NICARAGUA / Aprile 2018: l'insurrezione della coscienza

Nessuno l'aveva previsto, neanche un presentimento, ma erano innumerevoli le ragioni che vaticinavano che sarebbe successo. La gioventù universitaria ha dato inizio alla rivolta, cui si è unita tantissima gente. Da anni, purtroppo, si registravano morti e un clima di terrore nelle zone rurali dell'interno, ma gli abitanti di Managua sembravano non accorgersene. Quando si è svegliata dal torpore, la capitale ha dato il via alla sollevazione in tutto il Paese. Com'è potuto accadere? Al solito, si sprecano le dietrologie. Ma non è stata una cospirazione orchestrata dall'esterno, quanto un fiume di lava fuoriuscito dal cratere. E, si sa, i vulcani non avvisano quando cominciano ad eruttare.

Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

Da anni, il Nicaragua non finiva in prima pagina dei media internazionali. In questo storico Aprile 2018, quando il sangue ha cominciato a correre per le strade di Managua e, quindi, di tutto il Paese, e per vari giorni, il Nicaragua è tornato a “fare notizia”. La rivolta è sembrata diretta, pianificata, organizzata ma, invece, è stato tutto spontaneo, reale, inatteso. Per le sue dimensioni e conseguenze, i moti di Aprile hanno sorpreso tutto il Paese e gli stessi giovani che li hanno iniziati. Il regime Ortega-Murillo è, forse, il più sorpreso di tutti.

Bilancio fatale: “assassinati”

Anche se non si sapranno mai le cifre esatte, già il 4 Maggio 2018 il Centro Nicaraguense dei Diritti Umani (CENIDH) ha reso pubblico un rapporto in cui presenta un bilancio di quelle che vengono definite «violazioni sistematiche dei diritti umani dei nicaraguensi da parte del regime dittatoriale di Daniel Ortega e Rosario Murillo». In esso, rispetto alla violazione del diritto alla vita, si afferma: «La violenza, senza paragoni nella storia recente del Nicaragua, esercitata dalla Polizia e dai fiancheggiatori del governo, ha avuto come conseguenza la morte violenta di almeno 45 persone durante l'esercizio legittimo di una protesta sociale. 4 di esse sono minori di 18 anni, 24 sono giovani studenti e 18 lavoratori che appoggiavano la protesta degli studenti, 2 sono agenti di polizia e uno, un giornalista che stava documentando i fatti di violenza a Bluefielfd» (principale centro della costa caraibica nicaraguense, ndr). «Tutte le morti – si precisa – si sono verificate in un contesto di repressione violenta dello Stato. La maggioranza delle vittime presentava segni di proiettili alla testa, al collo, al petto o all'addome; per la qual cosa si può affermare che esse sono state assassinate, avvalendosi le autorità e le forze paramilitari di un chiaro vantaggio rispetto ai mezzi di cui disponevano i manifestanti. Ciò evidenzia che l'ordine era di uccidere».
Tutti gli assassinati erano maschi. 27 i morti a Managua; gli altri a Masaya, León, Estelí, Bluefields e Matagalpa. Il rapporto parla, inoltre, di 400 persone, fra contusi e feriti durante le proteste.

Un decennio di proteste accumulate

La sproporzionata risposta della Polizia Nazionale e dei fiancheggiatori del governo contro i giovani e i cittadini che protestavano contro le riforme al sistema di previdenza sociale in diversi punti del centro di Managua, seguita dalla brutale spirale repressiva dei giorni seguenti ha acceso la miccia. Un decennio di autoritarismo senza limiti l'ha convertita in un incendio, in un'insurrezione della coscienza nazionale. Fare la lista delle motivi di protesta accumulati che nello scorso mese di Aprile hanno nutrito le massicce proteste civiche e pacifiche come non si vedevano da anni e che sembrava non si sarebbero riviste presto, è un compito improbo. Del resto, envío li ha documentati nei dettagli, numero dopo numero, negli anni . Un accumulo di indignazione di fronte agli abusi, arbitrarietà, umiliazioni, corruzione, disuguaglianze, anche crimini sempre impuniti, ha acceso la miccia. L'arroganza di un potere sempre più assoluto e asfissiante ha disseminato i bollori di Aprile alla velocità oggi facilitata dalle reti sociali. Lo scoppio di Aprile rivela, inoltre, un ricambio generazionale e dà l'idea della stanchezza e del fastidio accumulati.

Comincia l'ebollizione: il controllo delle reti

L'insurrezione di Aprile è stata preceduta da tre fatti che hanno visto protagonista lo stesso governo. Abituato per un decennio ad abusare del proprio potere assoluto senza incontrare reazione, il regime si è, di fatto, convertito nel principale destabilizzatore del suo stesso modello.
Appena un mese prima dello scoppio, il 12 Marzo, la vicepresidente Rosario Murillo ha annunciato di voler sottoporre «a revisione» le reti sociali, dal momento che, a suo dire, stavano «influenzando negativamente le famiglie e le comunità». Tale “revisione” è stata percepita, naturalmente, come la volontà di “controllare” le reti, che sono diventate un importante spazio di potere, uno dei pochi non controllati dal governo. È stata, infatti, la gioventù, che “vive” ormai nelle reti, a sentirsi attaccata; tuttavia, non per questo è scesa in strada per protestare. Forse, perché con il passare dei giorni nessuno chiariva in che forma si sarebbe esercitato tale controllo.
Il boom delle reti sociali è iniziato in Nicaragua nel 2014, quando il governo ha investito ingenti risorse nell'istallazione del wi-fi libero e gratuito nei parchi di tutto il Paese. In tal senso, si può dire che lo stesso governo ha avuto un ruolo, paradossale ed involontario, nel favorire la ribellione che lo ha debilitato.
Anni dopo, i “telefoni intelligenti” degli universitari con maggiori capacità economiche e i telefoni tecnologicamente più semplici di molti altri giovani dei quartieri popolari sono entrati in connessione e hanno tessuto le reti della ribellione a Managua e in tutto il Paese. In molti pensavano che la gioventù fosse assorta, alienata da questo “giocattolo” tecnologico. Quanto è accaduto dimostra che era solo questione di tempo.
Sta di fatto che, oltre a sparare a mansalva sui ribelli, una delle prime risposte del governo, colto di sorpresa, è stata quella di cancellare il wi-fi gratuito in tutti i parchi del Paese, che per questo oggi sono deserti.

