«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NICARAGUA / Daniel Ortega e la Chiesa Cattolica

Per oltre sette anni, Daniel Ortega ha evitato con cura il dialogo con l'episcopato cattolico. Dopo la nomina vaticana del secondo cardinale del Nicaragua, monsignor Leopoldo Brenes, ha cambiato idea: perché? E qual è la “agenda” dei vescovi? Per gran parte dell'opposizione, la questione prioritaria dovrebbe essere la deteriorata istituzionalità del Paese. Ma, forse, per la Chiesa cattolica, illuminata da papa Francesco, le priorità sono altre. Antitetiche a quelle del governo.

Di envío. Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.



Il 2014 ha riservato una sorpresa per il Nicaragua: papa Francesco ha nominato cardinale l'arcivescovo di Managua, Leopoldo Brenes. La notizia ha avuto immediata ed inevitabile eco politica. E, nonostante la sottolineatura papale che la nomina di Brenes, così come quella degli altri porporati, non costituisce «né una promozione, né un onore, né un premio», cioè che non significa maggiore potere, ma solo più servizio, per la classe politica nicaraguense, sia quella al governo che quella all'opposizione, risulta impossibile non vedere la dimensione più di potere che di servizio di tale nomina, intesa come un incarico privilegiato che apre nuovi scenari sia per la presidenza che per l'opposizione.
La prima grave tensioneConsapevole che i conflitti con la gerarchia cattolica negli anni '80 lo avevano gravemente danneggiato, una volta fatto ritorno al governo Daniel Ortega ha deciso di cambiare strategia. Dal punto di vista finanziario, il suo governo ha iniziato a sostenere parroci e prelati nelle loro opere sociali e feste patronali. Il discorso venuto dalla casa presidenziale si è infarcito di retorica e simbolismi destinati a compiacere la religiosità popolare. Non c'è stato giorno, né occasione che il governo non abbia sfruttato per stimolare nelle forme più diverse la religiosità più tradizionale come meccanismo di legittimazione del suo potere.
Tuttavia, dopo un anno trascorso in “pace”, i vescovi cattolici furono i primi a denunciare la  frode elettorale avvenuta nelle elezioni comunali del 9 Novembre 2008. L'11 Novembre, due giorni dopo il voto, con un linguaggio insolitamente diretto, essi denunciarono le irregolarità riscontrate nel processo e rivolsero «un pressante appello ai membri del Consiglio Supremo Elettorale ad agire con onestà, trasparenza e correttezza, per la propria dignità personale e per rispetto del sacro voto che in coscienza il nostro popolo ha depositato nell'urna». In tal senso, proposero la revisione di tutti i verbali di scrutinio, insistendo a lungo in questa richiesta, pur senza essere ascoltati.
In ragione delle generose donazioni fatte per mesi alle strutture ecclesiastiche di tutto il Paese e nonostante il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale  (FSLN) avesse votato nel 2006 per la penalizzazione dell'aborto terapeutico, la reazione dei vescovi è parsa del tutto inattesa dal governo. Che la percepì, come del resto avverte qualsiasi critica od osservazione, come un tradimento. Come evidenziano alcune dichiarazioni di vari funzionari, fra cui Emmett Lang, magistrato elettorale dell'FSLN, che arrivò a dire che le gerarchie predicano l'amore al prossimo, ma «denigrano il prossimo», sentenziando come ciò costituisca «peccato mortale».
A partire da quel momento, i rapporti tra gerarchia cattolica e governo conobbero una serie di alti e bassi, con negoziati bilaterali, aggiustamenti e riequilibri.
La ferma posizione di denuncia dei brogli assunta dalla gerarchia cattolica spinse progressivamente media e politici di opposizione ad attribuire ai vescovi una leadership sostitutiva di quella che stavano perdendo i partiti, delegando ad essi la responsabilità principale di trovare una “soluzione” al problema della concentrazione di potere nelle mani di Ortega.
