«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
  • slide01.jpg
  • slide02.jpg
  • slide03.jpg
  • slide04.jpg
  • slide05.jpg

NICARAGUA / Un regime alle strette che spara contro una rivoluzione civile

L'insurrezione della coscienza scoppiata in Aprile è ancora viva. Nelle strade proseguono le mobilitazioni e le grandi arterie del Paese restano bloccate dai manifestanti. Tutti chiedono le stesse cose: giustizia e democrazia. Il regime Ortega-Murillo risponde con la repressione all'imprevista svolta politica che lo ha convertito in minoranza e ne chiede la rinuncia. A livello internazionale, più specificamente nell'Organizzazione degli Stati Americani, comincia a farsi strada la consapevolezza di quanto è successo, di quanto sta succedendo e di quello che potrebbe succedere se la crisi dovesse prolungarsi.

Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

«Signor Presidente, ripensi con il suo governo al cammino percorso. È iniziata una rivoluzione non armata. Qui non c'è un esercito contro un altro. È una popolazione che sta manifestando tutto ciò che sente da molti anni. Vuole lei smantellare questa rivoluzione a forza di repressione, con pallottole di gomma e di piombo, e forze paramilitari? Ascolti il popolo». Con queste parole il vescovo di Estelí, Abelardo Mata, si è rivolto a Daniel Ortega il 16 Maggio 2018 all'insediarsi il tavolo di dialogo nazionale.
Di fronte a tale drammatico pronunciamento, il tono e il contenuto della tiepida risoluzione presentata su iniziativa del governo degli Stati Uniti e consentita da quello del Nicaragua, approvata dall'Assemblea Generale dell'Organizzazione degli Stati Americani (OSA) il 5 Giugno 2018, in cui si rivolge «un appello al governo del Nicaragua perché partecipi attivamente a negoziati pacifici», sta a dimostrare che la nuova realtà nicaraguense non è ancora sufficientemente compresa aldilà delle frontiere del Paese, anche se comincia a evidenziarsi il carattere dittatoriale del regime.

Un'esperienza complessa da capire

La mancanza di apertura di Daniel Ortega e di sua moglie Rosario Murillo di fronte alle proteste giovanili iniziate in Aprile, che hanno dato il via ad un imprevisto e massiccio sussulto della coscienza nazionale, ha aperto le porte alla “rivoluzione non armata” cui accennava il vescovo Mata. Un'esperienza inedita in Nicaragua, persino in America Latina. Un'esperienza difficile da mantenere e sicuramente complicata da capire.
Complessa da comprendere all'estero, dopo il silenzio durato oltre un decennio, in cui poco o niente trapelava sui misfatti del regime Ortega-Murillo; sconosciuti per alcuni, nostalgici del passato rivoluzionario; tollerati da altri – tra cui la stessa impresa privata nicaraguense e il governo degli Stati Uniti – che consideravano come, tutto sommato, Ortega fosse meno problematico al governo “dall'alto” piuttosto che “dal basso”, dal momento che con la sua mano dura garantiva stabilità in una regione assai violenta. All'interno dell'OSA, poi, la priorità data alla crisi venezuelana e la molteplicità di interessi di tanti piccoli Paesi spiegano il ritardo con cui l'organismo emisferico ha rivolto il suo sguardo al Nicaragua.

Un civismo difficile da mantenere

Un'esperienza, peraltro, difficile da conservare e contenere all'interno dell'orizzonte del più puro civismo. In un Paese dove tanta gente è familiarizzata all'uso delle armi, in un popolo che porta impresso, nella sua memoria storica, il rovesciamento armato di una dittatura quaranta anni fa e, nella memoria più recente, la frustrazione subita a seguito di quattro frodi elettorali consecutive organizzate da Ortega che hanno chiuso la possibilità di cambiare le cose mediante il voto, era impossibile che non apparissero a fianco dell'insurrezione civica e non armata gruppi più radicali che fanno ricorso alle armi.
Il mese di Maggio ha visto un enorme sforzo civico, accompagnato da grande incertezza ed estrema violenza da parte del regime. Da una parte, c'è una chiara maggioranza del Paese che appoggia la rivoluzione civica. Dall'altra, la risposta del regime è quella di un autentico terrorismo di Stato. Da un lato, nella rivolta civica ci sono gruppi di rivoltosi che affrontano in armi quanti li attaccano, anche se in condizioni di totale disuguaglianza. Dall'altro, siamo in presenza di una delinquenza armata, scatenata, irresponsabile, impune e permessa dal regime di Ortega, afferrato al potere, nel disperato tentativo di riuscire nell'impossibile: far tornare il Nicaragua a quello che era prima di Aprile.

È difficile riassumere tutto ciò che è accaduto in queste ultime settimane, dopo i primi 40 giorni di insurrezione in Aprile. Ci proviamo.

Consenso civico: giustizia e democrazia

Nei giorni più sanguinosi di Aprile, Ortega si è visto forzato a parlare di dialogo per mettere così a tacere il ripudio degli assassinî compiuti dalla Polizia, della quale egli è comandante secondo la legge da lui stesso riformata. Ortega ha offerto il dialogo ai suoi alleati della cupola imprenditoriale per rivedere il decreto di riforma della previdenza sociale, l'ultima scintilla che ha acceso l'incendio dell'ira civica.
Gli imprenditori, più consapevoli dello stesso Ortega della piega presa dagli avvenimenti e dei nuovi rapporti di forza, hanno respinto la limitata agenda presentata loro e l'idea di essere gli unici interlocutori del governo. Ribadendo che il dialogo deve essere nazionale e incorporare diversi settori di società, che l'agenda deve essere ampia, non limitata ai temi economici ma comprensiva di quelli politici. Tale svolta ha rappresentato il primo grande risultato della resistenza civica. E pure la prima rottura nell'alleanza di Ortega con l'impresa privata.
Fin da quei primi momenti si è andata radicando nella coscienza nazionale la convinzione che la soluzione della crisi deve essere pacifica, mediante il ricorso a meccanismi non violenti: mobilitazioni, cortei, blocchi stradali... e un dialogo nazionale. La maggioranza che si è risvegliata in Nicaragua ha la chiara consapevolezza del carattere civico che l'insurrezione deve mantenere.
I vescovi cattolici hanno accettato il ruolo di mediatori e testimoni del dialogo. In pochi giorni, la nuova maggioranza nazionale ha fatto suo il civismo e raggiunto il consenso su un altro punto: il dialogo deve centrarsi su Giustizia e Democrazia e non dividersi in tavoli per discutere rivendicazioni settoriali, come in qualche momento ha preteso il governo per distrarre l'attenzione dalle cose essenziali. La gente ha capito subito come fosse essenziale fare giustizia per le decine di giovani morti ammazzati e intraprendere il cammino per una democratizzazione del Paese. «L'obiettivo del dialogo nazionale è rivedere il sistema politico del Nicaragua dalle radici per raggiungere una vera democrazia», hanno affermato i vescovi.

La CIDH, “nel minor tempo possibile”

Per investigare sui crimini di Aprile – quando la Polizia diretta da Ortega ha aperto il fuoco sui manifestanti inermi suscitando lo sdegno internazionale – la Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH), organo autonomo dell'OSA, aveva chiesto al governo nicaraguense, già dal 26 Aprile, in tre occasioni e con procedura d'urgenza, di poter visitare il Paese. Il governo ha respinto la richiesta e il 6 Maggio ha creato la sua “commissione della verità” come scudo per evitare la presenza della CIDH nel Paese. Tale commissione è nata morta per mancanza di credibilità: chi mai si sarebbe aspettato giustizia da essa sapendo che è frutto di un parlamento totalmente controllato da Ortega e che i cinque “notabili” chiamati a farne parte sono affini ideologicamente ed economicamente al governo?
Nemmeno i vescovi le hanno dato credito. E così, il 10 Maggio hanno posto come condizione per l'avvio del dialogo il fatto che il governo consentisse «nel minor tempo possibile» l'arrivo della CIDH nel Paese. Ortega ha dovuto cedere perché a livello internazionale gli interessava apparire come animato da volontà di dialogo.
Il dialogo nazionale si è, dunque, insediato il 16 Maggio, quasi un mese dopo il massacro di Aprile e quando si sapeva che il giorno dopo sarebbe arrivata nel Paese la CIDH.

