dell’Esercito, la massima istituzione responsabile di queste violazioni. Indipendentemente, dalle diverse persone che occuparono questi incarichi, esiste una responsabilità politica dei successivi governi. Per questo, devono essere soggetti allo stesso criterio di responsabilità il Presidente della Repubblica, come Comandante generale dell’Esercito e il Ministro della Difesa Nazionale, considerando che l’elaborazione degli obbiettivi nazionali, in conformità con la Dottrina della Sicurezza Nazionale, venne realizzata al più alto livello del Governo».
Negli anni di Ríos MonttRíos Montt fu Capo di Stato del Guatemala – non in quanto Presidente eletto, ma per aver partecipato al colpo di Stato del 23 Marzo 1982 – a partire da quella data fino all’8 Agosto 1983. Nel suo rapporto, la CEH stabilisce che, tra il 1981 e il 1983, almeno in quattro delle regioni analizzate, «agenti dello Stato del Guatemala commisero atti di genocidio contro gruppi di popolazione maya». Dimostra inoltre che «le violazioni dei diritti umani e i fatti di violenza attribuibili ad atti dello Stato si prolungarono nel tempo in forma persistente, con particolare gravità negli anni dal 1978 al 1984». Tra queste violazioni e fatti di violenza, la CEH enfatizza «le molteplici operazioni di terra bruciata» così come «di distruzione dei beni e dei lavori collettivi di semina e raccolto, una consegna precisa stabilita come obbiettivo specifico nel Piano della Campagna Fermezza 83-1 dell’Esercito».
Crudeltà e impunitàStiamo parlando, secondo la CEH, di «626 massacri attribuibili alle forze dello Stato», ovviamente non tutti nei 17 mesi di governo Ríos Montt. E stiamo parlando, in quei massacri, di «molteplici atti di ferocia» prima e dopo la morte delle vittime, che «costituirono non solo una crudeltà estrema nei confronti delle vittime, ma anche una aberrazione che degradò moralmente i responsabili e coloro che ispirarono, ordinarono o tollerarono queste azioni».
La CEH stabilisce anche che «le stime sul numero degli sfollati vanno da 500 mila fino a un milione e mezzo di persone nel periodo algido (1981-83)», cifra che comprende tanto gli sfollati interni quanto i rifugiati in altri Paesi.
Infine, la CEH afferma che «la scusa secondo cui i comandi subalterni agivano con un ampio margine di autonomia e decentralizzazione, che spiegherebbe perché si siano commessi “errori” o “eccessi” senza che venissero ordinati dai superiori, costituisce un argomento privo di fondamento».
E conclude che «il fatto notorio che nessun capo, ufficiale o comandante intermedio dell’Esercito o delle forze di sicurezza dello Stato sia stato processato né condannato per le sue azioni in violazione dei diritti umani durante tanti anni, rafforza le prove per cui la maggior parte di tali violazioni furono il risultato di una politica di ordine istituzionale che assicurò un’impunità impenetrabile».
Fiumi di sangueNel suo articolo 186, la Costituzione del Guatemala proibisce a chi abbia guidato un colpo di Stato, o abbia esercitato l’incarico di Capo di Stato durante un regime de facto, di candidarsi alla Presidenza della Repubblica.
La Corte Costituzionale ha deliberato a favore dell’iscrizione di Ríos Montt come candidato nonostante la giurisprudenza contraria, incostituzionalmente. Ancora più grave è che sia candidata alla Presidenza una persona con le mani sporche di tanto sangue. Che in Guatemala ci siano tanti fanatici sostenitori di Ríos Montt è un fatto terribile, conseguenza, in parte, del fatto che non pochi di questi seguaci parteciparono alle Pattuglie di Autodifesa Civile (Patrullas de Autodefensa Civil, PAC), coinvolte negli stessi crimini di lesa umanità che Ríos Montt ispirò, ordinò o almeno tollerò.
Come se non bastasse, la maggioranza degli altri dodici candidati presidenziali si accontentano col dire, nella loro campagna, che la iscrizione di Ríos Montt è incostituzionale ma politicamente buona perché così potranno sconfiggerlo alle urne e finirla con il suo mito una volta per tutte.
Solo il candidato della Unione Nazionale della Speranza (UNE), Alvaro Colom, sinora al secondo posto nei sondaggi, è solito affermare che votare per  Ríos Montt «è un’offesa contro Dio». Dimostrano maggiore lucidità i contadini maya achís di Rabinal che hanno impedito al generale di portare a termine la sua provocazione di inscenare un comizio politico nel bel mezzo dell’inumazione di centinaia di vittime dei massacri, lo scorso 14 Giugno.
Sono più lucide anche le donne maya multilingue dell’Ixcan che durante un comizio elettorale del generale a Playa Grande, il 24 Settembre, si sono avvicinate fino al palco con due grandi striscioni: il primo diceva: “Ríos (che in spagnolo significa fiumi, ndr) di sangue. No al genocidio nell’Ixcan!”; mentre l’altro recitava in mezzo alla sagoma di molte croci: “I morti non dimenticano”.
