«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NORD/SUD / L'ondata migratoria, le teorie che la interpretano, le prospettive

In tutte le teorie che spiegano il flusso migratorio che investe tutto il pianeta, il Nicaragua appare come un caso di studio. Conoscere il fenomeno migratorio dovrebbe aiutare a formulare politiche per farvi fronte. Ma non sempre ciò accade...

Di José Luis Rocha. Traduzione di Lucia Gennaro. Redazione di Marco Cantarelli.

Sono già  molte le ricerche su chi siano gli emigranti, che caratteristiche abbiano, se siano più o meno preparati di quelli che restano, se siano più poveri o più abbienti, se prima di partire facessero parte di organizzazioni di qualche comunità o se fossero indifferenti a tali istituzioni, se la mobilità sociale avesse su di essi effetti realmente avversi o se più semplicemente le loro aspettative non fossero soddisfatte. Sono stati fatti anche alcuni studi per calcolare, sulla base di un certo profilo, la probabilità che un determinato segmento della popolazione sia propenso ad andarsene dal paese.
Non meno importante è sapere perché ci siano migranti; perché se ne vadano in determinate circostanze storiche, quale sia la molla che li catapulta all’estero, che richiamo li attiri – quali sirene nel mare o miraggi nel deserto? – e che mano invisibile o rozza pedata li spinga a lasciare famiglia, amici, lingua e abitudini per procurarsi tante cicatrici nell’anima viaggiando migliaia di chilometri in condizioni estremamente rischiose, scendendo di status sociale e affrontando la segregazione razziale e residenziale. Tutti questi interrogativi potrebbero essere condensati in uno solo: perché nel mondo di oggi sono così tanti quelli che vivono la situazione dell’emigrante? Molte teorie, approcci e discipline hanno provato a rispondere a questa domanda, alcune partendo da una prospettiva scientifica ipoteticamente asettica, altre da scelte politiche dichiarate apertamente. La forza e i tanti cambiamenti recenti nella mobilità della specie umana confermano l’importanza capitale, l’attualità e il potenziale polemico delle risposte a tale domanda.
Nicaragua: record di emigrati negli ultimi dieci anniNel corso degli ultimi trent’anni le migrazioni internazionali hanno subito notevoli cambiamenti. Il loro numero è cresciuto. Solo negli Stati Uniti, gli immigrati sono passati dal 4,7% e 6,2% della popolazione nel 1970 e 1980, rispettivamente, all’11,5% nel 2002. Il Nicaragua è una delle nazioni il cui flusso di emigranti è aumentato di più nel corso degli ultimi 10 anni. Secondo l’inchiesta sul livello di vita nel 2001, il 71,5% degli emigranti censiti aveva lasciato il Paese tra il 1994 e il 2001. Mentre il 53% lo aveva fatto tra il 1998 e il 2001. In altre parole, più della metà dei nicaraguensi che se ne sono andati, sono usciti dal Paese nel corso degli ultimi quattro anni. Ciò spiega l’accelerata e crescente presenza nelle due mete preferite da coloro che se ne vanno: Costa Rica (53%) e Stati Uniti (34,6%).
Negli anni ’80 il censimento statunitense aveva registrato 44.166 nicaraguensi. Il censimento del 2000 ne contò 177 mila, un aumento superiore al 300%. In Costa Rica, i censimenti di quegli stessi anni testimoniano un salto da 45.885 a 226.374 nicaraguensi, pari ad un aumento del 393%. Tra il 1984 e il 2000, i nicaraguensi sono passati dal rappresentare l’1,9% dei residenti regolari in Costa Rica al 5,9%, il che significa anche passare da metà a due terzi di tutti gli stranieri residenti in terra costaricense. E sappiamo che in questo Paese i nicaraguensi sfuggiti a tale censimento sono molti di più, e ancor di più sono i migranti stagionali, che entrano ed escono dal Costa Rica “per sentieri” che risultano spesso irrintracciabili.
Una rosa di teorie che offrono spiegazioni parzialiDando un’occhiata al movimento demografico in tutto il mondo, ci si rende conto che i punti di partenza dei flussi migratori si sono spostati dall’Europa all’America Latina, all’Africa e all’Asia. I Paesi europei, da cui tradizionalmente partivano emigranti, si sono improvvisamente trasformati in ricettori di emigranti, una novità digerita mal volentieri, che plasma queste società, le fa diventare multietniche, le arricchisce culturalmente e genera sfide inattese. Il fatto che ciò stia accadendo oggi in tutti i Paesi industrializzati è una dimostrazione della capacità di trazione e della coesione delle forze cui questo fenomeno è soggetto. Sfortunatamente, questa improvvisa esplosione migratoria ha trovato impreparate le scienze sociali e politiche, il diritto e la demografia. Non meno sorpresi si sono ritrovati politici, giornalisti, funzionari pubblici preposti alla problematica e cittadini dei Paesi ospitanti, privi di discorso e senza concetti adeguati. L’indifferenza, la demagogia improvvisata e carente di solidi punti di riferimento teorici, e le politiche “di ferro” che provano a frenare la mobilità umana sono state le reazioni più adottate.
Non esiste una teoria delle migrazioni che articoli una spiegazione esauriente. Troviamo, piuttosto, una rosa di teorie, spesso suddivise per disciplina. Varie di queste teorie chiariscono il caso dei nicaraguensi che se ne sono andati. Mi baserò sugli autori più rappresentativi di queste teorie e sulle sintesi che di queste ha fatto il sociologo statunitense Douglas Massey. Lo farò tenendo presente la saggia massima del teologo brasiliano Leonardo Boff: «ogni punto di vista è la vista di un punto». Ogni teoria opera ad un diverso livello di analisi. Non necessariamente esse si escludono a vicenda. Anzi, in realtà, i processi causali e le loro variabili operano contemporaneamente su vari livelli. E anche se è importante sapere quale approccio possa raggiungere una base empirica più ampia che lo renda valido, è strada facendo che ci si rende conto di quanto sia difficile isolare determinate variabili e trovare correlazioni univoche, in particolare nel caso di un Paese come il Nicaragua, in cui si accumulano tutte le mancanze, le caratteristiche e i meccanismi che ci convertono in un Paese campione come “produttore” di emigranti secondo tutti i modelli. Tuttavia, ogni approccio ha implicazioni molto diverse per quanto riguarda la formulazione di politiche, e per questo è cosi importante analizzare la sua adattabilità al caso di ogni Paese e a ciò che ogni approccio offre di sé.
Teoria macroeconomica neoclassica: se ne vanno in cerca di migliori salariLa teoria più vecchia in questo campo fu concepita per spiegare il ruolo delle migrazioni di lavoratori nell’ambito dei processi di sviluppo. Secondo tale teoria, le migrazioni interne e verso l’estero sono un effetto delle differenze geografiche tra l’offerta e la domanda di lavoro. Nel caso delle emigrazioni internazionali, i Paesi con una enorme disponibilità di manodopera in rapporto al capitale presentano una situazione di scarso equilibrio nei mercati salariali, situazione diametralmente opposta a quella dei Paesi con una disponibilità bassa di forza-lavoro, ma alta di capitale.
Le differenze salariali attivano il flusso migratorio, i lavoratori migrano dal Paese con bassi salari a quello con alti salari e, di conseguenza, nel Paese con bassi salari la manodopera diminuisce e i salari iniziano ad aumentare. Il Paese con alti salari sperimenta una dinamica in senso opposto: la manodopera si moltiplica e i salari diminuiscono. A livello internazionale, si crea una situazione prossima all’equilibrio. Le differenze salariali che persistono riflettono solamente i costi pecuniari, se non quelli psichici del movimento migratorio.
Il capitale circola a volte in direzione opposta, dice la teoria neoclassica. Il denaro passa spesso dai Paesi ricchi a quelli poveri, dove i tassi di profitto da investimenti sono elevatissimi. Anche il capitale umano si muove a volte nella stessa direzione. Quando si tratta di lavoratori altamente qualificati, come accade con i consulenti internazionali che si sono stabiliti in Nicaragua, essi passano dai Paesi sviluppati a quelli dove c’è scarso capitale umano e dove le loro capacità sono altamente remunerate. Ecco perché Douglas Massey insiste nel distinguere tra il flusso internazionale di lavoratori e il flusso associato al capitale umano: anche nei dati più aggregati dei modelli a livello macro si deve riconoscere chiaramente l’eterogeneità degli immigrati a seconda della loro qualifica professionale. Tale avvertenza non cessa di essere valida anche quando si debba esaminare quanto si adatti ad ogni caso. Di fatto, non sempre i lavoratori qualificati migrano perché c’è scarsità di capitale umano nel Paese che li accoglie, ma, come spesso accade in Nicaragua, perché gli organismi internazionali creano artificialmente tale domanda per affinità etnica e senza rispettare alcuna proporzione con la reale scarsità di capitale umano che si registra nel Paese.
Secondo Massey, questa teoria delle migrazioni offerta dalla macroeconomia neoclassica ha influenzato fortemente l’opinione pubblica e ha fornito le basi intellettuali per la maggior parte delle politiche migratorie. Si legge, si vede e si ascolta nei mass-media e si conclude in maniera lapidaria negli studi di molti ricercatori che “i nicaraguensi emigrano a causa dei bassi salari”.
