NICARAGUA / Economia, tensioni con gli USA, aiuti del Venezuela: “tempesta perfetta” in vista?

Arturo Grigsby, economista, membro del consiglio editoriale di envío, analizza il potenziale impatto potenziale sull'economia del Nicaragua e sulla strategia del governo per i prossimi anni del conflitto con gli Stati Uniti, scoppiato sulla questione delle deroghe. E, a partire da questa crisi, sulle opportunità che il Nicaragua avrebbe, grazie alle risorse straordinarie che il governo riceve dalla cooperazione venezuelana.

Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.


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La politica nicaraguense è dominata da settimane dal dibattito sulla concessione o meno al Nicaragua da parte del governo degli Stati Uniti di due deroghe (waivers), relativi alla trasparenza fiscale e ai diritti di proprietà.
La mancata concessione del waiver sulla trasparenza fiscale autorizza il governo statunitense a non fornire cooperazione bilaterale a quello nicaraguense. Tale procedura è applicata dagli Stati Uniti a tutti i Paesi del mondo con cui collabora, non soltanto al Nicaragua. L'eventuale non concessione della deroga relativa ai diritti di proprietà non taglia solo gli aiuti bilaterali, ma obbliga anche i rappresentanti degli Stati Uniti nelle istituzioni multilaterali a votare contro le richieste di finanziamento che il Nicaragua dovesse eventualmente presentare a quelle agenzie. Anche tale procedura è applicata dagli Stati Uniti a quei Paesi i cui governi hanno confiscato proprietà di cittadini statunitensi. Il waiver della trasparenza fiscale è di più recente introduzione rispetto all'altro. Esso esprime il consenso cui la cooperazione internazionale allo sviluppo è arrivata dopo la Dichiarazione di Parigi, che ha posto al centro degli obiettivi di cooperazione il “buon governo”. Anche se non è l'unica, la trasparenza fiscale è una caratteristica del buon governo. Nel 2008, gli Stati Uniti hanno fatta propria questa nuova regola nelle decisioni sulla loro cooperazione bilaterale. Mentre il waiver sui diritti di proprietà è espressione della politica interna agli Stati Uniti e storicamente ha che a che vedere con le proprietà confiscate a cittadini statunitensi in varie parti del mondo. Venne introdotto nel 1994 mediante un emendamento al quadro giuridico che disciplina la concessione di aiuti degli Stati Uniti ad altri Paesi. Quell'emendamento venne promosso dal senatore repubblicano Jesse Helms per impedire, tra l'altro, qualsiasi forma di assistenza a Cuba.
Negli ultimi anni, i due waivers sono stati concessi al governo del Nicaragua senza grandi difficoltà. Anche sotto la presidenza di Daniel Ortega. Finora, sono prevalsi criteri strettamente tecnici per il loro rilascio. Solo quest'anno si è venuta a creare una notevole tensione politica intorno a queste due deroghe.
La deroga sulla trasparenza fiscale è già stata negata al governo Ortega. Quella relativa alla proprietà è più vitale per gli interessi del Nicaragua. Se non fosse concessa, per legge, i rappresentanti degli Stati Uniti presso il Banco Interamericano di Sviluppo (BID), la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) dovranno votare contro le domande di prestito che eventualmente il Nicaragua presentasse. Gli Stati Uniti hanno potere di veto nel BID e nella Banca Mondiale. Non nell'FMI, ma è difficile immaginare che il Fondo approvi un accordo con il Nicaragua se gli Stati Uniti non sono d'accordo. E siccome il governo del Nicaragua attraversa un periodo conflittuale anche con la maggior parte dei Paesi europei, Stati Uniti ed Europa potrebbero bloccare qualsiasi accordo con il Nicaragua. Già negli anni '80, il Nicaragua ha vissuto un'esperienza analoga. Quando gli Stati Uniti presero la decisione di decretare l'embargo commerciale contro il Nicaragua, a ruota seguì la sospensione delle relazioni con gli organismi multilaterali.