Seconda fattore di ebollizione: l'incendio nella riserva forestale

L'altro antecedente immediato allo scoppio della rivolta è stato l'incendio iniziato Martedì 3 Aprile nella Riserva Biologica Indio-Maíz. Un fuoco incontrollabile ha cominciato ad estendersi nel prezioso bosco tropicale umido che copre il Sud-Est di Nicaragua, prossimo alla frontiera con il Costa Rica: un tesoro biologico di valore incalcolabile per il Nicaragua e il Centroamerica.
Abituati ad un irresponsabile modo di governare, in cui le decisioni sono sempre super-centralizzate, la vicepresidente Murillo ha minimizzato l'incendio e il governo non ha mosso un dito prima del 6 Aprile. Abituati, inoltre, a gestire qualsiasi evento di importanza, o silenziandolo o tergiversandolo quando non è possibile tacerlo, il governo si è mostrato restio di chiedere aiuto internazionale per spegnere l'incendio e ha, persino, rifiutato l'offerta di intervento dei vigili del fuoco del Costa Rica; quindi, ha militarizzato la zona, impedito a giornalisti ed ambientalisti indipendenti di entrare nella riserva e minacciato di ritirare la personalità giuridica della Fondazione del Río (dal nome del fiume Río San Juan, che collega il Lago di Nicaragua ai Caraibi, ndr) la prima organizzazione ambientalista nicaraguense a lanciare l'allarme lo stesso giorno 3 Aprile, sulla base di informazioni ricevute dalle comunità di creoli ed indigeni ramas che vi abitano.
Da anni le riserve naturali del Nicaragua vengono progressivamente disboscate. ALBA Forestal, una delle imprese del consorzio ALBA (Alleanza Bolivariana per le Americhe, ndr) in mano al gruppo al potere, fa affari con il commercio di quel legname. Le riserve sono, inoltre, invase da contadini impoveriti che, poi, vendono le terre da essi occupate ad allevatori senza scrupoli, i quali abbattono gli alberi e bruciano il terreno per destinarlo a pascolo per il bestiame. Ciò avviene stante l'indolenza o la complicità delle autorità locali, in un combinato letale di corruzione e impunità.
Nel 2017 l'Alleanza dei Popoli Indigeni e Afrodiscendenti di Nicaragua aveva denunciato la progressiva deforestazione della Riserva Indio-Maíz, segnalando come le invasioni di coloni in questo territorio per appropriarsi di terre che appartengono ai popoli originari si fossero intensificate da quando nel 2013, il governo aveva annunciato il progetto di Canale Interoceanico, il cui percorso attraverserebbe parte della citata Riserva nella zona di Punta Gorda (sui Caraibi, ndr).

Catastrofe ecologica e potere dell'emozione

È stata la gioventù, che in Nicaragua come in tutto il mondo, è andata sviluppando una coscienza della responsabilità ambientale, intuendo che il mondo che erediterà è in grave pericolo, a scendere nelle strade, preoccupata per le sorti della Riserva. Dal 6 Aprile, l'ingresso dell'Università Centroamericana (UCA), nel centro della capitale, è stato teatro delle prime proteste universitarie. Se nei primi giorni erano, in realtà, gruppi di poche persone a radunarsi, a partire dal 10 Aprile la partecipazione è andata crescendo. Tanto che Mercoledì 11 Aprile erano già oltre 300 i giovani di varie università, che attraverso l'hashtag #SOSIndioMaíz si erano convocati di fronte alla UCA. “Ortega negligente”, recitava uno dei loro striscioni. Intanto, in un altro punto del centro di Managua, con l'abituale stile del governo preoccupato di “perdere il controllo delle strade”, circa un migliaio di membri della Gioventù Sandinista (l'organizzazione giovanile del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, FSLN, ndr) applaudivano invece l'impegno del governo nello spegnere l'incendio. Comunque sia, fino a quel giorno non si è scatenata alcuna repressione.
Il 12 Aprile, tuttavia, è cresciuto il numero di giovani che stazionavano di fronte alla UCA. E quando gli studenti si sono mossi per manifestare nelle strade del centro della capitale, per esigere un'informazione veritiera sull'incendio, sono apparsi per la prima volta poliziotti in assetto antisommossa per impedire il corteo. Vari giovani sono stati picchiati, mentre poco lontano altri poliziotti proteggevano la “contro-marcia” della Gioventù Sandinista, che sfilava insieme a fiancheggiatori del governo: vale a dire, uomini in moto, con il volto coperto da casco, armati di bastoni o armi da fuoco.
Il 13 Aprile, l'incendio nella Riserva forestale si è finalmente spento. L'esercito e gli aerei cisterna offerti da México, Stati Uniti e El Salvador han fatto quel che han potuto: ma c'è voluta una copiosa pioggia tropicale per spegnere le fiamme.
In uno dei quattro canali televisivi del regime, un “esperto in materia” si diceva “molto ottimista” sulle prospettive della Riserva, dal momento che il fuoco avrebbe distrutto meno del 2% del bosco. Altra visione quella offerta dal direttore del Centro Humboldt, Víctor Campos, per il quale il danno è, invece, «irreversibile», dal momento che la “piccola” zona andata in fumo costituisce proprio il nucleo centrale della Riserva. Dal canto, suo, lo scienziato Jaime Incer Barquero (già ministro dell'Ambiente, ndr) ha commentato: «È la più grande catastrofe ecologica nella storia del Nicaragua».

La scintilla: le riforme alla previdenza sociale

Il governo ha, così, smesso di parlare dell'incendio. Pensando, con ogni probabilità, che con lo spegnimento delle fiamme anche la coscienza giovanile fosse appagata. Forse, non era a conoscenza di quanto insegnano le neuroscienze: e cioè che le grandi decisioni che gli essere umani prendono, cominciano sempre con un'emozione, mai con un'analisi razionale. Le proteste ambientaliste avevano ormai sedimentato un'enorme quantità di nuove emozioni in una massa critica della gioventù universitaria di Managua.
Il governo si sentiva così sicuro di avere tutto sotto controllo che appena tre giorni dopo la fine delle proteste giovanili per l'incendio nella Riserva Indio-Maíz, Lunedì 16 Aprile, Roberto López, presidente dell'Istituto Nicaraguense di Sicurezza Sociale (INSS) annunciava alcune riforme per evitare il collasso finanziario dell'Ente.
Già da prima di quel Lunedì, era noto che governo ed élite imprenditoriale stessero negoziando delle riforme, come sempre, a porte chiuse. La sorpresa, che emergeva dalle parole di López quel pomeriggio, stava nel fatto che il governo prendeva le distanze dai suoi alleati del Consiglio Superiore dell'Impresa Privata (COSEP), non essendo le parti giunte ad un accordo. López ha, persino, fatto riferimento ad un presunto «ricatto» che gli imprenditori avrebbero messo in atto. Dopo questo inatteso sgarbo nei confronti degli alleati e senza dire una parola sulle ragioni della crisi strutturale dell'INSS che, oltre al naturale invecchiamento della popolazione, ha a che vedere con la corruzione del regime nell'Ente, López ha dettagliato i numeri di una riforma destinata, secondo le sua visione, a dare una boccata d'ossigeno alla critica situazione finanziaria dell'Ente nei prossimi dieci anni.

