«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NICARAGUA / Gli Stati Uniti negano gli aiuti: cresce la tensione nei rapporti

I dilemmi dell'attuale congiuntura non sono nuovi. Con le piogge invernali, nuovi motivi apprensione si erano aggiunti l'11 Maggio scorso, quando la nuova ambasciatrice degli Stati Uniti, Phyllis Powers, nella sua prima apparizione pubblica a Managua, ha dichiarato, a sorpresa, che sarebbe stato «molto difficile» per il governo di Daniel Ortega ottenere nel 2012 le due deroghe (waivers) che Washington suole concedere ogni anno a quei governi che osservano una trasparenza fiscale e risarciscono gli statunitensi cui siano stati confiscati dei beni. La prima deroga è stata, poi effettivamente negata quaranta giorni dopo.

Articolo di envío. Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.


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Daniel Ortega non si aspettava lo scoppio di questo conflitto con gli Stati Uniti. Nemmeno una rivista solitamente ben informata come The Economist pensava, nel Maggio scorso, che al governo nicaraguense venissero negate tali deroghe. Per i prossimi cinque anni di governo, Ortega contava di mantenere la sua stretta alleanza con l'impresa privata nazionale, mettendo da parte risorse frutto della cooperazione di Chávez in previsione di ciò che possa accadere in Venezuela (dove si vota in Ottobre, ndr), e dava per certo di riuscire a conservare buone relazioni con gli Stati Uniti, tenendo a bada il narcotraffico e rispettando puntualmente gli impegni presi con il Fondo Monetario Internazionale (FMI).
Nulla sembrava turbare tale clima. Il 21 Giugno scorso, però, lo scenario è cambiato, al concretizzarsi il “no” alla prima deroga, quella relativa alla trasparenza fiscale. Il governo era già a conoscenza della notizia qualche giorno, prima che l'ambasciatrice Powers la rendesse pubblica in un'intervista al quotidiano La Prensa. La diplomatica ha dichiarato sobriamente: «Nell'ultimo anno non abbiamo constatato la necessaria trasparenza. Pertanto, non può esserci alcuna deroga».
Il portavoce del Dipartimento di Stato William Ostick ha, quindi, precisato: «Sebbene il governo nicaraguense metta il suo bilancio a disposizione del pubblico, non dà pienamente conto dei fondi originati in Venezuela. Inoltre, i fondi pubblici non devono essere utilizzati per fini di parte politica e devono essere sempre soggetti al controllo della Contraloría» (cioè, l'organo di controllo sulle risorse pubbliche, che gode di autonomia e indipendenza, secondo la Costituzione, ndr). Ostick ha reso noto anche che, quest'anno, il Nicaragua è una delle 28 nazioni cui gli Stati Uniti hanno sospeso gli aiuti bilaterali corrispondenti all'anno fiscale 2012 per mancanza di trasparenza delle finanze pubbliche, a seguito della valutazione che ogni anno il Congresso ordina di fare al Dipartimento di Stato.
Il termine per sapere se anche l'altra deroga, quella relativa alle proprietà, che interessa di più il Paese, il governo e l'impresa privata, sarà concessa o meno, è la mezzanotte del 29 Luglio prossimo.
Per scongiurare la crisi che deriverebbe da tale mancata concessione, la Procura Generale della Republica si è rimboccata le maniche e a fine Giugno aveva risolto 65 casi di beni confiscati degli Stati Uniti negli anni '80, più di quanti era solita fare nella media annuale. Tuttavia, quest'anno tutti i segnali sembrano indicare che Washington non deciderà in base ai numeri o per motivi tecnici, ma per ragioni politiche. La prima sanzione è già arrivata. Ora, per gli Stati Uniti il dilemma è se prodursi in nuove sanzioni e in che misura.