La sorpresa di un secondo cardinaleTutto il Nicaragua si è rallegrato per la nomina a cardinale di monsignor Brenes, Polito come molti affettuosamente lo chiamano e come lui stesso ha invitato, chi lo preferisse, a continuare a chiamarlo. La gioia era giustificata dal percorso di un uomo buono, semplice e vicino alla gente, in qualità di parroco (1974-1988), poi come vescovo ausiliare della capitale (1988-1991), quindi come vescovo di Matagalpa (1991) e dal 2005 a capo dell'arcidiocesi di Managua. Evocando papa Francesco, Brenes è un pastore che conosce le sue pecore, sta tra la gente, non si dà tante arie, viene dalla povertà e continua a vivere in forma austera.
Nel Maggio 2009, il  sacerdote domenicano Rafael Aragón tracciava sulle pagine di envío questo suo ritratto: «Ha una grande capacità di guadagnarsi la simpatia della gente. A Matagalpa, dove è stato vescovo prima di essere nominato per la capitale, l’anima dei contadini si sintonizzò con lui. Senza alcuna proposta pastorale specifica, soltanto stando con e vicino ad essi. Inoltre, è caratteristica sua quella di fare in modo che il clero si senta come una famiglia, che ci sia amicizia, integrazione ed armonia fra i suoi sacerdoti».
Il governo di Ortega – che dal 2007 ha fatto sfoggio della sua alleanza con il cardinale Miguel Obando y Bravo, nominato da Giovanni Paolo II nel 1985, in piena guerra civile, e che Brenes ha sostituito come arcivescovo della capitale –, appresa da Roma la notizia della nomina di un secondo cardinale ha avuto iniziali momenti di perplessità. La reazione ha tardato alcune ore e il giorno dopo, la Segreteria di Comunicazioni e Cittadinanza (organismo ideato e diretto da Rosario Murillo, moglie di Ortega, ndr) si è congratulata con lui, esprimendo l'auspicio che il cardinale Brenes «contribuisca ad approfondire quei sentieri aperti dal cardinale Miguel (Obando y Bravo, ndr.
L'influenza del primo cardinaleDurante tutti questi anni, Ortega ha voluto sempre accanto a sé il cardinale Obando in tutti gli atti pubblici, come una sorta di “pegno” della sua “conversione” cattolica. Per anni, gli ha, di fatto, affidato il compito di ricorrere in lungo e in largo il Paese, per distribuire personalmente lamiere di zinco a famiglie povere beneficiate dal Plan Techo. Di recente, nel Gennaio 2014, il nome del cardinale Miguel Obando y Bravo ha fatto la sua apparizione nel solenne preambolo della Costituzione recentemente modificata con il titolo di «Cardinale della Pace e della Riconciliazione».
Oltre alla vicinanza del cardinale Obando, nel corso di questi anni il governo ha cercato di farsi amico di parroci e religiosi, elargendo generosi aiuti finanziari. Il 30 Dicembre 2013, in un'intervista a La Prensa, il vescovo ausiliare di Managua Silvio Báez ammetteva: «Io so, e lo posso denunciare, di alcuni sacerdoti cui il governo ha offerto soldi, da spendere senza renderne conto... Da parte nostra, c'è una certa preoccupazione mista a comprensione. E vogliamo pensare che quei sacerdoti abbiano buone intenzioni, anche se non neghiamo che possano esserci interessi oscuri dietro».
Ed in riferimento al peso simbolico di Obando nel clero, Báez dichiarava: «Noi abbiamo denunciato con chiarezza la situazione sociale e politica che non sta facendo bene al presente, né al futuro della nazione. Probabilmente, il fatto che il cardinale Obando stia a lato del governo ha incoraggiato e ha reso meno scandaloso che questi sacerdoti prendano le distanze dalle posizioni della Conferenza Episcopale, dal momento che il cardinale sostiene le politiche governative, senza muovere alcuna critica al riguardo».
Il contesto di dialogoIn questo contesto, in cui si è forgiato un modello di potere assoluto, concentrato e centralizzato, Ortega non ha, tuttavia, potuto fare a meno di prendere atto di un evento altamente simbolico, popolare, sociale e, pure, politico, come la nomina a cardinale di monsignor Brenes. Ed è proprio in questo clima di appoggio, congratulazioni e festeggiamenti che, alla fine, Ortega ha deciso di dialogare con i vescovi della Conferenza Episcopale.