La tensione politica scoppiata intorno alla concessione delle deroghe rappresenta un nuovo capitolo del conflitto nelle relazioni del Nicaragua con gli Stati Uniti. Con la mancata concessione del waiver sulla trasparenza fiscale, il governo ha perso 3 milioni di dollari di cooperazione destinati, secondo il bilancio nazionale, a progetti sanitari ed educativi e all'addestramento dell'esercito nella lotta al narcotraffico. Se non dovesse essere concessa la deroga sulla proprietà, la perdita sarebbe ben più alta: tra prestiti del BID e della Banca Mondiale, e crediti concessi dall'FMI in base all'accordo con il governo, il Nicaragua potrebbe perdere 250 milioni dollari all'anno.
Conviene, tuttavia, analizzare questa congiuntura e questo conflitto non solo considerando le risorse che non arriverebbero più in Nicaragua. C'è un aspetto, credo, ancora più importante, da cui partire per analizzare la crisi e il suo impatto sugli affari. Alla fine del Maggio scorso, il governo ha presentato al Comitato dei Donatori la sua strategia di sviluppo per i prossimi cinque anni. Al centro della stessa vi è la creazione di un «clima favorevole agli investimenti dinamico e propositivo», per attrarre maggiori flussi di investimenti stranieri e rendere così più moderna l'economia del Paese.
Se ci atteniamo a tale modello, l'implicazione più grave dell'attuale tensione fra il governo Ortega e gli Stati Uniti sta proprio nei riflessi negativi sul clima che dovrebbe essere favorevole agli investimenti, su cui poggia l'intera strategia di crescita economica. Come si è visto subito dopo la mancata concessione del waiver sulla trasparenza fiscale.
Nella sua presentazione ai donatori, il governo ha elencato i grandi investimenti stranieri attesi nei prossimi cinque anni. La lista comprende grandi società statunitensi quali Cargill e Walmart. Secondo la proiezione, gli investimenti esteri nel corso dei prossimi cinque anni sono stimati in 11 miliardi di dollari. Perché ciò diventi realtà, è necessario si consolidi un «clima favorevole agli investimenti dinamico e positivo». Il conflitto con gli Stati Uniti minaccia tale clima e gli investimenti che ne dovrebbero scaturire.
Nonostante tutti gli investimenti previsti, la crescita economica prevista per i prossimi cinque anni dovrebbe essere, comunque, inferiore a quella registrata nel 2011. Secondo le proiezioni del governo, il tasso medio di crescita economica nel periodo 2012-2015 sarà pari al 3,9% annuo. Cosa significa questo? Che nonostante gli ingenti investimenti attesi, non sarà raggiunto il tasso minimo di crescita necessario per creare posti di lavoro e ottenere una riduzione effettiva della povertà. Il tasso minimo stimato come necessario in Nicaragua dalle istituzioni multilaterali è del 5% annuo.
La persistenza di alti livelli di povertà nel Paese è legata anche al modello di crescita economica dell'ultimo decennio, lo stesso promosso dal governo Ortega. Si tratta di un modello stimolato da politiche di liberalizzazione economica, basato su settori che generano relativamente pochi posti di lavoro: il commercio transnazionale, le banche, l'energia, i trasporti e le comunicazioni, l'agroindustria altamente meccanizzata - zucchero e arachidi -, e il tradizionale allevamento di bestiame. L'eccezione è stata l'industria maquiladora, soprattutto tessile, che ha avuto un impatto significativo sulla creazione di occupazione per giovani donne nelle aree urbane e peri-urbane marginali.
La strategia di sviluppo attuale non intacca le radici strutturali della povertà, che hanno origine nella forte disuguaglianza nella distribuzione del reddito, della terra, del credito e dell'accesso a vie di comunicazione e mercati. Ad esempio, un'inchiesta condotta dall'istituto Nitlapán dell'Università Centroamericana con il sostegno della Banca Mondiale ha rivelato che quasi la metà della popolazione rurale nicaraguense non ha terre.
