«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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HONDURAS / Berta Cáceres: una donna indomita con la statura di una statista

Pensando ad un possibile candidato alla presidenza della Repubblica, che rappresentasse gli interessi della nazione e le speranze di tutto il popolo, a partire dai più poveri, il nome di Berta Cáceres veniva spontaneo. La “bambina guardiana dei fiumi”, com'era soprannominata era indomabile e incorruttibile. Per questo l'hanno uccisa. Una testimonianza di chi l'ha conosciuta.

Di Ismael Moreno. Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

L'omicidio di Berta Cáceres resterà impunito. Tutte le forze oscure del Paese, che rispondono al comando dell'impresa honduregna DESA (Desarrollo Energéticos S.A.), che conta su alleati nel Ministero Pubblico (la Procura Generale della Repubblica, ndr), così hanno deciso. E nell'aria rarefatta di questo Paese prevarrà la versione sparsa a piene mani da queste forze che contano sul loro indiscusso potere mediatico: si è trattato di un delitto passionale, venato di conflitti interni all'organizzazione fondata da Berta. Soltanto la pressione popolare interna, in combinazione con le voci della solidarietà internazionale, potrà impedire tale impunità.

Un'amicizia tessuta negli anni

Erano le 4 del mattino di Giovedì 3 Marzo, l'ora in cui mi sveglio quotidianamente, quando ho scoperto decine di chiamate non risposte al mio cellulare. Non avevo finito di contarle quando mi ha chiamato Gustavo Cardoza, un mio caro compagno di lavoro: «Forse già lo sai, ma nel dubbio ti informo che Berta Cáceres è stato assassinata». Mi sono seduto sul letto sperando di stare ancora sognando, uno di quei sogni frequenti e tortuosi in cui vedo il sangue. Molti sono inseguiti persino in quella zona nascosta del subconscio dalla realtà di morte e minacce che attanaglia l'Honduras, Paese segnato dalla paura e dalle continue brutte notizie.
Ma non era un sogno. Tutte le chiamate perse erano di amici intimi. Tutti sapevano dell'amicizia che Berta ed io avevamo intessuto nel corso di anni di chiacchierate, riunioni, marce, lotte, discussioni, dibattiti e complicità condivisa. All'improvviso, mi sono ricordato che ero andato a letto dimenticando di chiamare Iolany, la coordinatrice delle comunicazioni della nostra piattaforma sociale del Gruppo di Riflessione, Ricerca e Comunicazione (ERIC) e di Radio Progreso. Berta mi aveva chiamato alle 3:09 del pomeriggio precedente, appena 12 ore prima di essere uccisa, per concordare un forum e due programmi radiofonici con Gustavo Castro, esperto messicano di energie alternative, oggi l'unico, e molto scomodo, testimone di quanto è successo la notte del crimine.
Grazie alle gestioni e alle tante relazioni che coltivava Berta, il Consiglio Nazionale delle Organizzazioni di Base e Indigene dell'Honduras (COPINH) aveva invitato Gustavo in Honduras per condividere le sue esperienze con diverse organizzazioni di difesa dei beni comuni della Natura, in particolare di lotta contro l'energia nucleare. Eravamo rimasti d'accordo che Berta e Gustavo sarebbero venuti alla radio l'8 Marzo per un'intervista nel nostro spazio in onda tutte le settimane. Inoltre, mi avrebbero accompagnato anche nel programma notturno e quotidiano della durata di un'ora América Libre.
«Cerca di non dimenticartelo, tu che vai sempre di fretta», furono le ultime parole che Berta mi disse. «Non ti preoccupare; appena arrivo alla radio mi metto d'accordo con Iolany», le dissi, più per calmarla che per assicurarle che non me ne sarei dimenticato. Arrivato alla radio nel tardo pomeriggio, ho salutato Iolany, ma mi sono dimenticato del tutto di coordinare l'intervista con Berta. Me ne sono ricordato solo verso le dieci di sera, quando stavo spostando il mucchio di cose che sono solito accumulare sul mio letto, per poter andare a dormire. Ho pensato: c'è tempo domani per farlo, senza sapere che il tempo per Berta sarebbe finito quella notte...

Pensavamo fosse intoccabile

Quando si riceve una notizia così sconvolgente come questa, si fissano nella memoria tutti i piccoli dettagli del momento in cui essa è stata ricevuta. Così mi è successo il 16 Novembre 1989, quando appresi dell'assassinio dei gesuiti (dell'Università Centroamericana, ndr) e di Elba e Celina, in El Salvador. E così pure, anni prima, mentre stavo alfabetizzando i contadini di Boaco in Nicaragua, quando appresi il 24 Marzo 1980 che era stato assassinato monsignor Romero (arcivescovo di San Salvador, ndr), di cui avevo sentito l'ultima omelia il giorno prima, grazie ad una vecchia radio scassata.
Appresa la morte di Berta, sono rimasto paralizzato per circa cinque minuti, incredulo, quasi volessi svegliarmi da quell'incubo. In Honduras, dove la morte si aggira ovunque, non si può fare a meno di chiedersi quando arriverà il proprio turno: aprendo la porta la mattina presto per andare a tenere il programma radiofonico del mattino, o per strada, o quando vai a comprare le tortillas per la colazione... Così va la vita in Honduras, macchiata di sangue, violenza e rischi.
Ognuno di noi sviluppa le proprie difese psicologiche e si arma di uno scudo di logiche possibilità. Nel caso di Berta, pensavamo che non lo avrebbero fatto. O, forse, ci illudevamo che fosse così. Credevamo che i suoi numerosi riconoscimenti l'avessero resa intoccabile. Forse per la nostra ingenuità di voler continuare a credere che le persone violente e avide di questo Paese hanno un limite. O, forse, lo pensavamo giusto per sentirsi sicuri in qualche modo. Con l'assegnazione a Berta dell'importante Premio Goldman, nell'Aprile 2015, il riconoscimento più autorevole al mondo per chi difende l'ambiente, chi l'avrebbe mai potuta toccare? Molti, me compreso, la pensammo così quando la premiarono.

“Sarà la nostra candidata”

Se uno avesse dovuto pensare ad una candidata alla presidenza della Repubblica, che rappresentasse gli interessi di tutta la nostra gente a partire dai diseredati, quella donna non poteva che essere Berta Cáceres,
Molte volte ho scherzato su questa idea, uno scherzo che però aveva un fondamento reale: «Berta, sarai la presidente dell'Honduras – le dicevo –; sarai la nostra candidata quando ci saranno delle elezioni oneste». «Smettila di prendermi in giro», mi rispondeva sempre con un'espressione consumata. Ma il suo sorriso malizioso, insieme ad un gesto di preoccupazione, tradiva i suoi sentimenti interiori: era aperta ad accettare tutte le sfide che la realtà del suo popolo le avrebbe chiesto; compreso il compito, un giorno, di guidare i destini del Paese avendo la massima responsabilità dello Stato, oggi nelle mani di individui privi di visione politica e di così basso livello etico.
Berta Cáceres era una delle persone che avrebbero dovuto partecipare al dialogo nazionale di qualche mese fa, se questo fosse stato davvero onesto e aperto. Non solo lei avrebbe dovuto partecipare, ma era la persona ideale per coordinarlo, a nome dei settori sociali e popolari. Nessuno come lei rappresentava i loro interessi e richieste. Il fatto che lei non figurasse nella lista degli invitati al grande dialogo nazionale promosso dal presidente Juan Orlando Hernández con il proposito di risalire la china della popolarità, dopo le manifestazioni di protesta che avevano chiesto le sue dimissioni, è sufficiente a invalidare quell'evento.
In seguito, il “grande” dialogo è servito come argomento perché l'Organizzazione degli Stati Americani (OSA) insediasse nel Paese la Missione di Sostegno alla lotta contro la Corruzione e l'Impunità in Honduras (MACCICH). Oggi, Juan Orlando Hernández e il Segretario Generale dell'OSA Luis Almagro si gonfiano il petto nel dire che tale istanza è il risultato di un dialogo nazionale in cui tutti i settori del Paese hanno partecipato. Ma lì, Berta non c'era.

Due linee di indagine

Contro tutte le convinzioni, previsioni ed analisi, Berta Cáceres è stata assassinata. Il procuratore generale ha dichiarato che si seguono due linee di indagine. La prima è incentrata sui conflitti interni alla COPINH, condita di affari personali o passionali. La seconda ha a che fare con la lotta di Berta Cáceres e le denunce pubbliche lanciate nel corso degli ultimi tre anni, delle minacce, dei ricatti e delle intimidazioni con cui l'impresa DESA ha cercato di criminalizzare il suo lavoro e citarla in giudizio. Berta aveva denunciato le minacce di morte nei confronti suoi e di altri leaders indigeni lencas coinvolti nella sua lotta: Aureliano Bonilla e Tomás Gómez.
Tuttavia, fin dai primi momenti e passi delle indagini, un poliziotto ha seminato zizzania: «Questa donna è stata uccisa perché era una puttana; aveva due mariti». Nei fatti, nei primi venti giorni dopo il delitto, la Procura Generale (Ministerio Público) ha scelto di seguire solo la prima linea di indagine, pur mantenendo le indagini nel più totale segreto, senza fornire alcuna informazione sulle stesse, anche a coloro che hanno il diritto di sapere se esse stiano avanzando o meno.
Nel frattempo, sono continuate le minacce nei confronti di Bonilla e Gomez. Tale strategia mira a lasciare tutto avvolto in una cortina fumogena di voci, che i media manipolano a proprio vantaggio. Problemi passionali? Beh sì: Berta ci ha messo tanta passione nella lotta in difesa del suo popolo lenca, dei suoi fiumi, foreste e territori, che è sicuramente morta per “motivi passionali”, per la passione di tutta una vita spesa in difesa dei diritti della natura e delle persone, la passione di fare dell'Honduras un Paese sovrano e giusto.

L'unico testimone

Il guardiano della zona residenziale in cui Berta viveva ha aggiunto la sua dose di zizzania: «Posso certificare al 100% che Bonilla e Gómez sono i due uomini che sono entrati e usciti dalla casa di doña Berta all'ora della sua morte. Nessun altro, al di fuori di loro, è entrato. Poi, i due se ne sono andati su una macchina bianca». Nella sua seconda dichiarazione, però, il vigilante ha ridotto la sua certezza al 50%. E quando si è trovato faccia a faccia con i due uomini citati ha dovuto ammettere che non erano loro. Ciononostante, i due dirigenti di COPINH figurano ancora come i principali sospettati. Pare sia stata decisione del Ministerio Público, già della prima ora, quella di inquisire Bonilla, che è stato compagno di Berta per qualche tempo e con il quale si diceva che lei avesse rotto a causa di conflitti personali.
Chi ha mandato gambe all'aria l'intero piano è stato l'unico testimone di quel che è successo la notte del delitto, il messicano Gustavo Castro. Gli assassini non avevano previsto che quel giorno Berta avrebbe avuto un ospite in casa, per il quale aveva organizzato un tour in diverse zone e con diverse organizzazioni per condividere le conoscenze e le esperienze sulle energie alternative, sempre con la passione di salvare “la nostra casa comune”, la Natura.
Quando gli assassini sono entrati nella sua casa, Berta deve averli sentiti subito. Viveva sempre in uno stato di allerta. Tante volte mi aveva detto: «Non mi prenderanno alla sprovvista, sarà dura per loro uccidermi». Probabilmente, lei deve aver lottato contro gli assassini, prima che le sparassero. Gustavo dormiva profondamente in una stanza in fondo e i colpi lo hanno svegliato. Quando è uscito dalla stanza, gli assassini stavano già fuggendo e, al vederlo, gli hanno sparato per impedire che impedisse la loro fuga.
Già sanguinante, Berta ha avuto ancora la forza di dire a Gustavo la password del suo cellulare: «Chiama per favore Salvador, che venga subito», sono state le sue ultime parole. È morta chiamando Salvador Zúniga, suo compagno di vita, con il quale ha procreato tre figlie e un figlio, e dal quale si era separata anni fa a causa di conflitti personali e, soprattutto, di leadership. Sia Berta che Salvador sono stati due dei leaders di maggior fama nel Paese, entrambi fondatori del COPINH, nel 1993. Entrambi competevano per chi avesse maggiore influenza sulla base indigena di questa organizzazione; ed entrambi sono stati vittime di persecuzioni, minacce, ricatti e calunnie da parte del governo, dei militari e dei gruppi di potere del Paese.

Un crimine su commissione

Chi se ne intende di questo tipo di crimini sostiene che gli assassini di Berta fossero esperti sicari assoldati da coloro che volevano sbarazzarsi di lei, perché li disturbava troppo e non riuscivano a farla tacere. Così, si sono assunti il peso di ammazzare una leader così popolare perché per loro rappresentava un rischio maggiore continuare a confrontarsi con una donna come lei, disposta a lottare fino alle ultime conseguenze. Ucciderla era, dunque, necessario per i loro affari, progetti e interessi. Devono aver valutato i costi e benefici con specialisti del settore che hanno contrattato i sicari per portare a termine il “lavoro”.
Èstato un crimine su commissione. Non c'è stata cattiveria, nessuna parola di recriminazione, né le accuse tipiche dei crimini passionali o dei conflitti interpersonali. Sono venuti a ucciderla e punto. I colpi sono stati ben mirati, professionali, dalla cintola in su. Non avevano alcun interesse a uccidere altri. Il mandato era di uccidere lei. La presenza del messicano li ha colti di sorpresa e avendo già assicurata la via di fuga e contando sulla totale impunità successiva, non era loro interesse uccidere chi si era trovato inaspettatamente sulla scena del crimine. Gli hanno sparato, ma solo per neutralizzarlo e impedire che li attaccasse o inseguisse.
Gustavo, il testimone inatteso, ha complicato il loro piano originale. Il movente dell'assassinio doveva apparire passionale, mescolato con dispute interne a COPINH; raggiungendo così due obiettivi: uccidere Berta e disarticolare le strutture di COPINH. Bisognava collegare il crimine a Aureliano Bonilla, l'amante risentito e dirigente dell'organizzazione, e a Tomás Gómez, che avrebbe cospirato con Bonilla per ucciderla e avere spianata la strada verso la leadership assoluta di COPINH.
Coloro che hanno architettato il delitto hanno cercato di accreditare tale versione. E mentre si assicurava l'impunità ai colpevoli, gli investigatori mantenevano il più totale riserbo sulle indagini. L'imprevista presenza di Gustavo sulla scena del crimine ha gettato alle ortiche tale copione.

La strategia di impunità

L'omicidio di Berta Caceres deve restare impunito: i poteri visibili e quelli che agiscono dietro le quinte non hanno altra via d'uscita. Ma non possono ignorare un crimine di tale risonanza internazionale. E siccome in questo caso non sarà facile lasciarlo cadere nell'oblio, essi devono elaborare una strategia dell'impunità spendibile, che soddisfi la comunità internazionale e che riesca a sporcare l'immagine di Berta a livello internazionale.
Un processo giudiziario strutturato a tal fine dovrà seminare nell'opinione pubblica quanto affermato da quel poliziotto nelle prime ore dopo il crimine: Berta Cáceres è stata assassinata da un uomo risentito e per qualche conflitto interno all'organizzazione da lei diretta. Questi devono apparire i moventi per sporcare l'immagine di Berta e il suo ricordo, e per indebolire la lotta di COPINH.

Indagini a senso unico

Per questo, gli investigatori non possono prendere in considerazione l'altra ipotesi: per farlo, dovrebbero alzare il coperchio su contratti, concessioni, accordi, decreti e leggi denunciati per anni da Berta Cáceres. Dovrebbero indagare sui soggetti giuridici che hanno permesso il progetto “Agua Zarca” e altri progetti estrattivi e devastanti in varie zone dell'Honduras; concessioni firmate da persone, gruppi e imprese fra i più potenti del Paese, legati alle multinazionali.
Dare seguito alla linea di indagine che vincola il delitto di Berta a tutto ciò che lei ha denunciato farebbe emergere la corruzione e l'avidità di chi guida il modello neoliberista insediatosi nel Paese. Significherebbe, inoltre, stabilire dei legami con funzionari intermedi di alcune società, nonché di alcune autorità locali e dipartimentali, implicati nella decisione di contrattare dei sicari. Identificare tali responsabili a livello intermedio condurrebbe con relativa facilità e rapidamente a identificare i responsabili ai livelli più alti: noti politici e dirigenti d'azienda che dirigono i progetti che sfruttano i beni naturali.
Ma, nessuno nell'attuale apparato di potere è disposto a farlo; ciò metterebbe a rischio interessi, privilegi e stabilità. Per questo, sono unanimi nell'accreditare la linea di indagine sui presunti moventi passionali, intrecciati con lotte intestine di potere.

Il mondo la conosceva

Quanti hanno pianificato l'omicidio di Berta Cáceres sapevano di uccidere una persona che non sarebbero mai stati in grado di controllare. Quella donna era davvero indomabile, come è stato riconosciuto da testimonianze e slogan il giorno in cui l'abbiamo sepolta. Ciò che non si aspettavano i suoi nemici, così assorti nella loro avidità, sono state le ripercussioni in tutto il mondo del suo assassinio.
Il controllo dei media in Honduras è tale che nessuno di essi ha dato il risalto che meritava la consegna a Berta del Premio Goldman per la difesa dell'ambiente, il 20 Aprile 2015 negli Stati Uniti. Qualche giornale confinò la notizia in un angolo della pagina, persa fra la pubblicità. Non sapevano chi fosse Berta Cáceres, ma il mondo, sì, la conosceva.
I media nazionali nemmeno hanno dato notizia della visita di Berta in Vaticano, nell'Ottobre del 2014, dov'è stata ricevuta da Papa Francesco, insieme ad altri dirigenti di movimenti popolari di tutto il mondo. Ancor meno interessati sono apparsi tali media quando si è trattato di informare che lei era stata scelta per parlare a nome di tutti i partecipanti a quell'incontro al vescovo di Roma. La stessa Berta aveva commentato nei giorni precedenti quell'evento, le manovre di alcuni gerarchi della chiesa cattolica honduregna per impedirle di far parte del gruppo di leader popolari ricevuti da Francesco.
E quando la Commissione Interamericana dei Diritti Umani chiese che venissero prese misure precauzionali essendo la sua vita era in pericolo, le autorità honduregne si sono negate a riunirsi con lei per vedere come mettere in pratica tali misure. Lasciando al criterio dell'ufficiale di turno a La Esperanza, il municipio dove Berta risiedeva, sorvegliare la sua casa e i luoghi da lei frequentati.
Nessuno al potere si è reso conto di quanto importante, amata e nota nel mondo fosse Berta Cáceres, per la sua leadership nel popolo lenca e in quello honduregno in generale. Per le autorità del Paese era semplicemente un fastidio, una ribelle. Il 20 Marzo scorso, in risposta ad una domanda sullo stato di avanzamento delle indagini della sua morte, il presidente del Congresso Nazionale Mauricio Oliva ha così riassunto ciò che tutta una serie di funzionari corrotti e uomini d'affari avidi pensavano di Berta, di quel che faceva e di quelli che si organizzavano intorno alla sua leadership: «Dico a coloro che partecipano a quelle lotte: non complicatevi la vita. Comportatevi bene, non prendete il sentiero sbagliato».

La ripercussione mondiale

La ripercussione mondiale per l'assassinio di Berta è stata immediata ed enorme: un fiume di comunicati, dichiarazioni, denunce e proteste di congressisti, senatori e funzionari del governo degli Stati Uniti, del Parlamento europeo, di diversi Paesi latinoamericani, dell'ONU e della Organizzazione degli Stati Americani, e da un vasto spettro di organismi di difesa dei diritti umani, dell'ambiente, dei diritti indigeni, femministi, popolari e sociali. L'ambasciatore statunitense a Tegucigalpa, James D. Nealon, ha partecipato alla veglia in casa della madre di Berta, dove sono arrivati anche molti ambasciatori di Paesi europei e le principali figure politiche di opposizione al governo.
La reazione mondiale a questo crimine è stata così grande che il presidente della Repubblica, dichiarato da Berta Cáceres «nemico pubblico», durante la convention del suo partito, il Nazionale, svoltasi il 5 Marzo, lo stesso giorno del funerale, è stato costretto a chiedere ai presenti, tutti politici di estrema destra e fautori dei progetti estrattivi, un applauso per Berta...
I media che fungono da portavoce della politica ufficiale, che hanno sempre ignorato le lotte di Berta e che la citavano solo per screditarla, hanno dovuto dare la notizia della sua morte delle sue onoranze funebri con la stessa ampiezza riservata alle attività ufficiali del governo, a Telethon e ad alcune delle stragi più eclatanti che segnano lo scenario sanguinoso dell'Honduras.

Strategia mediatica

Secondo informazioni trapelate, la decisione dei proprietari dei media di diffondere la notizia e dare risalto al funerale è stata concordata con la presidenza della Repubblica di fronte alla valanga di reazioni provenienti da tutto il mondo. Volevano evitare che un numero esiguo di media indipendenti diventassero l'unico riferimento di quelli internazionali; inoltre, intendevano occupare lo spazio informativo in modo tale da poter indirizzare l'interpretazione dei fatti e rafforzare la linea investigativa scelta, basata sull'ipotesi di crimine passionale e di conflitti interni a COPINH.
Rispondente a tale strategia, la copertura mediatica si è così focalizzata sul sangue sulla scena del delitto, sul pianto della famiglia, sulle condoglianze di diverse istanze ufficiali, tutte lamentando l'accaduto, esortando alla riconciliazione e sostenendo le indagini perché portassero alla cattura di gli assassini. In breve, si trattava di evitare qualsiasi accusa nei confronti di DESA o del governo. Del resto, Hilda Hernández, la potente sorella del presidente, aveva avvertito che “delle teste calde” avrebbero cercato di sfruttare il crimine per incolpare il governo ed, in particolare, suo fratello.
Il 6 Marzo, il giorno seguente il funerale, si è aperto un nuovo capitolo della trama mediatica. In un programma televisivo di interviste, in onda la Domenica sera e assai seguito dal pubblico, è apparso il padre di Berta Cáceres, reduce da un incontro del Partito Nazionale, per dire che l'assassinio di sua figlia era stato politicamente manipolato dalla sinistra. L'intervistatore ha fatto di tutto per fargli dire quel che voleva, insieme ad un sacco di altre sciocchezze. Quindi, il padre è apparso su altri media, sostenendo la stessi tesi.
Dopo il funerale di Berta, la campagna mediatica, organizzata dal gruppo di comunicazione della presidenza della Repubblica diretto da Hilda Hernández, sorella del presidente, ha continuato a insistere sui motivi passionali e sui gravi conflitti interni all'organizzazione.

Cosa ha visto in suo padre

Da chi ha ereditato Berta Cáceres la sua personalità indomabile? Cosa aveva questa donna, nata in un Paese così piccolo, per acquisire una fama internazionale così grande?
Suo padre, che l'aveva abbandonata quando era bambina, che ha maltrattato sua madre e tutte le donne con cui ha avuto a che fare, procreando decine di bambini sparsi per tutto il Paese, insomma un vero macho(nella cultura maschilista centroamericana, ndr), ha reso Berta una strenua difensora dei diritti delle donne. Il suo tenace femminismo è nato dal rifiuto di quanto aveva visto in suo padre. Questa era la radice, poi sono venute le letture, ma l'humus che ha fecondato tutto quanto letto e studiato, è stato il machismo sfacciato di suo padre. Il suo cattivo esempio ha fatto di lei una paladina impeccabile nella lotta contro la cultura patriarcale ed una costante promotrice di nuovi rapporti tra uomini e donne.
I problemi avuti con Salvador Zúniga, suo compagno e padre dei suoi quattro figli – tre femmine e un maschio –, oltre alla loro competizione per la leadership dell'organizzazione, l'hanno resa ancora più forte. Mai ha accettato decisioni arbitrarie, meno ancora se era un uomo a cercare di imporle. Mai ha accettato che la vita di una donna fosse controllata da un uomo.

Ciò che ha visto in sua madre

E sua madre? Austraberta Flores è altrettanto fondamentale per capire la personalità della figlia: 83 anni, doña Bertita è una donna profondamente ospitale. Nella sua casa c'è spazio per tutti. A tutti offre un uovo, tortillas con formaggio o burro, una tazza di caffè o tè.
Circa 12 anni fa, a fine Dicembre, ho avuto l'idea di farle visita con mia madre, le mie sorelle e diversi nipoti. Eravamo 17 in totale. La visita doveva durare soltanto pochi minuti. Siamo arrivati verso le sei del pomeriggio (quando già fa sera ai Tropici, ndr) e dopo averla salutata ci stavamo incamminando per trovare un alloggio in città. Ancora oggi non capisco quel che successe: le 17 persone che eravamo arrivate a farle visita, senza preavviso, abbiamo cenato, bevuto, dormito e, la mattina dopo, fatto colazione nella sua casa. Nel salutarci doña Bertita ci ha pregato di tornare tutte le volte che volessimo. L'abbiamo presa in parola e, due anni dopo, siamo tornati tutt'e 17, ma stavolta con qualche provvista e una tenda da campagna. Ma non la usammo, né mangiammo quanto avevamo portato. Doña Bertita ci diede tutto.
Doña Bertita è un miracolo... fa miracoli! Stando ai suoi racconti, ha assistito al parto di 4.500 donne lencas. Lei è la madrina di migliaia di donne e uomini lencas. Tutte le persone che scendono dalle comunità lencas alla città di La Esperanza per fare compere o vendere, o per qualsiasi altra commissione, passano per la casa di doña Bertita per salutarla e ricevere la sua benedizione. Chi conosce doña Bertita capisce meglio da dove venga la generosità e l'indomita personalità dimostrata sempre da sua figlia.

"Il popolo lenca è la mia famiglia”

Doña Bertita è la grande levatrice della regione. La sua casa è un luogo accogliente per uomini e donne dei villaggi lencas, ma anche la gente della città e personaggi della politica e degli affari vanno a trovarla. Lei è stata eletta sindaca del municipio di La Esperanza per tre volte consecutive, è stata governatrice del dipartimento (provincia, ndr) di Intibucá e deputata supplente del Partito Liberale, dal quale si è separata pubblicamente dopo il colpo di Stato del Giugno 2009.
In varie occasioni in cui io e sua figlia Berta eravamo a cena o colazione a casa sua, ricordo averla sentita dire che fin dall'infanzia i suoi amici erano sempre stati lencas.«Sono sempre stati la mia famiglia, i miei fratelli e sorelle», diceva. La passione di sua figlia per difendere i diritti del popolo lenca da lì viene. Berta non l'aveva imparata grazie alla sua formazione politica. Era una sua eredità di vita; era nata tra loro. Sua madre le ha trasmesso in eredità il popolo lenca perché tutti i lencas sono venuti al mondo grazie a doña Bertita.

Ecco perché l'hanno uccisa

Berta Cáceres è cresciuta condividendo tortilla e caffè, tamal (preparato a base di farina di mais avvolto in foglie di banano, ripieno di vari condimenti, ndr) e copal (resina vegetale, ndr), le candele bianche, gialle, blu e verdi con il popolo lenca. Il suo amore per questo popolo è maturato ancora nel grembo di sua madre. Le idee e le decisioni politiche sono venute dopo. Per questo suo amore per la cultura lenca così profondamente radicato, Berta era incorruttibile. Nessuno ha potuto comprarla, nessuno è riuscito a domarla.
Per questo, hanno dovuto ucciderla. Senza quella mistica primordiale, senza quell'amore essenziale, le persone possono essere corruttibili, addomesticabili... Le idee chiare, i concetti esatti, le posizioni politiche lucide non garantiscono la fedeltà ai poveri. Solo una vita vissuta in complicità con la gente è la garanzia che trasforma la lotta in passione incrollabile. Per questo, l'hanno uccisa. Questa è l'eredità che ci lascia Berta.

I “copines” stanno arrivando!

In oltre vent'anni di impegno, Berta è riuscita a fare di COPINH un'organizzazione popolare ed indigena che trascende i modelli politici tradizionali. Nel mondo delle lotte popolari tutti sanno cosa significhi “Arrivano i copines!”: una lotta senza orari e limiti, senza tornaconti, non importa se ci sia cibo a sufficienza o un posto per dormire...
Mi ricordo quando nell'Aprile del 2008 mi sono unito ad uno sciopero della fame iniziato dai procuratori contro la corruzione e l'impunità. Dormivo nella mia tenda quando ho sentito gridare: “Arrivano i copines!”. Sapevamo tutti che con il loro apporto lo sciopero avrebbe raggiunto un nuovo livello. Ed era Berta che sempre guidava l'arrivo dei copines, con il suo zainetto sotto il braccio, il cappello di paglia e il suo sorriso arguto e malizioso...
Con Berta uno si sentiva mosso da una forza superiore alla propria. Il 20 Maggio 2013, ho partecipato ad una delle tante manifestazioni organizzate da COPINH e guidate da lei. Ci siamo riuniti sotto una quercia e lei ci ha animati invocando gli antenati e lo spirito dei fiumi.
Un'amica della solidarietà ci scattò una foto. Curiosa come sempre, Berta chiese di vedere com'era venuta e soddisfatta di come sorridessimo nella foto, mi disse: «Vediamo chi di noi due se ne va prima...». È toccato a lei...
Quel giorno, Berta guidò trecento persone in una manifestazione di protesta verso il cantiere di DESA, che distava un chilometro dalla quercia. Arrivammo a piedi lungo un sentiero pieno di erbacce, scendendo una collina molto ripida; giù, c'era il campo, pesantemente sorvegliato da soldati e guardie private. Io, sempre pauroso, ero rimasto in fondo al gruppo. Berta, sempre coraggiosa, in testa. Gridammo slogan chiedendo il ritiro di DESA dal territorio ed in difesa del Río Gualcarque.
Sudato per la camminata, mi sono seduto su una roccia un po' più al sicuro, ad una certa distanza dal gruppo che lanciava slogan contro soldati e guardie armate. All'improvviso ho visto arrivare due camion pieni di poliziotti con scudi, gas lacrimogeni e armi di grosso calibro. Tremavo. Un ufficiale scese, si avvicinò a me, ma senza vedermi. Dal suo cellulare chiamò qualche superiore: «Capo, questa gente è pacifica; non credo ci sia alcun bisogno di andare oltre». Io ero ancora seduto lì. Pochi minuti dopo l'ufficiale ricevette una chiamata: «Capo, non credo sia necessario altro. Questa gente non è armata». I poliziotti erano già pronti con gli scudi, in posizione d'attacco.
Se in quel frangente l'ufficiale avesse ordinato la repressione, le conseguenze sarebbero state terribili perché ai lati della strada c'erano dei burroni e il gruppo sarebbe stato preso fra due fuochi. Tremavo e guardavo nel vuoto quando è arrivata Berta: «Melo, tocca a te aprire un varco per ritirarci», mi disse. Obbedii. Cominciai a camminare e dietro di me Berta e i lencas che erano venuti a difendere il loro fiume e la terra. Feci in tempo a sentire l'ufficiale commentare: «Si stanno ritirando, tutto tranquillo». Stavo sudando copiosamente, ma Berta era felice per il successo dell'iniziativa.

Un giuramento

Berta non ha solo modellato COPINH come organizzazione ribelle e resistente, disposta a lottare senza tornaconto e sosta. Cosa che non tutti i dirigenti popolari vogliono e riescono a fare, ha anche educato alla ribellione e alla resistenza le sue tre figlie, Olivia, Berta e Laura, e suo figlio Salvador.
I quattro suoi figli hanno indetto una conferenza stampa accanto al corpo della madre uccisa, giurando davanti a lei di continuare la sua lotta. Hanno invitato tutte le organizzazioni sociali e popolari presenti al funerale a rafforzare il coordinamento in difesa dei fiumi e dei beni comuni della Natura, a difendere COPINH e le comunità lencas, e continuare la lotta per la sovranità nazionale.

“La voce di mia madre vi accompagna”

Salvador, 19 anni, ha dovuto tornare subito in Argentina, dove sta studiando. Da là, ha inviato un testo che rivela il suo pensiero: «La lotta di mia madre è la lotta dei popoli. E la lotta dei popoli è la sua. Per questo sistema di distruzione e sfruttamento è difficile capire che i fiumi, le foreste e gli animali sono parte di noi e noi siamo parte di essi, che sono la nostra spiritualità, il nostro modo di vivere, ciò che ci mantiene in vita. 
È molto difficile per loro capire che non siamo disposti ad essere distrutti e sfruttati, ad accettare che le nostre terre ancestrali vengano messe in vendita. Per questo ci criminalizzano, ci perseguitano e ci uccidono. Mia madre, una donna nata dal popolo lenca, è stata uccisa perché non era essere disposta a veder sparire il colore verde delle nostre montagne, il suono puro e spirituale dei nostri fiumi, il canto armonioso degli uccelli. L'hanno uccisa per la sua fermezza e per comprendere la profondità di ciò che la nostra natura ci comunica.
La sua lotta è anche al fianco delle donne che sono madri, che richiamano i nostri antenati, che sono fonte di saggezza, e che sono protagoniste della lotta per la vita. È accanto a coloro che sono picchiate e assassinate, e ciononostante la loro voce non può essere silenziata. I popoli originari sono stati vittime di razzismo e disprezzo. La voce e lo spirito di mia madre li accompagna e li accompagnerà. Non è concepibile un mondo come questo, in cui non possiamo comprendere la sua pluralità, fatta di voci e suoni che lo arricchiscono.
L'hanno uccisa perché capiscono che questa lotta va ben al di là di tutti i confini, che questo sistema sta attentando alla vita sul nostro pianeta, va contro le cosmovisioni del mondo e ci spinge all'indifferenza, al non sentire ogni atto di ingiustizia in questo mondo come qualcosa di ingiusto per tutti, un sistema che vuole convincerci a non stare insieme, che ci porta a pensare solo a noi stessi...
Ora questa lotta sta assumendo la forma di un grido, di speranza, di un'utopia per cambiare questo mondo. Si tratta di un pugno alzato che reclama giustizia e fratellanza fra i popoli. Ecco perché non potremo mai dire che Berta è morta...».

La terza figlia

I quattro figli dell'indomita Berta sono frutto del tronco di Berta e delle radici di doña Bertita. Quest'ultima ha avuto dodici figli, fra maschi e femmine, tutti di talento e impegnati, ma solo Berta ha ereditato la sua forza irresistibile. I quattro figli di quest'ultima si stanno dimostrando all'altezza della situazione, esigendo giustizia per gli assassini della loro madre. Dai quattro, tuttavia, emerge la forza della più piccola delle tre sorelle, Bertita, di 24 anni, scelta all'unanimità come coordinatrice e portavoce della famiglia. Di fronte a lei uno sente una forza straordinaria, un'attrazione che mi ricorda quella che ho provato quel 20 Maggio 2013, quando sua madre mi ordinò con una voce soave di mettermi alla testa della gente e aprire la strada per la ritirata, evitando repressione e morte.
In questa terza generazione, Bertita già si distingue come indomita e futura leader dei processi di trasformazione. Bertita III dà a molti di noi quella speranza che sentivamo aver perso con l'uccisione di Berta II.

 

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