«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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EL SALVADOR / La questione indigena non è cosa del passato

«L'attuale governo vuole essere il primo, per conto dello Stato salvadoregno, a fare un atto di contrizione e chiedere scusa alle comunità indigene per la persecuzione e lo sterminio che hanno sofferto per tanti anni. A partire da oggi, mettiamo fine ufficialmente alla negazione storica della diversità dei nostri popoli». Con queste parole, il 12 Ottobre 2010, il governo Funes avviò un cambiamento sostanziale nel rapporto con i popoli indigeni. Da allora, ci sono stati passi avanti importanti, ma molto resta da fare.

Di Elaine Freedman, educatrice popolare, corrispondente da El Salvador.
Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

Il 22 Gennaio scorso, una commemorazione ha ricordato l'insurrezione e il massacro di indigeni e contadini, avvenuto nel 1932. Tre giorni dopo la cattura, fra gli altri, di Farabundo Martí, Alfonso Luna, Mario Zapata – dirigenti del movimento, ndr –, migliaia di salvadoregni, per lo più indigeni, armati di machetes e picconi, alcuni fucili Mauser e poche altre pistole, occuparono una dozzina di villaggi nell'Ovest del Paese: Izalco, Nahuizalco, Sonzacate, Salcoatitán e Juayúa, nel dipartimento di Sonsonate; Tacuba, nel dipartimento di Ahuachapán; Teotepeque, Colón, Armenia e Tepecoyo, in quello di La Libertad. Tentarono anche di prendere le caserme dei capoluoghi dipartimentali di Sonsonate, Ahuachapán e Santa Tecla, per la qual cosa bloccarono le vie di accesso e tagliarono le comunicazioni. Nei villaggi occupati, i ribelli insediarono come sindaci i candidati del Partito Comunista, che erano rimasti vittime di frodi elettorali o la cui elezione era stata annullata nelle elezioni svoltesi 19 giorni prima, il 3 Gennaio del '32. A Juayúa, Francisco Sánchez, leader dei ribelli, raccolse tutti gli atti di proprietà e preparò un piano per consegnare la terra agli indigeni.


1932: insurrezione e massacro50 anni di spoliazione delle terre delle comunità indigene e di legislazione repressiva, che hanno fatto del campesinado, in maggioranza indigeno, una massa di braccianti nelle piantagioni di caffè; la crisi del capitalismo mondiale nel 1929; la repressione sistematica delle organizzazioni popolari e delle loro mobilitazioni; le frodi elettorali nelle elezioni municipali e legislative del Gennaio 1932, quando il giovane Partito Comunista aveva partecipato e vinto in diverse località; furono allora alcune delle ragioni della sollevazione armata.
Feliciano Ama e altri dirigenti indigeni organizzarono l'insurrezione, cui aderì il Partito Comunista. Jorge Arias Gómez (uno dei biografi di Farabundo Martí, ndr) riassume così quel momento: «I rapidi sviluppi della situazione spinsero il Comitato Centrale a compiere il dovere rivoluzionario di non abbandonare le masse nella loro ferma determinazione a realizzare l'insurrezione armata, nella consapevolezza dei rischi e dei cruenti sacrifici» cui andavano incontro.
E Roque Dalton (poeta salvadoregno, ucciso nel 1975 dai suoi compagni dell'Esercito Rivoluzionario del Popolo, sulla base di accuse infamanti, peraltro mai provate, ndr) concluse: «Tra la spada e la parete, i comunisti scelsero il cammino eroico della spada, di morire a fianco del proprio popolo».
L'allora Presidente della Repubblica, generale Maximiliano Hernández Martínez reagì con brutalità. In meno di 72 ore sconfisse gli insorti, che sì godevano di un notevole sostegno popolare, ma non avevano armi, né preparazione e pianificazione militari sufficienti. In villaggi come Nahuizalco e Tacuba, quasi tutti gli uomini che non riuscirono a nascondersi, giovani e adulti senza differenza, furono uccisi. Il massacro del 1932 ebbe un saldo di oltre 30 mila morti.
