«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NICARAGUA / Comuni in bancarotta: la truffa dell'autonomia municipale

Il 3 Luglio scorso, l’Assemblea Nazionale, cioè il parlamento monocamerale nicaraguense, ha approvato una norma che prevede che dal 2004 il 4% del bilancio statale sia destinato alle amministrazioni municipali. Si profila un periodo di “bonanza” economica e di decentramento effettivo, dopo anni passati sull’orlo della bancarotta e all’insegna della retorica sull’autonomia municipale? Come stanno veramente le cose?

Di William Grigsby Vado. Traduzione di Simone Mezzedimi. Redazione di Marco Cantarelli.

Nel 2004, si terranno in Nicaragua le elezioni municipali e già da un pezzo soffiano i venti pre-elettorali in ciascuna delle principali forze politiche del paese. Alcune volte, si tratta di tornado, come è accaduto tra i sandinisti, dal momento che Daniel Ortega si è affrettato a vanificare qualunque aspirazione non consona ai suoi interessi e a designare i suoi favoriti per le cariche di sindaco e vicesindaco di Managua: Dionisio Marenco, il guru delle sue ambizioni, e Alexis Argüello, già famoso pugile e gloria sportiva nazionale. Anche se la “consultazione popolare” del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) viene presentata come un’elezione primaria, il candore della dichiarazione fatta da Alexis ai giornalisti la dice lunga: «Perché attendere la benedizione degli angeli se già ho quella del signore?».
Venti impetuosi soffiano anche tra i liberali (cioè, la destra, ndr). In lizza ci sono già vari candidati, il più noto dei quali è Pedro Joaquín Chamorro Barrios (figlio del martire antisomozista, ndr). Ma non è dato ancora di sapere chi sarà l’unto per Managua del caudillo, nonché reo, Arnoldo Alemán.
Le elezioni municipali del 2000Nelle elezioni municipali del 2000, quando per la prima volta nella storia del Nicaragua sono stati eletti sindaci, vicesindaci e consiglieri nei 151 municipi del paese, senza che tali elezioni coincidessero con le presidenziali, il risultato politico fu variegato.
Sandinisti e liberali avevano pattuito preventivamente la riforma alla Costituzione e una Legge Elettorale escludente e antidemocratica, per spartirsi la torta senza soprassalti. Si possono dare varie letture di quel voto.
Il Partito Liberale Costituzionalista (PLC) vinse con il 41,55% dei voti e conquistò 94 governi municipali. L’FSLN ottenne il 40,37% dei voti e 52 Comuni. I conservatori, il 13,30% e 5 Comuni.
In termini qualitativi, vinsero però i sandinisti, dal momento che ottennero il controllo di 11 dei 17 capoluoghi dipartimentali (province, ndr) e fino al 2004 governeranno su quasi il 60% della popolazione nazionale, mentre il PLC su poco più del 37% e i conservatori sul 3%.
A livello sociale, i centri urbani e i municipi meno poveri preferirono l’FSLN; le comunità rurali e i Comuni più poveri, i liberali.
In termini ideologici, se assumiamo l’FSLN come “sinistra”, l’elettorato ha preferito la destra.
Il Partito Conservatore e, in minor misura, Cammino Cristiano (4,45% dei voti; formazione vicina al mondo evangelico, ndr), hanno tolto voti al PLC. Il PLC ha sofferto il danno più serio a Managua – dove maggiore era l’opposizione civica al patto tra i caudillos –, giacché i conservatori gli hanno impedito la vittoria nella capitale, conquistando il 25% dei voti. A Matagalpa, Juigalpa, San Carlos, Diriamba e Ciudad Sandino – che esordiva come nuovo municipio – è successo qualcosa di simile, per citare solo gli esempi più clamorosi.
Disparità di entrate e limitazioni nel decentramentoLe tabelle in queste pagine riflettono la realtà politica del Paese, in riferimento alla questione centrale della sua realtà economica: la povertà della gente. Da essa, risulta evidente come i sandinisti governino il 60% della popolazione, il che significa, di fatto, un “co-governo”, che ha conseguenze politiche non sempre tenute in conto in molte analisi.
Le prossime elezioni dovrebbero segnare la piena maturità politica delle amministrazioni locali in Nicaragua. Dopo un tortuoso percorso di 14 anni, durante i quali l’autonomia non è stata sinonimo di progresso, le nuove autorità municipali riceveranno questa volta una cornice giuridica più completa ed un’amministrazione meglio organizzata. Ma, ancora manca molto cammino da percorrere per raggiungere i livelli di Panamá, per esempio.
Secondo il Rapporto sullo stato della regione del 1999, elaborato dalle Nazioni Unite, a fine anni Novanta, in Centroamerica esistevano 1.185 municipi, con grandi disparità nella media della popolazione per municipio. In El Salvador e Honduras, per esempio, i municipi contavano, in media, quasi due volte meno popolazione di quelli in Costa Rica e Panamá. Secondo il Rapporto, uno dei grandi problemi del Centroamerica è che la demarcazione dei municipi ha obbedito più a criteri di convenienza politica o a modelli di colonizzazione del territorio, che a politiche di ordinamento territoriale. In questo senso, uno dei limiti del processo di decentramento in Centroamerica è la lentezza nella crescita delle entrate correnti municipali e le disparità tra i Paesi. Nel 1995, la media regionale di entrata municipale pro capite superava appena i 12 dollari.
Quanto alle capitali centroamericane, nel 1992 la media regionale delle entrate correnti di questi municipi era del 41,3%, ridottasi al 37,9% nel 1995. Il Nicaragua è stato un’eccezione. Managua ha, infatti, percepito più della metà delle entrate correnti municipali nicaraguensi, passando dal 43,8% del 1992 al 52,8% del 1995. Ciò, nonostante il fatto che, in quell’anno, solo il 23% circa della popolazione totale del Nicaragua risiedesse nella capitale. C’è, tuttavia, una spiegazione: non è che fossero cresciute le entrate della città; in realtà, erano diminuite sensibilmente le riscossioni degli altri municipi. Lo stesso fenomeno è successo a Panamá e El Salvador, le cui entrate correnti pure oscillavano intorno al 50% del totale, nonostante che in nessuno di questi Paesi più della metà della popolazione risiedesse nei municipi capitolini.
L’abisso tra  Managua e il resto del paeseManagua è il tesoro che risveglia la cupidigia dei politici di tutti i partiti. Non solo per la sua vitale importanza politica – in pratica, la posizione gerarchica del suo sindaco è solo superata da quella del Presidente della Repubblica – e sociale – raccoglie un quarto della popolazione del paese –, bensì per la gran quantità di risorse che genera direttamente o indirettamente. Quest’anno, per esempio, le entrate previste dal Comune ammontano a 630 milioni di córdobas (42 milioni di dollari) equivalenti al 6,64% delle entrate correnti del paese e al 4,6% del Bilancio generale della Repubblica. La riscossione del governo municipale capitolino è solo di poco inferiore a tutti i preventivi assegnati alla Corte Suprema di Giustizia, al Consiglio Supremo Elettorale e alla Contraloría General della Repubblica.
