«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NICARAGUA / La resistenza contro la strategia del terrore

Prosegue la nostra cronaca dell'insurrezione civica iniziata nello scorso Aprile: in quest'articolo, analizziamo gli eventi occorsi nel mese di Giugno. Daniel Ortega continua afferrato al potere e, pur di non cedere, ha optato per la strategia del terrore, con conseguente aumento dei crimini commessi dalle forze a lui leali in tutto il Paese. Tuttavia, si avvertono i primi segnali che il mondo comincia a rendersi conto di quanto stia accadendo in Nicaragua: tale consapevolezza è essenziale perché la lotta dei nicaraguensi abbia successo. In ogni caso, il Paese non tornerà più alla “normalità”, a com'era prima del 18 Aprile, come pretenderebbe Ortega a fucilate...

Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

Da quando, il 30 Maggio, il regime ha sparato sulla folla convenuta per la manifestazione della Giornata delle Madri, la lotta civica ha dovuto fare i conti con la strategia del terrore scelta da Ortega per soffocare la ribellione. Forze di polizia e paramilitari si sono scatenate in tutto il territorio nazionale, provocando morti e feriti, catturando e arrestando illegalmente quanti, a quella data, risultavano aver partecipato “alle proteste” o “ai posti di blocco”.

Blocchi stradali e barricate

A partire da Aprile, la resistenza civica ha fatto crescente ricorso a blocchi stradali e barricate nelle città. All'inizio di Giugno, oltre un centinaio di posti di blocco ostacolavano il transito nelle principali arterie del Paese, tanto che decine di camion carichi di merci risultavano fermi alla frontiera Sud (con il Costa Rica, ndr).
Oltre che a difendere la gente dall'arrivo delle forze di polizia e paramilitari, blocchi e barricate hanno anche la funzione di organizzare su base territoriale la popolazione, che finora si è mostrata solidale nei confronti degli insorti, donando loro alimenti e medicine.
Nei fatti, blocchi e barricate sono l'unico strumento di pressione civica sul regime, permanente e diffuso in tutto il Paese, il cui impatto è superiore alle manifestazioni, ai cortei e presidi di massa che si sono succeduti in Aprile e Maggio.
Pertanto, in Giugno, il regime ha dato il via ad autentiche operazioni militari per smantellare, a ferro e fuoco, blocchi stradali e barricate, e, inoltre, attaccare, sequestrare, incarcerare e assassinare quanti li difendono.

Il ruolo dell'Esercito

Dopo l'iniziale sconcerto e l'alto grado di improvvisazione nel reagire allo scoppio della rivolta in Aprile, il regime ha messo in atto una sistematica politica di terrore, condotta in maniera coordinata, sotto un unico comando e con le stesse modalità. Per questo, gli esperti in sicurezza non esitano a parlare di “terrorismo di Stato”.
Nel Paese si discute se l'Esercito sia implicato o meno in tale strategia del terrore. Quel che è fuori dubbio è che lo sia la Polizia Nazionale. Secondo alcuni, l'Esercito si sarebbe negato a collaborare alla repressione e, per questo, Ortega avrebbe organizzato, a parte, delle forze irregolari, che sono quelle che oggi impongono il terrore nel Paese. Quanti la pensano così esigono che l'Esercito disarmi queste forze.
Secondo altri, i gruppi paramilitari sarebbero composti da ex militari, che non a caso si coprono il volto con passamontagna, e le armi da essi utilizzate proverrebbero proprio dagli arsenali dell'Esercito. Per questo, le “operazioni di pulizia” per eliminare blocchi stradali e barricate e altre incursioni hanno caratteristiche proprie di azioni belliche; il che proverebbe la stretta collaborazione esistente fra Ortega e l'Esercito, con la Polizia subordinata a tale strategia.
Difficile dire quali interessi prevarranno nell'Esercito: quelli di chi difende l'istituzionalità delle forze armate o quelli di chi si sottomette ai disegni di Ortega? Comunque vada a finire, il crescente numero di forze irregolari impegnate in questa strategia del terrore ed il livello criminale da esse raggiunto renderanno probabilmente necessario l'intervento di forze di pace dell'ONU per garantire il loro disarmo.
Secondo un'analisi del periodico Insight Crime sui gruppi paramilitari in Nicaragua, a firma di Parker Asmann, «il ricorso a tali gruppi rende più difficile attribuire gli abusi dei diritti umani alle forze di sicurezza statali e permette al governo di Ortega di prendere le distanze per evitare le sanzioni per le violazioni dei diritti umani». In questo senso, secondo Roberto Orozco, esperto in materia di sicurezza nazionale, citato nell'articolo, «sarà difficile smantellare questi gruppi perché sono autosufficienti e armati fino ai denti, con armi che lo Stato fornisce loro [e che] non saranno restituite quando finirà la repressione. L'aumento del numero di individui come questi in possesso di armi da fuoco può creare una situazione di maggiore insicurezza, con alti indici di estorsione, omicidi e altri crimini».

Uno stato d'assedio di fatto

Sta di fatto che le carovane di forze irregolari – altrimenti dette paramilitari, “parapoliziesche”, persino di “terze” forze armate... – si muovono accompagnate e protette da pattuglie composte da agenti di polizia e poliziotti antisommossa: sono loro, infatti, a smantellare posti di blocco e barricate: “operazioni di pulizia” che il regime definisce «eventi miracolosi»...
Ai “para”, che girano incappucciati, corrisponde il “lavoro sporco”: perquisire le case, che a volte saccheggiano e derubano, e catturare persone, sulla base delle delazioni dei vicini che appartengono ai Consigli del Potere Cittadino (CPC, organizzazioni collaterali al partito di governo, ndr) che stilano liste con nomi e indirizzi di quanti si sospetta o si sa che stiano partecipando alle proteste.
In tutto il Paese queste azioni criminali hanno provocato uno stato d'assedio di fatto: di conseguenza, al calar della sera, la gente si chiude nelle case e nemmeno in esse si sente al sicuro, perché le operazioni di pulizia e cattura, come pure gli incendi e i saccheggi, avvengono proprio di notte.

