AMÉRICA LATINA / Monsignor Romero santo: punto e a capo

La canonizzazione di monsignor Óscar Arnulfo Romero, l'arcivescovo di San Salvador assassinato sull'altare da un sicario dell'estrema destra il 24 Marzo 1980, chiude simbolicamente una fase lunga e controversa della Chiesa latinoamericana. È stato un momento di celebrazione e riflessione, che ha fornito l'occasione per un ripasso della storia centroamericana recente. L'evento ecclesial-politico può aprire una nuova fase.

Articolo originale della redazione di envío.
Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.



La cerimonia di beatificazione di monsignor Romero, celebrata Sabato 23 Maggio scorso a San Salvador, è stata la manifestazione di massa più grande della storia recente del Paese centroamericano: si parla di 300-500 mila persone... Difficile dirlo con esattezza. La partecipazione emotiva della folla ha evidenziato il profondo affetto e l'ammirazione che persistono nella memoria di gran parte del popolo salvadoregno per quell'uomo che, in quei tre anni di sanguinosa repressione, è stata la “voce dei senza voce”, per i quali è diventato il «padre dei poveri», come l'ha definito papa Francesco nel proclamarlo santo.
La spinta data dal papa a tutto ciò che ha significato in questi 35 anni monsignor Romero sbloccando il processo di beatificazione, dichiarandolo martire e disponendo che fossero ecclesiastici venuti da Roma a presiedere la cerimonia in San Salvador , sono tutti segnali di una inflessione nel prolungato conflitto, essenziale per capire la storia di questo piccolo pezzo di mondo che è il Centroamerica.
Due poteri determinanti
In America Latina, a seguito della conquista spagnola e portoghese – in quel momento, entrambi i Paesi erano i “campioni” della Controriforma, avversa militarmente e culturalmente al nascente protestantesimo – la Chiesa cattolica è stata, fino ad oggi e nonostante la rapida crescita delle denominazioni evangeliche, un'istituzione potente, con notevole influenza sui poteri civili e sulle coscienze.
Secondo un'acuta analisi del sociologo e psicoterapeuta peruviano Guillermo Nugent, le due istituzioni gerarchiche più solide in tutta l'America Latina sono state, e continuano ad essere, l'esercito e la Chiesa cattolica, due poteri di fatto determinanti. Il “
caudillismo militare e l'egemonia culturale cattolica” abitano nell'immaginario collettivo latinoamericano come riferimenti fondamentali del potere. «Ancora oggi – scrive Nugent – le sfilate militari e le processioni sono le attività pubbliche che meglio esprimono l'immagine di quell'ordine gerarchico... Entrambe le istituzioni sono considerate i pilastri dell'organizzazione sociale, senza di esse la società si disarticolerebbe». E sebbene egli sostenga, nelle sue suggestive conclusioni, che «in America Latina, la democrazia, in quanto progetto civile e laico, fa i conti con gli ostacoli di una configurazione storica diversa dai processi che a suo tempo hanno avuto luogo in Europa e negli Stati Uniti», Nugent riconosce la capacità latinoamericana di «creare cose completamente nuove con le parole di sempre, con i soliti ingredienti, con ciò che è naturalmente familiare». Abbiamo, sostiene, la capacità di «creare nuovi contesti» che, mettendo in discussione «queste due protesi gerarchiche» che sono l'ordine castrense e l'istituzionalità clericale, facciano emergere «un senso più ampio di come intendere una comunità nazionale ed una esperienza religiosa meno obbediente».

Due modelli di chiesa
Qualcosa di questa capacità creativa si è manifestata nella cerimonia di beatificazione di monsignor Romero. Un evento paradossale, un momento inedito. Da un lato, la cerimonia ha avuto tutta la solennità del rito eucaristico cattolico, il che ha fatto di essa un incisivo segno di potere. Dall'altro, chi veniva esaltato nella cerimonia è da decenni un simbolo, non solo salvadoregno, ma universale, di quel potere ecclesiastico posto al servizio dei poveri, degli oppressi e dei repressi dai poteri economico e militare... Romero è stato allora, ed è diventato nel corso del tempo, l'icona di un “nuovo contesto” ecclesiale, non esente da conflitti.

