«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NICARAGUA / Credito e povertà rurale: le distanze aumentano

Le sacche di povertà in Nicaragua si concentrano nelle zone rurali. Attualmente, qual è l'offerta di credito di banche e agenzie microfinanziarie alla fascia più povera del campesinado? Ripercorriamo la storia del credito rurale per capire come sopravvivano, oggi, i poveri delle campagne e come sia cambiato il mondo rurale.

Di Lucía Hernández Moraga, responsabile gestione clienti e performance sociale del Fondo di Sviluppo Locale (FDL), di Managua, Nicaragua.
Traduzione e redazione in italiano di Marco Cantarelli.

Sebbene la povertà in Nicaragua sia concentrata nelle zone rurali e, anno dopo anno, sia forte la preoccupazione dei produttori agricoli per il mancato arrivo delle piogge, in Nicaragua non esiste un piano nazionale per lo sviluppo rurale, che includa tutti i settori.
L'assenza di credito per i più poveri delle zone rurali è solo un segno della mancanza di tale piano nazionale. L'incuranza statale e la logica urbana che sottende il modello economico favoriscono gli esportatori, mentre il cambiamento climatico sta già facendo la sua parte... Minori crediti corrispondono a minori investimenti e a maggiore povertà, e i poveri deve scommettere su attività non agricole per sopravvivere. Il risultato è un'accelerata deruralizzazione del settore agricolo. A medio termine, ciò mette a rischio la sicurezza alimentare del Paese, l'economia locale e i posti di lavoro nei servizi che dipendono dalla catena produttiva rurale.

Mais e fagioli: prodotti di base

In Nicaragua, vi sono circa 300 mila piccoli e medi produttori rurali, di cui 60 mila donne. Anche se la maggior parte di essi non appare nei censimenti agrari, è dalle mani di queste persone che dipende la sicurezza alimentare del Paese. Sono loro a dinamizzare le economie locali. Mais e fagioli sono le principali coltivazioni di questa popolazione e costituiscono i loro alimenti di base, il loro piatto quotidiano. Come pure lo sono per tutta la popolazione del Nicaragua, cui garantiscono il 48% delle calorie.
In Nicaragua, si producono circa 4,5 milioni di quintali (s'intendono qui e oltre nel testo, quintali di libbre; pari, pertanto, a poco più di 2 mila tonnellate; ndr) di fagioli l'anno, di cui vengono esportati circa 1 milione di quintali. Ogni manzana (pari a 0,7 ettari, ndr) produce tra gli 8 e i 13 quintali. Micro e piccoli produttori utilizzano metodi tradizionali, non dispongono di tecnologie appropriate e dipendono in tutto e per tutto dalle piogge. Ci sono zone frijoleras (cioè, di produzione di fagioli, ndr) nel Nord, nel Centro e nelle Segovias, che garantiscono 3 raccolti: il primo, fra Maggio e Luglio; il secondo (postrera) fra Agosto e Ottobre; il terzo (apante) fra Novembre e Dicembre. Coltivare fagioli non costa molto, il che consente a molti produttori agricoli di dedicarvisi. Nel suo studio su fagioli e sicurezza alimentare in Nicaragua, la FAO (acronimo in inglese dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura, ndr) ha identificato 3 tipi di produttori: i più piccoli vendono ogni anno circa 17 quintali, dal momento che consumano gran parte della loro produzione; i piccoli vendono tra i 18 e i 30 quintali; i medi riescono a venderne fra 33 e 200 quintali. Piccoli e medi sono più specializzati e hanno terra in proprietà. Essendo così diversi e disorganizzati, i coltivatori di fagioli hanno scarso potere negoziale, a differenza dei coltivatori di caffè e degli allevatori.
In tutto il Nicaragua si coltiva anche il mais. Il 68% del totale nei dipartimenti di Jinotega, Matagalpa, Boaco, Chontales e Caribe Sur. La maggior parte del mais prodotta va al consumo delle famiglie che lo coltivano.
Allevamento e coltivazione del caffè sono pure attività dei settori più poveri dell'agro. Il mercato di tali prodotti è locale. Il 40% dei coltivatori di caffè sono poveri, che coltivano anche mais e fagioli. E ci sono contadini poveri che combinano attività agricole con allevamento su piccola scala.

Contadini migranti

Nell'agro nicaraguense, la realtà rurale si è andata modificando e si assiste oggi ad una accelerata de-ruralizzazione del settore, a causa della mancanza di lavoro. Per sopravvivere, la popolazione rurale più povera si è dedicata ad altro – attività commerciali, lavoro salariato – oppure è emigrata. Tutto ciò è evidente nel Nicaragua “profondo”, dove tradizionalmente si osservavano soltanto attività agricole.
La migrazione sta svolgendo un ruolo molto importante per diversificare le entrate dei settori rurali più poveri. Nei fatti, le rimesse dei migranti finanziano l'agricoltura. Fra il 2013 e il 2014, la Libera Università di Bruxelles ha condotto 50 studi di casi a León, Nandaime, El Viejo, Estelí, Bocay e Pantasma, verificando come la maggior parte delle persone intervistate e dedite all'agricoltura fossero anche migranti e la migrazione fosse la loro più importante fonte di reddito.
Vi sono zone, come quelle di La Chipopa a Nandaime, un'antica cooperativa agricola dove la maggior parte degli uomini se ne vanno in Costa Rica da Novembre a Marzo e tornano in Nicaragua per la prima e seconda semina, lasciando le donne a capo della famiglia per mesi. Questi migranti non inviano rimesse attraverso il sistema formale, ma attraverso amici e conoscenti. Il denaro risparmiato in Costa Rica è investito in agricoltura. Inoltre, serve loro a pagare debiti informali.

Contadine nel piccolo commercio

Il cambiamento climatico si fa sentire in Nicaragua ed è destinato a durare. Ed ha spinto la popolazione rurale povera a coltivare specie più resistenti, come la flor de Jamaica (Hibiscus sabdariffa, pianta perenne della famiglia delle Malvacee, genere Hibiscus, diffusa in Africa e Asia; dai calici dei fiori essiccati si ricava la bevanda nota come carcadè; ndr) e la chia (Salvia hispanica, della famiglia Labiatae, nativa del Guatemala e del Messico centrale e meridionale, ricca di proprietà nutritive, ndr), e a dedicarsi ad attività per essa insolite, che rompono il paradigma “contadinista”, che pone l'agricoltura alla base dell'economia rurale.
Nei 50 studi di casi effettuati dalla Libera Università di Bruxelles sono state individuate attività commerciali su piccola scala, soprattutto nelle zone rurali del Pacifico: vendita di pane, nacatamales (una sorta di polenta con carne di maiale, involta in foglie di banano e cotta a vapore, ndr) e rosquillas (in Nicaragua, una specie de piccola ciambella a base de mais e formaggio, ndr), abbigliamento e cosmetici... Ci sono comunità dove le donne scambiano vestiti e bigiotteria con prodotti agricoli, li danno a credito che poi riscuotono al momento dei raccolti. Abbiamo anche osservato uomini e donne del settore rurale più povero lavorare come braccianti agricoli, lavoratori della maquila (fabbriche fabbriche contoterziste, dove il capitale straniero controlla l'intero ciclo produttivo-commerciale, fornendo anche la materia prima che vi viene lavorata, ndr), e come lavoratrici domestiche.
Alcuni di quei piccoli coltivatori, oggi diventati braccianti e migranti, vivono un calvario. Ad esempio, quanti nella bassa stagione lavorano nello zuccherificio CASUR di Rivas, in quella alta se ne vanno in Costa Rica a lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero o di altro, ma quando si ammalano, né in Costa Rica né in Nicaragua trovano lavoro, né godono di alcuna assistenza sanitaria.