Il governo annuncia, inoltre, quanto intende dedicare all'istruzione, alla sanità e agli investimenti pubblici. Il bilancio del Ministero della Salute aumenta soltanto dello 0,2% del Prodotto Interno Lordo (PIL) per il periodo 2012-2105. La quota di bilancio destinata al Ministero dell'Educazione conosce un aumento pari allo 0,6% del PIL fino a raggiungere il 4,2% del PIL; ciò, quando le ONG nicaraguensi e le Nazioni Unite insistono sul fatto che per migliorare davvero l'accesso e la qualità dell'istruzione pubblica sono richiesti investimenti pari ad almeno il 7% del PIL. Queste proiezioni indicano quanto si sia lontani dal produrre un impatto sostanziale che migliori la qualità di vita del popolo nicaraguense.
Ed ecco un altro aspetto da considerare per analizzare le conseguenze derivanti dal conflitto con il governo degli Stati Uniti. Quando è stato chiesto al presidente Consiglio Superiore dell'Impresa Privata (COSEP), José Adán Aguerri, perché gli imprenditori fossero andati a Washington a perorare la causa, tra le varie ragioni, Aguerri ha risposto che senza tali deroghe l'impresa privata dovrebbe pagare più tasse per sostenere la spesa pubblica. La sua risposta porta a considerare un altro aspetto centrale del modello che ispira l'attuale governo: le ottime relazioni tra il governo e l'impresa privata riunita nel COSEP, presentate dal primo come uno dei suoi più grandi successi. In stretta alleanza con la élite imprenditoriale, dal 2007, il governo Ortega ha concordato tutte le leggi economiche più importanti per il Paese, con la sola ma notevole, recente eccezione della legge che istituisce l'Unità di Analisi Finanziaria (UAF) (di cui informiamo a parte, ndr).
La reazione preoccupata del COSEP, che teme di “dover pagare più tasse” nasce dal fatto che sono già iniziati i negoziati per la riforma fiscale che l'FMI esige dal governo del Nicaragua per firmare il prossimo accordo e che, al di là di quanto dica l'FMI, resta una riforma urgente per ragioni di giustizia ed equità. Tutti gli studi del BID, dell'FMI e di altri dimostrano che in Nicaragua è la gente con reddito più basso, quella che sta sotto la soglia di povertà, a pagare in proporzione più tasse dei ricchi, i quali godono di esenzioni sproporzionate. E proprio la riforma fiscale prevista ha come obiettivo principale abolire, parzialmente o completamente, le esenzioni di cui il settore privato ha goduto per anni. In questo scenario di conflitto con gli Stati Uniti, è logico che nel tira e molla della negoziazione della riforma fiscale, nella misura in cui il governo senta di avere maggiori restrizioni finanziarie, dovrà stringere la cintura del settore privato.
Un altro obiettivo della negoziazione con l'impresa privata, che il governo deve portare a termine se vuole un accordo con l'FMI, è la riforma del sistema pensionistico. In Nicaragua, solo il 20% della popolazione economicamente attiva è iscritta al sistema pubblico di previdenza sociale. Ciò che sta mandando in crisi il sistema attuale è il numero di persone che versano contributi previdenziali è inferiore a quello di quelle che raggiungono l'età pensionabile. Per questo, obiettivo della riforma è evitare la bancarotta del sistema pensionistico. E per questo, le proposte che vengono avanzate risultano impopolari: innalzamento dell'età pensionabile da 60 a 65; aumento dei contributi, sia dei lavoratori che dei datori di lavoro; aumento del numero di settimane lavorative necessarie per ottenere benefici, da 750 a 1.500.