Cosa prevedevano le riforme

In breve: un aumento dei contributi mensili dei lavoratori dal 6,25% al 7%; un aumento graduale, fra il 2017 (retroattivo) e il 2020, del contributo dei datori di lavoro dal 19% al 22,5%; un taglio del 5% al valore delle pensioni in essere; una modifica del calcolo della pensione, passando dall'80% al 70% dell'ultimo salario. In Nicaragua, soltanto il 24% della popolazione economicamente attiva gode di previdenza sociale. Il 73% di questa, riceve salari inferiori ai 300 dollari. Le micro e piccole imprese – circa 18.500 registrate nel Paese e l'86% di quante versano contributi all'INSS – sarebbero state le più colpite dalla riforma, che – secondo la Fondazione Nicaraguense per lo Sviluppo Economico e Sociale (FUNIDES) – avrebbe drenato circa 200 milioni di dollari dall'economia del Paese.

Una riforma dal respiro cortissimo

Dal momento che la previdenza rischia di non essere in grado di pagare le pensioni prima della fine dell'anno, il governo, vistosi alle strette, ha optato per la via più facile: quella di chiedere soldi a tutti. Pertanto, i lavoratori coperti dalla previdenza avrebbero pagato di più, i datori di lavoro molto di più, i pensionati si sarebbero visti decurtati i propri assegni mensili, i nuovi pensionati avrebbero visto ridursi la pensione e lo Stato avrebbe contribuito a tutto ciò, anche se in minima misura. A prima vista, dunque, una riforma affatto lungimirante, piuttosto motivata dalla disperazione e pensata da un potere assoluto che non ascolta, né discute.
Per salvare l'INSS c'era, infatti, un altro cammino, che avrebbe supposto, però, un'autocritica e l'ascolto di esperti in materia, i quali insistevano su opzioni più a lungo termine e più giuste. Fra esse, trasferire al bilancio nazionale le pensioni che l'INSS concede alle vittime di guerra e le “pensioni ridotte” che Ortega ha concesso nel 2013 a circa 50 mila anziani che non hanno mai versato contributi all'INSS o vantano pochi anni di versamenti. Nei fatti, queste misure hanno creato un grave squilibrio nelle casse dell'INSS. Toccava allo Stato assumere la giusta protezione sociale delle vittime di guerra e degli anziani per non dissanguare oltremodo l'INSS. Ma non l'ha fatto. Per ottenere fondi che alimentassero il bilancio avrebbe potuto ridurre le ingiustificabili esenzioni concesse ad alcuni settori imprenditoriali. Ma nemmeno questo ha fatto. Avrebbe, inoltre, dovuto risolvere altri problemi strutturali che asfissiano la previdenza: nel suo regolamento, l'INSS stabilisce che le spese amministrative non debbano superare il 6,5%, ma queste, da anni, sono oltre il 14%, a seguito dell'incremento del personale, degli aumenti salariali, dell'acquisto di veicoli, della doppia tredicesima... Nemmeno una parola, inoltre, sugli oscuri investimenti realizzati a partire dal 2013 con fondi dell'INSS (condomini di lusso, edifici nella capitale oggi vuoti...), che pure hanno contribuito a ingrossare il buco nero delle finanze dell'Ente.
Il governo ha optato per ciò che appariva più immediato e facile ed ha presentato queste irresponsabili misure come un conflitto con il vertice imprenditoriale e una difesa dei lavoratori, per non piegarsi alle “raccomandazioni” del Fondo Monetario Internazionale (FMI), che da anni chiede al governo di aumentare l'età pensionabile e le settimane necessarie per ottenere una pensione.
Gli esperti nicaraguensi in previdenza sociale hanno insistito che l'INSS non solo soffre una crisi finanziaria, ma anche di gestione e per questo l'Ente avrebbe dovuto, prima di tutto, ricuperare la fiducia, trasformandosi in un'istituzione autonoma e trasparente e smettendo di essere una riserva di impiegati molto ben pagati per la loro lealtà al partito di governo. Ma il governo non ha voluto ascoltare gli esperti, né ha discusso con altri, fatti salvi, per alcuni giorni, gli imprenditori che insistevano nel voler negoziare simultaneamente la riforma dell'INSS e la riduzione di alcuni esenzioni di cui godono per ottenere maggiori risorse fiscali, in un quadro sempre più teso da quando nel 2016 ha cominciato a ridursi la cooperazione petrolifera venezuelana. Insomma, il governo ha deciso in forma del tutto unilaterale, con l'abituale arroganza che dà il potere assoluto.

Un calcolo sbagliato

Il governo ha pensato che se i suoi attivisti avessero ripetuto ovunque che non si modificavano l'età del pensionamento (60 anni), né le settimane di versamento (750), e che i pensionati avrebbero ricevuto una tredicesima per Natale, e infine, che il governo “rivoluzionario” non aveva obbedito all'FMI, tutti gli interessati si sarebbero calmati. Certamente, il governo aveva messo in conto che l'élite imprenditoriale si sarebbe lamentata; ma dopo un decennio in cui gli imprenditori hanno accettato di occupare oltre 40 incarichi istituzionali e sono stati co-artefici dell'elaborazione di decine di leggi, e il corporativismo, denominato “modello di dialogo e consenso”, è stato persino inserito nella Costituzione, il governo ha pensato che la mancata intesa con la classe imprenditoriale sarebbe stata qualcosa di passeggero e gestibile.
Ciò che il regime non aveva calcolato è stato il crescente clima di rifiuto che si stava accumulando nella società. Il 18 Aprile, gli universitari sono tornati a manifestare nelle strade. Per le riforme. E per tutto. Per l'ormai insopportabile giogo di un autoritarismo senza limiti. Ed è scoppiata la coscienza.
Ciò, tuttavia, non sembra compreso da certa “sinistra” internazionale, secondo la quale “problemi con la previdenza sociale ci sono in tutto il mondo e quanto è successo in Nicaragua è che Ortega si è opposto all'FMI e ha difeso la “classe operaia” e, di conseguenza, la “destra imperiale” ha reagito per “destabilizzarlo”...