Le disuguaglianze nelle campagne

Le enormi disuguaglianze che il Nicaragua sta sperimentando con l'attuale modello economico sono notevoli nelle zone rurali e tra i poveri delle campagne. La disuguaglianza è più profonda dove primeggiano prodotti di esportazione come carne e zucchero.
A León e Chinandega sono molti i contadini poveri senza terra che coltivano mais e sesamo, competendo fra di loro per avere in affitto terra dagli zuccherifici Pantaleón e Santa Rosa, aziende che, allo scopo di espandere le piantagioni di canna da zucchero, l'affittano ad un valore molto più alto del mercato. Nella penisola di Cosigüina sono molti i contadini poveri, già soci di cooperative durante la Rivoluzione, che hanno venduto la loro terra a prezzi stracciati allo zuccherificio Pantaleón e ora vivono sul ciglio della strada, prendendo in affitto terre da coltivare per l'autoconsumo. Nel Centro e nel Nord del Paese vi sono allevatori di bestiame che esportano carne che pagano molti contadini perché si addentrino ancor di più nella montagna e deforestino nuove porzioni di bosco, per poter poi subentrare loro e convertire la zona deforestata in nuovi pascoli per il bestiame.
Nella zona costiera di Rivas i piccoli agricoltori hanno abbandonato l'agricoltura per diventare lavoratori salariati nei centri turistici della zona. Molti hanno venduto le loro proprietà a stranieri o ad imprenditori turistici a prezzi irrisori e, dopo aver scambiato i loro machetes per rastrelli e altri attrezzi, oggi fanno i giardinieri o gli aiutanti carpentieri. Molte contadine, poi, hanno smesso di allevare maiali e galline, e lavorano come cuoche e lavandaie, mentre le loro figlie fanno le cameriere nei nuovi centri turistici.

Bestiame e zucchero privilegiati dal credito

L'allevamento di bestiame e la canna da zucchero sono i principali beneficiari delle esenzioni fiscali stabilite dal governo e delle politiche di credito.
Durante il governo di Enrique Bolaños (2001-2006) sono stati fatti grandi investimenti nell'allevamento di bestiame e si sono aperte le porte alle esenzioni. L'allevamento è stato considerato uno dei clusters che avrebbe attratto investimenti. Molti programmi di credito, privati e statali, hanno finanziato la costruzione di magazzini, la semina di foraggio migliorato, trasformazioni del patrimonio zootecnico, l'apertura di sentieri e strade per favorire il trasporto di latte e carne. L'allevamento era considerato, infatti, un importante motore della crescita del Paese.
L'attuale governo ha una visione simile. Società straniere, come le messicane Sukarne e Lala, sono arrivate in Nicaragua per costruire mattatoi e raccogliere latte. Per il 2015, il governo ha annunciato un piano volto a rafforzare e ammodernare il settore zootecnico, con l'obiettivo di raddoppiare le esportazioni di carne e latte.
L'allevamento di bestiame e la canna da zucchero sono attività devastanti l'ambiente. In Nicaragua, l'allevamento continua ad essere estensivo: si deforestano grandi aree di bosco per trasformarle in pascoli. E la monocoltivazione della canna da zucchero utilizza grandi quantità di pesticidi, impoverisce i terreni e compromette la salute dei lavoratori della canna. Nonostante i danni ambientali, le aree dedicate all'allevamento e alla canna da zucchero continuano ad espandersi, sono in gran parte nelle mani di grandi imprenditori e non contribuiscono alla sicurezza alimentare del Paese.

I gruppi economici durante il somozismo

In Nicaragua, a grandi linee, si possono distinguere tre fasi nel mercato finanziario rurale. La prima inizia con il consolidamento del modello agroesportatore negli anni '50 e si estende fino alla caduta di Somoza nel 1979. La seconda corrisponde agli anni '80. La terza inizia con gli aggiustamenti strutturali avviati nel 1990 e dura tuttora.
Negli anni '50, i finanziamenti pubblici e privati promuovevano le esportazioni (caffè, cotone, canna da zucchero, tabacco, banane, bestiame). Le banche private sono nate da investimenti del settore agroesportatore. In quegli anni, tre erano i principali gruppi economici: il primo ruotava intorno al Banco Nicaragüense (BANIC) e i suoi principali soci erano imprenditori del cotone della zona occidentale del Paese, presenti soprattutto a León e Chinandega. Azionisti della banca erano famiglie impegnate nella catena agroindustriale del cotone: i Montealegre, Callejas, Reyes Cardenal, Guerrero, Gurdián, Blandón. A metà degli anni '60, il BANIC, divenuto uno dei più potenti gruppi economici del Paese, si orientò verso il settore immobiliare e della costruzione di alloggi. Tale crescita fu favorita in quegli anni dall'auge dell'Alleanza per il Progresso e dalla creazione del Mercato Comune Centroamericano.
Un altro gruppo economico gravitava intorno al Banco de América (BANAMERICA), nato nel 1952, che rappresentava gli interessi di settori economici dell'Ovest e Sud del Paese, dediti all'allevamento di bestiame e alla commercializzazione dello zucchero e del rum. Suoi fondatori erano i Pellas, Chamorro, Benard, Baltodano, Hollman. Dapprima, si presentava come una banca tradizionale, che captava risorse e finanziava attività agricole. In seguito, crebbe combinando investimenti nel settore delle assicurazioni, dell'edilizia e dell'industria. La sua espansione fu facilitata dal patto siglato da Somoza con i conservatori.
Un'altra delle banche private, a quel tempo importanti, era Caley Dagnall, che esercitava la propria egemonia sui produttori di caffè.
Il terzo gruppo economico era quello della famiglia Somoza. Aveva investimenti in quasi tutti i settori importanti dell'economia, anche se la sua fortuna era custodita in banche internazionali. Il suo patrimonio venne stimato in 400 milioni di dollari. Il capitale dei Somoza creò le proprie imprese e tra esse il Banco Centroamericano, anche se, nella pratica, Somoza si avvaleva del Banco Nacional per concedere prestiti a se stesso.

Come veniva allocato il credito rurale durante il somozismo

Il credito agrario era erogato da banche private e dal Banco Nacional de Nicaragua (BNN), nato nel 1912. Secondo alcuni dei suoi vecchi dirigenti, tale banca arrivò ad avere fra i suoi clienti 40 mila produttori agricoli, cui forniva anche assistenza tecnica, mediante le sue 69 agenzie sparse nel Paese, vantando un tasso di riscossione dei crediti del 95%.
Nel 1968, il Banco Interamericano de Desarrollo (BID) dichiarò il programma di credito rurale nicaraguense come uno dei migliori in America Latina. Anche il BNN venne utilizzato come strumento politico da Somoza: erano notori i mancati pagamenti da parte dei produttori di cotone, che tuttavia venivano rifinanziati in tempo di crisi, in cambio di voti.
Nel 1975, vennero apportate delle modifiche alla politica creditizia al fine di includere i segmenti più poveri del campesinado. Venne creato l'Istituto di Benessere Contadino, denominato INVIERNO, che introdusse cambiamenti nei programmi di credito rurale. Sedi di tale istituto vennero aperte in diverse parti del Paese. Oltre al personale amministrativo, esso contava agronomi e sociologi. Il credito era concepito per arrivare direttamente alla comunità e si garantiva accompagnamento e formazione. Vennero creati spacci contadini, promossi accordi con istituzioni statali per riparare le strade di campagna e ai produttori venivano consegnati sementi. I prestiti venivano erogati in base ad una linea di credito per cinque anni e i produttori ne facevano uso durante i raccolti.
L'istituto INVIERNO finanziò tra 5 mila e 8 mila famiglie e circa 11.855 ettari coltivati a mais e fagioli. Nei documenti dell'Istituto Interamericano di Cooperazione Agricola (IICA) era considerato un'esperienza di successo rispetto ad altre in America Latina. Nel 1976, la produzione di fagioli occupava tra il 50% e il 60% dell'area coltivata nel Paese, ma riceveva soltanto il 10% del credito istituzionale, a beneficio di appena il 10-15% delle famiglie contadine. La stragrande maggioranza dei piccoli e medi produttori agricoli restava fuori dai canali del credito istituzionale. Alcune delle risorse dell'istituto INVIERNO furono dirottate verso altri settori dell'economia e, nel 1978, dei 27 milioni di córdobas dati dalla AID (Agency for International Development, l'agenzia statunitense per lo sviluppo, ndr), 22 furono dirottati verso le banche private, cui avevano accesso le grandi imprese.
I proprietari terrieri che avevano accesso al credito formale stabilivano relazioni diseguali di mezzadria con i loro inservienti e contadini senza terra, cui affittavano terreni in cambio della consegna di buona parte del raccolto. Inoltre, prestavano loro soldi a tassi di interesse elevati. E c'erano anche forme di colonato o di prestiti di terra in cambio di benefici personali. Tutto ciò rincarava il costo del credito per il settore rurale povero.

