«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NICARAGUA / Giovani e sessualità: una mini-inchiesta

Dire che i giovani pensino e agiscano in maniera diversa è un cliché molto diffuso, ma non per questo meno vero. Fino a che punto e come si esemplifica questo cliché fra i giovani nicaraguensi? Un’inchiesta fra gli studenti della Università Centroamericana (UCA) di Managua ci porta a ragionare in termini più approfonditi. Per varie ragioni. Si può calibrare lo stato degli stereotipi di genere o la loro parziale scomparsa. Serve per conoscere la riproduzione culturale di certi modi di pensare in un ambiente particolare – quello universitario – che si presume più libero, favorito dalla formazione e dal contesto di nuove idee e stili di vita in fermento. Si misura la persistenza, il vigore e la volontà dei pregiudizi sociali, che si sovrappongono, interpongono e dispongono contro la retorica e le aspirazioni di gruppi e individui per entrare in punta di piedi o rumorosamente ed istallarsi nei gusti e nei modi di presentarsi di condotte accettabili.

Di José Luis Rocha. Traduzione di Viviana Frisone. Redazione di Marco Cantarelli.
 
Oltre un anno fa, abbiamo realizzato un’inchiesta su ragazzi e ragazze della UCA, considerandola quella con maggiore diversità giovanile all’interno del microcosmo universitario, che a sua volta è solo una parte dell’universo giovanile del Nicaragua. Quindi, commentammo in envío (n. 245, agosto 2002, versione spagnola) i dati di quell’inchiesta, in particolare sulle etichette che i giovani si attribuiscono l’un l’altro nel grande affanno di produrre un’identità. Utilizzando la stessa base di dati, analizzeremo in questa occasione la diversità di genere in alcune risposte.
Fra il dire e il fare...In molti casi, tratterò i dati ottenuti tramite l’inchiesta come un riflesso della maniera giovanile di presentarsi in pubblico, indipendentemente dalla base reale delle dichiarazioni rilasciate all’intervistatore. In altre parole, tralasciando le coincidenze fra quello che dicono e quello che fanno. Prescinderò dall’indagare l’argomento molto interessante delle differenze di genere fra ciò che si dice e che si fa. Mi limiterò ad esaminare l’atto del parlare e cercherò di interpretare ciò che tale azione significa per scoprire la strategia nella quale si iscrive.
La bugia, concetto morale applicato alla strategia di presentarsi agli altri o a se stessi con una certa distorsione, è un meccanismo di difesa. La maggiore o minore intensità con cui un gruppo ricorre a questo meccanismo può essere, tra l’altro, un indicatore della forza di coercizione sociale esercitata sul gruppo e sull’egemonia che certi stereotipi hanno su di esso.
Iniziamo da quanto emerge dall’inchiesta, condotta su un campione di donne (63%) e uomini (37%), esattamente proporzionale alla reale popolazione studentesca della UCA che, a fine 2001, era composta da 3.822 donne e 2.234 uomini; quote peraltro vicine a quelle del 2003: 3.880 donne e 2.159 uomini.
Cronogramma socialmente impostoNella fascia d’età compresa fra 16 e 18 anni troviamo il 36,5% del campione, vale a dire il 41% delle intervistate e il 29% degli intervistati. Nella fascia che va dai 19 ai 35 anni rientra il 63,5% del campione, vale a dire il 71% degli intervistati e il 59% delle intervistate. In altre parole, le ragazze sono più numerose fra la popolazione studentesca più giovane. In effetti, fra gli studenti maggiori di 21 anni – solo il 10,5% del campione – la percentuale è del 43% di donne e 57% di uomini, inversa rispetto alla proporzione del 63% di donne e 37% di uomini, sopra citata.
Ciò può essere dovuto a varie ragioni. Le donne sono più inclini a legare i propri ruoli sociali a determinate età. In campagna, quando una ragazza compie 14 anni, si dice che “è nubile” e questo significa: in età per contrarre matrimonio. In campagna, ma anche in città, quando una ragazza raggiunge una certa età senza sposarsi, si dice: “ha perso il treno”. Per la donna esiste un cronogramma socialmente imposto, che prescrive quale sia l’età adeguata per quasi tutto. Anche per studiare. Fra i 17 e i 20 anni, si ubica la fascia ortodossa per gli studi universitari di primo livello. Tuttavia, un quarto degli uomini intervistati ha contravvenuto a questa norma. Invece, solo il 15% delle intervistate non sono comprese in questa fascia d’età.