Massey identifica vari posizioni e ipotesi implicite in questa prospettiva. In primo luogo, si suppone che l’emigrazione internazionale dei lavoratori sia causata dalle differenze salariali tra i Paesi e che l’eliminazione di tali differenze farà cessare tali flussi emigratori. L’eccezione è costituita dai flussi internazionali di un determinato capitale umano – lavoratori altamente qualificati –, che dipendono dalle differenze nel tasso di profitto del capitale umano, molto diverso dal tasso medio e che, per questo, è causa di un modello emigratorio opposto a quello dei lavoratori non qualificati.
I nicaraguensi che in patria guadagnano 60 dollari, ne guadagnano 233 in Costa RicaInoltre, si sostiene che i mercati del lavoro siano i meccanismi principali che stanno alla base dei flussi internazionali di manodopera e che altri tipi di mercato non abbiano effetti importanti sull’emigrazione internazionale. Come corollario a questo approccio c’è la politica ad esso associata: i governi possono controllare i flussi migratori, regolando e influenzando i mercati del lavoro nei Paesi origine o meta. Anche se, di fatto, questa è la politica da adottare solo nel caso in cui i governi abbiano una posizione contraria alle migrazioni.
Questa teoria implica anche che i Paesi ricettori – ed in particolare i loro lavoratori meno qualificati – debbano temere l’afflusso di immigrati a causa della diminuzione dei salari che ciò comporta. Il ruolo dei mass-media statunitensi nella costruzione di questo panico lavorativo xenofobo è stato magistralmente descritto da Leo R. Chávez nel suo libro Cubriendo la inmigración: imágenes populares y la política de la nación. Le riviste statunitensi pronosticano spesso, sostituendo la lotta fra bianchi e neri, uno scontro tra negros afroamericani e cafés latinoamericani, coinvolti in una lotta per gli stessi posti di lavoro.
È facile trovare in Nicaragua evidenze a sostegno di questo approccio, proprio per la sua semplicità. Secondo la Banca Mondiale, il reddito pro capite in Nicaragua è precipitato da 800 dollari all’inizio degli anni ‘80 a 340 all’inizio di quelli ‘90 e, in modesta ripresa, aveva raggiunto appena i 430 dollari nel 1999. Il salario minimo medio in Nicaragua, stabilito ufficialmente, è di appena 60 dollari al mese. In Costa Rica, il salario minimo è di 223. Non solo: la legislazione costaricense è molto più capace di far rispettare tale minimo e la situazione economica del Paese permette di pagare al di sopra dello stesso. Di fatto, secondo Carlos Castro Valverde, ricercatore di FLACSO (la rete latinoamericana delle facoltà di studi sociali , ndr), il reddito mensile medio degli immigranti nicaraguensi in Costa Rica è di 78.457 colones (253 dollari), cifra inferiore del 30% al reddito medio della popolazione costaricense, ma superiore del 17% al salario medio in Nicaragua (204 dollari).
Teoria microeconomica neoclassica: se ne vanno in base ad un calcolo costi-beneficiTali dati hanno la loro importanza. Tuttavia, non sintetizzano tutta la complessità della dinamica che stimola le emigrazioni. Cosa afferma la teoria neoclassica nella sua visione microeconomica? Alla pari di un modello macroeconomico, ce n’è uno microeconomico, attento alle decisioni individuali. Gli individui decidono di emigrare sulla base di un calcolo costi-benefici che fa sì che essi si aspettino un rendimento netto positivo come conseguenza del proprio spostamento.
Da questa prospettiva, l’emigrazione è presentata come un investimento, e molto costoso. Allo scopo di ottenere un salario migliore, l’emigrante investe nei costi materiali del viaggio, mette in pericolo la sua vita, si fa carico dei costi del proprio mantenimento e magari di quello della famiglia che ha lasciato finché trova lavoro, si fa carico dei costi di privare la propria famiglia – moglie o marito, figli o figlie talvolta piccoli, padri e madri talvolta anziani – della propria presenza e del proprio appoggio economico e affettivo, si fa carico dei costi della discriminazione razziale, del possibile isolamento nel paese di destinazione, dello sforzo di imparare un’altra lingua ed un’altra cultura, dell’adattamento ad un nuovo mercato del lavoro, e dei costi psicologici di tagliare vecchi legami per crearne di nuovi.
Prendendo ispirazione da questo modello sono state costruite persino equazioni del guadagno netto atteso dall’emigrazione, calcolato appena prima della partenza in base alla probabilità di evitare la deportazione, alla probabilità di ottenere un lavoro nella località di destinazione e alle entrate provenienti da questo lavoro, valore al quale si deve togliere la probabilità di occupazione e l’ammontare del salario nella comunità di origine, così come la somma di tutti i costi del movimento emigratorio, inclusi quelli psicologici.
Se il guadagno atteso netto è positivo, la persona deciderà di emigrare. Se è negativo, rimarrà nella propria comunità. Se è uguale a zero, gli sarà indifferente andarsene o restare. A differenza del modello macroeconomico, questa prospettiva comprende i tassi di occupazione (e non solo i salari) e le caratteristiche del capitale umano (istruzione, esperienza, addestramento, conoscenza della lingua) come incentivi per emigrare.
Le caratteristiche individuali e sociali incidono sulla probabilità di emigrare e, come conseguenza di questo insieme di elementi, gli individui di uno stesso Paese possono presentare propensioni a emigrare diverse. Come si rileva dal documentario nicaraguense Desde el barro al Sur (Dal fango al Sud, ndr) maggiore è l’età delle donne, meno probabilità hanno di trovare lavoro in Costa Rica. La loro propensione ad emigrare è minore. Le donne oltre i 45 anni di età che emigrano rappresentano solo il 5,5% del totale delle donne emigranti. Il grosso di esse sono giovani. Quasi il 40% delle donne che vanno in Costa Rica hanno età comprese tra i 17 e i 25 anni, un intervallo di appena otto anni. Per i servizi domestici, occupazione di un’alta percentuale delle donne emigranti, sono più richieste le giovani.
Fame, voci, miti, aspettative e molta disperazione spingono i nicaraguensiL’approccio della microeconomia neoclassica presuppone che i flussi emigratori tra Paesi siano la sommatoria delle decisioni individuali prese sulla base del calcolo costi-benefici. Presuppone anche che le emigrazioni non abbiano luogo in assenza di diversità dei tassi di occupazione e salario, che l’ammontare del guadagno netto atteso determini la dimensione del flusso di emigranti tra Paesi, che il mercato del lavoro – e nessun altro mercato – incida direttamente sulla decisione di emigrare, e che i governi possano controllare l’emigrazione attraverso politiche che agiscano sulle entrate attese nei Paesi meta o causa della stessa. Per esempio, imponendo sanzioni a coloro che assumono nel Paese ricettore – per diminuire le probabilità di impiego – o sviluppando programmi di incremento delle entrate nel Paese da cui si emigra. O addirittura, facendo aumentare vertiginosamente i costi materiali e psicologici dell’emigrazione attraverso i controlli migratori e la deportazione.
È ovvio che i costi e i rischi importano. Ecco spiegata l’alta percentuale di nicaraguensi in Costa Rica (53% dei migranti), rispetto ad un 34,6% che si stabilisce negli Stati Uniti, nonostante il fatto che questo Paese sia più ambito per i suoi alti salari e per il fascino culturale che esercita sotto vari aspetti: cinema, televisione, musica, moneta, beni di consumo, etc.. Ma non hanno importanza solo i costi, né solo i mercati del lavoro misurati attraverso i tassi di occupazione ed i salari.
Per un alto numero di emigranti le cose non accadono in maniera così razionale. Molti se ne vanno per sfuggire a nemici o perché hanno qualche conto in sospeso con la giustizia. Molte se ne vanno con un innamorato dell’ultima ora che quasi le sequestra. Non pochi se ne vanno spinti a volte da aspettative senza molto fondamento. I più poveri devono scegliere destinazioni che, tutto sommato, possono essere frustranti perché in esse non si fanno i soldi che sognavano. Come è accaduto, fra molti altri, ad un giovane nicaraguense di 22 anni, tecnico agricolo e zootecnico, andato nel Salvador a lavorare come bracciante e tornato con meno soldi di quelli che aveva portato con sé. Le esperienze frustranti sono molte. Tuttavia, El Salvador continua ad essere la terza destinazione preferita dai nicaraguensi.
In altre parole, non si tratta semplicemente di entrate contro altre entrate o di probabilità di impiego. In questo calcolo costi-benefici si mettono a confronto la sicurezza personale nell’uno e nell’altro Paese, le storie, i racconti e le dicerie che circolano e nutrono le aspettative, i miti e i vaneggiamenti della politica nazionale.
