«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NICARAGUA / Tre mondi e tre scenari emergono dal voto municipale

Il 5 Novembre, i nicaraguensi erano chiamati nuovamente alle urne per eleggere le autorità municipali. Nella parte occidentale del Paese, la più popolata perché vi sorgono le principali città, l'elettorato ha nuovamente bocciato l'attuale sistema elettorale optando per una massiccia astensione. Nelle zone rurali dell'interno, invece, già teatro della guerra dei contras negli anni '80, gran parte del campesinado ha votato contro il Fronte Sandinista. Mentre nella costa caraibica, l'esito del voto ha scatenato un'ondata di violenze. Tre scenari in uno stesso Paese, uno stesso denominatore comune: un sistema elettorale collassato.

Di envío. Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.


Gli imprenditori alleati del governo e con entrature a Washington, dove sono impegnati nell'evitare che il Congresso USA approvi il cosiddetto Nica Act, che sanziona il governo di Daniel Ortega per la sua deriva antidemocratica, nutrivano forti aspettative sugli sviluppi delle elezioni municipali del 5 Novembre 2017 e sulle valutazioni che delle stesse avrebbe fatto la missione di osservatori dell'Organizzazione degli Stati Americani (OSA).
In varie parti del Nicaragua, l'aspettativa della popolazione che simpatizza per i due partiti liberali (di destra, ndr), gli unici in grado di disputare consigli municipali al partito di governo, era invece un'altra: quanti Comuni avrebbero ottenuto, nonostante il discusso sistema elettorale?
Nel chiudere questo articolo appena dieci giorni dopo il voto e mentre in vari municipi si verificano ancora proteste e violenze, lo sviluppo di queste elezioni, i suoi risultati e la sua valutazione da parte dell'OSA non consentono di fare pronostici su quali conseguenze avranno queste elezioni sulla congiuntura dei prossimi mesi in Nicaragua.

Le critiche dei vescovi cattolici

Quindici giorni prima del voto, la Conferenza Episcopale del Nicaragua aveva rivolto un messaggio che andava aldilà dell'evento elettorale per, tacitamente, invitare tutti alla riflessione e alla partecipazione su quanto sta accadendo nel Paese e sulle sue prospettive.
I vescovi cattolici hanno ripetuto le critiche avanzate negli anni scorsi al sistema elettorale e al modello di governo. I problemi restano gli stessi, hanno sottolineato, ricordando quanto da essi affermato nel Settembre 2012, in occasione delle elezioni municipali di quell'anno, nel Messaggio intitolato “Possiamo avere una patria migliore”, nonché nel documento consegnato a Daniel Ortega nel Maggio 2014 intitolato “Alla ricerca di nuovi orizzonti per un Nicaragua migliore”.
Nel loro ultimo messaggio, i vescovi citano papa Francesco: «Nel contesto del mondo attuale, in cui la politica ha una così bassa considerazione, abbiamo urgente bisogno di politici che servano i cittadini con misericordia e così smentiscano il luogo comune che presenta i politici come una muta di depredatori». Nel testo vi sono altre sei citazioni di papa Francesco, dedicate ad elevare il valore della politica e al dovere civico della partecipazione.
I vescovi riconoscono ciò che è innegabile: «Percepiamo e abbiamo coscienza che i tempi che viviamo non sono facili, possono anzi essere desolanti». Ricordano come nel Paese ci sia «sconforto, demoralizzazione, pessimismo e disperazione» e come lo scoraggiamento conduca «a rifugiarsi in se stessi, a creare una bolla di auto-protezione che produce una cecità sociale». Quindi, avvertono con preoccupazione: «Non dobbiamo aspettare che di giunga a situazioni estreme per prendere coscienza della responsabilità nelle questioni politiche e sociali». In tal senso, stimolano tutti ad agire: «Non dimenticate che siamo noi, il popolo nicaraguense, ad avere l'ultima parola e decidere l'orizzonte che il Paese deve prendere. La forza che trasforma una società è del popolo che, animato dalla giustizia e dalla libertà, si edifica in virtù del bene comune, la verità e la giustizia sociale. Siamo attori e non spettatori».
In questa occasione, tuttavia, a differenza di quanto scritto in un messaggio del tutto simile prima delle elezioni presidenziali del 2016, i vescovi non hanno chiamato al voto, ma nemmeno all'astensione. E nemmeno hanno fatto riferimento, come un anno fa, alla libertà di coscienza di ciascuno per decidere il da farsi. Il testo si limita a fare appello al che fare etico di fronte al futuro incerto del Paese.

L'astensionismo

La massiccia astensione nelle elezioni presidenziali del 2016, in cui Daniel Ortega si rieleggeva per la seconda volta consecutiva, era stata calcolata da organizzazioni indipendenti in un 65-70% degli aventi diritto, causando sorpresa allo stesso Ortega nonché agli stessi fautori dell'astensionismo. Nei fatti, si è trattato di un fenomeno inedito nella storia elettorale recente del Nicaragua.
In questa occasione, la principale ragione dell'astensione va ricercata nella serie di fatti accaduti nei mesi scorsi, a partire da quando il Consiglio Superiore Elettorale (CSE), controllato da Ortega, ha annullato in modo del tutto arbitrario la partecipazione al voto del gruppo di opposizione Coalizione Nazionale per la Democrazia, che si presentava come un'opzione alternativa e concorrenziale, nonostante la scarsa credibilità che caratterizzava il sistema elettorale.
Questa volta, l'astensione è tornata a manifestarsi, allo stesso livello o persino in percentuali superiori, in tutto il versante occidentale del Paese, dove sorgono le principali città, in cui il partito di governo aveva investito maggiormente in programmi sociali e infrastrutture.
La nuovamente massiccia astensione, fenomeno dalle molteplici cause, riflette comunque il fastidio degli elettori per questo modello elettorale imposto, che fa sì che sempre più gente commenti: “perché andare a votare se già sappiamo chi vincerà?...”.

Desolazione nei seggi urbani

Nel Nicaragua urbano si è, dunque, ripetuto lo scenario del 2016: nessuna fila ai seggi, flusso di elettori con il contagocce e oltre 100 mila funzionari – fra presidenti, scrutatori, rappresentanti di lista, agenti di polizia...– presenti nei seggi, in preda alla noia non avendo molto da fare nell'attesa, durata undici ore, di elettori che non si presentavano. A fine giornata, il pacchetto di 400 schede assegnato ad ogni seggio appariva quasi intatto ovunque.
Tuttavia, per il CSE l'affluenza a livello nazionale è stata del 53%. Roberto Rivas, magistrato presidente del CSE, ha, al solito, cercato di esaltare il dato ufficiale: «Si tratta delle elezioni municipali che hanno registrato la maggiore affluenza». In realtà, la percentuale ufficiale non risulta credibile, considerando che nel Nicaragua urbano, dove vive la maggioranza della popolazione, l'astensione è stata, con ogni evidenza, altissima.
In ogni caso, è impossibile sapere con certezza quale sia la cifra esatta. Dal 2008, nessuno dei numeri pubblicati dal CSE è, infatti, verificabile e confrontabile con documentazione che non sia manipolata.

Ortega preoccupato

Ancora prima che il CSE diffondesse il dato ufficiale dell'affluenza, Daniel Ortega si era riferito all'astensione, facendo capire di essere preoccupato per la stessa. Anche se mancavano tre ore alla chiusura dei seggi, era, infatti, evidente a Managua come in altre città che la gente non stesse andando a votare.
Anche se l'astensione favorisce Ortega dal punto di vista aritmetico in quanto essa fa lievitare la percentuale ottenuta dai suoi candidati, è chiaro che la desolazione evidente nei seggi non lo beneficia politicamente, giacché evidenzia il problema di fondo delle elezioni in Nicaragua: la mancanza di legittimità del processo elettorale e dei suoi arbitri.
La scarsa affluenza preoccupa anche perché alimenta la sfiducia: un livello così alto di astensione è segno di rifiuto, stanchezza, opposizione nascosta o esplicita; soprattutto, essa non potrebbe essere così alta se alla stessa non contribuissero anche militanti e simpatizzanti del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN): i cosiddetti “storici”, sempre più lontani dal vertice di governo, ma anche molti giovani, poco motivati a compiere lo “sforzo” di uscire la domenica per andare a votare quando si sa già come andrà a finire...
Dal canto suo, Daniel Ortega si è prodotto in un'interpretazione storica sui generis per criticare quanti promuovono l'astensione e non votano. Ha ricordato come nelle elezioni del 1990, del 1996 e del 2001 – elezioni presidenziali da lui perse come candidato dell'FSLN – nessuno avesse chiamato all'astensione; ciò, per concludere che «quanti promuovono l'astensione, come alternativa hanno solo lo scontro», sostenendo che «oggi più che mai, dobbiamo rivendicare le elezioni e il voto come unica rotta possibile per produrre cambiamenti, per eleggere le autorità e rafforzare la pace».
Quindi, ha chiuso il suo intervento con una preghiera per la pace, ricorrendo ad una frase di san Francesco di Assisi. Non più reinterpretando la storia, ma riferendosi alla realtà attuale ha affermato che «quanti alimentano lo scontro e l'odio sono coloro che non hanno vissuto la guerra (degli anni '80, ndr), ma che se ne andarono in esilio». In contrasto, ha aggiunto, quanti in quegli anni rimasero nel Paese vivono un'altra realtà: «Nelle zone di guerra, dove ci scontrammo, dove è corso il sangue, e ancora è vivo il dolore delle famiglie nicaraguensi, ci siamo andati affratellando, riconciliando, ritrovando».

