«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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GUATEMALA / Il processo a Ríos Montt: un evento, comunque, storico


L'ex dittatore è stato condannato per il genocidio commesso nei primi anni '80. Pochi giorni dopo, con fallaci argomentazioni, la Corte Costituzionale guatemalteca ha dichiarato nullo il processo. Comunque vada a finire, giuridicamente parlando, il Guatemala ha vissuto con questo processo un momento importante della sua storia: il popolo maya ixil, vittima dei massacri, ha potuto mostrare al mondo le proprie sofferenze; l'opinione pubblica nazionale ed internazionale ha potuto vedere all'opera magistrati e giudici coraggiosi e onesti; e purtroppo, ancora una volta, il razzismo strutturale che affligge il Paese è balzato agli occhi di tutti.


Di Juan Hernández Pico. Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.


Il 10 Maggio scorso, il processo di primo grado celebrato nel denominato Tribunale Primo A di Maggior Rischio (Penale, Narcoattività e Reati contro l'Ambiente) , presieduto dalla giudice Jazmín Barrios, ha condannato il generale in pensione José Efraín Ríos Montt a 50 anni di prigione, non commutabili, per l'uccisione di 1.771 indigeni ixil, fatto considerato genocidio, compiuto nel 1982/83, quando era Capo di Stato; nonché ad altri 30 anni di carcere, anch'essi non commutabili, per «reati contro doveri dell'umanità», universalmente noti come “crimini di lesa umanità”: tortura, sparizione forzata e altri reati, che non possono essere prescitti secondo il diritto interno guatemalteco ed i trattati internazionali sottoscritti dal Guatemala (Decreto 145/1996, Legge di Riconciliazione Nazionale).
Il Tribunale ha, invece, assolto, per ragionevoli dubbi sulla sua colpevolezza, il generale in pensione Mauricio Rodríguez Sánchez, capo dello spionaggio militare nello stesso periodo della presidenza Ríos Montt.
Il Tribunale era composto, inoltre, dai giudici Pablo Xitumul e Patricia Escobar: tre persone oneste e coraggiose, che hanno subìto varie minacce alla loro vita. La giudice Jazmín Barrios aveva fatto parte della corte che nel 1999 aveva condannato a 20 anni di carcere i quattro accusati dell'assassinio del vescovo Juan Gerardi: il colonello in pensione Byron Disrael Lima Estrada; suo figlio, capitano dello Stato Maggiore Presidenziale (EMP) Byron Lima Oliva; lo specialista dell'EMP Obdulio Villanueva e il sacerdote Mario Orantes, vicario della parrochia di San Sebastián, dove conviveva con Gerardi (vedi envío n. 5, Maggio 2001).
I principali punti della sentenzaLa sentenza contro Ríos Montt è stata pubblicata nelle edizioni digitali dei media nazionali ed è stato, pure, possibile ascoltarla, in diretta, via Internet. Ecco i passi principali della stessa: «Le azioni violente realizzate contro gli ixiles non sono state spontanee, ma rispondevano a piani elaborati (...) Riteniamo che l'accusato José Efraín Ríos Montt fosse a conoscenza di quanto stava accadendo e non fece nulla per impedirlo (...) È illogico pensare che il Capo di Stato José Efraín Ríos Montt non fosse a conoscenza di quanto accadesse nei villaggi del Quiché, dal momento che vari testimoni parlavano di aerei che sorvolavano l'area (...) Come giudici, riteniamo che la condotta dell'accusato Ríos Montt configuri il reato di genocidio, in qualità di autore, per la qual cosa va condannato alla pena corrispondente (...) 50 anni di prigione non commutabili (...) Quanto ai reati contro l'umanità, riteniamo che Ríos Montt abbia permesso che la popolazione venisse trattata in forme disumane (...) E lo condanniamo alla pena di 30 anni di prigione, non commutabili.»
Pertanto, Ríos Montt è stato condannato a complessivi 80 anni di carcere; sebbene, in ragione dei suoi 86 anni di età, non v'erano dubbi per la corte che la condanna equivalesse all'ergastolo.
Un fatto storicoÈ assolutamente impressionante che in un Paese come il Guatemala si sia potuto realizzare questo processo e che esso sia finito con tale sentenza. Si tratta di un evento di portata storica per la giustizia in Guatemala. Sono passati 16 anni da quando venne presentata la denuncia, da parte della Associazione per la Giustizia e la Riconciliazione (AJR) dei familiari delle vittime, appoggiata dal Centro di Azione Legale per i Diritti Umani in Guatemala (CALDH); allora diretto da Frank La Rue, famoso avvocato che aveva fatto parte della Commissione Internazionale della URNG – l'unità delle forze guerrigliere – durante il conflitto armato interno e che nel 2004 è stato chiamato dall'allora presidente della Repubblica Óscar Berger a dirigere la Commissione Presidenziale dei Diritti Umani (COPREDHE); oggi, La Rue è relatore speciale dell'ONU per la Libertà di Espressione. La denuncia contro Ríos Montt era stata presentata anche in Spagna, nel 1999.