Nuove sanzioni?Nel conflitto con il Nicaragua, cos'è prioritario per gli Stati Uniti? Dopo i brogli elettorali del 2008, la considerazione di Washington nei confronti del governo di Daniel Ortega si è andata deteriorando. Tuttavia, nonostante quella frode, le due deroghe sono state concesse a Ortega nel 2009, 2010 e 2011. In quegli anni, non sono mancate voci negli Stati Uniti che chiedevano di esercitare pressioni su Ortega, a causa della frode elettorale. Ma, sulla posizione degli Stati Uniti ha pesato più la disposizione dello stesso Ortega a controllare il narcotraffico. Come pure hanno pesato le incertezze derivanti dalla crisi economica mondiale in quegli anni: punire il Nicaragua in quel momento avrebbe provocato un aumento del fenomeno migratorio e maggiori problemi nella regione.
Ora le cose sono cambiate. Sono prossime le elezioni negli Stati Uniti, Obama cerca la rielezione e la disputa con i repubblicani è tesa. La maggioranza repubblicana nella Camera dei Rappresentanti chiede al presidente di non essere “tenero” con Ortega. Nel 2011, Obama aveva nominato Jonathan Farrar come ambasciatore in Nicaragua, ma i repubblicani avevano posto il veto sulla sua nomina, considerandolo un “debole”. Dopo mesi di impasse, i repubblicani hanno approvato la nomina di Powers, confidando che la sua posizione sarà invariabilmente dura.
Alcuni osservatori sostengono che ci sarebbe già un accordo tra democratici e repubblicani su cosa fare con il Nicaragua e la mancata concessione delle deroghe starebbe a confermarlo.
Quale sarà, dunque, la scelta di Obama: concederà la seconda deroga a Ortega o gliela negherà? Quel che pare dubbio è che Obama si decida in tal senso, pensando (solo) alle compensazioni che un certo numero di cittadini statunitensi confiscati possano, o meno, ottenere, e che anteponga tale questione ai suoi calcoli politici.
Potrebbe pesare anche il timore che la sua decisione complichi ulteriormente le cose in America Centrale, provocando maggiore crisi in Nicaragua. Il presidente uscente della Banca Mondiale, Robert Zoellick ha recentemente dichiarato che «i giorni del presidente Chávez sono ormai contati» e che senza gli aiuti venezuelani il Nicaragua «sarà nei guai». Forse, per evitarne di più gravi, Obama potrebbe decidersi a concedere la seconda deroga a Ortega.
Gradualità o rigidità?Secondo alcuni analisti, tra cui l'ex ambasciatore di Ortega negli Stati Uniti, Arturo Cruz, Obama sarebbe orientato ad una politica improntata alla “gradualità”: non concedere la deroga sulla trasparenza fiscale, ma quella sulla proprietà, esercitando al contempo tutta l'attenzione necessaria sulle elezioni municipali del prossimo Novembre. Secondo Cruz, una delle condizioni che gli Stati Uniti si aspettano di vedere rispettata per poterle considerare accettabili, è che al voto vi partecipi «un'opposizione credibile».
Secondo altri osservatori, Obama potrebbe essere più drastico e negare entrambe le deroghe, stando a vedere poi come si comporti Ortega durante l'anno, in particolare in occasione delle elezioni municipali. La punizione vale per un solo anno e qualora vi fossero segnali di rettifica, una volta rieletto, Obama tornerebbe a concedere le due deroghe al Nicaragua, nel 2013.
Ciò che pare chiaro è che, una volta avviata la confrontazione, la questione delle deroghe potrebbe diventare una fonte di pressione sempre pronta all'uso. Altrettanto chiaro è che dallo svolgimento delle prossime elezioni dipenderà un aumento, o meno, delle tensioni. Quando l'ambasciatrice Powers ha reso noto che quest'anno non sarà concessa la deroga relativa alla trasparenza, ha aggiunto che, in ogni caso, gli Stati Uniti seguiranno con molta attenzione le elezioni del prossimo 4 Novembre e vigileranno perché siano rispettate le raccomandazioni formulate dal rapporto dell'Organizzazione degli Stati Americani, sulla presenza di osservatori e sulla trasparenza del voto.