Il voto nelle aree rurali

Tuttavia, è proprio nel Nicaragua contadino che ha vissuto la guerra degli anni '80, in quella fascia di territorio nota come il “corridoio della Contra”, di tradizione liberale, che attraversa in diagonale il Paese, dal Nord ai Caraibi, dove lo scenario è stato diverso da quello osservato nella capitale e nelle città del versante Pacifico del Paese.
In varie zone rurali si è vista un'importante mobilitazione di elettori, ma siccome non esistono cifre esatte sull'astensione, nemmeno è disponibile quella che potrebbe mostrare il contrasto tra i municipi di un Nicaragua e l'altro. Tale contrasto tra desolazione e partecipazione è stato, comunque, una caratteristica importante di queste elezioni.
In quest'altro Nicaragua, dove c'è stata maggiore concorrenza tra FSLN e le due formazioni liberali, PLC (Partito Liberale Costituzionalista) e CxL (Cittadini per la Libertà) – nuove sigle di quello che fu il PLI (Partito Liberale Indipendente), diretto da Eduardo Montealegre fino al Giugno 2016, quando il CSE gli tolse lo status giuridico – si sono vissuti momenti di grande tensione ed effervescenza elettorale. Qui, la gente ha deciso di votare affrontando la militarizzazione del territorio, le intimidazioni e minacce.
Le ragioni di tale contrasto stanno nel fatto che, in questo Nicaragua rurale, le ferite della guerra degli anni '80 continuano ad essere aperte e non è poca la popolazione che ha scommesso con il proprio voto di ottenere quella “sicurezza politica” che può derivare dal fatto che il Comune non finisca nelle nelle mani dei segretari politici dell'FSLN, signorotti locali controllati dal partito di governo. In questo Nicaragua, dove prese corpo il movimento armato dei contras, si sono accumulate delusioni e risentimenti, che in questa occasione hanno alimentato il desiderio di votare, in particolare delle giovani generazioni che hanno ascoltato dagli adulti cosa successe nella guerra.

Costa caraibica: un terzo scenario

L'FSLN si è presentato a queste elezioni con 132 amministrazioni uscenti sul totale di 153 municipi del Paese. Sapeva, di fronte alle pressioni degli Stati Uniti ed al timore dei suoi alleati dell'impresa privata per le sanzioni economiche in arrivo dal Nord, di dover moderare la sua voracità, non potendo controllare tutti, o quasi, i municipi del Paese. Sapeva di doverne cedere qualcuno per dare una patente di legittimità alla contesa, dopo il senso di illegittimità che aveva pervaso le elezioni presidenziali del 2016.
Le piazzeforti che l'FSLN non era disposto a cedere erano i capoluoghi dipartimentali (province, ndr). Nei fatti, ha vinto in tutti e 15, compreso Bilwi (già Puerto Cabezas, ndr), capoluogo della regione del Caribe Norte, tradizionalmente in mano del partito indigeno YATAMA (Yapti Tasba Masraka Nanih Aslatakanka; vale a dire, Figli della Madre Terra; organizzazione degli indigeni della Costa Atlantica, prevalentemente miskitos; ndr). Ma ciò non gli è bastato: anche gli altri due municipi della regione amministrati da YATAMA, Waspan e Prinzapolka, sono passati all'FSLN.
Da molto tempo, le comunità del Caribe Norte vivono una situazione di tensione permanente. In questo contesto, le elezioni municipali hanno gettato “benzina sul fuoco”, aggravando la crisi in questo “terzo Nicaragua” che è la costa caraibica, dove l'abbondanza di risorse naturali stimola gli appetiti del modello “estrattivista”, che la parvenza di autonomia regionale non riesce a frenare.

Trucchi e tattiche

Nelle zone rurali dell'interno, dove secondo Ortega ci sarebbe stato affratellamento fra i nemici di ieri, il CSE e i segretari politici dell'FSLN hanno fatto ricorso, fra l'altro, a quattro accorgimenti per spostare l'equilibrio a loro favore: una per disincentivare il voto di quanti fossero identificati come oppositori; le altre tre per fare in modo che quanti si identificano con il partito al governo potessero, invece, votare più volte.
Per scoraggiare gli avversari dell'FSLN, il CSE ha abbondantemente fatto ricorso al trucco noto in Nicaragua come del ratón loco, vale a dire del “topo matto”: in pratica, nei municipi in cui la vittoria si giocava sul filo di pochi voti, elettori che avevano sempre votato in un determinato seggio, venivano cancellati da quel registro e iscritti in un altro, a volte assai distante, difficile da raggiungere nelle zone rurali. CxL ha documentato centinaia di questi casi nei piccoli municipi di El Coral e El Ayote, nel dipartimento di Chontales.
A Rancho Grande, una piazza in mano all'FSLN, in cui la lotta contro una compagnia mineraria ha visto la mobilitazione di gran parte della popolazione, rappresentanti del PLC hanno denunciato al Centro Nicaraguense di Diritti Umani (CENIDH) che vittime del “topo matto” sarebbero state 3 mila persone. Anche nel “triangolo” minerario dei municipi di Siuna, Bonanza e Rosita, lo stesso meccanismo avrebbe impedito a centinaia di contadini di votare.
D'altro canto, per favorire invece il voto multiple dei sostenitori dell'FSLN sono state impiegate diverse tattiche, come riportato da giornalisti indipendenti e da Panorama Electoral, un consorzio di 6 organizzazioni sociali che ha mobilitato circa 400 osservatori volontari. Una di esse è stata il ricorso a due tipi di inchiostro, per macchiare il pollice dell'elettore e impedirgli di poter votare di nuovo: in realtà, uno degli inchiostri utilizzati si cancellava facilmente ed è stato applicato in maniera discrezionale.
Un'altra tattica è stata il trasporto di contingenti di militari e agenti di polizia da un seggio all'altro perché votassero più volte, con l'aggiunta che la presenza di uomini in divisa intimidiva gli altri elettori.
Ancora, una novità di queste elezioni è stata una tessera di colore giallo firmata dalle autorità elettorali che consentiva a certe persone di visitare i seggi come “personale ausiliario del CSE” e votare in tutti essi. Il magistrato José Pallais ha mostrato in tv questa tessera e spiegato come funzionasse.

Niente verbali, verifiche impossibili

Il capo della missione di osservatori dell'OSA, Wilfredo Penco, aveva assicurato che il CSE avrebbe pubblicato subito i risultati elettorali sul suo sito web, compresi i verbali di scrutinio di ogni seggio. Tale prassi, anche se prevista dalla legge elettorale, non veniva più seguita dal CSE dalle elezioni municipali del 2008, anche allora segnate dai brogli: infatti, furono proprio i verbali di cui disponevano vari rappresentanti di lista a permettere di documentare la frode.
Pertanto, come affermato da Penco, il 6 Novembre il CSE ha pubblicato sul suo sito i risultati man mano che arrivavano. Espressi, però, in percentuali con corredo di grafici a forma di torta. Il fatto di non fornire fotocopia dei verbali, come più volte chiesto, ha permesso alle strutture dipartimentali e municipali del CSE, tutte controllate dall'FSLN, di alterare aritmeticamente i risultati in vari municipi, senza poter confrontare i dati con i verbali in mano dei rappresentanti di lista del PLC o di CXL, che riportavano altri numeri.
Da parte sua, Panorama Electoral non ha potuto presenziare ad alcun conteggio di voti e conseguente redazione dei verbali, in quanto i suoi osservatori non erano accreditati dal CSE.
La mancata pubblicazione dei verbali fotografati e, di conseguenza, l'impossibilità di verificare le percentuali presentate come definitive dal CSE con quelle in possesso dei rappresentanti dei due partiti liberali, ha provocato ricorsi, che si sono risolti tutti a favore del partito al governo, marce di protesta, conflitti con diverso grado di violenza in vari municipi: ad Jalapa e in altri municipi di Nueva Segovia, a La Concepción (Masaya), San José de Bocay (Jinotega), El Coral (Chontales), San Dionisio e Rancho Grande (Matagalpa), Corn Island (Caribe Sur). E ci sono state anche proteste nei municipi interessati dall'ipotetico passaggio Canale Interoceanico: le più violente a San Miguelito e nella comarca di El Tule, nel Río San Juan.