Le radici della violenzaEvidentemente, la violenza nell’attuale campagna elettorale non esce dal cilindro di qualche mago. Affonda le sue radici in un settore del popolo del Guatemala che non ha saldato il suo debito di sangue con la sua coscienza, né con i suoi compatrioti; nella cultura della paura che si annida tra noi come conseguenza della semina del terrore; negli interessi dei poteri occulti, tanto quelli che si nutrono del capitale criminoso, come di quelli che vogliono restaurare il militarismo; nei funzionari pubblici di alcune istituzioni che, per insensibilità, corruzione e familismo, si sono sottomessi al generale che le donne dell’Ixcan hanno soprannominato “Ríos di sangue”; e in una classe politica che rimase silenziosa quando si commettevano tutte le atrocità di cui parla il rapporto della CEH, e che oggi non sembra porre tra le sue priorità quello che l’assassinato monsignor Gerardi scelse come titolo dell’altro rapporto della verità, il Recupero della Memoria Storica: “Guatemala, mai più!” (Recuperación de la Memoria Histórica o REMHI: “Guatemala, ¡nunca más!”).
Una predica moraleggianteNel frattempo, il generale continua la campagna elettorale con la sua predica moraleggiante, che non gli impedì di riconoscere 21 anni fa – secondo quando scrive Jennifer Schirmer nella sua ricerca accademica – che le offensive dell’Esercito avevano causato 150 mila morti, mentre una domenica dopo l’altra parlava della necessità di «estirpare chirurgicamente il male esistente in Guatemala e “prosciugare il mare umano in cui nuotano i pesci della guerriglia”».
Le metafore della chirurgia e del drenaggio non possono occultare ciò che la CEH chiama «l’estrema crudeltà utilizzata dallo Stato come mezzo di disgregazione sociale». Per esempio, «l’omicidio di bambini e bambine indifesi, uccisi in molte occasioni sbattendoli contro il muro o buttandoli vivi in fosse in fosse in cui poi si gettavano i cadaveri degli adulti; le amputazioni o estrazioni traumatiche di membra; gli impalamenti; gli omicidi di persone cosparse di benzina e bruciate vive; l’estrazione di viscere da vittime ancora vive in presenza di altre; la reclusione di persone già torturate a morte, mantenute in vita in stato agonizzante; l’aperture del ventre di donne incinte»...
Criteri per il votoNel suo “Comunicato in occasione dell’attuale processo elettorale in Guatemala” del 26 agosto, la Conferenza dei vescovi cattolici si è così pronunciata: «Non è lecito e dobbiamo evitare come immorale appoggiare qualsiasi forma di violenza politica, o sostenere con il voto cittadini che promuovano la violenza, fomentino autoritarismi e dittature, favoriscano la repressione, la corruzione e il narcotraffico».
E con maggiore chiarezza, l’arcivescovo di Los Altos, in un “Messaggio pastorale di giustizia e solidarietà” dalla zona di Totonicapán, ha affermato il 13 Luglio che «per partecipare in modo cosciente, responsabile, maturo, giusto e proporzionato, l’elettore deve conoscere la persona (che si presenta per un posto pubblico elettivo)..., la sua prassi democratica, la sua capacità di dialogo, se le sue mani siano o no pulite del sangue e della vita dei suoi stessi fratelli».
Un vuoto deludenteQuanto a programmi elettorali di candidati e partiti politici, il gran paradosso di questa campagna elettorale è che l’unica, o quasi, proposta seria è quella resa pubblica il 3 Settembre dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (PNUS) del Guatemala nel suo Rapporto Nazionale per lo Sviluppo Umano 2003. Interrompendo una tradizione di cinque anni in cui il Rapporto annuale diagnosticava la situazione nazionale, in generale o in un settore determinato – lo sviluppo rurale, le esclusioni, la finanza dello sviluppo, le donne nello sviluppo, etc. – quest’anno il Rapporto, senza rinunciare alla diagnosi, si trasforma anche in una proposta.
Al contrario, i candidati presidenziali dei partiti politici hanno partecipato, sempre individualmente, a forum come quello organizzato dalla Associazione dei dirigenti di azienda del Guatemala ma, con l’eccezione di Rodrigo Asturias dell’Unione Rivoluzionaria Nazionale Guatemalteca (URNG), hanno parlato dei loro obiettivi programmatici in modo estremamente generico e senza indicare priorità, profondamente deludente e sconsolante. Oppure, nel caso di alcuni, con una demagogia esuberante, come quella del candidato del Partido de Avanzada Nacional (PAN) che, per risolvere il problema delle bande giovanili ha promesso di scatenare Polizia e Esercito in grandi retate nelle strade dei quartieri dove questi giovani si nascondono, a partire dalle 2 del pomeriggio del 14 Gennaio 2004, poche ore dopo la sua (eventuale) assunzione dei poteri come nuovo Presidente.