Nei fatti, negli oltre sette anni di governo, il presidente si è riunito regolarmente soltanto con un settore della vita nazionale: il Consiglio Superiore dell'Impresa Privata, che rappresenta le varie   categorie  dell'impresa privata.
E Ortega si era mostrato sordo anche nel Maggio 2009, quando un messaggio denigratorio nei confronti dei vescovi sarebbe stato fatto circolare in rete da «hackers di lusso», secondo la versione fornita da Rosario Murillo, e l'arcivescovo Brenes aveva chiesto pubblicamente e ufficialmente, per la prima volta, un dialogo bilaterale ad Ortega, senza però ottenere risposta.
Il dialogo vaIl caloroso – e strombazzato sui media ufficiali – benvenuto che il presidente Ortega e sua moglie hanno deciso di dare al cardinale Brenes, il 3 Marzo, al suo ritorno da Roma, ha catapultato la notizia dell'imminente e primo incontro di dialogo fra Ortega ed i vescovi, il che ha rinnovato fra i  media ed i politici di opposizione aspettative del tutto sovradimensionate sulle capacità dell'episcopato di porre rimedio, emendare o cambiare le sorti del Paese.
Da notare come, in momenti come questi, molti non tengano conto del fatto che un terzo della popolazione nicaraguense non sia cattolica, ma evangelica; e come questa veda nel pastore del  quartiere o della contrada rurale la massima autorità morale che, altri, invece attribuiscono esclusivamente ai vescovi cattolici.
Il 10 e 11 Marzo, i vescovi si sono riuniti per due giorni per decidere se accettare il dialogo con il presidente, o meno. Raggiunto un consenso positivo, il 18 Marzo hanno inviato una lettera ad Ortega, chiedendogli di avvertirli con sufficiente anticipo della data dell'incontro. Quindi, il 24 Marzo, il presidente ha risposto, sollecitando i vescovi a proporre loro data e luogo.
Il vescovo ausiliare di Managua, Silvio Báez, che funge anche da segretario della Conferenza Episcopale, ha posto dall'inizio due condizioni: che il dialogo fosse con tutta la Conferenza e che l'agenda fosse aperta. Proponendo, inoltre, due ambiziosi suggerimenti: che al dialogo con i vescovi  seguisse un dialogo con tutti i settori della nazione e che il contenuto dei colloqui fosse reso di dominio pubblico.
Dialogo con i vescovi e nomina dei funzionariD'altro canto, mentre dialogava con i vescovi, Ortega ordinava ai deputati dell'FSLN di occuparsi finalmente della sempre rinviata nomina di oltre una cinquantina di funzionari, rimasti illegalmente nei propri incarichi dal 2010.
Quell'anno era iniziato in piena emergenza istituzionale: 25 alti funzionari, ai vertici del Potere Elettorale, della Corte Suprema di Giustizia, della Contraloría, della Procura dei Diritti Umani  e della Sovrintendenza bancaria, figuravano in scadenza fra il Febbraio e il Giugno del 2010 ed il parlamento avrebbe dovuto eleggere i loro sostituti.
Il 9 Gennaio 2010, con un decreto presidenziale del tutto illegale, in quanto usurpava competenze esclusive dei deputati, quei funzionari vennero confermati nei loro incarichi. Ortega giustificò il decreto adducendo un suo senso di responsabilità per «evitare il caos». In realtà, quel che voleva evitare era una negoziazione parlamentare, che avrebbe dovuto affrontare in posizioni non di maggioranza. E, quindi, per non negoziare, ha preferito decretare. Col passare degli anni, i funzionari confermati “di fatto” sono andati aumentando ed oggi sono più di 50 quelli ancora in carica senza essere stati legalmente eletti dal parlamento. Tuttavia, oggi, grazie alla frode elettorale del 2011, Ortega può contare su una maggioranza qualificata nella camera legislativa, il che gli consente di fare ciò che vuole.
“Smantellamento istituzionale”L'iter parlamentare per l'assegnazione di tali incarichi, come in Dicembre per le riforme costituzionali e in Gennaio per la riforma del codice militare, è stato accelerato, con una fretta inspiegabile. Perché? L'ordine presidenziale era esplicito: tutti i funzionari dovevano essere riconfermati, o nominati, prima delle vacanze di Pasqua.