E questo è un altro aspetto da considerare per comprendere la preoccupazione della élite imprenditoriale: la negoziazione sulla previdenza sociale si complicherà se aumenteranno le tensioni con gli Stati Uniti, se verrà meno il clima favorevole agli investimenti e, di conseguenza, di ridurranno le entrate dello Stato attraverso prestiti e donazioni.
Alcuni pensano che, nonostante i rischi derivanti dal conflitto con gli Stati Uniti, resta pur sempre disponibile la cooperazione venezuelana, abbondante e in aumento. Nucleo di tale cooperazione è l'accordo sul petrolio concesso nel 2007 dal Venezuela nel quadro dell'iniziativa PETROCARIBE. Fino ad oggi, il Venezuela ha inviato 10 milioni di barili di petrolio all'anno in Nicaragua. Nel 2012, dovrebbero salire a 12 milioni di barili. L'impresa venezuelano-nicaraguense ALBANISA (acronimo di Alleanza Bolivariana per le Americhe – Nicaragua, Società Anonima, ndr) controlla l'importazione di questo petrolio, che viene raffinato dalla Esso in Nicaragua; una volta pagato il servizio, il petrolio torna ad ALBANISA, che lo vende in forma di bunker ad imprese generatrici di energia e di benzina e suoi derivati alle reti di stazioni di servizio esistenti in Nicaragua: Esso, Puma e Uno. I consumatori pagano il carburante che comprano al distributore, le famiglie e le industrie pagano la bolletta della luce: e così, tutti i profitti tornano ad ALBANISA.
In base alle condizioni vantaggiose dell'accordo sul petrolio, ALBANISA paga soltanto metà del petrolio ricevuto dall'impresa venezuelana PDVSA, mentre l'altro 50% resta per il momento nelle sue casse, potendo pagarlo alla Petroleo de Venezuela Sociedad Anónima a condizioni assai “concessionali”: scadenza a 25 anni, con 2 anni di grazia e al 2% di interesse. Come vengono impiegate le risorse che rimangono in Nicaragua fino a che il debito non venga saldato? In base all'accordo firmato con l'ALBA, il 25% viene investito in progetti sociali e un altro 25% in progetti produttivi. Un comitato, coordinato dal tesoriere del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN), seleziona i progetti da finanziare e assegna le risorse.
Le risorse che restano in Nicaragua, frutto della cooperazione venezuelana in ambito petrolifero, sono in aumento. Nel giro di cinque anni, queste risorse si sono quintuplicate, passando dai 138 milioni di dollari del 2007 ai 564 milioni del 2011; una quantità equivalente a tutta la cooperazione internazionale che il Nicaragua riceveva in media ogni anno durante il governo Bolaños. Inoltre, si registra una crescita significativa del commercio fra Nicaragua e Venezuela: si è passati dall'esportare in Venezuela prodotti per 6 milioni di dollari nel 2007 a 303 milioni nel 2011. Sempre nel 2011, la cooperazione venezuelana equivaleva al 40% di quanto il governo del Nicaragua ottiene dalle tasse: quantità che dà un'idea delle dimensioni e dell'importanza della cooperazione venezuelana e rivela anche l'enorme dipendenza del Nicaragua di oggi dal Venezuela.
Per sapere come il governo usi la cooperazione venezuelana disponiamo solo di dati relativi al 2010 e al 2011, perché, solo grazie alla pressione dell'FMI, a partire da quella data il Banco Central ha cominciato a renderne conto. Da un'analisi delle statistiche ufficiali emerge un dato significativo: in quei due anni, parte delle risorse venezuelane sono rimaste nelle banche nicaraguensi: 222 milioni di dollari nel 2010 e 116 milioni nel 2011. Forse, il governo non sapeva come spendere quei soldi oppure li ha tenuti da parte in previsione di ciò che potrebbe accadere in Venezuela?