Arriva la CIDH: vigilia sanguinosa

L'arrivo in Nicaragua dei 15 componenti la Commissione Interamericana, presieduta dalla relatrice della CIDH per il Nicaragua, Antonia Urrejola, e dal suo segretario esecutivo, Paulo Abrao, è stato un altro importante risultato della resistenza civica. Nel quattro giorni in cui è rimasta nel Paese, indagando su quanto accaduto in Aprile e nei primi giorni di Maggio in quattro città (Managua, León, Masaya e Matagalpa), i commissari hanno ricevuto oltre tremila persone, ascoltando le loro denunce: testimonianze di familiari degli assassinati, racconti dei feriti, dei detenuti, dei torturati, dei minacciati... Centinaia di video, registrazioni e altre prove materiali sono state consegnate ai commissari.
Nei giorni precedenti l'arrivo della CIDH sono continuate le manifestazioni di massa, nelle quali si è fatto sentire sempre più frequentemente lo slogan “¡Que se vayan!” (“Che se ne vadano”, in riferimento alla coppia Ortega-Murillo, ndr). Il 9 Maggio si è svolta la terza grande marcia civica nella capitale, non repressa dal regime, cui hanno partecipato migliaia di persone, tra cui una numerosa rappresentanza dei contadini del movimento contro il canale interoceanico, i quali, una volta tornati ai loro luoghi, hanno bloccato le strade di accesso ai loro territori: Chontales, Nueva Guinea (nella zona centrale del Paese, ndr)... Da allora, sono sorti nuovi blocchi stradali in tutte le principali arterie del Paese. L'alleanza fra le campagne e la città è un altro dei preziosi risultati ottenuti fin dal primo momento dalla rivoluzione civica.
Il 19 Marzo, forze paramilitari del governo hanno attaccato l'Università Politecnica (UPOLI), da Aprile nelle mani degli studenti, causando 4 morti e 19 feriti. A sua volta, l'Università Nazionale Autonoma di Nicaragua (UNAN), di Managua, anch'essa occupata dagli studenti, è stata attaccata per tutta la notte dell'11 Maggio fino al mattino.

Masaya e Monimbó: terra insanguinata

Il 12 Maggio, nel pomeriggio, la città di Masaya (sita ad una trentina di km a sud-ovest della capitale, ndr) è diventata un inferno. Soltanto una settimana prima, una massiccia manifestazione pacifica aveva attraversato la città. Otto ore di scontri fra la polizia antisommossa, coadiuvata da forze paramilitari del governo, e abitanti dotati di armi artigianali, hanno lasciato sul terreno un morto e decine di feriti. Ci sono stati, inoltre, saccheggi e incendi: azioni, queste, secondo la cittadinanza, ispirate dal sindaco, del partito di governo. Il mattino dopo, una carovana di veicoli lunga 12 km, che di fatto ha bloccato la carretera Managua-Masaya, è partita dalla capitale per portare solidarietà agli insorti del quartiere indigeno di Monimbó.
Da quel giorno, il 12 Maggio e fino alla chiusura in redazione (in Nicaragua, ndr) di quest'articolo, il 7 Giugno, le forze paramilitari del regime si sono accanite su Masaya e Monimbó. La città è in rovina, i suoi abitanti si sono trincerati dietro barricate erette in tutta la città e blocchi stradali impediscono di entrare e uscire dalla città. «Credo che l'accanimento contro di noi si debba al fatto che Ortega ha sempre pensato che [la città di] Masaya e, soprattutto, [il quartiere di] Monimbó, fossero suoi, gli fossero fedeli. Forse, vuole farla finita con noi, magari pensa: è territorio mio o di nessuno», ha dichiarato un abitante ad una radio locale.
In pratica, non c'è stato giorno, né notte, senza feriti, attacchi, terrore durato ore. Il 3 Giugno, a Masaya, sono stati assassinati 10 giovani e feriti altri 40, in un'operazione combinata di polizia antisommossa e forze paramilitari. Al riguardo, il sacerdote Edwin Román, parroco della chiesa San Miguel, aperta per accogliere rifugiati, assistere feriti e pregare per i morti, ha dichiarato: «Qui si sta compiendo un genocidio, una codardia genocida contro cittadini che come armi hanno solo pietre e petardi. Masaya è oggi una città fantasma, barricate dappertutto, madri che piangono i propri figli morti, che cercano i loro figli scomparsi...».

¡Que se vayan!”

Il 14 Maggio, polizia antisommossa e forze paramilitari del governo hanno scatenato un dura repressione a Sébaco (località ad un centinaio di km a nord della capitale, ndr), con un bilancio di un morto e 16 feriti. Per interrompere la sparatoria, nel pomeriggio, il vescovo di Matagalpa, Rolando Álvarez, ha attraversato la città e percorso la carretera (Matagalpa dista una trentina di km da Sébaco, ndr) vestito con i più solenni paramenti e sollevando la teca del Santissimo, l'ostia consacrata che per il dogma cattolico è il corpo stesso di Gesù Cristo. La sera, decine di abitanti lo hanno seguito in una scena alquanto surreale.
Il 15 Maggio, Managua ha visto una manifestazione di massa di studenti di scuola secondaria, che reclamavano giustizia per gli assassinati, in quanto – questo lo slogan – “erano studenti, non delinquenti”, oltre al già noto “¡Que se vayan!”.
Per tutti, in questa ribellione civica, il primo passo per iniziare la democratizzazione del Nicaragua è rappresentato dall'uscita di scena del governo Ortega-Murillo, incapace ormai di governare un Paese che si è dichiarato in rivolta. Come e quando ottenere tale risultato è tema di dibattito nel dialogo nazionale.
In questo infuocato clima di proteste civiche, di gruppi sempre più radicalizzati che cominciano a rispondere con quanto hanno a portato di mano, segnato da altri morti e in un misto di speranza e incertezza, è arrivata a Managua la CIDH.

Arriva la CIDH

L'ultima visita della CIDH in Nicaragua risaliva al 1992. Allora, osservò i progressi sul piano dei diritti umani raggiunti con la fine della guerra civile degli anni '80. Vilma Núñez, presidente del Centro Nicaraguense dei Diritti Umani (CENIDH) ha dichiarato ad envío: «Per una quindicina d'anni, abbiamo fatto il possibile per far tornare la Commissione in Nicaragua. È stato difficile. Ma da quando Daniel Ortega è tornato al governo nel 2007 è diventato impossibile. Si è negato in tutti i modi di invitarla».
Oggi, quell'ermetico “no” è caduto grazie alla pressione civica. Ortega ha dovuto cedere. Dopo quattro giorni di intenso lavoro nel Paese, mostrando sempre il suo alto grado di professionalità e dedizione, oltre all'inoccultabile commozione di fronte alle molte testimonianze ascoltate, il 21 Maggio, i commissari della CIDH hanno presentato un rapporto preliminare sulla loro visita (disponibile in spagnolo quindr).

Un documento demolitore

Il rapporto evidenzia come in Nicaragua lo Stato abbia risposto alle proteste civiche di Aprile in forma sproporzionata, avvalendosi di agenti antisommossa della Polizia Nazionale, di forze paramilitari del partito di governo e della stessa polizia. Il bilancio tragico di questo comportamento criminale, che sta all'origine della crisi attuale, era al 21 Maggio di 76 morti, 868 feriti, 438 arrestati; cifre che, dopo la partenza della CIDH, sono aumentate rapidamente. «Abbiamo trovato una situazione assai grave dei diritti umani in Nicaragua, abbiamo lasciato il Paese con molta preoccupazione», ha affermato al suo arrivo a Washington Paulo Abrao, direttore esecutivo della CIDH.
Mai il regime, che attraverso i suoi corpi armati aveva già commesso gravi violazioni dei diritti umani durante questi anni, specialmente nelle zone rurali, comprese esecuzioni extragiudiziali documentate da tutti gli organismi nazionali dei diritti umani, si era visto di fronte ad un'evidenza così demolitrice del carattere criminale del suo modello di controllo sociale. I moti di Aprile lo hanno svelato.
«La brutalità qualitativa con la quale ha agito il governo in Aprile l'abbiamo vista tutti dal primo momento. La dimensione quantitativa di quanto hanno fatto non l'immaginavamo. Pensavo che il rapporto sarebbe stato più morbido, mi ha sorpreso la minuziosità, mai avrei pensato che sarebbe stato così forte», ha commentato la presidente del CENIDH, Vilma Núñez al conoscere il documento che la CIDH ha lasciato come ulteriore strumento per la lotta civica, in mano della cittadinanza nicaraguense. Da quando ha lasciato il Paese il 21 Maggio, da Washington, la CIDH non ha smesso di emettere comunicati di condanna della violenza, che non si è fermata.

