«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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Nord/Sud / Trattato di Libero Commercio fra Centroamerica e Stati Uniti: opportunità o incubo?

Le negoziazioni fra i Paesi centroamericani e gli Stati Uniti per la creazione di un’area di libero commercio sono ormai in dirittura d’arrivo. Alcune riflessioni sugli investimenti nel settore tessile e in agricoltura aiutano a capire quale possa essere il futuro della regione, e specialmente del Nicaragua, dopo la firma del trattato.

Dell’équipe Nitlapán-envío. Ha collaborato alla traduzione Simone Mezzedimi. Redazione di Marco Cantarelli.

Secondo lo statunitense Kenneth Hoadley, rettore della Scuola Agricola Panamericana “El Zamorano”, prestigioso centro di formazione in agronomia e veterinaria in Honduras, con legami molto stretti con università degli Stati Uniti, il settore rurale centroamericano potrebbe vivere «un incubo» all’entrata in vigore del Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti. Ciò che colpisce è che una persona come lui, priva di alcuna connotazione di sinistra nella sua carriera professionale e formazione ideologica, veda come incubo ciò che vari analisti nicaraguensi promuovono come «l’ultima opportunità che ha il Nicaragua per reinventarsi come nazione».
Il TLC, in inglese CAFTA (Central American Free Trade Agreement) è presentato dai suoi promotori come la grande opportunità del Centroamerica per integrarsi con successo nel processo di globalizzazione, vincolandosi commercialmente al mercato più grande del mondo. Di fronte a tale idea, dominante nella propaganda ufficiale favorevole al trattato, sorge logica la domanda: perché un’economia così enorme come quella degli Stati Uniti sarebbe interessata a un trattato di libero commercio con un’economia tanto piccola e marginale come quella centroamericana?
Le ragioni sono più politiche che economiche. Una delle essenziali è questa: il CAFTA è una necessità tattica per un progetto strategico, l’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe), con cui gli Stati Uniti pretendono di fare del continente americano un mercato unico di 800 milioni di consumatori sotto l’egemonia delle sue compagnie, per competere in migliori condizioni con il blocco europeo e con il blocco asiatico. Perché se gli Stati Uniti sono riusciti a costruire, in campo militare, un mondo unipolare, sul quale regnano ovunque, non hanno ottenuto gli stessi risultati sul terreno economico e commericale, in cui esiste una multipolarità che gli Stati Uniti ancora non riescono ad assoggettare. In questo contesto, fare trattati bilaterali è la tattica per far avanzare la strategia.
Perché si afferma nella propaganda favorevole al TLC che è l’ultima opportunità che abbiamo in Nicaragua per reinventarci come Paese, idea che può essere applicata anche al Centroamerica? La risposta è storica ed anche elitista. Dopo la fine delle guerre civili in Centroamerica e malgrado l’apertura del mercato, i programmi di aggiustamento strutturale e l’ingente finanziamento multilaterale, non si è potuta riarticolare la capacità produttiva della regione. Negli anni ‘70 esisteva in Centroamerica un’élite economica che dominava il settore agroesportatore e che aveva conseguito il massimo livello di industrializzazione raggiunto nella nostra zona. Le guerre disarticolarono totalmente quel modello, non solo in Nicaragua ed El Salvador, ma in tutto il Centroamerica. Negli anni ‘90, nonostante la pace, l’élite centroamericana non è riuscita a riarticolare un nuovo modello, un nuovo asse produttivo di accumulazione. Si è lanciata, pertanto, ad accaparrarsi le banche, il commercio e i servizi, sfruttando come nuova base di accumulazione le rimesse familiari e i fondi della cooperazione estera.
Nel TLC, si esprime una specie di “rinuncia” dell’élite centroamericana a riattivare il settore produttivo, una prova del fatto che hanno deciso di consegnare tale missione agli investimenti stranieri. L’élite regionale si confessa “impotente” a portare a termine l’impresa di ricomporre o trasformare il settore produttivo e cede quindi tale responsabilità al capitale straniero, agli investimenti transnazionali. Per questo, il CAFTA, più che un trattato sul commercio è un trattato sugli investimenti. Fondamentalmente, ciò di cui si tratta è stabilire regole permanenti che diano stabilità e garanzie agli investimenti transnazionali. Di qui, l’insistenza degli Stati Uniti nel non considerare alcun accordo bilaterale, Paese per Paese. L’unica cosa che interessa loro è un trattato regionale, giacché il mercato centroamericano, diviso in quello dei suoi cinque piccoli Paesi, risulta pochissimo attraente, quasi ridicolo, per gli investimenti di qualsiasi impresa transnazionale.
