«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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HONDURAS / Così è finito il narcoregno dei "Cachiros"

Da quando, a metà 2013, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama segnalò “la banda dei Cachiros” come uno dei più pericolosi cartelli di narcotrafficanti in Centroamérica e México, è iniziato il declino di questo gruppo mafioso, conclusosi con la resa dei capi della banda alla Drug Enforcement Administration (DEA, l'agenzia federale statunitense per la lotta al narcotraffico), nel Gennaio 2015. Cosa accadrà adesso?

Di Ismael Moreno, corrispondente dall'Honduras. Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.


La criminalità in Honduras, Paese considerato il più violento del mondo, è strettamente legata al narcotraffico. La situazione è sfuggita di mano agli Stati Uniti, che hanno lanciato nel Paese centroamericano una versione del Plan Colombia – che ha portato ad una militarizzazione di quel Paese ed a negoziati con i grandi signori della droga colombiani, un piano che gli Stati Uniti presentano come un grande successo della loro politica estera –.
In Honduras, il primo passo di tale piano sono state, nel 2013, le dichiarazioni del presidente Obama che segnalavano Los Cachiros come una pericolosa mafia centroamericana. Nel Settembre 2014, quindi, ha avuto inizio la caccia ai mafiosi più in vista, che ha portato alla cattura di vari di essi, culminata, nel Gennaio 2015, con la resa dei due capi dei Cachiros negli Stati Uniti. Del resto, essi non avevano alternative: o si consegnavano o correvano il rischio di venir catturati e uccisi. Così, Leonel Rivera Maradiaga ha negoziato la sua resa alle Bahamas, mentre Javier Rivera Maradiaga si è consegnato a Miami.
L'intento degli Stati Uniti è sgominare i gruppi mafiosi del business della droga. L'Alleanza per la Prosperità dei tre Paesi del Triangolo Nord centroamericano (El Salvador, Honduras e Guatemala, ndr) sembra una versione del Plan Colombia che gli Stati Uniti intendono applicare all'Honduras. Tuttavia, la società honduregna è talmente attraversata dalla criminalità organizzata, dalle sue cause e dai suoi effetti, che forse questi piani arrivano troppo tardi.
Don Isidro il PatriarcaRipercorriamo la storia della famiglia Rivera Maradiaga, da cui sono nati i Cachiros. Il patriarca, Isidro Rivera Cardona, è un uomo religioso, che va a messa tutte le domeniche, fervente devoto di San Isidro Labrador (santo assai venerato in Centroamerica, considerato patrono degli agricoltori spagnoli, ma non solo di essi, ndr). Ogni anno, senza eccezione e fino al 2014, alla vigilia della festa del santo, la sera del 14 Maggio, don Isidro ha partecipato alla costruzione del jacalito, una piccola tettoia fatta di rami di albero dove i devoti depositano frutti e animali come offerte al santo per le grazie ricevute. Inoltre, anno dopo anno, don Isidro ha sempre preso in spalla l'immagine del santo, portandola dal tempio al jacalito e il giorno dopo, festa di San Isidro, riportandola al tempio, accendendole decine di candele in un tripudio di fuochi d'artificio. Ogni Domenica alle sette di sera, nello stesso posto e sempre in piedi, per decenni, don Isidro ha seguito la messa a Tocoa, dipartimento di Colón.
Anche Esperanza Maradiaga, sua moglie, è una devota cattolica. Nel quartiere La Esperanza di Tocoa è sempre stata attiva nei gruppi di approfondimento biblico.
La famiglia di don Isidro è originaria di Gualaco, nel dipartimento di Olancho, terra di uomini rudi ed operosi, leali fino alla morte con i loro amici e vendicativi altrettanto fino alla morte se vittime di un torto. Tra di loro non c'è perdono possibile per il tradimento e solo la morte dirime i conflitti. La famiglia di don Isidro è migrata da Gualaco a Colón una settantina di anni fa, fuggendo da qualche vendetta, quando lui non era ancora nato. E per tutta la vita, la famiglia Rivera Maradiaga è sempre stata sul “chi va là”, di fronte ad un possibile attacco in risposta all'offesa per la quale erano dovuti fuggire dalle loro terre.
Un ladro di bestiameIn Olancho, nessuno chiama “Isidro” chi porti questo nome. Tutti gli Isidros sono detti Cachiros (si pronuncia "cacìros", ndr). Il padre di don Cachiro Rivera si chiamava anche lui don Cachiro. E così si chiamava anche suo nonno. E siccome non poteva essere altrimenti, anche un figlio di don Cachiro Rivera, e almeno tre o quattro nipoti sono stati battezzati con il nome di Isidro e tutti erano nuovi Cachiros.
Don Cachiro Rivera ha oggi 67 anni ed una salute a prova di artrite, indigestioni e pressione arteriosa. È famoso per la sua devozione assoluta a San Isidro e, pure, per essere un ladro di bestiame. Tutti lo sanno, ma nessuno lo dice ad alta voce. Abigeo è detto chi commetta tale reato. Quando ormai la fama, il denaro e il potere avevano portato don Isidro ed i suoi figli, i Cachiros, così in alto che mai avrebbero immaginato, si dice che un giorno viaggiando su una delle decine di Toyota Prado che posseggono, guidata da suo figlio Javier, una mucca abbia loro tagliato la strada; al che il vecchio Cachiro avrebbe gridato: «Fermati, c'è una mucca e la voglio!».
Tutto ebbe inizio col furto di una vitellaNon si sa se siano leggende o storie vere, ma si narra che il suo abigeato sia cominciato quando il vecchio Cachiro si impadronì di una vitella di un suo compare, don Manuel. Le due proprietà erano contigue ed un giorno la vitella di don Manuel scomparve. Questi la cercò per tutta la sua tenuta, finché la avvistò tra il bestiame di don Cachiro. Allora, don Manuel andò a reclamarla. «Quale vitella?», chiese serio don Cachiro. «Quella, compare», disse Manuel indicando l'animale. «No, compare, ti sbagli, quella vitella è mia. Se la vuoi, fammi un'offerta per iniziare la trattativa», disse don Cachiro. Don Manuel decise allora di sporgere denuncia e il giudice di pace si recò nella tenuta di don Cachiro. Non sapendo chi di loro dicesse la verità, prese la saggia decisione di mettere due uomini a uguale distanza dalla vitella e chiese loro di chiamarla. A seconda di dove si fosse diretta la vitella, si sarebbe potuto stabilire il suo proprietario. Il test durò poco, perché non appena don Manuel iniziò a chiamarla e a battere le mani la vitella si diresse verso di lui. Tuttavia, pochi giorni dopo la vitella scomparve di nuovo e per sempre dal recinto don Manuel. Così don Cachiro iniziò la sua carriera di ladro di bestiame.
Alla base del suo impero economico: bestiame e marijuanaAlla fine degli anni '80, nelle vaste e disabitate montagne di Colón, sulla riva destra del fiume Aguán, don Cachiro, insieme a vari suoi amici olanchanos, cominciarono a seminare marijuana. Le coltivazioni di questa pianta si confondevano tra i campi di mais e fagioli. Fu così che, trasportando marijuana, i tre figli di don Cachiro cominciarono a farsi conoscere nel mondo del narcotraffico.
In quel modo, Javier, Leonel e Isidro – detto Cachirito, perché il più piccolo dei tre – smisero di collaborare con loro padre nel furto di bestiame per diventare spacciatori di marijuana nel corridoio che dalla zona dell'Aguán porta a San Pedro Sula (la più importante città honduregna, sita a Nord-Est; ndr).
Presto quel corridoio si estese fino al confine con il Guatemala attraverso i dipartimenti (province, ndr) occidentali di Santa Bárbara e Copán, dove i Cachiros stabilirono alleanze con gli allevatori della zona, che già conoscevano, dal momento che fino a lì portavano il bestiame rubato nei recinti di Colón e Olancho.
In seguito, si allearono con altri allevatori del dipartimento di Izabal, in Guatemala, per contrabbandare, oltre al bestiame, la marijuana. Così posero le basi del lucroso affare. Come abigei, i Cachiros erano insuperabili. Come trafficanti di droga, hanno dovuto cominciare da apprendisti.
La connessione colombianaNei loro viaggi, ebbero modo di conoscere il mondo dei cartelli colombiani; sicuramente quando erano subordinati ai referenti che gli stessi colombiani avevano in Honduras, probabilmente legati ad un altro olanchano, Ramón Matta Ballesteros, uno dei più vecchi e importanti capi del narcotraffico in Honduras, catturato dalla DEA nell'Aprile del 1988, complice di militari e politici honduregni, accusato dell'assassinio di Enrique (Kiki) Camarena (un agente della DEA infiltrato nei cartelli, sequestrato dai narcos nel Febbraio 1985 e, quindi, torturato e barbaramente ucciso; ndr). Matta Ballesteros venne estradato negli Stati Uniti e condannato all'ergastolo in un carcere di massima sicurezza del Colorado.
Anche se già a partire dagli anni '70 il territorio honduregno era utilizzato per trasportare la droga colombiana, è negli anni '90, dopo che gli Stati Uniti erano riusciti ad eliminare Pablo Escobar (boss del narcotraffico colombiano, ndr) nel Dicembre 1993, che il narcotraffico in Honduras si consolida, a seguito di una ridefinizione delle rotte da parte dei capi colombiani. Già a metà degli anni '90, la Moskitia, Colón e Olancho erano diventate zone strategiche per il transito di cocaina verso il México e gli USA.
Gli strategici corridoi honduregniI Cachiros iniziarono come peones di capi molto esperti. I contatti con i cartelli colombiani sarebbero avvenuti nella Moskitia, un vasto territorio di nessuno, spopolato, con coste prive di controllo alcuno verso il Nicaragua e il mondo. I capi colombiani facevano arrivare la cocaina via mare o aria, e dalla Moskitia honduregna la trasportavano verso le Islas de la Bahía (Isole della Baia: Utila, Roatán, Guanaja, ndr) e, da lì, verso il Guatemala, il México o gli Stati Uniti. Ma entrava anche in territorio honduregno attraverso vari corridoi.
Il più importante sarebbe stato quello di Colón: attraverso il vasto municipio di Iriona, arrivava a Colón e, quindi, attraverso i dipartimenti settentrionali di Atlántida, Yoro e Cortés, e creando un'importante infrastruttura a San Pedro Sula, piegava verso occidente attraverso i dipartimenti di Santa Bárbara e Copán e, da lì, raggiungeva il Guatemala.
Un altro corridoio era quello che dalla Moskitia passava per il dipartimento di Olancho, attraversava Tegucigalpa (la capitale del Paese, ndr) e proseguendo nel Sud del Paese entrava nel Salvador e, poi, in Guatemala, in direzione México.
Sul finire del XX secolo, i fratelli Rivera Maradiaga erano già totalmente impegnati con i cartelli della droga internazionali. Javier era riuscito a diventare il numero due al comando del cartello dell'Atlantico e, dopo una disputa feroce che si concluse, nel Marzo 2004, con la morte di Jorge Aníbal Echeverría Ramos, noto come Coque, era diventato il più potente acquirente di cocaina dai cartelli colombiani e venezuelani, nonché il più grande rivenditore della stessa droga ai cartelli messicani, in particolare quello di Sinaloa.