Sondaggio: il 69% vuole la rinuncia

Il dialogo nazionale si è insediato il 16 Maggio. Con i vescovi nel ruolo di mediatori e testimoni. Da una parte del tavolo, i rappresentanti del governo e, dall'altro, quelli della Alleanza Civica per la Giustizia e la Democrazia (composta da studenti, contadini, imprenditori privati ed esponenti della società civile).
Alla vigilia, il 15 Maggio, si sono verificati nuovi scontri fra forze del governo e manifestanti, che hanno causato un morto e 40 feriti a Matagalpa. Manifestazioni si sono svolte anche in altre parti del Paese. Quel giorno, a Managua, migliaia di persone si sono riunite nella “rotonda” (vale a dire, una piazza intorno ad una rotatoria stradale, ndr) Jean Paul Genie, uno dei centri della capitale in cui quotidianamente si riuniscono persone di ogni età e ceto sociale.
In Maggio, il governo che già aveva perduto il controllo delle strade della capitale e delle principali città, ha perso anche quello delle “rotonde” di Managua, luoghi per anni utilizzate dallo stesso per riunire simpatizzanti ed impiegati pubblici, spesso per attaccare piccoli gruppi che protestavano. Dopo i moti di Aprile, di fatto, il governo mantiene il controllo soltanto della rotonda situata nella centrale Avenida Bolívar, dove sorge un'immagine del defunto leader venezuelano Hugo Chávez.
Il giorno prima dell'avvio del dialogo, l'istituto di sondaggi CID-Gallup ha presentato i risultati di un'inchiesta realizzata fra il 5 e il 14 Maggio su un campione di 1.200 persone. Il 69% degli intervistati vorrebbe che Ortega e Murillo rinunciassero al governo. Di essi, il 30% si dice sandinista. Per il 78% il Paese “è sulla cattiva strada”; in un analogo sondaggio del Gennaio scorso, la pensava così il 35% del campione.
Un cambiamento così drastico, comparato con i risultati di precedenti inchieste dello stesso istituto, ed in così poco tempo spiegherebbe il senso di uno slogan divenuto popolare nei cortei: “Daniel ha perso il popolo e il popolo ha perso la paura”. Ciò è avvenuto proprio mentre il regime mostrava il suo volto criminale e quando sfidarlo comportava maggiori rischi.
Altrettanto evidente è che molta gente che fino all'Aprile scorso simpatizzava per Ortega gli ha voltato le spalle. Di quanti stiamo parlando? Nonostante le atrocità commesse su suo ordine, riuscirà Ortega a conservare lo “zoccolo duro” del suo consenso, che comunque non è mai stato maggioritario nel Paese? Secondo il sondaggio CID-Gallup, un 20% ha ancora un'opinione “favorevole” e un 9% “molto favorevole” a Ortega – per un 29% totale di giudizi positivi –, mentre il 31% dichiara di identificarsi con il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN). Per timore, vergogna, attaccamento al leader? Probabilmente, segno anche di una riconoscenza per i programmi sociali del governo che, pur con vari limiti, riflettevano una sua sensibilità sociale.

Avvio burrascoso del dialogo

Fin dal loro primo comunicato sul punto, i vescovi avevano annunciato che il dialogo si sarebbe svolto nel seminario nazionale; come dire, “giocando in casa”... Pertanto, nessun scenario floreale, come quelli realizzati per gli eventi cui è solita partecipare la coppia presidenziale, faceva da contorno alla riunione.
Il giorno prima, Murillo ha annunciato la presenza sua e di Daniel Ortega allo «storico evento». Accompagnati da tre dei loro figli, Ortega e Murillo hanno, quindi, attraversato la città facendo sfoggio di uno sproporzionato apparato di sicurezza: il veicolo Mercedes-Benz blindato guidato da Ortega era preceduto da 14 agenti di polizia motorizzati, 3 pick-up con almeno 8 poliziotti fortemente armati su ognuno di essi e altri due veicoli chiusi; quindi, a seguire, altre 6 moto della polizia, 2 pick-up con almeno 8 poliziotti in ciascuno di essi e 2 microbus con un numero imprecisato di uomini armati. Lungo il tragitto, ogni semaforo era vigilato da 6 agenti di polizia. In coda alla carovana, un'ambulanza, mentre nel cielo 2 elicotteri seguivano gli spostamenti. Tutto ciò non ha impedito ad un gruppo di donne di riunirsi all'entrata del seminario per gridare “assassini” al convoglio.
Come annunciato, l'insediamento del tavolo del dialogo è stato trasmesso in diretta. Ad esso, ha assistito il corpo diplomatico accreditato in Nicaragua. Il protocollo prevedeva: inno nazionale, invocazione a Dio di uno dei vescovi, breve discorso di Ortega, orazione per le vittime della violenza, canto finale, il Salve Regina, in latino. Dopodiché Ortega e Murillo avrebbero discusso con i presenti.
Tuttavia, prima che Ortega iniziasse a parlare, uno studente di Comunicazione dell'Università Centroamericana (UCA), Lesther Alemán, ha preso la parola. Senza microfono e con una fermezza che ha catturato l'attenzione di telespettatori e radioascoltatori, questo ragazzo di 20 anni si è rivolto a Ortega: «Perché le rubo la parola? Perché siamo noi ad aver messo i morti, i feriti, gli scomparsi... Abbiamo accettato di stare a questo tavolo per chiederle che in questo preciso istante lei ordini la cessazione immediata della repressione da parte delle sue truppe, delle forze paramilitari, delle turbas (sono così detti i gruppi di facinorosi organizzati dall'FSLN, ndr)... Questo non è un tavolo di dialogo, ma un tavolo per negoziare la sua uscita di scena e lei lo sa bene perché è il popolo ad averglielo chiesto... In un mese lei ha distrutto il Paese; con Somoza ci vollero molti anni, e lei lo sa bene... Si arrenda davanti a questo popolo!». Una scena indimenticabile per quando si scriverà la storia di questa rivoluzione non armata.

Un discorso “deludente”

Un Daniel Ortega impavido e con una smorfia di contrarietà ha ascoltato da quello studente universitario ciò che mai aveva sentito dire prima dal vivo. In undici anni di governo, infatti, Ortega mai è apparso in una conferenza stampa, giammai si è degnato a concedere un'intervista ai media nazionali, mai ha risposto a domande perché mai le ha ascoltate.
Nel suo discorso, affatto breve, non ha detto alcunché somigliasse a delle scuse per i morti di Aprile o all'assunzione di responsabilità per quanto successo. Piuttosto, si è riferito ai 50 mila morti della guerra civile degli anni '80 e ai 2 mila palestinesi feriti a Gaza in quei giorni. Limitandosi a segnalare con preoccupazione «la violenza irrazionale, la violenza diabolica che è scoppiata nel nostro Paese», senza far riferimento alle sue cause: la repressione con cui il regime ha risposto alle proteste civiche. E senza assumere alcuna responsabilità per l'irrazionalità della violenza.
L'intervento di Lesther Alemán ha, però, spinto altri partecipanti a prendere la parola, fuori dal copione previsto. Il vescovo Abelardo Mata si è rivolto al presidente con le parole che abbiamo riportato all'inizio di quest'articolo, sottolineando il carattere di “rivoluzione non armata” della protesta. L'ex ministro dell'Istruzione Carlos Tunnermann (uno dei rappresentanti dell'Alleanza Civica scelti dai vescovi, ndr) ha definito «deludente» il discorso di Ortega, essendosi questi negato ad accettare la nuova realtà del Paese. E Medardo Mairena, dopo aver ascoltato i commenti di Ortega a proposito di quanti bloccano le strade del Paese, si è alzato in piedi e ha esclamato: «Voglio che lei sappia, signor presidente, che noi contadini ci siamo uniti per sostenere i giovani. Nei blocchi stradali non ci sono altre persone che noi. Siamo noi contadini, che nessuno ci ha mai ascoltato».
Alla fine, gli studenti hanno nuovamente rotto il protocollo. Una ragazza, Madeleine Caracas, ha letto, uno dietro l'altro, i nomi di tutti gli assassinati in Aprile e il luogo in cui sono caduti. Ad ogni nome, gli studenti rispondevano in coro: «¡Presente!».