Il Piano Puebla Panamá è strettamente legato al TLC come accordo sugli investimenti. Il PPP punta all’ammodernamento delle infrastrutture regionali dal Nord a Sud e da costa a costa. Un migliore e più moderno sistema di strade, porti, aeroporti e comunicazioni elettroniche permetterà maggiori agevolazioni agli investitori stranieri. Si tratta di trasformare tutte le infrastrutture regionali per convertirle in piattaforma di importazioni ed esportazioni.
Dagli anni ‘90 stiamo osservando in Centroamerica la tendenza che il CAFTA si propone di consolidare: la ricomposizione dell’apparato produttivo mediante la maquilización. La maquila ha cominciato ad essere già da dieci anni il motore che muove le economie centroamericane. È il nuovo modello dominante nella regione, incluso in Costa Rica, anzi là con maggior sviluppo, poiché il modello è cominciato prima e ha ottenuto di avanzare fino a consolidare un nuovo tipo di maquila più sofisticata con l’investimento operato dalla INTEL (che produce microprocessori per computers, ndr), la cui produzione rappresenta già un importante volume del prodotto interno lordo costaricense.
Le prospettive della “maquilizzazione” sono abbastanza precarie, come dimostra il caso messicano. Il México sperimenta già da anni un processo massiccio di “maquilizzazione”, specialmente nella regione di frontiera con gli Stati Uniti, dove si registra la più grande concentrazione di maquiladoras del mondo, modello che è cresciuto considerevolmente a seguito della firma del trattato di libero commercio con l’America del Nord (il NAFTA, ndr). Oggi, i messicani, che consideravano questi stabilimenti un guadagno netto del trattato, si stanno rendendo conto del fatto che si trattava di un guadagno effimero, giacché a partire dal 2005, quando il mercato delle quote tessili che oggi favorisce il México sparirà e si liberalizzerà totalmente il mercato dei tessili nel quadro degli accordi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), la Cina entrerà nel mercato mondiale delle esportazioni dei tessili con le sue maquilas e il costo per ora di lavoro di una donna messicana a Ciudad Juárez o Tijuana risulterà molto più alto di quello di una cinese nella provincia di Huangdong. Già da ora si nota una stagnazione nelle maquilas tessili del México e la chiusura di molte fabbriche. E cosa ancora più grave: mentre la Cina spera di avvantaggiarsi con gli accordi relativi al settore tessile della OMC e ha già messo in atto una strategia più a lungo termine, investendo nella qualificazione della propria manodopera per quella che sarà la prossima ondata di maquilas – non più tessili, ma elettroniche, per esempio – i messicani nulla hanno fatto in questo senso. Una considerevole miopia accompagna i trattati di libero commercio della regione centroamericana.
Qual’è l’analisi dell’équipe nicaraguense che negozia il TLC? Essa sostiene che negli anni ‘60 e ‘70 l’economia del Nicaragua aveva successo, con un settore esportatore che cresceva annualmente. Nel 1978, il Nicaragua esportava in milioni di dollari lo stesso valore di oggi, 25 anni dopo. Essa ritiene che in quegli anni c’era nel Paese un’élite imprenditoriale che aveva le conoscenze, i contatti, le capacità per gestire quel settore esportatore, per identificare nuove opportunità sui mercati mondiali e trarne vantaggio. Essa constata come negli anni ‘80 tutto ciò sia collassato, mentre negli anni ‘90 non si sia riusciti a stimolare alcuna ripresa, nonostante l’apertura commerciale, l’aggiustamento strutturale e i miliardi di dollari di cooperazione estera. Essa è convinta che oggi al Nicaragua manchi il capitale umano imprenditoriale di quegli anni, capace di imprimere dinamismo all’economia nazionale e, pertanto, non resti che accettare ormai definitivamente che quella spinta debba venire da fuori. Inoltre, tale analisi riflette la convinzione che il settore agricolo nicaraguense non abbia futuro e che i veri vantaggi comparativi del Nicaragua, le sue opportunità sul mercato mondiale, mai più verranno dal settore agricolo perché l’agricoltura nicaraguense è la più arretrata della regione e quella che ha gli indici di produttività più bassi. I negoziatori sono altresì convinti che la trasformazione del Paese esige che la forza lavoro attualmente dedita all’agricoltura si sposti sulla maquila, se non vuol restare impantanata in un’agricoltura di sussistenza o dedicarsi a settori molto specifici dell’agroesportazione. Tanto cruda è la visione che ha l’équipe negoziatrice nicaraguense.
Nelle attuali negoziazioni del CAFTA, gli Stati Uniti hanno mantenuto una posizione assai flessibile sul tema della maquila tessile accanto ad una notevole inflessibilità sul tema agricolo, riguardo al quale l’unica cosa che il Centroamerica ha ottenuto, a differenza del caso messicano, è un graduale processo di eliminazione delle barriere doganali. Tale inflessibilità statunitense sul tema agricolo è quella che fa presagire “l’incubo” e ha a che vedere con il “modello” che gli Stati Uniti hanno seguito nel Trattato di Libero Commercio con il México e che con alcune sfumature pretendono ora di imporre alla regione centroamericana.