Gli universitari in prima fila

Le proteste sono iniziate Mercoledì 18 Aprile sera, quando gli universitari della UCA e della UAM – ateneo di proprietà dell'Esercito – convocatisi secondo l'hashtag #SOSINSS sono tornati a riunirsi davanti alla UCA, dove sono stati oggetto di una fitta sassaiola da parte dei militanti della Gioventù Sandinista.
Il 19 Aprile pomeriggio, un gruppo di universitari e cittadini si è riunito nella zona del Camino de Oriente, sempre nel centro di Managua. Di nuovo, sono stati attaccati e picchiati da attivisti della Gioventù Sandinista e da fiancheggiatori motorizzati, che hanno attaccato anche i giornalisti che coprivano la protesta e rubato macchine fotografiche e cellulari. Tutto, sotto gli occhi della Polizia Nazionale, nella più totale impunità.
Cinque anni fa, questo metodo di aggressione aveva dato buoni risultati. La gioventù di Managua, che nel 2013 aveva difeso gli anziani senza pensione lanciando l'hashtag #OcupaINSS, era stata picchiata, minacciata e derubata. Allora aveva funzionato: dopo l'intervento della Gioventù Sandinista, quei giovani avevano ripiegato.
Quel che non ha calcolato il governo è che in questi cinque anni di wi-fi in tutto il Paese che ha messo tutti in rete e, al tempo stesso, di nuovi soprusi commessi dal governo, si stava formando l'embrione di una nuova realtà sociale.
La repressione del pomeriggio del 19 è stata documentata dalla radio e dai canali indipendenti esistenti nel Paese, vari dei quali sono stati poco dopo oscurati. Quel pomeriggio tantissimi giovani sono scesi in strada, sfidando compatti la polizia in assetto antisommossa schierata in vari punti di Managua. Le reti divulgavano alla velocità della luce immagini dal forte impatto emotivo del coraggio di quei giovani.
Il 20 Aprile, si è “svegliata” la gioventù delle università pubbliche: in primo luogo, i giovani della Università Nazionale Autonoma (UNAN), che ha sede a León. Il giorno dopo, gli studenti dell'Università di Ingegneria (UNI), dell'Università Politecnica (UPOLI) e dell'Università Agraria, considerate bastioni della Gioventù Sandinista, controllate attraverso l'Unione Nazionale degli Studenti di Nicaragua (UNEN), braccio del partito di governo che domina le università statali. Quindi, si sono ribellati gli studenti della UNAN di Managua. E echi sono arrivati anche da altre zone del Paese: Rivas, Camoapa...

Un Paese insorto

Ai giovani universitari si sono uniti i giovani e gli abitanti dei quartieri di Managua e di altri municipi, moltiplicando cortei e assembramenti spontanei di protesta in tutto il Paese.
In gioco non c'era solo la sicurezza sociale, ma dieci anni di negazione dell'autonomia universitaria, dell'autonomia municipale, della democrazia e dei diritti umani, specialmente i diritti civili e politici. La risposta del governo a questa inattesa e spontanea insurrezione, che l'ha colto di sorpresa, è stata tanto grossolana quanto crudele, propria di una politica di terrorismo di Stato.
Il 20 Aprile, la Cattedrale di Managua è stata trasformata in rifugio per circa 2 mila studenti, molti di essi feriti, che fuggivano da una repressione generalizzata nel centro della capitale. Ragazzi e ragazze si sono riparati lì per ore sotto la protezione del cardinale arcivescovo di Managua, Leopoldo José Brenes Solórzano, del suo vescovo ausiliare, Silvio José Báez Ortega e del clero della capitale, assediati dai gruppi di facinorosi del governo decisi ad entrare nel tempio per attaccarli. Fin dall'inizio della rivolta, monsignor Báez ha giocato un ruolo importante.
Il 20 Aprile è caduto al suolo, tagliato pazientemente da alcuni giovani con seghe a mano, il primo “albero della vita”, uno dei simboli del potere: infatti, Rosario Murillo ha “piantato” 140 di queste strutture di ferro, del peso di 14 tonnellate ciascuna, in tutta Managua. Nei giorni seguenti altre 8 di questi “alberi” sono stati abbattuti.
Il 21 Aprile sono state erette barricate a Monimbó (quartiere indigeno di Masaya, ad una trentina di km dalla capitale, ndr) emblema della lotta antisomozista.

Aprile 2018: una data spartiacque

Venerdì 20 Aprile è arrivato il primo morto. Quindi, fino al 22, ininterrottamente, sono cadute decine di persone sotto i colpi d'arma da fuoco e si sono cominciate a sentire storie di coraggio e dolore, di cittadini di tutte le età e di ogni dove, che collaboravano con i manifestanti, portando loro cibo, medicine, curandoli, proteggendoli, nascondendoli... In quei quattro giorni si è assistito con stupore ad una brutalità e crudeltà considerate impensabili da parte della Polizia Nazionale, coadiuvata da fiancheggiatori e cecchini vestiti da civili. Anche se la notizia non è stata confermata, vari media – tra cui, La Prensa e 100% Noticias – hanno parlato di poliziotti arrestati perché rifiutatisi di sparare.
Da parte sua, l'Esercito è intervenuto in quei giorni a Estelí (nel nord del Paese, tradizionale bastione sandinista, ndr) e in altre parti del Paese, ma solo per proteggere edifici, senza partecipare alla repressione. Tutto l'apparato repressivo ha fatto perno sulla Polizia, accompagnata da gruppi paramilitari organizzati, in precedenza o per l'occasione, dal partito di governo.
“Le morti e i danni” che il governo ha causato in quei giorni sono innumerevoli. Sorpreso dall'inattesa reazione di tutto il Paese e, persino, della base del suo partito, il 22 Aprile Daniel Ortega ha revocato le riforme alla previdenza sociale, anche se erano già state pubblicate sulla gazzetta ufficiale.
Ma le proteste sono proseguite e ai primi di Maggio – questo articolo è stato “chiuso in redazione” l'8 Maggio – il malcontento andava crescendo. Manifestazioni in tutto il Paese chiedono giustizia per i morti e un cambiamento alla guida del Paese: “Ortega e Murillo se ne devono andare!”, è uno degli slogan più diffusi.
C'è una chiara linea di demarcazione fra il Nicaragua di prima di questi inattesi giorni di ribellione e il Nicaragua di oggi. E senza sapere ancora che forma prenderà il nuovo Paese scaturito da questa rivolta, già si sa che nulla sarà come prima.

“Pusillanimi”

Gli epiteti utilizzati nei giorni più acuti della crisi da Rosario Murillo contro i manifestanti - «anime piccole, tossiche, piene di odio, vampiri assetati di sangue, gruppi minuscoli» - hanno gettato legna sul fuoco dell'indignazione. L'interpretazione data da Daniel Ortega agli avvenimenti – «si tratta di bande che si ammazzano fra di loro» – ha distrutto l'immagine che il suo governo e i suoi alleati dell'impresa privata hanno venduto per un decennio: quella del Nicaragua come “il Paese più sicuro del Centroamerica”.

Un giusto sospetto...