È vigente la sentenza?La paradigmatica sentenza del 10 Maggio è stata impugnata dalla difesa che ha presentanto un ocurso de queja (in pratica, un documento in cui si denunciano presunti vizi di forma, di solito allegato al ricorso in appello, ndr) alla Corte Costituzionale, lamentando non siano stati rispettati i diritti costituzionali di Ríos Montt non garantendogli un “giusto processo”, nonostante la Corte d'Appello si fosse già espressa assicurando che il tribunale avesse rispettato tali diritti.
Con una decisione dal chiaro sapore politico, il 20 Maggio, la Corte Costituzionale guatemalteca, con una maggioranza di 3 a 2, ha ordinato alla Corte d'Appello di annullare la sentenza, formulata dieci giorni prima.
Ciò significa che è stato cancellata la condanna di Ríos Montt emessa dal processo di primo grado? Secondo una fonte autorevole, tale sentenza non sarebbe vigente, dal momento che la Corte Costituzionale ha ordinato alla Corte d'Appello di retrocedere il processo al 19 Aprile, giorno in cui il Tribunale non ha dato corso ad una ricusazione presentata da uno degli avvocati della difesa di Ríos Montt contro i giudici dello stesso tribunale giudicante.
Le risoluzioni della Corte Costituzionale sono inappellabili e rendono possibile unicamente il ricorso a vie processuali da parte di quanti richiedono chiarimenti o approfondimenti su aspetti che non siano stati risolti o chiariti. In tal senso, una richiesta di chiarimento è già stata risolta a maggioranza dalla Corte Costituzionale.
Secondo un'altra opinione, altrettanto autorevole, la sentenza del 10 Maggio di primo grado sarebbe, invece, vigente perché la Corte d'Appello non ha risolto in via definitiva il ricorso presentato dall'avvocato di Ríos Montt per la presunta parzialità dei giudici.
Gli argomenti della difesaLa difficoltà di un profano per capire il linguaggio giudiziario della Corte Costituzionale indica con sufficiente chiarezza – valga il paradosso – che la sentenza di annullamento non è stata emessa, onestamente, ai sensi del diritto.
Secondo non pochi avvocati da noi consultati, l'avvocato di fiducia scelto da Ríos Montt per la sua difesa, Francisco García Gudiel, avrebbe dovuto rifiutare la nomina proprio per gli stessi motivi per cui aveva tentato di ricusare i due giudici del processo di primo grado, quando il dibattimento orale era già iniziato. Nella sua ricusazione, infatti, García Gudiel aveva sostenuto di mantenere con uno dei giudici una relazione di amicizia e con un altro, invece, di ostilità. Se così stavano le cose, come da lui stesso affermato, il codice etico della sua professione avrebbe dovuto impedirgli di accettare la difesa di Ríos Montt.
Niente nella condotta degli avvocati della difesa in questo processo è stato onesto. Mai hanno cercato di negare la responsabilità del loro assistito nei crimini che gli venivano imputati. Comprendevano che negarla avrebbe comportato far apparire il generale, Capo di Stato nel periodo dei fatti, come un fantoccio del tutto estraneo alla linea di comando della strategia politico-militare seguita dai capi dell'esercito e dai corpi di sicurezza.
L'unica cosa che hanno provato a fare gli avvocati difensori è stato interrompere il processo continuamente, persino abbandonando le udienze contro la volontà dei giudici, e cercando di difendere il loro cliente, argomentando la vigenza della Legge di Amnistia promulgata nel 1985 dal Capo di Stato generale Óscar Mejía Víctores, anch'egli golpista, dimenticando che per la Legge Penale Internazionale il genocidio e i crimini di lesa umanità sono imprescrittibili e, dunque, non amnistiabili, come ratificato in Guatemala dalla legge di Riconciliazione del 1996, che non è mai stata una “legge di punto finale” per porre fine al conflitto armato interno senza sottoporre a giustizia le responsabilità.
Lo stesso Ríos Montt ha seguito la strategia dei suoi difensori. L'ultimo giorno di dibattimento orale, quando non era più possibile porgli domande, si è dichiarato innocente rispetto ai crimini che gli venivano imputati, facendo ricadere la responsabilità degli stessi sugli ufficiali di campo. Optando così di presentarsi come un Capo di Stato “di paglia”; dichiarazione incredibile da parte di chi istituì i tribunali con i giudici dal volto coperto (in modo da non essere riconoscibili e proteggersi da eventuali atti di ritorsione, ndr), da parte di chi respinse la richiesta di Giovanni Paolo II di perdonare i condannati in tali tribunali e, prima della visita papale in Guatemala, li fece ammazzare, da parte di chi inviò nei villaggi indigeni il suo rappresentante Harris Whitbeck per presentare agli indigeni la strategia denominata “Fucili e fagioli”, seguita dall'altra cosiddetta “Tetto, tortilla e lavoro”.
Le vittime restano senza protezioneLa decisione della Corte Costituzionale di annullare il processo è stata denunciata dai due magistrati della stessa che hanno votato contro: Gloria Porras Escobar e Mauro Chacón Corado.