Una piaga sta distruggendo il Paese”

Dopo il solenne insediamento, il tavolo del dialogo si è riunito tre volte. La sessione del 18 Maggio, durata 9 ore, non è stata trasmessa in diretta. La delegazione governativa si è presentata con due ore di ritardo. Dall'incontro è scaturita una “tregua” di due giorni, per il fine settimana successivo. Il governo si è impegnato a non reprimere le proteste e l'Alleanza Civica a rendere più flessibili i blocchi stradali.
Tuttavia, alla vigilia dell'entrata in vigore della tregua, ad un mese esatto dall'inizio della rivolta di Aprile, forze paramilitari del governo si sono dirette alla chiesa di Matiguás (nel Nord del Paese, ndr), con l'intenzione di incendiarla, secondo gli abitanti del luogo, con la complicità del sindaco locale. Scontri violenti si sono verifica anche a Jinotega (ancora più a Nord, ndr), quando la popolazione ha scoperto l'intenzione del sindaco della città di dar fuoco al mercato della città. Una cosciente ed organizzata pressione della popolazione jinotegana ha portato sul banco degli accusati il sindaco incendiario e, due settimane dopo, un nutrito corteo che ha attraversato le strade di Jinotega è riuscito in ciò che non è stato raggiunto altrove: non solo si è trattato di una manifestazione pacifica, ma la polizia ha vigilato per evitare incidenti.

Una cospirazione diabolica”

Di fatti come questi (incendi provocati o tentati, saccheggi, distruzione di immobili, caos generalizzato che dura ore), sempre più frequenti di giorno o di notte in varie parti del Paese, la popolazione attribuisce la responsabilità ai sindaci e ad altre autorità del governo, accusati di pagare delinquenti e sbandati per compierli, quando non di ordinarli a gruppi paramilitari da essi organizzati.
I media del governo attribuiscono tali incidenti a «gruppi vandalici della destra»; «una piaga che sta distruggendo il Paese» secondo Murillo; dal canto suo, Ortega aveva affermato in sede di dialogo nazionale trattarsi di una «violenza diabolica», rincarando poco dopo la dose: «il demonio sta tirando fuori le unghie». Secondo una nota ufficiale del regime diffusa nei giorni seguenti, le azioni sarebbero compiute da «gruppi politici di opposizione con agende politiche specifiche, che ricorrono a modalità delinquenziali per terrorizzare le famiglie», specificando, inoltre, che la violenza deriva da una «cospirazione delinquenziale che ha preteso consegnare il Paese al crimine organizzato».
Tale “interpretazione” dei fatti, ripetuta indefettibilmente dai media di regime, ripresa da Telesur (catena televisiva venezuelana diffusa nel continente, ndr) e altri media internazionali, e fatta propria da qualche commentatore “di sinistra”, più che strana, risulta inverosimile.

Dov'era la destra vandalica fino a ieri?

I conti non tornano perché se prima del 18 Aprile il Nicaragua era «il Paese più sicuro del Centroamerica» e l'esemplare Polizia del Nicaragua garantiva tale sicurezza da essere considerata quella di maggior prestigio nella regione, com'è possibile che dal nulla, senza essere avvistata dagli organi di intelligence della stessa Polizia, siano sorti così tanti gruppi vandalici in grado di operare in maniera tanto incisiva in tutto il territorio nazionale? Dov'era prima di Aprile questa destra vandalica, dove si nascondeva? E come hanno potuto questi vandali convincere, da un giorno all'altro, centinaia di migliaia di nicaraguensi, che violenti non sono, a mobilitarsi in manifestazioni di massa di ripudio al governo che si dice “cristiano, socialista e solidale” ed appoggiare il vandalismo? E come mai la stessa Polizia è parsa del tutto incapace di impedire che tali gruppi vandalici incendiassero, saccheggiassero o sparassero indiscriminatamente nelle strade? Come mai i pompieri non arrivano in tempo per spegnere gli incendi e la Polizia non riesce a catturare qualcuno di questi vandali?
Nei due giorni (19 e 20 Maggio) di tregua concordata in sede di dialogo si è svolta una grande manifestazione a León (seconda città del Paese, ad un centinaio di km dalla capitale, ndr) e altre grandi manifestazioni a Managua e in altre città, rendendo più flessibili i blocchi stradali. Tuttavia, la sera della Domenica la polizia ha rotto la tregua attaccando gli studenti dell'Università Agraria. La CIDH ha documentato tale episodio, nel quale si sono registrati 8 feriti.

La “scuola” di dialogo nazionale

La sessione di dialogo del 21 Maggio è stata trasmessa in diretta. È durata varie ore. Ne è scaturito un esercizio di cittadinanza inedito. Seguire la sessione in tv, radio o tramite le reti sociali ha fatto scuola in un Paese così alieno al dibattito e, purtuttavia, così bisognoso dello stesso. Inedito è stato anche vedere per la prima volta in undici anni funzionari del governo chiamati a rendere conto. Si è così potuto constatare la loro scarsa capacità di argomentare e decidere, dal momento che su ogni cosa consultavano la casa presidenziale su come rispondere...
Durante la sessione è stato reso pubblico a Managua il rapporto della CIDH. Il governo ha accettato di adempiere le 15 raccomandazioni in esso formulate, la qual cosa ha dato l'impressione di un grosso risultato raggiunto. Tuttavia, in linea con la massima storica “firmar me harás, cumplir jamás” (come dire: intanto firmo, ma non credere che lo metta in pratica...; ndr), lo stesso giorno, quei gruppi paramilitari cui si riferisce il documento della CIDH si sono nuovamente scagliati contro la popolazione.
Al tempo stesso, nelle reti sociali del governo, sono continuate le minacce, denigrazioni, calunnie ed è proseguita l'opera di criminalizzazione degli studenti, degli imprenditori che partecipano al dialogo e, specialmente, dei vescovi, in particolare monsignor Silvio Báez; in aperta violazione, tra l'altro, della raccomandazione numero 10 della CIDH.

La rotta della democratizzazione

Al termine della sessione del 23 Maggio, i vescovi hanno deciso di sospendere il dialogo non essendo stato raggiunto alcun consenso fra le parti. Cos'è successo quel giorno? Confidando nell'impegno preso dal governo due giorni prima sul tema della giustizia per gli assassinati – raccomandazioni 3, 6, 14 e 15 del rapporto CIDH – vescovi e Alleanza Civica hanno presentato un documento intitolato “Rotta della democratizzazione”: un testo, in effetti, onnicomprensivo al punto da implicare una totale rifondazione dello Stato (disponibile in spagnolo qui, ndr); con il quale Alleanza Civica ha inteso mettere alla prova la volontà del governo di cominciare a discutere concretamente di quando iniziare la riforma parziale della Costituzione, cammino che dovrebbe portare ad anticipare il più possibile le elezioni presidenziali, legislative, municipali e quelle sulla costa caraibica.
Il ministro degli Esteri Denis Moncada, a capo della delegazione governativa, ha bollato quanto letto dal vescovo Álvarez come «la rotta di un colpo di Stato per rovesciare il governo». Gli ha risposto il vescovo Silvio Báez, respingendo la «grave accusa» fatta dal ministro, spiegando cosa sia un colpo di Stato e ribadendo che quanto accade nel Paese è frutto di una crisi politica che i vescovi stavano cercando di risolvere «in sintonia con la Carta Democratica Interamericana e la Costituzione del Nicaragua».
A partire da quel momento carico di tensione tutti i rappresentanti del governo al tavolo del dialogo hanno fatto capire di non essere disposti ad affrontare il tema della democratizzazione e, così, per ore hanno insistito, prendendo la parola a turno, sulla richiesta di togliere i blocchi stradali che ostacolano il transito in buona parte del Paese, anche se non il passaggio di ambulanze e veicoli con a bordo persone malate. Nei fatti, al 7 Giugno, il 70% delle arterie del Paese risultava bloccato.