La coincidenza temporale del rinviato dialogo con i vescovi e della rinviata elezione degli alti funzionari, ha spinto alcuni osservatori a collegare entrambi i fatti, esercitando pressioni sui vescovi perché prendessero posizione prima dell'iter parlamentare. In altre parole, secondo alcuni, la coincidenza non era casuale, quanto premeditata, per impedire ai vescovi di influenzare tali nomine; e, dunque, Ortega si sarebbe riunito con essi soltanto dopo che le varie illegalità accumulate negli ultimi anni fossero state sanate e “legittimate”.
Secondo altri, in ogni caso i vescovi avrebbero dovuto parlare con il presidente della crisi istituzionale in cui Ortega ha precipitato il Paese, dicendosi fiduciosi che dei cambiamenti politici sarebbero scaturiti dal dialogo con la gerarchia. Non senza qualche ragione: nel documento della Conferenza Episcopale del Novembre 2013, sulle riforme costituzionali, un testo critico e forte, i vescovi descrivevano la congiuntura nazionale come «un momento di evidente smantellamento istituzionale del Paese».
Il vescovo ausiliare di Managua, Silvio Báez, è colui che nelle sue dichiarazioni più ha insistito nel considerare come problema prioritario del Nicaragua il degrado democratico, le violazioni allo Stato di Diritto, la mancanza di istituzionalità. La crisi istituzionale come priorità nazionale è anche un tema ricorrente nelle cronache quotidiane dei pochi media indipendenti che restano in Nicaragua.
L'altra agenda: le disuguaglianze socialiDa queste pagine, abbiamo anche sempre sottolineato il degrado istituzionale come fonte di molte altre questioni pressanti che affliggono il Paese. Consapevoli delle ingiustizie che la mancanza di  istituzionalità causa quotidianamente al Paese, vorremmo in questa occasione inquadrare la problematica da un'altra angolazione, non meno urgente e lacerante.
Nel corso di questi anni, l'insistenza della maggioranza di voci critiche sui temi legali, istituzionali e giuridici, ha lasciato in ombra la disuguaglianza sociale, il gravissimo scandalo rappresentato dall'abisso che in Nicaragua separa i pochissimi che hanno molto dai moltissimi che hanno poco. Tale differenza c'è sempre stata, ma negli ultimi anni si è andata aggravando.
L'enfasi sulla istituzionalità e sulla democrazia politica ha anche allontanato il discorso dalla mente e dal cuore della maggioranza sempre più impoverita delle campagne e delle città per mancanza di democrazia economica, la cui povertà è alleviata soltanto dalle regalie del governo, quando arrivano,  mentre molti sono costretti ad emigrare in cerca di miglior vita altrove.
Alcune cifre della disuguaglianzaVale la pena ripassare alcune cifre sulla realtà economica del paese, incrociandole con le accorate parole di papa Francesco sulla disuguaglianza sociale.
Di recente, l'economista Néstor Avendaño ha analizzato la quinta e ultima inchiesta nazionale sui livelli di vita, condotta nel 2009 in tutto il Paese. Secondo la stessa, il 76,8% delle famiglie nicaraguensi ha un reddito mensile compreso tra un minimo equivalente a 34 dollari statunitensi ed un massimo di 587. Un dato che rivela una disuguaglianza sociale, strutturale e scandalosa. Oltre tre quarti delle famiglie nicaraguensi vivono in situazioni di indigenza, povertà o precarietà.
Tali dati, osserva Avendaño, dimostrano che il 23,2% delle famiglie nicaraguensi, una percentuale che egli stima abbastanza prossima al 19% della popolazione economicamente attiva, concentrano risorse che permettono loro di acquisire oltre lo strettamente necessario. «Tali risultati – commenta – tendono a dimostrare anche la progressiva estinzione della classe media del Paese».