1524: la ConquistaNel Giugno 1524, Pedro de Alvarado arrivò nel territorio di Cuscatlán (grosso modo, l'odierno El Salvador, ndr) dal Guatemala, con circa 250 soldati spagnoli e 6 mila indios. Il territorio invaso era allora abitato da diversi gruppi etnici, principalmente Pipil, Maya-Chortí e Lenca. I Pipiles vivevano prevalentemente nella parte occidentale; i Maya-Pokomames occupavano piccole aree a Nord e ad Ovest; mentre i Lencas-Kakawira abitavano le terre a Est e Nord-Est. Le quattro principali concentrazioni di popolazione erano quelle degli Izalcos, nella regione occidentale, dei Cuscatlán, nella parte centrale, dei Nonualcos, nella zona centrale e paracentrale, e dei Lencas, a Est. Secondo lo storico Rodolfo Barón Castro, la popolazione autoctona era allora compresa tra 116 mila e 130 mila persone.
In una delle sue prime lettere inviate alla Corona Spagnola, Pedro de Alvarado annunciava: «Desiderando occupare nuove terre e conoscere i loro segreti, perché Sua Maestà fosse ancora più servito e potesse impossessarsi di nuovi territori, decisi di partire. Là, parlavano un'altra lingua ed era gente diversa quella nativa del luogo».
Secondo lo storico Santiago Barberena, il primo villaggio che trovarono fu quello di Nahuizalco (Mojicalco), che però appariva desolato. Gli abitanti, infatti, si erano nascosti sulle montagne. Lo stesso accadde quando arrivarono a Izalco. Nelle vicinanze di tale località esiste, ancora oggi, una pozza d'acqua chiamata “della conquista”, dove Alvarado, senza aver vinto alcuna battaglia, costrinse gli abitanti a sottomettersi alla Spagna. I conquistadores trovarono vari villaggi deserti, uno dopo l'altro, prima di imbattersi nella prima resistenza armata alla loro invasione a Tacuxcalco, nei pressi di Acajutla (oggi importante porto sul Pacifico, ndr). La dimostrazione militare dei Pipil fu importante e causò un alto numero di vittime e feriti, tra i quali lo stesso Alvarado. Tuttavia, la potenza militare dei conquistatori, con i loro cavalli e le loro armi, era di gran lunga superiore.
Tre secoli di spoliazioneSimbolicamente, la battaglia è continuata nella storia come un atto di dignità e di ribellione di fronte alla dominazione. Ma non riuscì a frenare il processo di spoliazione politica, economica, sociale e culturale iniziato nel 1524.
Il ruolo della Chiesa Cattolica in questo senso fu cruciale. Sulla storica alleanza tra la spada e la croce si è costruito il dominio e la spoliazione culturale, distruttiva tanto quanto l'eliminazione fisica.
Gli spagnoli imposero la encomienda, ordinando cioè che i gruppi indigeni fossero “affidati” (encomendados) alla “protezione” di uno spagnolo. In pratica, gli indigeni lavoravano gratis per lui e gli consegnavano una sorta di tributo. Cacao, cotone, indaco e balsamo furono i prodotti coltivati dalla manodopera indigena, ma commercializzati dagli spagnoli, che diedero così il via ad un processo di esproprio delle terre comunitarie per stabilirvi le loro aziende agricole. La colonizzazione significò la spoliazione totale dei popoli indigeni, che diede luogo ad un nuovo ordine sociale organizzato su basi razziali (e razziste, ndr). Le classi dominanti erano formate da quelli che erano nati in Spagna, dai loro eredi e dai creoli, cioè figli di spagnoli nati in terra centroamericana. Al contempo, si andarono moltiplicando i meticci, nati dall'incrocio di spagnoli e creoli con donne indigene, ai quali venne concesso il ruolo di amministratori e accesso ai lavori manuali più qualificati, sebbene non godessero del diritto alla proprietà privata. La classe più bassa era composta dagli indigeni, che lavoravano nelle proprietà fondiare della classe dirigente, in condizioni di schiavitù.