Coque: capo del cartello dell'AtlanticoCoque è stato ucciso prima che compisse 30 anni, ma già a quell'età era in grado di imporre la sua legge, comprando politici, ufficiali dell'esercito e della polizia e funzionari del sistema giudiziario; o negoziando con essi. Era diventato il signore della droga in Honduras come capo del cartello dell'Atlantico ed era riuscito a trasformare l'Honduras in un ponte aereo e marittimo nel transito di cocaina tra Colombia, México e Stati Uniti. In pratica, rappresentava il raccordo strategico tra i signori della droga colombiani ed il cartello di Sinaloa, guidato da Joaquín El Chapo Guzmán.
Era riuscito a stabilire legami molto stretti con le autorità civili, le forze armate e di polizia. Si dice che, a metà degli anni '90, Coque frequentasse importanti politici del dipartimento di Colón, riuscendo a fare in modo che alcuni di loro acquistassero migliaia di ettari nei dipartimenti di Colón e Gracias a Dios, per costruirvi piste di atterraggio per il narcotraffico, consolidando così il corridoio tra la Moskitia e il resto di Honduras.
Insediatosi nella comunità di Francia, tra il municipio di Bonito Oriental e quello di Limón, a Nord-Est del leggendario municipio di Trujillo, sull'Atlantico, Coque riuscì a costruire un impero, nel quale i fratelli Cachiros occupavano un posto di rilievo nelle decisioni da prendere.
Il controllo della poliziaCoque riuscì anche a stringere relazioni con i politici nel Nord-Est dell'Honduras, al punto da fidanzarsi con Margarita Lobo, figlia di Ramón Lobo Sosa, fratello dell'ex Presidente della Repubblica Lobo. Ramón, il più grande dei caudillos della regione negli ultimi quarant'anni, era allora deputato al Congresso per il Partito Nazionale. All'epoca, cioè verso la fine del secolo scorso, era noto, inoltre, che Coque mantenesse stretti rapporti con ufficiali dell'esercito ed avesse posto le basi per controllare tutti i capi della polizia che venissero destinati al dipartimento di Colón. Secondo fonti confermate, un altro figlio di Ramón Lobo Sosa, Jorge Lobo, così come un altro figliastro e diversi cugini e nipoti, facevano parte del cartello guidato da Coque, quel ragazzo oriundo di Macuelizo, nel dipartimento di Santa Bárbara, anch'egli proveniente da una famiglia profondamente cattolica.
I Cachiros iniziano la disputa per il territorioMolto ben posizionata nella gerarchia del cartello diretto da Coque, la famiglia Cachiro, sotto la guida di Javier, cominciò a dare segni di voler strappare a Coque il controllo del cartello. Per questo, i Cachiros aprirono linee dirette e canali di coordinamento autonomo con i signori della droga colombiani, e cominciarono a creare le proprie strutture di sicurezza e di trasporto della droga, sfruttando le consolidate reti del contrabbando di bestiame che per molti anni avevano stabilito tra il dipartimento di Colón e la frontiera con il Guatemala, passando per San Pedro Sula.
E proprio come Coque era riuscito a portare dalla sua il caudillo e politico più importante della regione conquistando una delle sue figlie, Javier Rivera rafforzò il rapporto con Coque, diventando l'amante di una delle sue sorelle. Tuttavia, la lotta per il controllo del cartello era assai più emozionante che la passione sentimentale e ben presto emersero i primi segnali di sfiducia e di scontro.
Una guerra a morteIl momento della rottura venne il 22 Marzo 2003, quando sotto gli influssi dell'alcol e nel calore di un litigio per affari di cuore, il fratello minore dei Cachiros, Isidro Rivera, detto El Cachirito, fece a botte con Coque in una taverna di Tocoa, Los talibanes. Nello scontro, Coque uccise Cachirito e ferì vari collaboratori dei Cachiros.
Si scatenò allora una guerra fra la gente dei Cachiros e quella di Coque. Il sangue cominciò a scorrere, perché l'obiettivo dei Cachiros non era solo farla finita con Coque, ma con tutto il suo parentado, perché non rimanesse seme «che desse continuità al suo sangue», come recitavano le minacce a quel tempo proferite dai Cachiros.
Ferito due volte, ma vivoIl 19 Ottobre 2003, i Cachiros vennero a sapere che il loro nemico si muoveva per San Pedro Sula e, così, organizzarono un agguato. Coque viaggiava con la sua amante Margarita Lobo e un nutrito gruppo di guardie del corpo, quando in pieno giorno e in mezzo alla via furono attaccati da un commando dei Cachiros. Coque e la sua compagna furono gravemente feriti, ma non morirono. Dopo vari giorni di ricovero presso una clinica privata, strettamente sorvegliata dai suoi uomini che pure ammazzarono un infiltrato giunto alla clinica per ucciderli, Coque e Margarita riuscirono a partire per Cuba, grazie a varie mani invisibili dell'alta politica honduregna che fece avere loro, come per magia, passaporti e visti, nel lasso di tempo di un pomeriggio!
L'emergenza era seria: nel migliore dei casi, se Coque fosse rimasto in quella clinica avrebbe perso il suo braccio destro. Nel peggiore dei casi, sarebbe stato esposto a nuovi tentativi di omicidio. A Cuba, trascorse due mesi. Nel Febbraio 2004, Coque decise di trasferirsi in Costa Rica per finire la sua convalescenza e, da lì, organizzare il suo ritorno in Honduras. Ricoverato in una clinica di Escazú, il 18 Febbraio 2004, rimase vittima di un nuovo tentativo di eliminazione: uomini armati e incappucciati fecero irruzione nella sua stanza e gli spararono tre colpi. Rimase gravemente ferito, ma ancora una volta in vita.
Il patto fra colombiani e CachirosNel frattempo, i Cachiros si erano impadroniti del controllo di tutti i corridoi del traffico di cocaina e avevano stabilito nuovi accordi con i signori della droga di Colombia e México. Secondo alcuni, il tentativo di assassinare Coque in Costa Rica sarebbe stato perpretato dai colombiani, decisi ad eliminarlo come principale intermediario e interlocutore del narcotraffico in Honduras, a dimostrazione del nuovo patto stabilito con i Cachiros.
Consapevole del pericolo che correva in qualsiasi clinica del Costa Rica, Coque fuggì allora a Panamá, con tanto di flebo ancora nelle vene. Le autorità panamegne furono, però, avvertite – da quali potenti voci? – della presenza di Coque, che venne così catturato e immediatamente rimpatriato in Honduras nel Marzo 2004. Appena sceso dall'aereo, Coque chiese aiuto a gran voce, avendo riconosciuto alcuni sicari che si preparavano ad eliminarlo non appena avesse lasciato l'aeroporto di San Pedro Sula.
La fine di Coque e di tutta la sua stirpeNon essendosi ancora ripreso dalle sue gravi ferite, Coque fu dapprima portato all'ospedale di La Ceiba, da dove fu improvvisamente trasferito in elicottero al carcere di massima sicurezza di Támara, dove venne recluso nella clinica della prigione.
Nella sua stanza, in un letto a suo lato, completamente ricoperto di bende, attaccato ad una bombola di ossigeno e intubato in vari punti del corpo, c'era un altro uomo. Quando Coque chiese chi fosse, gli venne risposto che si trattava di un uomo ferito così gravemente che difficilmente sarebbe arrivato vivo all'indomani. Ma, alla mezzanotte di quel 18 Marzo 2004, quando tutti dormivano, quel “moribondo” si alzò dal letto e scaricò tutti i proiettili della pistola da nove millimetri che impugnava nel corpo di Coque. Dopodiché, tutte le porte si aprirono per lui e tranquillamente lasciò il carcere di massima sicurezza dell'Honduras.
Da quel giorno, i Cachiros, con Javier Rivera Maradiaga come loro leader indiscusso, divennero i signori della droga in Honduras, consolidando le loro alleanze con i loro omologhi del Sud e del Nord del continente. Nei tre anni successivi, fra il 2004 e il 2006, Javier e suo fratello Leonel, il più sanguinario di tutta la famiglia secondo varie testimonianze, eliminarono chiunque risultasse legato alla famiglia Echeverría Ramos. Uccisero o fecero uccidere padre, madre, fratelli, sorelle, cugine, cognati e cognate, zii e qualsiasi altro membro dell'estesa parentela, sia quelli che vivevano nella zona dell'Aguán, sia quelli ancora residenti nel luogo di origine, il dipartimento di Santa Bárbara. Si narra che la sorella di Coque, amante di Javier fino al giorno in cui fu ucciso Cachirito, sia riuscita a salvare la sua vita solo perché riuscì a fuggire per tempo negli Stati Uniti.
10 anni al comandoIl regno del cartello dei Cachiros è stato il più lungo nella storia del narcotraffico in Honduras: a partire dall'assassinio di Coque nel 2004 è durato fino alla consegna agli Stati Uniti di Javier Rivera, il 31 Gennaio 2015.
I Cachiros hanno esercitato un enorme potere reale nel Paese, superati in termini di durata solo dalla dittatura di Tiburcio Carías Andino (1932/1949), rimasto al potere poco più di 16 anni, e dai governi militari, che si sono assecondati al potere per circa 20 anni consecutivi. Oggi, il presidente Juan Orlando Hernández sembra orientato a raggiungere un record insuperabile, riformando la Costituzione per legittimare la sua rielezione all'infinito: Hernández aspira, infatti, a restare al governo 50 anni... La sua permanenza, almeno per un po', sembra convenire ai piani statunitensi in Honduras, “fotocopiati” dal Plan Colombia.
Qualcosa è andato stortoCosa hanno fatto i Cachiros nei loro dieci anni di potere? Molti politici, imprenditori, capi di polizia e ufficiali dell'esercito potrebbero rispondere a questa domanda in modo dettagliato. Importanti settori della politica, del commercio, delle forze armate, della giustizia, dell'intrattenimento, della finanza, e persino qualche ambito religioso, hanno avuto a che fare negli anni con questi fuorilegge ladri di bestiame diventati reucci del narcotraffico nell'Atlantico honduregno.
Vari deputati dell'attuale Congresso, decine di sindaci, procuratori, giudici, banchieri, imprenditori agroindustriali, commercianti, ufficiali dell'esercito e della polizia e, pure, qualche ex presidente della Repubblica, devono essere molto preoccupati e ansiosi di sapere cosa abbiano detto, o stiano per dire, alla DEA Javier e Leonel Rivera dopo la loro resa pattuita con gli Stati Uniti.
Secondo fonti che si muovono nel mondo sotterraneo della criminalità organizzata, l'affare Cachiros rappresenta per quei politici e uomini d'affari un autentico boomerang. Il piano per assassinarli e recidere così tutti i fili che potrebbero dimostrare la loro relazione con essi è naufragato con la resa dei due fratelli al governo degli Stati Uniti.
La morte di Juan GómezNel caso Cachiros è difficile separare la verità dalla speculazione. Quel che è certo è che il 22 Gennaio 2015, pochi giorni prima che Javier, il capo dei Cachiros, si consegnasse agli Stati Uniti, Juan Gómez Meléndez è stato ucciso da sicari in pieno giorno e in pieno centro della città di Tocoa. Si dice sia stato un omicidio, se non negoziato, almeno tollerato dagli statunitensi, quasi una concessione ai Cachiros nel quadro della negoziazione sulla loro resa alla DEA.