Un altro economista indipendente, Adolfo Acevedo, cita dati della CEPAL (Commissione Economica per l'America Latina) e di altre inchieste, con particolare riferimento all'infanzia. Mentre la povertà colpisce il 58,3% e l'indigenza il 29,3% della popolazione totale, nel caso dei bambini il 70,4% vive in abitazioni povere e il 39,1% in famiglie indigenti. «Ciò significa che i bambini patiscono situazioni di povertà ed indigenza di gran lunga superiori a quelle che colpiscono la media della popolazione». Vale a dire, le disuguaglianze sociali colpiscono più duramente i più piccoli.
Un'economia diseguale ed escludenteCos'è cambiato negli ultimi sette anni di questo governo? In che misura le ingenti risorse della cooperazione venezuelana, che tanto hanno beneficiato la ristretta cerchia di potere ed i suoi alleati dell'élite imprenditoriale, hanno aggravato le disuguaglianze?
Non ci sono dati precisi, ma si possono immaginare, se si considera che la “fattura” petrolifera ha immesso nell'economia nicaraguense circa tre miliardi di dollari e le risorse legate agli affari del consorzio ALBA (Alleanza Bolivariana per le Americhe) sono così tante che chi le conosce da vicino dice: «Sembrano non avere orizzonte».
Avendaño conclude: «L'economia nicaraguense continua ad essere escludente ed iniqua. La maggior parte della crescita economica del Paese si concentra in poche mani e lo Stato ha pochi strumenti per ridistribuire il reddito. Glieli ha tolti il Consenso di Washington negli anni '90 con l'attuazione dei primi due draconiani programmi ESAF (di aggiustamento strutturale, ndr), e quindi cancellati con la riduzione della spesa sociale, la privatizzazione del settore pubblico e la  disoccupazione  di massa». E aggiunge: «Se in questo momento non esiste sufficiente capacità di ridistribuzione del reddito da parte dello Stato, il dialogo tripartito governo-imprenditori-sindacati, ormai elevato a rango costituzionale, dovrebbe per lo meno insistere sulla garanzia di pari opportunità per tutte le famiglie nicaraguensi».
“La gioia del Vangelo”Segnalare le iniquità, mettere il dito in una piaga sociale che non può essere nascosta – giacché è sotto gli occhi di tutti: in alcune zone di Managua dove sorgono case sontuose; o quando si osserva il parco macchine, di un lusso sproporzionato rispetto alla realtà del Paese, che transitano per le vie della capitale; o quando si constata il rapido arricchimento, spudoratamente esibito, di funzionari e imprenditori – dovrebbe essere in cima all'agenda pastorale dei vescovi.
Del resto, è questa la priorità che papa Francesco indica nel suo primo documento scritto di suo pugno: l'esortazione apostolica Evangelii Gaudium (La gioia del Vangelo). Un testo lungo, dedicato a scuotere, con un linguaggio agile, appassionato e fresco, vescovi, sacerdoti, religiose e laici perché vadano nelle periferie e siano accompagnatori pieni di allegria e non severi giudici pronti alla condanna. In questo contesto, papa Francesco parla anche di ciò che più gli fa male e lo preoccupa nel mondo di oggi. Molte delle sue idee dovrebbero avere eco in Nicaragua, dal momento che quotidianamente contraddicono fatti e discorsi, con ogni evidenza.
Dice il papa che la fede cristiana «ha conseguenze sociali», giacché nella fede c'è «legame inscindibile» con la situazione dei poveri e, pertanto, «sia l'annuncio che l'esperienza cristiana tendono a provocare conseguenze sociali».
Non basta la crescita economica?Papa Francesco si riferisce allarmato ad una «economia che uccide». Quella dell'attuale modello, «basato sulla libertà assoluta dei mercati e sulla speculazione finanziaria». Nel contesto di un'economia così disegnata, dice: «Alcuni difendono ancora le teorie del derrame, che suppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, favorisce di per sé maggiore equità e inclusione sociale». (In pratica, secondo tali teorie, bisogna favorire i più ricchi, mediante privilegi e vantaggi di ogni tipo, perché qualcosa della loro ricchezza “scorra giù” – di qui i termini trickle down in inglese e derrame, o chorreo, in castigliano – verso i più poveri; ndr).
Secondo papa Francesco, «tale opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia rozza e ingenua nella bontà di quanti detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico dominante».