1830: la ribellione dei NonualcosCon l'indipendenza dell'America Centrale nel 1821 nulla cambiò per la popolazione indigena. Anzi, la sua povertà si aggravò fino a sfociare in miseria e diventare la regola. Il governo reclutava gli indigeni per reprimere i ladinos che manifestavano. I ladinos integravano la classe sociale dominata o subordinata, in maggioranza meticcia, che parlava spagnolo e si comportava culturalmente come gli spagnoli.
Nel 1832, un gruppo di indigeni si ribellò sotto la guida di Anastasio Aquino. Cominciarono cercando di strappare ai militari le reclute indigene, che non volevano partecipare ad una lotta che non era la loro. Formarono un esercito di 4 mila uomini e diedero vita alla cosiddetta “ribellione dei Nonualcos”, lanciando lo slogan “la terra a chi la lavora”. Ogni occasione era buona per disarmare le pattuglie e prendere le loro armi. Occuparono vari villaggi e raccolsero molto sostegno popolare. Ma di più potè il governo dei creoli, con il suo esercito ben armato grazie all'appoggio dei latifondisti. Nell'Aprile 1833, Anastasio Aquino fu catturato, fucilato e decapitato. La sua testa venne esposta pubblicamente in una gabbia con un cartello che diceva «Esempio di facinorosi», al fine di spaventare la gente, facendole capire a quali conseguenze andasse incontro nella lotta per la giustizia.
Caffè: accumulazione capitalistica e ulteriore spoliazioneUn periodo di 40 anni (1860-1900) segnò l'inizio del modello capitalista nel Salvador. In altri Paesi il capitalismo era emerso come un sistema modernizzatore, promotore di trasformazioni economiche e dell'industrializzazione. Nel Salvador, esso si basò su latifondi quasi-feudali dediti alla monocoltura del caffè.
In quel periodo, le coltivazioni di caffè conobbero una crescita esponenziale dall'1% al 1.000%. La piantagione di caffè a Santa Tecla passò, ad esempio, da 207 mila piante a 2 milioni e 380 mila, nei soli primi 20 anni. Ciò scatenò un'ondata migratoria di famiglie europee con qualche esperienza nella produzione e commercializzazione del caffè. Insieme ad alcuni ricchi creoli, esse utilizzarono il caffè per accumulare ricchezza, che avrebbero poi investito nel corso degli anni in altri settori produttivi, industriali, commerciali, dei servizi.
La realizzazione del sogno dorato di quelle famiglie richiedeva sempre più terre. Le coltivazioni di caffè per l'esportazione richiedevano estensioni sempre crescenti. Il 26 Febbraio 1881, durante la presidenza di Rafael Zaldívar, venne approvata la Legge di Estinzione delle Comunità, che stabiliva: «L'esistenza di terre di proprietà delle comunità (indigene, ndr) impedisce lo sviluppo agricolo, ostacola la circolazione della ricchezza e indebolisce i legami familiari e l'indipendenza dell'individuo. La sua esistenza è in contrasto con i principi economici e sociali che la Repubblica ha adottato».
Secondo Héctor Lindo Fuentes, il 40% delle proprietà comunitarie fu espropriato e il 73% delle terre “comunali” (ejidales) passò nelle mani del 5,68% di nuovi proprietari. Poco dopo, la Legge di Estinzione degli Ejidos ampliò e rafforzò il processo di divisione delle terre, che permetteva il loro trasferimento a famiglie ed individui creoli.