Le reazioniAppresa la notizia che il governo non ha ottenuto la deroga relativa alla trasparenza, le reazioni ufficiali in Nicaragua sono state scarse, forse in attesa di commenti del presidente Ortega. Avvicinato da giornalisti e colto di sorpresa, il ministro delle finanze ha minimizzato il problema e, abbozzando un sorriso, ha affermato che in fin dei conti la perdita di 3 milioni di dollari di cooperazione bilaterale non significa poi molto per il bilancio nazionale.
Da parte sua, il deputato del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) Walmaro Gutiérrez, che presiede la commissione economica dell'Assemblea legislativa, ha reagito con rabbia, sostenendo che i buoni giudizi che il governo Ortega vanta da parte dell'FMI contraddicono il governo degli Stati Uniti: «Noi facciamo grandi sforzi per mantenere questo Paese nel quadro degli accordi con le istituzioni finanziarie, che ci dicono che abbiamo fatto tutto correttamente; e ora viene un governo straniero a dirci che non siamo trasparenti? È una vergogna!».
Gli ha fatto eco Jacinto Suárez, altro deputato sandinista che presiede la commissione parlamentare per le Relazioni Estere: «Non siamo affatto preoccupati. Abbiamo già fatto fronte al ritiro della cooperazione europea senza problemi».
Ortega non si aspettava lo scoppio del conflitto, ma è consapevole della sua gravità. La sua strategia di risposta è stata duplice: da un lato, ha ordinato alla Procura Generale della Repubblica di accelerare la risoluzione del maggior numero di casi di confisca mentre, dall'altro, sfida apertamente Washington.
Il 23 Giugno, quindi, Ortega ha rotto il silenzio. Da mesi, non si esprimeva così duramente contro il governo degli Stati Uniti, descritto come uno «dei più grandi truffatori e delinquenti del pianeta». La tesi di Ortega è stata simile a quella di Gutiérrez: anche se il Nicaragua aspira a liberarsi finalmente «dalle grinfie» del Fondo Monetario Internazionale, negozia con esso e ha ottenuto un «rating molto buono» dall'FMI e da altre organizzazioni internazionali.
Ortega ha centrato il suo discorso su due minacce rivolte sia agli Stati Uniti che agli oppositori interni, definiti «agenti dell'impero». Dal momento che gli Stati Uniti hanno interrotto la loro collaborazione, Ortega ha annunciato che «chiuderà a chiave» tutti i programmi che gli Stati Uniti finanziano in Nicaragua. Smentendo, inoltre, l'intenzione di apportare modifiche al sistema di governo da egli installato: «Che si scordino che prenderemo decisioni politiche e istituzionali sotto la minaccia di ricatti e pressioni!».
La “chiusura a chiave” di cui parlava Ortega, se arrivasse a materializzarsi, cancellerebbe la presenza in Nicaragua dell'agenzia statunitense per lo sviluppo USAID, che fino al 2011 ha finanziato programmi di partecipazione civica e formazione di giovani leaders di varie organizzazioni della società civile. E che continua a finanziare piccole e medie imprese del settore privato e fornisce assistenza a circa 30 mila piccoli e medi agricoltori, oltre ad altri programmi educativi (borse di studio), sanitari e ambientali. L'altra minaccia comporta implicitamente l'avvertimento che non negozierà alcunché con l'opposizione prima delle prossime elezioni.
Espellere l'USAID? Negoziare con l'opposizione? Questi sono i dilemmi del presidente in questa congiuntura conflittuale con gli Stati Uniti.