Nel resto del paese, però, il panorama è cupo. Paragonando le cifre tra Managua, i capoluoghi dipartimentali (provinciali, ndr) e gli altri municipi, balza agli occhi l’elevata media di entrate per abitante di Corn Island, la paradisiaca isola caraibica situata di fronte alla costa di Bluefields. Anche qui, la spiegazione è semplice: il turismo. Negli ultimi anni sono sorti vari alberghi e varie imprese turistiche, e anche se le imposte pagate sono minime, hanno un notevole impatto sulle finanze del governo municipale.
Tuttavia, rispetto al resto dei municipi, le differenze sono semplicemente abissali. A Posoltega, la cui tragica fama si deve all’uragano Mitch, il bilancio 2003 è il più alto degli ultimi 13 anni, ma ciononostante non arriverà ai due milioni di córdobas (circa 130 mila dollari, ndr). C’è una microzona situata tra i dipartimenti di Masaya e Carazo, dove si trovano 8 municipi, tutti con entrate inferiori ai 400 mila córdobas l’anno (meno di 27 mila dollari) ciascuno: Niquinohomo, Tisma, Nandasmo, El Rosario, Diriá, La Conquista e La Paz de Carazo. L’ottavo è San Juan de Oriente, dove si vende il miglior artigianato del Paese e le cui entrate previste per quest’anno sono di soli 130 mila córdobas (circa 8.650 dollari, ndr). A San José de Cusmapa e nel vicino municipio di San Francisco del Norte le entrate arrivano appena a 100 mila córdobas, pari a 18 dollari al giorno di media. Con simili entrate che opere si possono eseguire, che progresso si può favorire? Molte amministrazioni locali neanche ce la fanno a riscuotere il denaro sufficiente per pagare lo stipendio del sindaco o la diaria dei consiglieri. E in tanti altri municipi, le uniche entrate provengono dai trasferimenti che ricevono dal governo centrale, abitualmente differiti essendo l’ultima priorità di spesa.
Mozonte, il Comune più povero tra i poveriSecondo le Nazioni Unite, la linea di povertà stabilisce il livello di spesa mensile totale pro capite con cui un individuo ottiene le necessarie calorie quotidiane, in Nicaragua fissate in 2.226. In base a questa convenzione, si assiste ad una grande concentrazione di povertà e povertà estrema nei municipi dei dipartimenti di Nueva Segovia, Madriz, Estelí, Carazo, Boaco, Chontales, Jinotega e Matagalpa.
Il municipio di Mozonte è il più povero del Paese. Qui il livello di spesa mensile per persona è 59% più basso della linea di povertà, stabilita da un sondaggio in 214,27 córdobas mensili del 1993 e in 206,64 dollari l’anno.
Uno studio realizzato dal programma PRODEMU-DANIDA in 24 municipalità dei dipartimenti di Madriz, Estelí e Nueva Segovia rivela che nel 2001, nei municipi di Santa María, Mozonte, Ciudad Antigua e Macuelizo, tutte le amministrazioni locali hanno destinato il  70% delle proprie entrate a coprire i costi di assunzione di personale e al pagamento delle autorità municipali, mentre gli importi programmati per l’acquisizione di materiali per la prestazione di servizi municipali sono stati bassissimi. A Santa María e Macuelizo, a quest’ultimi era stato destinato meno dell’1% del totale delle entrate totali. Mozonte aveva preventivato il 5,8% e Ciudad Antigua il 3,9%. Alla fine, le spese totali stimate nel bilancio hanno superato le entrate dell’anno e solo Mozonte ha ottenuto un bilancio leggermente positivo. La situazione finanziaria riscontrata in questi Comuni – dice lo studio, firmato da Francisco Briceño – è resa più acuta dalle esigenze di adempimento degli obblighi ereditati dalle amministrazioni municipali precedenti. A Santa Maria e Ciudad Antigua, il debito era pari alle mete programmate di entrate proprie da riscuotere in quell’anno.
Otto categorie di povertàLa realtà della povertà dei governi municipali è ormai riconosciuta dalla Legge sul Regime di Bilancio Municipale, approvata nel Marzo 2002, che all’articolo 10 stabilisce otto categorie di municipi, secondo le loro entrate correnti annuali.
- Categoria A: Managua.
- B: municipi con entrate correnti annuali superiori a 10 milioni di córdobas e inferiori o uguali a 50 milioni.
- C: municipi con entrate superiori a 6 milioni e inferiori o uguali a 10 milioni.
- D: con entrate annuali superiori a 2,5 milioni e inferiori o uguali a 6 milioni.
- E: da 1 milione e inferiori o uguali a 2,5 milioni.
- F: superiori a 750 mila córdobas e inferiori o uguali a 1 milione.
- G: superiori a 400 mila e inferiori o uguali a 750 mila córdobas.
- H: municipi con entrate correnti annuali uguali o inferiori a 400 mila córdobas.
I precedenti politiciPer comprendere meglio la realtà municipale in Nicaragua conviene ripercorrere rapidamente i precedenti politici della sua cornice giuridica. La Fondazione “Friedrich Ebert” ha pubblicato nel 1999 un interessante studio sui municipi in Nicaragua, scritto da Yader Baldizón, Martín Sandino e Nehemías López, nel quale si riassumono alcuni antecedenti storici: «I differenti modelli di sviluppo promossi nelle diverse tappe storiche del Nicaragua hanno lasciato tracce nei municipi del Nicaragua e non necessariamente sono stati legati a un modello di sviluppo visto dalla prospettiva municipale. Le politiche municipali ai tempi della Colonia erano dirette a garantire l’estrazione di ricchezza e lo sfruttamento della manodopera indigena. Per quel motivo c’era necessità di una struttura organizzativa locale che facilitasse la prestazione di servizi di base e garantisse gli interessi della Corona. Con l’inserimento del Nicaragua nel mercato mondiale, con la produzione e l’esportazione prima del caffè e poi del cotone, si accettò il ruolo di procacciatore di materie prime per i Paesi sviluppati. Il modello economico della monocultura per l’esportazione incise sull’organizzazione dello Stato e sulla struttura produttiva nazionale. Sul territorio nazionale si consolidarono tre macroregioni: la macroregione del Pacifico, in cui si trova la maggior concentrazione di popolazione, di infrastruttura produttiva e sociale, di macchinari, equipaggiamenti e accessori; la macroregione centrale, con alcune infrastrutture estrattive; e la macroregione della Costa Atlantica, quasi isolata dal resto del territorio. Le differenze tra i Comuni di queste macroregioni sono abbastanza grandi, indipendentemente dal fatto che si tratti di Comuni produttivi. Nella capitale e in alcuni capoluoghi dipartimentali c’è più investimento in infrastruttura in qualsiasi strada, vale a dire acquedotto, fognatura, telefono, selciatura, energia elettrica, televisione via cavo, ecc., di quello che esiste in molti dei Comuni dell’interno del Paese».