La legge contro il vagabondaggioParallelamente, prese piede un processo che il sociologo gesuita Segundo Montes (uno dei martiri della Università Centroamericana, nel Novembre 1989, ndr) definì di «proletarizzazione dei popoli indigeni». La Legge contro il Vagabondaggio fu uno strumento giuridico per assicurare la manodopera necessaria per la coltivazione e il raccolto di caffè. Scriveva Montes: «Quanti non avessero terra propria, né un contratto permanente in qualche azienda agricola, erano considerati “vagabondi” e venivano obbligati a lavorare nelle aziende agricole che li richiedessero e nelle condizioni di lavoro dell'epoca. Per garantire maggiore efficacia al provvedimento, venne istituito un corpo speciale nelle campagne, la Polizia Rurale».
«Di conseguenza – prosegue Montes – le comunità indigene si videro private dei loro mezzi di sussistenza ancestrali: le terre comunitarie da cui ricavavano il loro sostentamento basilare. Senza tale base economica, il degrado della loro conformazione etnica, culturale, sociale e politica sarebbe diventato definitivo e progressivo». Elemento acceleratore del processo di disintegrazione delle comunità e dell'identità indigene fu, per Montes, la trasformazione degli indigeni in proletariato rurale, a seguito della loro «entrata forzosa nel mondo del lavoro della produzione di caffè».
Durante il periodo di spoliazione che precedette l'insurrezione e il massacro del 1932, si verificarono oltre 40 tentativi di sollevazione, secondo la storica Virginia Tilley, in gran parte locali e spontanei e, sebbene mantenessero viva la fiamma della resistenza, nessuno di essi fu in grado di cambiare la storia della spoliazione delle terre, della cultura e dell'identità delle popolazioni indigene.

Dopo il 1932Il massacro del 1932 segnò emblematicamente la spoliazione. Gli indigeni, uomini e donne, smisero di parlare nella loro lingua madre, di indossare i loro vestiti tradizionali e di praticare le loro usanze. Per paura. Cessarono di trasmettere la loro ricchezza culturale ai propri figli, cercando così di proteggere la loro vita. In questo modo, l'organizzazione e l'identità indigene subirono un ulteriore degrado.
Mezzo secolo dopo, quando la lotta armata di liberazione divenne guerra civile, molti indigeni si unirono alle organizzazioni rivoluzionarie, migliaia di essi combatterono per la liberazione del Salvador, e molti videro le loro famiglie sterminate in massacri quali El Carrizal (13 Luglio 1980) e Las Hojas (22 Febbraio 1983).
Un censimento dal carattere razzistaL'ingiustizia e l'emarginazione si esprimono persino nei dati ufficiali relativi alle popolazioni indigene. L'ultimo censimento demografico della Direzione Generale di Statistica e Censimento, condotto nel 2007, quando al governo c'era ancora ARENA (l'Alleanza Repubblicana Nazionalista, di estrema destra, ndr), è stato fortemente criticato dalle Nazioni Unite, oltre che dal mondo indigeno. «Si caratterizzava per un forte pregiudizio razzista nelle domande ricorda Gustavo Pineda, attuale capo della Direzione Popoli Indigeni del Segretariato di Cultura della Presidenza . Alcune domande erano mal formulate e spesso i sondaggisti nemmeno chiedevano alla gente la loro identità, limitandosi a guardarli e, nel caso avessero carnagione chiara, sentenziare: “Questo è meticcio”. Del resto, le opzioni erano (testualmente): bianco, meticcio (misto di bianco con indio), indio, nero (di razza). Tale approccio è considerato fenotipico, basata cioè sul colore della pelle, e non su fattori etnico-culturali, come invece vanno definiti i popoli indigeni».
In base a quei parametri, il censimento concludeva che nel Salvador vi fossero soltanto 13.310 indigeni, pari allo 0,2% della popolazione nazionale, cifra molto lontana dai 500-600 mila, stimati dal Segretariato per gli Affari Indigeni del governo salvadoregno nel 1999.
I popoli indigeni, allora assistiti giuridicamente dallo stesso Pineda, presentarono quattro ricorsi contro il censimento, che però furono tutti respinti dalla Corte Suprema.