La magistrata Porras Escobar sostiene che la sentenza del Tribunale che ha condannato Ríos Montt è coerente con l'articolo 2 della Costituzione del Guatemala, che garantisce giustizia e sicurezza alla cittadinanza. E conclude che la decisione della Corte Costituzionale di annullare tale sentenza ha «un effetto devastante per il sistema giudiziario ordinario, ma ancor più, per le vittime che hanno avuto fiducia in tale sistema».
Come ostacolare il processoSecondo il giudice Chacón Corado, la denuncia (ocurso de queja) alla Corte Costituzionale «è soltanto uno dei tanti» ricorsi presentati contro la sentenza emessa. Senza definirlo esplicitamente così, ha aggiunto il giudice, quanto accaduto è noto come «litigio malicioso», cui si ricorre quando si vuole ostacolare il processo con richieste procedurali, spesso ingiustificate (giacché, lo ricordiamo, è stato lo stesso Ríos Montt, il primo giorno di processo, a ricusare i difensori che lo avevano fino a quel momento assistito, nominando, poche ore prima che iniziasse l'udienza, il penalista Francisco García Gudiel, pur sapendo che questi avrebbe ricusato il tribunale, adducendo inimicizia con una delle giudici e amicizia con un altro giudice; ndr).
Il fatto più drammatico di questa forma di ostruzione è stato quando tutti gli avvocati della difesa di Ríos Montt hanno lasciato l'aula, nonostante le esortazioni a non farlo della presidente della corte. Lasciando, di nuovo, Ríos Montt privo di difesa. La loro intenzione era semplicemente impedire la prosecuzione del dibattimento fino a quando la Corte Costituzionale non si fosse pronunciata su uno dei molteplici ricorsi presentati proprio per ostacolare il processo. Nei fatti, la difesa ha presentato oltre 150 ricorsi e ocursos su questioni procedurali, lasciando sempre da parte la questione di fondo del caso: la giustizia per le vittime.
Inoltre, il magistrato Chacón concorda con la giudice Porras sul fatto che lo ocurso avrebbe dovuto essere presentato a un tribunale di secondo grado e non alla Corte Costituzionale. Con molti altri avvocati sostiene, poi, che gli avvocati della difesa di Ríos Montt sapevano in anticipo quale fosse la composizione del tribunale di primo grado e che, aspettando l'inizio del processo per presentare la ricusazione, hanno reso evidente la loro intenzione di «ostacolare il processo». Inoltre, nella loro richiesta di ricusazione di due dei giudici, nulla trovava fondamento nella mancanza di imparzialità, quanto in rapporti personali di amicizia e inimicizia; ulteriore prova che si è trattato di un «litigio malicioso».
La preoccupazione internazionaleIl 27 Maggio, sette giorni dopo l'annullamento della sentenza contro Ríos Montt, la Corte Costituzionale ha reso noto le motivazioni con cui respingeva la richiesta del Ministerio Público (cioè, della Giustizia, ndr) di poter presentare propri commenti alla sentenza di annullamento in una sessione pubblica. La richiesta è stata respinta, fondamentalmente, perché i giudici del tribunale di primo grado non hanno accettato di prendere in esame la ricusazione che di essi aveva fatto l'avvocato della difesa García Gudiel, dimostrando così la loro parzialità.
La Corte ha anche ignorato l'eco internazionale avuta dal processo, argomentando di non avere notizia di «alcuno Stato o Associazione di Stati che si siano lamentati di essere stati danneggiati» dalla sua sentenza di annullamento. Invero, non è così: il 24 Maggio, l'Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Navi Pillay, ha espresso preoccupazione per l'effetto che può avere sulle vittime l'annullamento della condanna di Ríos Montt. Una delle più insistenti richieste della destra guatemalteca è stata, per l'appunto, di non accettare «interferenze straniere» nel processo.
Dopo i chiarimenti della Corte Costituzionale, i giudici Porras Escobar e Chacón Corado hanno nuovamente manifestato il proprio dissenso. Il secondo ha ricordato alla Corte come la legge preveda che, in materia penale, «la ricusazione debba risolversi prima che abbia inizio il dibattimento» orale, e non in mezzo ad esso.
Una “bomba” in aulaCosa è successo dietro le quinte, perché la Corte Costituzionale agisse come ha fatto il 20 Maggio, con una decisione dal sapore politico?
Il 5 Aprile, era esplosa una “bomba” nel processo contro Ríos Montt. Ecco la cronaca de El Periódico di quel giorno: «Hugo si è nascosto il viso con un berretto, ma la sua voce è risuonata forte e chiara nella sala udienze della Corte Suprema di Giustizia... Il testimone protetto ha dichiarato che i soldati che commettevano i massacri nel distaccamento di Nebaj, Quiché, ricevevano ordini dal comandante Tito Arias, nome di guerra di Otto Pérez Molina, attuale presidente del Guatemala. Il testimone, identificato dalla procura come Hugo, ha lavorato come meccanico del corpo di genieri del distaccamento militare di Nebaj, Quiché, dove ha assistito alle esecuzioni extragiudiziarie dell'Esercito, nel 1982, anno in cui il comandante Tito, allora trentaduenne, fungeva da capo di quel centro militare, fra il Luglio 1982 e il Marzo 1983. Hugo ha testimoniato: “E loro, i militari, i soldati, agli ordini del maggiore Tito Arias, conosciuto come don Otto Pérez Molina, del generale Quilo Ayuso e dei comandanti della compagnia di genieri, coordinavano gli incendi e il saccheggio (dei villaggi, ndr), e quindi i massacri della gente”».