Violenze nel Caribe

Ma le proteste maggiori, con più alto grado di violenza, si sono manifestate nel Caribe Norte, a Sandy Bay, Bilwi e Waspan. L'organizzazione indigena YATAMA, che aveva denunciato le manovre dell'FSLN per comprare i voti dei costeños, non ha riconosciuto l'esito del voto, scatenando proteste terminate con quattro persone morte, vari feriti e arresti, infrastrutture date alle fiamme, senza che la polizia locale muovesse un dito per impedirlo, anzi.
Secondo la dirigente e deputata di YATAMA, Elizabeth Enríquez, la tensione sarebbe iniziata a Bilwi la stessa Domenica delle elezioni, dove la menzionata tecnica del ratón loco avrebbe spostato circa 700 elettori di un solo seggio. In risposta alle proteste, il Lunedì seguente, simpatizzanti dell'FSLN hanno incendiato la Casa Verde, cioè la casa comunale della popolazione miskita, mandando in fumo pc, verbali elettorali e altri archivi. Inoltre, hanno dato fuoco alla locale radio comunitaria miskita e distrutto la statua di Miskut, l'eroe ancestrale del popolo miskito. «Il Fronte aveva annunciato che avrebbero vinto ad ogni costo a Bilwi, Prinzapolka e Waspan, i nostri tre municipi – ha dichiarato Enríquez – e così è stato: vogliono tornare agli anni '80, stanno invadendo le nostre terre per portarcele via».

Altro che festa civica!

Risultato delle proteste, dieci giorni dopo il voto, si contavano 7 morti, decine di feriti, percossi, arresti, scomparsi e in fuga.
Secondo il capo della Polizia Nazionale Francisco Díaz, si sarebbe trattato di «incidenti isolati inscenati da simpatizzanti di YATAMA, PLC e CxL»; quando, in realtà, è stata evidente sia la passività della polizia, sia la partecipazione di simpatizzanti dell'FSLN agli scontri violenti, provocati dal conteggio dei voti in cui il governo ha manipolato cifre, sequestrato verbali e, avvalendosi del controllo di tutte le strutture elettorali, deciso in quali municipi vincere e in quali rinunciare, non avendo altra alternativa.
Uno dei casi più emblematici in questo senso è stato l'assassinio di due attivisti di CxL avvenuto a Yalí (Jinotega), quando la mattina del 6 Novembre festeggiavano la vittoria del loro partito in quel municipio. Una delle vittime, Wilder Moreno, di 26 anni, era nipote del candidato di CxL. «Non avevo mai visto tante persone, bambini e adulti, centinaia, piangere per un morto», ha dichiarato un testimone. Migliaia di persone hanno partecipato ai funerali dei due uccisi.

La mappa dei risultati

Secondo il CSE, il PLC è la seconda forza del Paese per numero di voti assoluti e municipi conquistati: 11. In pratica, ha mantenuto i 3 che già amministrava: Bocana de Paiwas e La Cruz de Río Grande (Caribe Sur), e Muelle de los Bueyes (Chontales); ne ha ottenuti altri 5 che erano amministrati dai liberali del PLI: San José de los Remates (Boaco), El Tortuguero (Caribe Sur), Mulukukú (Caribe Norte), Santo Domingo (Chontales) e Ciudad Antigua (Nueva Segovia); e ne ha conquistati altri 3 che l'FSLN amministrava dal 2012: Camoapa (Boaco), Wiwilí (Jinotega) e La Trinidad (Estelí).
Cittadini per la Libertà (CxL) ha vinto in 6 municipi; ha mantenuto 2 dei 13 che aveva ottenuto nel 2012: San Pedro de Lóvago (Chontales) e Pantasma (Jinotega). E ne ha ottenuti 4 che erano amministrati dall'FSLN: San Sebastian de Yalí e El Cuá (Jinotega), Murra (Nueva Segovia) e El Almendro (Río San Juan).
I liberali dell'Alleanza Liberale Nicaraguense (ALN) hanno vinto a Cuapa (Chontales).
D'altro canto, l'FSLN amministrerà 135 dei 153 municipi del Paese: gran parte di quelli in cui già governava, tutti i capoluoghi dipartimentali, i 3 strappati a YATAMA (Bilwi, Waspan e Prinzapolka) e i 5 strappati a CxL: San José de Bocay (Jinotega), Río Blanco e Waslala (Matagalpa), Villa Sandino (Chontales) e Wiwilí (Nueva Segovia).
La mappa dei risultati elettorali ufficiali dimostra che i municipi vinti dai liberali del PLC e da CxL nel Nicaragua rurale sono situati quasi tutti in quello che era denominato “corridoio della Contra” negli anni '80.
Alcune di queste piazze sono importanti per le loro risorse, altre per numero di abitanti, altre per la loro importanza simbolica in quella guerra, come Santa María de Pantasma, municipio dove la difesa del voto organizzata da tutti i liberali uniti, che candidavano Óscar Gadea alla rielezione sotto le bandiere di CxL, sia nel giorno delle elezioni che durante le operazioni di scrutinio, è stata così massiccia da obbligare le forze antisommossa della polizia a ritirarsi dal luogo.

La presenza dell'OSA

Sulla presenza della missione di osservatori dell'OSA aveva scommesso l'élite imprenditoriale per migliorare la deteriorata immagine del governo Ortega-Murillo a segutio dei suoi reiterati brogli elettorali.
Questa era anche la scommessa di Ortega, che per questo l'aveva invitata ad intervenire.
Da parte sua, CxL è stata la forza politica che più ha dato importanza alla presenza dell'OSA come garanzia perché la gente si decidesse a partecipare.
La missione, integrata da 60 osservatori arrivati a fine Ottobre, ha visitato 393 centri di voto nei 15 dipartimenti del Paese: in pratica 787 seggi dei 13 mila aperti. Nei fatti, la presenza dell'OSA non sembra aver frenato l'astensione in quella parte di Nicaragua dove questa è stata massiccia, ma potrebbe aver dato maggiori garanzie all'elettorato in quella parte di Nicaragua dove la gente è andata a votare.
A Pantasma, il rieletto sindaco Gadea ha dato testimonianza della buona comunicazione mantenuta dagli osservatori dell'OSA con tutti i candidati liberali nel dipartimento di Jinotega.
Forse, anche la presenza dell'OSA nell'immediato dopoguerra in quelle che furono zone di conflitto, attraverso la CIAV (Commissione di Appoggio e Verifica degli accordi di pace), può aver fatto sì che la popolazione si sentisse con maggiori sicurezze di partecipare al voto.