La minaccia contro la AID era già nell'aria la sera del discorso di Ortega. Il timing è, tuttavia, sospetto: il giorno prima, quando già si sapeva della mancata concessione della deroga relativa alla trasparenza, il Consiglio Politico dell'Alleanza Bolivariana per le Americhe (ALBA) rendeva noto un documento nel quadro della Conferenza Rio +20, dove si leggono parole ancora più dure di quelle ascoltate a Managua. Il testo, firmato dai ministri degli esteri di Bolivia, Cuba, Ecuador, Dominica, Venezuela e Nicaragua - rappresentata a Rio +20 dal sacerdote Miguel D'Escoto - denuncia che la USAID pratica azioni di «aperta ingerenza» e finanzia gruppi e progetti «tesi a destabilizzare i governi legittimi non affini» agli interessi degli Stati Uniti, in una «chiara e sfacciata interferenza nei processi politici interni di ogni nazione». «Nella maggior parte dei paesi dell'ALBA - aggiunge il documento -, attraverso le sue varie organizzazioni e facciate, l'USAID agisce in maniera illegale e impune, al di fuori del quadro giuridico, finanziando illegalmente mezzi di comunicazione, leaders politici e organizzazioni non governative».
USAID è accusata di promuovere «ogni tipo di fondamentalismo per cospirare e limitare i poteri» dei Paesi membri dell'ALBA e, in molti casi, saccheggiare le loro risorse naturali. Per questo, il Consiglio Politico dell'ALBA invita i capi di Stato e di governo dei Paesi aderenti alla «immediata esplusione dell'USAID» dagli stessi.
Cosa farà ora Ortega? Espellerà l'AID prima che gli Stati Uniti decidano se dare o meno la deroga relativa alla proprietà? E se non lo dovesse fare, l'attacco alla AID sarà il pretesto per riprendere l'offensiva lasciata in sospeso nel 2009 contro le ONG nicaraguensi, che ricevano o meno fondi dagli Stati Uniti?
Oppure tutto ciò abbiamo ascoltato resterà, come qualcuno vorrebbe credere, solo un esplosione retorica del presidente per mantenere viva nella base dell'FSLN la sua immagine di leader irriducibile alle pressioni dell'impero?
Nuova legge elettoraleMentre il presidente si dibatte nel dilemma, ha continuato il suo corso l'iter elettorale delle municipali. Queste elezioni sono precedute da una nuova legge elettorale approvata dal Parlamento a tutta velocità perché entri subito in vigore. Per la prima volta, gli elettori sceglieranno coppie di maschi e femmine (o femmine e maschi) in tutti i Comuni, in forza della nuova legge “50-50” che Ortega ha promulgato nel Marzo scorso, in nome della parità di genere. Una legge positiva in un Paese con strutture politiche assai maschiliste, ma promossa in un quadro istituzionale sempre più viziato.
Per la prima volta, verrà eletto anche un numero di consiglieri municipali, considerevolmente aumentato a seguito della riforma elettorale decisa da Ortega in Aprile all'insegna della “democrazia diretta” e per dare un minimo segnale a livello nazionale ed internazionale di voler modificare il sistema elettorale. Una legge positiva perché il sistema delle rappresentanze nei municipi era diventato obsoleto in ragione della crescita demografica, ma anch'essa promossa in un quadro politico viziato dal clientelismo elettorale che caratterizza il partito al governo.
Nei prossimi anni occorrerà analizzare più a fondo i vantaggi e gli svantaggi derivanti da queste due riforme, che porteranno decine di donne e centinaia di consiglieri per la prima volta nelle amministrazioni locali.
Tuttavia, altra era la richiesta fatta al governo. Dopo la frode elettorale del 2011, ciò che è stato sollecitato, suggerito, richiesto o reclamato è la sostituzione dei magistrati del Consiglio Supremo Elettorale (CSE), responsabili della frode, il cui mandato è peraltro scaduto da tempo.
La scoperta poi, nel Maggio scorso, che il magistrato elettorale Osuna ha contraffatto una carta d'identità nicaraguense a favore dell'ormai famoso narcotrafficante costaricense soprannominato El Palidejo, mandante della morte di Facundo Cabral (cantautore argentino assassinato in Guatemala; vedi numero scorso, ndr) aveva spinto i più ottimisti a ritenere imminenti le dimissioni dei magistrati del CSE, dando così modo al governo di procedere alla nomina di nuove autorità elettorali. Così non è stato. La resistenza dimostrata dall'FSLN nel non voler scegliere nuovi giudici e continuare con gli stessi fino alle prossime elezioni, malgrado il discredito accumulato, dimostra la durezza della loro “pelle” politica. Ancora più dura sembra, comunque, quella delle autorità del CSE, a prova di opinione pubblica nazionale, immagine internazionale, scandali di corruzione e del più elementare senso del decoro e del pudore.