L'urgenza di un vero censimentoIl “Profilo dei Popoli Indigeni”, elaborato dalla Banca Mondiale nel 2003, presenta alcuni dati statistici più vicini alla realtà. Ad esempio, lo studio rilevava come, in quell'anno, soltanto il 3,2% degli indigeni avesse qualche forma di previdenza sociale, al contrario del 17% della popolazione su scala nazionale. Secondo quel documento, il 61% degli indigeni, maschi e femmine, capofamiglia lavorava in agricoltura, il 18% si riconosceva come casalinghe, il 6% braccianti, il 2,8% artigiani, e il resto motoristi, scaricatori, lavoratori nelle piantagioni di canna da zucchero... Ad oggi, tali dati sono i più aggiornati disponibili. Tuttavia, oltre ad essere obsoleti, anche tali dati non rendono sufficientemente conto della realtà.
Per un censimento più realistico bisognerà aspettare il 2017, quando nel questionario verranno inserite categorie quali “popoli indigeni” e “afrodiscendenti”.
Con il governo Funes è iniziato il cambiamento«A partire dal 2009, le porte si sono aperte commenta Margot Pérez de Córtez, del Consiglio dei Popoli Originari Nahua-Pipil di Nahuizalco (COPONAPN) –;il rafforzamento delle organizzazioni indigene si produce con il governo di Mauricio Funes».
Nel 2010, hanno avuto luogo due importanti eventi, che hanno rappresentato una svolta nella situazione delle popolazioni indigene.
Nell'agosto 2010, per la prima volta, il governo ha riconosciuto davanti alle Nazioni Unite che El Salvador è un Paese multiculturale e multietnico: un cambiamento importante nella visione dello Stato che, sin dalla sua fondazione nel XIX secolo, si era sempre visto come un Paese meticcio, ispanoparlante e cattolico.
Sempre nel 2010, il governo ha convocato il primo Congresso dei Popoli Indigeni di El Salvador per discutere delle proposte per sviluppare una politica pubblica. Il Presidente Mauricio Funes ha chiesto scusa ai partecipanti e ai loro popoli: «Questo governo che presiedo – ha affermato – vuole essere il primo, in nome dello Stato salvadoregno, del popolo salvadoregno, della famiglia salvadoregna, a fare un atto di contrizione e chiedere scusa alle comunità indigene per la persecuzione, per lo sterminio di cui sono state vittime per così tanti anni... A partire da oggi, poniamo fine, ufficialmente, alla negazione storica della diversità dei nostri popoli e riconosciamo El Salvador come una società multietnica e multiculturale».
Gli indigeni nella CostituzioneDue anni dopo, la legislatura ha approvato una riforma costituzionale coerente con quella affermazione. L'articolo 63 è stato modificato nel senso che «El Salvador riconosce i popoli indigeni e adotterà politiche per mantenere e sviluppare la loro identità etnica e culturale, la loro cosmovisione, i loro valori e la loro spiritualità». Nel Giugno 2014, la riforma è diventata legge, dal momento che qualsiasi riforma costituzionale nel Salvador deve essere approvata durante una legislatura e ratificata con 56 voti a favore nella seguente. In questi due anni, gli indigeni sono scesi in piazza in più occasioni per sollecitare tale ratifica. Il 12 Giugno 2014, l'Assemblea Legislativa ha votato due volte sul tema. Al primo turno, i voti sono stati solo 52 voti, grazie al sostegno del Fronte Farabundo Martí per la Liberazione Nazionale (FMLN), della Grande Alleanza Nazionale (GANA), del Partito Conservatore Nazionale (PCN), della Democrazia Cristiana (PDC) e del Centro Democratico (CD), ed ai voti di Jesús Grande, Adelmo Rivas e Rigoberto Soto, tre deputati espulsi dall'Allenza Repubblicana Nazionalista (ARENA) nel 2013, per aver dato il loro voto favorevole all'approvazione del bilancio nazionale. Al secondo turno, a questi voti si sono sommati quelli di altri ex di ARENA Claudia Ramírez, Sigifredo Ochoa Pérez e Rodrigo Samayoa e di Francisco Merino, oggi deputato supplente del PCN, ma arenero negli anni '90.