Le memorie di Otto Pérez MolinaMartedì 17 Aprile 2001, quand'era ancora generale dell'Esercito, Otto Pérez Molina ha pubblicato su Prensa Libre, nella sezione editoriali a pagina 14, un articolo dal titolo Memorias: Quiché, 1982, rintracciabile nella Emeroteca Nazionale. In tali memorie, scriveva di essere stato destinato, il 2 Luglio 1982, alla Fuerza de Tarea (dall'inglese Task Force, ndr) Gumarcaj, nel Quiché, il cui destino finale era Nebaj, uno dei tre municipi dell'area ixil, e che il suo compito era quello di «comandare le truppe assegnate a quella zona di operazioni». «Sono rimasto in quel luogo – racconta – per oltre un anno. Questa era solo parte della crudele e triste realtà che abbiamo vissuto noi guatemaltechi durante gli anni del conflitto armato interno». «La guerriglia – ricorda – era molto forte ed... era convinta che la “guerra popolare prolungata” fosse il cammino per arrivare al potere e pertanto era necessario distruggere l'Esercito, dal momento che esso rappresentava l'ostacolo che si frapponeva ai suoi fini. Al tempo stesso, considerava come compito fondamentale il coinvolgimento della popolazione civile».
Ríos Montt: un capro espiatorio?È probabile che sia il vertice del governo attuale, sia gli stessi veterani militari che mai hanno simpatizzato con Ríos Montt, sia la grande e ricca oligarchia che ha sofferto sotto il governo del Fronte Repubblicano Guatemalteco (2000-2004), quando Ríos Montt era il suo leader nonché presidente del Congresso, abbiano messo in conto come “costo di opportunità” la condanna dell'anziano generale.
Alcuni di quei soldati, oggi riuniti nell'Associazione dei Veterani Militari del Guatemala (AVEMILGUA) erano ufficiali di rango inferiore, quando, nel 1974, l'Esercito impedì, ricorrendo ai brogli, a Ríos Montt – allora cattolico – di diventare presidente del Guatemala, nonostante avesse vinto le elezioni. Nel 1983, quando essi erano ormai ufficiali di rango superiore, lo deposero di nuovo con un golpe, perché l'uso che Ríos Montt faceva del vertice dello Stato come cattedra di pastorale moralizzante della Chiesa del Verbo (denominazione evangelico-pentecostale di cui Ríos Montt era diventato nel frattempo seguace, ndr) disgustava ormai non pochi di loro: ogni Domenica sera, infatti, nell'ora di maggior ascolto, il generale appariva in tv “predicando”.
In breve, Ríos Montt avrebbe potuto fungere da capro espiatorio: perché, dopo essere stato processato e condannato, tutto fosse continuato come prima... Naturalmente, questo scenario possibile, e persino probabile, non è detto che sia reale. Solo la storia dirà.
Lo spartiacque del processoIl 5 Aprile, quando nel processo è uscito fuori il nome dell'attuale presidente della Repubblica, il corso delle cose è cambiato, lo scenario descritto è cambiato e tutti i segnali di allarme si sono accesi. Quel momento ha fatto da spartiacque del processo.
Gustavo Porras – vecchio membro della URNG e combattente dell'Esercito Guerrigliero dei Poveri (EGP) nel conflitto armato interno, e quindi, 14 anni dopo, segretario privato dell'ex presidente della Repubblica Álvaro Arzú e co-negoziatore (per il governo, ndr) degli Accordi di Pace – ha lanciato, il 16 Aprile, un manifesto, firmato anche da altri noti e brillanti funzionari del governo Arzú: l'ex cancelliere (ministro degli Esteri, ndr) Eduardo Stein, l'ex commissaria della Pace Raquel Zelaya, l'ex ministro di Gobernación (degli Interni, ndr) Rodolfo Mendoza, l'ex ministro delle Finanze Richard Aitkenhead e altri fra co-negoziatori e cofirmatari degli Accordi di Pace, per un totale di 12 persone. Tutti i firmatari hanno ricoperto incarichi politici in qualche momento della loro vita. Porras, inoltre, è stato testimone della difesa nel processo contro Ríos Montt. Il gruppo è stato apostrofato: “I 12 apostoli”.
Titolo del manifesto, pubblicato sui media: “Tradire la Pace e dividere il Guatemala”. Nel documento, i “12 apostoli” avvertono che «l'accusa di genocidio contro gli ufficiali dell'Esercito del Guatemala costituisce un'accusa, non solo contro gli ufficiali o contro l'Esercito, ma contro lo Stato del Guatemala nel suo complesso», e qualora essa dovesse tradursi in condanna, implicherebbe «seri pericoli per il nostro paese, incluso un'acutizzazione della polarizzazione sociale e politica che metterebbe a repentaglio la pace finora raggiunta». Si tratta di affermazioni gravissime.