Se attaccano uno, attaccano tutti”

A quel momento, era evidente che, per il regime, la Conferenza Episcopale stesse conducendo e mediando il dialogo in una direzione inattesa, non funzionale a ciò che il governo si aspetta dal dialogo: far bella figura e guadagnare tempo. Il governo ha sempre pensato di tenere sotto controllo i vescovi, mentre nel dialogo questi gli appaiono in “santa ribellione”.
Il 22 Maggio, la Conferenza Episcopale ha denunciato in un comunicato le minacce ricevute dal vescovo ausiliario di Managua, Silvio Báez, da parte di simpatizzanti del regime. Nel testo, i vescovi affermano che il popolo nicaraguense «attraversa oggi una delle peggiori crisi della sua storia a seguito della cruda repressione da parte del governo di Nicaragua, che cerca di evadere la propria responsabilità come principale attore delle diverse aggressioni». Ed in riferimento agli attacchi ricevuti da Báez e da altri prelati, i vescovi hanno avvisato il governo: «Nonostante tali minacce, ricordiamo ai nostri aggressori che siamo un corpo collegiale; pertanto, se si attacca un vescovo o un sacerdote, si attacca la Chiesa; non rinunceremo ad accompagnare in questa ora decisiva tutto il popolo nicaraguense, che sotto i colori azzurro e bianco della nostra bandiera, è sceso per le strade per reclamare i suoi giusti diritti».

Il regime cerca di promuovere un “altro” dialogo

Già a quella data, l'insurrezione civica aveva dimostrato che il regime aveva perso le strade e i suoi alleati dell'impresa privata. L'iter del dialogo nazionale ha rivelato un'altra perdita per il governo: la gerarchia cattolica e i parroci di molte chiese in tutto il Paese non stanno dalla sua parte, ma a fianco della gente.
Per questo, Murillo ha fatto circolare un documento interno intitolato “Nuovo panorama politico”, in cui si sostiene che nel dire che «l'opinione di uno è l'opinione di tutti», concetto espresso nel comunicato ufficiale del 22 Maggio, la Conferenza Episcopale ha fatto suo «l'appello alla guerra di Silvio Báez». Di conseguenza, il regime ha proposto di organizzare un dialogo nazionale alternativo, con settori, categorie e partiti politici sotto suo controllo e con nuovi mediatori. Anche se tale piano non si è concretizzato, quel testo dimostra l'ennesimo, disperato tentativo di “riavvolgere il nastro” alla situazione precedente i moti di Aprile.
Il 26 Maggio, quindi, migliaia di cattolici si sono mobilitati in appoggio ai vescovi. Preceduti da uno striscione che recitava: «Vogliamo vera giustizia. Appoggiamo la CEN (Conferenza Episcopale di Nicaragua) e specialmente Monsignor Silvio José Báez». Pochi giorni dopo, la “guerra” del governo contro la Chiesa cattolica si è tradotta in una circolare in cui si chiede a tutti i simpatizzanti sandinisti di non partecipare alle celebrazioni della Domenica e ad altri riti cattolici.

Sparare per uccidere”

Al momento di sospendere il dialogo il 23 Maggio, i vescovi hanno suggerito per Lunedì 28 Maggio una riunione ridotta a tre rappresentanti per parte del governo e di Alleanza Civica.
Quel giorno è arrivata a Managua una delegazione di Amnesty International, guidata dalla direttrice per le Americhe Erika Guevara-Rojas, con l'obiettivo di presentare, il giorno dopo, il 29, il rapporto sulla visita realizzata da questa organizzazione a Managua, Ciudad Sandino, León e Estelí, fra il 4 e il 13 Maggio scorsi.
Il 28 Maggio, tuttavia, Managua ha vissuto momenti di autentico terrore. Verso mezzogiorno, truppe antisommossa si sono schierate nel centro della capitale, iniziando a sparare con armi da guerra, ferendo e fermando decine di persone: alcune, “ree” di sostenere gli universitari dell'Università Nazionale di Ingegneria (UNI) che avevano occupato il loro ateneo nelle prime ore del mattino; la maggioranza, semplicemente perché passava di lì a quell'ora. In un confuso incidente, i sostenitori degli universitari hanno dato fuoco alla facciata della sede di Radio YA!, vicina al governo.
Già da vari giorni le forze paramilitari erano attive nella capitale, specialmente di notte. Mentre, da giorni, gli abitanti di Managua non vedevano gli agenti antisommossa schierati nel centro della capitale, come per un'operazione bellica. Quella sera, l'attivista dei diritti umani Bianca Jagger (prima moglie del cantante dei Rolling Stones, ndr), che accompagnava la delegazione di Amnesty International, ha commentato: «L'unica soluzione possibile per il Nicaragua è che il signor Ortega e la signora Murillo se ne vadano e consegnino il potere, si tengano elezioni libere e torni la democrazia... Signor Ortega, la supplico in nome di Dio, che lei sempre invoca: la smetta di uccidere!».
Il rapporto diffuso il giorno dopo da Amnesty International si intitola “Sparare per uccidere”. In esso, si afferma che il governo nicaraguense applica una «strategia letale di repressione contro i manifestanti» e che gli otto casi concreti investigati in dettaglio evidenziano l'uso eccessivo della forza e, persino, «in un elevato numero di casi (...) di esecuzioni extragiudiziali». Il fatto che le forze del governo sparino per uccidere è dimostrato, secondo il rapporto, dalle armi impiegate e dall'impatto mortale ricercato dai colpi sparati da cecchini.
In un'intervista con i media nazionali, Pilar Sanmartín, investigatrice regionale di Amnesty International nelle situazioni di crisi, ha segnalato tre problemi osservati nel comportamento delle autorità nicaraguensi: «Non si rendono responsabili di quanto sta accadendo, non accettano i fatti e non stanno investigando come dovrebbero». Ed ha aggiunto: «Non ci aspettavamo di trovarci davanti a questa situazione; le autorità negano ci siano dei morti, minimizzano quanto sta accadendo, criminalizzano la protesta e stigmatizzano le persone che manifestano. Ma è chiaro che sanno cosa stia succedendo. Il problema è che non riconoscono la propria responsabilità e cercano di far passare il tempo, con la conseguenza che ci saranno altri morti. Amnesty non si fermerà fino a quando tutto ciò non avrà termine».
Due giorni dopo, altro frutto della pressione civica, il regime ha dovuto accettare l'arrivo in Nicaragua del Gruppo di Indagine di Esperti Internazionali (GIEI), al fine di stabilire le responsabilità nella spirale repressiva che vive il Nicaragua. I quattro componenti stranieri del GIEI sono stati proposti dalla società civile nicaraguense e selezionati dalla CIDH, che continua attenta a tutto ciò che succede in Nicaragua.
Alleanza Civica chiede anche che venga in Nicaragua l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. A fine Maggio, è stata in Nicaragua, invitata dal regime, una delegazione del Dipartimento di Affari Politici delle Nazioni Unite, preposto ai processi di mediazione e alle crisi politiche. Non si hanno, tuttavia, notizie delle sue attività nel Paese.
Ciò che preoccupa e sgomenta alcuni è la tempistica: ad esempio, le conclusioni dell'indagine del GIEI sono previste fra sei mesi.
In un comunicato reso pubblico il 1° Giugno, Etica e Trasparenza ha sottolineato l'urgenza avvertita da molti settori del Paese, nella consapevolezza che più si prolunga la crisi, più aumenterà la violenza e pure la distruzione delle infrastrutture e dell'economia. Secondo questo gruppo, la giustizia reclamata dall'insurrezione civica passa per l'accettazione previa, senza indagini, che i “mandanti” degli assassinî siano Daniel Ortega e Rosario Murillo, autori, inoltre, di saccheggio delle risorse pubbliche e frodi elettorali. In quello che appare il documento più radicale di queste settimane, Etica e Trasparenza afferma: «La democratizzazione e la giustizia non sono richieste separate. Sono una sola: sono la voce di Dio». E chiama «le autorità competenti a rendere effettiva la presenza in tribunale dei due ancora presunti criminali», in riferimento alla coppia presidenziale, invitando inoltre l'Esercito a «fare in modo che vengano effettuati gli urgenti e necessari arresti, così come un giusto processo, che è inevitabile».