La disperazione è una variabile che viene poche volte presa in considerazione. La fame crea disperati. La politica in Nicaragua, più che rifugiati politici, crea disperati: rifugiati utopici. Il Nicaragua è un Paese per il quale scommettono in pochi. Alcuni sono arrivati a dichiararlo non sostenibile. Ma forse, la debolezza più grande di questa teoria consiste nel fatto di non considerare l’interesse di coloro che se ne vanno per investire nella propria famiglia e, di conseguenza, nelle proprie comunità di origine. Ignora la strategia più ampia nella quale si inserisce il desiderio di aumentare le entrate.
Teoria della nuova economia dell’emigrazione: se ne vanno in base ad una strategia familiareL’approccio della cosiddetta nuova economia dell’emigrazione ha messo in dubbio alcuni presupposti della prospettiva neoclassica. Essa sostiene che la decisione di emigrare non è presa da individui isolati, ma da unità di persone vincolate tra loro – famiglie e abitazioni – in cui le persone non cercano solamente di massimizzare le entrate, ma anche di minimizzare i rischi ed eliminare le restrizioni associate a una varietà di carenze del mercato. Le famiglie mandano alcuni dei propri membri all’estero allo scopo di diversificare le proprie fonti di reddito, ridurre i rischi e realizzare nuovi investimenti. Quando le condizioni locali si deteriorano, le famiglie sopravvivono grazie alle rimesse che mandano i membri che uscirono dal loro grembo e che risiedono all’estero. Questa teoria ha influenzato soprattutto coloro che studiano l’impatto delle rimesse familiari. Fornisce una cornice in cui si inseriscono molti dei loro presupposti.
Nei Paesi sviluppati vi sono programmi governativi, compagnie di assicurazione e programmi di credito affinché le famiglie minimizzino i rischi e realizzino nuovi investimenti. I poveri dei Paesi sottosviluppati devono cercare altre soluzioni, dal momento che tali meccanismi istituzionali non esistono, sono inaccessibili, o sono per loro molto costosi. Questi vuoti istituzionali sono carenze del mercato che stimolano l’emigrazione. Di modo che non solo i mercati del lavoro sono determinanti per i flussi emigratori. Lo sono anche i mercati creditizi, i programmi di compensazione sociale, i mercati delle assicurazioni, l’assenza del sussidio di disoccupazione e le fluttuazioni dei prezzi in una maggioranza di Paesi sottosviluppati del Sud del pianeta, che non hanno meccanismi in grado di attenuare i loro effetti.
Producendo emigranti e ricevendo rimesse, le famiglie suppliscono ai limiti e alle carenze di tutti questi mercati nei Paesi in cui sono nati. Le famiglie mandano propri membri all’estero e in questo modo si auto-garantiscono il credito, le assicurazioni, i sussidi ed altri meccanismi per attenuare i rischi, aumentare gli investimenti e migliorare il livello di vita.
“Effetto vetrina”: vivere come vivono coloro che ricevono le rimesseA volte, non è tanto importante aumentare il reddito, quanto diversificare le sue fonti, punto in cui questo approccio è radicalmente diverso dalla teoria neoclassica. I teorici della nuova economia dell’emigrazione sostengono, inoltre e in contrasto con la teoria neoclassica, che le famiglie mandano alcuni dei propri membri all’estero non solamente per aumentare il proprio reddito in termini assoluti, ma anche per incrementarlo in relazione ad altre famiglie vicine e per ridurre le proprie privazioni in relazione ad un determinato gruppo di riferimento. La famiglia si paragona ai vicini e ciò fa aumentare la sua insoddisfazione.
Questa tesi può spiegare la spinta ad emigrare e il suo “effetto vetrina”:  più emigrati della comunità mandano a casa rimesse che migliorano le condizioni di vita dei propri familiari, più famiglie insoddisfatte desiderano inviare almeno uno dei loro membri all’estero. La probabilità di emigrare aumenta in ragione dell’incremento del reddito di altre famiglie o della disuguaglianza che si percepisce. Ecco perché le probabilità di emigrare sono molto maggiori nelle famiglie più povere e nelle comunità con minore equità.
Per Massey, la nuova economia delle emigrazioni ha dalla sua un insieme di presupposti assai diversi da quelli della teoria neoclassica. Secondo questo approccio, le unità di analisi più adatte alla ricerca sulle emigrazioni non sono gli individui autonomi, ma le famiglie, le case ed altre unità culturali di produzione e consumo. La differenza salariale tra Paesi non è una condizione necessaria perché esista l’emigrazione internazionale. Le famiglie possono avere forti incentivi a diversificare i rischi anche in assenza di differenze salariali.
Emigrare per investire poi nella famiglia e nelle comunitàQuesto approccio rivela, inoltre, un elemento nuovo: l’emigrazione internazionale, l’occupazione e la produzione locale non si escludono a vicenda. Di fatto, esistono forti incentivi affinché la famiglia investa contemporaneamente nei due progetti: emigrazione e attività locali. Anche la prosperità e la redditività delle attività locali possono diventare uno stimolo per emigrare, come strategia per fornire il capitale che gli investimenti locali richiedono e per attenuare i rischi che essi comportano. Ciò significa che lo sviluppo economico delle regioni da cui origina l’emigrazione non ridurrebbe necessariamente l’ondata migratoria, una volta che essa si sia scatenata e venga alimentata dal desiderio di non rimanere indietro rispetto ai vicini. Ecco perché, secondo questo approccio, l’emigrazione non necessariamente si arresta quando si eliminano le differenze salariali. Gli incentivi per emigrare possono continuare ad esistere quando non i mercati salariali ma altri mercati nei Paesi origine sono imperfetti, squilibrati o assenti, o quando si vuole raggiungere lo status del gruppo di riferimento.
In questo caso, il compito dei governi che vogliono frenare l’emigrazione è gravoso. I governi devono controllare il flusso migratorio non solo attraverso politiche che incidano sui mercati del lavoro, ma anche mediante politiche indirizzate ai mercati delle assicurazioni, del capitale, della disoccupazione, etc., e che limitino la disuguaglianza. Le politiche governative e i cambiamenti economici che modificano la distribuzione del reddito cambieranno la situazione di povertà relativa di alcune famiglie e, in questo modo, ridurranno i loro incentivi per emigrare. Tali politiche incidono sull’emigrazione indipendentemente dai suoi effetti sul reddito medio. Per esempio, un incremento del reddito nelle aree da cui partono gli emigranti potrebbe comunque indurre all’emigrazione se le famiglie relativamente povere non traggono vantaggio da esso. Per ragioni analoghe, tale incremento può frenare l’emigrazione se non è condiviso dalle famiglie relativamente ricche.
Le rimesse spiegano sempre di più l’economia del NicaraguaLe rimesse e le relative ripercussioni sono il punto di appoggio empirico più forte per sostenere questa teoria. Le rimesse spiegano, infatti, molte novità dell’economia nicaraguense. Il loro impatto sta ricevendo una crescente attenzione. Anche se il Banco Central de Nicaragua stima il loro ammontare in 345 milioni di dollari annuali, secondo altri calcoli tale somma sarebbe assai più alta. Uno studio realizzato da Federico Torres per la Commissione Economica per l’America Latina (CEPAL) è giunto alla conclusione che nel 1999 l’ammontare delle rimesse oscillava tra i 400 e gli 800 milioni di dollari, con entrate mensili per famiglia di 70 dollari. Altri studi parlano di 150 dollari che arriverebbero mensilmente ad ogni famiglia. Le rimesse potrebbero rappresentare non meno del 14,4% del Prodotto Interno Lordo del Nicaragua.
Secondo il sociologo Eduardo Baumeister, le famiglie che hanno membri residenti all’estero costituiscono il 48% delle famiglie che sono passate da una situazione di povertà ad una di “non povertà” nel periodo compreso tra le ultime due indagini nazionali sul livello di vita. Anche se vi sono altre variabili associate, è significativo che il 12% delle famiglie con emigranti comporti una riduzione di circa la metà della povertà misurata a livello di paese. Secondo uno studio della FLACSO, l’ammontare medio delle rimesse mandate ogni mese dal Costa Rica è di 68,3 dollari, cifra che equivale a circa il 33,4% del salario medio in Nicaragua (204 dollari) e che supera il salario minimo.
Uno studio di Ricardo Castellón realizzato per la FAO ha cercato di misurare l’impatto delle rimesse nell’economia locale di sei municipi situati nella zona secca del paese: Villanueva, San Francisco, La Conquista, Tipitapa, Posoltega e Santa Teresa. In questi Comuni, le rimesse costituiscono il 60% delle entrate familiari mensili. Ciononostante, i livelli di povertà sono talmente elevati che la maggioranza di coloro che ricevono rimesse dichiarano di destinarle a coprire le spese di alimentazione di base.  
Il difficile lavoro di incrociare variabili in un Paese come il NicaraguaIncrociare la variabile “famiglia con membri all’estero” e “famiglia senza membri all’estero” con le variabili corrispondenti a determinati tipi di investimenti potrebbe servire per trovare una corrispondenza tra emigrazione e diversificazione delle fonti di reddito, diminuzione dei rischi e anche ascesa di status all’interno di un gruppo di riferimento. Incrociando tali variabili nell’ultima indagine sul livello di vita (MECOVI 2001), scopriamo che le famiglie urbane con membri all’estero, confrontate con le famiglie senza membri all’estero in relazione a varie voci, superano queste ultime di vari punti percentuali: quasi 11 punti nel possesso di case in calcestruzzo o blocchi di cemento, 8 punti nel possesso di abitazioni in buono stato, 15 punti nell’edificazione con pavimento di piastrelle o mattonelle, 5 punti nel possesso di pavimento in buono stato, 17 punti nel possesso di abitazioni con più di due stanze, 7 nel possesso di water-closet, 10,5 nell’uso di gas per cucinare e 15 nella disponibilità di telefono.