Un’altra ragione: le donne acquisiscono prima responsabilità familiari e sentono – e sperimentano – che la situazione di coniugate è incompatibile con gli studi. I lavori domestici e la cura dei figli ricadono sempre più sulla donna. L’uomo, alleviato da tale peso, grazie a se stesso o alle donne del suo contesto familiare, può disporre del proprio tempo con maggiore autonomia e libertà.
Un altro dato: generalmente i tempi di studio variano a seconda della classe sociale. I ceti con minori possibilità economiche si vedono obbligati frequentemente ad aspettare un lavoro remunerativo per entrare all’università. E quando ciò succede, molte donne sono già sposate e, quindi, non possono studiare o per gli obblighi domestici o per la gelosia del marito.
Musica e divertimentoCosì come le attività sono segmentate maggiormente per età in un sesso rispetto all’altro, anche per quanto riguarda i luoghi e le attività ricreative esistono nicchie predilette da ciascun sesso. Studenti che si ispirano agli hippies e consumatori di marijuana confessano in misura maggiore delle donne di frequentare determinati locali.
Per gli uomini è più facile anche ammettere di frequentare bettole, considerate spazi ad essi riservati, dove si va a parlare “di cose da uomini”. All’opposto, le discoteche di maggiore prestigio e più costose a Managua, così come cinema e centri commerciali, sono i luoghi di svago più citati dalle donne.
La segmentazione in base al genere dipende anche dalla musica che viene proposta in tali luoghi. Al 58% dei giovani piace il rock, considerato segnale di ribellione e rudezza, mentre solo il 26% delle ragazze lo preferisce. La musica romantica gioca il ruolo di avversario simbolico del rock. Essa è preferita dal 67% delle giovani e respinta in una proporzione simile dai ragazzi. D’altro canto, il rap è il genere che meno piace, rifiutato dall’83% delle ragazze e dal 60% dei ragazzi.
Cacciatori e predeAlla domanda “a cosa servono le feste?”, il 15% dei maschi ha risposto “per cuccare” (afincar), parole che nel gergo giovanile ha un significato polisemantico ampio, che va da “baciare” a “fare sesso”. Solo l’1% delle ragazze ha dato questa risposta. Afincar è una parola molto forte, che implica una maggiore aggressività nella relazione uomo-donna. Il suo significato, fuori dall’ambito sessuale, è “afferrare”,  “impossessarsi”. Per il maschio si tratta di una questione di vanto; dire: “yo afinqué con esta muchacha”, lo situa davanti ai suoi pari, maschi, in una posizione di conquistatore audace e di successo.
Qualsiasi giovane di Managua sa che la percentuale di ragazze interessate alle feste come spazio per “cuccare” è molto più elevata dell’1% che appare nell’inchiesta. Tuttavia, per una ragazza sarebbe poco conveniente manifestare una simile intenzione ad un intervistatore. Lo stesso meccanismo di controllo culturale e generale è quello che stabilisce i livelli di pudore e l’economia di valori quando si tratta di confessare le proprie avventure sessuali. Quando una donna perde la virginità, l’uomo guadagna esperienza.
Quasi il 10% dei giovani dice che va alle feste per trovare ragazze mentre solo il 2,4% delle donne dice di andarci per trovare ragazzi. La ricerca del compagno – o anche di fugaci avventure sessuali – è vista peggio fra le donne. Il maschio che va alle feste per trovare una compagna si presenta come un cacciatore e la donna che fa lo stesso appare come una che “si offre” come “preda”. In qualsiasi caso, si assume che chi prende, possiede e conquista è l’uomo, mentre la donna, anche quando assume un comportamento attivo, si mette solo sotto tiro.
Silvio Rodriguez, il famoso cantautore cubano, canta “ la brava ragazza di casa decente non deve uscire, che dirà la gente la domenica alla messa...?”. La nostra inchiesta dice che se le ragazze escono, devono farlo accompagnate. Mentre il 20% dei maschi dichiarano che vanno da soli ai luoghi di divertimento, in questo gruppo si ubica solo il 5% delle ragazze. Il cacciatore può uscire da solo perché deve trovare una nuova preda ad ogni uscita. La ragazza che va sola o si trova da sola in un luogo suscita sospetti: sarà lì per essere catturata?
Il dominatore dominatoBere è un’attività più “confessabilmente” maschile. Il 32% dei giovani confessa che le feste servono per bere, mentre solo il 12% delle ragazze lo sostiene. In Nicaragua – a differenza di quello che accade in altri Paesi –, le maratone d’ebrietà sono uno sport quasi esclusivamente maschile e la resistenza nel bere continua ad essere un attributo di virilità. Le cantinas sono piene di uomini che competono tra loro, esibendo sopra i tavoli le bottiglie che hanno “posseduto”, come se si trattasse di donzelle che hanno conquistato e cui hanno rubato le virtù. Piegarsi nell’arena etilica di una bettola è correlato alla flaccidità del membro virile durante le relazioni sessuali.
