«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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GUATEMALA / Elezioni: primo bilancio

Oscar Berger, leader della Grande Alleanza Nazionale, è il nuovo presidente del Guatemala. Al ballottaggio svoltosi il 28 Dicembre 2003, ha ottenuto 1.235.303 voti, pari al 54,13%, superando così Alvaro Colom, leader dell’Unione Nazionale della Speranza (UNE), che ha ricevuto 1.046.868 voti, pari al 45,87%. I voti validi sono stati in tutto 2.282.171; quelli nulli 67.106, pari al 2,83%; le schede bianche 24.192, pari all’1,02%. Questi, almeno, i dati definitivi, forniti dal Tribunale Supremo Elettorale.

Di Marco Cantarelli.

Berger, classe 1946, sposato con cinque figli, dopo essere stato per 5 anni consigliere comunale, è stato quindi sindaco della capitale per 9 anni, in due mandati consecutivi. L’alleanza GANA (acronimo che si presta ad un gioco di parole, giacché “ganar” significa “vincere”) che lo ha portato alla vittoria è composta da tre formazioni politiche: il Partito di Solidarietà Nazionale (PSN), il Partito Patriota (PP) e il Movimento Riformatore (MR).
Poche e nient’affatto clamorose le novità del governo annunciato da Berger ai primi di Gennaio: 12 i ministri, 9 i segretari, 8 i commissari, che dovrebbero assicurare il coordinamento fra i vari dicasteri. In dubbio – mentre scriviamo –, tuttavia, è ancora l’assegnazione del ministero dell’istruzione; due sole le donne e due soli gli indigeni e tutti in posizioni non proprio di primo piano. Unica novità che si prospetta interessante è la nomina di Frank La Rue Lewy a Commissario  Presidenziale per i Diritti Umani: La Rue è stato a lungo direttore del Centro per l’Azione Legale a favore dei Diritti Umani (CALDH).
Tanti e immensi sono i problemi che Berger ha davanti. Per superarli dovrà fare i conti anche con il nuovo parlamento (monocamerale), uscito piuttosto cambiato dal primo turno elettorale, che oltre al netto – e si spera – definitivo “no” dato al generale Ríos Montt, ha visto una sensibile diminuzione dell’astensionismo, fenomeno che avvalora  il rifiuto da parte dell’elettorato del passato militarista e autoritario che il generale – ma non solo – rappresentava. L’attuale Congresso appare senz’altro più pluralista, ma anche più frammentato. Non meno importante è, poi, la distribuzione dei municipi, fattore di cui dovrà tenere conto la nuova presidenza.

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