Di fronte a questa inflessibilità sorge logica un’altra domanda: perché gli Stati Uniti non accettano, come chiedono i centroamericani, di escludere dal TLC il mais bianco – da tempi ancestrali alla base dell’alimentazione popolare –, di modo che i cinque milioni di centroamericani che lo coltivano non ne risultino colpiti? Inizialmente, i presidenti dei Paesi centroamericani speravano che gli Stati Uniti, coscienti delle asimmetrie e delle gigantesche differenze nei livelli di sviluppo tra i primi e i secondi, li trattassero come un “padre generoso”. Ma non è così e sappiamo che non sarà così: gli Stati Uniti non terranno conto del livello di sviluppo della regione centroamericana.
Il tema più sensibile e imminente del CAFTA, socialmente parlando, è quello dei coltivatori di mais bianco. Quanto è accaduto in México dà l’esempio di ciò che potrebbe succedere in Centroamerica, quello che potrebbe rappresentare l’episodio più cupo di questo “incubo”. Sapendo che la gran maggioranza dei contadini messicani di mais lo coltivano per la propria alimentazione, si pensò e si diffuse in México l’idea che, anche qualora il mercato si fosse aperto all’importazione di mais statunitense, ciò non li avrebbe colpiti negativamente, giacché coloro i quali lo seminavano per la propria autosufficienza alimentare avrebbero continuato a farlo, sembrando loro più conveniente coltivarlo nel loro appezzamento piuttosto che comprarlo in mercati lontani, dove gli intermediari alzano sempre i prezzi.
Otto anni dopo l’apertura del mercato del mais in México, la realtà ha dimostrato che quell’idea era completamente sbagliata, forse per essere stata pensata in qualche ufficio di città. Chi lavora nelle zone rurali sa che quando a un contadino che semina mais per la propria sussistenza gli si ammala un figlio, la sua “banca di riserva” sono i quintali di mais che ha messo da parte: così li vende e con il ricavato paga le medicine che salvano suo figlio. In México, l’importazione massiccia di mais per il consumo nelle città, oltre ad aver abbassato il prezzo del mais, ha impedito al campesino di vendere le sue eccedenze di mais a prezzi favorevoli nei momenti di difficoltà. Il TLC ha spezzato la logica contadina e il risultato netto è che le entrate rurali sono diminuite e la povertà rurale e la crisi rurale sono aumentate in tutte le campagne messicane. E ora che i messicani vorrebbero ritirarsi dall’accordo, ormai non possono farlo e l’unica “via di uscita” che appare all’orizzonte è la concessione di sussidi all’agricoltura, che inciderebbero sul bilancio dello Stato messicano e nei confronti dei quali mantengono un’opposizione implacabile gli organismi internazionali che controllano l’economia mondiale, compresa quella messicana.
Tuttavia, gli Stati Uniti sussidiano assai generosamente il loro settore agricolo, che rappresenta appena il 2-3% dell’attività economica del Paese, ma in termini politici ha un gran peso. Il presidente Bush ha aumentato i sussidi agli agricoltori statunitensi come mai in precedenza nella storia degli Stati Uniti. Ciò potrebbe avere anche una spiegazione politica. Nell’ultima elezione presidenziale si è accentuata una tendenza: i democratici hanno vinto nei centri urbani delle coste orientale e occidentale, a New York e in California con distacchi abissali, ma hanno perso nel centro e nel Sud del Paese. Ed è lì che si concentrano gli agricoltori statunitensi. La base dei repubblicani è negli Stati più rurali e ciò spiegherebbe l’enorme aumento nei sussudi che Bush ha concesso loro. Non si tratta di una relazione diretta con il numero dei votanti. Ciò ha a che vedere anche con la poderosa lobby dell’economia agroesportatrice statunitense. La multinazionale Monsanto è una dei principali contribuenti della campagna elettorale dei repubblicani e anche la lobby dello zucchero degli Stati Uniti, assai poderosa, ha finanziato la campagna per la rielezione di senatori e rappresentanti repubblicani.
Il sussidio che ricevono gli agricoltori statunitensi si basa sui livelli di produzione: più producono, più sussidi ricevono. Con livelli di produzione altissimi ottenuti grazie a moderne tecnologie, la produzione di alimenti cresce negli Stati Uniti più rapidamente della domanda. Le eccedenze sono immense ed è necessario esportarle. È il contrario di quel che accade in Nicaragua, dove esiste un’enorme domanda di alimenti insoddisfatta e se la popolazione avesse maggiore capacità di acquisto mangerebbe senz’altro molto più di quanto non mangi adesso.