Per quanto riguarda queste stesse variabili, le differenze fra i due tipi di famiglie sono considerevolmente minori in ambito rurale. Si potrebbe ipotizzare che ciò sia dovuto al fatto che le rimesse che si ricevono nelle campagne sono più esigue e al fatto che esse vengono utilizzate più per far fronte a bisogni di sussistenza che per investimenti. Ma la cosa migliore è focalizzare l’attenzione su altre aree di investimento. In campagna, le famiglie con emigranti superano quelle senza emigranti di 11 punti percentuali nel raccolto di prodotti agricoli nelll’aia della casa. Si potrebbero persino trarre conclusioni sull’impatto ecologico delle rimesse, dato che le famiglie con membri all’estero tagliano gli alberi per la vendita o il consumo di legna per usi domestici in misura inferiore di 5 punti percentuali rispetto alle famiglie senza emigranti.
Tuttavia, dedurre da questi dati una correlazione tra emigranti e investimenti e diminuzione dei rischi risulta poco solido, in quanto non abbiamo un prima cui paragonare questo adesso. Dovremo attendere la prossima indagine per fare confronti, su una base sufficientemente ampia, perché la MECOVI 2001 serva come diagnosi di base.
Abbiamo bisogno di molte più ricerche realizzate in diversi momenti, che prendano in considerazione molte più variabili. Il problema consiste nell’isolare in ogni teoria le variabili chiave da quelle che non sono pertinenti. Per esempio, nel 1998 è aumentato fortemente il numero di emigranti nicaraguensi. La teoria della nuova economia delle emigrazioni direbbe che si sia trattato di una reazione per ridurre i rischi legati all’uragano Mitch. La correlazione potrebbe apparire molto chiara. Tuttavia, è molto difficile isolare la variabile Mitch da altre che furono ugualmente presenti quell’anno: aumento della disoccupazione, disperazione, etc.. Isolare variabili è molto difficile in un Paese come il Nicaragua, in cui il percorso è costellato di ogni tipo di carenze, che danno impulso alla mobilità umana. In Nicaragua abbiamo comprato tutti i biglietti della lotteria dell’emigrazione.
Teoria del mercato segmentato del lavoro: se ne vanno perché c’è domanda nel NordTanto la teoria neolassica come la nuova economia delle emigrazioni illustrano modelli di decisione a livello micro. Un altra teoria, quella dei mercati del lavoro segmentati o duali, si allontana dalle decisioni individuali e da quelle di piccoli gruppi per focalizzarsi sulla domanda di manodopera propria delle società industriali. I teorici di questa corrente sostengono che l’emigrazione è causata dalla permanente domanda di manodopera emigrante insita nella struttura economica dei Paesi sviluppati. Qui, le cause non sono i fattori che spingono nei Paesi origine – bassi salari e alta disoccupazione –, ma i fattori che attraggono nei Paesi ricettori: un bisogno cronico e inevitabile di lavoratori stranieri per determinati compiti.
Alla base di questa domanda di forza-lavoro immigrata vi sono quattro problemi caratteristici delle società industriali avanzate. Il primo è l’inflazione strutturale: i salari sono legati al prestigio sociale, fatto che scatena una reazione a catena quando si aumentano i salari negli strati più bassi, facendo sì che il costo di attrarre lavoratori verso impieghi di bassa remunerazione sia sempre più alto e tale compito sempre più difficile. Per questa ragione, coloro che assumono lavoratori cercano soluzioni più economiche e semplici: contrattare emigrati che accettano salari bassi.
Un minimo spazio di azioneVi sono anche i problemi relativi alla motivazione: gli emigranti sono l’unica categoria di lavoratori in grado di avere come massima aspirazione le occupazioni meno qualificate, in quanto, a differenza dei nativi, a loro il salario importa solamente come reddito e non come indicatore di status o prestigio sociale. Il loro prestigio lo misurano non all’estero ma nella comunità di origine, dove le rimesse che mandano e ciò che grazie ad esse riescono ad ottenere hanno un notevole impatto e generano status.
Un altro problema è il dualismo economico: gli impieghi intensivi in capitale richiedono lavoratori più qualificati, tanto che chi assume investe nella loro formazione professionale e paga loro tutte le prestazioni sociali perché gli interessa trattenerli. Al contrario, le occupazioni intensive in manodopera, dove coloro che assumono vogliono pagare il minimo di prestazioni sociali e sussidi di disoccupazione, cercano emigrati. In genere, si tratta di occupazioni nel settore agricolo.
Infine, c’è il problema della demografia dell’offerta di lavoro: l’offerta di lavoratori disposti ad accettare salari bassi, condizioni precarie, forte instabilità e limitata possibilità di scalata sociale proveniva in un primo tempo dalle donne e dagli adolescenti. Ma, adesso, entrambi i gruppi hanno possibili alternative: le donne accedono ad occupazioni meglio remunerate e si interessano allo status, e i giovani sono assorbiti dal sistema accademico e cercano una rapida mobilità sociale ascendente. L’offerta per tale segmento di impieghi nell’attualità può essere fornita esclusivamente dagli emigranti.
Sebbene non sia incompatibile con i modelli anteriori, questo approccio ha implicazioni molto diverse. Secondo questa teoria, l’emigrazione internazionale di lavoratori si basa sulla domanda ed è attivata dalla domanda di coloro che assumono lavoratori nelle società sviluppate. Nel paese ricettore, i bassi salari possono diminuire ulteriormente in conseguenza di un aumento dell’afflusso migratorio, dal momento che i dispositivi sociali ed istituzionali che evitano un aumento dei salari più bassi non li proteggono da una loro diminuzione. Qui, lo spazio per politiche indirizzate all’emigrazione è minimo. I governi hanno poche probabilità di influire sulle emigrazioni con politiche che producono cambiamenti limitati nei salari e nei tassi di occupazione. Gli emigranti soddisfano una domanda di manodopera insita nella struttura delle economie post-industriali. Influire su questa domanda richiederebbe cambiamenti monumentali nell’intera organizzazione economica.
I nicaraguensi in Costa Rica: alla base della piramide del lavoroAnche se nessuno studioso ha affermato che i nicaraguensi migrino in Costa Rica attratti dalla domanda di manodopera proveniente da determinate industrie e settori produttivi costaricensi, vari ricercatori sostengono che i nicaraguensi – anche quando non siano formalmente assunti –, stiano soddisfacendo i bisogni di aree economiche chiaramente identificabili. Carlos Castro Valverde ha scoperto come le industrie costaricensi della maquila, l’edilizia e l’agricoltura, assorbano molta manodopera nicaraguense. I costaricensi sono meno motivati ad offrire le proprie braccia in questi settori, dal momento che si presentano loro altre opportunità. Secondo Castro, nell’edilizia sono occupati il 12,1% dei nicaraguensi registrati dall’ultima inchiesta demografica, cifra doppia rispetto al 6% dei costaricensi in questa attività. Nell’agricoltura lavora quasi un terzo dei nicaraguensi, il 29,6%, cifra superiore al 19,9% di lavoratori nazionali. Nel caso delle donne nicaraguensi, la loro presenza nei servizi è molto alta, il 62,2%, cifra doppia di quella di donne costaricensi attive nel settore: il 31,4%.
In questo contesto di mercati del lavoro segmentati, i nicaraguensi rappresentano, per i costaricensi che assumono lavoratori, la possibilità di pagare salari più bassi, il che rende molto gradita la manodopera nicaraguense. Carlos Castro valuta «il reddito medio degli immigrati nicaraguensi in 78.457 colones (253 dollari), cifra inferiore del 30% al reddito medio della popolazione costaricense. Nell’edilizia, il reddito medio degli immigrati è inferiore dell’11,5%, e nell’industria del 17,9%. Nei servizi, i nicaraguensi ottengono meno della metà del reddito dei costaricensi, il che è in buona parte dovuto a una divisione del lavoro, in quanto i primi prendono parte a servizi non qualificati come il servizio domestico, mentre i secondi si occupano di servizi qualificati come l’impiego pubblico, e di attività private come la finanza e l’informatica».
Tutto trovo riscontro nella teoria dei mercati segmentati: salari più bassi, tendenza a predominare in determinate occupazioni, nicaraguensi in lavori che i costaricensi tendono a disprezzare e localizzazione dei nicaraguensi alla base della piramide del lavoro. Tutto corrisponde, eccetto un fatto fondamentale: la teoria sostiene che i flussi di lavoratori emigranti avvengano più per meccanismi formali di assunzione che per decisioni individuali. Ma è poi così vero? Forse, vi sono altre modalità informali di reclutamento lavorativo. Bisogna approfondire l’argomento e riunire più prove.