La confessione del consumo di droga è pure occasione per mostrare virilità nel maschio e motivo di vergogna nella donna. Solo lo 0,4% delle ragazze dice di consumare droghe abitualmente, cosa che il 2,7% degli uomini confessa di fare abitualmente. Il 15% di essi dichiara di averle provate una volta, contro appena 4,4% delle donne. Il maschio è obbligato ad essere ardito. Deve osare provare di tutto.
La mascolinità sta nella tenacia, nell’osare. Non si tratta tanto di quello che è più o meno sano quanto di ciò che è più ardito. Confessare che non si pratica alcuno sport apparentemente è più sanzionabile fra gli uomini che le donne. Solo il 29% degli intervistati dice di non praticare sport, contro il 58% delle intervistate. Lo sport, associato quasi esclusivamente alla competizione e alla rudezza e molto poco alla armonia e alla salute, suole anch’esso essere considerato una prova di virilità.
Prima o poi, tutte queste esigenze divengono un oneroso fardello per il presunto dominatore: bere, presentarsi come atleta, mostrarsi sessualmente aggressivo, competere o ardire su tutto, sono giochi che non tutti i temperamenti maschili godono con la stessa delizia o soffrono con lo stesso stoicismo. Anche il dominatore si vede costretto dalle strutture di dominazione e obbligato a comportarsi in maniera conforme alle aspettative che derivano dalla sua condizione di dominatore. È prigioniero del suo status e deve mostrare in pubblico – e anche a se stesso – chi porta i pantaloni, chi conquista più donne e chi ingerisce più alcool. Cacciatore cacciato dal sistema, il dominatore è oppresso dagli ingranaggi di cui è parte.
Il dominatore e le dominateI punti di vista della dominazione maschile sono stati introiettati – parzialmente o totalmente assimilati – dalle dominate e sono manifestati da queste nei loro giudizi e azioni. L’assimilazione è palpabile sia quando le ragazze condividono il sistema sia quando dissentono dallo stesso. Quasi il 70% delle donne afferma che le feste servono per ballare, obiettivo citato solo dal 25% degli intervistati. In positivo, bisogna dire che il ballo riflette disinibizione e il godimento dell’espressione corporea. In negativo, questa predilezione delle ragazze può essere interpretata come un’altra forma di passività femminile: essere viste, esibirsi, come nei concorsi di bellezza, dove il corpo femminile viene mostrato, specialmente in attività che sottolineano la grazia, così come il corpo maschile si esibisce in attività che sottolineano la forza ed il vigore, come lo sport. Nel ballo la donna si insinua, seduce senza essere aggressiva, prende l’iniziativa senza rubare il protagonismo dell’uomo. Il ballo è per eccellenza l’attività di seduzione ammissibile per la donna.
Certamente, le ragazze che si autodefiniscono “rivoluzionarie” si dichiarano contro questi modelli. Se quasi il 70% delle ragazze optano per il ballo come divertimento preferito, solo il 39% delle “rivoluzionarie” condivide tale opinione. Per contro, mentre solo il 12% delle ragazze dice che le feste sono per bere, questa finalità è segnalata dal 23% di coloro che si autoproclamano “rivoluzionarie”, situandosi quasi a metà strada fra la percentuale maschile e femminile in questa risposta.
Queste ribelli fanno la loro guerriglia al sistema di dominazione maschile. Le loro incursioni nelle attività considerate più maschili possono essere un segno di liberazione, ma anche no. Perché invece di minare quelle strutture, esse si  concentrano sui dettagli nell’adottare le pose del dominatore: anch’io bevo, anch’io conquisto...
Pensando a partire dalle strutture cognitive del sistema dominante, che riduce tutti le questioni di genere alla dicotomia maschile/femminile, confondono la lotta contro il sistema e le sue prerogative con la lotta per raggiungere tali prerogative e le pose ad esse associate. In definitiva, la loro proposta si traduce in “tutti maschili”. Non comprendono che tutti gli attributi avuti come dominanti e, pertanto, maschili, non sono tali in sé, ma solo all’interno del sistema che dà loro senso. Non comprendono inoltre, quanto oppressivi possano risultare anche per i dominatori.