Il 13 Ottobre è stata resa pubblica una “Agenda Nazionale Condivisa”, costruita con la collaborazione di 20 partiti politici e facilitata, sulla base della sua “Agenda per lo Sviluppo Umano” dallo stesso PNUS del Guatemala insieme all’Istituto olandese per la Democrazia Multipartitica. Venti partiti politici, tutti tranne due tra quelli iscritti al Tribunale Supremo Elettorale, hanno discusso per 15 mesi per arrivare al consenso su questa Agenda, firmata dal segretario generale di ogni partito e, se il partito ne esprime uno, dal candidato presidenziale.
Due scenari ottimistiQuesto evento si presta a varie interpretazioni, che rimandano ai possibili scenari politici nel Guatemala del prossimo periodo presidenziale e legislativo (2004-2007).
Lo scenario più ottimista: si raggiunge un vero consenso tra la classe politica sul fatto che né gli Accordi di Pace, né qualsiasi altro programma politico possono cominciare a essere messi in pratica nel prossimo futuro senza una specie di grande alleanza nazionale concretizzata in un governo di unità nazionale o, perlomeno, in un patto di governabilità, dal quale non si escluda un’opposizione costruttiva a coloro che risultino eletti al governo. Questa è l’opinione di Eduardo Stein, candidato a vicepresidente per la Grande Alleanza Nazionale (GANA – altro gioco di parole che significa: “vince, ndr – coalizione che sostiene il candidato Oscar Berger, ex del PAN).
Nel secondo scenario, meno ottimista, questo accordo non si concretizza in un governo di unità nazionale e nemmeno in un patto di governabilità, ma semplicemente in un’agenda legislativa minima che risponda tanto ad una polarizzazione di necessità, quanto alla convinzione che l’avviamento del Guatemala sui binari dello stato di diritto, della sicurezza per i cittadini, di un’economia più vivace, con maggiore crescita, occupazione, e un impiego più qualificato ed efficace della spesa sociale, e di un maggiore sviluppo umano, non è impresa per un singolo periodo presidenziale o legislativo, ma un programma di Stato che si debba sviluppare durante diverse legislature.
Scenario pessimistaNel terzo scenario, chiaramente pessimista, il consenso partitico sull’Agenda Nazionale Condivisa ha la stessa vigenza, vale a dire nessuna, dell’accordo etico firmato dai candidati presidenziali all’inizio di questa campagna. In più, gli interessi partitici di breve periodo, gli interessi personalistici dei presidenti dell’Esecutivo, Legislativo e le loro consorterie, e, soprattutto, gli interessi tradizionali del capitale oligarchico e i potenti interessi corrotti del capitale criminoso contribuiscono, ognuno per conto suo, a minare qualsiasi consenso. Senza dimenticare che gli interessi commerciali degli Stati Uniti, sempre preponderanti come si è visto al vertice della Organizzazione Mondiale del Comercio di Cancún,  possono far piazza pulita delle possibilità di crescita equitativa del popolo del Guatemala, se si arriva a firmare il Trattato di Libero Commercio dell’America Centrale, nelle draconiane condizioni attuali.
Cosa dicono i sondaggiAlla vigilia elettorale, i sondaggi danno Oscar Berger (GANA) tra il 37% (Vox Latina) e il 47% (Demoscopía) delle intenzioni di voto. Alvaro Colom (UNE) occupa il secondo posto con il 18% o il 14%, rispettivamente. Efraín Ríos Montt (FRG) il terzo, con 11,4% o 13%. Tenendo conto della probabile astensione, Demoscopìa pronostica una vittoria di Berger al primo turno, risultato che, visto dalla prospettiva della gente comune, sembra poco probabile.
Nel voto per il Congresso si intravede un organo legislativo profondamente diviso dove, tramite alleanze, si potrebbe arrivare ad una maggioranza di opposizione all’Esecutivo, chiunque vinca, rendendo la vita assai difficile al governo. Si può prevedere anche un Congresso con la maggioranza di due terzi necessaria per approvare riforme alla Costituzione, da sottoporre poi a referendum, o addirittura per eleggere un’Assemblea Costituente. Queste ultime possibilità si inserirebbero nello scenario più pessimista. Un Congresso che non contasse con una maggioranza schiacciante potrebbe rappresentare una opportunità di buon governo.
Dieci dei dodici candidati presidenziali – tutti tranne Berger e Ríos Montt – hanno firmato un documento, che sembra piuttosto un capriccio, reclamando che non si includano i loro nomi e simboli nei prossimi sondaggi, poiché servirebbero ai media per preparare un broglio elettorale. Questi candidati – che non notificano alla cittadinanza i risultati dei loro stessi sondaggi – temono che con le differenze messe in luce dai sondaggi tra la prima e la seconda opzione si crei nell’opinione pubblica un effetto valanga con lo spostamento di un numero ancora maggiore di voti verso la prima opzione, quella di Berger.
Questo è il rischio di ogni sondaggio. La contropartita è il diritto del cittadino di disporre di buona informazione sulle tendenze del voto. Alla vigilia dei risultati elettorali, il fiume della campagna elettorale guatemalteca è ancora troppo agitato. E regna l’incertezza.

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