Il credito durante la Rivoluzione

Nel decennio della Rivoluzione, il governo sandinista cambiò nome al Banco Nacional trasformandolo in Banco Nacional de Desarrollo (BANADES). Massificò l'esperienza del credito rurale e dei programmi di assistenza tecnica. Le risorse erano intermediate dalle cooperative di risparmio e credito e dalle imprese che allora appartenevano all'Area di Proprietà del Popolo (APP). Grazie ai crediti ricevuti dai piccoli e medi produttori di granaglie, nel 1981, si osservò un incremento nella produzione rispetto ai due anni precedenti: più 29% per il mais e più 51% per i fagioli. Il BANADES crebbe fino ad avere 80 mila clienti nel settore agrario.
Furono anni di riforma agraria, di intervento statale e di cambiamento nella “cultura del pagamento” della popolazione rurale. Nei fatti, gli irrealistici tassi di interesse praticati rappresentavano un incentivo all'indebitamento. Al fine di far crescere la produzione, i tassi di interesse nominali dei prestiti ai settori agricolo e agroindustriale si mantennero tra l'8% e il 22% nel periodo 1980/85. I tassi di interesse sui prestiti a lungo termine erano inferiori a quelli a breve termine; ciò al fine di favorire gli investimenti in campo agricolo, ma il tasso di inflazione passò dal 35% del 1980 al 334% nel 1985.
Nel 1983, il Banco Central ammise che i tassi di interesse erano negativi e che un prestito fatto nel Gennaio 1984 avrebbe subito un deprezzamento in termini reali di oltre il 50% nel Dicembre dello stesso anno. In quelle condizioni, la mancata indicizzazione al dollaro dei prestiti in córdobas faceva sì che un credito erogato per comprare un trattore, anni dopo veniva pagato con un valore in dollari appena sufficiente a comprare un maiale.
Secondo il mandato costituzionale, la banca pubblica fu estremamente generosa nel concedere crediti al settore produttivo: “La produzione fisica è più importante del denaro”, dicevano i funzionari statali. E siccome l'obiettivo era quello di aumentare la produzione, venivano ignorati i suggerimenti e conclusioni degli analisti di credito. Così, i produttori caddero nel circolo vizioso dell'indebitamento.
Nel 1985, a seguito dell'aggravamento del conflitto militare e del deterioramento del quadro economico, il credito pubblico divenne, di fatto, un sussidio per evitare il collasso. Ad ogni anniversario della Rivoluzione veniva annunciato un nuovo condono. Ciò finì per minare completamente il sistema finanziario e la cultura creditizia.
Riuscì davvero la Rivoluzione a democratizzare il credito agrario? Secondo vari autori, anche in quella fase il credito si concentrò nelle grandi aziende private e statali, che ricevevano il 65% del totale dei crediti. Altri sottolineano come, a livello locale, i settori più abbienti e con maggiore influenza politica siano stati quelli che più credito ricevettero ma anche che meno lo pagarono, e che tali settori approfittarono più dei contadini poveri dei sussidi concessi dal governo attraverso il credito.

I cambiamenti degli anni '90

Nel 1990, con la fine della Rivoluzione, finì anche il monopolio statale sulle attività finanziarie. Il che modificò ancora una volta la politica creditizia. La banca privata riapparve nel 1991 e in quell'anno venne creata la Sovrintendenza delle Banche e Finanziarie (SIBOIF) come istanza regolatrice e di supervisione delle attività delle banche commerciali, tanto statali come private.
Alla fine del governo di Violeta Chamorro, il BANADES venne chiuso. Si dice che i suoi massimi dirigenti, tra cui il ministro dell'Agricoltura, Roberto Rondón, lo mandarono in bancarotta e che il ministro utilizzò fondi della banca per finanziare sue imprese agricole situate nella zona centrale del Paese. La lista dei principali morosi del BANADES mai venne resa pubblica e tale banca lasciò in totale abbandono molti agricoltori. Degli 80 mila clienti che aveva nel 1990 ne erano rimasti meno di 7 mila nel 1997, quando chiuse definitivamente.
Il governo liberista puntò a crearne un'altra simile, una sorta di “reincarnazione”, il che non piacque alla banca multilaterale, che conosceva la crisi precedente. Nacque così il Fondo di Credito Rurale, con risorse e copertura molto limitate. Tale Fondo si mantenne così durante il governo di Enrique Bolaños.
Al suo arrivo al governo, nel 1997, Arnoldo Alemán fu prodigo di promesse di risorse per l'agricoltura. Tra le varie quella di finanziare la semina di mais e fagioli a oltre 34 mila famiglie; inoltre, il Programma di Certificazione Agraria (CERTIAGRO) di BANCENTRO; e l'impegno che la banca privata avrebbe erogato 900 milioni di córdobas in prestiti al settore agrario. Tutto ciò, senza contare la promessa più grande, chiave nella campagna elettorale di Alemán: tornare a fare del Nicaragua il “granaio del Centroamerica”.

1990: nascono le microfinanziarie

Nel 1990, sorse in Nicaragua una nuova alternativa di credito, la microfinanza, sulla base di esperienze di successo già esistenti in diversi Paesi dell'America Latina, tra i quali Bolivia e Perú, che replicavano l'esperienza del Grameen Bank in Bangladesh.
L'obiettivo era quello di capitalizzare le microimprese urbane e rurali per includere coloro che erano tradizionalmente esclusi dal sistema finanziario formale. Tra le innovazioni portate, ad esempio, il credito di gruppo, sulla base del riconoscimento che i poveri rurali non possono offrire garanzie, mentre quella che viene richiesta per ricevere un credito è la solidarietà del gruppo. Alcune delle microfinanzie sono state davvero innovative: hanno sviluppato banche comunitarie sulla base del risparmio, hanno concesso crediti al settore zootecnico vincolati al rispetto dell'ambiente e dato priorirà all'inserimento nella produzione delle donne rurali.
Attualmente, in Nicaragua vi sono 24 microfinanziarie affiliate all'Associazione di Microfinanze (ASOMIF), regolata dalla Commissione Nazionale di Microfinanza (CONAMI), mentre nel settore privato ci sono 11 fra banche e istituzioni finanziarie regolamentate dalla Sovrintendenza di Banche e Finanziarie (SIBOIF).

La storia si ripete

Con differenti paradigmi, la storia sembra ripetersi oggi. Le statistiche lo dimostrano.
A fine 2007, con il Fronte Sandinista di nuovo al governo, dei 2.183,1 milioni di dollari depositati nelle banche del Sistema Finanziario Nazionale (SFN), soltanto il 13,6% risultava investito in agricoltura, con una concentrazione di risorse a favore di prodotti di esportazione, quali canna da zucchero, arachidi, carne. Mentre dei 218,7 milioni di dollari che costituivano il portafoglio delle microfinanziarie, il 47,5% era investito nella agrozootecnia, ma solo il 13,3% di tale percentuale era costituito da crediti all'agricoltura. Risultava, pertanto, evidente come a coprire la domanda di credito del settore agricolo fossero le microfinanziarie, anche se queste sostenevano principalmente l'allevamento: dei 74.576 clienti del settore agrozootecnico, meno della metà, 28.959, erano dediti solo all'agricoltura.
Sette anni più tardi, a fine 2014, la situazione era peggiorata. Il sistema bancario formale aveva ridotto del 3,6% il suo sostegno al settore agricolo. Altrettanto avevano fatto le microfinanziarie che ad esso destinavano soltanto il 27,3% del loro portafoglio, pari a una riduzione di quasi 12 milioni di dollari. Anche la clientela agraria si era ridotta, scendendo a 56.998 clienti, dei quali 23 mila erano agricoltori, anche se con un portafoglio superiore; il che significa che le microfinanziarie stavano fornendo assistenza finanziaria a clienti rurali maggiormente capitalizzati: produttori di caffè e banane, più che mais e fagioli.
Tre mesi dopo, nel Marzo 2015, quelle tendenze erano confermate. Il portafoglio prestiti commerciali, sia delle banche che delle microfinanziarie, era aumentato del 12%, segno che il credito si sta orientando verso i centri urbani. E le banche continuavano ad essere le grandi assenti nel credito al settore agricolo, nonostante la liquidità di cui dispongono, aumentata quasi del 70% rispetto al 2007.