Alejandro Bravo, consulente legale dell’Associazione di Municipi del Nicaragua (AMUNIC), ritiene che «l’ autonomia municipale è un fenomeno recente in Nicaragua. Il secolo XIX fu caratterizzato dalle rivalità tra i Comuni di León e Granada. Quando Frutos Chamorro divenne Presidente disse: “Smettiamola di pensare ai localismi e pensiamo come Stato”. Al Nicaragua costa arrivare allo Stato, al centralismo. In seguito, si visse il vizio del centralismo durante la dittatura somozista e la rivoluzione sandinista, che nonostante avessero ideologie differenti, erano governi altamente centralistici. Pertanto, il debutto dell’autonomia municipale viene differito fino al 1990, e approfondito a partire dal 1996».
L’autonomia municipale ha una storiaSebbene l’autonomia municipale appaia come concetto e precetto costituzionale dal 1893, nella Costituzione conosciuta come la Libérrima, nella pratica tale autonomia non comincia ad esercitarsi prima del 1990, quando si eleggono per la prima volta i Consigli Comunali. Nel 1988, l’ Assemblea Nazionale aveva approvato per la prima Legge dei Municipi, la Legge 40, che nel suo articolo 18 stabiliva: «Il governo e l’amministrazione dei municipi spettano a un Consiglio Comunale, il quale ha carattere deliberante, normativo e amministrativo. Il Consiglio sarà presieduto da un Sindaco eletto al suo interno». Quindi, l’articolo 19 aggiunge: «Il Consiglio Comunale sarà eletto dal popolo, mediante suffragio universale, uguale, diretto, libero e segreto, secondo la Legge Elettorale. Il governo dei municipi godrà di autonomia, senza detrimento per le facoltà del governo centrale». Tuttavia, con le riforme costituzionali approvate nel 1995, viene cambiata radicalmente l’organizzazione dei governi municipali, stabilendosi l’elezione diretta dei sindaci e vicesindaci. L’articolo 178 della Carta Magna stabilisce da allora che «il Sindaco, il Vicesindaco e i consiglieri saranno eletti dal popolo mediante suffragio universale... I consiglieri saranno eletti tramite sistema proporzionale, d’accordo con il quoziente elettorale». Con questa norma i partiti cercavano di evitare a se stessi delle sorprese. Come quella occorsa a Managua nel 1990 alla Unione Nazionale di Opposizione, quando una parte dei suoi quindici consiglieri si alleò con i quattro sandinisti eletti per eleggere a sindaco l’allora sconosciuto Arnoldo Alemán e non uno dei leader fondatori della UNO, il socialcristiano Agustín Jarquín.
La Rivoluzione Sandinista commise l’errore di delegare troppo potere ai commissari politici presidenziali nelle nove regioni nelle quali era allora diviso il Paese. Tanto che i sindaci erano subordinati a questi commissari in tutti i sensi. Di fatto, per il governo sandinista i sindaci erano al massimo amministratori di cimiteri e parchi, eccetto quello di Managua, che aveva un rango politico equivalente a quello di ministro, data l’importanza politica della capitale. Mónica Baltodano, che funse da Ministro Segretario degli Affari Municipali durante la rivoluzione sandinista riconosce che la creazione dei Governi Regionali «servì per confiscare competenze ai Municipi, anche le più elementari. Un esempio fu l’obbligo per i municipi di depositare la loro raccolta fiscale su un conto del Governo Regionale, che poi assegnava le risorse per gli investimenti a ciascun municipio. Per di più, gli stipendi della municipalità erano pagati dal Delegato della Presidenza».
Autonomia municipale: ipotecata finanziariamente e politicamenteL’attuale costituzione politica – promulgata nel 1987 e riformata nel 1995 e nel 2000 – stabilisce tre grandi parametri per la vita municipale: il municipio è l’unità base della divisione politica e amministrativa del Paese; si riconosce l’autonomia politica, amministrativa e finanziaria del municipio; e si obbliga lo Stato a destinare ai municipi una percentuale sufficiente del Bilancio generale della Repubblica, dando priorità a quelli che abbiano minori capacità di ingresso. Finora, l’unico obiettivo pienamente realizzato è il primo, mentre la proclamata autonomia è nella pratica ipotecata in due sensi:
- per via finanziaria, perché più della metà dei municipi non può generare entrate proprie sufficienti neanche per mantenere il funzionamento minimo dell’amministrazione locale, e ciò li lascia alla mercè della volontà del governo centrale, che abitualmente utilizza il trasferimento di risorse come un’arma per sottomettere i sindaci alle sue priorità economiche o politiche;
- per via politica, perché per tradizione o per lealtà, i sindaci si subordinano agli interessi del loro partito, il che distorce il loro lavoro come amministratori locali.
Recita la Costituzione: «L’autonomia non esime né inibisce il Potere Esecutivo, né gli altri poteri dello Stato dai loro obblighi e responsabilità con i municipi». E aggiunge che «i governi municipali hanno competenza sulla materia che incida sullo sviluppo socio-economico della loro circoscrizione». Nella pratica, nessuna delle due cose si avvera. I Comuni non hanno soldi né partecipazione allo sviluppo del loro territorio. E sebbene la maggioranza i sindaci si sia mostrata docile nei confronti delle priorità stabilite dai loro partiti e dal governo di turno, finora ciò non si è tradotto in maggiori risorse per i loro rispettivi municipi.
La meschinità del governo centraleOgni anno, il Sindaco propone al suo Consiglio Comunale un Piano di investimenti municipali elaborato sulla base di quattro fonti di finanziamento: il bilancio municipale (entrate tributarie e non tributarie ordinarie), donazioni esterne (di organismi multilaterali, governi e Comuni), crediti bancari – che quasi nessun municipio osa gestire –, e trasferimenti del governo centrale. Negli anni 2001 e 2002, il trasferimento del Bilancio Generale della Repubblica è stato appena dell’ 1%. Nel 2003, grazie alle contraddizioni politiche del Parlamento con l’Esecutivo, è salito a poco più del 3%, percentuale comunque molto lontana da quella di altre esperienze latinoamericane, come la Bolivia, dove si assegna ai municipi il 25%.
Secondo il municipalista Manuel Ortega Hegg, direttore del Centro di Analisi Socioculturale, «siamo l’unico Paese in Centroamerica che non ha trasferimenti ai municipi regolati da una legge. Il Guatemala ha il 10% e stanno discutendo se passarlo al 12%. El Salvador ha il 6%, Honduras il 5%, il Costa Rica ha da poco approvato il 5%. In Nicaragua, negli ultimi due anni è stato assegnato l’1%, ma per ragioni politiche. Per di più, è stato approvato senza alcun tipo di legge. Vale a dire, continua a dipendere ogni anno dalla volontà delle élites politiche».