Nuovi trucchi elettoraliNonostante lo scandalo della carta di identità contraffatta messa a disposizione di un narcotrafficante, il CSE ha continuato ad organizzare le prossime elezioni. Come previsto dalla legge, in Maggio ha scelto le autorità che presiederanno i Consigli Elettorali Dipartimentali (CED), secondo i risultati delle elezioni del 2011: tali incarichi sono stati, dunque spartiti tra il primo partito, l'FSLN, e il secondo, Alleanza PLI (Partito Liberale Indipendente). Nella ripartizione, tuttavia, non è stato rispettato il criterio di equità: l'FSLN presiederà 9 CED e l'Alleanza PLI 7; il che pare giusto. Ma ai 9 CED presieduti dall'FSLN corrisponde una popolazione assai più numerosa di quella corrispondente ai 7 CED presieduti dall'Alleanza PLI: 2,8 milioni contro 1,3 milioni di elettori. La selezione è stata fatta avendo cura di mantenere tale disparità. Si tratta di un primo trucco: ovviamente, ad una popolazione maggiore corrispondono più voti, a più voti maggiore controllo, a maggiore controllo risultati migliori...
In Giugno, il CSE ha ripartito tra l'FSLN e il PLI anche le autorità che presiederanno i Consigli Elettorali Municipali (CEM), istanze chiave nello svolgimento delle operazioni elettorali. Analogamente, l'FSLN li presiederà in 82 municipi, mentre il PLI ne avrà a carico 71; ma, di nuovo, i municipi assegnati all'FSLN sono i più popolosi. L'intenzione è la stessa di cui sopra...
Da questi primi segnali risulta evidente come il partito al governo non abbia alcuna volontà di trasparenza nel processo elettorale e stia preparando le condizioni per vincere, in ogni modo, come già annunciano i suoi portavoce, in 140 dei 153 municipi del Paese.
E come se questi trucchi non bastassero, il CSE ha introdotto una nuova figura nei CED e CEM: lo “amministratore elettorale” o “direttore elettorale”, attribuendogli funzioni che lo collocano al di sopra di chi presiede tali istanze. Le prime proteste dei rappresentanti dell'Alleanza PLI, nominati al vertice di vari CEM, cominciano già a farsi sentire: sono i citati “amministratori” a prendere le decisioni, a scapito di autorità che, pure, sono state nominate e che hanno prestato giuramento...
Partecipare al voto?In queste condizioni, il dilemma dell'opposizione parlamentare è se partecipare o meno al voto. Un dubbio che il PLI, ha annunciato, scioglierà in Agosto, quando secondo il calendario elettorale bisognerà presentare le candidature a sindaco nei vari municipi del Paese.
Già nello scorso Aprile, il Movimento Rinnovatore Sandinista (MRS), membro dell'Alleanza PLI, si è detto contrario a partecipare alle elezioni, se non dovessero cambiare i magistrati del CSE e senza regole chiare che garantiscano un equo processo elettorale. L'MRS lo ha ribadito nel corso di questi mesi, considerando un “suicidio politico” presentarsi al voto senza tali, minime precondizioni. Il 1° Luglio scorso, lo hanno ribadito oltre 200 dirigenti dell'MRS, riuniti nella convenzione nazionale, che ha eletto i nuovi vertici del partito.