Se è vero che i Cachiros abbiano negoziato per molti mesi prima di arrendersi, tradendo i loro principali soci - il sindaco di Yoro, El Negro Lobo e il suo luogotenente, i fratelli Valle, Héctor Emilio Fernández, detto Don H -, può anche darsi che abbiano deciso di eliminare Juan Gómez. In primo luogo, perché le sue proprietà finissero allo Stato, in cambio del rispetto invece per le proprietà intestate ai loro padre, madre e sorella. In secondo luogo, perché i Cachiros non potevano rinunciare al loro principio: non lasciare in vita chi li aveva traditi. Giacché sapevano che Juan Gómez aveva cessato di essere il loro principale socio nel riciclaggio di denaro, essendo diventato il principale delatore delle attività del cartello in qualità di informatore della DEA.
La goccia che fa traboccare il vasoSecondo altri, Javier e Leonel Rivera stavano effettivamente negoziando la propria consegna agli Stati Uniti da molti mesi e tali negoziati includevano il destino delle loro proprietà, le informazioni che avrebbero dato e le condizioni della loro consegna, del processo e la durata della condanna che sarebbe stata inflitta loro negli Stati Uniti.
Ma la loro resa sarebbe maturata all'improvviso dopo l'omicidio di Juan Gómez, che ai loro occhi rappresentava la prova più evidente di come i loro (ex) soci e amici, politici ed imprenditori, fossero disposti ad eliminare i Cachiros per non far emergere le loro complicità con essi.
In tal senso, l'assassinio di Gómez sarebbe stato il segnale della fine del regno dei Cachiros e dell'inizio della attuale fase, in cui il nervosismo delle élites politiche ed imprenditoriali honduregne traspare in gran parte degli eventi. Molti di coloro che dichiarano pubblicamente la propria preoccupazione per la situazione del Paese, in realtà sono preda di questa congiuntura di nervi tesi e paura, non desiderando altro che uscire indenni da quanto dicano, o non dicano, i fratelli Cachiros negli Stati Uniti.
Vita e morte di Juan GómezSarebbe stato molto difficile immaginare un altro finale per la vita di Juan Gómez. La sua è la storia di un eterno prestanome, vissuto per fare ombra e proteggere l'ombra di gente potente. Il suo potere è sempre stato foraggiato, un regalo di quanti detenevano il vero potere. Mai ha brillato per luce propria, ma sempre per quella di altri. Ha vissuto meschinamente, lusingando quelli che stavano sopra di lui e umiliando quanti gli stavano sotto. Il suo compito era quello di un servo. Le sue quote di potere gli erano elemosinate da altri.
Negli anni '80, Juan Gómez era un civile, ma nessuno lo considerava tale, dal momento che era al servizio dei militari. I quali, però, lo disprezzavano perché lo consideravano un civile leccapiedi. Nel ruolo di delatore, segnalò vari dirigenti popolari, molti dei quali furono poi uccisi e gettati nel fiume Aguán o nelle piantagioni di palma africana (da olio, ndr). Per la sua fedeltà ai militari, alla fine degli anni '80 e durante gli anni '90 divenne governatore del dipartimento di Colón.
In seguito, per coprire affari sporchi legati al narcotraffico, si pose all'ombra del prominente politico ed eterno deputato di Colón, Óscar Nájera. Fu suo supplente in parlamento. Fino a quando, negli ultimi cinque anni di vita, si dedicò anima e cuore al riciclaggio del denaro dei Cachiros, attraverso una società di costruzioni e come loro prestanome in circa 120 imprese: dalle macchine alle case, dalle succursali di banche, persino, ad un cimitero privato.
Questo ruffiano degli uomini di potere non poteva che finire nel modo in cui è finito. Dopo essere stato assassinato, tutti quelli con cui era stato a contatto, hanno finto di non conoscerlo. Poche settimane dopo la sua morte, nessuno lo ricorda più come suo amico. Lo Stato ha sequestrato tutte le sue proprietà, portando via persino la sua vedova e la sua famiglia dalla casa dove aveva vissuto tutta la sua vita. E nessuno ha difeso quella famiglia. Oggi, nessuno vuole sentirlo nominare nei circoli che frequentava, tutti contaminati dagli affari sporchi di cui era prestanome. «Che si dice di Juan Gómez?», ho chiesto ad uno dei suoi vicini, a Tocoa. «Nessuno sa niente, nessuno dice niente, è passato un mese e sembra che non sia mai esistito o che sia morto molti anni fa», mi è stato risposto.
Lo volevano uccidereDicono che nelle trattative culminate con la consegna dei Cachiros, i negoziatori di parte statunitense abbiano prestato molta attenzione a non far trapelare informazioni sulla loro strategia ai servizi segreti honduregni, meno ancora al resto delle autorità governative, compreso il Presidente Hernández. Così si dice. Parimenti, sembra avere fondamento l'ipotesi che le autorità honduregne avessero un piano per eliminare i Cachiros, e questo Javier e Leonel lo sapevano.
I Cachiros non volevano in alcun modo essere catturati in Honduras perché, per essi, ciò avrebbe significato morte certa. Al contempo, i loro alleati in Honduras non volevano in alcun modo che fossero estradati negli Stati Uniti, in ragione delle informazioni in loro possesso. Da quando, a metà 2013, il presidente Obama si è detto preoccupato per l'esistenza della banda dei Cachiros, una delle più pericolose e potenti di Centroamerica e Messico, anche i soci e gli alleati interni dei Cachiros hanno cominciato a preoccuparsi.
Ma, per quanto volessero recidere i legami, gli affari e gli impegni erano arrivati ad essere così tanti, importanti, enormi, che non era possibile che non lasciassero impronte. Per questo, solo assassinando i Cachiros ne sarebbero usciti indenni o, almeno, non tanto implicati. Tuttavia, il governo degli Stati Uniti aveva già informazioni sufficienti, in alcuni casi dettagliate, sui legami politici ed economici dei mafiosi honduregni. In ogni caso, uccidere i Cachiros sarebbe stato essenziale per molti politici e uomini d'affari honduregni.
I molti favori del Cachiro maggioreDicono che nel dipartimento di Colón sia molto difficile trovare un commerciante, un banchiere, un imprenditore agroindustriale, un funzionario pubblico od un ufficiale delle forze armate, che non debba dei favori ai Cachiros, o che non abbia visto incrementare i propri profitti grazie ad essi...
Molta gente, e non solo ricca, deve loro dei favori. Quando nel Settembre 2013, dopo le parole di Obama, furono poste sotto sequestro varie proprietà e imprese dei Cachiros, circa duemila persone scesero in strada a Tocoa per protestare, chiedere che quei beni fossero restituiti alla famiglia Rivera e rendere pubblico riconoscimento ai benefici sociali che portavano le imprese di “don Javier Rivera”, come lo chiamavano tutti quando in pubblico si rivolgevano al Cachiro maggiore.
Nessuno sa esattamente quante, ma dai soldi dei Cachiros dipendevano diverse migliaia di famiglie della zona dell'Aguán e molte potrebbero testimoniare i favori e il buon trattamento ricevuto da “don Javier Rivera”.
“Porti i miei saluti all'Amico!”I Cachiros erano di fatto diventati lo Stato o, in ogni caso, le istituzioni statali avevano finito per eseguire le decisioni dei Cachiros. Un esempio del loro potere viene da questa storia. Una sera, un giovane con la sua fidanzata viaggiavano da La Ceiba a Tocoa su di un veicolo di lusso quando furono fermati ad un posto di blocco dalla polizia, nella zona di Aguán, per ispezionare il veicolo. Un ufficiale chiese al giovane i suoi documenti e sebbene non avesse niente a che vedere con i potenti Cachiros, pur facendo di cognome Rivera, l'ufficiale gli chiese, senza aspettarsi risposta: «Lei è un familiare dell'Amico?». Il giovane non rispose, il funzionario interpretò il silenzio come un sì e senza controllare il veicolo gli disse: «Buon viaggio, siamo qui per servirvi, la prego di portare i miei saluti all'Amico!».
La sicurezza impostaConvertiti in Stato, almeno nel dipartimento di Colón, i Cachiros erano riusciti a pacificare la zona. Molte persone non nascondevano di sentirsi più sicuri sotto il loro controllo, giacché i delinquenti ci pensavano due volte prima di commettere i loro crimini. A Tocoa, il centro urbano più importante del dipartimento, non c'erano bande giovanili, né rapine, né rapimenti e il tasso di mortalità per violenze era assai più basso che nel resto del Paese.
È noto che tra il 2009 e il 2011, i Cachiros svilupparono una campagna di “profilassi sociale”, eliminando le bande criminali che operavano nel corridoio fra Trujillo e La Ceiba, assaltando autobus. Tra gli eliminati ci furono anche alcuni ufficiali. Così, i Cachiros imposero l'ordine, di modo che la gente li riconoscesse e li ringraziasse.
Parla Obama ed inizia la campagnaLa campagna per catturare i Cachiros iniziò con le parole di Obama nel 2013. Di conseguenza, nel Settembre 2013, per ordine degli Stati Uniti vennero posti sotto sequestro alcune proprietà e vari conti bancari dei Cachiros: fra le prime, vastissime aziende di allevamento, nelle quali, per inciso, al momento dell'esproprio non fu trovata una sola mucca; ma anche i conti bancari erano stati azzerati o, comunque, non vi rimanevano che pochi spiccioli; e quando la polizia intervenne nello zoo Joya Grande (Grande Gioiello, ndr), dei Cachiros, tutti gli impiegati avevano abbandonato il posto.
Segnali tutti che questa prima operazione potrebbe essere stata concordata tra la DEA e la banda dei Cachiros. Tale ipotesi è rafforzata dal fatto che, parecchie settimane dopo quegli interventi, le proprietà furono restituite, se non ai Cachiros, a loro prestanome.
In quelle operazioni, le proprietà intestate a Juan Gómez non furono toccate, il che fa supporre che, o questo notorio personaggio facesse parte della trattativa tra i Cachiros e la DEA o fosse già diventato un collaboratore della DEA contro i Cachiros, consapevole, come i topi, che la nave stava affondando e, per questo, desideroso di essere il primo ad abbandonarla...
La cattura del NegroNell'arco di 16 mesi, fra il Settembre 2013 e il Gennaio 2015, il vento è cambiato per il narcoregno in Honduras. La pressione si è fatta più intensa nella seconda metà del 2014. Dapprima, sono stati arrestati personaggi di minor rilievo, molti nel quadro di regolamenti di conti o dispute territoriali tra capibanda locali. I colpi decisivi sono arrivati dopo, in un breve lasso di tempo e secondo la strategia ideata e condotta direttamente dagli statunitensi. Le autorità locali si sono limitate ad eseguire le operazioni sul terreno, in posizione subordinata ai gringos.
La prima cattura ha avuto un forte impatto mediatico. Arnoldo El Negro Lobo, un noto narcotrafficante che aveva accumulato un'enorme fortuna trasportando cocaina dall'Honduras agli Stati Uniti, è stato catturato il 27 Marzo 2014 in una delle sue residenze a San Pedro Sula, in un'operazione pianificata nel dettaglio dalla DEA ed eseguita da personale specializzato della polizia e dell'esercito honduregni. A Lobo è stato applicato per la prima volta il decreto di estradizione, adottato due anni prima dall'Honduras, al tempo in cui Juan Orlando Hernández era presidente del Congresso Nazionale. L'estradizione ha avuto luogo il 9 Maggio 2014.
Segue la cattura del sindaco di YoroIl 27 Luglio 2014, è stata la volta di Arnaldo Urbina, sindaco di Yoro, capoluogo dell'omonimo dipartimento, che faceva parte di un banda guidata dai fratelli Urbina e che, a differenza del modus operandi di molti signori della droga che cercano di coinvolgere la gente elargendo favori, avevano seminato il terrore nelle comunità, costringendo alcune di esse ad abbandonare in massa case e campi coltivati perché quelle terre servivano alle loro operazioni.
Il sindaco Urbina è stato processato e condannato per possesso illegale di armi, affari illeciti e altri reati; attualmente, è detenuto nel carcere di San Pedro Sula.
Presi anche Chancleta e Don HLa terza cattura è avvenuta l'11 settembre 2014 a La Ceiba: Juvin Alexander Suazo Peralta, alias Chancleta (Ciabatta, ndr), luogotenente del Negro Lobo è stato il secondo fra i capobanda ad essere estradato, il 28 Ottobre 2014.
La quarta cattura ha avuto luogo il 7 Ottobre 2014: anche Héctor Emilio Fernández Rosa, noto come Don H, uno dei principali trasportatori di droga verso gli Stati Uniti, strettamente legato alla banda dei Cachiros, è stato estradato, il 5 Febbraio 2015.
Sgominata la banda dei Valle di CopánLa quinta operazione di cattura è stata senza dubbio quella di maggiore impatto, anche mediatico. I potenti fratelli Valle Valle (Miguel Arnulfo, Luis Alonso, José Inocente e sua moglie Marlen Amaya Argueta) avevano la loro base nel dipartimento di Copán (a Nord, alla frontiera con il Guatemala, ndr). Dapprima è stata catturata una sorella, Digna Valle Valle, il 20 Luglio 2014, negli Stati Uniti, dove è stata subito processata e condannata ad una pena carceraria da scontare in una prigione statunitense. Poi, il 5 Ottobre 2014 sono stati catturati i tre fratelli e la moglie di José Inocente. Tutti estradati: Miguel Arnulfo e Luis Alonso, il 18 Dicembre 2014; José Inocente e sua moglie, il 23 Gennaio 2015. Saranno processati e, con ogni probabilità, condannati ad una pena carceraria negli Stati Uniti.
La cattura di questa potente banda familiare è stata accompagnata dall'espropriazione di decine di proprietà e svariati milioni di dollari, rinvenuti in sacchi sepolti nelle loro diverse proprietà. I fratelli Valle Valle controllavano tutto il narcotraffico al confine tra Honduras e Guatemala, nei dipartimenti di Copán e Santa Bárbara, disponevano delle autorità locali, e, per i loro legami con imprenditori e banchieri, rappresentavano il collegamento con i corridoi della droga controllati dai Cachiros. Nell'operazione culminata con la loro cattura sono stati via via abbandonati da tutti. Prima di salire sull'aereo che li portava negli Stati Uniti, Miguel Arnulfo, il capo della banda, ha minacciato: «Me ne vado con l'archivio dei nomi di chi ha tradito!».
Scontro fra due settori della PoliziaCi sono versioni diverse sulla cattura dei Valle realizzata dalle autorità honduregne. Un settore delle autorità, legato a funzionari corrotti e a politici, funzionari e imprenditori coinvolti nel business della droga, avrebbe dato l'ordine di non prenderli vivi al fine di eliminare ogni traccia, mentre un altro settore della polizia nazionale ufficiale, formato da ufficiali non coinvolti direttamente nella corruzione, sarebbe stato determinato ad eseguire la cattura e la successiva estradizione.
Tale conflitto sarebbe stato il motivo per cui l'allora ministro della Sicurezza, Arturo Corrales Álvarez, in collusione con potenti funzionari di polizia e seguendo direttive del più alto livello, avrebbe subitaneamente rimosso il direttore generale della Polizia Nazionale, il Commissario Ramón Sabillón e con essi il vertice dei loro ufficiali, sostituendolo con altri, dalla storia meno pulita.
Ripulendo l'immagineIl regno dei Cachiros è giunto al termine. Javier Rivera Maradiaga, 42 anni, e suo fratello Leonel, 38 anni, insieme al loro clan, sono stati dei capi molto potenti per oltre un decennio, superando la media di durata dei capi del narcotraffico honduregno, che non durano più di cinque anni.
Negli ultimi cinque anni prima di consegnarsi agli Stati Uniti, Javier Rivera ha cercato di ripulire la propria immagine apparendo in pubblico insieme a personalità della società ed investendo pubblicamente in una vasta gamma di imprese. Lo si è visto, per esempio, all'apertura di una stazione di servizio e di un centro commerciale di sua proprietà, seduto alla presidenza con Ramón Lobo Sosa, con il deputato Óscar Nájera e con un membro della potente famiglia Rosenthal, rappresentante il Banco Continental, attraverso cui Javier effettuava le sue transazioni.
Un patto nell'azienda dei CachirosSecondo voci di un certo fondamento, il rapporto di Javier Rivera con personalità della politica si sarebbe stretto a seguito della sua iscrizione al Partito Nazionale. Tuttavia, il sostegno che dava a sindaci e deputati delle zone da lui controllate trascendeva tale affiliazione.
Anche se il suo principale impegno politico era con il Partito Nazionale, si narra che i sindaci di Tocoa, Trujillo, Sonaguera, Iriona, Sabá, Oriental Bonito, tra gli altri municipi, gli dovessero, chi più chi meno, dei favori per il sostegno ricevuto dal Cachiro per finanziare le loro campagne elettorali.
Ma il suo grande impegno è stato nei confronti del Partito Nazionale. Pare che, dopo le primarie di questo partito, svoltesi nel Novembre 2012, la lotta tra il vincitore, Juan Orlando Hernández, e il perdente, Ricardo Álvarez, fosse arrivata all'estremo, con Álvarez che accusava Hernández di brogli, contestava i risultati e chiedeva un riconteggio dei voti. I vari leaders di partito propiziarono dialoghi e negoziati tra i due, fino a proporre un patto: Juan Orlando Hernández avrebbe promesso a Álvarez di candidarlo come suo vicepresidente. Quel patto, sancito il 7 Aprile 2013, sarebbe stato raggiunto, secondo varie fonti, in una delle tenute dei Cachiros, con Javier Rivera anfitrione e principale finanziatore della riunione, nel quale abbondarono carne arrosto e birra. All'ombra di Rivera fumarono il calumet della pace i due principali leaders del nazionalismo, che dal Gennaio 2014 sono Presidente e Designato Presidenziale (in pratica, primo vicepresidente, ndr).
Ma, finisce davvero qui?Il regno dei Cachiros è finito, ma i suoi effetti si faranno sentire per molto tempo ancora. Entrambi i capi sono vivi, in carcere e armati di informazioni fino ai denti. Vivi sono anche i loro principali soci. Tutti posseggono molte informazioni che, mai come nell'attuale scenario, costituiscono un'arma potente che può essere mortale per molti ancora in vita e non inquisiti.
Il regno criminale dei Cachiros non c'è più, ma gli Stati Uniti continuano ad essere il Paese con il più alto consumo di droghe nel pianeta e la droga continua ad essere portata dal Sudamerica negli Stati Uniti. E come nei primi anni '90 i signori della droga aprirono corridoi per il narcotraffico ed il territorio honduregno divenne allora lo spazio di maggiore importanza strategica per i narcos, non c'è dubbio che nuovi capi sostituiranno i Cachiros, cercando di sfruttare quanto, ed è molto, hanno investito in Honduras.
Morto il cane, guarita la rabbia?Secondo alcuni, in questa prima fase gli Stati Uniti non volevano altro che eliminare, catturare e neutralizzare i principali mafiosi. Tuttavia, gli USA sanno bene chi siano i soci di tali mafiosi nella politica e nel mondo degli affari honduregni. Perché allora non vogliono eliminare il business della droga, così redditizio, ma solo catturare i peggiori mafiosi? In ogni caso, resta da vedere quali relazioni continueranno ad avere gli Stati Uniti con gli onorevoli personaggi che furono soci dei Cachiros. Finora i loro piani e strategie, per il periodo 2013/2015, consistevano nel prevenire la minaccia che i mafiosi, i peggiori narcos, rappresentavano per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Ma, ora, ritengono che morto il cane sia stata eliminata anche la rabbia di cui era affetto? Eppoi, è davvero morto il cane? Per eliminare la rabbia sarà sufficiente catturare alcune delle più note canaglie?
E i soci del narcotraffico?Se i funzionari del governo degli Stati Uniti continuano ad avere rapporti con i politici, i banchieri e gli uomini d'affari che sono stati soci dei Cachiros, vogliono far credere di ignorare i loro legami con la criminalità organizzata, quando invece è un segreto di Pulcinella che siano non solo occasionalmente implicati ma dentro fino al collo negli affari illeciti? Forse, a debito momento, perseguiranno qualcuno di essi? Perché catturare solo il sindaco di Yoro, quando ci sono forti sospetti che molti altri sindaci, come lo furono quelli di El Paraíso o Copán, così come deputati dei dipartimenti di Colón, Copán, Santa Bárbara, Yoro, Cortés, tra gli altri, sono profondamente coinvolti nelle narcoattività?
Più militarizzazione?Benché siano stati decisivi nell'introdurre la droga in Honduras, nonché responsabili della violenza legata al narcotraffico nel Paese, i Cachiros sono solo un capitolo della storia. Oggi, di questo “albero caduto” molti vogliono far legna per nascondere le proprie responsabilità. Alcuni vorrebbero usarli come capri espiatori, altri come argomento per militarizzare ulteriormente la regione del Aguán. A tal fine, dicono che con la scomparsa dei Cachiros sono riapparse nell'Aguán l'instabilità lavorativa e, soprattutto, la criminalità e la disgregazione sociale. La militarizzazione dell'Honduras è anche uno degli aspetti del Plan Colombia che gli Stati Uniti intendono applicare nel Paese.
Saranno gli stessiChi succederà o già sta succedendo ai Cachiros? Dopo aver catturato i principali mafiosi, il governo degli Stati Uniti sembra deciso a passare ad un'altra fase: attaccare a suon di dollari le cause che hanno originato la violenza, la criminalità organizzata e l'immigrazione. Un miliardo di dollari all'anno e per cinque anni sono stati annunciati dall'Alleanza per la Prosperità a favore di tutti e tre i Paesi del Triangolo Nord centroamericano. Nel caso dell'Honduras, alleandosi con gli stessi personaggi che appaiono vincolati alla violenza e alla criminalità organizzata.
Il capitolo che segue quello dei Cachiros si sta appena cominciando a scrivere. Non vi è dubbio che, con altri nomi e altre facce, i mafiosi risorgeranno. E loro alleati, più o meno gli stessi, continueranno ad essere politici, imprenditori e ufficiali dell'esercito e della polizia, appartenenti a quel coacervo di persone ed interessi su cui il governo degli Stati Uniti insiste nel voler costruire uno scenario diverso per l'Honduras.

HONDURAS / Così è finito il regno del cartello narco dei Cachiros

 

Di Ismael Moreno, corrispondente dall'Honduras. Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

 

Da quando, a metà 2013, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama segnalò “la banda dei Cachiros” come uno dei più pericolosi cartelli di narcotrafficanti in Centroamérica e México, è iniziato il declino di questo gruppo mafioso, conclusosi con la resa dei capi della banda alla Drug Enfoncement Administration (DEA, l'agenzia federale statunitense per la lotta al narcotraffico), nel Gennaio 2015. Cosa accadrà adesso?

 

 

La criminalità in Honduras, Paese considerato il più violento del mondo, è strettamente legata al narcotraffico. La situazione è sfuggita di mano agli Stati Uniti, che hanno lanciato nel Paese centroamericano una versione del Plan Colombia – che ha portato ad una militarizzazione di quel Paese ed a negoziati con i grandi signori della droga colombiani, un piano che gli Stati Uniti presentano come un grande successo della loro politica estera –.

In Honduras, il primo passo di tale piano sono state, nel 2013, le dichiarazioni del presidente Obama che segnalavano Los Cachiros come una pericolosa mafia centroamericana. Nel Settembre 2014, quindi, ha avuto inizio la caccia ai mafiosi più in vista, che ha portato alla cattura di vari di essi, culminata, nel Gennaio 2015, con la resa dei due capi dei Cachiros negli Stati Uniti. Del resto, essi non avevano alternative: o si consegnavano o correvano il rischio di venir catturati e uccisi. Così, Leonel Rivera Maradiaga ha negoziato la sua resa alle Bahamas, mentre Javier Rivera Maradiaga si è consegnato a Miami.

L'intento degli Stati Uniti è sgominare i gruppi mafiosi del business della droga. L'Alleanza per la Prosperità dei tre Paesi del Triangolo Nord centroamericano (El Salvador, Honduras e Guatemala, ndr) sembra una versione del Plan Colombia che gli Stati Uniti intendono applicare all'Honduras. Tuttavia, la società honduregna è talmente attraversata dalla criminalità organizzata, dalle sue cause e dai suoi effetti, che forse questi piani arrivano troppo tardi.

 

Don Isidro il Patriarca

 

Ripercorriamo la storia della famiglia Rivera Maradiaga, da cui sono nati i Cachiros. Il patriarca, Isidro Rivera Cardona, è un uomo religioso, che va a messa tutte le domeniche, fervente devoto di San Isidro Labrador (santo assai venerato in Centroamerica, considerato patrono degli agricoltori spagnoli, ma non solo di essi, ndr). Ogni anno, senza eccezione e fino al 2014, alla vigilia della festa del santo, la sera del 14 Maggio, don Isidro ha partecipato alla costruzione del jacalito, una piccola tettoia fatta di rami di albero dove i devoti depositano frutti e animali come offerte al santo per le grazie ricevute. Inoltre, anno dopo anno, don Isidro ha sempre preso in spalla l'immagine del santo, portandola dal tempio al jacalito e il giorno dopo, festa di San Isidro, riportandola al tempio, accendendole decine di candele in un tripudio di fuochi d'artificio. Ogni Domenica alle sette di sera, nello stesso posto e sempre in piedi, per decenni, don Isidro ha seguito la messa a Tocoa, dipartimento di Colón.

Anche Esperanza Maradiaga, sua moglie, è una devota cattolica. Nel quartiere La Esperanza di Tocoa è sempre stata attiva nei gruppi di approfondimento biblico.

La famiglia di don Isidro è originaria di Gualaco, nel dipartimento di Olancho, terra di uomini rudi ed operosi, leali fino alla morte con i loro amici e vendicativi altrettanto fino alla morte se vittime di un torto. Tra di loro non c'è perdono possibile per il tradimento e solo la morte dirime i conflitti. La famiglia di don Isidro è migrata da Gualaco a Colón una settantina di anni fa, fuggendo da qualche vendetta, quando lui non era ancora nato. E per tutta la vita, la famiglia Rivera Maradiaga è sempre stata sul “chi va là”, di fronte ad un possibile attacco in risposta all'offesa per la quale erano dovuti fuggire dalle loro terre.

 

Un ladro di bestiame

 

In Olancho, nessuno chiama “Isidro” chi porti questo nome. Tutti gli Isidros sono detti Cachiros. Il padre di don Cachiro Rivera si chiamava anche lui don Cachiro. E così si chiamava anche suo nonno. E siccome non poteva essere altrimenti, anche un figlio di don Cachiro Rivera, e almeno tre o quattro nipoti sono stati battezzati con il nome di Isidro e tutti erano nuovi Cachiros.

Don Cachiro Rivera ha oggi 67 anni ed una salute a prova di artrite, indigestioni e pressione arteriosa. È famoso per la sua devozione assoluta a San Isidro e, pure, per essere un ladro di bestiame. Tutti lo sanno, ma nessuno lo dice ad alta voce. Abigeo è denominato chi commetta tale reato. Quando ormai la fama, il denaro e il potere avevano portato don Isidro ed i suoi figli, i Cachiros, così in alto che mai avrebbero immaginato, si dice che un giorno viaggiando su una delle decine di Toyota Prado che posseggono, guidata da suo figlio Javier, una mucca abbia loro tagliato la strada; al che il vecchio Cachiro avrebbe gridato: "Fermati, c'è una mucca e la voglio!"

 

Tutto ebbe inizio col furto di una vitella

 

Non si sa se siano leggende o storie vere, ma si narra che il suo abigeato sia cominciato quando il vecchio Cachiro si impadronì di una vitella di un suo compare, don Manuel. Le due proprietà erano contigue ed un giorno la vitella di don Manuel scomparve. Questi la cercò per tutta la sua tenuta, finché la avvistò tra il bestiame di don Cachiro. Allora, don Manuel andò a reclamarla. «Quale vitella?», chiese serio don Cachiro. «Quella, compare», disse Manuel indicando l'animale. «No, compare, ti sbagli, quella vitella è mia. Se la vuoi, fammi un'offerta per iniziare la trattativa», disse don Cachiro. Don Manuel decise allora di sporgere denuncia e il giudice di pace si recò nella tenuta di don Cachiro. Non sapendo chi di loro dicesse la verità, prese la saggia decisione di mettere due uomini a uguale distanza dalla vitella e chiese loro di chiamarla. A seconda di dove si fosse diretta la vitella, si sarebbe potuto stabilire il suo proprietario. Il test durò poco, perché non appena don Manuel iniziò a chiamarla e a battere le mani la vitella si diresse verso di lui. Tuttavia, pochi giorni dopo la vitella scomparve di nuovo e per sempre dal recinto don Manuel. Così don Cachiro iniziò la sua carriera di ladro di bestiame.

 

Alla base del suo impero economico: bestiame e marijuana

 

Alla fine degli anni '80, nelle vaste e disabitate montagne di Colón, sulla riva destra del fiume Aguán, don Cachiro, insieme a vari suoi amici olanchanos, cominciarono a seminare marijuana. Le coltivazioni di questa pianta si confondevano tra i campi di mais e fagioli. Fu così che, trasportando marijuana, i tre figli di don Cachiro cominciarono a farsi conoscere nel mondo del narcotraffico.

In quel modo, Javier, Leonel e Isidro – detto Cachirito, perché il più piccolo dei tre smisero di collaborare con loro padre nel furto di bestiame per diventare spacciatori di marijuana nel corridoio che dalla zona dell'Aguán porta a San Pedro Sula (la più importante città honduregna, sita a Nord-Est; ndr).

Presto quel corridoio si estese fino al confine con il Guatemala attraverso i dipartimenti (province, ndr) occidentali di Santa Bárbara e Copán, dove i Cachiros stabilirono alleanze con gli allevatori della zona, che già conoscevano, dal momento che fino a lì portavano il bestiame rubato nei recinti di Colón e Olancho.

In seguito, si allearono con altri allevatori del dipartimento di Izabal, in Guatemala, per contrabbandare, oltre al bestiame, la marijuana. Così posero le basi del lucroso affare. Come abigei, i Cachiros erano insuperabili. Come trafficanti di droga, hanno dovuto cominciare da apprendisti.

 

La connessione colombiana

 

Nei loro viaggi, ebbero modo di conoscere il mondo dei cartelli colombiani; sicuramente quando erano subordinati ai referenti che gli stessi colombiani avevano in Honduras, probabilmente legati ad un altro olanchano, Ramón Matta Ballesteros, uno dei più vecchi e importanti capi del narcotraffico in Honduras, catturato dalla DEA nell'Aprile del 1988, complice di militari e politici honduregni, accusato dell'assassinio di Enrique (Kiki) Camarena (un agente della DEA infiltrato nei cartelli, sequestrato dai narcos nel Febbraio 1985 e, quindi, torturato e barbaramente ucciso; ndr). Matta Ballesteros venne estradato negli Stati Uniti e condannato all'ergastolo in un carcere di massima sicurezza del Colorado.

Anche se già a partire dagli anni '70 il territorio honduregno era utilizzato per trasportare la droga colombiana, è negli anni '90, dopo che gli Stati Uniti erano riusciti ad eliminare Pablo Escobar (boss del narcotraffico colombiano, ndr) nel Dicembre 1993, che il narcotraffico in Honduras si consolida, a seguito di una ridefinizione delle rotte da parte dei capi colombiani. Già a metà degli anni '90, la Moskitia, Colón e Olancho erano diventate zone strategiche per il transito di cocaina verso il México e gli USA.

 

Gli strategici corridoi honduregni

 

I Cachiros iniziarono come peones di capi molto esperti. I contatti con i cartelli colombiani sarebbero avvenuti nella Moskitia, un vasto territorio di nessuno, spopolato, con coste prive di controllo alcuno verso il Nicaragua e il mondo. I capi colombiani facevano arrivare la cocaina via mare o aria, e dalla Moskitia honduregna la trasportavano verso le Islas de la Bahía (Isole della Baia: Utila, Roatán, Guanaja, ndr) e, da lì, verso il Guatemala, il México o gli Stati Uniti. Ma entrava anche in territorio honduregno attraverso vari corridoi.

Il più importante sarebbe stato quello di Colón: attraverso il vasto municipio di Iriona, arrivava a Colón e, quindi, attraverso i dipartimenti settentrionali di Atlántida, Yoro e Cortés, e creando un'importante infrastruttura a San Pedro Sula, piegava verso occidente attraverso i dipartimenti di Santa Bárbara e Copán e, da lì, raggiungeva il Guatemala.

Un altro corridoio era quello che dalla Moskitia passava per il dipartimento di Olancho, attraversava Tegucigalpa (la capitale del Paese, ndr) e proseguendo nel Sud del Paese entrava nel Salvador e, poi, in Guatemala, in direzione México.

Sul finire del XX secolo, i fratelli Rivera Maradiaga erano già totalmente impegnati con i cartelli della droga internazionali. Javier era riuscito a diventare il numero due al comando del cartello dell'Atlantico e, dopo una disputa feroce che si concluse, nel Marzo 2004, con la morte di Jorge Aníbal Echeverría Ramos, noto come Coque, era diventato il più potente acquirente di cocaina dai cartelli colombiani e venezuelani, nonché il più grande rivenditore della stessa droga ai cartelli messicani, in particolare quello di Sinaloa.