Il Banco Central ha anche riferito sugli investimenti sociali e produttivi che, secondo l'accordo con l'ALBA, ALBANISA realizza grazie ai proventi del petrolio. Nel 2010, sono stati investiti in progetti sociali 122 milioni di dollari e in progetti produttivi 157 milioni di dollari. Nel 2011, 174 milioni di dollari sono andati a progetti sociali e 240 milioni di dollari a progetti produttivi. Ma, se si va a vedere più in dettaglio quali siano questi progetti si scopre che il grosso è stato destinato a diversi sussidi. Le sovvenzioni ai trasporti pubblici di Managua – per anni, il governo ha calmierato il costo del biglietto - e il “bonus di solidarietà”, equivalente a circa 30 dollari, che ogni mese il governo dà a oltre 160 mila dipendenti pubblici, hanno rappresentato in media circa due terzi della somma destinata a progetti sociali. Ciò vuol dire che si stanno investendo in sussidi soldi ricevuti in prestito, che generano un debito che il Nicaragua dovrà un giorno pagare.
Analogamente, se si analizza come viene investito il denaro frutto della cooperazione venezuelana in campo produttivo si osserva che il progetto che il governo chiama «finanziamento per la sovranità energetica» non è altro che un sussidio alla tariffa elettrica. Tale sovvenzione ha rappresentato in media circa un terzo del totale assegnato a investimenti produttivi.
Questi dati stanno a indicare che la generosa cooperazione venezuelana, concessa a condizioni assai vantaggiose, non viene utilizzata per investire nello sviluppo di capitale umano o in progetti produttivi e infrastrutturali che garantiscano al Paese, in futuro, una maggiore capacità di rimborsare tali prestiti, ma viene utilizzata in spese correnti che potrebbero essere finanziate dal bilancio nazionale, con risorse che il governo potrebbe ottenere dall'imposizione fiscale.
Da prima che il presidente Ortega assumesse l'incarico nel 2007, si parlava dell'urgenza per il Nicaragua di avviare una profonda riforma fiscale per garantire l'equità fiscale, che oggi non esiste, e che permetta di aumentare la spesa sociale e gli investimenti pubblici. Secondo studi del BID, l'evasione fiscale e le esenzioni di cui gode la élite imprenditoriale nicaraguense equivalgono all'11% del PIL. Questa riforma è stata rinviata più volte. A trarre beneficio da questi continui rinvii sono gli strati più abbienti del Paese. Le organizzazioni della società civile riuniti nell'Alleanza per la Giustizia Tributaria hanno già avanzato un progetto di riforma fiscale integrale, ma ancora non si conosce la posizione del governo su questo tema cruciale. In questo senso, la cooperazione venezuelana ha contribuito (indirettamente, ndr) ai continui rinvii della riforma fiscale, dal momento che i fondi venezuelani coprono necessità che dovrebbero essere coperte dalle entrate fiscali.
Un'altra delle proiezioni che il governo ha presentato per i prossimi cinque anni riguarda gli «investimenti produttivi dell'ALBA». Cinque di essi sono già stati individuati geograficamente e, in totale, sommano a circa 180 milioni di dollari. Si tratta di due macelli - uno a Mulukukú e un altro a Muelle de los Bueyes -, due stabilimenti lattiero-caseari - uno a Camoapa e un altro ad Acoyapa -; e un impianto di lavorazione del mais a Ciudad Darío (tutte località della zona centrale del Paese, ndr).
Nell'analizzare questi nuovi progetti produttivi dell'ALBA c'è un importante aspetto da considerare, pensando al futuro sviluppo del Paese. Tali investimenti confermano l'opzione politica del governo Ortega di utilizzare le risorse della cooperazione venezuelana per consolidare il gruppo imprenditoriale riunito intorno ad ALBANISA, anziché rafforzare le imprese di carattere sociale e le cooperative. Si tratta di una decisione particolarmente preoccupante in Nicaragua, dove ci sono imprese cooperative che hanno saputo investire con successo nel settore lattiero-caseario, nell'esportazione di caffè organico, e in altre catene agro-industriali. A Camoapa, dove ALBANISA intende istallare uno stabilimento lattiero-caseario, già ci sono aziende cooperative lattiero-casearie che esportano formaggi. ALBANISA farà concorrenza alle cooperative nella raccolta del latte della zona? Suscita interrogativi, inoltre, l'intenzione di aprire un mattatoio a Mulukukú, che si trova nella zona-cuscinetto della Riserva di Biosfera di BOSAWAS (delimitata dai fiumi Bocay e Waspuk e dal monte Saslaya, nel nord del Nicaragua, ndr), la più importante dell'America Centrale. Si pensa di espandere l'allevamento di bestiame in una zona che andrebbe protetta e dove, tra l'altro, ci sono forti conflitti etnici per la terra?