Il credito caro delle microfinanziarie

In un convegno sulla microfinanza tenutosi nel 2015, il consigliere per i temi economici del presidente Ortega, Bayardo Arce, ha dichiarato che il credito concesso dalle microfinanzarie continua ad essere caro, riproponendo un dibattito infinito e pur sapendo che al produttore rurale risulta ancora più costoso il mancato accesso al credito.
Una microfinanziaria può applicare un tasso di interesse annuo del 30%, persino del 36%. Circa il 14-20% di quanto ottiene dagli interessi se ne va in oneri di gestione: creare le condizioni ottenere il credito, spese di ufficio, mobilità del personale e rimborso del prestito ottenuto. Giacché le microfinanziarie sono intermediarie finanziarie: ricevono prestiti per fornirli a loro volta, e ciò ha un costo dell'8-10%.
Nei centri urbani, le banche applicano interessi inferiori: tra il 10% e il 14%, e anche meno, dal momento che i clienti vivono in luoghi più facilmente accessibili, possono assorbire offerte di credito superiori e lavorano con capitale proprio.
Gli imprevisti e le avversità che devono, invece, affrontare i produttori rurali – siccità, inondazioni, infestazioni, alti costi degli inputs produttivi, strade e sentieri in cattivo stato... – aumentano il rischio di non recuperare il credito e rafforzano la paura di prestare soldi a questo settore.
Un altro ostacolo per il credito bancario al settore rurale è rappresentato dalle regole della SIBOIF, un'istituzione ideata secondo logiche urbane e del sistema bancario internazionale, che non si adattano alle specifiche esigenze del credito rurale. Il grande settore privato del Paese, che non sembra interessato ad investire in attività importanti in Nicaragua, lascia il compito di sostenere gli agricoltori alle microfinanziarie, che sono a rischio, anche se applicano tassi molto più alti.

Il “non pago” e la diffidenza di Ortega

Anche se le microfinanziarie hanno dimostrato che i poveri delle campagne sono affidabili nei pagamenti e che il settore rurale è redditizio, l'insorgere del “movimento dei Non Pago” nel 2008 ha riportato in auge in Nicaragua quella “cultura” che rappresenta un altro ostacolo perché il credito rurale sia visto con benevolenza.
Quel movimento è stato incoraggiato dal presidente Daniel Ortega, che incautamente ha convocato i clienti delle microfinanziarie a manifestare di fronte alle sedi di quest'ultime, minacciando di non pagare i debiti. Le microfinanziarie hanno subito perdite, tali che alcune non sono più riuscite a riprendersi, e da allora tutte guardano con diffidenza ai produttori politicamente manipolabili.
I “Non Pago” hanno recato danni alle microfinanziarie e al Paese, e nuociuto all'immagine di “buon pagatore” del settore rurale povero. Nei fatti, coloro che hanno guidato quel movimento erano produttori della zona centrale e settentrionale (Las Segovias) del Paese, i quali si erano indebitati fino al collo, e che con il ritorno al governo di Ortega hanno riavvivato le aspettative di condono cui erano stati abituati dal defunto BANADES negli anni '80.
Un'altra ipotesi sulle cause della comparsa del movimento “Non Pago” è che il governo Ortega veda con sospetto le microfinanziarie, che rappresentano un ampio movimento che ha molti clienti e risorse, ma politicamente ed economicamente indipendente dal governo. In altre parole, l'esteso e indipendente tessuto associativo delle microfinanziarie è stato visto da Daniel Ortega come un ostacolo al suo progetto di clientelismo rurale.

I programmi rurali dell'attuale governo

Cosa ha fatto l'attuale governo, che si vanta di essere “cristiano, socialista e solidale”, rispetto al credito rurale?
Dal 2007, il governo eroga alle donne rurali che dispongano di una parcella di terreno il cosiddetto Buono Produttivo Alimentare, nell'ambito del programma Fame Zero. Dal 2011, il governo ha, poi, inaugurato il programma CRISOL (cioè, Cristiano, Sociale e Solidale), per i piccoli produttori di vari rami. E dal 2010, ha aperto il Banco Produzcamos (Banca Produciamo, ndr), oggi in via di privatizzazione del 60% dei suoi attivi. Queste iniziative non sono riuscite, tuttavia, a soddisfare la domanda del settore, tanto che, nel 2012, soltanto il 10% dei poveri delle aree rurali ha avuto accesso al credito.
Il Banco Produzcamos, fondato dal governo nel 2010, a seguito dell'assorbimento del Fondo di Credito Rurale e di altri programmi rurali avviati dai governi Alemán e Bolaños, è stato creato per assistere i piccoli e medi produttori rurali, ma, di fatto, ha erogato crediti principalmente ai settori già capitalizzati dell'agro.
Nel 2014, secondo le poche informazioni che appaiono sul suo sito web, il governo ha prestato 44 milioni di dollari al settore agricolo. Di questi e attraverso il programma CRISOL, 6,9 milioni per la semina di fagioli, prodotto che è quasi interamente nelle mani dei piccoli coltivatori. Ciò indica che il 74% del portafoglio crediti della banca Produzcamos è destinato ai settori più capitalizzati dell'agro, come del resto si può dedurre dai requisiti che la banca richiede per concedere prestiti – garanzie e ipoteche –, che escludono i più poveri, che non hanno terra, né possono offrire garanzie reali. Oggi, le microfinanziarie danno più crediti al settore rurale del Banco Produzcamos.

Il programma CRISOL

Nel 2011, il governo ha avviato il programma CRISOL finalizzato a dare assistenza a piccoli agricoltori di diversi rami produttivi.
Da allora, i coltivatori poveri che hanno ricevuto credito attraverso questo programma, che dipende dal Ministero dell'Economia Familiare, Comunitaria, Cooperativa e Associativa (MEFCCA), da molto tempo in ristrutturazione, sono incentivati a seminare la qualità di fagiolo nero invece di quello rosso, e a vendere la loro produzione ai centri di raccolta statali che la esportano in Venezuela. In altre parole, il Nicaragua paga così il petrolio che arriva da Caracas. Se è vero che il fagiolo nero è più nutriente, resistente alla siccità e registra una maggiore produttività, esso non è però molto accettato nella dieta dei nicaraguensi.
Nel 2013, il programma CRISOL ha smesso di assistere 50 mila piccoli produttori. Nel 2014, secondo fonti dello stesso programma, altri 30 mila si sono aggiunti a quel numero. E nel 2015, altri 26 mila. I clienti sembrano diminuire col passare degli anni. La realtà è che tale programma, anche se eroga credito a buon mercato, non raggiunge gli obiettivi che si prefigge, come indicano alcuni suoi rapporti, dal momento che non dispone di sufficiente capacità di esecuzione, anche se abbonda di discorsi retorici, come peraltro accade con il Buono Produttivo Alimentare del programma di punta Fame Zero.
Il credito fornito da CRISOL è anche un'esca politica, giacché le possibilità di recupero dei crediti sono del 50%. Ciò favorisce una “cultura del non pagamento” e mina la solidità del portafoglio crediti e ancor di più quella dello sviluppo, dal momento che promuove l'idea che sia meglio “mangiare oggi anche se avremo fame domani...”. E questo, naturalmente, incide nella riduzione dei crediti.

Perché le cose cambino

Secondo il Censimento Nazionale Agricolo del 2012, il 14,73% della popolazione nelle aree rurali aveva ricevuto crediti in quell'anno. Della popolazione dedita all'allevamento, solo il 12% ne aveva ricevuti. Di quella dedita all'agricoltura, soltanto il 10,74%. Ciò significa che solo 38.680 dei 360 mila uomini e donne che coltivano la terra, ma che sono invisibili alle statistiche perché non la posseggono, hanno ricevuto qualche credito.
Secondo dati del governo e delle microfinanziarie, nel 2014 il numero dei beneficiari di credito è aumentato: 53 mila. Tuttavia, data la scarsa e poco affidabile informazione fornita da CRISOL e l'inclusione nel programma dei produttori di caffè e banane – cioè i settori più capitalizzati – possiamo affermare che sono circa 35 mila produttori assistiti dal governo e dalle microfinanziarie. È una cifra drammatica. E, al contempo, una sfida: solo il 9,7% della popolazione povera rurale del nostro Paese ha accesso al credito. Modificare questo numero è di fondamentale importanza perché le cose cambino in Nicaragua.
Il Nicaragua ha bisogno di una banca per lo sviluppo rurale che sia inclusiva e che le banche private diano assistenza al settore rurale nelle sue varie attività. La popolazione rurale ha bisogno di crediti innovativi da parte delle microfinanziarie: crediti di gruppo, ambientali e per l'acquisto di terra. E necessita di assistenza tecnica per adattarsi ai cambiamenti climatici, e di educazione finanziaria e accompagnamento per monitorare i propri investimenti.
E, pure, necessita che il settore rurale sia visto come un importante potenziale di sviluppo e non solo come una clientela politica, come è stato storicamente.