Tuttavia, già il Rapporto della Commissione per il Chiarimento Storico (CEH), Guatemala: Memoria del Silenzio - Tz'inil Na 'Tab'al, aveva indicato come gli anni tra il 1981 e il 1983 e quattro aree del Guatemala – Maya-Q'anjob'al e Maya-Chuj in Barillas; Nentón e San Mateo Ixtatán nel Nord di Huehuetenango; Maya-Ixil in Nebaj, Cotzal e Chajul, nel Quiché; Maya-K'iche' in Joyabaj, Zacualpa e Chiché, Quiché; e Maya-Achí in Rabinal, Baja Verapaz – siano stati il tempo e il luogo in cui venne commesso genocidio.
Scrive la CEH: «L'Esercito, ispirato dalla Dottrina di Sicurezza Nazionale, definì un concetto di nemico interno che andava al di là dei combattenti, militanti o simpatizzanti della guerriglia, includendo in questo concetto i civili di determinati gruppi etnici. Considerando l'insieme di atti criminali e violazioni dei diritti umani corrispondenti alle regioni e ai periodi segnalati, analizzato allo scopo di determinare se essi costituissero il crimine di genocidio, la CEH conclude che la ripetizione di atti distruttivi diretti sistematicamente contro gruppi della popolazione maya, tra cui l'eliminazione dei leaders e atti criminali contro minori che non potevano essere obiettivo militare, dimostra che l'unico fattore comune a tutte le vittime era la loro appartenenza ad un determinato gruppo etnico ed evidenzia che tali atti furono commessi “con l'intenzione di distruggere, totalmente o parzialmente” tali gruppi (articolo II, primo paragrafo della Convenzione per la Prevenzione e la Sanzione del Reato di Genocidio, adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 9 Dicembre 1948 e ratificata dallo Stato del Guatemala con il Decreto 704 del 30 Novembre 1949)». La CEH aggiunge che «il caso più evidente è quello della regione Ixil, dove tra il 70% e il 90% dei villaggi furono rasi al suolo».
I timori espressi nel manifesto dei “12 apostoli” li aveva già suscitati, nel 1999, la pubblicazione del rapporto della Commissione, quando concludeva: «La maggior parte delle violazioni dei diritti umani si è verificata con la conoscenza o per ordine delle più alte autorità dello Stato... Le responsabilità di gran parte di queste violazioni toccano, nella catena di comando militare e della responsabilità politica ed amministrativa, i livelli più alti dell'Esercito e dei governi che si sono succeduti».
Io non potevo capire quel modo di agire”Appare privo di senso che la URNG e lo Stato abbiano accettato alla fine del conflitto «l'istituzione di una commissione per il chiarimento storico delle violazioni dei diritti umani e dei fatti di violenza che hanno causato sofferenze alla popolazione guatemalteca», affidando tale compito al moderatore dei negoziati di pace nominato dal Segretario Generale dell'ONU e ad altre due persone, per poi ignorare, nella pratica, la portata del documento elaborato dalla Commissione.
Nel suo libro Las huellas de Guatemala (Le Tracce di Guatemala), pubblicato nel 2008, lo stesso Gustavo Porras sostiene che alla fine del 1981, nel mezzo della massiccia sollevazione indigena nella regione centrale dell'altopiano del Guatemala, quando il Fronte Guerrillero “Augusto César Sandino” (FGACS), in cui egli combatteva, era, a suo avviso, completamente sbaragliato, «l'Esercito, sostanzialmente, aveva sotto controllo la situazione: aveva già raggiunto i suoi obiettivi fondamentali, aveva tolto l'acqua al pesce. Tuttavia, continuava ad uccidere, facendo “terra bruciata” in modo sempre più sproporzionato e in quel momento non riuscivo a capire il motivo di tale azione. Un giorno di Dicembre arrivammo nella capitale. La preoccupazione generale nell'EGP... era vedere cosa si potesse fare per impedire che l'Esercito continuasse a massacrare la popolazione».
Un documento “inopportuno”Il prestigioso sociologo guatemalteco Edelberto Torres Rivas ha risposto al comunicato dei “12 apostoli” con un testo pubblicato dal giornale digitale Plaza Pública. Esso contiene alcune imprecisioni: ad esempio, quando afferma che «mai prima si era processato un militare di alto rango». Non è vero: nel 1994, è stato condannato a 25 anni Noel de Jesús Beteta, sergente dello Stato Maggiore Presidenziale (EMP), assassino dell'antropologa Myrna Mack. Quindi, nel 2003, in cassazione, i giudici della Corte Suprema di Giustizia hanno condannato a 30 anni, come mandante dell'assassinio di Mack, il colonnello Juan Valencia Osorio, capo dell'intelligence dell'EMP, tuttora latitante. Nel 1995, il processo per la strage di Xamán non arrivò a sentenza. Furono condannati militari anche per l'omicidio del vescovo Gerardi e per i massacri di Rabinal, Baja Verapaz, e di Dos Erres, nel Petén. Più grave è l'inesattezza nell'affermare che soltanto per il genocidio è stata esclusa «l'estinzione della responsabilità penale» nella Legge di Riconciliazione, perché anche la tortura e la sparizione forzata non cadono in prescrizione.