Tragica Giornata delle Madri

Il 30 Maggio, Día de las Madres, una giornata “sacra” in Nicaragua, resterà un'altra data spartiacque nella crisi nicaraguense. Da giorni, si annunciava “la madre di tutte le manifestazioni” a svolgersi a Managua, in solidarietà con le Madri di Aprile, cioè le donne che hanno perso i propri figli nei giorni iniziali dell'insurrezione civica.
Centinaia di migliaia di persone, secondo alcune stime 300 mila, hanno partecipato quel giorno alla mobilitazione più grande di quelle finora organizzate dalla rivolta civica. Fra le migliaia di manifestasti, bambini e persino neonati in braccio alle loro madri, anziane in sedie a rotelle, famiglie intere, gente di ogni età e condizione sociale, che sventolavano la bandiera nazionale.
È stata la quarta grande marcia svoltasi nella capitale. Nessuna delle precedenti era stata attaccata, tutte si erano svolte senza problemi. Questa volta, no. Quando il corteo stava per concludersi nel centro della capitale, sulla avenida universitaria, un gruppo di paramilitari spuntato fuori all'improvviso ha iniziato a sparare sulla folla, con corollario di cecchini che sparavano per uccidere, come già visto in altre occasioni. Spari sono venuti anche da parte di un gruppo di manifestanti che ha risposto agli attaccanti. Bilancio degli scontri: 14 giovani morti e un centinaio di feriti.
Lo stesso giorno, a La Trinidad, nel dipartimento di Estelí (nel Nord del Nicaragua, ndr), un veicolo su cui viaggiavano simpatizzanti di Ortega che tornavano da una contro-manifestazione organizzata dal regime, è stato attaccato da quanti si sono radicalizzati nelle proteste, causando 3 morti.
Mentre la sparatoria scuoteva il centro di Managua e l'Università Centroamericana – il cui rettore, il gesuita José Idiáquez, è stato fatto nuovamente oggetto di minacce per le sue critiche al governo per la violenta repressione – apriva le sue porte per dare rifugio a migliaia di persone che scappavano dalle pallottole, nella Avenida Bolívar, altro luogo centrale della capitale ancora controllato dal regime, Ortega aveva convocato simpatizzanti e impiegati pubblici, raccogliendo, secondo le stime, circa 30 mila persone. In una proporzione, dunque, di 1:10 rispetto all'altra manifestazione. Tale contrasto deve aver deluso quanti speravano di riunire più gente intorno ad Ortega e può aver spinto alcuni di questi ad attaccare gli altri. Nei fatti, il clima di violenza scatenato dal governo ha fomentato un clima di pericolosa polarizzazione.
Molti dei partecipanti alla manifestazione di Ortega si aspettavano, inoltre, dal presidente una parola che orientasse i presenti, la definizione di una strategia, qualche proposta. Se il discorso di Ortega in sede di dialogo nazionale aveva deluso i suoi avversari, quello del pomeriggio del 30 Maggio ha gettato nello sconforto i suoi simpatizzanti. Il discorso di Ortega è parso una dichiarazione di guerra. Rivolgendosi ai suoi alleati del grande capitale, che quel giorno avevano appoggiato la marcia delle madri e che gli avevano chiesto di accettare di anticipare le elezioni, ha esclamato: «Il Nicaragua non è proprietà privata di nessuno!». E a tutti i nicaraguensi, ai civici come ai radicalizzati, con lo stesso tono ha aggiunto: «Il Nicaragua è di tutti i nicaraguensi! E tutti restiamo qua!». Come dire: “non me ne vado, non rinuncerò”, con tutto quel che ne consegue in termini di vite umane e distruzioni.
Chiudiamo qui la breve cronaca di quanto accaduto nel mese di Maggio, per avanzare alcune considerazioni di fondo.

Elezioni anticipate?

I rappresentanti della grande impresa privata del Paese si erano rivolti a Ortega il 29 Maggio. I dirigenti delle 27 camere che integrano il Consiglio Superiore dell'Impresa Privata (COSEP), la giunta direttiva dell'Associazione delle Banche Private e quella della Camera di Commercio Americano-Nicaraguense, e il centro di ricerca FUNIDES, gli avevano inviato una lettera nella quale si legge: «Non c'è spazio in Nicaragua per la violenza che tanto sangue di fratelli ha versato lungo la nostra storia. Per questo, riteniamo urgente avviare le riforme necessarie che permettano di anticipare le elezioni in forma ordinata e con un Consiglio Supremo Elettorale rinnovato, entrambe le date a determinarsi nel dialogo nazionale fra i rappresentanti del suo governo e della Alleanza Civica per la Giustizia e la Democrazia».
Per anticipare le elezioni generali non c'è altra strada che una riforma parziale della Costituzione, punto iniziale della proposta presentata dai vescovi e dall'Alleanza Civica nel dialogo nazionale il 23 Maggio, considerata dai rappresentanti del regime un “colpo di Stato”. Il rifiuto di Ortega e Murillo di discuterne ha fatto collassare il dialogo il 23 Maggio.
Inoltre, «di fronte alle dimensioni di questa crisi» gli imprenditori chiedevano a Ortega di compiere «tutti gli sforzi possibili per trovare una soluzione pacifica, prima di ritrovarci immersi in una situazione ancora più tragica in cui prendano slancio gli estremismi propri della polarizzazione che tanto danno hanno causato alla nostra patria».
Provocare questi estremismi e polarizzare il Paese risponde alla strategia del regime, che non solo pretende di logorare la protesta civica, stancare la gente, terrorizzarla, ma anche infiammare il settore più radicalizzato di quanti lo avversano, perché rispondano con violenza alla repressione e accreditare così la versione che si tratti di una violenza generalizzata e fuori controllo.

Il Paese necessita di una risposta subito!”

Già nella seconda sessione di dialogo, il 21 Maggio, José Adán Aguerri, presidente del COSEP, che per anni è stato un fervente difensore di tutte le decisioni del governo diventandone di fatto un portavoce, aveva affermato: «Il Paese non regge una soluzione a medio termine. Ha bisogno di una risposta immediata e il governo deve dare risposte politiche convincenti». Ma siccome queste risposte non sono arrivate, gli imprenditori hanno preso carta e penna, e scritto ad Ortega.
Nei giorni precedenti “la madre di tutte le marce”, hanno detto la loro anche tre rappresentanti del grande capitale di Nicaragua: Carlos Pellas (dell'omonimo gruppo), Roberto Zamora (del gruppo finanziario LAFISE) e Ramiro Ortiz (del gruppo finanziario BANPRO). Pur in dichiarazioni diverse, i tre hanno chiesto le stesse cose: la cessazione della violenza ed elezioni anticipate.
Anticipare le elezioni non suppone solo che Ortega accetti tale soluzione, ma che collabori in tutti gli aspetti costituzionali e legali per fare in modo che tali elezioni siano giuste, trasparenti, libere ed osservate. Cedere su tutto ciò, riconoscendo che i rapporti di forza nel Paese sono cambiati e, quindi, negoziare una riforma elettorale e politica in condizioni di uguaglianza con Alleanza Civica, suppone una implicita rinuncia di Ortega e Murillo a continuare al governo.
A questo Ortega ha detto “no” il 30 Maggio dalla tribuna da cui ha parlato ai suoi simpatizzanti, cioè a quanti il suo silenzio mantiene oggi orfani di una politica. Mentre ai suoi alleati incondizionati per undici anni del grande capitale ha spiattellato: «Il Nicaragua non è proprietà privata di nessuno!». Da quel giorno, è evidente che in questa inattesa congiuntura che vive il Nicaragua, Ortega non solo ha perso la gerarchia cattolica, ma anche i maggiori proprietari privati del Nicaragua.