Nella storia latinoamericana, ci sono sempre stati due modelli di Chiesa in conflitto. Non per questioni dogmatiche o dottrinali, ma per posizioni e prassi nei confronti del potere civile e delle vittime degli abusi di potere. Già nel 1550, il Nicaragua ebbe il primo vescovo martire del continente, frate Antonio Valdivieso, assassinato per la causa della giustizia, come monsignor Romero, ucciso come quest'ultimo da autorità cattoliche e “in odio alla fede”, quando la fede si traduce, come diceva frate Antonio, nel fare in modo «che il potere della Chiesa sia a favore degli oppressi», come a quel tempo erano gli indigeni.
In entrambe le parti
Durante le lotte per l'indipendenza, le società coloniali latinoamericane si divisero profondamente ed anche le gerarchie cattoliche si schierarono contro quei moti.
In Centroamerica, vari sacerdoti, ispirati dal movimento contadino armato guidato in México dai sacerdoti José María Morelos e Miguel Hidalgo, cospirarono contro la corona spagnola e vissero un'esperienza religiosa “disobbedendo” alle autorità che la rappresentavano nella regione.
Altri sacerdoti difesero il potere coloniale. Nel 1811, il sacerdote José Antonio Chamorro proclamò: «Il popolo insorto ha disobbedito ai re di Spagna, ha negato la legislazione spagnola... Questo mostro infernale che è il popolo insorto è stato ed è un traditore di Dio e della religione».
Nel 1824, tre anni dopo aver ottenuto l'indipendenza, niente meno che il Papa, allora Leone XI, bollò la svolta politica centroamericana come «funesta», provocata «dalla zizzania della ribellione contro il nostro amato re di Spagna».
Un secolo più tardi, durante l'intervento militare degli Stati Uniti in Nicaragua, ci furono chierici che appoggiavano i marines, mentre un vescovo, monsignor Simeón Pereira y Castellón, denunciava «la politica premeditata e minacciosa» dell'impero del Nord, chiedendo «non solo per il Nicaragua, ma per tutti i popoli americani, un periodo di riparazione e giustizia, la cessazione del predominio della forza e l'avvento di una serena messa in pratica del diritto».
Il Concilio Vaticano II: il grande cambiamento
Due modelli di Chiesa si sono manifestati in una o nell'altra forma in tutti i Paesi latinoamericani negli oltre 500 anni di storia del cristianesimo nel continente, anche se è giusto riconoscere che le gerarchie “disobbedienti” sono state in generale le eccezioni, mentre alla base è prevalsa per secoli la religione insegnata da quelle gerarchie, una religiosità centrata sui riti, caratterizzata dalla rassegnazione e dalla speranza “nell'aldilà”.
Tale situazione ha cominciato a cambiare cinquant'anni fa con quel grande evento che è stato il Concilio Vaticano II (1962-1965), un incontro di oltre 2 mila vescovi e teologi provenienti da tutto il mondo, riuniti per la prima volta in un evento di quel tipo, non per condannare alcunché, ma nemmeno per discutere solo di affari interni alla Chiesa.
Per la prima volta, la Chiesa cattolica sembrava interessarsi al “mondo”. Per la prima volta, si proclamava con forza che la Chiesa non è solo il clero ed i religiosi, ma tutto il “popolo di Dio”. Il Concilio invitò tutti a vedere il mondo con ottimismo ed a trasformarlo per renderlo più equo. La Chiesa cominciò a concepire sé stessa come un popolo impegnato a realizzare il sogno di Gesù, il Regno di Dio. E, seguendo la tradizione protestante, le comunità cattoliche iniziarono, per la prima volta, a leggere la Bibbia secondo un'esegesi rinnovata. Venne abbandonato il latino nella liturgia, e promosso il dialogo ecumenico con tutte le religioni.