L'opposizione di ARENAI 28 deputati di ARENA hanno negato il loro voto alla riforma. Soltanto Roberto D'Aubuisson Robertillo, come lo chiamano i suoi ammiratori, giusto per distinguerlo dall'omonimo suo padre, il maggiore Roberto D'Aubuisson, capo degli squadroni della morte negli anni '70 e '80, mandante dell'assassinio di monsignor Romero, nonché fondatore di ARENA ha preso la parola per dire che il suo concetto di nazionalismo confligge con il riconoscimento dei popoli indigeni del Paese: «Il popolo salvadoregno è uno solo, avere dei popoli con proprie leggi che esigono autonomia rompe con lo Stato di governo» ha affermato l'attuale candidato di ARENA a sindaco di Santa Tecla (alle porte della capitale, ndr).
La posizione del partito dell'oligarchia è stata coerente con la sua cinica tradizione di iniziare le sue campagne politiche nel municipio di Izalco, terra bagnata dal sangue del massacro del 1932,
cui hanno partecipato familiari degli attuali dirigenti del partito, come il nonno dell'ex presidente Calderón Sol, mentre molti altri hanno goduto delle terre confiscate agli indigeni.

Il riconoscimento costituzionale dei popoli indigeni non è stato un regalo caduto dal cielo, ma è frutto del persistente lavoro di diverse organizzazioni durato oltre dieci anni. L'iniziativa è arrivata all'Assemblea Legislativa nel 2006. Più di 25 organizzazioni indigene hanno partecipato a questa lotta, che mostra la capacità di unirsi per difendere i punti comuni di un'agenda nazionale. Il sostegno della Procura per la Difesa dei Diritti Umani (PDDH) è stato importante per raggiungere questo risultato.
Altro passo avanti nei municipiNello stesso periodo, sono iniziate le lotte per ottenere delle “ordinanze comunali” a Nahuizalco, prima, e Izalco, poi, che si sono concluse con successo.
Il 6 Luglio 2011, il Comune di Nahuizalco, governato dall'FMLN, ha emesso un'ordinanza in materia di diritti delle comunità indigene ivi insediate, diventando così il primo atto legislativo del suo genere nella storia del Salvador. Il Comune di Izalco ha seguito quei passi un anno dopo. Ricorda Margot Pérez: «Nel 2009, abbiamo iniziato a trovarci presso la Casa della
Cultura di Nahuizalco. Gustavo Pineda, come amico e consigliere, lanciò l'idea di una ordinanza comunale e così ci siamo riuniti con i
leaders delle diverse comunità su questa iniziativa. A quel tempo, poche persone si consideravano indigene e, pertanto, poche si avvicinarono a noi. Altre non venivano per la paura che un requisito di tali richieste diventasse una lama a doppio filo, che avrebbe potuto provocare ritorsioni».
“Prima era una vergogna essere indigeni”Il processo di sensibilizzazione e coscientizzazione è iniziato alla Casa di Cultura, ha permeato le discussioni sul testo da elaborare ed è continuato dopo l'approvazione. «Andavamo di villaggio in villaggio, di casa in casa, spiegando l'ordinanza e cosa significa essere indigeni. Riunivamo i nonni e riflettevamo insieme. Questo processo è durato tre anni».