Impresa privata e Chiesa cattolica

Se i quattro poteri dello Stato (Esecutivo, Legislativo, Giudiziario, Elettorale) sono tutti controllati dal regime da anni, dei tre poteri di fatto, Chiesa cattolica, Impresa Privata ed Esercito, i primi due si sono già pronunciati.
L'impresa privata, dando per “esaurito” il modello che aveva pattuito con il governo, reclama oggi le elezioni anticipate.
Mentre la Chiesa cattolica si è posta a lato del popolo in rivolta. La gerarchia cattolica, che il regime considerava incapace di opporsi, ha fin qui mantenuto una posizione coraggiosa e coerente. Non solo i vescovi della Conferenza Episcopale hanno condotto con enorme capacità un dialogo nazionale iniziato tra tanti dubbi e rischi. Ma sacerdoti e parroci, religiose e religiosi hanno partecipato alle mobilitazioni, hanno soccorso feriti, raccolto e distribuito alimenti ai contadini giunti a Managua e agli studenti che occupano i campus universitari, hanno mediato nei conflitti locali salvando vite, esigendo libertà per i detenuti, accompagnando il popolo...
Fra i risultati della ribellione civica c'è anche questo: il regime non ha più la Chiesa cattolica dalla sua parte. Ha ancora dalla sua, sì, i leader evangelici più in vista, i quali tacciono o emettono timidi e generici pronunciamenti in cui lamentano la violenza “da qualsiasi parte provenga”. È, tuttavia, verosimile che in un Paese con il 40% di evangelici, anche parte di essi sia coinvolta nella resistenza civica contro il regime e partecipi ai blocchi stradali, alle mobilitazioni e in tutte le iniziative che cercano di affrettare una soluzione civica.

E l'Esercito?

Fin dall'inizio della crisi, l'Esercito del Nicaragua ha dichiarato che non parteciperà alla repressione delle proteste pacifiche ma si limiterà a proteggere le proprietà pubbliche strategiche. Tale posizione è stata riaffermata in tre comunicati. Tuttavia, alcune voci chiedono una sua partecipazione più decisa perché non si prolunghi l'agonia del regime. Fra esse, quella del comandante Modesto, al secolo Henry Ruiz, uno dei nove comandanti della Direzione Nazionale dell'FSLN negli anni '80, per il quale «l'Esercito nazionale deve chiarire la sua posizione» e fugare i dubbi che derivano dalla partecipazione alla repressione di franco-tiratori, armati di fucili di precisione, come il Dragunov, arma in dotazione proprio alle forze armate.
Un'altra voce è quella di Etica e Trasparenza: «Per incanalare il dialogo, è necessario che l'Esercito, nel più umanitario dei suoi compiti costituzionali di prevenzione e mitigazione dei disastri, faccia vedere la realtà al binomio dittatoriale, segnalando i limiti della pazienza nazionale».

Non resterà pietra su pietra”

Oltre a stancare la gente per logoramento e paura, e provocarla perché ceda alla violenza, a partire dal 30 Maggio, la strategia del regime per affrontare la ribellione popolare è ancora più chiara: repressione (sparare per uccidere) e distruzione (saccheggi, incendi di esercizi commerciali privati, paura nei quartieri di notte...); tutte azioni tollerate dalle forze dell'ordine e provocate con totale impunità dalle forze del disordine, organizzate in tutto il territorio nazionale con la complicità delle autorità locali leali a Ortega.
Al riguardo, vale la pena ricordare quanto disse il Procuratore Generale della Repubblica, Hernán Estrada, al CENIDH di fronte ai difensori dei diritti umani e giornalisti riuniti il 13 Ottobre 2008, cioè una settimana dopo le elezioni municipali che avevano visto la prima delle quattro frodi elettorali che si sono susseguite. In quel frangente, in 40 punti nevralgici della capitale, gruppi di vandali tollerati dalla polizia, armati con armi da fuoco e machetes intimorivano la popolazione, difendendo il fraudolento risultato elettorale. Ebbene, quel pomeriggio Estrada sostenne: «Se il capo di Stato e leader politico del Fronte Sandinista, Daniel Ortega, ordinasse ai suoi seguaci di scendere in strada non resterebbe pietra su pietra in questo Paese. Bisogna ringraziarlo per quello che non ha fatto, per la saggezza e la serenità del governante che abbiamo». Quella minaccia era anche un'accettazione tacita che chi promuoveva la violenza nelle strade era proprio Ortega.

Non abbiamo responsabilità”

La strategia del regime si basa anche sul negare la realtà che lo ha fatto diventare minoranza sociale e politica, e che, se si dovessero anticipare elezioni, lo convertirebbe anche in minoranza elettorale.
Il 31 Maggio, con il Paese ancora scosso dal sanguinoso Día de las Madres, il regime ha dato a conoscere la sua posizione mediante un comunicato stampa, di cui riportiamo letteralmente i punti 5 e 8, perché dimostrano con quanto cinismo si contraddicano gli impegni assunti dai rappresentanti di Ortega nel dialogo nazionale rispetto al rapporto della CIDH.
«5. Il Governo di Riconciliazione e Unità Nazionale denuncia enfaticamente tutti i crimini che sono stati commessi a partire dal 18 Aprile, respinge qualsiasi responsabilità di tale violenza e afferma categoricamente che compierà il suo dovere di evitare altro spargimento di sangue, nuovi scontri fratricidi, altre montature calunniose, dimostrando ogni giorno da dove provenga questo tentativo di seminare il caos, accusandoci dello stesso, quando la principale prova della sua fallacia sono gli 11 anni di Pace, Giustizia e Sviluppo, che in Cristianesimo e Solidarietà ha conosciuto il Nicaragua».
«8. In Nicaragua non esistono forze di assalto, né gruppi paramilitari affini al governo, per la qual cosa non possiamo accettare che si pretenda di accusarci di fatti dolorosi e tragici che non abbiamo provocato, che mai provocheremo e che a partire da accuse infondate si pretenda di restringere la applicazione del Dovere Costituzionale delle Forze dell'Ordine Pubblico di contribuire alla sicurezza delle Famiglie».

L'incerto “fattore Almagro”

Il governo combina la sua strategia di logoramento e terrore con il cosiddetto “fattore Almagro”. Il 1° Giugno, è stato pubblicato il calendario di attività concordato dal governo con la segreteria generale dell'OSA presieduta da Luis Almagro, cui obiettivo è «il rafforzamento delle istituzioni democratiche del Nicaragua». Sicuramente, tale documento era pronto già da qualche tempo, ma il governo l'ha pubblicato il 1° Giugno per far capire quali siano le sue intenzioni: continuare la repressione in quanto si considera vittima di «una cospirazione» e negoziare solamente con l'OSA tutto ciò che si riferisce alla democrazia, senza partecipazione alcuna di Alleanza Civica a questo iter.
Pertanto, secondo il calendario, fra Luglio e Ottobre 2018, esperti dell'OSA si distribuiranno in tutto il Paese (in che modo, se dovessero restare i blocchi stradali, non è dato saperlo...) e nel Gennaio 2019 presenteranno al governo una «proposta di riforma elettorale».
Sebbene Almagro abbia dichiarato, a seguito di innumerevoli pressioni dato il suo confuso comportamento nel caso nicaraguense, che le elezioni dovrebbero tenersi «nel più breve tempo possibile», il calendario sembra disegnato per portare il Paese alle urne nel 2021, quando scadrà il mandato di Ortega.
Se Ortega e Murillo hanno dimostrato in queste settimane di negare la realtà non accettando la svolta impressa al Paese dai fatti di Aprile, Almagro, che conosce appena il Nicaragua, ancora meno deve comprendere la complessa e difficile “rivoluzione non armata”, e sembra piuttosto condividere tale negazione.
Il “memorandum di intesa” firmato dal segretario generale dell'OSA con il governo agli inizi del 2017 non si è tradotto minimamente in pratica nell'arco di quest'anno: non un passo è stato fatto nella direzione indicata. Nel frattempo, il Paese è cambiato e Almagro non sembra percepire il cambiamento.

La rinuncia di Rivas: troppo poco e troppo tardi

A fine Dicembre 2017, il presidente dello screditato Potere Elettorale, Roberto Rivas, uno degli “intoccabili” della compagine di Ortega, è stato sanzionato dal governo degli Stati Uniti, ai sensi della legge Magnitsky (v. envío del Gennaio/Febbraio 2018, ndr), per corruzione e violazione dei diritti umani, avendo diretto quattro frodi elettorali, violando gravemente i diritti politici dei nicaraguensi. Nemmeno allora il governo gli ha, però, chiesto di farsi da parte, né lui si è dimesso, né l'OSA ha chiesto la sua rinuncia. Il governo lo ha separato dal suo incarico semplicemente perché necessitava di un'altra “firma” per amministrare l'organo elettorale.
Sta di fatto che, in Maggio, dando prova di non sapere cosa stia succedendo in Nicaragua, intervistato da La Voz de América, Almagro ha presentato come un successo della sua gestione in Nicaragua il fatto che Rivas abbia rinunciato al suo incarico... E in un documento ufficiale l'OSA manifesta il suo «apprezzamento» per la rinuncia, «in quanto segnale verso la ricostituzione della fiducia e della armonia democratica nel Paese».