NICARAGUA / Credito e povertà rurale: le distanze aumentano

 

Le sacche di povertà in Nicaragua si concentrano nelle zone rurali. Attualmente, qual è l'offerta di credito di banche e agenzie microfinanziarie alla fascia più povera del campesinado? Ripercorriamo la storia del credito rurale per capire come sopravvivano, oggi, i poveri delle campagne e capire come sia cambiato il mondo rurale.

 

Di Lucía Hernández Moraga, responsabile gestione clienti e performance sociale del Fondo di Sviluppo Locale (FDL), di Managua, Nicaragua.

Traduzione e redazione in italiano di Marco Cantarelli.

 

Sebbene la povertà in Nicaragua sia concentrata nelle zone rurali e, anno dopo anno, sia forte la preoccupazione dei produttori agricoli per il mancato arrivo delle piogge, in Nicaragua non esiste un piano nazionale per lo sviluppo rurale, che includa tutti i settori.

L'assenza di credito per i più poveri delle zone rurali è solo un segno della mancanza di tale piano nazionale. L'incuranza statale e la logica urbana che sottende il modello economico favoriscono gli esportatori, mentre il cambiamento climatico sta già facendo la sua parte... Minori crediti corrispondono a minori investimenti e a maggiore povertà, e i poveri deve scommettere su attività non agricole per sopravvivere. Il risultato è un'accelerata deruralizzazione del settore agricolo. A medio termine, ciò mette a rischio la sicurezza alimentare del Paese, l'economia locale e i posti di lavoro nei servizi che dipendono dalla catena produttiva rurale.

 

Mais e fagioli: prodotti di base

 

In Nicaragua, vi sono circa 300 mila piccoli e medi produttori rurali, di cui 60 mila donne. Anche se la maggior parte di essi non appare nei censimenti agrari, è dalle mani di queste persone che dipende la sicurezza alimentare del Paese. Sono loro a dinamizzare le economie locali. Mais e fagioli sono le principali coltivazioni di questa popolazione e costituiscono i loro alimenti di base, il loro piatto quotidiano. Come pure lo sono per tutta la popolazione del Nicaragua, cui garantiscono il 48% delle calorie.

In Nicaragua, si producono circa 4,5 milioni di quintali (s'intendono qui e oltre nel testo, quintali di libbre; pari, pertanto, a poco più di 2 mila tonnellate; ndr) di fagioli l'anno, di cui vengono esportati circa 1 milione di quintali. Ogni manzana (pari a 0,7 ettari, ndr) produce tra gli 8 e i 13 quintali. Micro e piccoli produttori utilizzano metodi tradizionali, non dispongono di tecnologie appropriate e dipendono in tutto e per tutto dalle piogge. Ci sono zone frijoleras (cioè, di produzione di fagioli, ndr) nel Nord, nel Centro e nelle Segovias, che garantiscono 3 raccolti: il primo, fra Maggio e Luglio; il secondo (postrera) fra Agosto e Ottobre; il terzo (apante) fra Novembre e Dicembre. Coltivare fagioli non costa molto, il che consente a molti produttori agricoli di dedicarvisi. Nel suo studio su fagioli e sicurezza alimentare in Nicaragua, la FAO (acronimo in inglese dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura, ndr) ha identificato 3 tipi di produttori: i più piccoli vendono ogni anno circa 17 quintali, dal momento che consumano gran parte della loro produzione; i piccoli vendono tra i 18 e i 30 quintali; i medi riescono a venderne fra 33 e 200 quintali. Piccoli e medi sono più specializzati e hanno terra in proprietà. Essendo così diversi e disorganizzati, i coltivatori di fagioli hanno scarso potere negoziale, a differenza dei coltivatori di caffè e degli allevatori.

In tutto il Nicaragua si coltiva anche il mais. Il 68% del totale nei dipartimenti di Jinotega, Matagalpa, Boaco, Chontales e Caribe Sur. La maggior parte del mais prodotta va al consumo delle famiglie che lo coltivano.

Allevamento e coltivazione del caffè sono pure attività dei settori più poveri dell'agro. Il mercato di tali prodotti è locale. Il 40% dei coltivatori di caffè sono poveri, che coltivano anche mais e fagioli. E ci sono contadini poveri che combinano attività agricole con allevamento su piccola scala.

 

Contadini migranti

 

Nell'agro nicaraguense, la realtà rurale si è andata modificando e si assiste oggi ad una accelerata de-ruralizzazione del settore, a causa della mancanza di lavoro. Per sopravvivere, la popolazione rurale più povera si è dedicata ad altro – attività commerciali, lavoro salariato – oppure è emigrata. Tutto ciò è evidente nel Nicaragua “profondo”, dove tradizionalmente si osservavano soltanto attività agricole.

La migrazione sta svolgendo un ruolo molto importante per diversificare le entrate dei settori rurali più poveri. Nei fatti, le rimesse dei migranti finanziano l'agricoltura. Fra il 2013 e il 2014, la Libera Università di Bruxelles ha condotto 50 studi di casi a León, Nandaime, El Viejo, Estelí, Bocay e Pantasma, verificando come la maggior parte delle persone intervistate e dedite all'agricoltura fossero anche migranti e la migrazione fosse la loro più importante fonte di reddito.

Vi sono zone, come quelle di La Chipopa a Nandaime, un'antica cooperativa agricola dove la maggior parte degli uomini se ne vanno in Costa Rica da Novembre a Marzo e tornano in Nicaragua per la prima e seconda semina, lasciando le donne a capo della famiglia per mesi. Questi migranti non inviano rimesse attraverso il sistema formale, ma attraverso amici e conoscenti. Il denaro risparmiato in Costa Rica è investito in agricoltura. Inoltre, serve loro a pagare debiti informali.

 

Contadine nel piccolo commercio

 

Il cambiamento climatico si fa sentire in Nicaragua ed è destinato a durare. Ed ha spinto la popolazione rurale povera a coltivare specie più resistenti, come la flor de Jamaica (Hibiscus sabdariffa, pianta perenne della famiglia delle Malvacee, genere Hibiscus, diffusa in Africa e Asia; dai calici dei fiori essiccati si ricava la bevanda nota come carcadè; ndr) e la chia (Salvia hispanica, della famiglia Labiatae, nativa del Guatemala e del Messico centrale e meridionale, ricca di proprietà nutritive, ndr), e a dedicarsi ad attività per essa insolite, che rompono il paradigma “contadinista”, che pone l'agricoltura alla base dell'economia rurale.

Nei 50 studi di casi effettuati dalla Libera Università di Bruxelles sono state individuate attività commerciali su piccola scala, soprattutto nelle zone rurali del Pacifico: vendita di pane, nacatamales (una sorta di polenta con carne di maiale, involta in foglie di banano e cotta a vapore, ndr) e rosquillas (in Nicaragua, una specie de piccola ciambella a base de mais e formaggio, ndr), abbigliamento e cosmetici... Ci sono comunità dove le donne scambiano vestiti e bigiotteria con prodotti agricoli, li danno a credito che poi riscuotono al momento dei raccolti. Abbiamo anche osservato uomini e donne del settore rurale più povero lavorare come braccianti agricoli, lavoratori della maquila (fabbriche fabbriche contoterziste, dove il capitale straniero controlla l'intero ciclo produttivo-commerciale, fornendo anche la materia prima che vi viene lavorata, ndr), e come lavoratrici domestiche.

Alcuni di quei piccoli coltivatori, oggi diventati braccianti e migranti, vivono un calvario. Ad esempio, quanti nella bassa stagione lavorano nello zuccherificio CASUR di Rivas, in quella alta se ne vanno in Costa Rica a lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero o di altro, ma quando si ammalano, né in Costa Rica né in Nicaragua trovano lavoro, né godono di alcuna assistenza sanitaria.

 

Le disuguaglianze nelle campagne

 

Le enormi disuguaglianze che il Nicaragua sta sperimentando con l'attuale modello economico sono notevoli nelle zone rurali e tra i poveri delle campagne. La disuguaglianza è più profonda dove primeggiano prodotti di esportazione come carne e zucchero.

A León e Chinandega sono molti i contadini poveri senza terra che coltivano mais e sesamo, competendo fra di loro per avere in affitto terra dagli zuccherifici Pantaleón e Santa Rosa, aziende che, allo scopo di espandere le piantagioni di canna da zucchero, l'affittano ad un valore molto più alto del mercato. Nella penisola di Cosigüina sono molti i contadini poveri, già soci di cooperative durante la Rivoluzione, che hanno venduto la loro terra a prezzi stracciati allo zuccherificio Pantaleón e ora vivono sul ciglio della strada, prendendo in affitto terre da coltivare per l'autoconsumo. Nel Centro e nel Nord del Paese vi sono allevatori di bestiame che esportano carne che pagano molti contadini perché si addentrino ancor di più nella montagna e deforestino nuove porzioni di bosco, per poter poi subentrare loro e convertire la zona deforestata in nuovi pascoli per il bestiame.