La sera del 21 e per tutta la Domenica 22 Aprile, a Managua, sono stati saccheggiati 30 centri commerciali, tra i quali i supermercati Palí e La Unión, proprietà di Walmart (la grande catena commerciale statunitense, ndr). In alcuni video si vedono pattuglie della Polizia proteggere i saccheggiatori e trasportare beni trafugati; la stessa televisione governativa ha trasmesso in diretta alcuni di questi saccheggi...
Nel suo rapporto del 4 Maggio sui fatti di Aprile, il Centro Nicaraguense dei Diritti Umani (CENIDH) fa riferimento alla «forma organizzata» in cui si sono verificati i saccheggi, che non solo «non sono stati impediti dalla Polizia», ma «non ha fatto il possibile per prevenirli». E aggiunge: «Il governo ha accusato di tali furti il movimento dei giovani per giustificare la sua repressione; per la qual cosa, vari cittadini indignati, ritenendo che gli autori fossero invece gruppi vicini al governo, hanno cominciato a vigilare e proteggere gli stabilimenti».
Il sospetto che non fossero gli studenti i responsabili dei saccheggi era fondato. Giustificato anche da quando occorso in altre città del Paese: a León, Masaya, Chinandega, fra le altre, negli stessi giorni, gruppi organizzati dalle autorità locali hanno bruciato sedi del partito di governo, per far passare l'idea che a protestare fossero dei vandali.

Dialogo all'orizzonte

Il 21 Aprile, Ortega è apparso in pubblico per la prima volta dallo scoppio della protesta. Al suo fianco, i capi dell'Esercito e della Polizia, rispettivamente, Julio César Avilés Castillo e Aminta Granera Sacasa. Obbligato a fare qualcosa, ha offerto ai suoi alleati del COSEP un dialogo per ridiscutere le riforme dell'INSS. Fortemente preoccupati da una rivolta nazionale che sembrava ormai irrefrenabile e dalle conseguenze economiche della maldestra e sanguinosa reazione del governo, gli imprenditori del COSEP hanno chiesto che il dialogo si ampliasse ad altri settori dei Paese. E hanno convocato i propri affiliati e dipendenti a manifestare a Managua Lunedì 23 Aprile.

La grande marcia convocata dall'impresa privata

La popolazione della capitale si è, però, unita alla manifestazione imprenditoriale, di fatto trasformandola: gente di ogni ceto sociale, autoconvocata grazie alle reti, è scesa in strada. Una moltitudine incalcolabile ha percorso otto chilometri nella capitale, innalzando bandiere del Nicaragua. In una manifestazione spontanea che due generazioni di abitanti di Managua mai avevano visto, pienamente civica e totalmente pacifica, sono risuonati gli slogan: “Non erano delinquenti, ma studenti!” e il citato “Che se ne vadano” in riferimento a Daniel Ortega e Rosario Murillo.
Secondo i primi, sommari calcoli, le perdite per l'economia del Paese sarebbero di svariati milioni di dollari dall'inizio della protesta. Tuttavia, il danno arrecato al Paese dalla repressione governativa e l'adesione di massa alla marcia, oltre le aspettative degli stessi imprenditori, ha modificato la percezione della crisi di buona parte dell'imprenditoria nazionale. Dopo la manifestazione, consapevole della propria responsabilità nella crisi, l'impresa privata ha chiesto che il dialogo avesse un'agenda ampia e che ad esso partecipassero gli studenti. Ortega aveva già suggerito che fosse la gerarchia cattolica la mediatrice del dialogo: quel dialogo “nazionale” che i vescovi avevano chiesto quattro anni fa senza essere ascoltati, appariva di nuovo come una via di uscita all'orizzonte.

La grande marcia convocata dalla Chiesa cattolica

Il 24 Aprile, i vescovi hanno accettato di fungere da «mediatori e testimoni» del dialogo. E hanno convocato per il Sabato 28 Aprile un Pellegrinaggio per la Pace. Di nuovo, una moltitudine incalcolabile, convocata dalle parrocchie dell'arcidiocesi di Managua, Masaya e Carazo, ha riempito la capitale. Gente di tutte le classi sociali, cattolica e non, ha sfilato fino alla cattedrale sventolando le bandiere nazionali. Altri “pellegrinaggi per la pace” si sono svolti a Matagalpa – il più partecipato, con 50 mila persone – Boaco, Estelí, Rivas e altrove.
A questa marcia sono arrivati per la prima volta a Managua, in bus e camion – non essendo le forze antisommossa riuscite a impedirlo – e dopo oltre dodici ore di viaggio, un migliaio di contadini del movimento contro il Canale Interoceanico, i primi ad accendere la fiamma della ribellione al regime cinque anni fa.

La leadership dei vescovi

Con una leadership politica assai indebolitasi negli anni, quella chiesa cattolica, data la radicata religiosità popolare, è emersa con più forza in questa crisi. Parroci coraggiosi, che a livello locale sono riusciti a frenare la furia repressiva e difendere la propria gente, insieme alla Conferenza Episcopale, a livello nazionale, sono stati punti di riferimento imprescindibili di sicurezza e credibilità per buona parte della società.
E nonostante il 40% della popolazione nicaraguense si raccolga ormai nelle chiese evangeliche, i pastori di queste denominazioni non sono apparsi un blocco unificato. È toccato alla Chiesa cattolica porsi alla guida della nazione, avviando un dialogo che sembrava impossibile di fronte alla repressione, che non si è mai interrotta.

“Signor presidente, nessuno è eterno”

Nel 2014, i vescovi avevano proposto a Ortega un dialogo nazionale ed elezioni libere, segnalando in un documento alcuni dei più gravi problemi nazionali che richiedevano urgenti soluzioni. Non hanno mai ricevuto risposta. «Signor Presidente – scrivevano allora – lei ha la capacità di non defraudare la speranza che molti nicaraguensi hanno depositato in lei all'inizio del suo primo mandato presidenziale nel 2007 e consegnare alla nazione un risultato storico degno di essere ricordato dalle future generazioni. Gli anni passano e nessuno è eterno. Lei ha ancora la possibilità di dimostrare la sua volontà di favorire un'autentica apertura al pluralismo politico nella nazione: collaborare attivamente a riformulare il funzionamento integrale del sistema politico e cercare cammini di concertazione a livello nazionale, ristabilendo la normalità politico di un autentico Stato democratico».
Quattro anni dopo, la storia sembra ripetersi. Quel messaggio è ancora attuale. Con la differenza che ora il Paese è insorto, altri sono i rapporti di forza e molto sangue è stato versato.