Queste ribelli, invece di evidenziare l’assurdità di certi comportamenti, cercando così di liberare tutti – uomini e donne – imitano i comportamenti del dominatore e perpetuano le relazioni di dominazione. In altre parole, le donne chiaramente dominate, aderendo ad un’immagine che svalorizza la donna, sono portate a dire ossessivamente: “quest’uomo sembra una donna”; mentre le dominate ribelli dicono “anch’io bevo e cucco”. Entrambi i comportamenti riproducono la dominazione.
Di cosa parlano?Alla domanda di quali temi si parli nelle feste, il 12% dei maschi risponde “di politica”, tema segnalato soltanto dal 7,6% delle donne. Interrogati su questa questione, i maschi paiono più propensi a considerare un loro “dovere” occuparsi di questioni pubbliche. Le donne, invece, mostrano maggiore inclinazione rispetto agli uomini per temi incentrati su famiglia e futuro, e per questioni private che competono all’ambito segreto e anonimo dell’universo femminile. Risposte peraltro coerenti con gli stereotipi: mentre l’uomo si occupa della dimensione “macro” e pubblica, la donna fissa il suo sguardo sui dettagli e sul privato. Trattandosi di giovani, queste tendenze non sono molto accentuate. L’età – e l’incertezza che domina in Nicaragua? – segnano pure gli interessi: entrambi i sessi dichiarano di parlare principalmente di futuro.
Come si muovono?L’uso dell’autobus per spostarsi fino all’università è leggermente più elevato fra i maschi (76%) che fra le donne (73%). L’uso del taxi – va precisato che in Nicaragua quelli collettivi sono assai comuni, oltre che più economici, ndr – è maggiore fra le intervistate (8,4%) che fra gli intervistati (4,7%). Circa il 19% di entrambi i sessi usa un veicolo privato. Le cifre cambiano drasticamente quando si domanda loro con che mezzo di trasporto si rechino ai luoghi di divertimento. Il taxi è più usato dai maschi (35%) che dalle donne (18,5%) ed il veicolo privato predomina maggiormente fra le ragazze (71%) che fra i giovani (57%).
La ragione di questa trasmutazione di proporzioni sta nel fatto che le ragazze dicono di venire invitate ad uscire nei veicoli dei loro amici. I loro genitori non le lascerebbero uscire se non accompagnate. Per i ragazzi, tale modalità non funziona perché l’essere invitati sarebbe disdicevole rispetto al loro ruolo attivo. In una delle sue molte ricerche sul Nicaragua, l’antropologo nordamericano Roger Lancaster ha verificato come nella divisione di ruoli per genere il dare è maschile, mentre ricevere, prendere, accettare è femminile. Solo in Nicaragua?
Intanto, l’inchiesta dimostra che ciò funziona come ideale in tutte le sfere di transazione fra i generi. Di qui il fatto che il 14% delle ragazze dica di non spendere un centesimo quando esce, situazione in cui non si ritrova alcun uomo. E così si spiega che mentre il 28% delle ragazze dice di spendere 50 córdobas o meno per ogni uscita, questa modesta spesa è possibile o confessabile solo per il 10% dei giovani.
Una delle strategie femminiliIl taxi è un mezzo di trasporto per il 43% dei giovani dei quartieri popolari, ma appena il 25% delle loro vicine di casa lo usa. Per le ragazze esistono i veicoli dei loro amici. Le ragazze dei quartieri popolari viaggiano in macchina un 10% in più rispetto ai loro vicini uomini. Le stesse affermano di frequentare le discoteche più costose, i cinema e i ristoranti dei centri commerciali, più dei ragazzi.
Si tratta di una strategia che cerca di frenare, in tempi di ozio e divertimento, lo svantaggio di essere finite per scelta delle loro famiglie in un certo contesto accademico: il 41% delle ragazze dei quartieri popolari hanno studiato in scuole pubbliche, frequentate invece da appena il 26% dei maschi della stessa estrazione sociale. Si tratta di una strategia che punta a generare capitale sociale in uno scenario dove le ragazze hanno qualche vantaggio. Sebbene tali percentuali appaiano segnate dall’elevato numero di ragazze che proviene da “fuori Managua” – in alcuni casi da località rurali dove le scuole pubbliche sono l’unica opzione –, la conclusione resta valida: le giovani cercano di sopperire in qualche maniera alla scarsa generazione di capitale sociale alla quale negli anni addietro furono sottomesse per ubicazione geografica e di classe, dove sono nate hanno vissuto.