«Quando la gente comincia ad identificarsi, il Comune aumenta il suo interesse – racconta Margot Pérez de Cortéz –. Avevamo un nostro compagno in Consiglio Municipale, che ha chiesto allo stesso Consiglio di sostenere tale ordinanza. Ci siamo incontrati più volte con il sindaco per discutere la questione. In un primo momento, al Consiglio Municipale sembrava un'idea stupida. Pedrito Rodríguez, il consigliere indigeno, si è scontrato più volte, ma quando gli abbiamo spiegato di che si trattava, che avevamo bisogno della nostra autonomia, hanno compreso che avevamo ragione. È stato un processo parallelo alla elaborazione del testo convincere il sindaco che l'ordinanza fosse una necessità. Tre anni dopo l'approvazione dell'ordinanza, la maggioranza si identifica ormai come indigena. Prima era una vergogna essere considerata tale. Anche le nonne con le loro gonne tradizionali mi chiedevano: “Figlia mia, ci sono ancora indigeni?”. Abbiamo fatto molti progressi nell'accettare con orgoglio l'identità indigena».
Sfide aperte nelle politiche pubblicheNel 2013, su iniziativa delle comunità, la Direzione Popoli Indigeni ha iniziato un processo di consultazione insieme a 19 organizzazioni indigene per elaborare una proposta di politica pubblica, che dovrebbe cominciare a convertire la riforma costituzionale in politiche concrete.
In quasi due anni di incontri sono stati fatti passi avanti nell'agenda comune. Oltre a deliberare su diverse richieste ed esigenze, sono state analizzate le proposte già avanzate, quali: la Risoluzione del Congresso 2010; la proposta di James Anaya, relatore sul tema Popoli Indigeni all'ONU, del 2010; le raccomandazioni dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati; della Procura dei Diritti Umani, del Gennaio 2012; la consultazione pubblica realizzata dall'FMLN
nel 2013-2014; e quella del Comitato Latinoamericano e Caraibico per la Difesa dei Diritti delle Donne (CLADEM), nel suo documento sui diritti delle donne indigene, del 2014. Al momento, tale documentazione è all'esame del governo, in attesa di approvazione.

La proposta contiene una strategia di sviluppo sociale ed altre di sviluppo economico, di diritti ambientali e di gestione governativa. Si cerca di trasformare le principali rivendicazioni dei popoli indigeni in linee di azione che concretizzino il discorso di interculturalità e “buon vivere”.
Nel campo dell'istruzione, si parla di permeare il curriculum a tutti i livelli al fine di includere non solo gli elementi culturali dei popoli indigeni, ma anche la loro cosmovisione. Per quanto riguarda la lingua, non solo si spera di includere il
Nahuatl, lingua ancora parlata da 300 persone nel Salvador, ma anche le lingue che sono andate perse, come il Pisbi dei Kakawira e il Potón dei Lenca.
In campo sanitario, la sfida è integrare l'approccio interculturale nella riforma sanitaria globale. A Nahuizalco, nonostante l'Ordinanza Municipale, «nell'Unità sanitaria locale non rispettano le nostre tradizioni sanitarie dice Margot Pérez de Córtez . Non accettano che usiamo medicine naturali. Prima la gente teneva i bambini in casa e non morivano. Ora è vietato, come pure fasciare i bambini appena nati». Incorporare le conoscenze della medicina indigena perché le persone che lo desiderino abbiano accesso alle stesse, è un'altra delle rivendicazioni che attendono soddisfazione.
La lotta per l'acquaIn attesa è anche la richiesta di generalizzare le consultazioni in forma libera, preventiva e documentata sulle questioni che interessano i popoli indigeni e, quindi, di rispettare i loro risultati, anche quando ci sono di mezzo interessi politici ed economici.
L'Ordinanza Municipale di Nahuizalco ha istituzionalizzato tali consultazioni nel municipio, ma la pressione delle multinazionali perché il Comune avalli i loro progetti è stata più forte della pressione esercitata dai popoli indigeni. La questione dell'acqua a Nahuizalco è emblematica. I popoli indigeni della zona si ritengono danneggiati dalle dieci dighe attualmente esistenti nel municipio, quattro di esse illegali. L'abbattimento di alberi ha nuociuto all'ambiente, i danni provocati ai letti dei fiumi rappresentano una minaccia alla sicurezza alimentare e alla sopravvivenza, mentre l'occupazione di luoghi sacri risulta agli occhi indigeni una profanazione: si tratta di violazioni dei diritti dei popoli indigeni.