Il rapporto preliminare dell'OSA

Il 7 Novembre, quindi, Wilfredo Penco ha dato a conoscere il rapporto preliminare dell'OSA. L'attento e bilanciato linguaggio del testo fa capire come l'OSA si sia imposta dei limiti nella valutazione del processo, con l'obiettivo di salvaguardare il suo compito prioritario: sanare il sistema elettorale nei prossimi tre anni, secondo quanto stabilito dal memorandum firmato da Daniel Ortega e il segretario generale dell'OSA, Luis Almagro nel Febbraio 2017; perché le elezioni presidenziali del 2021 abbiano un profilo assai distinto da quelle celebrate negli ultimi dieci anni.
La pubblicazione immediata dei risultati sul sito web del CSE era stata sicuramente concordata fra l'OSA e Ortega, il quale l'ha accettata per dare una patina di legittimità a queste elezioni, pur imponendo il limite di non pubblicare i verbali di scrutinio, elemento chiave per individuare eventuali brogli.
In sintesi, il rapporto preliminare dell'OSA afferma di aver identificato «avanzamenti importanti» nel sistema elettorale nicaraguense e «debolezze proprie di tutto il processo», che tuttavia «non hanno impedito, in sostanza, alla volontà popolare di manifestarsi nelle urne».
«Le operazioni di voto – si legge – si sono svolte in modo tranquillo, fluido, pacifico e senza incidenti di rilievo». Il testo riferisce di incidenti violenti «isolati», verificatisi dopo il voto: oltre a «deprecare» il fatto, «sollecita le autorità a realizzare le indagini relative e a castigare i responsabili dei crimini». Penco ha ammesso di aver ricevuto circa 800 denunce, che corrisponde però al CSE analizzare e risolvere. Il rapporto finale sulle elezioni sarà presentato in Dicembre a Washington nella sede dell'OSA.
Secondo l'OSA, «esiste spazio per rafforzare l'ambito legale, tecnico, procedurale, tecnologico ed umano dei processi elettorali in Nicaragua» e «il sistema elettorale nicaraguense troverà beneficio da una riforma elettorale comprensiva che riguarda diversi temi. È necessario un quadro giuridico e amministrativo di carattere permanente, che dia maggiore fiducia e sicurezza alle forze politiche e alla cittadinanza».
Il rapporto afferma, inoltre, che la missione ha realizzato «un'analisi integrale del processo». E formula, in tal senso, raccomandazioni «preliminari» per migliorare il sistema elettorale nicaraguense, accennando ad una serie di problemi. Si tratta di osservazioni e raccomandazioni già fatte dalla missione inviata cinque anni dall'organizzazione in occasione delle elezioni municipali del 2012. Di nessuna di esse ha tenuto conto il governo.
Oltre a riformare «complessivamente» la legge elettorale, sorta dal patto tra Alemán e Ortega, l'OSA raccomanda anche l'elaborazione di una legge sui partiti.
Il rapporto dell'OSA è stato accolto bene dal governo e dal presidente del COSEP (Consiglio Superiore dell'Impresa Privata), José Adán Aguerri, che l'ha definito «professionale».
Fra i gruppi sociali e politici critici del governo prevalgono altre considerazioni: “presenta dei vuoti”, “è impeccabilmente diplomatico”, “non è andato al fondo della questione”, “è tecnico e non politico”...
Anche l'ambasciatrice degli Stati Uniti a Managua, Laura Dogu, si è trincerata dietro un “vedremo”, dichiarando che vanno esaminati bene i suoi contenuti.
Da parte sua, tuttavia, il Dipartimento di Stato ha espresso «preoccupazione per le persistenti carenze del processo democratico nicaraguense», pur riconoscendo che la missione dell'OSA «ha garantito la trasparenza richiesta», dando ad intendere con questa frase che esiste unanimità di criteri e propositi fra Dipartimento di Stato e OSA su come “risolvere” il caso nicaraguense.
La tempistica delle dichiarazioni lascia supporre che i lobbysti di Ortega a Washington gli abbiano anticipato il senso delle dichiarazioni del Dipartimento di Stato. Infatti, poco prima che venisse reso pubblico il comunicato del Dipartimento di Stato, Daniel Ortega stava già dichiarando il suo impegno a riformare il sistema elettorale.

Ortega: “miglioreremo il nostro modello”

In un atto celebrativo della vittoria elettorale dell'FSLN, Daniel Ortega, dopo essersi riferito di nuovo all'astensionismo, ricordando come nelle elezioni municipali del Costa Rica voti solo il 18-22% dell'elettorato e criticando il modello statunitense dove decisivi appaiono i collegi elettorali più che i votanti, ha affermato: in Nicaragua «abbiamo il nostro modello, continueremo a svilupparlo e continueremo a lavorare per migliorarlo secondo le nostre possibilità». Aggiungendo di aver già manifestato a Wilfredo Penco la volontà di migliorare tale modello, per la qual cosa, però, «servono soldi», ha ricordato. La prossima tornata elettorale in cui il modello di Ortega sarà, negli auspici dello stesso, «migliorato, perfezionato, più forte e sicuro» sarà quella per eleggere le autorità regionali della costa atlantica.
È credibile tale impegno, dal momento che i “miglioramenti” dovrebbero vedersi nelle regioni caraibiche, scenario di tanta violenze nelle ultime elezioni? A nome di quel “terzo” Nicaragua gli ha subito risposto la rappresentante del partito indigeno YATAMA, Nancy Elizabeth Enríquez: i miglioramenti promessi da Ortega devono cominciare dal ristabilimento dei risultati che l'FSLN ha alterato nel Caribe Norte.

A che punto è il Nica Act

La promotrice del cosiddetto Nica Act, la congressista statunitense Ileana Ros-Lehtinen ha ribadito la sua posizione in un comunicato pubblicato al contempo di quello del Dipartimento di Stato: «I risultati delle elezioni municipali nicaraguensi non sono stati una sorpresa, dal momento che il sistema elettorale continua ad essere corrotto e carente di trasparenza nelle mani della dinastia Ortega».
E, in riferimento al rapporto dell'OSA, ha aggiunto: «nulla di nuovo», dal momento che le sue raccomandazioni sono le stesse degli anni precedenti; del resto, «è ben documentato come la famiglia Ortega non abbia proceduto ad alcuna riforma. Il regime di Ortega ha continuato a minare i principi democratici governando con mano di ferro, controllando il consiglio elettorale, il potere giudiziario e qualsiasi altra istituzione in Nicaragua al fine di accumulare ancora più potere». Per concludere: «Per incentivare le riforme del sistema elettorale in Nicaragua e responsabilizzare il regime di Ortega per i suoi abusi contro i diritti umani, dobbiamo approvare il Nica Act».

Domande senza risposte

Si chiude il 2017 e si entra nel 2018 carichi di domande senza risposte, in un orizzonte incerto e grigio.
La politica degli Stati Uniti nei confronti del Nicaragua si inclinerà verso la “mano dura”, come sta già facendo con il Venezuela e Cuba, o sarà più flessibile?
Riuscirà il rapporto dell'OSA a convincere i senatori che non erano nel giusto nell'approvare il Nica Act?
E riuscirà il citato rapporto ad evitare altre liste che non dipendono dall'approvazione del Nica Act ma che potrebbero ugualmente punire i nicaraguensi, come già sta avvenendo con i venezuelani? Ad esempio, la via delle sanzioni contro l'impresa statale petrolifera PDVSA (Petróleos de Venezuela, Sociedad Anónima; ndr), di cui è socio il consorzio ALBANISA (Alba de Nicaragua, Sociedad Anónima: impresa privata il cui pacchetto azionario è detenuto al 51% da PDVSA e al 49% dalla sua omologa nicaraguense PETRONIC, Empresa Nicaragüense de Petróleo, Sociedad Anónima; ndr), di fatto amministrata dal governo nicaraguense?
Oppure, la via delle sanzioni del Dipartimento del Tesoro attraverso la OFAC (Office of Foreign Assets Control, ndr)?
O, ancora, la via della nuova legge Magnitsky che sanziona gli stranieri legati alla corruzione? Nessuna di queste vie richiede del Nica Act, ma tutte possono colpire i nicaraguensi.
Il rapporto preliminare e sicuramente quello finale dell'OSA, chiaramente scritto per non pregiudicare i tre anni di negoziato concordati con Ortega, in che misura lo farà avanzare?

Altre domande

E, dal momento che nel prossimo Gennaio cambieranno alcune autorità municipali, sorgono altre domande.
Avranno qualche grado di autonomia i sindaci dell'FSLN rispetto al governo centrale? No, a quanto sembra.
E i 18 Comuni che in queste elezioni sono stati strappati all'FSLN o conservati in mani liberali, a quali livelli di strangolamento finanziario da parte del governo centrale andranno incontro?
Quali ferite resteranno aperte nei municipi del Nicaragua contadino dove c'è stata reale concorrenza e partecipazione elettorali, ma il CSE ha modificato i risultati?
E quanta violenza dovremo lamentare ancora nel Caribe?
Il fastidio, il disinteresse e lo scoraggiamento che queste elezioni hanno evidenziato nel Nicaragua che si è astenuto, saranno superati per dar luogo ad una massa critica che smetta di essere spettatrice per convertirsi in protagonista, come suggerito dai vescovi?
Si chiude un ciclo e se ne apre un altro? E, quel che conta, sarà migliore quello che si apre per il popolo che nei “tre” Nicaragua descritti si attende una vita migliore?

 

NICARAGUA / Tre mondi e tre scenari emergono dal voto municipale

 

Il 5 Novembre, i nicaraguensi erano chiamati nuovamente alle urne per eleggere le autorità municipali. Nella parte occidentale del Paese, la più popolata perché vi sorgono le principali città, l'elettorato ha nuovamente bocciato l'attuale sistema elettorale optando per una massiccia astensione. Nelle zone rurali dell'interno, invece, già teatro della guerra dei contras negli anni '80, gran parte del campesinado ha votato contro il Fronte Sandinista. Mentre nella costa caraibica, l'esito del voto ha scatenato un'ondata di violenze. Tre scenari in uno stesso Paese, uno stesso denominatore comune: un sistema elettorale collassato.

 

Di envío. Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

 

Gli imprenditori alleati del governo e con entrature a Washington, dove sono impegnati nell'evitare che il Congresso USA approvi il cosiddetto Nica Act (http://www.ans21.org/envio/area-abbonati/2017/240-envio-2017/ottobre-n-10) che sanziona il governo di Daniel Ortega per la sua deriva antidemocratica, nutrivano forti aspettative sugli sviluppi delle elezioni municipali del 5 Novembre 2017 e sulle valutazioni che delle stesse avrebbe fatto la missione di osservatori dell'Organizzazione degli Stati Americani (OSA).

In varie parti del Nicaragua, l'aspettativa della popolazione che simpatizza per i due partiti liberali (di destra, ndr), gli unici in grado di disputare consigli municipali al partito di governo, era invece un'altra: quanti Comuni avrebbero ottenuto, nonostante il discusso sistema elettorale?

Nel chiudere questo articolo appena dieci giorni dopo il voto e mentre in vari municipi si verificano ancora proteste e violenze, lo sviluppo di queste elezioni, i suoi risultati e la sua valutazione da parte dell'OSA non consentono di fare pronostici su quali conseguenze avranno queste elezioni sulla congiuntura dei prossimi mesi in Nicaragua.

 

Le critiche dei vescovi cattolici

 

Quindici giorni prima del voto, la Conferenza Episcopale del Nicaragua aveva rivolto un messaggio che andava aldilà dell'evento elettorale per, tacitamente, invitare tutti alla riflessione e alla partecipazione su quanto sta accadendo nel Paese e sulle sue prospettive.

I vescovi cattolici hanno ripetuto le critiche avanzate negli anni scorsi al sistema elettorale e al modello di governo. I problemi restano gli stessi, hanno sottolineato, ricordando quanto da essi affermato nel Settembre 2012, in occasione delle elezioni municipali di quell'anno, nel Messaggio intitolato “Possiamo avere una patria migliore” (http://www.envio.org.ni/articulo/4597) nonché nel documento consegnato a Daniel Ortega nel Maggio 2014 intitolato “Alla ricerca di nuovi orizzonti per un Nicaragua migliore” (http://www.envio.org.ni/articulo/4856).

Nel loro ultimo messaggio, i vescovi citano papa Francesco: «Nel contesto del mondo attuale, in cui la politica ha una così bassa considerazione, abbiamo urgente bisogno di politici che servano i cittadini con misericordia e così smentiscano il luogo comune che presenta i politici come una muta di depredatori». Nel testo vi sono altre sei citazioni di papa Francesco, dedicate ad elevare il valore della politica e al dovere civico della partecipazione.

I vescovi riconoscono ciò che è innegabile: «Percepiamo e abbiamo coscienza che i tempi che viviamo non sono facili, possono anzi essere desolanti». Ricordano come nel Paese ci sia «sconforto, demoralizzazione, pessimismo e disperazione» e come lo scoraggiamento conduca «a rifugiarsi in se stessi, a creare una bolla di auto-protezione che produce una cecità sociale». Quindi, avvertono con preoccupazione: «Non dobbiamo aspettare che di giunga a situazioni estreme per prendere coscienza della responsabilità nelle questioni politiche e sociali». In tal senso, stimolano tutti ad agire: «Non dimenticate che siamo noi, il popolo nicaraguense, ad avere l'ultima parola e decidere l'orizzonte che il Paese deve prendere. La forza che trasforma una società è del popolo che, animato dalla giustizia e dalla libertà, si edifica in virtù del bene comune, la verità e la giustizia sociale. Siamo attori e non spettatori».

In questa occasione, tuttavia, a differenza di quanto scritto in un messaggio del tutto simile prima delle elezioni presidenziali del 2016, i vescovi non hanno chiamato al voto, ma nemmeno all'astensione. E nemmeno hanno fatto riferimento, come un anno fa, alla libertà di coscienza di ciascuno per decidere il da farsi. Il testo si limita a fare appello al che fare etico di fronte al futuro incerto del Paese.

 

L'astensionismo

 

La massiccia astensione nelle elezioni presidenziali del 2016, in cui Daniel Ortega si rieleggeva per la seconda volta consecutiva, era stata calcolata da organizzazioni indipendenti in un 65-70% degli aventi diritto, causando sorpresa allo stesso Ortega nonché agli stessi fautori dell'astensionismo. Nei fatti, si è trattato di un fenomeno inedito nella storia elettorale recente del Nicaragua.

In questa occasione, la principale ragione dell'astensione va ricercata nella serie di fatti accaduti nei mesi scorsi, a partire da quando il Consiglio Superiore Elettorale (CSE), controllato da Ortega, ha annullato in modo del tutto arbitrario la partecipazione al voto del gruppo di opposizione Coalizione Nazionale per la Democrazia, che si presentava come un'opzione alternativa e concorrenziale, nonostante la scarsa credibilità che caratterizzava il sistema elettorale.

Questa volta, l'astensione è tornata a manifestarsi, allo stesso livello o persino in percentuali superiori, in tutto il versante occidentale del Paese, dove sorgono le principali città, in cui il partito di governo aveva investito maggiormente in programmi sociali e infrastrutture.

La nuovamente massiccia astensione, fenomeno dalle molteplici cause, riflette comunque il fastidio degli elettori per questo modello elettorale imposto, che fa sì che sempre più gente commenti: “perché andare a votare se già sappiamo chi vincerà?...”.

 

Desolazione nei seggi urbani

 

Nel Nicaragua urbano si è, dunque, ripetuto lo scenario del 2016: nessuna fila ai seggi, flusso di elettori con il contagocce e oltre 100 mila funzionari – fra presidenti, scrutatori, rappresentanti di lista, agenti di polizia...– presenti nei seggi, in preda alla noia non avendo molto da fare nell'attesa, durata undici ore, di elettori che non si presentavano. A fine giornata, il pacchetto di 400 schede assegnato ad ogni seggio appariva quasi intatto ovunque.

Tuttavia, per il CSE l'affluenza a livello nazionale è stata del 53%. Roberto Rivas, magistrato presidente del CSE, ha, al solito, cercato di esaltare il dato ufficiale: «Si tratta delle elezioni municipali che hanno registrato la maggiore affluenza». In realtà, la percentuale ufficiale non risulta credibile, considerando che nel Nicaragua urbano, dove vive la maggioranza della popolazione, l'astensione è stata, con ogni evidenza, altissima.

In ogni caso, è impossibile sapere con certezza quale sia la cifra esatta. Dal 2008, nessuno dei numeri pubblicati dal CSE è, infatti, verificabile e confrontabile con documentazione che non sia manipolata.

 

Ortega preoccupato

 

Ancora prima che il CSE diffondesse il dato ufficiale dell'affluenza, Daniel Ortega si era riferito all'astensione, facendo capire di essere preoccupato per la stessa. Anche se mancavano tre ore alla chiusura dei seggi, era, infatti, evidente a Managua come in altre città che la gente non stesse andando a votare.

Anche se l'astensione favorisce Ortega dal punto di vista aritmetico in quanto essa fa lievitare la percentuale ottenuta dai suoi candidati, è chiaro che la desolazione evidente nei seggi non lo beneficia politicamente, giacché evidenzia il problema di fondo delle elezioni in Nicaragua: la mancanza di legittimità del processo elettorale e dei suoi arbitri.

La scarsa affluenza preoccupa anche perché alimenta la sfiducia: un livello così alto di astensione è segno di rifiuto, stanchezza, opposizione nascosta o esplicita; soprattutto, essa non potrebbe essere così alta se alla stessa non contribuissero anche militanti e simpatizzanti del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN): i cosiddetti “storici”, sempre più lontani dal vertice di governo, ma anche molti giovani, poco motivati a compiere lo “sforzo” di uscire la domenica per andare a votare quando si sa già come andrà a finire...

Dal canto suo, Daniel Ortega si è prodotto in un'interpretazione storica sui generis per criticare quanti promuovono l'astensione e non votano. Ha ricordato come nelle elezioni del 1990, del 1996 e del 2001 – elezioni presidenziali da lui perse come candidato dell'FSLN – nessuno avesse chiamato all'astensione; ciò, per concludere che «quanti promuovono l'astensione, come alternativa hanno solo lo scontro», sostenendo che «oggi più che mai, dobbiamo rivendicare le elezioni e il voto come unica rotta possibile per produrre cambiamenti, per eleggere le autorità e rafforzare la pace».

Quindi, ha chiuso il suo intervento con una preghiera per la pace, ricorrendo ad una frase di san Francesco di Assisi. Non più reinterpretando la storia, ma riferendosi alla realtà attuale ha affermato che «quanti alimentano lo scontro e l'odio sono coloro che non hanno vissuto la guerra (degli anni '80, ndr), ma che se ne andarono in esilio». In contrasto, ha aggiunto, quanti in quegli anni rimasero nel Paese vivono un'altra realtà: «Nelle zone di guerra, dove ci scontrammo, dove è corso il sangue, e ancora è vivo il dolore delle famiglie nicaraguensi, ci siamo andati affratellando, riconciliando, ritrovando».

 

Il voto nelle aree rurali

 

Tuttavia, è proprio nel Nicaragua contadino che ha vissuto la guerra degli anni '80, in quella fascia di territorio nota come il “corridoio della Contra”, di tradizione liberale, che attraversa in diagonale il Paese, dal Nord ai Caraibi, dove lo scenario è stato diverso da quello osservato nella capitale e nelle città del versante Pacifico del Paese.

In varie zone rurali si è vista un'importante mobilitazione di elettori, ma siccome non esistono cifre esatte sull'astensione, nemmeno è disponibile quella che potrebbe mostrare il contrasto tra i municipi di un Nicaragua e l'altro. Tale contrasto tra desolazione e partecipazione è stato, comunque, una caratteristica importante di queste elezioni.

In quest'altro Nicaragua, dove c'è stata maggiore concorrenza tra FSLN e le due formazioni liberali, PLC (Partito Liberale Costituzionalista) e CxL (Cittadini per la Libertà) – nuove sigle di quello che fu il PLI (Partito Liberale Indipendente), diretto da Eduardo Montealegre fino al Giugno 2016, quando il CSE gli tolse lo status giuridico – si sono vissuti momenti di grande tensione ed effervescenza elettorale. Qui, la gente ha deciso di votare affrontando la militarizzazione del territorio, le intimidazioni e minacce.

Le ragioni di tale contrasto stanno nel fatto che, in questo Nicaragua rurale, le ferite della guerra degli anni '80 continuano ad essere aperte e non è poca la popolazione che ha scommesso con il proprio voto di ottenere quella “sicurezza politica” che può derivare dal fatto che il Comune non finisca nelle nelle mani dei segretari politici dell'FSLN, signorotti locali controllati dal partito di governo. In questo Nicaragua, dove prese corpo il movimento armato dei contras, si sono accumulate delusioni e risentimenti, che in questa occasione hanno alimentato il desiderio di votare, in particolare delle giovani generazioni che hanno ascoltato dagli adulti cosa successe nella guerra.

 

Costa caraibica: un terzo scenario

 

L'FSLN si è presentato a queste elezioni con 132 amministrazioni uscenti sul totale di 153 municipi del Paese. Sapeva, di fronte alle pressioni degli Stati Uniti ed al timore dei suoi alleati dell'impresa privata per le sanzioni economiche in arrivo dal Nord, di dover moderare la sua voracità, non potendo controllare tutti, o quasi, i municipi del Paese. Sapeva di doverne cedere qualcuno per dare una patente di legittimità alla contesa, dopo il senso di illegittimità che aveva pervaso le elezioni presidenziali del 2016.

Le piazzeforti che l'FSLN non era disposto a cedere erano i capoluoghi dipartimentali (province, ndr). Nei fatti, ha vinto in tutti e 15, compreso Bilwi (già Puerto Cabezas, ndr), capoluogo della regione del Caribe Norte, tradizionalmente in mano del partito indigeno YATAMA ((Yapti Tasba Masraka Nanih Aslatakanka; vale a dire, Figli della Madre Terra; organizzazione degli indigeni della Costa Atlantica, prevalentemente miskitos; ndr). Ma ciò non gli è bastato: anche gli altri due municipi della regione amministrati da YATAMA, Waspan e Prinzapolka, sono passati all'FSLN.

Da molto tempo, le comunità del Caribe Norte vivono una situazione di tensione permanente. In questo contesto, le elezioni municipali hanno gettato “benzina sul fuoco”, aggravando la crisi in questo “terzo Nicaragua” che è la costa caraibica, dove l'abbondanza di risorse naturali stimola gli appetiti del modello “estrattivista”, che la parvenza di autonomia regionale non riesce a frenare.

 

Trucchi e tattiche

 

Nelle zone rurali dell'interno, dove secondo Ortega ci sarebbe stato affratellamento fra i nemici di ieri, il CSE e i segretari politici dell'FSLN hanno fatto ricorso, fra l'altro, a quattro accorgimenti per spostare l'equilibrio a loro favore: una per disincentivare il voto di quanti fossero identificati come oppositori; le altre tre per fare in modo che quanti si identificano con il partito al governo potessero, invece, votare più volte.

Per scoraggiare gli avversari dell'FSLN, il CSE ha abbondantemente fatto ricorso al trucco noto in Nicaragua come del ratón loco, vale a dire del “topo matto”: in pratica, nei municipi in cui la vittoria si giocava sul filo di pochi voti, elettori che avevano sempre votato in un determinato seggio, venivano cancellati da quel registro e iscritti in un altro, a volte assai distante, difficile da raggiungere nelle zone rurali. CxL ha documentato centinaia di questi casi nei piccoli municipi di El Coral e El Ayote, nel dipartimento di Chontales.

A Rancho Grande, una piazza in mano all'FSLN, in cui la lotta contro una compagnia mineraria ha visto la mobilitazione di gran parte della popolazione, rappresentanti del PLC hanno denunciato al Centro Nicaraguense di Diritti Umani (CENIDH) che vittime del “topo matto” sarebbero state 3 mila persone. Anche nel “triangolo” minerario dei municipi di Siuna, Bonanza e Rosita, lo stesso meccanismo avrebbe impedito a centinaia di contadini di votare.

D'altro canto, per favorire invece il voto multiple dei sostenitori dell'FSLN sono state impiegate diverse tattiche, come riportato da giornalisti indipendenti e da Panorama Electoral, un consorzio di 6 organizzazioni sociali che ha mobilitato circa 400 osservatori volontari. Una di esse è stata il ricorso a due tipi di inchiostro, per macchiare il pollice dell'elettore e impedirgli di poter votare di nuovo: in realtà, uno degli inchiostri utilizzati si cancellava facilmente ed è stato applicato in maniera discrezionale.

Un'altra tattica è stata il trasporto di contingenti di militari e agenti di polizia da un seggio all'altro perché votassero più volte, con l'aggiunta che la presenza di uomini in divisa intimidiva gli altri elettori.

Ancora, una novità di queste elezioni è stata una tessera di colore giallo firmata dalle autorità elettorali che consentiva a certe persone di visitare i seggi come “personale ausiliario del CSE” e votare in tutti essi. Il magistrato José Pallais ha mostrato in tv questa tessera e spiegato come funzionasse.

 

Niente verbali, verifiche impossibili

 

Il capo della missione di osservatori dell'OSA, Wilfredo Penco, aveva assicurato che il CSE avrebbe pubblicato subito i risultati elettorali sul suo sito web, compresi i verbali di scrutinio di ogni seggio. Tale prassi, anche se prevista dalla legge elettorale, non veniva più seguita dal CSE dalle elezioni municipali del 2008, anche allora segnate dai brogli: infatti, furono proprio i verbali di cui disponevano vari rappresentanti di lista a permettere di documentare la frode.

Pertanto, come affermato da Penco, il 6 Novembre il CSE ha pubblicato sul suo sito i risultati man mano che arrivavano. Espressi, però, in percentuali con corredo di grafici a forma di torta. Il fatto di non fornire fotocopia dei verbali, come più volte chiesto, ha permesso alle strutture dipartimentali e municipali del CSE, tutte controllate dall'FSLN, di alterare aritmeticamente i risultati in vari municipi, senza poter confrontare i dati con i verbali in mano dei rappresentanti di lista del PLC o di CXL, che riportavano altri numeri.

Da parte sua, Panorama Electoral non ha potuto presenziare ad alcun conteggio di voti e conseguente redazione dei verbali, in quanto i suoi osservatori non erano accreditati dal CSE.

La mancata pubblicazione dei verbali fotografati e, di conseguenza, l'impossibilità di verificare le percentuali presentate come definitive dal CSE con quelle in possesso dei rappresentanti dei due partiti liberali, ha provocato ricorsi, che si sono risolti tutti a favore del partito al governo, marce di protesta, conflitti con diverso grado di violenza in vari municipi: ad Jalapa e in altri municipi di Nueva Segovia, a La Concepción (Masaya), San José de Bocay (Jinotega), El Coral (Chontales), San Dionisio e Rancho Grande (Matagalpa), Corn Island (Caribe Sur). E ci sono state anche proteste nei municipi interessati dall'ipotetico passaggio Canale Interoceanico: le più violente a San Miguelito e nella comarca di El Tule, nel Río San Juan.

 

Violenze nel Caribe

 

Ma le proteste maggiori, con più alto grado di violenza, si sono manifestate nel Caribe Norte, a Sandy Bay, Bilwi e Waspan. L'organizzazione indigena YATAMA, che aveva denunciato le manovre dell'FSLN per comprare i voti dei costeños, non ha riconosciuto l'esito del voto, scatenando proteste terminate con quattro persone morte, vari feriti e arresti, infrastrutture date alle fiamme, senza che la polizia locale muovesse un dito per impedirlo, anzi.

Secondo la dirigente e deputata di YATAMA, Elizabeth Enríquez, la tensione sarebbe iniziata a Bilwi la stessa Domenica delle elezioni, dove la menzionata tecnica del ratón loco avrebbe spostato circa 700 elettori di un solo seggio. In risposta alle proteste, il Lunedì seguente, simpatizzanti dell'FSLN hanno incendiato la Casa Verde, cioè la casa comunale della popolazione miskita, mandando in fumo pc, verbali elettorali e altri archivi. Inoltre, hanno dato fuoco alla locale radio comunitaria miskita e distrutto la statua di Miskut, l'eroe ancestrale del popolo miskito. «Il Fronte aveva annunciato che avrebbero vinto ad ogni costo a Bilwi, Prinzapolka e Waspan, i nostri tre municipi – ha dichiarato Enríquez – e così è stato: vogliono tornare agli anni '80, stanno invadendo le nostre terre per portarcele via».

 

Altro che festa civica

 

Risultato delle proteste, dieci giorni dopo il voto, si contavano 7 morti, decine di feriti, percossi, arresti, scomparsi e in fuga.

Secondo il capo della Polizia Nazionale Francisco Díaz, si sarebbe trattato di «incidenti isolati inscenati da simpatizzanti di YATAMA, PLC e CxL»; quando, in realtà, è stata evidente sia la passività della polizia, sia la partecipazione di simpatizzanti dell'FSLN agli scontri violenti, provocati dal conteggio dei voti in cui il governo ha manipolato cifre, sequestrato verbali e, avvalendosi del controllo di tutte le strutture elettorali, deciso in quali municipi vincere e in quali rinunciare, non avendo altra alternativa.

Uno dei casi più emblematici in questo senso è stato l'assassinio di due attivisti di CxL avvenuto a Yalí (Jinotega), quando la mattina del 6 Novembre festeggiavano la vittoria del loro partito in quel municipio. Una delle vittime, Wilder Moreno, di 26 anni, era nipote del candidato di CxL. «Non avevo mai visto tante persone, bambini e adulti, centinaia, piangere per un morto», ha dichiarato un testimone. Migliaia di persone hanno partecipato ai funerali dei due uccisi.

 

La mappa dei risultati

 

Secondo il CSE, il PLC è la seconda forza del Paese per numero di voti assoluti e municipi conquistati: 11. In pratica, ha mantenuto i 3 che già amministrava: Bocana de Paiwas e La Cruz de Río Grande (Caribe Sur), e Muelle de los Bueyes (Chontales); ne ha ottenuti altri 5 che erano amministrati dai liberali del PLI: San José de los Remates (Boaco), El Tortuguero (Caribe Sur), Mulukukú (Caribe Norte), Santo Domingo (Chontales) e Ciudad Antigua (Nueva Segovia); e ne ha conquistati altri 3 che l'FSLN amministrava dal 2012: Camoapa (Boaco), Wiwilí (Jinotega) e La Trinidad (Estelí).

Cittadini per la Libertà (CxL) ha vinto in 6 municipi; ha mantenuto 2 dei 13 che aveva ottenuto nel 2012: San Pedro de Lóvago (Chontales) e Pantasma (Jinotega). E ne ha ottenuti 4 che erano amministrati dall'FSLN: San Sebastian de Yalí e El Cuá (Jinotega), Murra (Nueva Segovia) e El Almendro (Río San Juan).

I liberali dell'Alleanza Liberale Nicaraguense (ALN) hanno vinto a Cuapa (Chontales).

D'altro canto, l'FSLN amministrerà 135 dei 153 municipi del Paese: gran parte di quelli in cui già governava, tutti i capoluoghi dipartimentali, i 3 strappati a YATAMA (Bilwi, Waspan e Prinzapolka) e i 5 strappati a CxL: San José de Bocay (Jinotega), Río Blanco e Waslala (Matagalpa), Villa Sandino (Chontales) e Wiwilí (Nueva Segovia).

La mappa dei risultati elettorali ufficiali dimostra che i municipi vinti dai liberali del PLC e da CxL nel Nicaragua rurale sono situati quasi tutti in quello che era denominato “corridoio della Contra” negli anni '80.

Alcune di queste piazze sono importanti per le loro risorse, altre per numero di abitanti, altre per la loro importanza simbolica in quella guerra, come Santa María de Pantasma, municipio dove la difesa del voto organizzata da tutti i liberali uniti, che candidavano Óscar Gadea alla rielezione sotto le bandiere di CxL, sia nel giorno delle elezioni che durante le operazioni di scrutinio, è stata così massiccia da obbligare le forze antisommossa della polizia a ritirarsi dal luogo.

 

La presenza dell'OSA

 

Sulla presenza della missione di osservatori dell'OSA aveva scommesso l'élite imprenditoriale per migliorare la deteriorata immagine del governo Ortega-Murillo a segutio dei suoi reiterati brogli elettorali.

Questa era anche la scommessa di Ortega, che per questo l'aveva invitata ad intervenire.

Da parte sua, CxL è stata la forza politica che più ha dato importanza alla presenza dell'OSA come garanzia perché la gente si decidesse a partecipare.

La missione, integrata da 60 osservatori arrivati a fine Ottobre, ha visitato 393 centri di voto nei 15 dipartimenti del Paese: in pratica 787 seggi dei 13 mila aperti. Nei fatti, la presenza dell'OSA non sembra aver frenato l'astensione in quella parte di Nicaragua dove questa è stata massiccia, ma potrebbe aver dato maggiori garanzie all'elettorato in quella parte di Nicaragua dove la gente è andata a votare.

A Pantasma, il rieletto sindaco Gadea ha dato testimonianza della buona comunicazione mantenuta dagli osservatori dell'OSA con tutti i candidati liberali nel dipartimento di Jinotega.

Forse, anche la presenza dell'OSA nell'immediato dopoguerra in quelle che furono zone di conflitto, attraverso la CIAV (Commissione di Appoggio e Verifica degli accordi di pace), può aver fatto sì che la popolazione si sentisse con maggiori sicurezze di partecipare al voto.

 

Il rapporto preliminare dell'OSA

 

Il 7 Novembre, quindi, Wilfredo Penco ha dato a conoscere il rapporto preliminare dell'OSA. L'attento e bilanciato linguaggio del testo fa capire come l'OSA si sia imposta dei limiti nella valutazione del processo, con l'obiettivo di salvaguardare il suo compito prioritario: sanare il sistema elettorale nei prossimi tre anni, secondo quanto stabilito dal memorandum firmato da Daniel Ortega e il segretario generale dell'OSA, Luis Almagro nel Febbraio 2017; perché le elezioni presidenziali del 2021 abbiano un profilo assai distinto da quelle celebrate negli ultimi dieci anni.

La pubblicazione immediata dei risultati sul sito web del CSE era stata sicuramente concordata fra l'OSA e Ortega, il quale l'ha accettata per dare una patina di legittimità a queste elezioni, pur imponendo il limite di non pubblicare i verbali di scrutinio, elemento chiave per individuare eventuali brogli.

In sintesi, il rapporto preliminare dell'OSA afferma di aver identificato «avanzamenti importanti» nel sistema elettorale nicaraguense e «debolezze proprie di tutto il processo», che tuttavia «non hanno impedito, in sostanza, alla volontà popolare di manifestarsi nelle urne».

«Le operazioni di voto – si legge – si sono svolte in modo tranquillo, fluido, pacifico e senza incidenti di rilievo». Il testo riferisce di incidenti violenti «isolati», verificatisi dopo il voto: oltre a «deprecare» il fatto, «sollecita le autorità a realizzare le indagini relative e a castigare i responsabili dei crimini». Penco ha ammesso di aver ricevuto circa 800 denunce, che corrisponde però al CSE analizzare e risolvere. Il rapporto finale sulle elezioni sarà presentato in Dicembre a Washington nella sede dell'OSA.

Secondo l'OSA, «esiste spazio per rafforzare l'ambito legale, tecnico, procedurale, tecnologico ed umano dei processi elettorali in Nicaragua» e «il sistema elettorale nicaraguense troverà beneficio da una riforma elettorale comprensiva che riguarda diversi temi. È necessario un quadro giuridico e amministrativo di carattere permanente, che dia maggiore fiducia e sicurezza alle forze politiche e alla cittadinanza».

Il rapporto afferma, inoltre, che la missione ha realizzato «un'analisi integrale del processo». E formula, in tal senso, raccomandazioni «preliminari» per migliorare il sistema elettorale nicaraguense, accennando ad una serie di problemi. Si tratta di osservazioni e raccomandazioni già fatte dalla missione inviata cinque anni dall'organizzazione in occasione delle elezioni municipali del 2012. Di nessuna di esse ha tenuto conto il governo.

Oltre a riformare «complessivamente» la legge elettorale, sorta dal patto tra Alemán e Ortega, l'OSA raccomanda anche l'elaborazione di una legge sui partiti.

Il rapporto dell'OSA è stato accolto bene dal governo e dal presidente del COSEP (Consiglio Superiore dell'Impresa Privata), José Adán Aguerri, che l'ha definito «professionale».

Fra i gruppi sociali e politici critici del governo prevalgono altre considerazioni: “presenta dei vuoti”, “è impeccabilmente diplomatico”, “non è andato al fondo della questione”, “è tecnico e non politico”...

Anche l'ambasciatrice degli Stati Uniti a Managua, Laura Dogu, si è trincerata dietro un “vedremo”, dichiarando che vanno esaminati bene i suoi contenuti.

Da parte sua, tuttavia, il Dipartimento di Stato ha espresso «preoccupazione per le persistenti carenze del processo democratico nicaraguense», pur riconoscendo che la missione dell'OSA «ha garantito la trasparenza richiesta», dando ad intendere con questa frase che esiste unanimità di criteri e propositi fra Dipartimento di Stato e OSA su come “risolvere” il caso nicaraguense.

La tempistica delle dichiarazioni lascia supporre che i lobbysti di Ortega a Washington gli abbiano anticipato il senso delle dichiarazioni del Dipartimento di Stato. Infatti, poco prima che venisse reso pubblico il comunicato del Dipartimento di Stato, Daniel Ortega stava già dichiarando il suo impegno a riformare il sistema elettorale.

 

Ortega: “miglioreremo il nostro modello”

 

In un atto celebrativo della vittoria elettorale dell'FSLN, Daniel Ortega, dopo essersi riferito di nuovo all'astensionismo, ricordando come nelle elezioni municipali del Costa Rica voti solo il 18-22% dell'elettorato e criticando il modello statunitense dove decisivi appaiono i collegi elettorali più che i votanti, ha affermato: in Nicaragua «abbiamo il nostro modello, continueremo a svilupparlo e continueremo a lavorare per migliorarlo secondo le nostre possibilità». Aggiungendo di aver già manifestato a Wilfredo Penco la volontà di migliorare tale modello, per la qual cosa, però, «servono soldi», ha ricordato. La prossima tornata elettorale in cui il modello di Ortega sarà, negli auspici dello stesso, «migliorato, perfezionato, più forte e sicuro» sarà quella per eleggere le autorità regionali della costa atlantica.

È credibile tale impegno, dal momento che i “miglioramenti” dovrebbero vedersi nelle regioni caraibiche, scenario di tanta violenze nelle ultime elezioni? A nome di quel “terzo” Nicaragua gli ha subito risposto la rappresentante del partito indigeno YATAMA, Nancy Elizabeth Enríquez: i miglioramenti promessi da Ortega devono cominciare dal ristabilimento dei risultati che l'FSLN ha alterato nel Caribe Norte.

 

A che punto è il Nica Act

 

La promotrice del cosiddetto Nica Act, la congressista statunitense Ileana Ros-Lehtinen ha ribadito la sua posizione in un comunicato pubblicato al contempo di quello del Dipartimento di Stato: «I risultati delle elezioni municipali nicaraguensi non sono stati una sorpresa, dal momento che il sistema elettorale continua ad essere corrotto e carente di trasparenza nelle mani della dinastia Ortega».

E, in riferimento al rapporto dell'OSA, ha aggiunto: «nulla di nuovo», dal momento che le sue raccomandazioni sono le stesse degli anni precedenti; del resto, «è ben documentato come la famiglia Ortega non abbia proceduto ad alcuna riforma. Il regime di Ortega ha continuato a minare i principi democratici governando con mano di ferro, controllando il consiglio elettorale, il potere giudiziario e qualsiasi altra istituzione in Nicaragua al fine di accumulare ancora più potere». Per concludere: «Per incentivare le riforme del sistema elettorale in Nicaragua e responsabilizzare il regime di Ortega per i suoi abusi contro i diritti umani, dobbiamo approvare il Nica Act».

 

Domande senza risposte

 

Si chiude il 2017 e si entra nel 2018 carichi di domande senza risposte, in un orizzonte incerto e grigio.

La politica degli Stati Uniti nei confronti del Nicaragua si inclinerà verso la “mano dura”, come sta già facendo con il Venezuela e Cuba, o sarà più flessibile?

Riuscirà il rapporto dell'OSA a convincere i senatori che non erano nel giusto nell'approvare il Nica Act?

E riuscirà il citato rapporto ad evitare altre liste che non dipendono dall'approvazione del Nica Act ma che potrebbero ugualmente punire i nicaraguensi, come già sta avvenendo con i venezuelani? Ad esempio, la via delle sanzioni contro l'impresa statale petrolifera PDVSA (Petróleos de Venezuela, Sociedad Anónima), di cui è socio il consorzio ALBANISA (Alba de Nicaragua, Sociedad Anónima: impresa privata il cui pacchetto azionario è detenuto al 51% da PDVSA e al 49% dalla sua omologa nicaraguense PETRONIC, Empresa Nicaragüense de Petróleo, Sociedad Anónima), di fatto amministrata dal governo nicaraguense?

Oppure, la via delle sanzioni del Dipartimento del Tesoro attraverso la OFAC (Office of Foreign Assets Control)?

O, ancora, la via della nuova legge Magnitsky che sanziona gli stranieri legati alla corruzione? Nessuna di queste vie richiede del Nica Act, ma tutte possono colpire i nicaraguensi.

Il rapporto preliminare e sicuramente quello finale dell'OSA, chiaramente scritto per non pregiudicare i tre anni di negoziato concordati con Ortega, in che misura lo farà avanzare?

 

Altre domande

 

E, dal momento che nel prossimo Gennaio cambieranno alcune autorità municipali, sorgono altre domande.

Avranno qualche grado di autonomia i sindaci dell'FSLN rispetto al governo centrale? No, a quanto sembra.

E i 18 Comuni che in queste elezioni sono stati strappati all'FSLN o conservati in mani liberali, a quali livelli di strangolamento finanziario da parte del governo centrale andranno incontro?

Quali ferite resteranno aperte nei municipi del Nicaragua contadino dove c'è stata reale concorrenza e partecipazione elettorali, ma il CSE ha modificato i risultati?

E quanta violenza dovremo lamentare ancora nel Caribe?

Il fastidio, il disinteresse e lo scoraggiamento che queste elezioni hanno evidenziato nel Nicaragua che si è astenuto, saranno superati per dar luogo ad una massa critica che smetta di essere spettatrice per convertirsi in protagonista, come suggerito dai vescovi?

Si chiude un ciclo e se ne apre un altro? E, quel che conta, sarà migliore quello che si apre per il popolo che nei “tre” Nicaragua descritti si attende una vita migliore?

 

STATISTICHE

Oggi13
Ieri122
Questa settimana491
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