In breve, con l’ ALCA, gli Stati Uniti intendono asssicurarsi tutto il mercato latinoamericano per dare uno sbocco alle proprie eccedenze agricole. L’America Latina è già il maggior mercato importatore della produzione di cereali, granaglie e prodotti caseari degli Stati Uniti. Il Giappone è il secondo e l’Unione Europea il terzo. Nel 1990, il México riceveva il 6,5% delle esportazioni di alimenti statunitensi che, nel 1999, erano già salite all’11,7%: ovvia conseguenza del TLC.
Un’idea di quello che potrebbe essere l’“incubo” per il Nicaragua la offrono alcune cifre di uno studio realizzato dalla Banca Mondiale sull’agricoltura in Nicaragua. Il 70% delle aziende agricole nicaraguensi – circa 140 mila – producono mais bianco, ma solo il 32% di esse hanno terra superiore a 7 ettari. Ciò indica che, malgrado l’enorme importanza sociale della coltivazione del mais, il peso di questa voce è relativamente molto piccolo a livello economico, perché il volume della produzione di mais in relazione all’area coltivata a mais è basso e anche il prezzo di questo prodotto lo è.
Considerando il prezzo internazionale, un quintale di mais  importato, già arrivato nei porti o alle frontiere terrestri, costa 5,13 dollari. Produrre lo stesso quintale di mais in Nicaragua costa 5,59 dollari. Come si vede, lo svantaggio è enorme. Con altri prodotti che il Nicaragua esporta – arachidi, sesamo – le cose non vanno così male. Anche per i fagioli le prospettive sono buone data la forte domanda di fagioli neri sui mercati messicano e salvadoregno. Ma, nessuno può scartare l’ipotesi che anche gli Stati Uniti comincino a produrre varietà di fagioli neri e rossi, sfruttando la loro alta produttività garantita da tecnologie di punta, e ad esportarli in maniera massiccia in Centroamerica, il che farebbe sfumare l’attuale vantaggio.
Il negoziatore nicaraguense nel CAFTA, Carlos Sequeira, ha dichiarato che chiederà agli Stati Uniti oltre un miliardo di dollari a titolo di indennizzo per proteggere i produttori rurali nicaraguensi dagli effetti negativi del CAFTA. Tale ingente somma di denaro, si presume, dovrebbe servire a stimolare il passaggio ad altre coltivazioni, l’apprendimento di nuove tecnologie, il legame con nuovi mercati e la diversificazione della produzione. Tuttavia, abbiamo visto come in Nicaragua – ma la stessa osservazione vale per il resto del Centroamerica – ci sia stata per più di tredici anni un’abbondanza enorme di risorse estere frutto della cooperazione internazionale per rafforzare l’agricoltura nazionale, con risultati notevolmente scarsi, perché l’istituzionalità governativa ai fini del sostegno della agricoltura contadina è praticamente nulla. E senza un’adeguata istituzionalità, tutto l’oro del mondo cade inevitabilmente in un barile senza fondo. Se non interverranno cambiamenti radicali nella istituzionalità che appoggia il settore agricolo in Nicaragua, con il TLC nemmeno gli agricoltori di sussistenza sopravviveranno.
Alcune ricerche condotte da università degli Stati Uniti hanno calcolato che circa cinquecentomila agricoltori messicani emigreranno verso le città o verso gli Stati Uniti, come conseguenza della crisi rurale che il TLC ha provocato in México. In Nicaragua, si possono fare calcoli approssimativi del settore che più soffrirà l’“incubo” rappresentato dal CAFTA. Se esistono 140 mila aziende agricole in cui 140 mila famiglie producono mais bianco e se per ciascuna famiglia calcoliamo 6 persone, stiamo parlando  niente meno che di un milione di persone, dei cinque milioni e rotti che vivono in Nicaragua. Vale a dire, un quinto della popolazione. Con l’aggravante che questi produttori che si vedranno rovinati non hanno alcuna rappresentanza nell’istituzionalità governativa, né nei partiti politici, né nelle associazioni di categoria.
L’“incubo” è prevedibile. Inizierà con la crisi rurale di migliaia di produttori di mais bianco e si andrà concretizzando in una maggiore migrazione dalle campagne alle città, dove si moltiplicheranno i problemi di emarginazione e sicurezza, si espanderà progressivamente il settore informale, e si verificherà una crescente “femminilizzazione” del lavoro nelle maquilas tessili. L’emigrazione verso il Costa Rica e gli Stati Uniti non si arresterà. È quanto sta già accadendo, ma l’entità di tali fenomeni andrà crescendo. È il prossimo capitolo della cronaca di un brutto sogno annunciato.

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