Nella zona costiera di Rivas i piccoli agricoltori hanno abbandonato l'agricoltura per diventare lavoratori salariati nei centri turistici della zona. Molti hanno venduto le loro proprietà a stranieri o ad imprenditori turistici a prezzi irrisori e, dopo aver scambiato i loro machetes per rastrelli e altri attrezzi, oggi fanno i giardinieri o gli aiutanti carpentieri. Molte contadine, poi, hanno smesso di allevare maiali e galline, e lavorano come cuoche e lavandaie, mentre le loro figlie fanno le cameriere nei nuovi centri turistici.

 

Bestiame e zucchero privilegiati dal credito

 

L'allevamento di bestiame e la canna da zucchero sono i principali beneficiari delle esenzioni fiscali stabilite dal governo e delle politiche di credito.

Durante il governo di Enrique Bolaños (2001-2006) sono stati fatti grandi investimenti nell'allevamento di bestiame e si sono aperte le porte alle esenzioni. L'allevamento è stato considerato uno dei cluster che avrebbe attratto investimenti. Molti programmi di credito, privati e statali, hanno finanziato la costruzione di magazzini, la semina di foraggio migliorato, trasformazioni del patrimonio zootecnico, l'apertura di sentieri e strade per favorire il trasporto di latte e carne. L'allevamento era considerato, infatti, un importante motore della crescita del Paese.

L'attuale governo ha una visione simile. Società straniere, come le messicane Sukarne e Lala, sono arrivate in Nicaragua per costruire mattatoi e raccogliere latte. Per il 2015, il governo ha annunciato un piano volto a rafforzare e ammodernare il settore zootecnico, con l'obiettivo di raddoppiare le esportazioni di carne e latte.

L'allevamento di bestiame e la canna da zucchero sono attività devastanti l'ambiente. In Nicaragua, l'allevamento continua ad essere estensivo: si deforestano grandi aree di bosco per trasformarle in pascoli. E la monocoltivazione della canna da zucchero utilizza grandi quantità di pesticidi, impoverisce i terreni e compromette la salute dei lavoratori della canna. Nonostante i danni ambientali, le aree dedicate all'allevamento e alla canna da zucchero continuano ad espandersi, sono in gran parte nelle mani di grandi imprenditori e non contribuiscono alla sicurezza alimentare del Paese.

 

I gruppi economici durante il somozismo

 

In Nicaragua, a grandi linee, si possono distinguere tre fasi nel mercato finanziario rurale. La prima inizia con il consolidamento del modello agroesportatore negli anni '50 e si estende fino alla caduta di Somoza nel 1979. La seconda corrisponde agli anni '80. La terza inizia con gli aggiustamenti strutturali avviati nel 1990 e dura tuttora.

Negli anni '50, i finanziamenti pubblici e privati promuovevano le esportazioni (caffè, cotone, canna da zucchero, tabacco, banane, bestiame). Le banche private sono nate da investimenti del settore agroesportatore. In quegli anni, tre erano i principali gruppi economici: il primo ruotava intorno al Banco Nicaragüense (BANIC) e i suoi principali soci erano imprenditori del cotone della zona occidentale del Paese, presenti soprattutto a León e Chinandega. Azionisti della banca erano famiglie impegnate nella catena agroindustriale del cotone: i Montealegre, Callejas, Reyes Cardenal, Guerrero, Gurdián, Blandón. A metà degli anni '60, il BANIC, divenuto uno dei più potenti gruppi economici del Paese, si orientò verso il settore immobiliare e della costruzione di alloggi. Tale crescita fu favorita in quegli anni dall'auge dell'Alleanza per il Progresso e dalla creazione del Mercato Comune Centroamericano.

Un altro gruppo economico gravitava intorno al Banco de América (BANAMERICA), nato nel 1952, che rappresentava gli interessi di settori economici dell'Ovest e Sud del Paese, dediti all'allevamento di bestiame e alla commercializzazione dello zucchero e del rum. Suoi fondatori erano i Pellas, Chamorro, Benard, Baltodano, Hollman. Dapprima, si presentava come una banca tradizionale, che captava risorse e finanziava attività agricole. In seguito, crebbe combinando investimenti nel settore delle assicurazioni, dell'edilizia e dell'industria. La sua espansione fu facilitata dal patto siglato da Somoza con i conservatori.

Un'altra delle banche private, a quel tempo importanti, era Caley Dagnall, che esercitava la propria egemonia sui produttori di caffè.

Il terzo gruppo economico era quello della famiglia Somoza. Aveva investimenti in quasi tutti i settori importanti dell'economia, anche se la sua fortuna era custodita in banche internazionali. Il suo patrimonio venne stimato in 400 milioni di dollari. Il capitale dei Somoza creò le proprie imprese e tra esse il Banco Centroamericano, anche se, nella pratica, Somoza si avvaleva del Banco Nacional per concedere prestiti a se stesso.

 

Come veniva allocato il credito rurale durante il somozismo

 

Il credito agrario era erogato da banche private e dal Banco Nacional de Nicaragua (BNN), nato nel 1912. Secondo alcuni dei suoi vecchi dirigenti, tale banca arrivò ad avere fra i suoi clienti 40 mila produttori agricoli, cui forniva anche assistenza tecnica, mediante le sue 69 agenzie sparse nel Paese, vantando un tasso di riscossione dei crediti del 95%.

Nel 1968, il Banco Interamericano de Desarrollo (BID) dichiarò il programma di credito rurale nicaraguense come uno dei migliori in America Latina. Anche il BNN venne utilizzato come strumento politico da Somoza: erano notori i mancati pagamenti da parte dei produttori di cotone, che tuttavia venivano rifinanziati in tempo di crisi, in cambio di voti.

Nel 1975, vennero apportate delle modifiche alla politica creditizia al fine di includere i segmenti più poveri del campesinado. Venne creato l'Istituto di Benessere Contadino, denominato INVIERNO, che introdusse cambiamenti nei programmi di credito rurale. Sedi di tale istituto vennero aperte in diverse parti del Paese. Oltre al personale amministrativo, esso contava agronomi e sociologi. Il credito era concepito per arrivare direttamente alla comunità e si garantiva accompagnamento e formazione. Vennero creati spacci contadini, promossi accordi con istituzioni statali per riparare le strade di campagna e ai produttori venivano consegnati sementi. I prestiti venivano erogati in base ad una linea di credito per cinque anni e i produttori ne facevano uso durante i raccolti.

L'istituto INVIERNO finanziò tra 5 mila e 8 mila famiglie e circa 11.855 ettari coltivati a mais e fagioli. Nei documenti dell'Istituto Interamericano di Cooperazione Agricola (IICA) era considerato un'esperienza di successo rispetto ad altre in America Latina. Nel 1976, la produzione di fagioli occupava tra il 50% e il 60% dell'area coltivata nel Paese, ma riceveva soltanto il 10% del credito istituzionale, a beneficio di appena il 10-15% delle famiglie contadine. La stragrande maggioranza dei piccoli e medi produttori agricoli restava fuori dai canali del credito istituzionale. Alcune delle risorse dell'istituto INVIERNO furono dirottate verso altri settori dell'economia e, nel 1978, dei 27 milioni di córdobas dati dalla AID (Agency for International Development, l'agenzia statunitense per lo sviluppo, ndr), 22 furono dirottati verso le banche private, cui avevano accesso le grandi imprese.

I proprietari terrieri che avevano accesso al credito formale stabilivano relazioni diseguali di mezzadria con i loro inservienti e contadini senza terra, cui affittavano terreni in cambio della consegna di buona parte del raccolto. Inoltre, prestavano loro soldi a tassi di interesse elevati. E c'erano anche forme di colonato o di prestiti di terra in cambio di benefici personali. Tutto ciò rincarava il costo del credito per il settore rurale povero.

 

Il credito durante la Rivoluzione

 

Nel decennio della Rivoluzione, il governo sandinista cambiò nome al Banco Nacional trasformandolo in Banco Nacional de Desarrollo (BANADES). Massificò l'esperienza del credito rurale e dei programmi di assistenza tecnica. Le risorse erano intermediate dalle cooperative di risparmio e credito e dalle imprese che allora appartenevano all'Area di Proprietà del Popolo (APP). Grazie ai crediti ricevuti dai piccoli e medi produttori di granaglie, nel 1981, si osservò un incremento nella produzione rispetto ai due anni precedenti: più 29% per il mais e più 51% per i fagioli. Il BANADES crebbe fino ad avere 80 mila clienti nel settore agrario.

Furono anni di riforma agraria, di intervento statale e di cambiamento nella “cultura del pagamento” della popolazione rurale. Nei fatti, gli irrealistici tassi di interesse praticati rappresentavano un incentivo all'indebitamento. Al fine di far crescere la produzione, i tassi di interesse nominali dei prestiti ai settori agricolo e agroindustriale si mantennero tra l'8% e il 22% nel periodo 1980/85. I tassi di interesse sui prestiti a lungo termine erano inferiori a quelli a breve termine; ciò al fine di favorire gli investimenti in campo agricolo, ma il tasso di inflazione passò dal 35% del 1980 al 334% nel 1985.

Nel 1983, il Banco Central ammise che i tassi di interesse erano negativi e che un prestito fatto nel Gennaio 1984 avrebbe subito un deprezzamento in termini reali di oltre il 50% nel Dicembre dello stesso anno. In quelle condizioni, la mancata indicizzazione al dollaro dei prestiti in córdobas faceva sì che un credito erogato per comprare un trattore, anni dopo veniva pagato con un valore in dollari appena sufficiente a comprare un maiale.

Secondo il mandato costituzionale, la banca pubblica fu estremamente generosa nel concedere crediti al settore produttivo: “La produzione fisica è più importante del denaro”, dicevano i funzionari statali. E siccome l'obiettivo era quello di aumentare la produzione, venivano ignorati i suggerimenti e conclusioni degli analisti di credito. Così, i produttori caddero nel circolo vizioso dell'indebitamento.

Nel 1985, a seguito dell'aggravamento del conflitto militare e del deterioramento del quadro economico, il credito pubblico divenne, di fatto, un sussidio per evitare il collasso. Ad ogni anniversario della Rivoluzione veniva annunciato un nuovo condono. Ciò finì per minare completamente il sistema finanziario e la cultura creditizia.

Riuscì davvero la Rivoluzione a democratizzare il credito agrario? Secondo vari autori, anche in quella fase il credito si concentrò nelle grandi aziende private e statali, che ricevevano il 65% del totale dei crediti. Altri sottolineano come, a livello locale, i settori più abbienti e con maggiore influenza politica siano stati quelli che più credito ricevettero ma anche che meno lo pagarono, e che tali settori approfittarono più dei contadini poveri dei sussidi concessi dal governo attraverso il credito.

 

I cambiamenti degli anni '90

 

Nel 1990, con la fine della Rivoluzione, finì anche il monopolio statale sulle attività finanziarie. Il che modificò ancora una volta la politica creditizia. La banca privata riapparve nel 1991 e in quell'anno venne creata la Sovrintendenza delle Banche e Finanziarie (SIBOIF) come istanza regolatrice e di supervisione delle attività delle banche commerciali, tanto statali come private.

Alla fine del governo di Violeta Chamorro, il BANADES venne chiuso. Si dice che i suoi massimi dirigenti, tra cui il ministro dell'Agricoltura, Roberto Rondón, lo mandarono in bancarotta e che il ministro utilizzò fondi della banca per finanziare sue imprese agricole situate nella zona centrale del Paese. La lista dei principali morosi del BANADES mai venne resa pubblica e tale banca lasciò in totale abbandono molti agricoltori. Degli 80 mila clienti che aveva nel 1990 ne erano rimasti meno di 7 mila nel 1997, quando chiuse definitivamente.

Il governo liberista puntò a crearne un'altra simile, una sorta di “reincarnazione”, il che non piacque alla banca multilaterale, che conosceva la crisi precedente. Nacque così il Fondo di Credito Rurale, con risorse e copertura molto limitate. Tale Fondo si mantenne così durante il governo di Enrique Bolaños.

Al suo arrivo al governo, nel 1997, Arnoldo Alemán fu prodigo di promesse di risorse per l'agricoltura. Tra le varie quella di finanziare la semina di mais e fagioli a oltre 34 mila famiglie; inoltre, il Programma di Certificazione Agraria (CERTIAGRO) di BANCENTRO; e l'impegno che la banca privata avrebbe erogato 900 milioni di córdobas in prestiti al settore agrario. Tutto ciò, senza contare la promessa più grande, chiave nella campagna elettorale di Alemán: tornare a fare del Nicaragua il “granaio del Centroamerica”.

 

1990: nascono le microfinanziarie

 

Nel 1990, sorse in Nicaragua una nuova alternativa di credito, la microfinanza, sulla base di esperienze di successo già esistenti in diversi Paesi dell'America Latina, tra i quali Bolivia e Perú, che replicavano l'esperienza del Grameen Bank in Bangladesh.

L'obiettivo era quello di capitalizzare le microimprese urbane e rurali per includere coloro che erano tradizionalmente esclusi dal sistema finanziario formale. Tra le innovazioni portate, ad esempio, il credito di gruppo, sulla base del riconoscimento che i poveri rurali non possono offrire garanzie, mentre quella che viene richiesta per ricevere un credito è la solidarietà del gruppo. Alcune delle microfinanzie sono state davvero innovative: hanno sviluppato banche comunitarie sulla base del risparmio, hanno concesso crediti al settore zootecnico vincolati al rispetto dell'ambiente e dato priorirà all'inserimento nella produzione delle donne rurali.

Attualmente, in Nicaragua vi sono 24 microfinanziarie affiliate all'Associazione di Microfinanze (ASOMIF), regolata dalla Commissione Nazionale di Microfinanza (CONAMI), mentre nel settore privato ci sono 11 fra banche e istituzioni finanziarie regolamentate dalla Sovrintendenza di Banche e Finanziarie (SIBOIF).

 

La storia si ripete

 

Con differenti paradigmi, la storia sembra ripetersi oggi. Le statistiche lo dimostrano.

A fine 2007, con il Fronte Sandinista di nuovo al governo, dei 2.183,1 milioni di dollari depositati nelle banche del Sistema Finanziario Nazionale (SFN), soltanto il 13,6% risultava investito in agricoltura, con una concentrazione di risorse a favore di prodotti di esportazione, quali canna da zucchero, arachidi, carne. Mentre dei 218,7 milioni di dollari che costituivano il portafoglio delle microfinanziarie, il 47,5% era investito nella agrozootecnia, ma solo il 13,3% di tale percentuale era costituito da crediti all'agricoltura. Risultava, pertanto, evidente come a coprire la domanda di credito del settore agricolo fossero le microfinanziarie, anche se queste sostenevano principalmente l'allevamento: dei 74.576 clienti del settore agrozootecnico, meno della metà, 28.959, erano dediti solo all'agricoltura.

Sette anni più tardi, a fine 2014, la situazione era peggiorata. Il sistema bancario formale aveva ridotto del 3,6% il suo sostegno al settore agricolo. Altrettanto avevano fatto le microfinanziarie che ad esso destinavano soltanto il 27,3% del loro portafoglio, pari a una riduzione di quasi 12 milioni di dollari. Anche la clientela agraria si era ridotta, scendendo a 56.998 clienti, dei quali 23 mila erano agricoltori, anche se con un portafoglio superiore; il che significa che le microfinanziarie stavano fornendo assistenza finanziaria a clienti rurali maggiormente capitalizzati: produttori di caffè e banane, più che mais e fagioli.

Tre mesi dopo, nel Marzo 2015, quelle tendenze erano confermate. Il portafoglio prestiti commerciali, sia delle banche che delle microfinanziarie, era aumentato del 12%, segno che il credito si sta orientando verso i centri urbani. E le banche continuavano ad essere le grandi assenti nel credito al settore agricolo, nonostante la liquidità di cui dispongono, aumentata quasi del 70% rispetto al 2007.

 

Il credito caro delle microfinanziarie

 

In un convegno sulla microfinanza tenutosi nel 2015, il consigliere per i temi economici del presidente Ortega, Bayardo Arce, ha dichiarato che il credito concesso dalle microfinanzarie continua ad essere caro, riproponendo un dibattito infinito e pur sapendo che al produttore rurale risulta ancora più costoso il mancato accesso al credito.

Una microfinanziaria può applicare un tasso di interesse annuo del 30%, persino del 36%. Circa il 14-20% di quanto ottiene dagli interessi se ne va in oneri di gestione: creare le condizioni ottenere il credito, spese di ufficio, mobilità del personale e rimborso del prestito ottenuto. Giacché le microfinanziarie sono intermediarie finanziarie: ricevono prestiti per fornirli a loro volta, e ciò ha un costo dell'8-10%.

Nei centri urbani, le banche applicano interessi inferiori: tra il 10% e il 14%, e anche meno, dal momento che i clienti vivono in luoghi più facilmente accessibili, possono assorbire offerte di credito superiori e lavorano con capitale proprio.

Gli imprevisti e le avversità che devono, invece, affrontare i produttori rurali – siccità, inondazioni, infestazioni, alti costi degli inputs produttivi, strade e sentieri in cattivo stato... – aumentano il rischio di non recuperare il credito e rafforzano la paura di prestare soldi a questo settore.

Un altro ostacolo per il credito bancario al settore rurale è rappresentato dalle regole della SIBOIF, un'istituzione ideata secondo logiche urbane e del sistema bancario internazionale, che non si adattano alle specifiche esigenze del credito rurale. Il grande settore privato del Paese, che non sembra interessato ad investire in attività importanti in Nicaragua, lascia il compito di sostenere gli agricoltori alle microfinanziarie, che sono a rischio, anche se applicano tassi molto più alti.

 

Il “non pago” e la diffidenza di Ortega

 

Anche se le microfinanziarie hanno dimostrato che i poveri delle campagne sono affidabili nei pagamenti e che il settore rurale è redditizio, l'insorgere del “movimento dei Non Pago” nel 2008 ha riportato in auge in Nicaragua quella “cultura” che rappresenta un altro ostacolo perché il credito rurale sia visto con benevolenza.

Quel movimento è stato incoraggiato dal presidente Daniel Ortega, che incautamente ha convocato i clienti delle microfinanziarie a manifestare di fronte alle sedi di quest'ultime, minacciando di non pagare i debiti. Le microfinanziarie hanno subito perdite, tali che alcune non sono più riuscite a riprendersi, e da allora tutte guardano con diffidenza ai produttori politicamente manipolabili.

I “Non Pago” hanno recato danni alle microfinanziarie e al Paese, e nuociuto all'immagine di “buon pagatore” del settore rurale povero. Nei fatti, coloro che hanno guidato quel movimento erano produttori della zona centrale e settentrionale (Las Segovias) del Paese, i quali si erano indebitati fino al collo, e che con il ritorno al governo di Ortega hanno riavvivato le aspettative di condono cui erano stati abituati dal defunto BANADES negli anni '80.

Un'altra ipotesi sulle cause della comparsa del movimento “Non Pago” è che il governo Ortega veda con sospetto le microfinanziarie, che rappresentano un ampio movimento che ha molti clienti e risorse, ma politicamente ed economicamente indipendente dal governo. In altre parole, l'esteso e indipendente tessuto associativo delle microfinanziarie è stato visto da Daniel Ortega come un ostacolo al suo progetto di clientelismo rurale.

 

I programmi rurali dell'attuale governo

 

Cosa ha fatto l'attuale governo, che si vanta di essere “cristiano, socialista e solidale”, rispetto al credito rurale?

Dal 2007, il governo eroga alle donne rurali che dispongano di una parcella di terreno il cosiddetto Buono Produttivo Alimentare, nell'ambito del programma Fame Zero. Dal 2011, il governo ha, poi, inaugurato il programma CRISOL (cioè, Cristiano, Sociale e Solidale), per i piccoli produttori di vari rami. E dal 2010, ha aperto il Banco Produzcamos (Banca Produciamo, ndr), oggi in via di privatizzazione del 60% dei suoi attivi. Queste iniziative non sono riuscite, tuttavia, a soddisfare la domanda del settore, tanto che, nel 2012, soltanto il 10% dei poveri delle aree rurali ha avuto accesso al credito.

Il Banco Produzcamos, fondato dal governo nel 2010, a seguito dell'assorbimento del Fondo di Credito Rurale e di altri programmi rurali avviati dai governi Alemán e Bolaños, è stato creato per assistere i piccoli e medi produttori rurali, ma, di fatto, ha erogato crediti principalmente ai settori già capitalizzati dell'agro.

Nel 2014, secondo le poche informazioni che appaiono sul suo sito web, il governo ha prestato 44 milioni di dollari al settore agricolo. Di questi e attraverso il programma CRISOL, 6,9 milioni per la semina di fagioli, prodotto che è quasi interamente nelle mani dei piccoli coltivatori. Ciò indica che il 74% del portafoglio crediti della banca Produzcamos è destinato ai settori più capitalizzati dell'agro, come del resto si può dedurre dai requisiti che la banca richiede per concedere prestiti – garanzie e ipoteche –, che escludono i più poveri, che non hanno terra, né possono offrire garanzie reali. Oggi, le microfinanziarie danno più crediti al settore rurale del Banco Produzcamos.

 

Il programma CRISOL

 

Nel 2011, il governo ha avviato il programma CRISOL finalizzato a dare assistenza a piccoli agricoltori di diversi rami produttivi.

Da allora, i coltivatori poveri che hanno ricevuto credito attraverso questo programma, che dipende dal Ministero dell'Economia Familiare, Comunitaria, Cooperativa e Associativa (MEFCCA), da molto tempo in ristrutturazione, sono incentivati a seminare la qualità di fagiolo nero invece di quello rosso, e a vendere la loro produzione ai centri di raccolta statali che la esportano in Venezuela. In altre parole, il Nicaragua paga così il petrolio che arriva da Caracas. Se è vero che il fagiolo nero è più nutriente, resistente alla siccità e registra una maggiore produttività, esso non è però molto accettato nella dieta dei nicaraguensi.

Nel 2013, il programma CRISOL ha smesso di assistere 50 mila piccoli produttori. Nel 2014, secondo fonti dello stesso programma, altri 30 mila si sono aggiunti a quel numero. E nel 2015, altri 26 mila. I clienti sembrano diminuire col passare degli anni. La realtà è che tale programma, anche se eroga credito a buon mercato, non raggiunge gli obiettivi che si prefigge, come indicano alcuni suoi rapporti, dal momento che non dispone di sufficiente capacità di esecuzione, anche se abbonda di discorsi retorici, come peraltro accade con il Buono Produttivo Alimentare del programma di punta Fame Zero.

Il credito fornito da CRISOL è anche un'esca politica, giacché le possibilità di recupero dei crediti sono del 50%. Ciò favorisce una “cultura del non pagamento” e mina la solidità del portafoglio crediti e ancor di più quella dello sviluppo, dal momento che promuove l'idea che sia meglio “mangiare oggi anche se avremo fame domani...”. E questo, naturalmente, incide nella riduzione dei crediti.

 

Perché le cose cambino

 

Secondo il Censimento Nazionale Agricolo del 2012, il 14,73% della popolazione nelle aree rurali aveva ricevuto crediti in quell'anno. Della popolazione dedita all'allevamento, solo il 12% ne aveva ricevuti. Di quella dedita all'agricoltura, soltanto il 10,74%. Ciò significa che solo 38.680 dei 360 mila uomini e donne che coltivano la terra, ma che sono invisibili alle statistiche perché non la posseggono, hanno ricevuto qualche credito.

Secondo dati del governo e delle microfinanziarie, nel 2014 il numero dei beneficiari di credito è aumentato: 53 mila. Tuttavia, data la scarsa e poco affidabile informazione fornita da CRISOL e l'inclusione nel programma dei produttori di caffè e banane – cioè i settori più capitalizzati – possiamo affermare che sono circa 35 mila produttori assistiti dal governo e dalle microfinanziarie. È una cifra drammatica. E, al contempo, una sfida: solo il 9,7% della popolazione povera rurale del nostro Paese ha accesso al credito. Modificare questo numero è di fondamentale importanza perché le cose cambino in Nicaragua.

Il Nicaragua ha bisogno di una banca per lo sviluppo rurale che sia inclusiva e che le banche private diano assistenza al settore rurale nelle sue varie attività. La popolazione rurale ha bisogno di crediti innovativi da parte delle microfinanziarie: crediti di gruppo, ambientali e per l'acquisto di terra. E necessita di assistenza tecnica per adattarsi ai cambiamenti climatici, e di educazione finanziaria e accompagnamento per monitorare i propri investimenti.

E, pure, necessita che il settore rurale sia visto come un importante potenziale di sviluppo e non solo come una clientela politica, come è stato storicamente.

 

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