Si tratta di grandi investimenti che non soddisfano i criteri di inclusione sociale e tutela ambientale fin dalla loro ideazione; come negli anni '80, tali progetti sono concepiti secondo una logica tradizionale, cercando di consolidare un gruppo economico che sia in grado di competere con la élite imprenditoriale del Nicaragua, fino a diventare il gruppo economico egemone nel Paese. Ciò è grave: i fondi dell'ALBA, che sono concettualmente disegnati negli accordi ALBA e PETROCARIBE per superare gli ostacoli e i limiti dello sviluppo con equità sociale e sostenibilità ambientale, vengono utilizzati dal governo con una logica contraria, strettamente imprenditoriale.
Negli anni '80 accadde lo stesso. La Rivoluzione Sandinista diede priorità alla logica imprenditoriale tradizionale nell'organizzazione del settore statale. Con una differenza rispetto all'oggi: le imprese statali di quegli anni erano sottoposte a controlli e verifiche delle istituzioni dello Stato competenti; oggi, il gruppo imprenditoriale ALBANISA non rende pubblicamente conto di quel che fa, ma è gestito come un gruppo corporativo del tutto privato.
Ci sono anche alcune differenze significative nel modo in cui si sostiene il campesinado e l'enorme settore informale del commercio e dei servizi nelle città. Negli anni '80, l'appoggio di ampi settori della popolazione rurale alla Controrivoluzione costrinse il governo sandinista a riformare l'assetto proprietario della terra a favore dei contadini ed a promuovere lo sviluppo del movimento cooperativo. Quelle trasformazioni incipienti sono state in gran parte troncate dai cambiamenti politici occorsi e dalla strategia di sviluppo seguita negli anni '90. Per alleviarne gli effetti, l'attuale governo ha avviato massicci programmi di aiuto all'economia popolare, perché questa sopravviva, quali: Usura Zero, che concede crediti a donne microimprenditrici, fino ad tetto massimo di 500 dollari; e Fame Zero, che dà alle donne rurali un bonus produttivo che consta di una mucca, un paio di maiali, galline e polli e sementi, al fine di assicurare la sicurezza alimentare delle famiglie povere. Tuttavia, tali programmi non implicano la scelta di fondo di trasformare l'economia e le condizioni di vita dei settori popolari.
Queste decisioni dimostrano che l'occasione storica che il Nicaragua ha, grazie alle ingenti risorse offerte dalla cooperazione venezuelana, si sta sostanzialmente sprecando. Dal momento che si stanno usando quei soldi per sussidi di carattere sociale che potrebbero, invece, essere finanziati dalle entrate fiscali. E perché il modello di trasformazione produttiva che il governo sta portando avanti, non promuove l'inclusione sociale, né la sostenibilità ambientale.
La decisione che il governo Ortega ha preso circa l'uso della cooperazione venezuelana rende il Nicaragua più fragile. La sua scommessa non è stata quella di costruire e sviluppare un forte settore di economia sociale, trasformando gli ampi settori dell'economia popolare che generano il maggior numero di posti di lavoro nel Paese. Negli ultimi cinque anni, il governo non ha dimostrato fiducia nei settori popolari, perché fossero protagonisti, grazie alle risorse venezuelane, di tale trasformazione. Ha, invece, preso due decisioni: creare e consolidare un nuovo gruppo imprenditoriale egemone intorno ad ALBANISA e, quindi, depositare la sua fiducia nella élite imprenditoriale tradizionale e negli investitori stranieri. Di qui, la fragilità che oggi sperimenta, nel momento in cui si acuiscono le tensioni con gli Stati Uniti.