Da tutte le “finestre” della Chiesa entrava “aria fresca”, come aveva voluto papa Giovanni XXIII, al convocare il Concilio. Non sono mancate gerarchie ecclesiastiche impegnate nel chiuderle, anche se in quel momento sembravano essere in minoranza.
Medellín 1968: ora zero
Nel 1968, i vescovi latinoamericani si riunirono a Medellín (in Colombia, ndr) per “leggere” le importanti novità del Concilio a partire dalla realtà del continente latinoamericano, l'unica regione del pianeta abitata maggioritariamente da credenti cristiani e, ironia della sorte, la più diseguale al mondo, quella con la più ingiusta distribuzione della ricchezza, della terra, delle opportunità.
Se l'Europa del Concilio viveva un processo accelerato di secolarizzazione, dove la domanda “religiosa” era “se c'è vita dopo la morte”, da questa parte del mondo la domanda pressante era “se ci sarà vita prima della morte”...
Sollecitati a rispondere a questa domanda frutto dell'impoverimento della maggioranza della popolazione, da Medellín sorsero concetti teologici che ispirarono pratiche che recuperavano la forza trasformatrice del Vangelo di Gesù: il peccato strutturale (non basta evitare il peccato personale, bisogna trasformare il peccato sociale); il continente latinoamericano ha bisogno non solo di sviluppo, ma di liberazione; la fede e la politica, la fede e l'impegno per il cambiamento sociale non possono essere separati; Dio non è neutrale nei conflitti storici ed è a lato dei poveri perché cessino di esserlo; amare i ricchi è denunciare la ricchezza ingiusta perché si possa vivere come fratelli, amare i poveri è farli uscire dalla loro povertà perché possano vivere come esseri umani...
Seguendo il metodo di vedere-giudicare-agire, i vescovi rifletterono sulla realtà del continente e resero centrale la “opzione preferenziale per i poveri”. I documenti emersi da Medellín furono una riedizione originale e autoctona di quelli del Concilio. Medellín fu il battesimo ufficiale della teologia della liberazione.
Erano tempi di dittature militari in tutto il continente quando queste idee e le pratiche che ne derivano – perché la teologia della liberazione è prima di tutto una pratica, un atteggiamento di fronte al potere e alla povertà da esso causata , videro l'evoluzione più importante sperimentata dalla Chiesa in America Latina.
Da un lato, dunque, il protagonismo degli eserciti che dominavano i governi; dall'altro, la profonda trasformazione nelle pratiche della gerarchia e della base della Chiesa cattolica: un cambiamento estremamente conflittuale.
Monsignor Romero fu, inizialmente, un attivo censore ed un avversario, per paura, di tutto ciò che era sorto da Medellín. Soltanto una decina di anni dopo, come tante altre gerarchie e tanta altra gente, anch'egli cambiò, si trasformò, fino a diventare quello che è oggi: il rappresentante più conosciuto al mondo di quel grande momento nella storia latinoamericana.
Chiese rinnovate
In tutta l'America Latina e in Centroamerica, il Concilio e Medellín hanno significato un rinnovamento nella Chiesa: nei quartieri e nelle parrocchie nacquero le comunità ecclesiali di base. Nelle zone rurali sorsero i Delegati della Parola, in particolare in Honduras. Dappertutto, fiorivano organizzazioni di uomini e donne che assumevano il protagonismo nella promozione della fede e della giustizia sociale, al contempo e per la prima volta.
Il Concilio e Medellín rinnovarono la Chiesa di Nicaragua, fino ad allora molto chiusa in se stessa e strettamente legata alla dittatura somozista. Già nel 1966, un anno dopo la chiusura del Concilio a Roma, i religiosi cappuccini statunitensi promossero nella costa atlantica il movimento dei Delegati della Parola e la formazione di laici.