Fabio Gadea, già candidato alla presidenza dell'Alleanza PLI si dice d'accordo con l'MRS. Già ai primi di Maggio aveva dichiarato: «Personalmente, penso che non si possa andare ad elezioni convocate da un CSE spurio, illegale, disonesto, screditato, asservito e violatore della legge. Questa sarebbe una scelta dignitosa». Secondo Gadea, «è meglio che l'FSLN resti solo»; di conseguenza, chiede all'Alleanza PLI di non partecipare, aggiungendo di avere l'intenzione di non andare a votare alle prossime elezioni; tanto che, da oltre sei mesi, l'emittente di sua proprietà, Radio Corporación, trasmette un appello varie volte al giorno che inizia così: «Nicaraguense, fratello, non partecipare ad un'altra frode elettorale...».
D'altro canto, a voler partecipare alle elezioni sono il Movimento “Vamos con Eduardo” (MVE) e, va da sé, il suo leader Eduardo Montealegre, disposto a candidarsi a qualsiasi condizione. Tuttavia, la posizione dell'MRS e di Gadea ha reso più difficile il cammino di questa candidatura.
Queste profonde differenze riflettono le diverse culture politiche presenti all'interno dell'Alleanza PLI. L'MRS si nutre della cultura sandinista originaria e organizza la propria base secondo principi e valori: il valore del servizio pubblico, l'onestà, la lealtà. Nella tradizione liberale nicaraguense la base si è sempre organizzata in ragione degli incarichi e delle opportunità e dei privilegi che ne derivano.
Del resto, sia l'MRS che Gadea non hanno molto da perdere se non partecipano al voto. Gadea ha 80 anni e sente che la sua vita politica è giunta a conclusione. L'MRS è stato arbitrariamente privato della sua personalità giuridica nel 2008, dal CSE. L'MVE, che invece l'ha “recuperata” occupando di fatto il PLI, la perderebbe di nuovo se non partecipasse al voto; ed Eduardo Montealegre non vorrebbe che ciò accadesse, aspirando a candidarsi alle prossime presidenziali, sotto la bandiera del PLI.
Ai due estremiL'opposizione “credibile” - cioè quella riunitasi intorno alla candidatura di Fabio Gadea nella eterogenea Alleanza PLI - ha mostrato le proprie differenze anche in merito al conflitto fra il governo Ortega e gli Stati Uniti, sfociato nella crisi dei waivers.
Come imprenditore, Eduardo Montealegre è assai preoccupato che al Nicaragua vengano sospese le deroghe, dal momento che i suoi interessi ne risentirebbero. La posizione di Montealegre è molto vicina a quella del COSEP, il Consiglio Superiore dell'Impresa Privata, che è andato a perorare la causa negli Stati Uniti, per ottenere tali deroghe.
Al contrario, i dirigenti dell'MRS, anche in seno all'Alleanza, non hanno abbracciato tale causa. Dora María Téllez ha esposto, senza mezzi termini, le ragioni che rendono inutile e inappropriata ogni azione di lobbying a favore delle deroghe: «Nel loro linguaggio diplomatico, gli Stati Uniti hanno parlato di “mancanza di trasparenza” da parte del governo nicaraguense; tuttavia, nel lessico nicaraguense, ciò si chiama furto, di voti e di soldi». La responsabilità ricade, dunque, su Ortega e, pertanto, non bisogna «togliergli le castagne dal fuoco» (non essendoci tale frutto in Nicaragua, il proverbio nica parla di “fagioli”, ndr).
Il conflitto con gli Stati Uniti rende molto nervoso il grande capitale nicaraguense. Interventi come quello del presidente Ortega, di attacco agli Stati Uniti dopo la mancata concessione della prima deroga, lo fanno tremare. I rapporti con gli Stati Uniti sono fondamentali per i grandi imprenditori nicaraguensi, molti dei quali hanno, tra l'altro, la cittadinanza statunitense. Non sarebbe strano, qualora lo scontro salisse di tono, assistere ad una fuga di capitali.
È in questo scenario incerto che il banchiere Montealegre, che si sente già “unto” dalla élite imprenditoriale e dagli Stati Uniti come leader dell'opposizione, dovrà prendere le sue decisioni in chiave elettorale e giustificarle all'opinione pubblica.