 

Coque: capo del cartello dell'Atlantico

 

Coque è stato ucciso prima che compisse 30 anni, ma già a quell'età era in grado di imporre la sua legge, comprando politici, ufficiali dell'esercito e della polizia e funzionari del sistema giudiziario; o negoziando con essi. Era diventato il signore della droga in Honduras come capo del cartello dell'Atlantico ed era riuscito a trasformare l'Honduras in un ponte aereo e marittimo nel transito di cocaina tra Colombia, México e Stati Uniti. In pratica, rappresentava il raccordo strategico tra i signori della droga colombiani ed il cartello di Sinaloa, guidato da Joaquín El Chapo Guzmán.

Era riuscito a stabilire legami molto stretti con le autorità civili, le forze armate e di polizia. Si dice che, a metà degli anni '90, Coque frequentasse importanti politici del dipartimento di Colón, riuscendo a fare in modo che alcuni di loro acquistassero migliaia di ettari nei dipartimenti di Colón e Gracias a Dios, per costruirvi piste di atterraggio per il narcotraffico, consolidando così il corridoio tra la Moskitia e il resto di Honduras.

Insediatosi nella comunità di Francia, tra il municipio di Bonito Oriental e quello di Limón, a Nord-Est del leggendario municipio di Trujillo, sull'Atlantico, Coque riuscì a costruire un impero, nel quale i fratelli Cachiros occupavano un posto di rilievo nelle decisioni da prendere.

 

Il controllo della polizia

 

Coque riuscì anche a stringere relazioni con i politici nel Nord-Est dell'Honduras, al punto da fidanzarsi con Margarita Lobo, figlia di Ramón Lobo Sosa, fratello dell'ex Presidente della Repubblica Lobo. Ramón, il più grande dei caudillos della regione negli ultimi quarant'anni, era allora deputato al Congresso per il Partito Nazionale. All'epoca, cioè verso la fine del secolo scorso, era noto, inoltre, che Coque mantenesse stretti rapporti con ufficiali dell'esercito ed avesse posto le basi per controllare tutti i capi della polizia che venissero destinati al dipartimento di Colón. Secondo fonti confermate, un altro figlio di Ramón Lobo Sosa, Jorge Lobo, così come un altro figliastro e diversi cugini e nipoti, facevano parte del cartello guidato da Coque, quel ragazzo oriundo di Macuelizo, nel dipartimento di Santa Bárbara, anch'egli proveniente da una famiglia profondamente cattolica.

 

I Cachiros iniziano la disputa per il territorio

 

Molto ben posizionata nella gerarchia del cartello diretto da Coque, la famiglia Cachiro, sotto la guida di Javier, cominciò a dare segni di voler strappare a Coque il controllo del cartello. Per questo, i Cachiros aprirono linee dirette e canali di coordinamento autonomo con i signori della droga colombiani, e cominciarono a creare le proprie strutture di sicurezza e di trasporto della droga, sfruttando le consolidate reti del contrabbando di bestiame che per molti anni avevano stabilito tra il dipartimento di Colón e la frontiera con il Guatemala, passando per San Pedro Sula.

E proprio come Coque era riuscito a portare dalla sua il caudillo e politico più importante della regione conquistando una delle sue figlie, Javier Rivera rafforzò il rapporto con Coque, diventando l'amante di una delle sue sorelle. Tuttavia, la lotta per il controllo del cartello era assai più emozionante che la passione sentimentale e ben presto emersero i primi segnali di sfiducia e di scontro.

 

Una guerra a morte

 

Il momento della rottura venne il 22 Marzo 2003, quando sotto gli influssi dell'alcol e nel calore di un litigio per affari di cuore, il fratello minore dei Cachiros, Isidro Rivera, detto El Cachirito, fece a botte con Coque in una taverna di Tocoa, Los talibanes. Nello scontro, Coque uccise Cachirito e ferì vari collaboratori dei Cachiros.

Si scatenò allora una guerra fra la gente dei Cachiros e quella di Coque. Il sangue cominciò a scorrere, perché l'obiettivo dei Cachiros non era solo farla finita con Coque, ma con tutto il suo parentado, perché non rimanesse seme “che desse continuità al suo sangue”, come recitavano le minacce a quel tempo proferite dai Cachiros.

 

Ferito due volte, ma vivo

 

Il 19 Ottobre 2003, i Cachiros vennero a sapere che il loro nemico si muoveva per San Pedro Sula e, così, organizzarono un agguato. Coque viaggiava con la sua amante Margarita Lobo e un nutrito gruppo di guardie del corpo, quando in pieno giorno e in mezzo alla via furono attaccati da un commando dei Cachiros. Coque e la sua compagna furono gravemente feriti, ma non morirono. Dopo vari giorni di ricovero presso una clinica privata, strettamente sorvegliata dai suoi uomini che pure ammazzarono un infiltrato giunto alla clinica per ucciderli, Coque e Margarita riuscirono a partire per Cuba, grazie a varie mani invisibili dell'alta politica honduregna che fece avere loro, come per magia, passaporti e visti, nel lasso di tempo di un pomeriggio!

L'emergenza era importante: nel migliore dei casi, se Coque fosse rimasto in quella clinica avrebbe perso il suo braccio destro. Nel peggiore dei casi, sarebbe stato esposto a nuovi tentativi di omicidio. A Cuba, trascorse due mesi. Nel febbraio 2004, Coque decise di trasferirsi in Costa Rica per finire la sua convalescenza e, da lì, organizzare il suo ritorno in Honduras. Ricoverato in una clinica di Escazú, il 18 Febbraio 2004, rimase vittima di un nuovo tentativo di eliminazione: uomini armati e incappucciati fecero irruzione nella sua stanza e gli spararono tre colpi. Rimase gravemente ferito, ma ancora una volta in vita.

 

Il patto fra colombiani e Cachiros

 

Nel frattempo, i Cachiros si erano impadroniti del controllo di tutti i corridoi del traffico di cocaina e avevano stabilito nuovi accordi con i signori della droga di Colombia e México. Secondo alcuni, il tentativo di assassinare Coque in Costa Rica sarebbe stato perpretato dai colombiani, decisi ad eliminarlo come principale intermediario e interlocutore del narcotraffico in Honduras, a dimostrazione del nuovo patto stabilito con i Cachiros.

Consapevole del pericolo che correva in qualsiasi clinica del Costa Rica, Coque fuggì allora a Panamá, con tanto di flebo ancora nelle vene. Le autorità panamegne furono, però, avvertite – da quali potenti voci? – della presenza di Coque, che venne così catturato e immediatamente rimpatriato in Honduras nel Marzo 2004. Appena sceso dall'aereo, Coque chiese aiuto a gran voce, avendo riconosciuto alcuni sicari che si preparavano ad eliminarlo non appena avesse lasciato l'aeroporto di San Pedro Sula.

 

La fine di Coque e di tutta la sua stirpe

 

Non essendosi ancora ripreso dalle sue gravi ferite, Coque fu dapprima portato all'ospedale di La Ceiba, da dove fu improvvisamente trasferito in elicottero al carcere di massima sicurezza di Támara, dove venne recluso nella clinica della prigione.

Nella sua stanza, in un letto a suo lato, completamente fasciato, attaccato ad una bombola di ossigeno e intubato in vari punti del corpo, c'era un altro uomo. Quando Coque chiese chi fosse, gli venne risposto che si trattava di un uomo ferito così gravemente che difficilmente sarebbe arrivato vivo all'indomani. Ma, alla mezzanotte di quel 18 Marzo 2004, quando tutti dormivano, quel “moribondo” si alzò dal letto e scaricò tutti i proiettili della pistola da nove millimetri che impugnava nel corpo di Coque. Dopodiché, tutte le porte si aprirono per lui e tranquillamente lasciò il carcere di massima sicurezza dell'Honduras.

Da quel giorno, i Cachiros, con Javier Rivera Maradiaga come loro leader indiscusso, divennero i signori della droga in Honduras, consolidando le loro alleanze con i loro omologhi del Sud e del Nord del continente. Nei tre anni successivi, fra il 2004 e il 2006, Javier e suo fratello Leonel, il più sanguinario di tutta la famiglia secondo varie testimonianze, eliminarono chiunque risultasse legato alla famiglia degli Echeverría Ramos. Uccisero o fecero uccidere padre, madre, fratelli, sorelle, cugine, cognati e cognate, zii e qualsiasi altro membro dell'estesa parentela, sia quelli che vivevano nella zona dell'Aguán, sia quelli ancora residenti nel luogo di origine, il dipartimento di Santa Bárbara. Si narra che la sorella di Coque, amante di Javier fino al giorno in cui fu ucciso Cachirito, sia riuscita a salvare la sua vita perché riuscì a fuggire per tempo negli Stati Uniti.

 

10 anni al comando

 

Il regno del cartello dei Cachiros è stato il più lungo nella storia del narcotraffico in Honduras: a partire dall'assassinio di Coque nel 2004 è durato fino alla consegna agli Stati Uniti di Javier Rivera, il 31 Gennaio 2015.

I Cachiros hanno esercitato un enorme potere reale nel Paese, superati solo in termini di anni dalla dittatura di Tiburcio Carías Andino (1932/1949), rimasto al potere poco più di 16 anni, e dai governi militari, che si sono assecondati al potere per circa 20 anni consecutivi. Oggi, il presidente Juan Orlando Hernández sembra orientato a raggiungere un record insuperabile, riformando la Costituzione per legittimare la sua rielezione all'infinito: Hernández aspira, infatti, a restare al governo 50 anni... La sua permanenza, almeno per un po', sembra convenire ai piani statunitensi in Honduras, “fotocopiati” dal Plan Colombia.

 

Qualcosa è andato storto

 

Cosa hanno fatto i Cachiros nei loro dieci anni di potere? Molti politici, imprenditori, capi di polizia e ufficiali dell'esercito potrebbero rispondere a questa domanda in modo dettagliato. Importanti settori della politica, del commercio, delle forze armate, della giustizia, dell'intrattenimento, della finanza, e persino qualche ambito religioso, hanno avuto a che fare negli anni con questi fuorilegge ladri di bestiame diventati reucci del narcotraffico nell'Atlantico honduregno.

Vari deputati dell'attuale Congresso, decine di sindaci, procuratori, giudici, banchieri, imprenditori agroindustriali, commercianti, ufficiali dell'esercito e della polizia e, pure, qualche ex presidente della Repubblica, devono essere molto preoccupati e ansiosi di sapere cosa abbiano detto, o stiano per dire, alla DEA Javier e Leonel Rivera dopo la loro resa pattuita con gli Stati Uniti.

Secondo fonti che si muovono nel mondo sotterraneo della criminalità organizzata, l'affare Cachiros rappresenta per quei politici e uomini d'affari un autentico boomerang. Il piano per assassinarli e recidere così tutti i fili che potrebbero dimostrare la loro relazione con essi è naufragato con la resa dei due fratelli al governo degli Stati Uniti.

 

La morte di Juan Gómez

 

Nel caso Cachiros è difficile separare la verità dalla speculazione. Quel che è certo è che il 22 Gennaio 2015, pochi giorni prima che Javier, il capo dei Cachiros, si consegnasse agli Stati Uniti, Juan Gómez Meléndez è stato ucciso da sicari in pieno giorno e in pieno centro della città di Tocoa. Si dice sia stato un omicidio, se non negoziato, almeno tollerato dagli statunitensi, quasi una concessione ai Cachiros nel quadro della negoziazione sulla loro resa alla DEA.