I sostenitori della teoria del derrame sono anche in Nicaragua. Lo governano  e costituiscono l'élite imprenditoriale alleata di quanti sono al governo. Senza mai citare la parola derrame, forse considerandola obsoleta, ogni giorno parlano di quanto vada bene l'economia, riferendosi enfaticamente alla crescita economica, indicatore che tengono in considerazione più di ogni altro, come garanzia di occupazione e di benessere.
Scrive papa Francesco: «Ormai non possiamo fidarci delle forze cieche e della mano invisibile del mercato. La crescita con equità esige qualcosa di più della crescita economica, anche se essa la suppone. Richiede decisioni, programmi, meccanismi e processi specificamente orientati ad una migliore distribuzione del reddito, alla creazione di posti di lavoro, ad una promozione integrale dei poveri che superi il mero assistenzialismo».
Essendo il sistema fiscale uno degli strumenti più oliati per ridistribuire il reddito, il papa denuncia  anche «l'evasione fiscale egoista», come uno dei motivi che fa sì che «mentre i profitti di pochi crescono esponenzialmente, quelli della maggioranza sono sempre più lontani dal benessere di questa minoranza felice».
Le cause strutturali della povertàNon c'è dubbio che oggi in Nicaragua si conviva con una minoranza felice. Nemmeno vi è dubbio che tale minoranza pratichi una evasione fiscale egoista, godendo di esenzioni ingiustificate. Il sistema tributario nicaraguense, uno dei più iniqui del continente, non essendo progressivo e, quindi, essendo ingiusto, è uno dei problemi storici che generano disuguaglianze e che non si è mai voluto risolvere in Nicaragua.
«La necessità di risolvere le cause strutturali della povertà non può attendere», scrive papa Francesco, «non solo per una esigenza pragmatica di ottenere risultati e ordinare la società, ma per guarirla  da una malattia che la rende fragile e indegna e che solo potrà portarla a nuova crisi».
Nelle zone rurali, le cause strutturali della povertà non sono scomparse. La mancanza di terra è una di tali cause. Secondo il ricercatore dell'istituto Nitlapán dell'Università Centroamericana (UCA), Alfredo Ruiz, in base al censimento agricolo del 2011, il 7% della popolazione del Nicaragua concentra il 57% della terra. «Oggi – dice Ruiz –, stiamo assistendo al ritorno del modello della grande hacienda. Siamo in presenza di una crescente concentrazione della terra nelle mani del capitale straniero, mentre il 40% delle famiglie rurali, circa 160/170 mila famiglie, non ha accesso alla terra. E non è chiara la volontà politica del governo di far fronte a questa realtà».
Meno poveri e più disuguaglianza?È ormai provato che governi di diverso segno ideologico possono combattere la povertà e persino ridurla, mentre in realtà la disuguaglianza aumenta. È il caso del Cile, uno dei Paesi che hanno ridotto la povertà ma, al contempo, il Paese con la più alta disuguaglianza sociale nel continente. Abbondano i programmi che enfatizzano la lotta contro la povertà estrema, ma non ce n'è nessuno che presti attenzione a come affrontare la ricchezza estrema.
Il Nicaragua va nella stessa direzione... Mentre l'abisso della disuguaglianza sociale si aggrava, il governo di Ortega cerca di “combattere la povertà” con programmi sociali che paiono un palliativo, importanti per chi non ha mai ricevuto nulla dai governi precedenti, ma che sono congiunturali e non toccano le cause strutturali.
Papa Francesco critica «il mero assistenzialismo», riferendosi anche a questo tipo di programmi: «I piani assistenziali, che intervengono in certe emergenze, dovrebbero essere pensati come risposte solo transitorie. Fino a quando non si risolvano radicalmente i problemi dei poveri, rinunciando alla autonomia assoluta dei mercati e alla speculazione finanziaria, e affrontando le cause strutturali della disuguaglianza, non si risolveranno i problemi del mondo e, in ultima analisi, nessun problema. La disuguaglianza è la radice dei mali sociali».
Fragilità ambientaleUna delle conseguenze segnalate da papa Francesco del «desiderio di potere ed avere, che non conosce limiti» è che «in questo sistema, che tutto tende a fagocitare per aumentare i profitti, qualsiasi cosa che sia fragile, come l'ambiente, risulta indifesa di fronte agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta».