Negoziare o no?Negli ultimi mesi, in diversi modi, Montealegre ha chiesto ad Ortega un dialogo, ma il presidente è parso sordo agli inviti. All'inizio, Montealegre aveva annunciato che, dalla sua proposta di dialogo e negoziato con il governo, sarebbe scaturito il risultato ambizioso di una «rifondazione istituzionale». Con il passare del tempo, tale aspirazione è andata scemando e, oggi, Montealegre sembra accontentarsi della nomina di due o tre magistrati, a lui vicini, nel CSE.
Quando il CSE ha proclamato vincitore Ortega nelle elezioni del 2011, quest'ultimo promise che, anche con la maggioranza assoluta del 62% la vittoria non lo avrebbe «reso presuntuoso» e avrebbe, comunque, governato «per il bene di tutti», in base al consenso. I deputati dell'FSLN hanno mantenuto l'intesa con quelli dell'MVE, e viceversa. Nelle ultime settimane, però, con lo scoppio della crisi dei waivers, quel consenso parlamentare si è rotto e così pure quello fra Ortega e l'impresa privata, in occasione dell'approvazione di una nuova normativa in materia finanziaria (vedi notizia sotto, ndr).
In questo contesto, non ci sono segnali che indichino che Ortega sia disposto a negoziare il ricambio di magistrati o ad eleggere nuove autorità negli altri poteri dello Stato - sono 60 gli alti funzionari il cui mandato è scaduto -, anche se gli converrebbe farlo, al fine di legittimarsi.
Riuscirà Montealegre ad ottenere qualcosa dal negoziato prima delle elezioni? O si rassegnerà a condurre il PLI a partecipare al voto senza aver ottenuto alcun cambiamento nel sistema elettorale, sperando di ottenere qualcosa dopo?
Partecipare al voto?Il dilemma dell'MVE e del PLI conosce diverse dimensioni. Entrambi i partiti devono decidere tra il breve e il medio termine, tra il correre un rischio di carattere legale e quello di perdere consensi nella propria base.
Se Montealegre e il PLI dovessero decidersi ad andare al voto, in ragione di qualche incarico nel CSE concesso loro da Ortega, sarà difficile cancellare la percezione che ciò sia il primo passo di un negoziato a sfondo clientelare, come quello che portò al “patto” fra Ortega e il Partito Liberale Costituzionalista (PLC) di Alemán; una riedizione del tradizionale (in Nicaragua, ndr) zancudismo: cioè, la stipula di alleanze con il potere assoluto, in cambio di qualche quota di potere (di qui il riferimento alla zanzara - zancudo -, che crea fastidio ma non impensierisce più di tanto..., ndr).
Se i due decidessero di partecipare, senza aver ottenuto prima alcun cambiamento, “si brucerebbero” agli occhi di buona parte dell'opinione pubblica, compresa parte di quella che simpatizza per loro, ma otterrebbero senz'altro qualche amministrazione comunale - quelle che resterebbero, tolte le 140 che l'FSLN già dà per vinte ? -; otterrebbero, inoltre, un certo numero di consiglieri municipali in quasi tutti i Comuni – dal momento che, con una tale profusione di consiglieri da scegliere, ciò sarebbe assicurato -, e questi risultati, per minimi che siano, consentirebbero loro di mantenere attive le loro strutture locali e conservare lo spazio giuridico di “seconda forza” politica del Paese, confermando Montealegre come leader dell'opposizione, il quale potrebbe contare su tale piattaforma per competere con l'FSLN come candidato alla presidenza nel 2016, suo obiettivo prioritario.
Viceversa, se il PLI decidesse di non andare alle elezioni, perderebbe il suo status giuridico. Lo stabilisce la legge: chi non gioca, viene fatto fuori dal gioco. Tale gesto radicale e fedele ai principi sarebbe una prova di “dignità” agli occhi di gran parte dell'opinione pubblica e di parte dei suoi simpatizzanti. Ma, certamente, non mancherebbero proteste di dirigenti dipartimentali e municipali, che aspirano a qualche incarico amministrativo sotto la bandiera del PLI e che vogliono competere, dal momento che tali strutture si mantengono vive solo se sono in ballo incarichi e prebende. Mentre gli scontenti potrebbero passare ad ingrossare le liste di altri partiti che assicurino loro incarichi e corrispondenti privilegi.