Il ruolo dell'OSA

Nonostante le inconguenze della posizione di Almagro, l'insurrezione civica necessita dell'OSA. La richiesta di elezioni libere e trasparenti non è un progetto di Almagro, né dell'OSA, ma di tutta la società nicaraguense, dopo una serie di frodi elettorali. L'insurrezione civica ha bisogno dell'OSA per uscire dalla crisi, ma fino a quando la segreteria generale dell'Organizzazione negozierà solo con Ortega, la crisi nicaraguense non avrà soluzione.
Riguardo il calendario presentato dall'OSA, l'esperto in materia elettorale nonché direttore di Etica e Trasparenza Roberto Courtney sostiene che non sia necessariamente da scartare tale proposta, anche se il calendario è stato definito Almagro con il governo, senza coinvolgere Alleanza Civica: «Il problema del calendario e dell'accordo non sono i suoi contenuti, ma i tempi. L'OSA deve scegliere: mantenere la scadenza concordata di tre anni rappresenterebbe una farsa in un Paese che è al bordo della guerra civile e che ha bisogno di una soluzione rapida. E ciò che dobbiamo fare come nicaraguensi è accelerare il calendario, che nei suoi contenuti non è poi così male».

C'è bisogno di tutto e tutti

In ambito nazionale, la strategia del regime è ferma al punto di partenza: logorare la popolazione che si è ribellata con un'intensa repressione e terrorizzarla con i gruppi violenti da esso organizzati. Fomentare la violenza perché si producano reazioni violente e così generare confusione. E dividere l'Alleanza Civica per rinviare nel tempo la soluzione della crisi.
Due sono le principali strategie della rivolta civica: proseguire con le mobilitazioni pacifiche nelle strade e moltiplicare i blocchi stradali nei punti strategici del Paese.
Riprendere il dialogo è altrettanto necessario. Ogni conflitto, per complicato che sia, finisce sempre con una negoziazione. Tuttavia, dopo quanto occorso il Giorno delle Madri, anche il vescovo Rolando Álvarez ha dichiarato: «Non possiamo sederci ora ad un tavolo macchiato di sangue».
Con il dialogo sospeso, mantenere l'Alleanza Civica per la Giustizia e la Democrazia come riferimento dell'unità nazionale è altrettanto strategico. Rafforzarla a livello internazionale, elaborare proposte di soluzione, cercando di attrarre verso di esse il segretario dell'OSA Almagro per ottenere quanto prima le elezioni generali, è altrettanto strategico.

Sciopero nazionale, disobbedienza civile

Le Madri di Aprile, gruppo sorto dopo la strage compiuta in quel mese, quando è scoppiata l'insurrezione civica, hanno chiesto all'impresa privata di promuovere uno sciopero nazionale.
L'Accademia delle Scienze di Nicaragua ha fatto appello alla disobbedienza civile: non pagare imposte alla direzione generale delle Entrate, né alle dogane. Di fatto, nella realtà, è già in corso uno sciopero nazionale, data la grande quantità di blocchi stradali che ostacolano il transito nel Paese. Mentre una miriade di piccole e medie imprese di turismo, servizi e produzione non riescono più a pagare le tasse, stanno chiudendo e lasciando a casa migliaia di nicaraguensi. Di fatto, si va estendendo una disobbedienza civile perché molti commercianti non possono versare le imposte. In questo contesto, gli oltre 12 mila commercianti del Mercato Orientale di Managua, il più grande del Centroamerica e polmone commerciale del Nicaragua, si sono dichiarati, il 4 Giugno, in disobbedienza civile: non verseranno alcuna imposta ad alcuna istituzione.

Il dialogo è nelle strade

Nelle case e nelle strade di tutto il Paese si sviluppa, di fatto, un “dialogo nazionale”: cosa accadrà, come andrà a finire, quali sono i passi da fare?... Senza una leadership unica, senza una gerarchia cui obbedire, senza una voce che si imponga, tutti discutono, informano e, a volte, disinformano, riflettono e propongono. Dietro tutte le voci, o almeno dietro la maggioranza di esse, c'è la convinzione che ogni giorno in più per il regime significa spargimento di sangue ed un'economia sempre più fragile. Dietro tutte le strategie della nuova maggioranza nazionale c'è la convinzione che senza l'uscita di scena di Daniel Ortega e Rosario Murillo dal governo non si può andare avanti e che i due hanno perso ogni autorità morale e capacità politica per continuare a governare.

Tante domande

Sono tante le domande del momento. Se ne andrà Ortega, magari facendo terra bruciata, vendicandosi così del grande capitale che ha rotto l'alleanza che aveva stipulato con lui? Oppure, riuscirà ad attrarre nuovamente il grande capitale, dividendo così l'Alleanza Civica? Vorrà il grande capitale mettere la parola fine a tutto ciò con un ulteriore compromesso al ribasso? O si deciderà il grande capitale per uno sciopero nazionale, correndone i rischi?
Si imporrà il “fattore Almagro” nella sua peggiore versione o il segretario generale dell'OSA comprenderà finalmente cosa sta accadendo in Nicaragua?
Molte delle risposte a queste domande dipendono dalla posizione che continuerà ad assumere l'impresa privata, che all'interno dell'Alleanza è il settore più vulnerabile alle pressioni di Ortega.
Il settore del Paese più vulnerabile alla crisi economica, quello che vive del proprio lavoro e del proprio salario, che non dispone di capitali, è invece la maggioranza che sta perdendo il lavoro per il crollo dell'economia. Quanto tempo potrà resistere questa gente?
E se ciò che tiene insieme il Paese è la lealtà a Ortega o il rifiuto dello stesso, cosa succederà quando questi se ne andrà?
E quale sarà il ruolo che giocheranno gli Stati Uniti? Anche se è oggi difficile da immaginare, avvieranno una negoziazione con Ortega? Intanto, il 25 Maggio, il Dipartimento di Stato ha condannato «la violenza recente che scuote il Nicaragua, perpetrata da sicari controllati dal governo, che si traduce nella morte di manifestanti pacifici»; ed ha esortato il governo a partecipare ad un «dialogo credibile e inclusivo», nonché a «mettere pienamente in pratica» le raccomandazioni della CIDH. Concetti ribaditi dal segretario di Stato Mike Pompeo nell'Assemblea Generale dell'OSA, il 5 Giugno, giorno in cui il tema Nicaragua è formalmente entrato nell'agenda dell'Organizzazione, su proposta degli Stati Uniti, che il Nicaragua ha dovuto accettare.
In mezzo a tante domande, c'è comunque un consenso crescente fra quanti hanno tutto e quelli che hanno poco: che non ci siano altri morti.
Chi ha saputo captare meglio il momento che vive il Paese è lo scrittore argentino Martín Caparrós, che ha visitato il Paese in Maggio e poi ne ha scritto su The New York Times: «Se qualcuno sapesse come cominciano le rivoluzioni saprebbe quasi tutto. Una rivoluzione è un cambiamento radicale dello stato conosciuto: arriva quando tutto ciò che davamo per scontato cessa di esserlo all'improvviso (…) Quando i giovani indolenti si decidono a giocarsi la vita, quando gli imprenditori soddisfatti si scontrano con i loro gerenti generali, quando i preti smettono la sottomissione e trovano la loro missione, quando l'uomo forte diventa debole e ormai nessuno più lo teme (…) In questi giorni, in Nicaragua, la vita è cambiata. La politica – tanto deprecata – occupa tanto spazio: le persone pensano a questioni cui non pensavano, si interrogano, immaginano. Una rivoluzione è il momento in cui cambiano le domande e si può non avere risposte. In questi giorni, nelle città nicaraguensi, la vita è differente: nelle strade, in qualsiasi momento, può accadere di tutto... Che succeda ciò che nessuno aveva previsto, che ogni tanto la realtà ti dimostri che stavi sbagliando, è un bagno di umiltà, un canto di speranza».

 

STATISTICHE

Oggi179
Ieri364
Questa settimana543
Questo mese543
Totale7230257

Ci sono 41 utenti e 0 abbonati online

VERSAMENTI E DONAZIONI

Bastano pochi clicks, in totale sicurezza!

Importo: