«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NICARAGUA/ Trump rompe gli indugi e sale la tensione

A fine 2017, Washington ha sentenziato che le elezioni municipali svoltesi in Nicaragua in Novembre sono state viziate da irregolarità e violenze. Quindi, in applicazione del Global Magnitsky Human Rights Accountability Act, gli Stati Uniti hanno sanzionato niente meno che il presidente del Potere Elettorale nicaraguense, Roberto Rivas, accusato di corruzione. Infine, vari senatori repubblicani e democratici hanno presentato in Senato il Nicaraguan Investment Conditionality Act per la sua definitiva approvazione. Tutto ciò, nel giro di 72 ore. Da allora, il governo nicaraguense con i suoi alleati dell'impresa privata vivono nell'attesa di capire quale sarà la prossima mossa della Casa Bianca.

Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

Le relazioni del governo di Daniel Ortega con il governo degli Stati Uniti non sono mai state così tese negli ultimi undici anni. Ed anche l'alleanza fra Ortega e il Consiglio Superiore dell'Impresa Privata (COSEP) non era mai stata in forse come ora. E siccome né il governo, né tale alleanza, possono più contare sulla generosa cooperazione venezuelana, tutto diventa più complesso. A fine 2017, un secchio d'acqua gelida è caduto in testa a quanti, del governo e dell'impresa privata, si erano fino ad allora affannati a dire che la crisi con Washington era “gestibile”. Ormai non lo dicono più, anche se lo sperano.

PDVSA: warning

Il governo nicaraguense è sempre più isolato. L'aggravamento della crisi politica ed economica venezuelana continua a ripercuotersi direttamente sul Paese. Da Caracas, infatti, non arriva più il petrolio, né nelle stesse quantità, né a prezzi “concessionali”, cioè di favore. E le sanzioni statunitensi contro la compagnia petrolifera statale venezuelana PDVSA (Petróleos de Venezuela Sociedad Anónima), accusata di frode e riciclaggio di denaro “sporco” colpiscono anche gli affari di ALBANISA (ALBA – da Alianza Bolivariana para las Américas – de Nicaragua Sociedad Anónima).
Nel Settembre 2017, il governo statunitense ha avvisato le banche nicaraguensi che qualora continuassero ad intrattenere relazioni finanziarie con ALBANISA potrebbero anch'esse venire sanzionate. Da allora, tutti i fondi di questo consorzio, depositati in tre banche nicaraguensi, sono stati trasferiti nelle casse del Banco Corporativo (BANCORP), anch'esso di proprietà di ALBANISA fino all'avvertenza formulata dagli Stati Uniti, dopodiché il governo nicaraguense ha di corsa cambiato il suo gruppo dirigente svincolandolo dal consorzio. Secondo dati ufficiali, nel 2017, i depositi effettuati in questa banca sono cresciuti del 236,5%: in particolare, nel Dicembre 2017, sono entrati nelle sue casse circa mezzo milione di dollari al giorno, festivi compresi.

Good-bye Venezuela

Oltre ai problemi finanziari derivanti dal timore di sanzioni, ad essere colpite sono le esportazioni di medie e grandi imprese nicaraguensi in Venezuela: carne, prodotti caseari, caffè, tabacco... Dal 2007, da quando cioè hanno preso slancio le relazioni commerciali con Caracas, e in ragione del fatto che il petrolio ricevuto era scambiato con prodotti nicaraguensi, il governo nicaraguense aveva stabilito che tutte le esportazioni nicaraguensi dirette in Venezuela dovessero passare attraverso ALBALINISA (ALBA Alimenti), una delle molte imprese coordinate da ALBANISA, il cui vicepresidente è Francisco López, che funge al contempo da tesoriere del partito, il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN).
Il Venezuela era così diventato il secondo mercato di sbocco per le esportazioni nicaraguensi, toccando nel 2012 il record di 437 milioni di dollari in prodotti esportati. Tuttavia, dall'Ottobre 2017 le esportazioni sono drasticamente scese ed oggi sono ridotte praticamente a zero. Nei fatti, nessun imprenditore nicaraguense intende correre il rischio di apparire legato alla sanzionata PDVSA, che per inciso detiene il 51% del capitale di ALBANISA e ALBALINISA.
Quasi rotto il cordone ombelicale che legava Managua al Venezuela, il governo nicaraguense sembra ora puntare sulla Russia. Di recente, l'ambasciatore nicaraguense in Russia ha proposto al governo di Putin di insediare in Nicaragua succursali di banche russe per consentire al sistema finanziario nicaraguense di sfuggire ai controlli della Società per le Comunicazioni Interbancarie e Finanziarie Mondiali (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication), nota con l'acronimo inglese di SWIFT, e così eludere le sanzioni che minacciano le banche nazionali, tutte connesse a banche statunitensi. Estendere la circolazione di rubli e prodotti russi in Nicaragua e Centroamerica è uno dei propositi manifestati dal Nicaragua nel corso di un evento economico svoltosi a Mosca.
Tuttavia, la proposta rivela il grado di sconcerto esistente nel governo di fronte all'assedio di Washington. Per un settore imprenditoriale, come quello rappresentato dall'ex presidente del Banco Central ed ex ministro del Tesoro (Hacienda), Mario Arana, non si tratta di “fuggire dal dollaro”, quanto di migliorare l'istituzionalità democratica del Paese.

La scommessa di Washington

Il governo nicaraguense è da tempo nelle mire di Washington per l'ovvio deficit democratico – una serie di frodi elettorali e il totale controllo di Ortega sulle istituzioni, compresa quella militare –. Ma, da qualche tempo, è finito nel mirino anche per le sue sempre più strette relazioni con la Russia di Putin.
Nel 2017 si sono visti i primi segnali di ostilità. In Maggio, il presidente Trump ha proposto di ridurre del 98% il programma di aiuti al Nicaragua, che passerebbero da 10 milioni a 200 mila dollari (ciò nel quadro di una complessiva riduzione dei finanziamenti ai Paesi centroamericani: del 60% al Guatemala e di circa due terzi a Honduras e El Salvador, ndr).
Quindi, in Novembre, Trump ha tolto lo Status di Protezione Temporanea (TPS) a circa 5 mila nicaraguensi che se ne erano andati dal Paese a seguito dell'uragano Mitch (1998), grazie ad un programma di accoglienza migratoria (di nuovo, il Nicaragua non è l'unico Paese nel mirino della Casa Bianca in questo senso: analogo provvedimento è stato preso successivamente nei confronti di 59 mila haitiani e 200 mila salvadoregni, i cui Paesi di provenienza, insieme ad altri africani, sono stati sprezzantemente definiti un “cesso” dal presidente Trump; inoltre, si attende di conoscere la decisione finale che riguarda circa 57 mila honduregni nelle stesse condizioni; ndr).
In breve, per sanzionare la mancanza di democrazia e le relazioni con la Russia, Washington punta ad indebolire Ortega e, per questo, cerca di rompere la sua alleanza con la élite imprenditoriale del Paese, principale punto di appoggio del governo, dopo che è venuto meno il Venezuela. Lavorano in questo senso, tanto l'Esecutivo come il Congresso, con il consenso di repubblicani e democratici di Camera e Senato.
Questa scommessa si combina, anche se non pare, con quella del segretario generale dell'Organizzazione degli Stati Americani, Luis Almagro, il quale scommette invece che, alla fine, Ortega accetterà una trasformazione profonda del sistema elettorale nicaraguense. La riforma elettorale è, infatti, ritenuta chiave per iniziare qualsiasi cambiamento nel Paese.
Washington e l'Organizzazione degli Stati Americani (OSA) mirano a modificare sostanzialmente il deteriorato sistema elettorale al fine di cambiare il modello politico nel Paese. Sebbene gli obiettivi coincidano, Washington sembra avere più fermezza e fretta, mentre Almagro si mostra più compiacente e si muove nell'orizzonte di tre anni; infatti, nel 2021 si terranno nel Paese le nuove elezioni presidenziali.

La scommessa di Almagro

Il 20 Dicembre 2017, Wilfredo Penco, capo della missione di osservatori dell'OSA alle elezioni municipali del 5 Novembre scorso, ha presentato il rapporto finale sulla stessa al Consiglio Permanente dell'OSA riunito a Washington. Il documento minimizza o non fa riferimento alle oltre 200 denunce corredate di prove dei brogli occorsi in vari punti del Paese; alla violenza registratasi prima, durante e dopo le votazioni in vari luoghi, con un saldo di 7 morti, senza che i responsabili venissero individuati e fermati; all'alta astensione registrata nei municipi più popolosi; alla militarizzazione di municipi amministratati dall'opposizione prima, durante e dopo le votazioni; al controllo di tutto l'apparato da parte di Ortega che la dice lunga sui risultati favorevoli al Fronte Sandinista (FSLN); per concludere che «non è stata alterata la volontà popolare», ma che, nonostante le tante lacune, è comunque necessaria una riforma integrale del sistema elettorale nicaraguense.
In questo senso, sia il rapporto preliminare dell'OSA, emesso a Managua 48 ore dopo il voto, sia quello finale, reso pubblico un mese e mezzo dopo, fanno intendere come la scommessa di Almagro e, quindi, dell'OSA per rivolvere la crisi nazionale, si misuri su tempi più lunghi dei piani di Washington. Per questo, Almagro vuole evitare qualsiasi frizione con Ortega, tanto che prima della lettura del rapporto finale, ha implicitamente ammesso di averlo consultato nel merito. E una volta presentato il rapporto, lo stesso Almagro ha commentato su Twitter che con tale pubblicazione si chiude in forma “positiva” la “prima tappa” stabilita nei suoi accordi con il governo di Nicaragua.
Inoltre, Almagro ha annunciato che a capo della prossima fase prevista dagli accordi, da cui deve scaturire un nuovo sistema elettorale, ci sarà l'uruguayano Wilfredo Penco, personaggio molto discusso in Nicaragua per aver avallato le elezioni fraudolente del 2008, 2011 e 2016 come integrante del gruppo di “esperti elettorali” che Ortega aveva invitato per benedire quelle elezioni. Almagro ha difesa Penco, dichiarando di essere disposto a “mettere le mani sul fuoco” per lui...

Un processo viziato”

In Nicaragua, secondo alcuni critici della posizione di Almagro, con la pubblicazione del rapporto finale, Ortega ha guadagnato ancora tempo mentre l'OSA ha perso credibilità. Altri si sono soffermati sullo stridente contrasto fra la ferma posizione assunta da Almagro di fronte alla frode elettorale in Honduras, dove ha reclamato nuove elezioni, e la sua tolleranza nel caso di Nicaragua (in questo quadro, colpisce il “doppiopesismo” degli Stati Uniti, che hanno giudicato invece “pulite” le elezioni in Honduras e avallato la rielezione di Juan Orlando Hernández; ndr).
Altre voci si sono guardate bene dal criticare Almagro e l'OSA, confidando che la loro scommessa a più lungo termine porti ad una riforma complessiva del sistema elettorale.
Secondo il rapporto finale del consorzio Panorama Elettorale, cui partecipa l'organizzazione Etica e Trasparenza, le votazioni del 5 Novembre sono state il quinto processo elettorale consecutivo macchiato da brogli.
Qualche giorno dopo, Gerardo Baltodano, presidente della Fondazione Nicaraguense per lo Sviluppo Economico e Sociale (FUNIDES), parlando a nome di questa associazione imprenditoriale, ha affermato: «Il processo elettorale è stato viziato. Le misure positive messe in atto alcuni giorni prima del voto non hanno potuto riparare il danno già fatto». Tale danno non è altro che la mancanza di indipendenza e professionalità con cui per un decennio ha funzionato il sistema elettorale nicaraguense, fino a diventare un'istituzione corrotta ed inefficiente.

Dicembre 2017: inizia l'assedio

Il 20 Dicembre, a Washington, una voce critica, anche se non in forma altisonante, ha preso le distanze dal rapporto dell'OSA: Kevin Sullivan, rappresentante ad interim degli Stati Uniti nel Consiglio Permanente dell'Organizzazione, ha denunciato le irregolarità commesse durante le elezioni del 5 Novembre e la violenza politica che ne è seguita, cui le autorità hanno reagito perseguendo solamente gli attivisti dei partiti di opposizione. Di fronte a tali critiche, il cancelliere nicaraguense, Denis Moncada, presente alla sessione, è rimasto in silenzio.
Il giorno dopo, il Dipartimento di Stato è passato dalla critica misurata a quella aperta: con un decreto esecutivo, il presidente Trump ha incluso il magistrato presidente del Potere Elettorale nicaraguense, Roberto Rivas Reyes, nella lista di persone sanzionate dal Global Magnitsky Human Rights Accountability Act, mediante il quale, gli Stati Uniti sanzionano persone di tutto il mondo che, a seguito di indagine, considera responsabili di gravi atti di corruzione e violazione dei diritti umani. Mai un nicaraguense era stato incluso in tale lista; nei fatti, il Magnitsky Act, approvato a fine 2012, nei primi quattro anni era stato applicato solo contro 40 funzionari russi; quindi, dal 2016 è stato esteso a funzionari di altri Paesi, fra cui 12 venezuelani. Nessuna reazione pubblica è venuta dal governo nicaraguense nelle settimane successive.

Washington ha fretta?

Di una lista di funzionari nicaraguensi sanzionabili dagli Stati Uniti si parla da mesi perché il Nica Act stabilisce che, una volta approvato definitivamente dal Congresso e ratificato dal presidente, il Dipartimento di Stato ha 60 giorni di tempo per pubblicare una lista di nicaraguensi ritenuti colpevoli di corruzione, riciclaggio e violazione dei diritti umani.
Sembra, però, che Washington abbia fretta di risolvere la crisi nicaraguense. E così, il 1 Dicembre 2017, 10 congressisti, 6 rappresentanti e 4 senatori, democratici e repubblicani, hanno inviato una lettera al presidente Trump per sollecitare un'indagine su Roberto Rivas e Francisco López, vicepresidente di ALBANISA, presidente di PETRONIC, l'impresa statale petrolifera nicaraguense, e da poco nominato presidente anche della nuova impresa statale delle miniere, ENIMINAS.
La Casa Bianca ha accolto tale richiesta e inserito Rivas nella lista di sanzionati in base al Magnitsky Act. Senza aspettare l'approvazione da parte del Congresso del Nica Act, ma ricorrendo a quest'altra legge, che consente un iter più spedito. Del resto, le sanzioni previste da entrambe le leggi sono simili: la persona sanzionata viene inserita in una “lista nera” dell'Ufficio di Controllo degli Attivi Stranieri (OFAC) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti.

Il primo della lista

Per Roberto Rivas, uno dei funzionari pubblici più noti e meno rispettati del Paese, non solo per essere a capo di un sistema elettorale responsabile di una catena di frodi, ma anche per la sua vita privata che mai ha avuto il pudore di mantenere discreta e che si sa essere frutto di una serie di scandali di corruzione mai investigati, la sanzione prevede la proibizione di avere accesso al sistema finanziario statunitense e, di conseguenza, a tutte le banche che hanno relazioni con banche statunitensi, tanto in Nicaragua come nel mondo. Inoltre,vengono congelati tutti i beni in territorio degli Stati Uniti, dove non potrà più mettere piede.
Le sanzioni riguardano anche tutti i suoi familiari più vicini e prestanome. Rivas è figlio della assistente del cardinale Miguel Obando y Bravo, da cui è stato pubblicamente protetto, e fratello dell'ormai ex (v. sotto, ndr) ambasciatore nicaraguense in Costa Rica, dove possiede, fra vari beni, conti bancari e tre lussuose mansioni. Nel Gennaio 2018, la Procura costaricense, informata dal governo degli Stati Uniti della sanzione comminata a Rivas, ha aperto un fascicolo sull'ipotesi di reato di riciclaggio in quel Paese.
In pratica, le sanzioni convertono il ricco e finora onnipotente Rivas in un paria finanziario a livello internazionale, che non può avere rapporti bancari, carte di credito, assicurazioni, e che avrà difficoltà persino a passare la frontiera... Una severa umiliazione. Mentre per quanto riguarda l'incarico di magistrato elettorale che ha ricoperto per 22 anni consecutivi, 17 dei quali al vertice del Potere Elettorale, la sanzione rappresenta un duro colpo morale al governo di Ortega. E un avviso.
Dopo essere stato sanzionato, Rivas, 63 anni, è scomparso dallo scenario pubblico e non ha partecipato ad alcuna cerimonia di insediamento dei sindaci eletti in Novembre.
Nelle cinque settimane successive alla sanzione, il presidente Ortega e la vicepresidente Murillo non hanno detto una parola su di lui, né sull'accaduto: segno, per gli uni, di cautela e, per altri, della difficoltà di trovare una via d'uscita senza provocare una crisi maggiore di quella che la sanzione ha provocato nel circolo di potere.
La prima reazione pubblica di Ortega è arrivata il 27 Gennaio, con la decisione di sostituire l'ambasciatore nicaraguense in Costa Rica, Harold Rivas, fratello del sanzionato, e la console in quel Paese, a sua volta moglie di Harold. Quest'ultimo ricopriva tale incarico da quando Ortega è arrivato al governo nel 2007.
Nessun funzionario di governo e nessun deputato del partito di governo ha commentato il caso. L'unico a farlo è stato Bayardo Arce, uno dei comandantes della storica Direzione Nazionale sandinista ed oggi consulente per gli affari economici del presidente Ortega. Arce ha bollato la sanzione come un “gesto di sfogo imperiale” e criticato i giornalisti che gli chiedevano della corruzione di Rivas.
Sebbene toccherebbe alle istituzioni nicaraguensi iniziare un'inchiesta, nessuna di esse ha commentato il caso. Solamente Luis Ángel Montenegro, di fronte all'insistenza di un giornalista, ha affermato che la Contraloría Generale da lui presieduta non avvierà alcuna indagine, non corrispondendo alla stessa “andare speculando” sulle inspiegabili fortune di Rivas.
Da parte imprenditoriale, il presidente del COSEP José Adán Aguerri ha suggerito, in maniera piuttosto stringata, che Rivas dovrebbe rinunciare. Alcuni imprenditori appoggiano l'idea, ma, in generale, l'élite imprenditoriale nicaraguense cerca di (far) credere che la sanzione nei confronti di Rivas non danneggerà l'economia nicaraguense, almeno in maniera significativa, ritenendola più un problema politico relativo ad una sola persona e non a tutto il Paese.

Il Nica Act al Senato

I “tre giorni che hanno sconvolto il Nicaragua” nel Dicembre scorso non si sono chiusi con la sanzione comminata a Rivas, anche se la “scossa” del 21 è stata la maggiore. Il 22, il Nica Act, in una nuova versione, è stato presentato in Senato: era già stato approvato dalla Camera dei Rappresentanti nell'Ottobre 2017.
La novità sta nel sostegno bipartitico con il quale è entrato alla Camera Alta del Congresso. «Il bipartitismo è piuttosto insolito nell'era Trump e ciò dimostra la forza che ora ha il Nica Act», ha dichiarato l'ex ambasciatore nicaraguense negli Stati Uniti, Francisco Aguirre Sacasa.
Fra i tre senatori democratici che appoggiano il Nica Act figura il prestigioso Patrick Leahy, il politico progressista di più alto rango nel Comitato di Giustizia e in quello delle Relazioni Internazionali del Senato. Leahy è stato un attivo difensore della rivoluzione nicaraguense quando era assediata e attaccata egli anni '80 dal presidente Reagan ed è stato anche attivo nella difesa di altre cause giuste nel continente e nel mondo. Significative sono state le sue parole nel presentare il Nica Act al Senato, sottolineando come obiettivo di questa legge sia «inviare un messaggio al governo nicaraguense e alla comunità imprenditoriale nicaraguense. Il messaggio è che la corruzione e l'impunità hanno un prezzo». Per la prima volta vengono menzionati gli imprenditori e non solo i funzionari pubblici fra le persone sanzionabili dal Nica Act.
Altra novità che il progetto di legge approdato in Senato stabilisce è che, una volta approvato, il Dipartimento di Stato deve elaborare un rapporto sul «livello di cooperazione esistente fra il governo di Nicaragua, le sue forze armate e di sicurezza con i governi di Russia e Venezuela». Ciò non appariva nella versione approvata dalla Camera dei Rappresentanti nell'Ottobre 2107.
Di fronte a questa serie di segnali provenienti da Washington, la reazione del governo nicaraguense non è stata altra che il silenzio. Frutto di sconcerto? Forse, perché da molti anni Ortega non ha più intorno a sé funzionari che conoscano bene la politica statunitense e lo consiglino adeguatamente. Forse, per la cautela di non fare un passo falso nei confronti di Washington, della base del partito, del suo circolo di potere? Forse, senza l'appoggio e la consulenza di un esperto di fiducia, oggi Ortega si rende conto di aver sbagliato i calcoli quando, nel promettere una riforma del sistema elettorale a conclusione delle votazioni di Novembre, non prese come prima misura, pur cosmetica, quella di allontanare Roberto Rivas dalla direzione del Potere Elettorale. Tale operazione di maquillage avrebbe almeno ritardato l'applicazione del Magnitsky Act? Forse...

Nervosi e preoccupati

Nemmeno la comunità imprenditoriale alleata di Ortega sembra sapere come rispondere a quanto accaduto. Visto che Washington ha deciso di stringere nell'angolo Ortega, gli imprenditori temono che nella lista dei sanzionabili appaiano nuovi nomi. Se ciò succedesse, a breve termine, lo scenario sarebbe sempre più instabile e il danno per l'economia ancora maggiore. I grandi imprenditori alleati del governo continuano nel loro lavoro di lobby a Washington, presentando ai congressisti una “narrazione” positiva: il Nicaragua mantiene un modello di stretta alleanza fra governo e impresa privata e ciò ha reso il Paese stabile, con un'economia in crescita; destabilizzare il Paese solo pregiudicherebbe i risultati economici e favorirebbe una maggiore emigrazione.
In realtà, anche se si mostrano tranquilli, gli imprenditori sono nervosi. Lo testimoniano i sondaggi che FUNIDES realizza sistematicamente al loro interno: la valutazione positiva dei grandi imprenditori alleati di Ortega del “clima politico per gli investimenti” è andata diminuendo negli ultimi due anni, mostrando nell'ultima inchiesta una brusca caduta.
Essi scommettono che Washington non inserirà qualcuno di loro nella “lista nera”. Ritengono che Washington voglia che essi prendano le distanze da Ortega e da quanti sono sanzionabili nel suo gruppo. Ma non è facile per loro prendere le distanze. Ci sono molti interessi in gioco; da troppo tempo godono di vantaggi fiscali, doganali e di altro tipo; le loro richieste sono state tenute in considerazione nell'approvazione del 38% delle leggi varate negli ultimi dieci anni; temono di perdere posizioni e non vedono una chiara alternativa a breve termine, qualora decidessero di prendere le distanze da Ortega, come chiedono gli Stati Uniti.
Sentendosi più al sicuro rispetto alle liste di funzionari pubblici sanzionabili, gli imprenditori puntano a diventare interlocutori politici ascoltati da Washington... e pure da Ortega, sperando di strappargli qualche concessione.
Essi sanno che a lungo termine conviene loro un modello economico basato su una concorrenza meno sleale di quella loro imposta in questi anni dal gruppo di potere in settori chiave dell'economia come quello dell'energia, o di quella che vorrebbe imporre loro nel settore delle telecomunicazioni.
La élite imprenditoriale sa, inoltre, che conviene loro un modello politico anch'esso con maggiore concorrenza, con possibilità reali che acceda al governo un altro gruppo politico che non sia quello di Ortega. Per essa, l'embrione di tale formazione è il nuovo partito Cittadini per la Libertà che ha partecipato alle elezioni municipali anche se con risultati piuttosto limitati, fra le varie ragioni per le manovre fraudolente del sistema elettorale. L'élite imprenditoriale aspira a diventare interlocutore chiave nella discussione sulla riforma del sistema elettorale, primo passo per iniziare qualsiasi cambiamento positivo nella situazione nazionale. Raggiungere tale protagonismo, tanto a Washington come a Managua, rappresenta la sua scommessa. Oltre ad investire in attività di lobby a Washington per evitare il Nica Act, vari imprenditori confidano di avere successo in tal senso. Tuttavia, per essere ascoltati negli Stati Uniti, devono prima dimostrare di essere ascoltati in Nicaragua.
Come restare uniti e vincere tale scommessa non è facile. Le elezioni, avvenute il 30 Gennaio, della nuova giunta direttiva di AMCHAM, la Camera di Commercio Americano-Nicaraguense, lo dimostrano. Da un lato, c'erano i candidati del gruppo di imprenditori nazionali riuniti nel COSEP, più vicini ad Ortega, e dall'altro quanti rappresentano le imprese statunitensi in Nicaragua. La vittoria di quest'ultimi, che hanno eletto alla direzione della Camera Nelly Rivas, rappresentante della potente firma Cargill, una delle imprese con più investimenti in Nicaragua, indica un nuovo equilibrio di forze all'interno di AMCHAM, basato sulla realtà: gli investitori statunitensi in Nicaragua possono assumere posizioni più libere di quelli nicaraguensi nella crisi nazionale e prendere maggiormente le distanze dal governo.

La scommessa di Ortega

La scommessa di Ortega è più rischiosa. È probabile che questi stia già cercando una via d'uscita che compiaccia a Washington e freni l'assedio. Ma, quale? Evitare alla radice la crisi significherebbe accettare una vera riforma del sistema elettorale che conduca ad elezioni competitive e trasparenti, in cui egli potrebbe vincere ma anche perdere. Elezioni di questo tipo produrrebbero una svolta di 180 gradi nella crisi nazionale. È possibile che Ortega si arrischi in tal senso?
Mentre si chiarisce le idee se convenga cedere o concedere, cosa, quando farlo e come presentarlo in maniera convincente tanto a Washington come ai suoi seguaci, Ortega sembra non dare importanza a quanto accade. Forse, scommette sull'insignificanza del Nicaragua nel contesto geopolitico e ritiene che le sanzioni politiche ed economiche degli Stati Uniti avranno pochi effetti sul clima per gli investimenti. Confida, piuttosto, che i vantaggi di investire in Nicaragua, dato il basso costo della manodopera e della terra, così come la maggiore sicurezza pubblica comparata con l'insicurezza e la violenza nel resto del Centroamerica, compensino alla grande il rischio politico in cui si dibatte. E per questo, potrebbe essere disposto a correrlo.

Un difficile 2018

Anche se la scommessa di Ortega fosse basata su un'analisi corretta, aldilà delle misure e sanzioni messe in atto finora, ciò che è certo è che dopo quel che è successo non potrà evitare una diminuzione della crescita economica per gli effetti negativi della cessazione del flusso di cooperazione venezuelana e la riduzione della spesa pubblica.
Il Banco Central de Nicaragua prevede già una crescita economica più bassa di quella del 2017. Come pure il Fondo Monetario Internazionale. Ciò significa che nel 2018 aumenterà la disoccupazione e si ridurranno le entrate del vasto settore informale, in cui sopravvive l'80% dei nicaraguensi. Anche se il deterioro dell'economia aumenterà lo scontento popolare, il governo ritiene di poterlo calmierare grazie ai suoi programmi sociali.

Si stringe il cerchio

Se Washington decide nuove misure, come l'approvazione definitiva del Nica Act e l'applicazione del Magnitsky Act ad altri funzionari pubblici, stringendo così il cerchio intorno a Ortega, ciò potrebbe provocare una caduta significativa degli investimenti privati, nazionali e stranieri, con rispettiva fuga o rimpatrio di capitali. Inoltre, si ridurrebbe il flusso di capitali da parte delle istituzioni multilaterali. La crescita economica subirebbe una frenata e il governo si vedrebbe obbligato a varare un drastico aggiustamento fiscale dai costi sociali altissimi. A quel punto, sarebbe difficile lenire lo scontento popolare sulla base di programmi sociali e il controllo sociale di oggi darebbe luogo ad una repressione aperta, non solo nelle zone rurali, come già sta avvenendo, ma anche nelle zone urbane. In questo scenario, forse la “rivoluzione” dovrebbe “radicalizzarsi” per mantenersi al potere, il che sarebbe il peggiore incubo per il settore imprenditoriale.

Il primo passo: la riforma elettorale

Tutti sanno che il primo passo per risolvere la crisi nazionale è una riforma del sistema elettorale. Quale livello di profondità debba avere tale riforma resta da vedere. Tre giorni dopo le votazioni di Novembre, Ortega, consapevole della necessità di dare questo primo passo, si è affrettato a dichiarare: «In occasione delle prossime elezioni delle autorità regionali nel Caribe Norte e Sur (previste nel Novembre 2018, ndr), avremo un sistema elettorale migliorato, perfezionato, più forte e sicuro (...) d'accordo con le nostre possibilità», in riferimento alla necessità di risorse economiche per tradurre in realtà i miglioramenti. Ma, le decisioni prese da Washington dopo aver ascoltato queste parole indicano che la scommessa degli Stati Uniti è un'altra.
Daniel Ortega punta ad una riforma di facciata. Washington e gli imprenditori vogliono qualcosa di più. La vera opposizione nicaraguense vuole una riforma profonda: elezioni competitive e trasparenti che permettano di sapere qual è la volontà popolare.
Tutto è incerto. Si avranno maggiori certezze a “lungo termine”, cioè entro il 2021, come immagina l'OSA? O già nel 2018? Molto dipende da come evolva la crisi venezuelana.
Nessuna sintesi del momento che vive il Paese è migliore di quella espressa dall'ex ambasciatore nicaraguense in Spagna, Bosco Matamoros, dopo gli eventi di Dicembre: «Siamo all'inizio di un processo, in cui l'orizzonte è indefinito e lo è pure la sua durata. Chi riguarderà questo processo? Quanto durerà? Non sappiamo».

 

 

A fine 2017, Washington ha sentenziato che le elezioni municipali svoltesi in Nicaragua in Novembre sono state viziate da irregolarità e violenze. Quindi, in applicazione del Global Magnitsky Human Rights Accountability Act, gli Stati Uniti hanno sanzionato niente meno che il presidente del Potere Elettorale nicaraguense, Roberto Rivas, accusato di corruzione. Infine, vari senatori repubblicani e democratici hanno presentato in Senato il Nicaraguan Investment Conditionality Act per la sua definitiva approvazione. Tutto ciò, nel giro di 72 ore. Da allora, il governo nicaraguense con i suoi alleati dell'impresa privata vivono nell'attesa di capire quale sarà la prossima mossa della Casa Bianca.

 

Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

 

Le relazioni del governo di Daniel Ortega con il governo degli Stati Uniti non sono mai state così tese negli ultimi undici anni. Ed anche l'alleanza fra Ortega e il Consiglio Superiore dell'Impresa Privata (COSEP) non era mai stata in forse come ora. E siccome né il governo, né tale alleanza, possono più contare sulla generosa cooperazione venezuelana, tutto diventa più complesso. A fine 2017, un secchio d'acqua gelida è caduto in testa a quanti, del governo e dell'impresa privata, si erano fino ad allora affannati a dire che la crisi con Washington era “gestibile”. Ormai non lo dicono più, anche se lo sperano.

 

PDVSA: warning

 

Il governo nicaraguense è sempre più isolato. L'aggravamento della crisi politica ed economica venezuelana continua a ripercuotersi direttamente sul Paese. Da Caracas, infatti, non arriva più il petrolio, né nelle stesse quantità, né a prezzi “concessionali”, cioè di favore. E le sanzioni statunitensi contro la compagnia petrolifera statale venezuelana PDVSA (Petróleos de Venezuela Sociedad Anónima), accusata di frode e riciclaggio di denaro “sporco” colpiscono anche gli affari di ALBANISA (ALBA – da Alianza Bolivariana para las Américas – de Nicaragua Sociedad Anónima).

Nel Settembre 2017, il governo statunitense ha avvisato le banche nicaraguensi che qualora continuassero ad intrattenere relazioni finanziarie con ALBANISA potrebbero anch'esse venire sanzionate. Da allora, tutti i fondi di questo consorzio, depositati in tre banche nicaraguensi, sono stati trasferiti nelle casse del Banco Corporativo (BANCORP), anch'esso di proprietà di ALBANISA fino all'avvertenza formulata dagli Stati Uniti, dopodiché il governo nicaraguense ha di corsa cambiato il suo gruppo dirigente svincolandolo dal consorzio. Secondo dati ufficiali, nel 2017, i depositi effettuati in questa banca sono cresciuti del 236,5%: in particolare, nel Dicembre 2017, sono entrati nelle sue casse circa mezzo milione di dollari al giorno, festivi compresi.

 

Good-bye Venezuela

 

Oltre ai problemi finanziari derivanti dal timore di sanzioni, ad essere colpite sono le esportazioni di medie e grandi imprese nicaraguensi in Venezuela: carne, prodotti caseari, caffè, tabacco... Dal 2007, da quando cioè hanno preso slancio le relazioni commerciali con Caracas, e in ragione del fatto che il petrolio ricevuto era scambiato con prodotti nicaraguensi, il governo nicaraguense aveva stabilito che tutte le esportazioni nicaraguensi dirette in Venezuela dovessero passare attraverso ALBALINISA (ALBA Alimenti), una delle molte imprese coordinate da ALBANISA, il cui vicepresidente è Francisco López, che funge al contempo da tesoriere del partito, il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN).

Il Venezuela era così diventato il secondo mercato di sbocco per le esportazioni nicaraguensi, toccando nel 2012 il record di 437 milioni di dollari in prodotti esportati. Tuttavia, dall'Ottobre 2017 le esportazioni sono drasticamente scese ed oggi sono ridotte praticamente a zero. Nei fatti, nessun imprenditore nicaraguense intende correre il rischio di apparire legato alla sanzionata PDVSA, che per inciso detiene il 51% del capitale di ALBANISA e ALBALINISA.

Quasi rotto il cordone ombelicale che legava Managua al Venezuela, il governo nicaraguense sembra ora puntare sulla Russia. Di recente, l'ambasciatore nicaraguense in Russia ha proposto al governo di Putin di insediare in Nicaragua succursali di banche russe per consentire al sistema finanziario nicaraguense di sfuggire ai controlli della Società per le Comunicazioni Interbancarie e Finanziarie Mondiali (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication), nota con l'acronimo inglese di SWIFT, e così eludere le sanzioni che minacciano le banche nazionali, tutte connesse a banche statunitensi. Estendere la circolazione di rubli e prodotti russi in Nicaragua e Centroamerica è uno dei propositi manifestati dal Nicaragua nel corso di un evento economico svoltosi a Mosca.

Tuttavia, la proposta rivela il grado di sconcerto esistente nel governo di fronte all'assedio di Washington. Per un settore imprenditoriale, come quello rappresentato dall'ex presidente del Banco Central ed ex ministro del Tesoro (Hacienda), Mario Arana, non si tratta di “fuggire dal dollaro”, quanto di migliorare l'istituzionalità democratica del Paese.

 

La scommessa di Washington

 

Il governo nicaraguense è da tempo nelle mire di Washington per l'ovvio deficit democratico – una serie di frodi elettorali e il totale controllo di Ortega sulle istituzioni, compresa quella militare –. Ma, da qualche tempo, è finito nel mirino anche per le sue sempre più strette relazioni con la Russia di Putin.

Nel 2017 si sono visti i primi segnali di ostilità. In Maggio, il presidente Trump ha proposto di ridurre del 98% il programma di aiuti al Nicaragua, che passerebbero da 10 milioni a 200 mila dollari (ciò nel quadro di una complessiva riduzione dei finanziamenti ai Paesi centroamericani: del 60% al Guatemala e di circa due terzi a Honduras e El Salvador, ndr).

Quindi, in Novembre, Trump ha tolto lo Status di Protezione Temporanea (TPS) a circa 5 mila nicaraguensi che se ne erano andati dal Paese a seguito dell'uragano Mitch (1998), grazie ad un programma di accoglienza migratoria (di nuovo, il Nicaragua non è l'unico Paese nel mirino della Casa Bianca in questo senso: analogo provvedimento è stato preso successivamente nei confronti di 59 mila haitiani e 200 mila salvadoregni, i cui Paesi di provenienza, insieme ad altri africani, sono stati sprezzantemente definiti un “cesso” dal presidente Trump; inoltre, si attende di conoscere la decisione finale che riguarda circa 57 mila honduregni nelle stesse condizioni; ndr).

In breve, per sanzionare la mancanza di democrazia e le relazioni con la Russia, Washington punta ad indebolire Ortega e, per questo, cerca di rompere la sua alleanza con la élite imprenditoriale del Paese, principale punto di appoggio del governo, dopo che è venuto meno il Venezuela. Lavorano in questo senso, tanto l'Esecutivo come il Congresso, con il consenso di repubblicani e democratici di Camera e Senato.

Questa scommessa si combina, anche se non pare, con quella del segretario generale dell'Organizzazione degli Stati Americani, Luis Almagro, il quale scommette invece che, alla fine, Ortega accetterà una trasformazione profonda del sistema elettorale nicaraguense. La riforma elettorale è, infatti, ritenuta chiave per iniziare qualsiasi cambiamento nel Paese.

Washington e l'Organizzazione degli Stati Americani (OSA) mirano a modificare sostanzialmente il deteriorato sistema elettorale al fine di cambiare il modello politico nel Paese. Sebbene gli obiettivi coincidano, Washington sembra avere più fermezza e fretta, mentre Almagro si mostra più compiacente e si muove nell'orizzonte di tre anni; infatti, nel 2021 si terranno nel Paese le nuove elezioni presidenziali.

 

La scommessa di Almagro

 

Il 20 Dicembre 2017, Wilfredo Penco, capo della missione di osservatori dell'OSA alle elezioni municipali del 5 Novembre scorso, ha presentato il rapporto finale sulla stessa al Consiglio Permanente dell'OSA riunito a Washington. Il documento minimizza o non fa riferimento alle oltre 200 denunce corredate di prove dei brogli occorsi in vari punti del Paese; alla violenza registratasi prima, durante e dopo le votazioni in vari luoghi, con un saldo di 7 morti, senza che i responsabili venissero individuati e fermati; all'alta astensione registrata nei municipi più popolosi; alla militarizzazione di municipi amministratati dall'opposizione prima, durante e dopo le votazioni; al controllo di tutto l'apparato da parte di Ortega che la dice lunga sui risultati favorevoli al Fronte Sandinista (FSLN); per concludere che «non è stata alterata la volontà popolare», ma che, nonostante le tante lacune, è comunque necessaria una riforma integrale del sistema elettorale nicaraguense.

In questo senso, sia il rapporto preliminare dell'OSA, emesso a Managua 48 ore dopo il voto, sia quello finale, reso pubblico un mese e mezzo dopo, fanno intendere come la scommessa di Almagro e, quindi, dell'OSA per rivolvere la crisi nazionale, si misuri su tempi più lunghi dei piani di Washington. Per questo, Almagro vuole evitare qualsiasi frizione con Ortega, tanto che prima della lettura del rapporto finale, ha implicitamente ammesso di averlo consultato nel merito. E una volta presentato il rapporto, lo stesso Almagro ha commentato su Twitter che con tale pubblicazione si chiude in forma “positiva” la “prima tappa” stabilita nei suoi accordi con il governo di Nicaragua.

Inoltre, Almagro ha annunciato che a capo della prossima fase prevista dagli accordi, da cui deve scaturire un nuovo sistema elettorale, ci sarà l'uruguayano Wilfredo Penco, personaggio molto discusso in Nicaragua per aver avallato le elezioni fraudolente del 2008, 2011 e 2016 come integrante del gruppo di “esperti elettorali” che Ortega aveva invitato per benedire quelle elezioni. Almagro ha difesa Penco, dichiarando di essere disposto a “mettere le mani sul fuoco” per lui...

 

“Un processo viziato”

 

In Nicaragua, secondo alcuni critici della posizione di Almagro, con la pubblicazione del rapporto finale, Ortega ha guadagnato ancora tempo mentre l'OSA ha perso credibilità. Altri si sono soffermati sullo stridente contrasto fra la ferma posizione assunta da Almagro di fronte alla frode elettorale in Honduras, dove ha reclamato nuove elezioni, e la sua tolleranza nel caso di Nicaragua (in questo quadro, colpisce il “doppiopesismo” degli Stati Uniti, che hanno giudicato invece “pulite” le elezioni in Honduras e avallato la rielezione di Juan Orlando Hernández; ndr).

Altre voci si sono guardate bene dal criticare Almagro e l'OSA, confidando che la loro scommessa a più lungo termine porti ad una riforma complessiva del sistema elettorale.

Secondo il rapporto finale del consorzio Panorama Elettorale, cui partecipa l'organizzazione Etica e Trasparenza, le votazioni del 5 Novembre sono state il quinto processo elettorale consecutivo macchiato da brogli.

Qualche giorno dopo, Gerardo Baltodano, presidente della Fondazione Nicaraguense per lo Sviluppo Economico e Sociale (FUNIDES), parlando a nome di questa associazione imprenditoriale, ha affermato: «Il processo elettorale è stato viziato. Le misure positive messe in atto alcuni giorni prima del voto non hanno potuto riparare il danno già fatto». Tale danno non è altro che la mancanza di indipendenza e professionalità con cui per un decennio ha funzionato il sistema elettorale nicaraguense, fino a diventare un'istituzione corrotta ed inefficiente.

 

Dicembre 2017: inizia l'assedio

 

Il 20 Dicembre, a Washington, una voce critica, anche se non in forma altisonante, ha preso le distanze dal rapporto dell'OSA: Kevin Sullivan, rappresentante ad interim degli Stati Uniti nel Consiglio Permanente dell'Organizzazione, ha denunciato le irregolarità commesse durante le elezioni del 5 Novembre e la violenza politica che ne è seguita, cui le autorità hanno reagito perseguendo solamente gli attivisti dei partiti di opposizione. Di fronte a tali critiche, il cancelliere nicaraguense, Denis Moncada, presente alla sessione, è rimasto in silenzio.

Il giorno dopo, il Dipartimento di Stato è passato dalla critica misurata a quella aperta: con un decreto esecutivo, il presidente Trump ha incluso il magistrato presidente del Potere Elettorale nicaraguense, Roberto Rivas Reyes, nella lista di persone sanzionate dal Global Magnitsky Human Rights Accountability Act, mediante il quale, gli Stati Uniti sanzionano persone di tutto il mondo che, a seguito di indagine, considera responsabili di gravi atti di corruzione e violazione dei diritti umani. Mai un nicaraguense era stato incluso in tale lista; nei fatti, il Magnitsky Act, approvato a fine 2012, nei primi quattro anni era stato applicato solo contro 40 funzionari russi; quindi, dal 2016 è stato esteso a funzionari di altri Paesi, fra cui 12 venezuelani. Nessuna reazione pubblica è venuta dal governo nicaraguense nelle settimane successive.

 

Washington ha fretta?

 

Di una lista di funzionari nicaraguensi sanzionabili dagli Stati Uniti si parla da mesi perché il Nica Act stabilisce che, una volta approvato definitivamente dal Congresso e ratificato dal presidente, il Dipartimento di Stato ha 60 giorni di tempo per pubblicare una lista di nicaraguensi ritenuti colpevoli di corruzione, riciclaggio e violazione dei diritti umani.

Sembra, però, che Washington abbia fretta di risolvere la crisi nicaraguense. E così, il 1 Dicembre 2017, 10 congressisti, 6 rappresentanti e 4 senatori, democratici e repubblicani, hanno inviato una lettera al presidente Trump per sollecitare un'indagine su Roberto Rivas e Francisco López, vicepresidente di ALBANISA, presidente di PETRONIC, l'impresa statale petrolifera nicaraguense, e da poco nominato presidente anche della nuova impresa statale delle miniere, ENIMINAS.

La Casa Bianca ha accolto tale richiesta e inserito Rivas nella lista di sanzionati in base al Magnitsky Act. Senza aspettare l'approvazione da parte del Congresso del Nica Act, ma ricorrendo a quest'altra legge, che consente un iter più spedito. Del resto, le sanzioni previste da entrambe le leggi sono simili: la persona sanzionata viene inserita in una “lista nera” dell'Ufficio di Controllo degli Attivi Stranieri (OFAC) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti.

 

Il primo della lista

 

Per Roberto Rivas, uno dei funzionari pubblici più noti e meno rispettati del Paese, non solo per essere a capo di un sistema elettorale responsabile di una catena di frodi, ma anche per la sua vita privata che mai ha avuto il pudore di mantenere discreta e che si sa essere frutto di una serie di scandali di corruzione mai investigati, la sanzione prevede la proibizione di avere accesso al sistema finanziario statunitense e, di conseguenza, a tutte le banche che hanno relazioni con banche statunitensi, tanto in Nicaragua come nel mondo. Inoltre,vengono congelati tutti i beni in territorio degli Stati Uniti, dove non potrà più mettere piede.

Le sanzioni riguardano anche tutti i suoi familiari più vicini e prestanome. Rivas è figlio della assistente del cardinale Miguel Obando y Bravo, da cui è stato pubblicamente protetto, e fratello dell'ormai ex (v. sotto, ndr) ambasciatore nicaraguense in Costa Rica, dove possiede, fra vari beni, conti bancari e tre lussuose mansioni. Nel Gennaio 2018, la Procura costaricense, informata dal governo degli Stati Uniti della sanzione comminata a Rivas, ha aperto un fascicolo sull'ipotesi di reato di riciclaggio in quel Paese.

In pratica, le sanzioni convertono il ricco e finora onnipotente Rivas in un paria finanziario a livello internazionale, che non può avere rapporti bancari, carte di credito, assicurazioni, e che avrà difficoltà persino a passare la frontiera... Una severa umiliazione. Mentre per quanto riguarda l'incarico di magistrato elettorale che ha ricoperto per 22 anni consecutivi, 17 dei quali al vertice del Potere Elettorale, la sanzione rappresenta un duro colpo morale al governo di Ortega. E un avviso.

Dopo essere stato sanzionato, Rivas, 63 anni, è scomparso dallo scenario pubblico e non ha partecipato ad alcuna cerimonia di insediamento dei sindaci eletti in Novembre.

Nelle cinque settimane successive alla sanzione, il presidente Ortega e la vicepresidente Murillo non hanno detto una parola su di lui, né sull'accaduto: segno, per gli uni, di cautela e, per altri, della difficoltà di trovare una via d'uscita senza provocare una crisi maggiore di quella che la sanzione ha provocato nel circolo di potere.

La prima reazione pubblica di Ortega è arrivata il 27 Gennaio, con la decisione di sostituire l'ambasciatore nicaraguense in Costa Rica, Harold Rivas, fratello del sanzionato, e la console in quel Paese, a sua volta moglie di Harold. Quest'ultimo ricopriva tale incarico da quando Ortega è arrivato al governo nel 2007.

Nessun funzionario di governo e nessun deputato del partito di governo ha commentato il caso. L'unico a farlo è stato Bayardo Arce, uno dei comandantes della storica Direzione Nazionale sandinista ed oggi consulente per gli affari economici del presidente Ortega. Arce ha bollato la sanzione come un “gesto di sfogo imperiale” e criticato i giornalisti che gli chiedevano della corruzione di Rivas.

Sebbene toccherebbe alle istituzioni nicaraguensi iniziare un'inchiesta, nessuna di esse ha commentato il caso. Solamente Luis Ángel Montenegro, di fronte all'insistenza di un giornalista, ha affermato che la Contraloría Generale da lui presieduta non avvierà alcuna indagine, non corrispondendo alla stessa “andare speculando” sulle inspiegabili fortune di Rivas.

Da parte imprenditoriale, il presidente del COSEP José Adán Aguerri ha suggerito, in maniera piuttosto stringata, che Rivas dovrebbe rinunciare. Alcuni imprenditori appoggiano l'idea, ma, in generale, l'élite imprenditoriale nicaraguense cerca di (far) credere che la sanzione nei confronti di Rivas non danneggerà l'economia nicaraguense, almeno in maniera significativa, ritenendola più un problema politico relativo ad una sola persona e non a tutto il Paese.

 

Il Nica Act al Senato

 

I “tre giorni che hanno sconvolto il Nicaragua” nel Dicembre scorso non si sono chiusi con la sanzione comminata a Rivas, anche se la “scossa” del 21 è stata la maggiore. Il 22, il Nica Act, in una nuova versione, è stato presentato in Senato: era già stato approvato dalla Camera dei Rappresentanti nell'Ottobre 2017.

La novità sta nel sostegno bipartitico con il quale è entrato alla Camera Alta del Congresso. «Il bipartitismo è piuttosto insolito nell'era Trump e ciò dimostra la forza che ora ha il Nica Act», ha dichiarato l'ex ambasciatore nicaraguense negli Stati Uniti, Francisco Aguirre Sacasa.

Fra i tre senatori democratici che appoggiano il Nica Act figura il prestigioso Patrick Leahy, il politico progressista di più alto rango nel Comitato di Giustizia e in quello delle Relazioni Internazionali del Senato. Leahy è stato un attivo difensore della rivoluzione nicaraguense quando era assediata e attaccata egli anni '80 dal presidente Reagan ed è stato anche attivo nella difesa di altre cause giuste nel continente e nel mondo. Significative sono state le sue parole nel presentare il Nica Act al Senato, sottolineando come obiettivo di questa legge sia «inviare un messaggio al governo nicaraguense e alla comunità imprenditoriale nicaraguense. Il messaggio è che la corruzione e l'impunità hanno un prezzo». Per la prima volta vengono menzionati gli imprenditori e non solo i funzionari pubblici fra le persone sanzionabili dal Nica Act.

Altra novità che il progetto di legge approdato in Senato stabilisce è che, una volta approvato, il Dipartimento di Stato deve elaborare un rapporto sul «livello di cooperazione esistente fra il governo di Nicaragua, le sue forze armate e di sicurezza con i governi di Russia e Venezuela». Ciò non appariva nella versione approvata dalla Camera dei Rappresentanti nell'Ottobre 2107.

Di fronte a questa serie di segnali provenienti da Washington, la reazione del governo nicaraguense non è stata altra che il silenzio. Frutto di sconcerto? Forse, perché da molti anni Ortega non ha più intorno a sé funzionari che conoscano bene la politica statunitense e lo consiglino adeguatamente. Forse, per la cautela di non fare un passo falso nei confronti di Washington, della base del partito, del suo circolo di potere? Forse, senza l'appoggio e la consulenza di un esperto di fiducia, oggi Ortega si rende conto di aver sbagliato i calcoli quando, nel promettere una riforma del sistema elettorale a conclusione delle votazioni di Novembre, non prese come prima misura, pur cosmetica, quella di allontanare Roberto Rivas dalla direzione del Potere Elettorale. Tale operazione di maquillage avrebbe almeno ritardato l'applicazione del Magnitsky Act? Forse...

 

Nervosi e preoccupati

 

Nemmeno la comunità imprenditoriale alleata di Ortega sembra sapere come rispondere a quanto accaduto. Visto che Washington ha deciso di stringere nell'angolo Ortega, gli imprenditori temono che nella lista dei sanzionabili appaiano nuovi nomi. Se ciò succedesse, a breve termine, lo scenario sarebbe sempre più instabile e il danno per l'economia ancora maggiore. I grandi imprenditori alleati del governo continuano nel loro lavoro di lobby a Washington, presentando ai congressisti una “narrazione” positiva: il Nicaragua mantiene un modello di stretta alleanza fra governo e impresa privata e ciò ha reso il Paese stabile, con un'economia in crescita; destabilizzare il Paese solo pregiudicherebbe i risultati economici e favorirebbe una maggiore emigrazione.

In realtà, anche se si mostrano tranquilli, gli imprenditori sono nervosi. Lo testimoniano i sondaggi che FUNIDES realizza sistematicamente al loro interno: la valutazione positiva dei grandi imprenditori alleati di Ortega del “clima politico per gli investimenti” è andata diminuendo negli ultimi due anni, mostrando nell'ultima inchiesta una brusca caduta.

Essi scommettono che Washington non inserirà qualcuno di loro nella “lista nera”. Ritengono che Washington voglia che essi prendano le distanze da Ortega e da quanti sono sanzionabili nel suo gruppo. Ma non è facile per loro prendere le distanze. Ci sono molti interessi in gioco; da troppo tempo godono di vantaggi fiscali, doganali e di altro tipo; le loro richieste sono state tenute in considerazione nell'approvazione del 38% delle leggi varate negli ultimi dieci anni; temono di perdere posizioni e non vedono una chiara alternativa a breve termine, qualora decidessero di prendere le distanze da Ortega, come chiedono gli Stati Uniti.

Sentendosi più al sicuro rispetto alle liste di funzionari pubblici sanzionabili, gli imprenditori puntano a diventare interlocutori politici ascoltati da Washington... e pure da Ortega, sperando di strappargli qualche concessione.

Essi sanno che a lungo termine conviene loro un modello economico basato su una concorrenza meno sleale di quella loro imposta in questi anni dal gruppo di potere in settori chiave dell'economia come quello dell'energia, o di quella che vorrebbe imporre loro nel settore delle telecomunicazioni.

La élite imprenditoriale sa, inoltre, che conviene loro un modello politico anch'esso con maggiore concorrenza, con possibilità reali che acceda al governo un altro gruppo politico che non sia quello di Ortega. Per essa, l'embrione di tale formazione è il nuovo partito Cittadini per la Libertà che ha partecipato alle elezioni municipali anche se con risultati piuttosto limitati, fra le varie ragioni per le manovre fraudolente del sistema elettorale. L'élite imprenditoriale aspira a diventare interlocutore chiave nella discussione sulla riforma del sistema elettorale, primo passo per iniziare qualsiasi cambiamento positivo nella situazione nazionale. Raggiungere tale protagonismo, tanto a Washington come a Managua, rappresenta la sua scommessa. Oltre ad investire in attività di lobby a Washington per evitare il Nica Act, vari imprenditori confidano di avere successo in tal senso. Tuttavia, per essere ascoltati negli Stati Uniti, devono prima dimostrare di essere ascoltati in Nicaragua.

Come restare uniti e vincere tale scommessa non è facile. Le elezioni, avvenute il 30 Gennaio, della nuova giunta direttiva di AMCHAM, la Camera di Commercio Americano-Nicaraguense, lo dimostrano. Da un lato, c'erano i candidati del gruppo di imprenditori nazionali riuniti nel COSEP, più vicini ad Ortega, e dall'altro quanti rappresentano le imprese statunitensi in Nicaragua. La vittoria di quest'ultimi, che hanno eletto alla direzione della Camera Nelly Rivas, rappresentante della potente firma Cargill, una delle imprese con più investimenti in Nicaragua, indica un nuovo equilibrio di forze all'interno di AMCHAM, basato sulla realtà: gli investitori statunitensi in Nicaragua possono assumere posizioni più libere di quelli nicaraguensi nella crisi nazionale e prendere maggiormente le distanze dal governo.

 

La scommessa di Ortega

 

La scommessa di Ortega è più rischiosa. È probabile che questi stia già cercando una via d'uscita che compiaccia a Washington e freni l'assedio. Ma, quale? Evitare alla radice la crisi significherebbe accettare una vera riforma del sistema elettorale che conduca ad elezioni competitive e trasparenti, in cui egli potrebbe vincere ma anche perdere. Elezioni di questo tipo produrrebbero una svolta di 180 gradi nella crisi nazionale. È possibile che Ortega si arrischi in tal senso?

Mentre si chiarisce le idee se convenga cedere o concedere, cosa, quando farlo e come presentarlo in maniera convincente tanto a Washington come ai suoi seguaci, Ortega sembra non dare importanza a quanto accade. Forse, scommette sull'insignificanza del Nicaragua nel contesto geopolitico e ritiene che le sanzioni politiche ed economiche degli Stati Uniti avranno pochi effetti sul clima per gli investimenti. Confida, piuttosto, che i vantaggi di investire in Nicaragua, dato il basso costo della manodopera e della terra, così come la maggiore sicurezza pubblica comparata con l'insicurezza e la violenza nel resto del Centroamerica, compensino alla grande il rischio politico in cui si dibatte. E per questo, potrebbe essere disposto a correrlo.

 

Un difficile 2018

 

Anche se la scommessa di Ortega fosse basata su un'analisi corretta, aldilà delle misure e sanzioni messe in atto finora, ciò che è certo è che dopo quel che è successo non potrà evitare una diminuzione della crescita economica per gli effetti negativi della cessazione del flusso di cooperazione venezuelana e la riduzione della spesa pubblica.

Il Banco Central de Nicaragua prevede già una crescita economica più bassa di quella del 2017. Come pure il Fondo Monetario Internazionale. Ciò significa che nel 2018 aumenterà la disoccupazione e si ridurranno le entrate del vasto settore informale, in cui sopravvive l'80% dei nicaraguensi. Anche se il deterioro dell'economia aumenterà lo scontento popolare, il governo ritiene di poterlo calmierare grazie ai suoi programmi sociali.

 

Si stringe il cerchio

 

Se Washington decide nuove misure, come l'approvazione definitiva del Nica Act e l'applicazione del Magnitsky Act ad altri funzionari pubblici, stringendo così il cerchio intorno a Ortega, ciò potrebbe provocare una caduta significativa degli investimenti privati, nazionali e stranieri, con rispettiva fuga o rimpatrio di capitali. Inoltre, si ridurrebbe il flusso di capitali da parte delle istituzioni multilaterali. La crescita economica subirebbe una frenata e il governo si vedrebbe obbligato a varare un drastico aggiustamento fiscale dai costi sociali altissimi. A quel punto, sarebbe difficile lenire lo scontento popolare sulla base di programmi sociali e il controllo sociale di oggi darebbe luogo ad una repressione aperta, non solo nelle zone rurali, come già sta avvenendo, ma anche nelle zone urbane. In questo scenario, forse la “rivoluzione” dovrebbe “radicalizzarsi” per mantenersi al potere, il che sarebbe il peggiore incubo per il settore imprenditoriale.

 

Il primo passo: la riforma elettorale

 

Tutti sanno che il primo passo per risolvere la crisi nazionale è una riforma del sistema elettorale. Quale livello di profondità debba avere tale riforma resta da vedere. Tre giorni dopo le votazioni di Novembre, Ortega, consapevole della necessità di dare questo primo passo, si è affrettato a dichiarare: «In occasione delle prossime elezioni delle autorità regionali nel Caribe Norte e Sur (previste nel Novembre 2018, ndr), avremo un sistema elettorale migliorato, perfezionato, più forte e sicuro (...) d'accordo con le nostre possibilità», in riferimento alla necessità di risorse economiche per tradurre in realtà i miglioramenti. Ma, le decisioni prese da Washington dopo aver ascoltato queste parole indicano che la scommessa degli Stati Uniti è un'altra.

Daniel Ortega punta ad una riforma di facciata. Washington e gli imprenditori vogliono qualcosa di più. La vera opposizione nicaraguense vuole una riforma profonda: elezioni competitive e trasparenti che permettano di sapere qual è la volontà popolare.

Tutto è incerto. Si avranno maggiori certezze a “lungo termine”, cioè entro il 2021, come immagina l'OSA? O già nel 2018? Molto dipende da come evolva la crisi venezuelana.

Nessuna sintesi del momento che vive il Paese è migliore di quella espressa dall'ex ambasciatore nicaraguense in Spagna, Bosco Matamoros, dopo gli eventi di Dicembre: «Siamo all'inizio di un processo, in cui l'orizzonte è indefinito e lo è pure la sua durata. Chi riguarderà questo processo? Quanto durerà? Non sappiamo».

 

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