“Una battaglia per la pace”

Dopo le due grandi marce, è arrivato il Primo Maggio e, come negli anni precedenti, il governo ha preferito celebrarlo il 30 Aprile, per assicurarsi la partecipazione obbligata degli impiegati pubblici, sotto minaccia di perdere il posto di lavoro. Questa volta i simpatizzanti del partito di governo, la Gioventù Sandinista e gli impiegati dello Stato erano chiamati «ad esprimere l'amore e l'affetto per il nostro leader indiscutibile... Il comandante presidente deve sentirci accompagnato da un mare di popolo per contrastare in maniera decisa la marcia politico-religiosa della Chiesa-destra». E, come in altre occasioni, gli autobus del trasporto pubblico sono passati a raccogliere impiegati pubblici e simpatizzanti del governo nei quartieri e nelle contrade di tutto il Paese. Tuttavia, secondo le reti sociali, quegli autobus apparivano vuoti più che mai...
Il discorso di Ortega è stato breve e provocatore. Il presidente ha respinto ogni responsabilità dei fatti accaduti e fatto capire di non avere l'intenzione di cedere su niente. In riferimento al dialogo, lo ha limitato a temi di «giustizia sociale ed economica e di sicurezza», escludendo dallo stesso il tema della giustizia per i crimini commessi e qualsiasi altro tema politico. Ortega si è detto pronto ad una «una battaglia per la pace» e ha offeso molti nicaraguensi nell'inviare un saluto speciale alla «nobile, nobile, profondamente nobile» Gioventù Sandinista, rappresentata sul palco da due ragazzi e una ragazza con le loro magliette colorate, del tutto simili a quelle indossate da quanti avevano picchiato senza nobiltà d'animo studenti e giornalisti nei giorni precedenti.
Fin qui, una breve cronaca delle prime due settimane di una crisi che ha sorpreso e commosso tutto il Paese.

“Tutti ci stiamo giocando tutto”

Il 30 Aprile, scendendo dal palco su cui aveva accompagnato Ortega, Rosario Murillo ha dichiarato ai media di regime: «Sappiamo che Dio sarà seduto al tavolo del dialogo. Ciò che vogliamo è che si riprenda il buon cammino in cui era impegnato il nostro Paese fino a qualche giorno fa». Ciò appare impossibile. I rapporti di forza sono cambiati nel Paese. Dopo il massacro di tante persone, alcune di esse ribelli, molte altre innocenti, e dopo che tanta gente è stata ferita nel corpo e nello spirito, l'ora della crisi nell'alleanza tra imprenditori e governo, che alcuni consideravano così vantaggiosa quanto indistruttibile e che altri criticavano come spuria, è arrivata all'improvviso.
L'élite imprenditoriale ormai sa che il governo Ortega-Murillo non garantisce più la stabilità economica e sociale per i loro investimenti, né quell'istituzionalità politica cui gli stessi imprenditori non hanno dato sufficiente importanza quando il Paese era “stabile”, sì, ma per i loro interessi.
Alcuni imprenditori hanno reagito rilasciando dichiarazioni molto esplicite. Ad esempio, Mario Arana, ex presidente del Banco Central nel governo che ha preceduto quello di Daniel Ortega e oggi gerente dell'Associazione degli Esportatori Nicaraguensi (APEN), ha affermato in un'intervista televisiva concessa negli ultimi giorni di Aprile, in un clima di tesa calma: «In questo Paese tutti ci stiamo giocando tutto... Il settore privato è arrivato alla conclusione che il modello ha fatto acqua... In questo momento abbiamo bisogno di essere indipendenti, con tutto il costo che ciò ha per questo Paese».

Le richieste nel dialogo

Al dialogo nazionale ormai in corso l'impresa privata ha annunciato la partecipazione di cinque suoi rappresentanti, latori di un'agenda di quattro punti che riflettono la presa di distanza da Ortega: indagine sugli omicidi coinvolgendo «organismi dei diritti umani di riconosciuta esperienza» (non si parla di organismi “internazionali”); riforme «immediate» del sistema elettorale per garantire elezioni libere e trasparenti (ma non si parla di “anticiparle”); riforme istituzionali che garantiscano lo Stato di Diritto e l'eliminazione della corruzione; soluzione della crisi dell'INSS, per la qual cosa propongono un cambiamento al suo vertice e un audit dell'istituzione.

La sorpresa di tutti

Nei giorni più sanguinosi della rivolta, nessun funzionario pubblico di alto livello sembrava avesse il permesso di rilasciare dichiarazioni in merito, in sintonia con lo stile del governo Ortega-Murillo consolidatosi nell'ultimo decennio, in cui soltanto loro due, e lei quotidianamente, è sembrato avessero diritto di parola.
Il primo a rompere il silenzio è stato Bayardo Arce, comandante ed ex membro della Direzione del Fronte Sandinista negli anni '80. In un'intervista concessa al canale televisivo Telemundo, Arce ha ammesso che la riforma governativa della previdenza sociale è stata «un errore». Arce è oggi consulente economico di Ortega; la qual cosa fa pensare che la sua opinione, qualora sia stata espressa privatamente in precedenza, non sia stata tenuta in considerazione. Alla domanda se la reazione degli studenti avesse sorpreso il governo, Arce ha risposto: «Certo che l'ha sorpreso. Ci ha sorpreso tutti, imprenditori, sindacati, tutti. Perché la reazione è venuta da un settore che non è direttamente legato alla problematica della previdenza sociale. A protestare era lo studente universitario che ancora non ha un lavoro, non versa contributi, non è pensionato».
Negli stessi giorni è intervenuto anche Jacinto Suárez, segretario di Relazioni Internazionali del partito di governo e compagno di carcere di Ortega (durante la dittatura somozista, ndr), intervistato dall'agenzia ACAN-EFE: «Come sandinisti, dobbiamo fare un bilancio critico e capire dove abbiamo peccato», ha affermato Suárez.
Entrambe queste posizioni, uscite dal circolo di potere, dimostrano quanto spontanea sia stata la rivolta, testimoniano la sorpresa di tutti e danno l'idea di quanto maldestra sia stata la risposta repressiva del governo. Come lo stesso Arce ha riconosciuto: «In questi fenomeni sociali capita che arrivi un momento in cui perdi il controllo. La stessa Polizia ha perso il controllo e le notizie, inoltre, ti fanno perdere il controllo».

“Una cospirazione sullo stile del Venezuela”

La sorpresa ammessa da Arce e Suárez è la dimostrazione che nessuno ha organizzato, né pianificato gli eventi, né in Nicaragua che fuori. Ciononostante, una “sinistra” tradizionale, congelata nel tempo e abituata ad interpretare quanto accade nel mondo in base a schemi semplicistici e ormai obsoleti, una “sinistra solidale” che forse disprezza le capacità del popolo di questo insignificante e piccolo Paese, ritiene che la “destabilizzazione della rivoluzione” avvenuta in Aprile sia il risultato di una “cospirazione dell'impero”. I fatti lo smentiscono, anche se non la convincono del contrario.
In questo contesto, il gruppo al potere ha deciso che bisognava cambiare discorso e trasformare la “sorpresa” in denuncia di una presunta ingerenza esterna. Lo stesso Jacinto Suárez, che parlava di autocritica e di peccati, ha dichiarato alla BBC qualche giorno dopo, in risposta ad una domanda su quale spiegazione desse degli eventi: «Siamo di fronte ad una cospirazione patrocinata e pagata dal governo degli Stati Uniti. Non stiamo vedendo fantasmi, né inventando niente. È lo stesso stile del Venezuela: tumulti scatenati da vandali, manifestazioni, un sacco di morti. Ovviamente, ci ha creato dei problemi perché non eravamo pronti. Sinceramente, ci hanno sorpreso. Ma siamo già tornati in gioco. Siamo più allerta per capire questo fenomeno, vedere come lo lavoriamo e lo assumiamo».