La meschinità con la quale si è comportato il governo centrale nei confronti dei municipi è estrema. Nel bilancio 2001 ha assegnato come trasferimenti ai 151 municipi del Paese la somma di 87,5 milioni di córdobas (poco più di 7 milioni di dollari) equivalenti allo 0,95% del bilancio nazionale. Inoltre, si trattava di fondi condizionati: l’80% da destinare ad opere di costruzione e il 20% alle spese amministrative. E ancora: gli esborsi furono divisi in due, con differente calendario di consegna. I fondi per le opere furono consegnati trimestralmente e quelli per le spese correnti in cinque quote. «I municipi sono prigionieri delle oscillazioni parlamentari: l’assegnazione avviene attraverso il bilancio e dipende dalla situazione politica e legislativa», segnala Julio Francisco Báez, esperto di diritto fiscale.
Dalla costa caraibica nicaraguense, realtà che presenta marcate differenze in ragione della Autonomia della regioni atlantiche, il sindaco del municipio di Bilwi (Puerto Cabezas), Guillermo Espinoza, reclama un trattamento differenziato: «In termini percentuali, la distribuzione per le regioni autonome deve essere un po’ più alta che nel resto del Paese, giacché i nostri municipi presentano il maggior indice di povertà, sono privi di grandi imprese, non hanno fonti di lavoro, la produzione è unicamente per l’autoconsumo familiare, e soffrono di un’emarginazione secolare».
Burocrazia e gigantismoIl governo centrale e il Parlamento approvano ogni anno un bilancio gigante per l’Istituto Nicaraguense di Promozione Municipale (INIFOM), un apparato burocratico generalmente inoperante la cui principale funzione è assegnare, con criteri politici, i lavori infrastrutturali: tra gli altri, scuole, ambulatori, condotte elettriche, acquedotti. Nel 2000, l’INIFOM ha gestito un fondo di 310 milioni di córdobas, quasi quattro volte più di quello dato in quell’anno ai Comuni: 7,5 milioni; nel 2001, INIFOM ha ricevuto 278 milioni di córdobas.
La ragione di questo squilibrio era politica: il Presidente Arnoldo Alemán voleva influire sulle elezioni municipali. Nell’attualità, nuovamente ragioni politiche spingono i deputati sandinisti e arnoldisti ad eliminare il gigantismo dell’INIFOM, aspirazioni frustrate nel 2003 perché varie istituzioni cooperanti non hanno accettato la sua eliminazione, né il trasferimento dei fondi direttamente alle municipalità. Tuttavia, nel 2004, a sandinisti e liberali interessa avere successo: si tratta di un anno elettorale e non vogliono che le risorse assegnate a INIFOM servano per finanziare i candidati dell’alleanza liberale bolañista (cioè favorevole all’attuale presidente della Repubblica, ndr), formatasi di recente.
Mentre i deputati liberali e sandinisti cercano il modo di eliminare INIFOM, le entrate proprie dei governi municipali cadono in picchiata, precisamente per le decisioni prese dai deputati nell’Assemblea Nazionale e dal governo centrale. La Legge sulla Giustizia Tributaria del 1997 ha ridotto l’imposizione fiscale sulle vendite dal 2% allo 1,5% a partire dal 1998 e all’1% a partire dal 2000. «È stato un colpo atroce. È per questo che nel 2000 ci siamo battuti perché il trasferimento di risorse dallo Stato avvenisse tramite il bilancio generale. Speriamo venga approvata una Legge Generale Tributaria Municipale per migliorare le finanze municipali», spiega Alejandro Bravo.
Il presidente Bolaños e il parlamentoAi primi di Giugno 2003, il Presidente Enrique Bolaños ha preso un solenne impegno con la maggioranza dei 151 sindaci del Paese: appoggiare la proposta della Commissione Affari Municipali dell’Assemblea Nazionale di fissare al 4% del Bilancio Generale della Repubblica i trasferimenti dal governo centrale alle amministrazioni locali. «Finora – ha affermato Bolaños – era necessario contare sulla simpatia di qualche personaggio influente o avere qualche colore politico per ricevere maggiori risorse». Non sarà più così, ha promesso, dichiarandosi anche favorevole alla fine della spartizione in senso partitico dei lavori pubblici di competenza dei governi locali, e di sostenere con «entusiasmo» l’istituzionalizzazione dei trasferimenti di bilancio annuali.
È chiaro: fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Pochi giorni prima di tale discorso, Bolaños aveva ordinato al Ministro delle Costruzioni e dei Trasporti Pedro Solórzano di sospendere tutti i lavori di infrastruttura previsti per il municipio di Yalí, nel dipartimento di Jinotega. Motivo? Bolaños era furioso per essere stato umiliato dal sindaco locale e da una nutrita rappresentanza di contadini, che avevano approfittato della sua presenza all’inaugurazione di una centrale elettrica per inneggiare all’ex presidente Arnoldo Alemán e chiedere conto del mancato adempimento di molte promesse elettorali. Del resto, si dice con insistenza che la ragione reale per cui non siano state riparate le strade nella città di Jinotega e quelle che collegano i dipartimenti di Boaco e Chontales con Managua è che i sindaci liberali di quei luoghi sono tutti arnoldisti...
Ciononostante, in pochissimi giorni l’impegno presidenziale ha aperto le porte al consenso di tutte le forze politiche e il 3 di luglio, senza alcun voto contrario e dopo essere rimasta congelata dieci anni per la volontà politica dei gruppi di potere, i deputati hanno approvato i 25 articoli della Legge sui Trasferimenti di Bilancio. La quale stabilisce che a partire dal 2004, i municipi riceveranno una percentuale crescente del Bilancio Generale della Repubblica, iniziando dal 4% fino a raggiungere il 10% nel 2010. La legge dispone che una percentuale di ciascun córdoba versato al fisco passerà in forma automatica alle municipalità. Nel 2004, il Ministero del Tesoro e delle Finanze (Hacienda) verserà tale quota in contanti e in tre rate, nel 2005 in rate mensili, e a partire dal 2006 i trasferimenti saranno automatici.
Per la distribuzione tra i municipi, la legge stabilisce quattro criteri di ponderazione: povertà, popolazione, uguaglianza e autogestione. I municipi più poveri riceveranno il 25% dei trasferimenti. Il secondo 25% sarà destinato in base alla popolazione. Il terzo 25% sarà distribuito in parti uguali tra i 151 municipi. E l’ultimo quarto, secondo le medie di riscossione fiscale: in pratica, chi riscuote più tributi, riceverà più risorse ottenute grazie a questa percentuale. La legge istituisce anche una commissione di trasferimenti, formata da rappresentanti dei municipi, del governo centrale e dell’Assemblea Nazionale, con il compito di vigilare sui nuovi obblighi di legge e garantire una corretta distribuzione.
Sempre meno soldi e sempre maggiori responsabilitàTuttavia, bisognerà vedere cosa succederà dal 2004. I Comuni accolgono questa legge dopo aver rischiato per anni la bancarotta. E mentre le entrate dei municipi diminuiscono, crescono le loro responsabilità. Manuel Ortega, membro della Rete Nicaraguense per la Democrazia e lo Sviluppo Locale – che riunisce 51 organizzazioni municipali – sottolinea come a seguito degli aggiustamenti strutturali siano state decentrate quattordici responsabilità in precedenza assunte dal governo centrale, alcune in forma regolamentata e altre “per vie di fatto”. Tra queste, servizi quali l’acqua, i trasporti e la pubblica sicurezza. Ciò – aggiunge Manuel Ortega – ha provocato «il degrado di quei servizi di cui tradizionalmente il municipio doveva occuparsi, vedendosi obbligato a deviare una parte delle loro risorse per l’adempimento di nuove competenze e servizi».
Le scarse entrate proprie e i magri trasferimenti hanno causato il fallimento di decine di amministrazioni municipali. Nel 2001, 52 sindaci hanno chiuso operazioni per due mesi. La crisi si risolse con uno stanziamento straordinario approvato dall’Assemblea Nazionale. Ma la toppa non fu sufficiente e nel 2002 i gravi squilibri hanno causato nuovamente la chiusura di un terzo dei Comuni, tra i quali Macuelizo, Dipilto, Yalagüina, Wiwilí, Mozonte, Achuapa, San Pedro del Norte, San Francisco del Norte, Santo Tomás del Norte, San José de Cusmapa, Totogalpa, Murra, Nandasmo, Telica, Diriá, Tola, Potosí, Moyogalpa, Yalí, Terrabona, Comalapa e Morrito.
Un problema aggiuntivo per le 119 municipalità con entrate ordinarie inferiori a 2,5 milioni di córdobas, è la proporzione 80-20. I sindaci liberali hanno proposto di cambiarla così: 60 % per le spese di capitale e 40% per quelle correnti; e in principio la proposta fu appoggiata dal legislativo. Il deputato liberale Wilfredo Navarro annunciò pure come “cosa fatta” un trasferimento del 20% degli utili della Lotteria Nazionale, da distribuire tra i Comuni più poveri; tuttavia, l’iniziativa non è stata ancora convertita in legge.
Una distribuzione iniqua e criticataI trasferimenti del governo centrale si sono distribuiti tra i 151 municipi nel modo seguente: il 5% rimane a Managua e il 30%, in prima istanza, si distribuisce in maniera eguale tra gli altri 150 municipi. Il 40% si riparte a seconda di chi riscuote più imposte sui beni immobili. Il restante 25% lo si assegna a quelli che generano meno risorse proprie. In questa distribuzione si include un fattore condizionante: consegnare di più a chi raccoglie più tributi.
In AMUNIC, che raggruppa i sindaci di tutto il Paese, hanno un altro criterio. Di comune accordo con la Banca Mondiale, l’INIFOM e l’Assemblea Nazionale, hanno prospettato di fissare un 5% per Managua, un 10% egalitario escludendo Managua; un 51% per i municipi più poveri o con maggior deficit; e un 34% per stimolare la capacità di esazione municipale.
«Per prima cosa – dice Alberto Gaitán, dirigente di AMUNIC e sindaco di El Castillo, Río San Juan – si deve soddisfare l’uguaglianza orizzontale: ciò significa che il municipio che ha meno potenziale di entrate da imposte riceva più trasferimenti per poter riempire il suo vuoto. Dire che ha meno potenziale non significa pigrizia di riscossione ma solo che il municipio è carente sul piano della produzione e del commercio. Non c’è alcuna contraddizione tra la dipendenza economica e l’autonomia dei municipi, così come asserisce la proposta di decentramento. Nessuno ha sperimentato tale perdita di autonomia. I municipi più poveri necessitano maggiori trasferimenti per potenziare, a lungo termine, la loro economia, produzione, commercio e amministrazione pubblica. In nessun luogo al mondo è risorto un municipio poverissimo senza assistenza finanziaria».
Secondo Alejandro Bravo, «l’ idea del trasferimento è legata al principio di autosufficienza finanziaria dei municipi. Qui e in qualunque parte del mondo. Per quanto la Legge riconosca loro le imposte che riescono a raccogliere e per quanto il municipio sia un eccellente riscossore, esiste uno squilibrio tra ciò che riscuote l’ente locale e quello riscosso dallo Stato. Pertanto, per avere una giusta distribuzione – perché i due enti stanno operando sul medesimo territorio – deve esistere un finanziamento pubblico di servizi locali mediante trasferimenti, sussidi o donazioni. E soltanto con la Legge di Bilancio del 2000 al settore municipale sono stati assegnati 70 milioni di córdobas; ed è stato un successo che lo Stato abbia riconosciuto il mandato costituzionale».
Grave problema: la previdenza socialeUno dei problemi più difficili da risolvere per quasi tutte le municipalità è il pagamento della previdenza sociale. Il 98% dei municipi è in arretrato nei pagamenti all’Istituto di Sicurezza Sociale (INSS) delle quote detratte ai suoi impiegati e della quota che loro tocca come datori di lavoro: un problema che riguarda circa il 25% dei dipendenti. Le amministrazioni municipali detraggono dalle buste paga dei lavoratori le quote, ma non le versano perché non sanno come coprire la propria quota. Di conseguenza, il debito è ingente e sebbene almeno 57 Comuni si sono già accordati per i pagamenti con l’INSS, altri 88 non l’hanno ancora fatto, fra i quali alcuni Comuni “sulla carta” forti, come Granada, Rivas e León. Tra tutti, devono 188 milioni di córdobas, una cifra praticamente impossibile da pagare.
L’unica soluzione sarebbe che il governo centrale destinasse una quota specifica per farsi carico di un piano di liquidazione entro termini ragionevoli, con la premessa che a partire da quel momento ciascun Comune assumesse seriamente i propri impegni. Le conseguenze di tale debito le soffrono i dipendenti, i quali non solo non hanno diritto all’assistenza medica nelle cliniche affiliate all’INSS, ma neppure hanno diritto alla pensione, di invalidità o meno, o a che i loro figli appena nati ricevano le quote di latte loro assegnato durante i primi sei mesi di vita.
Come riscuotere di più?Per l’ex sindaco di León ed oggi deputato, Rigoberto Sampson, il principale problema di un Comune consiste nel fare in modo di incrementare le proprie entrate; allo stesso tempo, però, deve risolvere vari problemi che contribuiscono a far sì che i Comuni attraversino difficoltà finanziarie: debolezza delle leggi, mancanza di strumenti coercitivi che permettano di fare le riscossioni in maniera più efficace e problemi organizzativi istituzionali. Le riscossioni di imposte municipali sono previste nel piano delle competenze municipali, secondo il quale ogni cittadino deve essere solvente rispetto a raccolta di spazzatura, pagamento dei lotti nei cimiteri, immatricolazioni di commerci e imprese, imposte sui beni immobili, circolazione, marchio del bestiame, imposta dell’1% su vendite e servizi, utilizzazione del suolo pubblico e contribuzioni speciali. Tuttavia, in villaggi miserabili dove più dell’80% della popolazione è disoccupata o ha entrate di meno di un dollaro al giorno, difficilmente qualcuno può pagare la maggioranza di tali imposte. Mentre quelli che possono, sono coloro che dimostrano meno interesse nel pagare. Come a Posoltega, dove la famiglia Pellas – la più ricca del Centroamerica – si ostina ad evadere il pagamento di imposte municipali per le piantagioni di canna da zucchero seminate nei dintorni dell’Ingenio “San Antonio”, situato nel vicino Comune di Chichigalpa. O come a Nagarote, dove la famiglia Alemán Lacayo mai ha voluto pagare il Comune per la sua fastosa villa, detta La Chinampa. In tal caso, il Comune ha però fatto causa all’ex presidente, ottenendo il sequestro della proprietà.
Nagarote e il suo sindaco: un esempioE proprio il sindaco di Nagarote, Juan Gabriel Hernández Rocha, dell’FSLN, è un eccezionale esempio di gestione municipale. Il suo predecessore liberale aveva lasciato il Comune con un bilancio di 5 milioni di córdobas. Nel 2002, le entrate sono state di poco superiori a 20 milioni di córdobas a fronte di uscite per 17 milioni di córdobas. Inoltre, il neo sindaco è riuscito a ricuperare imposte arretrate non preventivate per oltre 5 milioni di córdobas, concludendo l’anno con un saldo di cassa di poco più di un milione di córdobas.
Nei fatti, a Nagarote, la riscossione dell’imposta sui beni immobili è cresciuta in due anni del 1.150%, grazie al fatto che i contribuenti sono aumentati da 2.500 a 5.000, a seguito dell’aggiornamento del catasto, includendo persone che mai avevano pagato e quelle morose. Anche il numero di contribuenti che pagano l’1% su vendite e servizi è aumentato, a Nagarote, del 30%, includendo imprese statali che sono state privatizzate. Inoltre, il Comune ha aggiornato le tariffe di pagamento di immatricolazione commerciale. In breve, quest’anno prevede un bilancio di 26 milioni di córdobas. Grazie al suo straordinario lavoro, le Nazioni Unite lo hanno classificato come uno dei quattro Comuni di maggiore capacità amministrativa e tributaria nel paese. Gli altri sono Managua, León ed Estelí.
Hernández ha saputo investire le risorse e nel suo municipio si nota il miglioramento nella qualità dei servizi e l’attenzione al pubblico, l’ordine negli uffici municipali, la pulizia delle strade, la raccolta e la gestione dei rifiuti solidi, la manutenzione delle aree verdi, il miglioramento dell’infrastruttura sociale di base, l’ampliamento della rete di fornitura di acqua potabile e la raccolta di acque nere. Recentemente, il sindaco ha annunciato l’apertura di un ufficio ambientale e l’elaborazione di un’ordinanza per migliorare la condotta della popolazione e diminuire la produzione di rifiuti nel municipio. Nagarote vanta oggi il secondo posto di città più pulita del Paese. Prima della scadenza del mandato, la sua meta è elaborare il Piano di Sviluppo Municipale Nagarote 2020, per  il quale ha assunto 22 giovani professionisti che si incaricano della ricerca sul campo e raccolta di dati. Il piano urbano da essi elaborato, costato oltre 60 mila dollari, con unità di catasto moderno dotata di programmi automatizzati, «sarà una delle eredità che lasceremo alle future autorità municipali», ha dichiarato Hernández in Consiglio comunale.
Un buon sindaco non bastaPer garantire l’efficacia dei governi municipali non è sufficiente avere un sindaco onesto, capace, audace e disposto a lavorare. Occorre anche una solida équipe di lavoro, tanto a livello politico – i consiglieri – come istituzionale – i funzionari municipali –. Il problema è che di solito i consiglieri sono attivisti del loro partito che considerano questa carica come il trampolino di lancio della loro carriera politica e per ottenere un’entrata economica stabile, influenza e status sociale. La maggioranza di essi non ha molto interesse a far propri i principi del municipalismo e, se ciò accade, tardano più ad apprendere che ad uscire dal governo municipale, giacché sono pochi quelli cui interessa la rielezione o quanti possono permettersela, e quasi tutti restano in carica gli stessi quattro anni del sindaco.
Succede anche che i funzionari municipali che occupano cariche chiave perdano spesso il posto non appena cambino le autorità, sia per ragioni di partito o per mancanza di empatia personale con il nuovo sindaco. Per questo risulta vitale la Legge sulla Carriera Amministrativa Municipale, che dovrebbe garantire non solo stabilità lavorativa al margine dei cambi politici periodici, ma anche stabilire una politica salariale, di stimolo e promozione per il personale municipale, specialmente per quelli che esercitano cariche di direzione o che sono più qualificati professionalmente.
La necessaria stabilitàDa un sondaggio recente condotto tra 92 sindaci risulta che meno del 10% del personale qualificato impiegato nelle istituzioni municipali ha una anzianità di lavoro maggiore di quattro anni, mentre meno del 5% ha più di 6 anni. Paradossalmente, i più importanti organismi non governativi dedicati al municipalismo e lo stesso governo centrale, mediante accordi con organismi multilaterali come la Banca Mondiale, hanno incentrato i loro sforzi nella qualifica del personale comunale e nell’organizzazione e nel funzionamento dei governi municipali. Centinaia e probabilmente migliaia di amministratori, contabili, auditori, incaricati di servizi municipali, esattori, consulenti legali, tra le altre specializzazioni, hanno ricevuto decine di corsi di ogni tipo per migliorare la loro qualificazione, ma sono molto pochi quelli che ancora sono al servizio delle municipalità.
Non possono mancare altre norme legali per completare il quadro giuridico municipale. Le Legge dei Municipi, nota come Legge 40, è stata approvata nel 1988, durante la rivoluzione sandinista, ma il suo regolamento è stato pubblicato nove anni più tardi, durante il governo Alemán, soltanto perché undici mesi dopo, nel 1998, venisse riformata del tutto la legge e sostituita con la numero 261, ancora però da regolamentare. Nel marzo del 2001 è stata quindi approvata la Legge del Regime di Bilancio Municipale, riformata nel Dicembre 2002 per regolamentare, tra le altre cose, il calcolo dei salari e le diarie che si pagano a sindaci e consiglieri.
Nell’Aprile 2003, è stata approvata la Legge di Solvenza Municipale, anch’essa ancora prova di regolamento attuativo. I sindaci sperano tuttavia che i deputati promulghino il Codice Tributario Municipale, il nuovo Regolamento della Legge dei Municipi, e le leggi sui Trasferimenti, sulla Partecipazione Civica, sulla Carriera Amministrativa Municipale e sull’Urbanistica.
Salari bassissimiLa Legge del Servizio Municipale sarà uno strumento privilegiato che, se si applica con rigore, garantirà stabilità al personale chiave che lavora nei Comuni, soggetto fino ad oggi alle oscillazioni elettorali, alla precaria politica salariale e ad ingiusti criteri di valutazione dei risultati. Salvo i 19 municipi le cui entrate superano i 10 milioni di córdobas, il resto dei Comuni non può pagare ciò che i suoi funzionari meritano per il loro lavoro. Eccetto gli avvocati e, in alcuni casi, gli esattori fiscali che guadagnano per commissione, in almeno la metà dei Comuni del Nicaragua gli altri hanno salari che oscillano tra gli 800 córdobas mensili (poco più di 50 dollari) e gli 8 mila córdobas (535 dollari).
Ciò ha provocato un’elevata rotazione del personale qualificato, il quale “emigra” spesso verso le imprese private delle città più importanti o è reclutato con salari due e fino a tre volte maggiori dai “grandi” Comuni. Il risultato è nefasto per la buona gestione dei governi locali: non solo si perde il personale maggiormente capace, per formare il quale sono stati investiti migliaia di dollari, ma la sua assenza ha un impatto negativo anche e soprattutto sull’amministrazione.
Le oscillazioni politiche: il caso di GranadaA questo fattore economico si somma quello politico. Ogni volta che ci sono elezioni, la maggioranza dei funzionari municipali, compresi i più qualificati, sa che è molto probabile che saranno licenziati. Anche se, in generale, il timore diminuisce se il sindaco entrante è del medesimo partito di quello uscente, nemmeno ciò dà totale garanzia, soprattutto se di mezzo ci sono dispute personali o partitiche tra i due.
A Granada, dove nelle ultime elezioni sono state vinte dal Partito Conservatore, il nuovo sindaco Luis Chamorro Mora, nei suoi primi sei mesi di gestione ha licenziato l’amministratore e almeno altri tre funzionari, adducendo fossero personale di fiducia della sindaca liberale uscente. Anche se probabilmente l’amministratore aveva simpatie politiche diverse da Chamorro, la verità è che nel corso degli anni era stato formato da differenti organismi per esercitare la sua funzione e godeva di molto prestigio nell’ambito municipale. Comunque, l’amministratore in questione non è rimasto molto tempo disoccupato: il sindaco sandinista di Tipitapa, César Vásquez, accanito avversario dei liberali nel suo municipio, lo ha assunto come suo nuovo amministratore municipale, con eccellenti risultati. Lo stesso Vásquez spiega che all’epoca in cui era consigliere – carica ricoperta per dieci anni – ha avuto modo di verificare la sua capacità quando entrambi partecipavano a seminari di formazione per autorità e funzionari municipali.
Stabilità non è sinonimo di qualità: il caso ManaguaCi sono anche esempi in cui la stabilità non significa qualità. Il più emblematico è il caso di Managua, dove un sandinista, Herty Lewites, è arrivato al Comune dopo due amministrazioni liberali, tra cui quella di Alemán Lacayo, il corrotto leader del PLC che proprio da sindaco ha iniziato ad accumulare la sua favolosa fortuna saccheggiando le casse comunali. Nei due mesi trascorsi tra le elezioni e l’insediamento di Lewites, i liberali hanno approfittato per lasciare una serie di “eredità” al nuovo sindaco: tra gli altri abusi, hanno incrementato l’organico assumendo 600 attivisti del PLC senza alcuna funzione specifica, ma con salari esorbitanti, e firmato con i sindacati a loro vicini un contratto collettivo della validità di quattro anni, per proteggere i soprannumerari, premiare gli inefficienti e concedere pensioni vitalizie a tutto questo personale “politico”.
Di conseguenza, oltre il 60% delle entrate ordinarie del Comune di Managua era destinato in prima istanza a pagare l’organico, i benefici speciali, la sicurezza sociale e gli extra. Nel 2001, le entrate fiscali erano in media di 26 milioni di córdobas al mese, 14 dei quali destinati a pagare l’organico di 2.700 lavoratori. Ad almeno 6 milioni ammontavano, inoltre, i pagamenti di acqua, luce e telefono, tra gli altri costi fissi.
Lewites non è rimasto con le mani in mano. Ha licenziato più di cento attivisti liberali, tentato di ridurre alcuni dei benefici del contratto e si è detto disposto ad annullare il contratto collettivo. Tuttavia, l’allora presidente Arnoldo Alemán gli ha mosso contro i sindacati liberali, che hanno proclamato uno sciopero, mentre il suo ministro del Lavoro ha ratificato la validità dell’accordo firmato con i sindacati. Il sindaco sandinista ha dovuto far quindi marcia indietro e attendere un cambiamento di governo per tornare alla carica, questa volta contro quell’autentica mafia consolidatasi tra i raccoglitori di immondizia, molti dei quali conservano il posto fin dall’epoca di Somoza. Gli hanno quindi opposto un altro sciopero, costringendolo a reintegrare al lavoro quasi tutti quelli che aveva licenziato, meno una ventina dei capi del gruppo più corrotto.
Trenta mesi dopo l’insediamento di Lewites, è ancora frequente incrociare nei corridoi del Comune capitolino non pochi impiegati, tra questi vari sedicenti “leaders sindacali”, che ricevono un salario nient’affatto disprezzabile senza che lavorino a qualcosa, giacché non sanno come eseguire i compiti per i quali sono stati formalmente assunti, ma non li si può licenziare perché lo proibisce il contratto.
E sempre, la corruzioneAltri esempi di bancarotta sono legati alla corruzione delle autorità uscenti e dei funzionari municipali in attività. In un municipio del dipartimento di León, dove da 24 anni governa l’FSLN, quando nel 1997 si è insediato il nuovo sindaco, il suo predecessore ha lasciato nei loro incarichi i suoi più intimi collaboratori, tra cui l’amministratore del Comune. In pochi mesi, il nuovo sindaco ha scoperto numerosi indizi di corruzione nella gestione delle entrate e in molte spese debolmente riportate. Una delle persone direttamente coinvolte era l’amministratrice. Per licenziarla, il sindaco ha dovuto scontrarsi con il suo stesso partito, sul quale il suo predecessore vantava un’influenza decisiva. Di conseguenza, l’FSLN ha preso le distanze dalla gestione del “suo” sindaco e in qualche occasione ha persino dato ordine ai due suoi consiglieri di allearsi con i liberali nel tentativo di destituirlo.
Sì alla rielezioneAltra questione che da anni è dibattuta nelle amministrazioni locali è la rielezione dei sindaci. La Costituzione stabilisce all’articolo 178 che «il Sindaco e il Vicesindaco potranno solo essere rieletti per un mandato. La rielezione del Sindaco e Vicesindaco non potrà avvenire per il mandato immediatamente successivo». I partiti che hanno approvato le riforme nel 1995 hanno applicato ai sindaci la stessa formula prevista per il presidente della Repubblica. Solo che l’ambito municipale non è, necessariamente, lo stesso di quello nazionale.