Pochi mesi fa, la Fondazione Nicaraguense per lo Sviluppo Economico e Sociale (FUNIDES) ha prospettato quale sarebbe l'impatto sull'economia del Nicaragua di un eventuale taglio della cooperazione venezuelana. In base alle proiezioni attuali, la caduta dell'economia nicaraguense sarebbe di almeno il 2%. Ci troveremmo, dunque, in balia della “tempesta perfetta”: senza l'aiuto delle agenzie multilaterali, a causa della mancata concessione delle deroghe, e senza la cooperazione del Venezuela.
Non condivido, tuttavia, l'idea che se Chávez morisse (è ammalato di cancro, ndr), l'aiuto venezuelano sarebbe sospeso immediatamente. Né credo che l'opposizione venezuelana abbia una reale possibilità di vincere le prossime elezioni (il 7 Ottobre 2012, ndr). Penso, piuttosto, che il problema di fondo, che potrebbe nuocere al Nicaragua, è come si svilupperà la transizione nel partito di Chávez, nel blocco politico che lo sostiene. Dal momento che la figura carismatica di Chávez è dominante, è il collante che unisce forze sociali assai diverse. Tale blocco resterrebbe unito nel caso Chávez morisse? Come e chi gestirà la transizione senza Chávez? Ci saranno lotte di potere, scontri interni molto forti, conflitti di interesse. Ci sarà, e già è in corso di fatto, una lotta silenziosa su come sarà il Venezuela dopo Chávez. E, certamente, una transizione caotica in Venezuela potrebbe mettere a repentaglio l'accordo PETROCARIBE e far ridiscutere i termini di quello petrolifero che tante opportunità ha dato al Nicaragua.
Se la cooperazione venezuelana continua, abbiamo ancora un'occasione storica. Siamo ancora in tempo. Contiamo su eccezionali livelli di cooperazione venezuelana grazie ai quali potremmo cambiare rotta e con i quali promuovere una strategia di sviluppo produttivo con inclusione sociale. Abbiamo l'opportunità di fare una riforma fiscale che migliori effettivamente l'equità e la riscossione delle imposte, per affrontare la sfida educativa e far leva sul fattore demografico, per trasformare il sistema sanitario e il programma di investimenti pubblici.
Accetterà la élite imprenditoriale di contribuire al bilancio nazionale pagando tasse più eque? I gruppi imprenditoriali hanno sempre rallentato la riforma e, di fatto, lo stanno facendo di nuovo: dicono che la situazione economica mondiale è molto fragile, che l'Europa è in crisi, che l'euro non sopravviverà, che non ci sono condizioni a livello mondiale, che pagando più tasse non ci saranno investimenti... Sentiremo questo discorso ancora nei prossimi mesi; ma, per quanto dicano che oggi non ci sono le condizioni per la riforma fiscale, la verità è che per loro non ci sono mai state.
Avrà il governo la volontà politica di cambiare il modello su cui sta scommettendo? Nel 2011, durante la sua campagna elettorale, Daniel Ortega ha promesso altri cinque anni all'insegna di quelli passati: con lo stesso modello di sviluppo?
Se non ci sarà alcun cambiamento di rotta, se avremo «más de lo mismo» di quel modello, nel corso dei prossimi cinque anni l'economia del Nicaragua non sarà tanto differente da quella degli ultimi dieci anni; con la sola eccezione che si sarà consolidato un nuovo gruppo imprenditoriale, legato al partito al governo e sostenuto dai fondi venezuelani, un gruppo che avrà ormai raggiunto un notevole potere economico.