Se è vero che i Cachiros abbiano negoziato per molti mesi prima di arrendersi, tradendo i loro principali soci - il sindaco di Yoro, El Negro Lobo e il suo luogotenente, i fratelli Valle, Héctor Emilio Fernández, detto Don H -, può anche darsi che abbiano deciso di eliminare Juan Gómez. In primo luogo, perché le sue proprietà finissero allo Stato, in cambio del rispetto invece per le proprietà intestate ai loro padre, madre e sorella. In secondo luogo, perché i Cachiros non potevano rinunciare al loro principio: non lasciare in vita chi li aveva traditi. Giacché sapevano che Juan Gómez aveva cessato di essere il loro principale socio nel riciclaggio di denaro, essendo diventato il principale delatore delle attività del cartello in qualità di informatore della DEA.

 

La goccia che fa traboccare il vaso

 

Secondo altri, Javier e Leonel Rivera stavano effettivamente negoziando la propria consegna agli Stati Uniti da molti mesi prima e tali negoziati includevano il destino delle loro proprietà, le informazioni che avrebbero dato e le condizioni della loro consegna, del processo e la durata della condanna che sarebbe stata inflitta loro negli Stati Uniti.

Ma la loro resa sarebbe maturata all'improvviso dopo l'omicidio di Juan Gómez, che ai loro occhi rappresentava la prova più evidente di come i loro (ex) soci e amici, politici ed imprenditori, fossero disposti ad eliminare i Cachiros per non far emergere le loro complicità con essi.

In tal senso, l'assassinio di Gómez sarebbe stato il segnale della fine del regno dei Cachiros e dell'inizio della attuale fase, in cui il nervosismo delle élites politiche ed imprenditoriali honduregne traspare in gran parte degli eventi. Molti di coloro che dichiarano pubblicamente la propria preoccupazione per la situazione del Paese, in realtà sono preda di questa congiuntura di nervi tesi e paura, non desiderando altro che uscire indenni da quanto dicano, o non dicano, i fratelli Cachiros negli Stati Uniti.

 

Vita e morte di Juan Gómez

 

Sarebbe stato molto difficile immaginare un altro finale per la vita di Juan Gómez. La sua è la storia di un eterno prestanome, vissuto per fare ombra e proteggere l'ombra di gente potente. Il suo potere è sempre stato foraggiato, un regalo di quanti detenevano il vero potere. Mai ha brillato per luce propria, ma sempre per quella di altri. Ha vissuto meschinamente, lusingando quelli che stavano sopra di lui e umiliando quanti gli stavano sotto. Il suo compito era quello di un servo. Le sue quote di potere gli erano elemosinate da altri.

Negli anni '80, Juan Gómez era un civile, ma nessuno lo considerava tale, dal momento che era al servizio dei militari. I quali, però, lo disprezzavano perché lo consideravano un civile leccapiedi. Nel ruolo di delatore, segnalò vari dirigenti popolari, molti dei quali furono poi uccisi e gettati nel fiume Aguán o nelle piantagioni di palma africana (da olio, ndr). Per la sua fedeltà ai militari, alla fine degli anni '80 e durante gli anni '90 divenne governatore del dipartimento di Colón.

In seguito, per coprire affari sporchi legati al narcotraffico, si pose all'ombra del prominente politico ed eterno deputato di Colón, Óscar Nájera. Fu suo supplente in parlamento. Fino a quando, negli ultimi cinque anni di vita, si dedicò anima e cuore al riciclaggio del denaro dei Cachiros, attraverso una società di costruzioni e come loro prestanome in circa 120 imprese: dalle macchine alle case, dalle succursali di banche, persino, ad un cimitero privato.

Questo ruffiano degli uomini di potere non poteva che finire nel modo in cui è finito. Dopo essere stato assassinato, tutti quelli con cui era stato a contatto, hanno finto di non conoscerlo. Poche settimane dopo la sua morte, nessuno lo ricorda più come suo amico. Lo Stato ha sequestrato tutte le sue proprietà, portando via persino la sua vedova e la sua famiglia dalla casa dove aveva vissuto tutta la sua vita. E nessuno ha difeso quella famiglia. Oggi, nessuno vuole sentirlo nominare nei circoli che frequentava, tutti contaminati dagli affari sporchi di cui era prestanome. «Che si dice di Juan Gómez?», ho chiesto ad uno dei suoi vicini, a Tocoa. «Nessuno sa niente, nessuno dice niente, è passato un mese e sembra che non sia mai esistito o che sia morto molti anni fa», mi è stato risposto.

 

Lo volevano uccidere

 

Dicono che nelle trattative culminate con la consegna dei Cachiros, i negoziatori di parte statunitense abbiano prestato molta attenzione a non far trapelare informazioni sulla loro strategia ai servizi segreti honduregni, meno ancora al resto delle autorità governative, compreso il Presidente Hernández. Così si dice. Parimenti, sembra avere fondamento l'ipotesi che le autorità honduregne avessero un piano per eliminare i Cachiros, e questo Javier e Leonel lo sapevano.

I Cachiros non volevano in alcun modo essere catturati in Honduras perché, per essi, ciò avrebbe significato morte certa. Al contempo, i loro alleati in Honduras non volevano in alcun modo che fossero estradati negli Stati Uniti, in ragione delle informazioni in loro possesso. Da quando, a metà 2013, il presidente Obama si è detto preoccupato per l'esistenza della banda dei Cachiros, una delle più pericolose e potenti di Centroamerica e Messico, anche i soci e gli alleati interni dei Cachiros hanno cominciato a preoccuparsi.

Ma, per quanto volessero recidere i legami, gli affari e gli impegni erano arrivati ad essere così tanti, importanti, enormi, che non era possibile che non lasciassero impronte. Per questo, solo assassinando i Cachiros ne sarebbero usciti indenni o, almeno, non tanto implicati. Tuttavia, il governo degli Stati Uniti aveva già informazioni sufficienti, in alcuni casi dettagliate, sui legami politici ed economici dei mafiosi honduregni. In ogni caso, uccidere i Cachiros sarebbe stato essenziale per molti politici e uomini d'affari honduregni.

 

I molti favori del Cachiro maggiore

 

Dicono che nel dipartimento di Colón sia molto difficile trovare un commerciante, un banchiere, un imprenditore agroindustriale, un funzionario pubblico od un ufficiale delle forze armate, che non debba dei favori ai Cachiros, o che non abbia visto incrementare i propri profitti grazie ad essi...

Molta gente, e non solo ricca, deve loro dei favori. Quando nel Settembre 2013, dopo le parole di Obama, furono poste sotto sequestro varie proprietà e imprese dei Cachiros, circa duemila persone scesero in strada a Tocoa per protestare, chiedere che quei beni fossero restituiti alla famiglia Rivera e rendere pubblico riconoscimento ai benefici sociali che portavano le imprese di “don Javier Rivera”, come lo chiamavano tutti quando in pubblico si rivolgevano al Cachiro maggiore.

Nessuno sa esattamente quante, ma dai soldi dei Cachiros dipendevano diverse migliaia di famiglie della zona dell'Aguán e molte potrebbero testimoniare i favori e il buon trattamento ricevuto da “don Javier Rivera”.

 

Porti i miei saluti all'Amico!”

 

I Cachiros erano di fatto diventati lo Stato o, in ogni caso, le istituzioni statali avevano finito per eseguire le decisioni dei Cachiros.

Un esempio del loro potere viene da questa storia. Una sera, un giovane con la sua fidanzata viaggiavano da La Ceiba a Tocoa su di un veicolo di lusso quando furono fermati ad un posto di blocco dalla polizia, nella zona di Aguán, per ispezionare il veicolo. Un ufficiale chiese al giovane i suoi documenti e sebbene non avesse niente a che vedere con i potenti Cachiros, pur facendo di cognome Rivera, l'ufficiale gli chiese, senza aspettarsi risposta: «Lei è un familiare dell'Amico?». Il giovane non rispose, il funzionario interpretò il silenzio come un sì e senza controllare il veicolo gli disse: «Buon viaggio, siamo qui per servirvi, la prego di portare i miei saluti all'Amico!».

 

La sicurezza imposta

 

Convertiti in Stato, almeno nel dipartimento di Colón, i Cachiros erano riusciti a pacificare la zona. Molte persone non nascondevano di sentirsi più sicuri sotto il loro controllo, giacché i delinquenti ci pensavano due volte prima di commettere i loro crimini. A Tocoa, il centro urbano più importante del dipartimento, non c'erano bande giovanili, né rapine, né rapimenti e il tasso di mortalità per violenze era assai più basso che nel resto del Paese.

È noto che tra il 2009 e il 2011, i Cachiros svilupparono una campagna di “profilassi sociale”, eliminando le bande criminali che operavano nel corridoio fra Trujillo e La Ceiba, assaltando autobus. Tra gli eliminati ci furono anche alcuni ufficiali. Così, i Cachiros imposero l'ordine, di modo che la gente li riconoscesse e li ringraziasse.

 

Parla Obama ed inizia la campagna

 

La campagna per catturare i Cachiros iniziò con le parole di Obama nel 2013. Di conseguenza, nel Settembre 2013, per ordine degli Stati Uniti vennero posti sotto sequestro alcune proprietà e vari conti bancari dei Cachiros: fra le prime, vastissime aziende di allevamento, nelle quali, per inciso, al momento dell'esproprio non fu trovata una sola mucca; anche i conti bancari erano stati azzerati o, comunque, vi rimanevano solo pochi spiccioli; e quando la polizia intervenne nello zoo Joya Grande (Grande Gioiello, ndr), dei Cachiros, tutti gli impiegati avevano abbandonato il posto.

Segnali tutti che questa prima operazione potrebbe essere stata concordata tra la DEA e la banda dei Cachiros. Tale ipotesi è rafforzata dal fatto che, parecchie settimane dopo quegli interventi, le proprietà furono restituite, se non ai Cachiros, a loro prestanome.

In quelle operazioni, le proprietà intestate a Juan Gómez non furono toccate, il che fa supporre che, o questo notorio personaggio facesse parte della trattativa tra i Cachiros e la DEA o fosse già diventato un collaboratore della DEA contro i Cachiros, consapevole, come i topi, che la nave stava affondando e, per questo, desideroso di essere il primo ad abbandonarla...

 

La cattura del Nero

 

Nell'arco di 16 mesi, fra il Settembre 2013 e il Gennaio 2015, il vento è cambiato per il narcoregno in Honduras. La pressione si è fatta più intensa nella seconda metà del 2014. Dapprima, sono stati arrestati personaggi di minor rilievo, molti nel quadro di regolamenti di conti o dispute territoriali tra capibanda locali. I colpi decisivi sono arrivati dopo, in un breve lasso di tempo e secondo la strategia ideata e condotta direttamente dagli statunitensi. Le autorità locali si sono limitate ad eseguire le operazioni sul terreno, in posizione subordinata ai gringos.

La prima cattura ha avuto un forte impatto mediatico. Arnoldo El Negro Lobo, un noto narcotrafficante che aveva accumulato un'enorme fortuna trasportando cocaina dall'Honduras agli Stati Uniti, è stato catturato il 27 Marzo 2014 in una delle sue residenze a San Pedro Sula, in un'operazione pianificata nel dettaglio dalla DEA ed eseguita da personale specializzato della polizia e dell'esercito honduregni. A Lobo è stato applicato per la prima volta il decreto di estradizione, adottato due anni prima dall'Honduras, al tempo in cui Juan Orlando Hernández era presidente del Congresso Nazionale. L'estradizione ha avuto luogo il 9 Maggio 2014.

 

Segue la cattura del sindaco di Yoro

 

Il 27 Luglio 2014, è stata la volta di Arnaldo Urbina, sindaco di Yoro, capoluogo dell'omonimo dipartimento, che faceva parte di un banda guidata dai fratelli Urbina e che, a differenza del modus operandi di molti signori della droga che cercano di coinvolgere la gente elargendo favori, avevano seminato il terrore nelle comunità, costringendo alcune di esse ad abbandonare in massa case e campi coltivati perché quelle terre servivano alle loro operazioni.

Il sindaco Urbina è stato processato e condannato per possesso illegale di armi, affari illeciti e altri reati; attualmente, è detenuto nel carcere di San Pedro Sula.

 

Presi anche Chancleta e Don H

 

La terza cattura è avvenuta l'11 settembre 2014 a La Ceiba: Juvin Alexander Suazo Peralta, alias Chancleta (Ciabatta, ndr), luogotenente del Negro Lobo è stato il secondo fra i capobanda ad essere estradato, il 28 Ottobre 2014.

La quarta cattura ha avuto luogo il 7 Ottobre 2014: anche Héctor Emilio Fernández Rosa, noto come Don H, uno dei principali trasportatori di droga verso gli Stati Uniti, strettamente legato alla banda dei Cachiros, è stato estradato, il 5 Febbraio 2015.

 

Sgominata la banda dei Valle di Copán

 

La quinta operazione di cattura è stata senza dubbio quella di maggiore impatto, anche mediatico. I potenti fratelli Valle Valle (Miguel Arnulfo, Luis Alonso, José Inocente e sua moglie Marlen Amaya Argueta) avevano la loro base nel dipartimento di Copán (a Nord, alla frontiera con il Guatemala, ndr). Dapprima è stata catturata una sorella, Digna Valle Valle, il 20 Luglio 2014, negli Stati Uniti, dove è stata subito processata e condannata ad una pena carceraria da scontare in una prigione statunitense. Poi, il 5 Ottobre 2014 sono stati catturati i tre fratelli e la moglie di José Inocente. Tutti estradati: Miguel Arnulfo e Luis Alonso, il 18 Dicembre 2014; José Inocente e sua moglie, il 23 Gennaio 2015. Saranno processati e, con ogni probabilità, condannati ad una pena carceraria negli Stati Uniti.

La cattura di questa potente banda familiare è stata accompagnata dall'espropriazione di decine di proprietà e svariati milioni di dollari, rinvenuti in sacchi sepolti nelle loro diverse proprietà. I fratelli Valle Valle controllavano tutto il narcotraffico al confine tra Honduras e Guatemala, nei dipartimenti di Copán e Santa Bárbara, disponevano delle autorità locali, e, per i loro legami con imprenditori e banchieri, rappresentavano il collegamento con i corridoi della droga controllati dai Cachiros. Nell'operazione culminata con la loro cattura sono stati via via abbandonati da tutti. Prima di salire sull'aereo che li portava negli Stati Uniti, Miguel Arnulfo, il capo della banda, ha minacciato: «Me ne vado con l'archivio dei nomi di chi ha tradito!».

 

Scontro fra due settori della Polizia

 

Ci sono versioni diverse sulla cattura dei Valle realizzata dalle autorità honduregne. Un settore delle autorità, legato a funzionari corrotti e a politici, funzionari e imprenditori coinvolti nel business della droga, avrebbe dato l'ordine di non prenderli vivi al fine di eliminare ogni traccia, mentre un altro settore della polizia nazionale ufficiale, formato da ufficiali non coinvolti direttamente nella corruzione, sarebbe stato determinato ad eseguire la cattura e la successiva estradizione.

Tale conflitto sarebbe stato il motivo per cui l'allora ministro della Sicurezza, Arturo Corrales Álvarez, in collusione con potenti funzionari di polizia e seguendo direttive del più alto livello, avrebbe subitaneamente rimosso il direttore generale della Polizia Nazionale, il Commissario Ramón Sabillón e con essi il vertice dei loro ufficiali, sostituendolo con altri, dalla storia meno pulita.

 

Ripulendo l'immagine

 

Il regno dei Cachiros è giunto al termine. Javier Rivera Maradiaga, 42 anni, e suo fratello Leonel, 38 anni, insieme al loro clan, sono stati dei capi molto potenti per oltre un decennio, superando la media di durata dei capi del narcotraffico honduregno, che non durano più di cinque anni.

Negli ultimi cinque anni prima di consegnarsi agli Stati Uniti, Javier Rivera ha cercato di ripulire la propria immagine apparendo in pubblico insieme a personalità della società ed investendo pubblicamente in una vasta gamma di imprese. Lo si è visto, per esempio, all'apertura di una stazione di servizio e di un centro commerciale di sua proprietà, seduto alla presidenza con Ramón Lobo Sosa, con il deputato Óscar Nájera e con un membro della potente famiglia Rosenthal, rappresentante il Banco Continental, attraverso cui Javier effettuava le sue transazioni.

 

Un patto nell'azienda dei Cachiros

 

Secondo voci di un certo fondamento, il rapporto di Javier Rivera con personalità della politica si sarebbe stretto a seguito della sua iscrizione al Partito Nazionale. Tuttavia, il sostegno che dava a sindaci e deputati delle zone da lui controllate trascendeva tale affiliazione.

Anche se il suo principale impegno politico era con il Partito Nazionale, si narra che i sindaci di Tocoa, Trujillo, Sonaguera, Iriona, Sabá, Oriental Bonito, tra gli altri municipi, gli dovessero, chi più chi meno, dei favori per il sostegno ricevuto dal Cachiro per finanziare le loro campagne elettorali.

Ma il suo grande impegno è stato nei confronti del Partito Nazionale. Pare che, dopo le primarie di questo partito, svoltesi nel Novembre 2012, la lotta tra il vincitore, Juan Orlando Hernández, e il perdente, Ricardo Álvarez, fosse arrivata all'estremo, con Álvarez che accusava Hernández di brogli, contestava i risultati e chiedeva un riconteggio dei voti. I vari leaders di partito propiziarono dialoghi e negoziati tra i due, fino a proporre un patto: Juan Orlando Hernández avrebbe promesso a Álvarez di candidarlo come suo vicepresidente. Quel patto, sancito il 7 Aprile 2013, sarebbe stato raggiunto, secondo varie fonti, in una delle tenute dei Cachiros, con Javier Rivera anfitrione e principale finanziatore della riunione, nel quale abbondarono carne arrosto e birra. All'ombra di Rivera fumarono il calumet della pace i due principali leaders del nazionalismo, che dal Gennaio 2014 sono Presidente e Designato Presidenziale (in pratica, primo vicepresidente, ndr).

 

Ma, finisce davvero qui?

 

Il regno dei Cachiros è finito, ma i suoi effetti si faranno sentire per molto tempo ancora. Entrambi i capi sono vivi, in carcere e armati di informazioni fino ai denti. Vivi sono anche i loro principali soci. Tutti posseggono molte informazioni che, mai come nell'attuale scenario, costituiscono un'arma potente che può essere mortale per molti ancora in vita e non inquisiti.

Il regno criminale dei Cachiros si è concluso, ma gli Stati Uniti continuano ad essere il Paese con il più alto consumo di droghe nel pianeta e la droga continua ad essere portata dal Sudamerica negli Stati Uniti. E come nei primi anni '90 i signori della droga aprirono corridoi per il narcotraffico ed il territorio honduregno divenne allora lo spazio di maggiore importanza strategica per i narcos, non c'è dubbio che nuovi capi sostituiranno i Cachiros, cercando di sfruttare quanto, ed è molto, hanno investito in Honduras.

 

Morto il cane, sconfitta la rabbia?

 

Secondo alcuni, in questa prima fase gli Stati Uniti non volevano altro che eliminare, catturare e neutralizzare i principali mafiosi. Tuttavia, gli USA sanno bene chi siano i soci di tali mafiosi nella politica e nel mondo degli affari honduregni. Non vogliono eliminare il business della droga, così redditizio, ma solo catturare i peggiori mafiosi? In ogni caso, resta da vedere quali relazioni continueranno ad avere gli Stati Uniti con gli onorevoli personaggi che furono soci dei Cachiros. Finora i loro piani e strategie, per il periodo 2013/2015, consistevano nel prevenire la minaccia che i mafiosi, i peggiori narcos, rappresentavano per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Ritengono che morto il cane sia stata eliminata anche la rabbia di cui era portatore? Eppoi, è davvero morto il cane? Per eliminare la rabbia sarà sufficiente catturare alcune delle più note canaglie?

 

E i soci del narcotraffico?

 

Se i funzionari del governo degli Stati Uniti continuano ad avere rapporti con i politici, i banchieri e gli uomini d'affari che sono stati soci dei Cachiros, vogliono far credere di ignorare i loro legami con la criminalità organizzata, quando invece è un segreto di Pulcinella che siano non solo occasionalmente implicati ma dentro fino al collo negli affari illeciti? Forse, a debito momento, perseguiranno qualcuno di essi? Perché catturare solo il sindaco di Yoro, quando ci sono forti sospetti che molti altri sindaci, come lo furono quelli di El Paraíso o Copán, così come deputati dei dipartimenti di Colón, Copán, Santa Bárbara, Yoro, Cortés, tra gli altri, sono profondamente coinvolti nelle narcoattività?

 

Più militarizzazione?

 

Benché siano stati decisivi nell'introdurre la droga in Honduras, nonché responsabili della violenza legata al narcotraffico nel Paese, i Cachiros sono solo un capitolo della storia. Oggi, di questo “albero caduto” molti vogliono far legna per nascondere le proprie responsabilità. Alcuni vorrebbero usarli come capri espiatori, altri come argomento per militarizzare ulteriormente la regione del Aguán. A tal fine, dicono che con la scomparsa dei Cachiros sono riapparse nell'Aguán l'instabilità lavorativa e, soprattutto, la criminalità e la disgregazione sociale. La militarizzazione dell'Honduras è anche uno degli aspetti del Plan Colombia che gli Stati Uniti intendono applicare nel Paese.

 

Saranno gli stessi

 

Chi succederà o già sta succedendo ai Cachiros? Dopo aver catturato i principali mafiosi, il governo degli Stati Uniti sembra deciso a passare ad un'altra fase: attaccare a suon di dollari le cause che hanno originato la violenza, la criminalità organizzata e l'immigrazione. Un miliardo di dollari all'anno e per cinque anni sono stati annunciati dall'Alleanza per la Prosperità a favore di tutti e tre i Paesi del Triangolo Nord centroamericano. Nel caso dell'Honduras, alleandosi con gli stessi personaggi che appaiono vincolati alla violenza e alla criminalità organizzata.

Il capitolo che segue quello dei Cachiros si sta appena cominciando a scrivere. Non vi è dubbio che, con altri nomi e altre facce, i mafiosi risorgeranno. E loro alleati, più o meno gli stessi, continueranno ad essere politici, imprenditori e ufficiali dell'esercito e della polizia, appartenenti a quel coacervo di persone ed interessi su cui il governo degli Stati Uniti insiste nel voler costruire uno scenario diverso per l'Honduras.

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