Il sindaco di Nahuizalco, Luis Alberto Rolin, ricorda che quando venne costruita
la Centrale Idroelettrica di Juayúa si convocò un'assemblea generale con le comunità di Salcoatitán, Juayúa e Nahuizalco.
«Quella consultazione popolare indicava che la gente era scontenta e contraria a quel progetto». Tuttavia, incredibilmente i media dissero che la maggioranza della popolazione era d'accordo.
La Convenzione 169 della OILUn'altra rivendicazione dei popoli indigeni riguarda la firma e ratifica della Convenzione 169 dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro, uno strumento giuridico internazionale che può costituire un importante sostegno per contrastare la negazione storica patita dai popoli indigeni. La Convenzione è già stata ratificata da 20 Paesi.
Il Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale ha accolto favorevolmente la fattibilità di tale Convenzione al fine di incorporla nel quadro giuridico nazionale. Secondo René Paniagua, rappresentante del Consiglio di Coordinamento Nazionale Indigeno Salvadoregno (CCNIS), tale ratifica sarebbe un importante ombrello per garantire i diritti dei popoli indigeni.
La richiesta più forte: terra!Secondo Margot Pérez de Córtez, la grande questione irrisolta tra tutte quelle che storicamente si sono accumulate, è la terra. «Devono restituirci le terre che ci hanno preso, in particolare quelle che furono oggetto delle leggi del governo Zaldívar, vale dire le terre ejidales. Ora, queste terre sono private e molte nemmeno hanno i titoli di proprietà».
Raggiungere accordi tra le organizzazioni indigene su come impostare tale risarcimento è difficile. L'Istituto Salvadoregno per la Trasformazione Agraria (ISTA) ha avviato i primi incontri con le organizzazioni indigene per valutare le loro richieste. Tuttavia, «una cosa è restare sul generico slogan “Vogliamo la terra”, altra scendere sul concreto di come farla produrre secondo la cosmovisione indigena», dice Gustavo Pineda.
I partecipanti indigeni al primo incontro con Carla Alvanes, presidente dell'ISTA, hanno ribadito l'importanza del diritto alla terra, della cura della Madre Terra, della coltivazione con sementi autoctone, della rieducazione e recupero dell'identità indigena. Ma, Pérez de Córtez si spinge oltre: «Vogliamo una Commissione della Verità sulla questione della terra per chiarire come sono andate le cose».
Recuperare la memoriaSenza dubbio, la lotta dei popoli indigeni per il loro riconoscimento è entrata in una fase accelerata da quando l'FMLN si è insediato al governo. «Questo governo ha un interesse molto chiaro nel promuovere i diritti dei popoli indigeni», dice Pineda. Molte delle circa 50 organizzazioni indigene hanno approfittato di questa fase per rafforzarsi e prepararsi alle prossime battaglie. «Ma non è facile smantellare secoli di negazione», aggiunge Pineda. È indiscutibile che la spoliazione e lo sterminio dei popoli indigeni sia stata una pietra angolare nella fondazione della Repubblica che le classi dominanti costruirono circa 200 anni fa. Recuperare la memoria storica è chiave per smantellare tale costruzione. Commemorare l'anniversario dell'insurrezione e del massacro del 1932 non è stato possibile fino ad una decina di anni fa. La paura e l'emarginazione erano così grandi che le vittime negavano la loro vittimizzazione e si convertivano in ombre dei loro carnefici. Quel periodo buio sta volgendo al termine e poco a poco si sta comprendendo che la storia di conquista, spoliazione e genocidio non appartiene solo all'identità indigena, ma a quella di tutto il popolo salvadoregno. E che l'identità del popolo salvadoregno è multiculturale.

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