È certo che entrambi gli ambiti hanno in comune il fatto che in molte occasioni la leadership locale è contaminata dai vizi del caciquismo e del caudillismo (due modi di indicare una sostanziale deriva autoritaria e populista della democrazia, ndr), con tutte le sciagure che ciò si trascina dietro. Tuttavia, non meno certo è che per problemi oggettivi quali il basso livello educativo – l’analfabetismo nazionale ora supera il 40% –, la migrazione dei più qualificati e fattori culturali che deformano la vita pubblica – tra gli altri, il maschilismo e l’eredità feudale per cui i padroni sono migliori perché sanno tutto –, è difficile formare autentici leaders comunali o municipali. Rieleggerli non sarebbe di per sé negativo.
Sono vari gli esempi di eccellenti sindaci che non hanno potuto continuare il loro lavoro, principalmente per questa ragione. Nel 1990, la presenza di bande controrivoluzionarie nel municipio di Tuma-La Dalia impedì le elezioni e l’allora presidente della Repubblica Daniel Ortega venne autorizzato a nominare il sindaco. Scelse Jaime Aráuz, un giovane di appena 28 anni che si era alfabetizzato nell’esercito, nel quale aveva prestato servizio volontario, e che non era andato oltre le scuole elementari. Durante i suoi sette anni alla guida del municipio, Aráuz ha continuato a studiare fino al diploma superiore e ha trasformato radicalmente il municipio, come riconoscono perfino gli stessi liberali. Considerando l’eccezionalità della sua prima nomina, la legge gli ha consentito di presentarsi alle elezioni del 1996, risultando eletto con la maggioranza assoluta dei voti. Nel secondo mandato ha continuato a studiare fino a laurearsi avvocato ed anche il municipio ha continuato a progredire. Al termine del suo secondo mandato, non potendo essere rieletto ha optato per la candidatura a deputato su base dipartimentale di Matagalpa. Tuttavia, i “danielisti” gli hanno presentato il “conto” per la sua opposizione al patto Ortega-Alemán: piazzatosi al secondo posto nella consultazione interna (una sorta di primarie, ndr) dell’FSLN, a seguito di una “revisione” dello scrutinio, è stato eliminato.
Ma c’è anche l’esempio di Manuel Maldonado, il miglior sindaco mai avuto da Somoto, il capoluogo dipartimentale di Madriz (nel nord del Paese, ndr), e che ora è deputato. Gestendo al meglio i fondi ottenuti grazie ai gemellaggi di Somoto con cinque città europee e statunitensi, egli ha potuto realizzare numerose opere che hanno trasformato il volto di Somoto da quel villaggio che era ad una vera cittadina, ponendo inoltre le basi per un suo sviluppo a medio termine. Aráuz e Maldonado potrebbero ora ripresentare la propria candidatura, per un ultimo mandato come sindaci, sempre che riescano ad ottenere il favore delle strutture locali del loro partito, l’FSLN.
Ambizione, opportunismo un po’ di demenzaSalvo eccezioni, una qualità estranea alla maggioranza degli attuali sindaci e consiglieri, così come dei deputati (al parlamento monocamerale, ndr), è la vocazione di servizio. Peggio: i politici non percepiscono questa caratteristica come indispensabile per selezionare una persona come candidato a qualunque carica pubblica. Al contrario, ambizione, opportunismo, relazioni, denaro e una certa dose di demenza, risultano loro più comode. Quando un cittadino riunisce tali caratteristiche, sicuramente entrerà nella lista di quelli che i politici chiamano “buoni candidati” per consigliere municipale o sindaco.
Non importa che non abbia carisma, tanto meno se abbia una buona o cattiva reputazione, se sia o no preparato, se voglia servire o servirsi, se abbia o no un partito politico. Il carisma e la reputazione si possono comprare. La vocazione si può dissimulare. Il partito lo si può negoziare. Alla fin fine, un posto in qualunque governo municipale è comunque una merce. Una volta in carica, ormai nulla importa: non ha da rendere conto ad alcuno. Mettendo insieme un po’ di soldi può realizzare un parco giochi o riparare un paio di strade o fare in modo che qualche organizzazione caritativa regali al villaggio qualcosa. Ciò gli sarà sufficiente per stilare la lista di opere realizzate.
La demenza gli servirà per spiegare le improvvisazioni e le negligenze, soprattutto nel caso in cui a qualche compagno di partito infido venisse in mente di vendicarsi per la sua antidemocratica condotta di non permettergli di condividere i benefici che prodigano le casse comunali e, quindi, di mettersi a spulciare sui giri fatti fare ai fondi esterni o sugli spiccioli pagati per immatricolare veicoli mai entrati ufficialmente nel Paese.
E siccome la politica premia sempre chi si è ben comportato, se agisce con il sempre conveniente segreto e una dose sufficiente di lealtà al caudillo di turno, dopo quattro anni di “sacrifici” avrà l’opzione di fare carriera politica e diventare deputato, non solo per incrementare la propria influenza, ma – cosa più importante – per guadagnare più denaro con un salario da Primo Mondo e con enormi possibilità di entrare nella sfera dei grandi affari.
La partecipazione civicaCiononostante, in Nicaragua l’esperienza ha confermato ciò che in quasi tutto il mondo è noto e in atto: i governi municipali sono gli strumenti dello Stato più vigorosi per risolvere i problemi dei cittadini e migliorare la loro qualità di vita. Altro vantaggio: è più facile per gli elettori controllare la gestione amministrativa e finanziaria e, pertanto, sono meno propizi per la corruzione. Ciononostante, anche in Nicaragua è provato che il tallone di Achille del municipalismo è la partecipazione civica. In primo luogo, perché oltre al fatto che i meccanismi sono deboli, la popolazione manca di sufficiente informazione riguardo al suo stesso ambiente, e la polarizzazione politica inibisce o esclude dalla gestione chi appartiene ad un partito diverso da quello che amministra.
In secondo luogo – forse, il più importante –, perché non esiste una coscienza sociale sviluppata al punto da appropriarsi degli affari municipali e, in questa misura, obbligare i politici a tenere conto delle loro opinioni su come e cosa debba realizzare l’amministrazione municipale. La partecipazione civica non è più una bandiera (solo, ndr) della sinistra: perfino la Banca Mondiale e l’FMI l’hanno fatta propria. Il problema è che cosa significa partecipare. Probabilmente, la chiave sta nel come.  Perché il cosa fare in municipi poveri, che sono la stragrande maggioranza in Nicaragua, è chiaro: dalle azioni strettamente assistenziali per aiutare i più poveri esclusi dal sistema, fino allo sviluppo urbano a lungo termine. Ma, il come farlo varia a seconda degli interessi di ciascun settore. Ormai conosciamo il come applicato dai soldati fondomonetaristi. Il difficile è inventare il come a partire dal potere locale, senza risorse per risolvere i problemi concreti della gente in maniera differente. Come lo hanno fatto Manuel Maldonado, Jaime Aráuz o Juan Gabriel Hernández Rocha. I buoni esempi. Le eccezioni.

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