Crisi della dominazione maschile?Le giovani ed i giovani intervistati sono tutti universitari della UCA. Tale campione non rappresenta tutta della gioventù del Paese. Ai fini di questa analisi, circoscrivere l’oggetto di studio ci obbliga a tenere presente che la loro caratteristica di universitari agisce come filtro dei condizionamenti sociali, a volte attivando correnti, altre cancellando o modulando influssi.
Le differenze di gusti e attività dichiarate appaiono con dimensioni a volte molto piccole ed a volte molto notorie. Senza disporre delle opinioni di altri settori di giovani né quelle di altre generazioni, notiamo che sarebbe interessante comparare per università, per gruppi d’età e per classi sociali diacronicamente, mettendo in contrasto il settore urbano con quello rurale. Solo così potremmo ubicare più esattamente, nel mappa di genere nazionale, le coordinate degli studenti della UCA.
Ci sono dati che tendono a identificare la popolazione studentesca della UCA come un settore in certi aspetti più liberato. Solo il 17% degli uomini intervistati proviene dai dipartamentos, cioè da altre province. Nel caso delle ragazze questa cifra si eleva fino al 31%. In un campione composto da un 63% di ragazze, la presenza femminile supera di molto questa percentuale per i dipartimenti più distanti dalla capitale: le universitarie sono l’80% degli intervistati di Chinandega ed Estelí, il 91% di Granada ed il 100% di Boaco, Chontales, Jinotega, León, Matagalpa e Nueva Segovia.
In tutti questi dipartimenti non si aprono orizzonti molto ampli per una donna. Molte non si rassegnano a diventare casalinghe di ambiti familiari guidati da imprenditori agricoli che eserciteranno su di esse un ferreo controllo. In campagna o nel commercio familiare non esiste altra occupazione per le ragazze che dare una mano nelle faccende domestiche di routine. A Managua, arrivano alla ricerca di alternative. E non bisogna scartare la strategia – capace di ottenere la venia dei loro genitori – di trovare un “buon partito” nella capitale. In qualsiasi caso, permettere che le ragazze viaggino e risiedano nella capitale, fuori dalla portata della tutela paterna, è già un segnale di cambiamento degno di attenzione.
La tesi di che esiste una maggiore propensione femminile a migrare dai dipartimenti verso la capitale non è nuova. Nello studio sulle migrazioni interne al Nicaragua, reso noto nell’Agosto del 1997 dal Fondo per la Popolazione delle Nazioni Unite, basato sul censimento del 1995, si scopre che il 47,7% degli immigranti di Managua ha 15-29 anni. Tale percentuale si divide in 30,7% di donne e 17% di maschi. Le giovani donne immigrate sono quasi il doppio dei ragazzi immigrati a Managua. Molte di queste sono arrivate nella capitale per lavorare nel settore dei servizi. Ora sappiamo che altri con presenza meno numerosa però non meno significativa, emigrano per motivi di studio.
Forse, queste strategie – ubicazione a Managua, accumulazione di capitale sociale – sono alcune delle strade attraverso le quali si potrà erodere la dominazione maschile. Le strutture dominanti sono iscritte nella pelle e tanto incrostate nelle ossa che il suo improvviso smantellamento è solo possibile al prezzo di fare collassare una moltitudine di maniere di vivere: relazioni affettive e lavorative, attitudini di fronte al pericolo, inclinazione a negoziare anziché a imporsi, etc.. Per questo, alcune delle strategie di liberazione si inseriscono nel tessuto della dominazione e cercano di inserirsi nelle condizioni esistenti.
Il sistema patriarcaleSe le donne si sono costruite un loro mondo essendo più accoglienti, attente ai dettagli e ospitali, mentre gli uomini si presentano come competitivi e aggressivi cacciatori, il miglior modo di aprirsi ai nuovi mondi possibili non consiste nel fare scoppiare il mondo già esistente a forza di puro volontarismo verbale che denuncia ciò che in definitiva riproduce. Il sociologo Pierre Bourdieu ha avvertito giustamente come «questi dualismi, profondamente radicati nelle strutture e nei corpi, non sono nate da un mero effetto di dominazione verbale e non possono essere aboliti per magia; i sessi non sono meri “ruoli” che possono essere interpretati a richiesta (alla maniera delle “drag queens”) in quanto sono iscritti nei corpi ed in un universo da cui prendono la loro forza». Occorre studiare questo universo, le sue facce e le sue maschere, per non conformarsi con una ribellione di parole e gesti, di teoria e ideologia, che solo va a beneficio del sistema patriarcale. E per aspirare a qualcosa di più profondo che veramente gli torca il braccio, senza violenza e con incanto.

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