Rivas Torres ha intitolato il suo documento: “Confondere, dividere, tradire”. Lo riproduciamo (quasi) per intero data la sua importanza: «Il primo problema del documento dei dodici è la sua inopportunità. Non si rendono conto che in questo momento la cosa più importante nella storia del Guatemala è il processo penale a due alti capi militari accusati di genocidio. Il fatto è gravissimo per la natura del reato: il genocidio è l'espressione maiuscola della morte pianificata (...). L'atto genocida è una scarica emotiva di odio, è una tradizione di disprezzo ed antipatia che giustifica la distruzione dell'altro. Nell'ambito delle responsabilità criminali in Guatemala mai s'era processato alcun militare di alto rango. Ci sono decine di soldati condannati come se i massacri siano stati pianificati e autorizzati da loro. Il documento degli ex funzionari di Arzú non mette bene a fuoco la realtà, o forse, essendo in dodici, c'è un Giuda che ha scritto un testo breve, però pieno di errori e imprecisazioni».
Il cammino non è il silenzio”Scrive ancora Torres Rivas: «Gli Accordi di Pace non sono stati un patto tra militari e guerriglieri, ma tra quest'ultimi e lo Stato. La firma dell'Accordo di Pace Stabile e Durevole non cercava di riconciliare i militari con i guerriglieri, ma tutti i guatemaltechi. Perché dimentica questa importante esigenza il documento “Tradire la Pace”...? L'Accordo aveva il proposito di proclamare la fine del conflitto e, nel clima di pace, non riaprire le ferite, ma sanarle. Qualche giorno prima, per non essere giudicati per i loro molteplici atti criminali, militari e guerriglieri, con un accordo deplorevole, hanno deciso di proporre al Congresso (il parlamento monocamerale, ndr) una vasta amnistia. Così si sono riconciliati. Solo il genocidio è rimasto fuori. Confondere amnistia con riconciliazione è frutto di ignoranza o malignità».
Annota poi Torres Rivas: «La coscienza civile del cittadino medio si è commossa in questi giorni, cercando di capire perché vengano processati due generali e si ascoltino testimonianze di gente umile contro di essi. Questo è l'inizio di un processo che deve porre fine all'odio e ai rancori che ci dividono. Ciò richiede tempo, nella misura in cui le colpe vengano punite. È stata tanta la ferocia con cui sono stati trattate migliaia di donne e bambini. I militari hanno commesso o autorizzato eccessi insopportabili nello svolgimento delle loro funzioni. Il cammino della riconciliazione non è il silenzio, ma conoscere la verità per perdonare o dimenticare. Questo lo sanno tutti, e se non proprio tutti, almeno i colti e ben informati, come la dozzina di cittadini che hanno firmato il documento dal titolo capzioso “Tradire la Pace e dividere il Guatemala”».
«Ricordiamo loro – prosegue Torres Rivas – che la Fondazione contro il Terrorismo (i veterani) ha distribuito Domenica 14 Aprile un documento di venti pagine, fra testi e foto, pieno di bugie. Negli ultimi tempi non c'è stata reazione della destra così piena di odio e così minacciosa come questo testo contro la riconciliazione e contro la pace, ignorato dai dodici cittadini che firmano “Tradire la Pace e dividere il Guatemala”. Non è chiaro a chi ci si riferisca con quel titolo così artificioso. La sinistra è minacciata dai veterani, da lì viene la violenza politica e le dodici personalità – del centro politico? – non se ne rendono conto».
Conclude Torres Rivas: «Il dibattito è stato intenso, ma fuorviante. In Guatemala c'è stato genocidio? No, dice la destra, senza fornire, ad oggi, uno straccio di prova contraria. Come spiegano i veterani di guerra i 280 cadaveri, finora, disseppelliti in vecchie basi militari? Noi affermiamo che, se non si riuscirà a provare il genocidio, resteranno comunque le testimonianze di migliaia di assassinati, torturati, scomparsi. Le forze di sinistra dicono che sì, c'è stato genocidio, confondendo a volte la crudeltà dei militari contro i civili. La ferocia, di per sé, non significa genocidio, ma la razionalità dell'odio o il rancore contro gruppi umani razziali, religiosi, etnici. In questo senso, ci sono stati atti di genocidio nelle zone di Ixcán e Ixil. Perché i dodici ex funzionari non prendono posizione su questi fatti? Ritengono che il dibattito sul genocidio tradisca la pace e divida il Guatemala? Se, come sembra, così la pensano, troveremo presto i dodici apostoli nelle fila della destra, a fianco dei veterani le cui mani grondano sangue».
Non c'è stato genocidio?Giorni dopo la pubblicazione dell'articolo di Torres Rivas, i dodici ex funzionari del governo Arzú hanno pubblicato un nuovo comunicato. Già Eduardo Stein, in un'intervista televisiva, aveva insistito sui temi di fondo del nuovo testo. Uno dei punti del primo comunicato, che appariva nella parte finale, risulta spostato all'inizio del secondo. In esso, si sottolinea con forza la necessità di processare e condannare i crimini contro l'umanità commessi da parte dell'Esercito e dalle Forze di Sicurezza durante il conflitto armato interno, soprattutto contro le popolazioni indigene. Tuttavia, i dodici ribadiscono che in Guatemala non c'è stato alcun genocidio. Ciò che respingono è l'idea di genocidio come intento criminale di sterminare un intero gruppo etnico o gruppo di etnie.
L'antropologo e sacerdote gesuita Ricardo Falla ha dimostrato in dettaglio e in varie conferenze come la definizione di genocidio adottata dalle Nazioni Unite, oltre a comprendere l'intenzione di sterminare un intero gruppo etnico, include molti altri crimini che vanno considerati come genocidio, alcuni dei quali sono applicabili al caso guatemalteco (vedi envío n. 6, Giugno 2013).
Il fatto di considerare genocidio la distruzione di molti villaggi nella regione ixil – al centro del processo contro Ríos Montt – riporta alla memoria lo sterminio da parte nazista della città ceca di Lidice, in rappresaglia per l'assassinio di Reinhard Heydrich (militare tedesco a capo del Protettorato di Boemia e Moravia, ndr), durante la Seconda Guerra Mondiale, che venne considerato dal Tribunale di Norimberga come genocidio, sebbene l'intenzione non fosse quella di sterminare tutto il popolo ceco e l'assassinio di Heydrich fosse stato compiuto da partigiani cechi.
L'evidente razzismoAttualmente, il processo contro Ríos Montt è in stato di sospensione. Nel caso venisse ordinata una sua ripresa, a partire da quanto fatto dal 19 Aprile in poi, le due giudici e il giudice che hanno emesso la sentenza non potrebbero continuare nei loro incarichi: non sarebbero più imparziali, dal momento che già si conosce il loro verdetto unanime. Se la Corte d'Appello accogliesse in forma definitiva il ricorso di Ríos Montt sarebbe un altro tribunale di primo grado a continuare il caso. Con questi ritardi, si arriverebbe al 2014. Riteniamo, con i magistrati Porras e Chacón, che questa decisione violenterebbe profondamente la legge.
La sentenza di annullamento della Corte Costituzionale ha vari significati. In primo luogo, dimostra l'enorme importanza di questo processo. Per questo, molto probabilmente saranno presentati nuovi ricorsi tesi a far slittare la sentenza contro Ríos Montt o per annullarla qualora fosse nuovamente di condanna. Inoltre, esiste ora, a seguito delle dichiarazioni dell'ex kaibil (soldato delle forze speciali, ndr) Hugo (nome fittizio, ndr) dinanzi al giudice, la possibilità di portare in giudizio l'attuale presidente del Guatemala, quando questi cessa di esserlo e perda la sua immunità.
La sentenza di annullamento dimostra, soprattutto, il razzismo presente nella cultura dei ricchi guatemaltechi – tra cui militari veterani – e di molti altri settori potenti e persino in parte della classe media. Tale razzismo è una realtà innegabile nella pratica, sebbene venga verbalmente negata la maggior parte delle volte in cui prende forma l'accusa. L'accusa di genocidio nei confronti di Ríos Montt coinvolge molte altre persone e gruppi che, con il loro razzismo esplicito o diffuso, hanno reso possibili quei crimini. Significa dimostrare che su tale razzismo si è basato il genocidio. Per questo, viene negato in Guatemala. Ma, in un mondo che rifiuta culturalmente il razzismo, non è possibile accettarlo, essendo una delle peggiori macchie per il prestigio di una società.
La doppia moraleLa reazione dei militari aderenti a AVEMILGUA esprime inequivocabilmente razzismo. Mai si riconoscono responsabili di crimini orrendi. Dicono solo che nella persona del generale Ríos Montt si stanno condannando coloro che hanno combattuto per difendere la Patria dal comunismo e contro “l'Impero del Male”, come lo chiamava Reagan.
In tale lotta tutto era permesso. È curioso che respingano le “interferenze straniere” coloro che si siano appoggiati a militari taiwanesi e argentini, e allo Stato di Israele – in segreto, ovviamente – per compensare il ritiro del sostegno finanziario da parte del Congresso degli Stati Uniti. Ci stanno anche gli insulti e le calunnie, come bollare per “infami” quei cittadini che sono sempre stati dalle parte delle vittime per le loro convinzioni circa il rispetto dei diritti umani e la necessità di una giustizia in Guatemala. Per questi militari è infame chi vuole che siano condannati nei tribunali il genocidio e i crimini contro l'umanità, ma non sono infami quelli che li hanno perpetrati e che hanno obbligato parte della popolazione ad unirsi alle Pattuglie di Autodifesa Civile (PAC) e ad accompagnare l'Esercito nelle operazioni di “terra bruciata”. Doppia morale, davvero.