Di recente, il Centro “Humboldt” ha presentato a Managua un rapporto sulla crescente fragilità della geografia nicaraguense. Tra il 2011 e il 2013, circa 2.900 chilometri quadrati di territorio sono stati dati in concessione a compagnie minerarie straniere. Attualmente, l'area totale concessa a tali compagnie straniere copre ormai il 13,4% del territorio nazionale. L'attuale governo sta “svendendo” in giro per il mondo il Nicaragua per attrarre nuovi investimenti minerari, che distruggono l'ambiente e generano scarsissima occupazione e quasi nulle entrate tributarie. Con la stessa avidità, il governo ha “svenduto” l'intero Paese con la concessione per la costruzione del canale interoceanico, mentre altri gruppi economici legati a ALBA stanno disboscando la riserva forestale di BOSAWÁS.
Nel suo documento, papa Francesco parla con la spiritualità di un ambientalista, come fu il santo di di Assisi: «Dio ci ha unito così strettamente al mondo che ci circonda, che la desertificazione è come una malattia per tutti e possiamo lamentare l'estinzione di una specie come se fosse una mutilazione».
La “pace effimera” di una “minoranza felice”Il papa fa riferimento a due questioni sociali, che ritiene «determineranno il futuro dell'umanità: l'inclusione sociale dei poveri e la pace e il dialogo sociale». Riassume così quella che dovrebbe essere l'agenda permanente di quanti cercano un cambiamento di direzione, sia nel mondo che in Nicaragua, un cambiamento che non sarà raggiunto senza intoppi e senza rinunce.
Senza citare la parola “istituzionalità”, papa Francesco la suggerisce vincolando il fattore politico a quello economico: «La pace sociale non può essere intesa come un irenismo o come una semplice assenza di violenza, ottenuta grazie all'imposizione di un settore su un altro. Sarebbe una falsa pace anche quella che servisse come scusa per giustificare un'organizzazione sociale che metta a tacere o addormenti i più poveri, di modo che quanti godono dei grandi benefici possano sostenere il loro stile di vita senza problemi, mentre gli altri sopravvivono come possono». «Le rivendicazioni sociali, che riguardano la distribuzione del reddito, l'inclusione sociale dei poveri ed i diritti umani, non possono essere soffocate con il pretesto di costruire un consenso a tavolino o un'effimera pace per una minoranza felice. La dignità della persona umana e il bene comune stanno al di sopra della quiete di alcuni che non vogliono rinunciare ai loro privilegi...». «Non abbiamo bisogno di un progetto di pochi per pochi, o di una minoranza illuminata o di testimonianza che si appropri di un sentimento collettivo. Si tratta di un accordo per vivere insieme, un patto sociale e culturale».
Il tema del nostro tempoLe preoccupazioni del papa coincidono con quelle di un crescente mondo intellettuale che critica la direzione attuale del mondo.
Di recente, è stato pubblicato il libro Capital in the Twenty-First Century (Il capitale nel 21° secolo, ndr) dell'economista francese Thomas Piketty. Secondo Paul Krugman, Premio Nobel per l'Economia, si tratta del best seller del decennio. Tema centrale del libro è la disuguaglianza di reddito, ricchezza e opportunità, come una caratteristica di questo periodo della storia umana.
Piketty documenta la concentrazione, senza precedenti negli ultimi 20 anni, del reddito nelle mani di una piccola élite economica e dimostra come si stia tornando ad un «capitalismo patrimoniale» in cui «le leve fondamentali dell'economia sono dominate dalla ricchezza che si eredita, un'eredità che è più importante dell'impegno e del talento».
Pochi mesi fa i vescovi del Nicaragua avevano segnalato come le riforme costituzionali imposte da quanti controllano questo governo favoriscano «il consolidamento e la perpetuazione di un potere assoluto a lungo termine, esercitato da una persona o da un partito, in forma dinastica o mediante un'oligarchia politica e economica».
Capitalismo patrimoniale e potere dinastico: nel mondo e in Nicaragua si sta parlando di realtà assai vicine e molto simili.

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