Il “gioco” del governo

E quale sarebbe, dunque, il “gioco” del regime? Guadagnare tempo, fare il minimo di concessioni, meglio se su temi minori, dividere la gioventù organizzata, logorare la popolazione e mantenere una repressione selettiva e non tanto visibile, fatta di minacce, intimidazioni e azioni dirette ai leaders della rivolta. Fare in modo, così, che tutto si risolva in un fuoco di paglia.
Il ruolo delle istituzioni: è stata creata in tutta fretta nell'Assemblea Legislativa (il parlamento monocamerale, ndr) una Commissione della Verità integrata da cinque “notabili”. Sebbene il Potere Legislativo sia privo di credibilità avendo Ortega la maggioranza assoluta in parlamento ed, inoltre, essendo i cinque nominati noti per la loro affinità o complicità con le politiche del governo, la prospettiva di far lavorare tale commissione per tre mesi offre a Ortega la perfetta scusa per evitare il giudizio internazionale. Nei fatti, il presidente ha già negato alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani la possibilità di recarsi in Nicaragua per indagare sulle stragi di Aprile. Nei fatti, alla richiesta «urgente» della CIDH, il governo ha risposto: «Dobbiamo aspettare i risultati della commissione nazionale».

Le indagini

Nel “gioco” istituzionale è coinvolta anche la Procura Generale della Repubblica, altra istituzione priva di credibilità: ad essa, perverranno le denunce dei familiari dei caduti. Tale organo non ha mai portato a termine alcuna indagine su casi che vedessero coinvolti alti funzionari del governo. Tuttavia, alcuni familiari hanno già presentato denunce, pur anticipando di non aspettarsi molto in tal senso.
Nel caso del giornalista Ángel Gahona, ucciso in Aprile da un colpo d'arma da fuoco alla testa a Bluefields (sulla Costa Atlantica, ndr), le prime indagini della Procura hanno già evidenziato come uno degli obiettivi degli investigatori, oltre a prolungare all'infinito il proprio compito, sia quello di incolpare del crimine altre persone: il classico capro espiatorio per garantire impunità ai colpevoli.

L'OSA in gioco

La tattica del governo riguarda anche l'Organizzazione degli Stati Americani (OSA). Su richiesta di Ortega, il 26 Aprile è giunto nel Paese Wilfredo Penco, il quale ha diretto la missione di osservatori elettorali dell'OSA nelle elezioni municipali del 2017, segnate da una massiccia astensione. «Il nostro obiettivo – ha affermato Penco – è iniziare il cammino delle riforme elettorali». Il cammino tracciato da Penco e dall'OSA dovrebbe portare alle elezioni presidenziali del 2021, data che alle famiglie delle vittime della repressione suona come una presa in giro, dopo tutto quello che è successo.
Nei suoi piani, Ortega pensa di condurre il dialogo con l'OSA parallelamente a quello nazionale mediato dai vescovi. E, calcolando che quest'ultimo fallisca, pensa di tenere vivo unicamente con il dialogo bilaterale con l'OSA.
Tuttavia, Ortega sembra vivere ancora... nel Marzo scorso, cioè prima dei moti di Aprile. Nel dialogo mediato dai vescovi egli punta a discutere solo di sociale, dell'INSS, di aspetti economici che interessano gli imprenditori, suoi alleati da anni, mentre il dialogo sulla riforma politica e sulla trasformazione del sistema elettorale che gli ha garantito quattro frodi elettorali consecutive, pensa di condurlo direttamente con l'OSA.
Se Ortega è fermo a Marzo, è però impossibile che il segretario generale dell'OSA, Luis Almagro, non abbia preso nota di quanto successo in Aprile in Nicaragua. Ma, nel caso non se ne fosse accorto, data la compiacenza con cui ha trattato Ortega fin da quando gli invió un rapporto critico prima delle elezioni del 2016, mai pubblicato, per ricordargli che gli eventi di Aprile hanno impresso una svolta in Nicaragua, Cristiana Chamorro, direttrice della Fondazione Violeta Barrios de Chamorro – sua madre ed ex presidente del Nicaragua (1990/1997) – ha fatto visita ad Almagro a Washinton, il 4 Maggio. Cristiana Chamorro ha chiesto ad Almagro di unirsi alla domanda di giustizia per i massacri di Aprile ed espresso preoccupazione per il silenzio dell'OSA di fronte alla crisi nicaraguense: «Non vogliamo più morti; cosa intende fare l'OSA?». Cristiana Chamorro ha fatto presente, inoltre, ad Almagro quanto poco sia credibile l'OSA agli occhi dei nicaraguensi e quanto “superato” appaia oggi il memorandum di intesa da lui firmato con il regime di Ortega nel Febbraio 2017. E gli ha detto apertamente che è necessario sostituire Penco come rappresentante dell'OSA in Nicaragua.
Cristiana ha presentato ad Almagro i due scenari oggi esistenti in Nicaragua. O elezioni giuste e trasparenti anticipate che permettano una transizione pacifica, come quella che Ortega favorì nel 1990. O una svolta violenta e distruttiva per il Paese come scelse di fare Somoza nel 1979. «Purtroppo, sembra che Ortega abbia scelto questa seconda strada», ha dichiarato Cristiana Chamorro al segretario generale dell'OSA.

FSLN: crepe irreparabili

Uno degli aspetti rispetto al quale i “teorici della cospirazione” non hanno risposta è la crisi in cui è immerso oggi il sandinismo storico; cioè, la differenziazione sempre più chiara agli occhi di molta gente fra “sandinismo” e “orteguismo”.
Anche in bastioni storici dell'FSLN come León Estelí o Masaya, le crepe nel partito rossonero (dai colori della bandiera sandinista, ndr) sono diventate evidenti con una forza sorprendente. Nessuna cospirazione interna, né esterna avrebbe potuto produrle con tanta rapidità.
È in questo aspetto della rivolta che Ortega appare più debole nel tentativo di uscire con successo dalla palude in cui è sprofondato, ordinando la mattanza di Aprile. Privo di tattiche e strategia, vedendo lo sfilacciarsi della sua base, Ortega ha dovuto e dovrà probabilmente ricorrere a maggiore repressione per difendere il suo potere.
Enormi fessure si sono aperte nella base dell'FSLN al constatare la risposta repressiva del governo. Sono innumerevoli le testimonianze di sandinisti di buona fede addolorati e carichi di vergogna, increduli di fronte alle dimensioni della strage realizzata dal governo del loro partito. “Basta, fin qui, non andiamo oltre”, è quel che si ascolta.
Una chiara, prima “vittima” di tutto ciò è la successione dinastica. Non esiste alcuna possibilità che qualcuno della sua famiglia possa succedere a Daniel Ortega. Si apre così la crisi della successione nel partito rossonero. «Questo governo non può tornare a prima della crisi, alla forma di governo talmente monopolistica e autoritaria che esercitava. La coppia presidenziale non ha prospettive», ha affermato il generale in ritiro Humberto Ortega (fratello di Daniel, ndr), in un'intervista concessa al giornalista Andrés Oppenheimer (pubblicata il 4 Maggio su El Nuevo Herald, ndr).
Centinaia di altre defezioni si vanno scoprendo nel sandinismo: tanto di combattenti e collaboratori “storici” del Fronte, emarginati da Murillo in questi anni, come di attivisti di base, delle famiglie sandiniste da sempre, di «danielistas e chayistas (da Chayo, diminutivo di Rosario Murillo, ndr) fino alla morte», come si è definita Socorro Corrales, madre del giovane Orlando Pérez, freddato a Estelí da francotiratori utilizzati dalla Polizia.
Non sono pochi i simpatizzanti del partito di governo assassinati soltanto per trovarsi nel “posto sbagliato” quando gli agenti antisommossa hanno cominciato a sparare. Dietro ciascuno di quelli che sono stati fermati, torturati, feriti e assassinati in quei giorni ci sono centinaia di parenti, vicini, amici. E fra queste centinaia di persone molte simpatizzavano per Ortega, votavano per lui. Risulta incomprensibile per il popolo nicaraguense, e pure il popolo sandinista, che un governo che porti quel nome abbia ucciso degli “universitari”, perché il sogno di tutte le famiglie nicaraguensi, specialmente quelle più povere, è proprio quello che i propri figli arrivino all'università.
In quanti quartieri di Managua e di altre città, persino baluardi del Fronte, simpatizzanti di Ortega si sono ribellati contro le forze dell'ordine, partecipando a questa spontanea insurrezione della coscienza? Senza di essa, non si spiegano molti dei morti, né l'accanimento della Polizia.
L'orteguismo è ormai minoranza all'interno del sandinismo? Una tendenza in questo senso, quanto meno, è iniziata nell'Aprile 2018. E appare irreversibile. Non si basa su interessi economici né sull'ideologia, ma su principi umanisti e su molto dolore. Le famiglie che oggi piangono i propri figli assassinati ingiustamente, per una causa nobile, sono un simbolo di potere incommensurabile in Nicaragua. E Aprile ce ne ha mostrate a decine.

Parlano gli Stati Uniti

Il 24 Aprile, in un suo comunicato, la Casa Bianca ha condannato «la ripugnante violenza politica della Polizia e dei paramilitari del governo contro il popolo del Nicaragua, in particolare gli studenti universitari, che ha commosso la comunità internazionale democratica».
Il 2 Maggio, alla Casa Bianca, nel corso della cerimonia di giuramento del nuovo ambasciatore degli Stati Uniti presso l'OSA, Carlos Trujillo, il vicepresidente Mike Pence si è riferito alla crisi nicaraguense con queste parole: «Nelle ultime settimane, il governo di Nicaragua ha represso brutalmente il proprio popolo che aveva alzato la sua voce in proteste pacifiche». Facendo poi riferimento anche a Cuba e Venezuela, ha aggiunto Pence, in questi tre Paesi gli Stati Uniti hanno ancora molto «lavoro da fare per garantire un continente in libertà»; per concludere: «Saremo al fianco di tutti coloro che aspirano alla libertà e contro i loro oppressori».
È la prima volta che il governo statunitense accosta il Nicaragua a Venezuela e Cuba. Alcuni giorni dopo, nella riunione del Consiglio Permanente dell'OSA per affrontare il caso Venezuela, Pence ha di nuovo fatto riferimento a quel “terzetto” di Paesi.
La posizione del governo degli Stati Uniti appare opportunistica. Per undici anni, prima con Obama e poi con Trump, gli USA hanno tollerato le arbitrarietà di Ortega, in cambio dell'apertura del Nicaragua agli investimenti di imprese statunitensi, del suo impegno a chiudere le frontiere ai migranti, e della sua collaborazione, in qualche misura, alla lotta al narcotraffico.
Davanti alla sproporzione di forze vista in Aprile, è evidente come il Nicaragua abbia bisogno di aiuto internazionale per indagare su quanto è successo in quei giorni e ottenere che i mandanti ed esecutori dei massacri siano puniti. Ha bisogno di aiuto internazionale anche per garantire una transizione pacifica che conduca il Paese ad un nuovo modello di governo, fondato sulla democrazia e sul rispetto dei diritti umani, con nuovi governanti. Questo è l'aiuto di cui ha bisogno; non il tipo di “lavoro” che viene dal Nord, come insinuato da Pence.

Due mondi

Anche se era inimmaginabile soltanto un mese fa, due Nicaragua si confrontano oggi come non era accaduto negli ultimi dieci anni.
Quello che, nonostante tutto, continua ad appoggiare il governo Ortega-Murillo, per interessi economici comuni ed un'ideologia impenetrabile. Alcuni pensano che il governo, avendo tutte le leve del potere, potrebbe recuperare la propria egemonia con la forza e ricomporre la sua alleanza con gli imprenditori, recuperando così la stabilità andata in pezzi in Aprile. Inoltre, ritengono che, accettando alcune riforme elettorali che rifacciano il volto del collassato sistema elettorale, Ortega potrebbe arrivare alle prossime elezioni presidenziali del 2021 e, persino, vincerle.
Ma c'è un altro Nicaragua, quello dell'insurrezione della coscienza, che non accetta una “passata di spugna” su tanto sangue ed un “voltar pagina” da parte di un regime che ha fatto traboccare il bicchiere della pazienza nazionale. Quest'altro Nicaragua esige, oltre alla giustizia, un governo di transizione. Che per alcuni deve essere dolce e ordinata, passo dopo passo, anche se dovesse prolungarsi fino al 2021. Mentre altri la vogliono in tempi stretti, già nel 2018, grazie al sostegno di questa insurrezione che non cessa di crescere.

Grazie ai millenials

C'è un consenso crescente fra i nicaraguensi, emerso grazie al coraggio e alla fermezza dei giovani millenials del Paese: va fatta giustizia per i tanti morti ammazzati, punendo i responsabili, è arrivato il momento di democratizzare il Paese e non si può perdere questa opportunità per farlo al più presto. Se appena in una settimana, il governo Ortega-Murillo ha visto venir meno la sua alleanza con l'élite imprenditoriale, ha perso il monopolio della mobilitazione nelle strade, ha suscitato un senso di vergogna irreparabile in tanta gente che ancora credeva in esso, è diventato una minoranza sociale che ha mostrato alla nazione e al mondo il suo volto criminale, d'altro canto, è ormai una maggioranza quella che sostiene che Daniel Ortega e Rosario Murillo abbiano perso ogni autorità morale per continuare ad esercitare il potere in Nicaragua.