Teoria dei sistemi mondiali: vanno dalla periferia al centroSecondo l’approccio dei sistemi mondiali, l’emigrazione internazionale ha poco a che vedere con i diversi livelli salariali e tassi di occupazione tra Paesi ed è fondamentalmente una conseguenza della struttura dell’economia globale e della creazione di mercati. La penetrazione delle relazioni economiche capitalistiche nelle società della periferia crea una popolazione incline ad emigrare verso il centro capitalistico. Mossi da un desiderio di guadagno, i proprietari e dirigenti delle grandi imprese capitalistiche vanno nei Paesi poveri della periferia del sistema in cerca di terra, materie prime, manodopera e mercati di consumatori. Nel passato, tale penetrazione era garantita dal potere coloniale. Nell’attualità, essa è fornita dai governi neocoloniali e dalle imprese multinazionali che perpetuano il potere delle élites locali. Questa penetrazione modifica le condizioni socio-economiche e culturali in modo talmente radicale che il movimento di manodopera, in direzione opposta a quella dei grandi investimenti capitalistici, è un risultato ineluttabile.
Così come la terra e le materie prime, oggi anche la gente è sottoposta all’economia mondiale di mercato. Rileva il sociologo catalano Manuel Castells che «se esiste un’economia globale, allora dovrebbero esserci anche un mercato globale del lavoro e una manodopera globale». Al momento di scrivere il suo libro L’era dell’informazione – usando dati degli anni ‘80 e dei primi anni ‘90 – Castells riteneva che tale proposta, presa nel suo senso letterale, non si realizzasse data la limitata mobilità del mercato del lavoro. Nel 1993, solamente l’1,5% della manodopera globale – circa 80 milioni di lavoratori – lavorava fuori dal proprio Paese. E nonostante il libero movimento dei cittadini dei paesi membri dell’Unione Europea, solamente il 2% degli europei lavorava in un Paese dell’Unione che non fosse il suo.
Anche se Castells osserva che a causa delle istituzioni, delle frontiere, della cultura, della politica e della xenofobia, una schiacciante maggioranza dei lavoratori continui ad essere confinata nel proprio Paese e che sono più importanti gli spostamenti massicci di popolazione dovuti alle guerre e alla fame – due frecciate con le quali lo stesso Autore relativizza l’esistenza di un mercato del lavoro globale e unificato –, egli sottolinea anche che «esiste una tendenza storica ad un’interdipendenza sempre più grande della manodopera su scala globale attraverso tre meccanismi: l’impiego globale nelle imprese multinazionali e le relative reti associate che attraversano frontiere; gli impatti del commercio internazionale sulle condizioni di impiego e lavoro sia nel Nord sia nel Sud; e gli effetti della concorrenza globale e delle nuove modalità di gestione flessibile della manodopera in ogni Paese».
L’emigrazione nelle zone rurali del NicaraguaCastells non ha sviluppato abbastanza il modo in cui questi meccanismi stiano provocando spostamenti nella manodopera – in maniera graduale ma sostenuta – e con ciò, contribuendo a creare un mercato globalizzato del lavoro. L’invasione delle imprese multinazionali stimola il movimento migratorio. Per essere più competitivi, i latifondisti dei Paesi poveri concentrano più terra, meccanizzano i lavori agricoli, introducono sementi ad alto rendimento e ricorrono a inputs di produzione industriale. Tutte queste novità delle multinazionali portano a non avere più bisogno di gran parte della manodopera rurale e riducono i prezzi della produzione agricola, lasciando in una posizione svantaggiata i piccoli produttori. Così, la forza-lavoro sfollata cerca lavoro in altre zone del suo Paese o in altri Paesi.
Questo spostamento potrebbe spiegare, in parte, il fatto che mentre nell’area urbana del Nicaragua il numero di migranti uomini è simile a quello di migranti donne, nella zona rurale i primi superano le seconde di quasi 20 punti percentuali. Anche se chi emigra all’estero proviene più dalle città – in quanto quelli rurali sono più migranti a livello interno, campagna-città –, l’emigrazione all’estero si è “ruralizzata” e “disurbanizzata”. Secondo l’inchiesta ENDESA 2001, il 66% dei nicaraguensi emigrati all’estero tra il 1998 e il 2001 abitavano in città e solamente il 34% proveniva da zone rurali. In periodi anteriori, le città hanno avuto un peso ancora maggiore come luogo di origine di emigranti: il 71% di coloro che se ne sono andati tra il 1994 e il 1997, il 75% di quelli emigrati tra il 1991 e il 1993 e l’85% tra partiti tra il 1986 e il 1990.
Inoltre, bisogna considerare il fatto che questo 34% degli emigrati all’estero degli ultimi quattro anni, rappresentato da quanti provengono da zone rurali, si calcola su un numero di emigrati considerevolmente maggiore e su un peso della popolazione rurale notevolmente inferiore. Il crescente flusso di emigranti dalle nostre campagne è un sintomo di noti cambiamenti in certe determinate situazioni: la disoccupazione rurale – ultimamente aggravata dalla crisi del caffè – è senza dubbio uno dei fenomeni più drastici in questo senso.
Le imprese multinazionali che penetrano nelle aree rurali minano le strutture dell’economia contadina, basate sulla reciprocità e su ruoli stabiliti, sostituendo tali criteri con un mercato del lavoro basato su nuove concezioni più individualistiche e all’insegna del profitto privato, tratti culturali che favoriscono lo sradicamento delle popolazioni contadine. Man mano che l’economia si monetarizza, tendono a sparire istituzioni tradizionali che poggiano su reti familiari e di solidarietà comunitaria, che costituiscono l’infrastruttura sociale di molti altri scambi. Il salario come mediatore esclusivo di tutte le contrattazioni di manodopera erode istituzioni rurali come la mano vuelta, un baratto di servizi che non richiede denaro. Anche se nel caso del Nicaragua tale deterioramento delle strutture dell’economia contadina non è forse del tutto attribuibile alle multinazionali, già è palpabile.
Le zone franche sradicano e stimolano l’immigrazioneLa penetrazione delle multinazionali ha altri effetti più noti. Le imprese delle zone franche, per esempio, richiedono una forza-lavoro prevalentemente femminile, mettendo fuori gioco gli uomini. La Zona Franca PRESITEX, di capitale taiwanese e situata a Sébaco, vicino a Matagalpa, conta 2 mila posti di lavoro. Ma di questi solamente il 13% sono appannaggio di uomini, quasi la stessa proporzione presente a livello nazionale in altre imprese maquiladoras. Sul totale di donne impiegate a Sébaco, il 66% sono ragazze tra i 18 e i 30 anni, esattamente l’età critica per emigrare; il 48% degli emigranti nicaraguensi ha quell’età al momento di intraprendere il proprio viaggio. E anche se è molto prematuro valutare l’influenza di questa fabbrica sulle migrazioni maschili della zona, in quanto la fabbrica è stata installata nel Febbraio 2000, si può prevedere una tendenza.
Alcune di queste ed altre imprese producono anche beni che competono con quelli già elaborati dall’industria nazionale. E fanno sì che i lavoratori si familiarizzino con certi beni che non sono alla portata delle loro tasche. Queste imprese spostano manodopera e contemporaneamente stimolano l’appetito per una nuova gamma di articoli di consumo. Il risultato è un gruppo di popolazione sradicato e propenso all’emigrazione perché non raggiunge lo standard di vita al quale aspira, ma che ha creato legami ideologici con i luoghi da cui nasce il capitale.
Alla pari con questo impulso vi sono due ulteriori elementi. Da una parte, la domanda di manodopera emigrata nelle città globali: Los Angeles e Miami sono le mete preferite dai nostri emigranti. Dall’altra, le agevolazioni per spostarsi, i vincoli infrastrutturali. Le strade che dovevano rendere più facile il viaggio delle merci dal Nord al Sud, riducono i costi e rendono più rapido il viaggio delle persone da Sud a Nord. Sono le vie di comunicazione che costruiscono il villaggio globale.
L’irresistibile richiamo dell’American way of lifeLe imprese di televisione via cavo sono sempre più diffuse. Anche in un centro abitato così lontano da Managua come Matiguás – di fatto, più distante culturalmente che geograficamente – circa 500 case hanno connessioni a TV via cavo offerte da un fornitore locale. Per coloro che in questo centro ricevono il segnale via cavo, il senso dell’umorismo, il modo di vestire, gli elettrodomestici, il vocabolario, la dieta e, in generale, tutto lo stile di vita degli statunitensi, finiranno per essere loro più familiari di quelli dei compaesani di Rivas o Managua.
La pubblicità nei mass-media inculca gusti di consumo di molti beni che il Nicaragua non produce ma importa. I giovani vanno in cerca di pantaloni, magliette e cappellini “di marca”. Anche se sono made in Bangladesh o fatte nella medesima zona franca di Las Mercedes a Managua, portano il marchio USA. Nei film si esibisce a colori brillanti e persino esagerati l’American way of life. Confezionato in celluloide si vende uno stile di vita che alimenta i legami ideologici. I Miami Boys sono i precursori di una forma di essere che trascina molti. Costellano la conversazione con parole, espressioni, frasi e perfino distorsioni della lingua inglese. I centri urbani sono più esposti a questo tipo di influenza. Ecco perché, secondo la ENDESA 2001, il 90,3% dei nicaraguensi emigrati negli Stati Uniti provenivano dal settore urbano, fatto che solamente accade con il 60% di coloro che sono emigrati in Costa Rica.
In definitiva, la teoria dei sistemi mondiali sostiene che le migrazioni sono il fenomeno che dà continuità all’organizzazione politica ed economica di un mercato globale in espansione. In questa teoria, l’emigrazione internazionale appare come la conseguenza naturale della formazione del mercato capitalistico: la penetrazione dell’economia globale nelle regioni periferiche è il catalizzatore della mobilità umana. Il flusso internazionale di manodopera segue il flusso internazionale di merci e capitale, ma si muove nella direzione opposta. L’investimento capitalistico fomenta cambiamenti che creano una popolazione sradicata, mobile e con vincoli culturali e materiali con i Paesi da cui proviene il capitale.
Perché vanno negli Stati Uniti? E in Costa Rica?L’emigrazione internazionale è molto frequente tra i Paesi industrializzati e le loro antiche colonie a causa dei vincoli culturali, linguistici, commerciali e di comunicazione che si sono intrecciate durante il periodo coloniale, del tutto esenti da concorrenza. Il giornalista portorichegno-statunitense Juan González nel suo libro Harvest of Empire (Frutto dell’Impero, ndr) sostiene la tesi che i vincoli fra Paesi origine e meta di emigranti siano stati forgiati da una lunga storia di relazioni commerciali, politiche e militari. Non mancano le evidenze a sostegno di tale tesi: Cuba-Spagna, Algeria-Francia, Marocco-Spagna, America Latina-Stati Uniti, Turchia-Germania...
Gli emigranti nicaraguensi sono (principalmente) in Costa Rica e negli Stati Uniti. Gli Stati Uniti furono negli anni ‘80 una meta politica. Il Costa Rica è oggi la destinazione economica più accessibile. C’è stata una lunga storia con entrambi i paesi. Turbolenta e difficile. Il Nicaragua e gli Stati Uniti sono legati dalle molteplici invasioni, dalla creazione diretta della Guardia Nazionale da parte dell’esercito statunitense, dall’appoggio del governo degli Stati Uniti alle élites locali, alla dittatura somozista e all’esercito controrivoluzionario, dal fatto che il 27% delle importazioni nicaraguensi provengano dagli Stati Uniti e che il 32% delle esportazioni nicaraguensi siano vendute a questo Paese.
Vi sono anche fatti rilevanti nei rapporti politici, militari ed economici tra Nicaragua e Costa Rica. Eccone alcuni: il Costa Rica è stato per il Nicaragua – almeno dall’insediamento delle compagnie di banane – una destinazione storica per i lavoratori; la cessione nicaraguense dei territori di Guanacaste e Nicoya che passarono ad essere parte del Costa Rica in via provvisoria nel 1825 e definitiva nel 1857; l’insediamento in terra costaricense di basi militari durante la lotta antisomozista negli anni ‘70 e quella antisandinista negli anni ‘80; l’ingresso nel Nicaragua degli anni ‘90 delle catene di supermercati Palí e delle panetterie Musmani...
Secondo l’approccio dei sistemi mondiali, poiché l’emigrazione dipende dalla globalizzazione e dall’economia di mercato, i governi possono influire sul suo volume solamente controllando gli investimenti dei grandi gruppi imprenditoriali e il flusso di beni e di capitale. Tuttavia, tali politiche probabilmente non verrebbero mai messe in pratica a causa degli interessi in gioco. Le dispute commerciali che si scatenerebbero, il rischio di una recessione economica mondiale e le risorse politiche che le multinazionali potrebbero mettere in movimento per neutralizzarli, le rendono impensabili.
Teoria della perpetuazione: se ne vanno e continueranno a farloLe ragioni per cui il movimento migratorio si perpetua nel tempo e nello spazio possono essere molto diverse da quelle che causarono la sua esplosione iniziale. E anche se la ricerca di migliori guadagni, il desiderio di diminuire i rischi e la penetrazione dei mercati possano continuare a stimolare l’emigrazione, nel corso del movimento migratorio affiorano nuove condizioni che diventano cause indipendenti. È il caso dell’ampliamento delle reti di migranti e delle istituzioni che appoggiano lo sviluppo della mobilità transnazionale.
Le reti di migranti sono legami che connettono emigranti, familiari di emigranti e anche non emigranti nelle comunità di origine e destinazione. Sono un combustibile molto efficace per le migrazioni, in quanto riducono i costi e i rischi del movimento migratorio e fanno aumentare i suoi benefici netti. Queste reti costruiscono un capitale sociale di cui la gente si può servire per avere accesso a un lavoro all’estero. Una volta che il numero di migranti raggiunge un livello critico, le reti si espandono, i costi e i rischi si riducono e il numero di migranti si moltiplica dando luogo a una spirale ascendente di più reti e più migranti.
L’ondata migratoria dei nicaraguensi non si fermeràSebbene le concentrazioni di nicaraguensi in certi quartieri del Costa Rica sia state analizzate più come una forma di segregazione residenziale, esse sono anche la migliore espressione materiale di queste reti di emigranti, e fanno aumentare la probabilità di nuove emigrazioni. La comunità La Carpio, situata a Sud-Est di San José, è un insediamento in cui l’85% degli abitanti sono nicaraguensi. I suoi 25 mila abitanti nicaraguensi competono in termini di quantità con la popolazione che aveva Jinotega nel 1940, la città di Granada all’inizio degli anni ‘70 e il municipio di Ocotal nel 1995. È una città per la maggior parte nicaraguense. Concentrazioni di questo tipo possono rendere i nicaraguensi ancora più visibili che la dispersione in ampi spazi.
In Nicaragua, con il 12% delle famiglie con emigranti, le probabilità che il movimento migratorio continui e aumenti sono molto alte. Se si cercasse di scoprire quanti nicaraguensi hanno un fratello o una sorella, un cugino o una cugina all’estero, avremmo un’idea più precisa dell’effetto e del possibile contagio dell’ondata migratoria.
Sfortunatamente, le indagini a livello nazionale realizzate in Nicaragua non hanno cercato di scoprire se gli emigranti abbiano lasciato figlie o figli che in futuro potrebbero desiderare di portare con sé. Tuttavia, abbiamo il dato che il 51% degli emigranti sono figli o figlie della persona che funge da capo famiglia, che potrebbero eventualmente incoraggiare e facilitare il viaggio delle loro sorelle o fratelli, o dei loro genitori.
Le reti di emigranti si fortificano quando alcuni membri ottengono un riconoscimento legale della loro residenza nel paese di destinazione. Lo status legale che molti nicaraguensi hanno potuto ottenere dopo essere passati per quello di rifugiati politici, rende più probabile l’effetto moltiplicatore. Come una forma di appoggio per la devastazione causata dall’uragano Mitch, o temendo che questo disastro facesse aumentare esponenzialmente il numero di immigranti, nel 1999 il Costa Rica concesse un’amnistia affinché regolarizzassero la loro permanenza in quel Paese i 160 mila nicaraguensi che avevano dimostrato di avervi risieduto da prima del Novembre 1998.
I figli trascinano i genitori, le zie e i nipoti...Nella nostra meta del Nord, la cosiddetta Legge NACARA (Aggiustamento Migratorio per Nicaraguensi e Sollievo per Centroamericani), approvata dal Congresso statunitense nel novembre 1997, ha concesso la residenza legale a 55 mila nicaraguensi che erano entrati negli Stati Uniti prima del 1° Dicembre 1995. Anche se la cifra è ridicola in relazione al numero di nicaraguensi in regola per fare domanda – circa 160 mila –, non c’è alcun dubbio che ha avuto il suo impatto e che molti nicaraguensi, dopo aver legalizzato il proprio status, abbiano trascinato i familiari più vicini.
Secondo l’indagine MECOVI 2001, dei nicaraguensi emigrati tra il 1994 e il 1997, solo il 3,7% erano nipoti della persona capo-famiglia. Arrivarono ad essere il 17,4% nel periodo compreso tra il 1998 e il 2001. Sono i figli dei migranti che iniziano a trarre beneficio dall’insediamento dei genitori, con o anche senza status legale, ma con una situazione relativamente stabile? Anche le politiche di immigrazione che promuovono la riunificazione degli emigranti con i propri familiari rafforzano il processo di costruzione di reti.
Il fatto che una maggioranza schiacciante dei nicaraguensi sia emigrata negli ultimi sei anni permette di prevedere che l’effetto moltiplicatore delle reti non mostrerà la sua reale grandezza che fra alcuni anni, perché è quasi una legge dell’emigrazione che “da più anni si è stabilito un emigrante, più grande è la probabilità che i suoi parenti si facciano coraggio e seguano il suo esempio”. Ma vale anche l’ipotesi che questo boom sia, in parte, un effetto delle ondate migratorie anteriori.
A partire da una certa soglia, l’emigrazione si auto-perpetua: ogni emigrazione crea la struttura sociale per renderla sostenibile, ogni ondata di emigranti riduce i costi della seguente, ogni nuovo o nuova migrante espande la rete e riduce i rischi per coloro che sono vincolati a lui o a lei, ogni aumento della massa di emigranti fa sì che coloro che ancora risiedono nel Paese origine trovino più attrattivo emigrare. Gli emigranti fanno anche prestiti ai propri familiari e amici affinché essi emigrino. Dal momento che lo spostamento ha meno rischi, l’emigrazione diventa una sicura fonte di reddito e di reali possibilità di restituzione del debito. Per questo motivo, nelle comunità in cui vi è stata una piccola esplosione di emigranti, un decennio dopo questa prima ondata di emigranti la comunità si svuota di membri di un determinato intervallo di età: gli zii portano via i nipoti, le sorelle i fratelli, gli amici trascinano gli amici e le amiche. La parentela e l’amicizia si mettono al servizio dell’emigrazione.
Questa teoria, anche se compatibile con gli approcci relativi alle decisioni individuali o alle strategie familiari, ha implicazioni diverse: le emigrazioni si fermano quando tutti coloro con desiderio di emigrare lo abbiano fatto – l’ampliamento delle reti migratorie rende sempre meno gravosi i costi e i rischi –, il flusso emigratorio non dipende in maniera significativa dai tassi d’impiego o dalle differenze salariali – la diminuzione di costi e rischi alimenta di più l’ondata di emigranti che i bassi salari e i tassi di occupazione del Paese di origine – e l’emigrazione si rende indipendente da quei fattori che la causarono in origine, istituzionalizzandosi mediante le reti di emigranti.
Reti, nuove istituzioni e incapacità di controllare l’ondataLa teoria della perpetuazione delle migrazioni è la più scettica sulla capacità degli apparati statali di controllarle. I governi non si possono aspettare che le loro politiche riescano facilmente a controllare i flussi di emigranti una volta che la loro spirale ascendente sia stata attivata, in quanto i processi di formazione delle reti cadono del tutto fuori dalla sua influenza. Le emigrazioni aprono spazi per altri meccanismi moltiplicatori. Le istituzioni che appoggiano la mobilità hanno anch’esse un ruolo nella perpetuazione delle emigrazioni. In questa categoria bisogna includere dalle organizzazioni che proteggono gli emigranti senza documenti e dalle case di rifugio che accolgono gli emigranti in transito, fino agli avvocati che lucrano sulla gestione dello status legale e ai coyotes che aiutano ad attraversare la frontiera, passando per coloro che assumono lavoratori illegalmente, le istituzioni umanitarie di servizio sociale e assistenza legale, i matrimoni combinati tra emigranti e cittadini del Paese ricettore, i trasporti clandestini e coloro che si occupano delle pratiche di passaporti e visti.
Queste istituzioni funzionano come un componente aggiuntivo del capitale sociale su cui contano gli emigranti e rafforzano il flusso, moltiplicano il numero, abbassano i costi e i rischi. Sia le istituzioni umanitarie che il traffico illegale si sono moltiplicati in tutto il mondo. Nel caso del Nicaragua, l’industria delle emigrazioni è un riflesso fedele dell’insieme della sua economia: il settore informale supera di gran lunga le istituzioni formali.
Le istituzioni umanitarie, che potrebbero costituire un’infrastruttura sociale di incentivo alle migrazioni, sono in nuce nella nostra regione. In tutto il Centro-America ci sono appena cinque case-rifugio. Sono case delle pastorale della mobilità umana. In Nicaragua, c’è un rifugio o casa di accoglienza della Caritas, localizzata a San Carlos, con capacità per appena 20 persone, abbastanza esigua per un transito verso il Costa Rica che si calcola sull’ordine dei 200 nicaraguensi al giorno.
La potente istituzione dei coyotesTra le entità formali, le emittenti radio locali, e a volte quelle nazionali, si sono erette a una delle infrastrutture che più vita danno alle reti tra gli emigranti e i propri familiari: risparmio in chiamate telefoniche, avvisi rapidi, comunicazione permanente. Sono diventate un meccanismo di riduzione dei costi di comunicazione e in un combustibile culturale.
Il settore informale dell’emigrazione è quello che si è sviluppato di più. Proprio quando i governi applicano misure restrittive, favoriscono il ricorso ai meccanismi del “mercato nero dell’emigrazione”. I coyotes si sono moltiplicati nel corso degli ultimi cinque anni. Hanno anche diversificato i propri servizi. Adesso concedono crediti e controllano gli emigranti in ritardo con la restituzione del credito attraverso i loro familiari. Nella città di Chinandega un coyote ha sequestrato la moglie di un emigrante in ritardo con il pagamento, per costringerlo a pagare.
I costi che i coyotes impongono non sono cambiati. Il prezzo si mantiene costante. Più domanda c’è di questo servizio, più offerenti ci sono. Il coyotismo è anche una fonte di occupazione. Solamente per l’attraversamento della frontiera con gli Stati Uniti si richiedono 2 mila dollari. Partendo dal Nicaragua possono arrivare a chiederne più di 5 mila. Il passaggio in Costa Rica è decisamente più economico: 50 dollari per l’attraversamento della frontiera con il Costa Rica e 250 se bisogna accompagnare l’emigrante fino a quando arriva a un centro abitato in terra costaricense.
Le istituzioni umanitarie stanno distribuendo propaganda su come fare le pratiche per il visto, il passaporto, etc., per evitare le umiliazioni cui sono esposti gli emigranti. Alcune donne sono state violentate dai coyotes. Ha avuto abbastanza diffusione il volantino Conosci i rischi di attraversare la frontiera Sud stilato dalla Commissione per la Difesa dei Diritti Umani in Centro America (CODEHUCA), legata in Nicaragua al Centro Nicaraguense dei Diritti dell’Uomo (CENIDH) e alla Caritas. Ma c’è bisogno di molte più risorse per lavorare su questo tema. E molta più riflessione per dargli un approccio che abbia effetti realmente positivi. Mentre queste risorse e questo approccio arrivano, i coyotes continueranno ad essere l’istituzione più potente di appoggio alla mobilità transnazionale.
La teoria della causalità accumulativa: più emigranti, più emigrazioneL’emigrazione produce altri numerosi cambiamenti che provocano la sua crescita. Si tratta di un processo che l’economista svedese Gunnar Myrdal chiamò, già a partire dal 1957, «causalità accumulativa» e che consiste nel fatto che ogni atto di emigrazione modifica il contesto sociale in maniera tale da rendere più probabili emigrazioni successive.
Gli studiosi di scienze sociali hanno analizzato sei fattori socioeconomici che sono interessati dall’emigrazione e che, successivamente, diventano uno stimolo per nuove emigrazioni: la distribuzione del reddito, la distribuzione della terra, l’organizzazione dell’agricoltura, la cultura dell’emigrazione, la distribuzione regionale del capitale umano e il significato sociale di determinate occupazioni nei Paesi ricettori.
La distribuzione del reddito in una comunità viene modificata dalle rimesse. Il fatto che alcune famiglie inizino a prosperare modifica la percezione che gli altri membri della comunità hanno riguardo alla propria situazione economica. La valorizzazione del reddito, come sottolinea la nuova teoria dell’emigrazione, si fa a partire da un gruppo di riferimento. Molti sono emigrati desiderando con forza per i loro familiari la prosperità che hanno visto nelle famiglie che ricevono rimesse. Tanto l’oro come il simil-oro trascinano la gente. Quanti più emigranti ha una comunità, più aumenta la differenza di reddito e, con essa, la sensazione che coloro che non ricevono rimesse stiano rimanendo indietro. In questo modo, le emigrazioni fanno da stimolo per ulteriori emigrazioni.
Anche la distribuzione della terra e l’organizzazione della produzione agraria funzionano come dispositivi che stimolano l’emigrazione. Gli emigranti che provengono dalla campagna cercano di acquisire terre per ragioni di prestigio o per investire in esse al loro ritorno. Questi sono i piani. A volte, si realizzano e la nuova disponibilità di capitale cambia i metodi di coltivazione verso sistemi intensivi in capitale – trattori, sistema di irrigazione, sementi importate, prodotti chimici – che causano spostamenti della manodopera.
In altri casi, quando gli emigranti verificano che gli investimenti in campo agricolo e zootecnico non hanno la redditività che scoprono che ha la loro manodopera all’estero, mantengono inutilizzate le nuove acquisizioni – ed anche le vecchie – e con questo fanno diminuire le opportunità di lavoro nell’area rurale. In entrambi i casi, la disoccupazione è il risultato inevitabile. E questa disoccupazione causata dalla nuova distribuzione della proprietà agraria e dai nuovi metodi di coltivazione agisce come uno stimolo per nuove emigrazioni.
Sulla terra delle emigrazioni nasce una cultura delle emigrazioni. Non si tratta solo del fatto che gli emigranti, una volta sperimentati altri usi e costumi, siano più propensi ad emigrare. Si genera anche nella comunità una cultura dell’emigrare grazie all’esempio contagioso e perché gli emigranti e i loro familiari diffondono informazioni sulle opportunità, sui costumi e sul livello di vita dei paesi ricettori. Un virus culturale produce un’epidemia migratoria. L’emigrare arriva ad essere parte dei valori comunitari e addirittura si trasforma in un rito di passaggio tra i giovani. Coloro che non hanno il coraggio di emigrare sono visti come timorosi, letteralmente acalambrados (coi crampi, ndr), cioè poco intraprendenti.
Dato che l’emigrazione produce un movimento del personale più qualificato, più motivato, istruito e produttivo dai Paesi origine a quelli meta, questa dinamica migliora le condizioni economiche e di sviluppo nei Paesi ricettori, rendendoli più attraenti, e diminuisce le possibilità di sviluppo nei Paesi origine, rendendoli sempre meno piacevoli per viverci, e questo fa sì che l’emigrazione continui a crescere.
L’esodo del capitale umano nicaraguenseNel caso del Nicaragua, i Paesi ricettori non sempre sanno trarre beneficio dalla nostra mobilità di capitale umano. Vi sono dati che confermano ed altri che mettono in discussione tale teoria. La maggior parte delle volte, i nostri professionisti arrivano negli Stati Uniti a svolgere funzioni assai più basse rispetto alla loro qualifica professionale. È ampiamente noto che la media dei nostri emigrati ha livelli di scolarità molto superiori rispetto a quelli dei compaesani che non emigrano: il 65% degli emigranti di 25 anni o oltre dell’area urbana ha svolto studi a livello di scuola superiore, situazione in cui si trova solamente il 40% dei non-emigranti del medesimo intervallo di età. Nell’area rurale la differenza è maggiore: rispettivamente 43% e 10%. Nemmeno il Costa Rica trae grande beneficio da questa ondata e “vanta” medici e avvocati nicaraguensi che lavorano come tassisti.
L’indagine sul livello di vita del 2001 realizzata dall’Istituto Nazionale di Statistiche e Censimenti raccoglie i dati di quasi 900 emigranti nicaraguensi. 52 di essi hanno concluso la carriera universitaria. Di questi, solamente il 25% svolge all’estero funzioni conformi alla propria qualifica professionale. Il 13,5% è composto da camerieri, cuoche, bambinaie e soprattutto come venditori; il 19% da falegnami, ebanisti, imbianchini, meccanici, elettricisti e principalmente come capomastri; il 21% da donne delle pulizie, collaboratrici domestiche, portieri, lavandaie, braccianti, guardie private e operai edili.
Il 37,5% degli emigranti nicaraguensi che compongono questo campione e che hanno terminato la scuola superiore o la formazione da insegnante non hanno altra scelta che essere collocati in questa ultima categoria. Il 36% di coloro che si trovano in questa categoria ha un diploma superiore o una laurea universitaria. La categoria dei falegnami, ebanisti, etc., fino a quella delle collaboratrici domestiche e dei braccianti, passando per gli autisti e gli operai di fabbrica, comprende il 42% degli emigranti del campione con studi universitari terminati e il 67% di coloro che hanno concluso la scuola superiore. Un esodo di capitale umano che il Nicaragua, anche in un contesto di disoccupazione altissima, non dovrebbe permettersi.
A sostegno di tale teoria c’è il fatto che, spesso, maestre nicaraguensi di scuole del Departamento di Rivas e di altre province lavorano come bambinaie e collaboratrici domestiche in Costa Rica. Naturalmente, bambini e bambine costaricensi costantemente insieme a persone con un’educazione formale sapranno meglio affrontare il mondo accademico nonché altri mondi. Si tratta di un indubbio beneficio per il Costa Rica, con ripercussioni per lo sviluppo di questo Paese che non possono essere misurate in modo immediato, né mediante indicatori convenzionali.
Un’ondata espansiva ed inarrestabileLa teoria della causalità accumulativa dice anche che l’arrivo di emigranti in un Paese cambia la percezione predominante su determinati lavori. Se gli emigranti si vanno concentrando in maniera predominante in determinate occupazioni, queste finiscono per essere considerate dalla popolazione nativa come tipici lavori da emigrante. Si ricostituisce così l’etichetta sociale che qualifica queste occupazioni. Lo stigma che cade su di esse le rende meno appetibili per gli oriundi del luogo, che le percepiscono culturalmente come inappropriate per loro. E questa situazione consacra la loro definitiva concessione agli immigranti. Una volta che lo stigma è stato diffuso, nemmeno la disoccupazione sarà in grado di rimuoverlo e i governi del Paese ricettore possono vedersi obbligati a trattenere o addirittura a reclutare più immigranti perché realizzino quei lavori.
La stragrande maggioranza dei janitors (gli impiegati in agenzie di pulizie di uffici, ndr) di Boston sono latini. A San Francisco, difficilmente se ne troveranno di non provenienti dal Centro-America o dall’Etiopia. A Washington, abbondano i camerieri honduregni e salvadoregni. A Miami, le collaboratrici domestiche nicaraguensi sono una legione. In Costa Rica, gli occupati nicaraguensi stanno acquisendo maggior peso in determinati settori: lavoro domestico, agricoltura ed edilizia. Il citato documentario Dal fango al Sud mostra cittadini costaricensi che spiegano come gli emigranti nicaraguensi arrivino in Costa Rica per svolgere i lavori che i nativi disprezzano e come questi lavori inizino ad essere considerati “tipici dei nicaraguensi”.
La teoria della causalità accumulativa è in totale consonanza con la teoria della formazione di reti. I cambiamenti economici, sociali e culturali che danno luogo alle emigrazioni, tanto nei paesi origine come in quelli meta, rinforzano il movimento migratorio in maniera così notevole che lo incrementano e lo rendono più resistente ai controlli governativi. Con più del 10% dei nicaraguensi all’estero e il 12% delle famiglie con qualche membro all’estero, non deve sorprenderci che abbiamo ormai attraversato la soglia a partire dalla quale l’ondata espansiva delle emigrazioni, la sua causalità accumulativa, mostra i suoi effetti. Un segno molto visibile è offerto dal sondaggio dell’agenzia M&R realizzato in Nicaragua nel Maggio 2003: il 65% degli intervistati ha dichiarato di essere disposto ad emigrare in un altro Paese se gli si presenta l’opportunità.
C’è ancora molto da scoprireLa teoria dell’economia neoclassica spiega le emigrazioni a partire dai costi dell’emigrazione e dalle differenza nelle condizioni di occupazione e salario tra i Paesi coinvolti come ricettori ed origine. L’emigrazione è presentata come il risultato di una strategia individuale per massimizzare il reddito.
La teoria della nuova economia dell’emigrazione considera le condizioni in una varietà di mercati e non solamente nei mercati del lavoro. Essa spiega l’emigrazione come una strategia familiare per minimizzare i rischi del reddito globale e per superare le contrazioni di capitale che colpiscono le attività di produzione familiari.
Ad un altro livello di analisi, sia la teoria dei mercati del lavoro segmentati o duali, sia la teoria dei sistemi mondiali ignorano questi processi decisionali situati ad un livello micro e si focalizzano sulle forze che operano a livelli di aggregazione più alti.
La prima lega l’immigrazione alle richieste delle moderne economie industriali.
La seconda situa l’emigrazione fra le conseguenze naturali della globalizzazione e di una penetrazione dei mercati che non rispetta frontiere.
Infine, la teoria della perpetuazione delle emigrazioni sostiene che, a prescindere dalle cause iniziali, le emigrazioni producono cambiamenti che contribuiscono a incrementarla.
Come si può notare, queste teorie non sono per forza incompatibili. Semplicemente fissano la loro attenzione e la loro analisi su aspettti diversi. Scoprono cause a diversi livelli: individuale, familiare, nazionale ed internazionale. Nel mondo reale, gli individui intraprendono azioni per massimizzare le loro entrate e le famiglie adottano strategie per minimizzare i rischi, e questo succede nello stesso momento in cui le forze strutturali modellano il contesto in cui tutto questo accade. Per spiegare le emigrazioni non bastano di per sé lo strutturalismo, che ignora il protagonismo degli individui, né gli approcci atomizzati, che sottostimano i condizionamenti che le strutture socioeconomiche, politiche e culturali impongono alle decisioni individuali.
Abbiamo comprato tutti i biglietti della lotteriaNon sappiamo che direzione prenderanno le migrazioni. La mobilità umana non solo scatena forze che la incrementano. Sveglia e fa fermentare anche gli odi razziali. Queste convulsioni xenofobiche che oggi vediamo spuntare ovunque, avranno un effetto ostile alle emigrazioni? Che impatto avrà il rifiorire di movimenti razzisti negli Stati Uniti? E le associazioni etniche a Miami, in particolare quelle degli irlandesi? O il mito della classe media, pacifica, bianca e di origine europea in Costa Rica, contrapposta al mito dei nica- raguensi scalzi, dal colore more- no-rossastro e indios? Per il Nicaragua, la prima domanda è un’altra: come fermarci adesso, quando ormai abbiamo già com- prato tutti i biglietti nella lotteria dell’emigrazione? E la seconda: dobbiamo fermarci?

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