In quegli anni, sorgono a Managua le prime comunità ecclesiali di base, che si caratterizzavano per il loro insediamento urbano e la partecipazione giovanile e della classe media. In quegli anni, Ernesto Cardenal iniziava un'originale esperienza pastorale nell'arcipelago di Solentiname (a Sud del lago Cocibolca, ndr), le congregazioni religiose femminili abbandonavano i collegi frequentati da giovani di classe medio-alta e andavano a lavorare nei quartieri (popolari e poveri, ndr), ed il movimento laico dei Cursillos de Cristiandad(un movimento che segue un proprio metodo formativo, ndr) assumeva l'impegno sociale come segnale di identità.
Dieci anni di rinnovamento della Chiesa nicaraguense ebbero il loro risultato più visibile nella massiccia partecipazione del popolo cristiano, del popolo cattolico organizzato in comunità, al rovesciamento di Somoza; un evento che rallegrò monsignor Romero, tanto che nella sua omelia del 22 Luglio (pochi giorni dopo l'entrata trionfale dei sandinisti a Managua, il 19 Luglio 1979, ndr) disse: «Credo di interpretare il sentimento di tutti voi nel dare il nostro primo saluto, questa mattina, alla nostra repubblica sorella del Nicaragua. Che gioia ci dà l'inizio della sua liberazione!».
Il prezzo che ha dovuto pagare molta gente impegnata nel resto del Centroamerica per un cambiamento delle strutture di potere che generano l'ingiustizia e l'impoverimento è stato altissimo. Ai brogli elettorali, alle dittature, alla repressione sono seguite la resistenza, l'organizzazione contadina, le guerre civili... Il saldo è stato una montagna di martiri “in odio alla fede”, quando la fede ha cominciato ad essere intesa come lavoro e lotta per la giustizia sociale. Èinfinita la lista di coloro che sono stati assassinati negli anni '60, '70 e '80, nella nostra regione e in tutto il continente.
Stati Uniti responsabili
Nel sangue versato da tanti credenti ha avuto la sua responsabilità il governo degli Stati Uniti, preoccupato di perdere “l'iniziativa ideologica” con cambiamenti che annunciavano una svolta punto di svolta storica.
Nel 1968, Nelson Rockefeller, vicepresidente degli Stati Uniti, con Nixon alla Casa Bianca, visitò l'America Latina e osservò che la Chiesa cattolica non era «più un alleato affidabile per gli Stati Uniti» e che il cattolicesimo era diventato «un pericoloso centro di potenziale rivoluzione».
Nel 1969, produsse il Rapporto Rockefeller, in cui dichiarava:
«Se la Chiesa latinoamericana mette in pratica gli accordi di Medellín, gli interessi degli Stati Uniti sono a rischio in America Latina». La sua raccomandazione al governo fu quella di promuovere «un altro tipo di cristiani». Iniziò così l'invasione del continente da parte di denominazioni evangeliche fondamentaliste nate dal prolifico pentecostalismo statunitense; invasione che non è ancora finita.

Anni dopo, nel 1980, un rapporto preparato per la campagna presidenziale di Ronald Reagan, il Documento di Santa Fe, rilanciava quell'allerta e decretava: «La politica estera degli Stati Uniti deve cominciare ad affrontare (e non semplicemente a reagire dopo) alla Teologia della Liberazione, per come è utilizzata in America Latina dal clero della Teologia della Liberazione».
Mai come in quegli anni si manifestò con tanta intensità il conflitto tra i due modelli di Chiesa: quella che si accomoda al potere repressivo e violento e quella che lo denuncia e lotta per cambiare le cose.
Appoggiavano gli accordi di Medellín e la teologia della liberazione, cardinali, vescovi, sacerdoti e religiose, e, soprattutto, migliaia di donne e uomini credenti. Mentre li “affrontavano” cardinali, vescovi, sacerdoti e religiose e, pure, credenti di base.
Questo conflitto ha una storia simile e diversa, simile e specifica in ciascuno dei Paesi latinoamericani e centroamericani.