È ancora più grave vedere come i rappresentanti dell'impresa privata raggruppati nel CACIF (l'organo che riunisce le associazioni agricole, commerciali, industriali e finanziarie, ndr) chiedano anch'essi alla Corte costituzionale di annullare la sentenza. Non sorprende. In Guatemala: Memoria del silenzio si conclude che «in relazione al conflitto armato, anche dei privati hanno commesso atti di violenza in difesa dei loro interessi, istigando a compiere tali azioni direttamente o partecipando direttamente alle stesse. Di solito, gli autori erano persone economicamente potenti nell'ambito nazionale o locale. In molti casi di violazioni dei diritti umani commessi nelle zone rurali – si legge –, c'è stata partecipazione di grandi proprietari terrieri. Alcune di queste violazioni sono state commesse in collaborazione con agenti dello Stato al fine di risolvere i conflitti violenti con i contadini. In altre occasioni, sebbene l'esecuzione diretta sia stata a carico di agenti o sicari dello Stato, il movente era quello di proteggere gli interessi di quei proprietari. Nell'ambito urbano, diverse violazioni dei diritti umani contro sindacalisti e consulenti del lavoro, perpetrate materialmente da agenti dello Stato o da persone che agivano sotto la loro protezione, con la sua tolleranza o acquiescenza, erano frutto di una stretta collaborazione tra imprenditori potenti e Forze di Sicurezza; furono commesse per proteggere gli interessi imprenditoriali, in linea con le politiche governative apertamente antisindacali».
Il mondo ora saQualunque cosa accada sul piano giuridico, il processo contro Ríos Montt ha già ottenuto il risultato più importante e prezioso: grazie alle testimonianze dirette, il mondo ha conosciuto l'immensa sofferenza inflitta alle vittime di questo razzismo durante gli anni del conflitto armato interno: sparizioni forzose, interi villaggi bruciati con i loro abitanti rinchiusi nelle loro case o in edifici comunali, ventri di madri gravide aperte per estrarre le loro creature, bambini di pochi mesi di età sfracellati contro muri o alberi per uccidere il “seme” del popolo ixil – e di altri popoli indigeni – e così risparmiare munizioni... e di altri orrori inaccettabili su esseri umani.
Il mondo ha appreso anche dell'esistenza in Guatemala di una Procuratrice Generale della Repubblica, Claudia Paz y Paz, che ha promosso il processo, di vari procuratori onesti che hanno sostenuto l'accusa e di tre membri della magistratura che, nonostante le minacce e gli insulti pubblici, sono stati capaci di restare al loro posto fino alla fine e di pronunciare un verdetto fondamentale.
Per tutto ciò, non importa tanto che il processo venga annullato, od ostacolato e, alla fine, non confermato dalle corti di appello o di cassazione, o che sia impedito in qualche modo con argomentazioni fallaci dalla Corte Costituzionale. Come è stato possibile tutto ciò?
L'inizio del cammino che ha reso possibile il processo e la sentenza contro Ríos Montt va ricercato negli Accordi di Pace del 1996, nei quali si è arrivati ad un accordo di riconciliazione che concedeva l'immunità per i reati ordinari in relazione al conflitto o per alcuni crimini politici, ma esentava il genocidio e altri crimini contro l'umanità. Quell'accordo è stato convertito nella Legge di Riconciliazione, ancora vigente. Nei fatti, tutti gli Accordi di Pace sono diventati legge della Repubblica del Guatemala nel 2005, sotto la presidenza di Óscar Berger. Questa è l'istituzionalità che è servita da punto di partenza perché ciò fosse reso possibile.
Ciò che, d'ora in avanti, non proceda in conformità con la vera giustizia o cada vittima di minacce, corruzioni, incapacità di riconoscere il razzismo, o altre cause, è privo di importanza storica di fronte al risultato già raggiunto: le vittime hanno potuto esprimersi pubblicamente e giuridicamente ed uno dei massimi responsabili di quei crimini è stato accusato e condannato, anche se alla fine fosse solo in primo grado.
Per la loro importanza, processo e sentenza dovrebbero prolungare l'alba di un Paese non razzista, multiculturale, multilingue e multietnico, che rispetti gli Accordi di Pace, rinunci alla violenza, colmi gli abissi di disuguaglianza e si affacci su un futuro in cui ci sia un'istruzione di qualità e un lavoro ben retribuito per tutti e, quindi, la maggior parte della gente non sia più vittima della piaga della fame e inizi a creare fonti di ricchezza. I ricchi del Guatemala possono e devono fare molto di più perché questo Paese diventi una realtà. Lo faranno? Fino a quando manterranno il Paese come loro proprietà privata e la maggior parte dei suoi abitanti come i vecchi coloni o come gente costretta ad emigrare, la vita non fiorirà nella nostra terra e la gente non raccoglierà i frutti della pace. Questo sì sarebbe continuare a tradire la pace e a dividere il Guatemala.

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