Se non partecipasse al voto, il PLI rischierebbe di perdere tali basi, disattivando le loro reti locali e il tessuto elettorale costruito un anno fa con difficoltà. E rischierebbe qualcosa di ancora più strategico: la sua mancata partecipazione lascerebbe campo aperto al PLC, che avrebbe buon gioco sulla base delusa dal PLI e occuperebbe rapidamente il ruolo di “seconda forza” e “unica opposizione”. Del resto, il PLC ha già annunciato che parteciperà alle elezioni.
Consapevole dei trucchi che il CSE sta già piazzando sul cammino elettorale, Eliseo Núñez Morales, dirigente dell'MVE, giustifica la partecipazione alle elezioni, sostenendo che il PLI non può perdere l'opportunità di costruire una «piattaforma di protesta», approfittando di ogni momento della campagna elettorale per denunciare l'attuale sistema e sostenere politicamente i dirigenti e le strutture locali del PLI.
Tale piattaforma servirebbe al PLI per delegittimare ulteriormente il governo. Ma, non sarebbe maggiore la delegittimazione se il PLI scegliesse di non partecipare? Una delle condizioni che si aspettano gran parte della società nicaraguense, la comunità internazionale e gli Stati Uniti dalle prossime elezioni è che ad esse vi partecipi «un'opposizione credibile».
¿Votare o no?Anche per l'elettorato nei vari municipi esiste il dilemma del voto o non voto. Nelle elezioni presidenziali del Novembre 2011 tutti sono andati a votare, confidando di poter scegliere davvero. Ma molta gente è stata testimone della frode. Molti di coloro che votavano per l'FSLN sapevano quel che stesse accadendo quel giorno. Alcuni perché hanno diretto e realizzato le irregolarità e altri perché le hanno viste e tollerate. Molti di coloro che votavano per l'Alleanza PLI hanno percepito che qualcosa non andasse per il verso giusto, fin dal momento in cui sono arrivati ai seggi. Si sono sentiti truffati: hanno votato, ma non hanno potuto scegliere, perché la loro scelta non è stata rispettata.
Le elezioni presidenziali hanno una dimensione diversa da quelle municipali, perché a livello locale tutti si conoscono, tutto è più vicino e, per questo, si mette maggiore passione in ciò che si accetta, rifiuta o decide. La frode ha lasciato ferite aperte. È un fatto molto recente, che continua a suscitare indignazione tra quanti hanno votato per Gadea e l'Alleanza PLI. In alcuni municipi la base del PLI vuole che il partito partecipi al voto perché sogna “vendetta” o di misurare di nuovo le forze – all'insegna di frasi del tipo: “questa volta non ce le rubano”, “oggi siamo pronti a impedirlo”, “vediamo chi è il più forte” -. Questo è il clima, soprattutto, nella quarantina di Comuni tradizionalmente anti-FSLN, governati da liberali, che si rifiutano di consegnare il municipio all'FSLN senza lottare.
Ma ci sono altri Comuni in cui la base chiede al PLI di non partecipare per non essere complice dell'ennesima frode e restare, dunque, “pulito”. E annuncia che, anche se il PLI dovesse presentarsi, non andrà a votare; né fornirà gli scrutatori di seggio, per non essere truffata di nuovo, né partecipare ad una farsa. Quanti la pensano così sanno che fare propaganda per l'astensione è un reato. Ma sanno anche che non è un crimine boicottare le elezioni. E si preparano in tal senso.
DilemmiNel consueto e imprevedibile panorama politico del Nicaragua, alle prese con questo groviglio di dilemmi è facile prevedere che da qui alle elezioni di Novembre l'imprevedibilità regnerà sovrana. Solo per noi non c'è dilemma: continueremo a informare.

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