Roma 1978: l'ora zero
Nel 1978, con l'avvento al soglio pontificio del cardinale Karol Wojtyła, che veniva dalla Polonia comunista, il conflitto arrivò al vertice del potere ecclesiastico. Il nuovo papa Giovanni Paolo II si mise dalla parte di quanti volevano “restaurare” la Chiesa, facendola tornare alla fase preconciliare. E con ancora più ardore si schierò a lato dei governanti e delle gerarchie ecclesiastiche latinoamericani che si scontravano con la teologia della liberazione. Guardò agli eventi latinoamericani con lenti polacche, temette i cambiamenti identificandoli con il comunismo e finì per fare un'opzione preferenziale per quelli che combattevano i cambiamenti. Quell'ostilità colpì in pieno monsignor Romero nei tre anni in cui fu a capo dell'arcidiocesi di San Salvador.
Le posizioni romane si tradussero in una calcolata chiusura di spazi, nella nomina di vescovi “restauratori”, in svolte nei seminari per formare un clero “restauratore”, nel controllo delle congregazioni religiose femminili, nella sospensione di teologi, in proibizioni e condanne della “Chiesa popolare”, del “magistero parallelo” e della “rilettura della Bibbia”.
La più grave traduzione di quell'ostilità fu il sostegno, dichiarato o per omissione, alle dittature militari latinoamericane, tutte presiedute da autorità cattoliche che uccidevano cattolici “in odio alla fede”, perché questi intendevano la fede come impegno per la giustizia sociale.
24 Marzo 1980
Nel Marzo 1980, in “odio alla fede” venne ucciso monsignor Romero. Negli ultimi mesi della sua vita, Romero tentò di fermare la guerra e mantenere unito il suo Paese, a punto di rompersi. Poco dopo il suo omicidio, iniziò una guerra che sarebbe durata dodici anni.
La memoria di quel cuore spezzato fu persistente e subito valicò le frontiere del Salvador. Per 35 anni, Romero fu San Romero de América, un'icona di fronte alla “restaurazione” imposta da Roma, che pure si insediava rapidamente in ampi settori ecclesiastici del continente, perché dall'alto fluisse altrettanto velocemente verso la base, dove il fondamentalismo evangelico faceva il suo lavoro, modellando le coscienze all'insegna della rassegnazione.
Tempi di “restaurazione”
In Nicaragua, a fine anni '80, prima della sconfitta elettorale della rivoluzione, il modello di Chiesa cattolica era quello della “restaurazione”, modello ancora vigente oggi, mentre da un governo che si dice cristiano e di sinistra, si promuove attivamente una religiosità alienante.
Le importanti trasformazioni maturate nella Chiesa in quei dieci anni (dalla conferenza di Medellín all'elezione di Giovanni Paolo II, ndr) andarono perse nei Paesi latinoamericani. Con ogni delegato, catechista, religiosa e sacerdote che cadeva, si perdeva un moltiplicatore dei cambiamenti.
La restaurazione imposta dal Vaticano promosse un clero formato in seminari con scarsa coscienza critica. Risultò rafforzato il clericalismo nella Chiesa, si tornò ad una teologia più conservatrice, alla morale tradizionale e all'obbedienza al Papa. Vennero favorite le comunità carismatiche nel tentativo di togliere fedeli agli evangelici e le comunità ecclesiali di base furono via via sostituite da comunità catecomunali. Gli impegni per il cambiamento sociale come espressione della fede furono progressivamente abbandonati e vennero incoraggiate le devozioni tradizionali, le processioni, le reliquie, i santi... Il clero divenne sempre più conservatore e vicino al potere.
Le denunce profetiche contro le ingiustizie sociali e contro la repressione andarono spegnendosi. E con il tempo si parlò più di aborto che di corruzione e disuguaglianza. Giovanni Paolo II rafforzò l'Opus Dei e i Legionari di Cristo, manifestando più fiducia in questi gruppi che negli storici ordini religiosi: gesuiti, domenicani, francescani.
Cos'è rimasto dei cambiamenti?
Il modello imposto da Roma ebbe una chiara continuità sotto il pontificato di Benedetto XVI. Sommando i due periodi di pontificato, si sono consumati 35 anni di guerra ad alta e bassa intensità contro i cambiamenti nati dal Concilio e da Medellín.
Papa Francesco, il suo stile, il suo modo di vedere il mondo e le sue parole, rappresentano una primavera dopo un lunghissimo inverno, una brezza leggera, dopo anni di piombo.
Cosa è rimasto in Centroamerica della Teologia della Liberazione? L'utopia sociale e teologica degli anni '60, '70 e '80 non ha più gli stessi riferimenti e c'è stato un ricambio generazionale, con sempre meno attori di quelli che impulsarono quei cambiamenti. Ma sono stati tanti i semi piantati allora che continuano a germinare oggi in forme inattese. Uno di quei semi si chiama Romero. Erede di quell'utopia è anche la teologia femminista.
Il Centroamerica è ormai un “altro”
Oggi, mentre papa Francesco, arrivato a Roma dalla “fine del mondo” come definì questa America Latina così lontana dal Vaticano eleva agli altari il vescovo salvadoregno, un gesto di indubbia rettifica, il Centroamerica non è più lo stesso del tempo di monsignor Romero.
Nell'attuale modello di crescita economica seguito ai conflitti armati degli anni '70 e '80, ed imperante oggi in Centroamerica, i Paesi centroamericani sono passati da un'economia agroesportatrice, dipendente esclusivamente da prodotti tradizionali - caffè, banane, carne, zucchero, in passato cotone – ad un'economia più diversificata, grazie all'aumento delle maquilas, del turismo e delle rimesse degli emigrati. Le entrate in valuta estera provenienti da tali attività superavano già negli anni '90 quelle provenienti dai tradizionali prodotti agricoli e hanno cambiato il volto delle economie centramericane.
La fine dei conflitti armati degli anni '80 ha favorito anche la riattivazione e l'espansione del commercio centroamericano e dei flussi di investimento all'interno della regione. Il nuovo volto di queste economie è oggi “più centroamericano” di qualche anno fa e le élites imprenditoriali sono ormai regionali. Inoltre, sono sorte altre élites nella zona d'ombra: quelle dedite al narcotraffico, che ha acquisito dimensioni finanziarie ed economiche incredibili soltanto pochi anni fa ed ha permeato istituzioni politiche e giuridiche, corpi militari e di polizia.
Fra violenze e migrazioni
Il tempo di monsignor Romero è stato un momento di crisi rurale, di organizzazioni contadine che reclamavano terra le lotte per la riforma agraria – o chiedevano salari migliori nelle aziende agricole delle oligarchie tradizionali, via via diventate élites finanziarie.
Oggi, anche se il Centroamerica non è più in guerra, è un territorio in preda alla violenza. L'Honduras è classificato come il paese “in pace” più violento al mondo. Il Guatemala lo segue da vicino. Nel Salvador, il Maggio scorso, mese della beatificazione di Romero, è stato il più violento dalla fine della guerra, toccando il record di 641 omicidi in 31 giorni. Si uccide e si muore in forme violente, più che negli anni della repressione e dei conflitti armati.
Il Centroamerica non è più lo stesso del tempo di monsignor Romero. E sebbene non ci siano più desaparecidos né prigioni clandestine, sempre più gente sparisce dal proprio Paese, perché se ne va, emigra, in quella forma di “clandestinità” che è andare in giro senza documenti, sottraendosi ai controlli repressivi.
Moltitudini di ieri e di oggi
Non è più lo stesso Centroamerica, ma resta la regione più diseguale di un continente, l'America Latina, che continua ad essere il più diseguale al mondo. Nella sua omelia del 6 Agosto 1979 monsignor Romero parlava di una moltitudine che ancora oggi possiamo vedere nelle città e nelle campagne della regione: «Bambini che fin dalla tenera età devono guadagnarsi da vivere, giovani cui non sono date opportunità per il loro sviluppo, contadini privi anche del minimo necessario, operai ai quali sono negati i loro diritti, sottoccupati, emarginati, persone che vivono in condizioni di sovraffollamento, anziani che si sentono inutili...».
In questo nuovo Centroamerica c'è un'altra moltitudine: quella di coloro che resistono alle devastanti attività minerarie e al saccheggio delle risorse, lottano contro l'impunità, si impegnano per fermare le tante forme di violenza, sostengono i migranti, si sforzano di cambiare le cose e danno la vita per questo sforzo. Sono i nuovi martiri, anche se nessuno li proclama così. Senza essere l'unico di ieri, oggi monsignor Romero li rappresenta tutti, quelli del suo tempo e quelli di questo nuovo tempo.
La verità di quel crimine
La cerimonia di beatificazione di monsignor Romero è stata un riconoscimento del diritto alla verità. Il diritto alla verità è un diritto umano, anche se non figura nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
Nel 2010, le Nazioni Unite hanno proclamato il giorno dell'assassinio di monsignor Romero, il 24 Marzo, data liturgica in cui d'ora in avanti sarà venerato, come la Giornata Internazionale per il Diritto alla Verità, quella verità cui hanno diritto quanti hanno subito gravi violazioni dei loro diritti e della loro dignità umana.
La verità del crimine di monsignor Romero fu chiara dal momento stesso in cui partì il colpo che gli ha spezzato il cuore. Dodici anni dopo, la Commissione della Verità delle Nazioni Unite confermò quanto già si sapeva, indicando come mandante del delitto il maggiore Roberto D'Aubuisson, fondatore degli squadroni della morte e del partito ARENA (Alleanza Repubblicana Nazionalista, ndr). «Si vestono da preti, ma sono comunisti, hanno messo su una cosa che si chiama Chiesa Popolare, che non è la nostra Chiesa del Vaticano, la Chiesa guidata dal Papa, la Chiesa nella quale noi crediamo», affermava quell'uomo in televisione... E poco dopo appariva un altro sacerdote assassinato. D'Aubuisson è morto nel 1993, l'anno dopo la fine della guerra in El Salvador.
La verità di quel crimine è stata più volte riconosciuta. Nel 1994, il vescovo Arturo Rivera y Damas, successore di Romero nell'arcidiocesi di San Salvador e suo amico, disse in un'omelia:
«Non si può parlare di monsignor Romero e del suo lavoro pastorale, se non si menziona D'Aubuisson, come non si può parlare della passione di Cristo senza incappare in Pilato, Giuda, Anna e Caifa. È stato D'Aubuisson a dare l'ordine di ucciderlo».

Dopo la morte di Rivera, Giovanni Paolo II ha nominato arcivescovo di San Salvador un membro dell'Opus Dei, che ha relegato nell'oblio monsignor Romero, e con altri vescovi del Paese ha fatto tutto il possibile per cancellare la sua memoria.
“Avete ucciso in santo”
Il 23 Maggio scorso, la verità riconosciuta e proclamata nella piazza della capitale salvadoregna è stata anche un atto di riparazione, di risarcimento, persino di ritrattazione, da parte della Chiesa vaticana, che a suo tempo poco o nulla per fermare il colpo che uccise Romero. Senza papa Francesco, tale rettifica sarebbe stata impossibile. Il 23 Maggio, ogni volta che veniva nominato papa Francesco, la folla gli attribuiva un'ovazione di gratitudine.
Nel Centroamerica alle prese con dittature e guerre civili fino ad epoche recenti, sono stati scarsi - nulli nel caso del Nicaragua – gli sforzi della giustizia “transizionale” (l'insieme di strumenti giudiziali e misure stra-giudiziali che, nell'immediato dopoguerra, in diversi modi e con differenti approcci tendono a riparare le conseguenze di violazioni dei diritti umani su larga scala; ndr). La cerimonia di beatificazione di monsignor Romero è stata un atto simbolico solenne di giustizia transizionale.
Senza esplicitarla, “la verità” che la Chiesa ufficiale ha affermato quella mattina per rendere giustizia, davanti a tutta la società salvadoregna e al mondo, è stata la santità di monsignor Romero. Per un settore ancora molto potente della società salvadoregna quella verità, proclamata senza dirla e sotto il sole, è stata impattante: “Voi avete ucciso un santo”.
Il Centroamerica ha assistito alla più grande sconfitta simbolica del partito ARENA, la destra più organizzata della regione, il partito fondato dall'assassino del beato.
E per corroborare ancora più simbolicamente tali verità e sconfitta, negli stessi momenti in cui iniziava la cerimonia di beatificazione, il sole si è circondato di un alone brillante di colori: un arcobaleno circolare, fenomeno piuttosto raro, ha adornato il cielo per mezz'ora, aggiungendosi al tripudio di massa.
“Questo popolo tornerà a sorridere”
Nel rito di beatificazione si è proclamata anche un'altra verità, dedicata a quanti continuano ad assassinare tanta brava gente nei Paesi latinoamericani: «Mentre i persecutori di monsignor Romero sono scomparsi nell'ombra dell'oblio e della morte, il ricordo di Romero continua invece vivo», ha proclamato il cardinale Amato, che ha presieduto una cerimonia in cui è stata fatta giustizia e sono stati avvisati quanti continuano ad uccidere, che sarà fatta giustizia.
Molti dei “persecutori” di monsignor Romero sono ancora in vita. Alcuni, quelli appartenenti al mondo politico, erano presenti sul palco degli invitati speciali, tra cui il figlio di D'Aubuisson, oggi sindaco di Santa Tecla. Altri, quelli del mondo cattolico gerarchico, erano pure presenti; oggi, rilasciano interviste e scrivono persino libri facendosi passare come i più vicini a Romero; tra essi, si segnala il sacerdote Jesús Delgado.
Lacrime, contenute o incontrollabili, sono apparse sui volti di molta gente durante le tre ore della cerimonia di beatificazione. «Questo popolo tornerà a sorridere», disse monsignor Romero in una delle sue omelie negli anni bui della repressione più dura. Quella mattina il suo desiderio si è avverato: c'erano anche molti sorrisi di speranza, conforto, di soddisfazione sui volti della gente, che sentiva che finalmente era fatta giustizia con un regalo desiderato da tempo.
Ora, comincia un'altra fase: tempi in cui il grano e la zizzania cresceranno insieme intorno al nuovo beato. Perché il conflitto tra due modelli di Chiesa – del quale abbiamo appena abbozzato un breve riassunto – continua ad essere presente nei Paesi centroamericani. 35 anni di imposizione dall'alto di un modello conservatore non sono passati invano, si lasciano dietro i detriti di un terremoto ed esigono una ricostruzione, per ricominciare...
Grano e zizzania: due scommesse
Si è inaugurato un nuovo concetto di santità che va ben al di là delle virtù personali: quello legato all'impegno per il cambiamento sociale e politico, fino a dare la vita. E come ogni novità, causerà conflitti. Alcuni continueranno a conservare i messaggi di monsignor Romero, vivificandoli e aggiornandoli nelle infaticabili lotte per la giustizia. Altri cercheranno di addolcirlo, svuotarlo della sua valenza profetica, addomesticarlo, strapparlo dal contesto che lo fece diventare quel che diventò.
Quanti vorrebbero riconciliare un Paese così polarizzato dall'ingiustizia come El Salvador, proponendo monsignor Romero come “patrono della riconciliazione”, nascondendo le ragioni di tanta violenza e tante disuguaglianze, puntano a trasformarlo in un mito.
Mentre quanti lavorano per preservare il racconto della sua vita e la forza trasformatrice del suo messaggio per cambiare le cose in El Salvador, cercano la stessa cosa da 35 anni: continuare a risuscitarlo. Solo il tempo dirà quale delle due scommesse avrà avuto successo.