Detenuti illegalmente, prigionieri politici

La strategia del terrore criminalizza quanti protestano. Il regime cerca di punire i giovani e spaventare le loro famiglie. Gli incappucciati arrestano e consegnano i fermati alle stazioni di Polizia, da dove, di solito, vengono portati a Managua, al carcere di Auxilio Judicial, più tristemente noto come El Chipote(essendo stato un luogo di tortura già dai tempi di Somoza, ndr). I fermati vi restano un numero imprecisato di giorni, senza che i loro familiari vengano informati e ancora meno consentire loro di difendersi; e vengono minacciati e picchiati. Si tratta di “prigionieri politici”, sostengono i giovani universitari che integrano l'Alleanza Civica. Più di recente, quelli che sono ritenuti leaders della protesta vengono processati per direttissima, accusati di reati che non solo non hanno commesso ma di cui, si sa, sono invece responsabili i corpi paramilitari: saccheggi, incendi, persino omicidi.
Nelle vicinanze del Chipote, comunque, si riuniscono ogni giorno familiari dei detenuti, che chiedono notizie dei loro cari. Esibiscono fotografie dei loro parenti e dietro ogni foto c'è una tragedia. Piangono e supplicano davanti ai cancelli del carcere: un'anziana di 96 anni vi è rimasta una settimana, giorno e notte, in attesa che le venisse restituito suo nipote.
Questa situazione è generalizzata in tutto il Paese. In Giugno, il Centro Nicaraguense di Diritti Umani (CENIDH) ha ricevuto cinque segnalazioni al giorno di detenzioni illegali, realizzate nelle forme descritte.
A fine Giugno, la Polizia ha cominciato a trasferire i detenuti dal Chipote al carcere Modelo di Tipitapa (nei pressi della capitale, ndr). Ma, secondo la Commissione Permanente dei Diritti Umani (CPDH), vi sarebbero anche carceri clandestine del regime in varie parti di Managua e dintorni.

Un triste anniversario

In vista del 19 Luglio (anniversario della liberazione dal somozismo, nel 1979, ndr), che Ortega vorrebbe celebrare con una manifestazione di massa in un Paese “libero” da blocchi stradali e barricate, il suo partito cerca di consolidare politicamente la propria base sociale.
Il 20 Giugno, ribadendo slogan quali “¡Comandante Daniel, ordene!” e “La difesa della pace è la difesa del sandinismo”, il presidente del Potere Legislativo, Gustavo Porras, ha promosso con i sindacati del Frente Nacional de los Trabajadores (FNT), da lui controllati, una riunione per lanciare l'iniziativa denominata Commissioni di Pace. Stando a quanto si legge nel documento reso pubblico per l'occasione, tali commissioni avranno il compito di «organizzare in ogni territorio, quartiere, contrada, villaggio e centro di lavoro delle squadre per la denuncia permanente delle azioni criminali dei nemici della pace». In pratica, si annuncia un lavoro di delazione nei posti di lavoro complementare a quello condotto dai CPC nei quartieri.
Altro compito previsto per le commissioni: «la diffusione delle vittorie per la pace», che secondo Porras il governo starebbe collezionando; per la qual cosa, sarà creato «il maggior numero di squadre di produzione, riproduzione e diffusione nelle reti sociali»; con il prevedibile risultato di moltiplicare la diffusione nelle reti sociali di notizie e profili falsi, che inventano ciò che non succede, convocano a ciò che non accade, minacciano, diffamano e provocano.

La Chiesa cattolica sfida il terrore

In assenza di partiti politici credibili, i vescovi del Nicaragua si sono guadagnati un enorme riconoscimento in questa crisi. Nonostante le loro fragilità, il ruolo da essi ricoperto è imprescindibile e insostituibile. La realtà ha trasformato la gerarchia della Chiesa cattolica – non solo vescovi, ma anche sacerdoti, parroci, religiosi e religiose – nell'istituzione più credibile e affidabile del Paese. Nei fatti, non c'era altra istituzione politica, né organizzazione sociale, presente in tutto il territorio nazionale, in grado di assumere quel ruolo quando nell'Aprile scorso la cittadinanza si è ribellata contro il regime. Fin dai primi momenti, i rappresentanti della Chiesa cattolica sono andati rispondendo a crescenti sfide, ogni volta con più coraggio, responsabilità e spirito di servizio.
Alcuni criticano la parzialità dei vescovi, che hanno il ruolo di “mediatori” nel dialogo nazionale e, pertanto, dovrebbero rimanere neutrali nel conflitto. Ma, in una situazione così estrema, i leaders cattolici si sono chiaramente posti a fianco della gente che vede in pericolo la vita propria e dei loro cari, seguendo il comandamento basilare – “non uccidere” – comune alle grandi religioni dell'umanità e, comunque, scolpito nella coscienza etica di tutti gli esseri umani.
Ortega e Murillo pensavano di tenerli sotto controllo, ma hanno fatto male i loro conti ed oggi li considerano dei nemici. In ciò sta uno dei loro principali punti di debolezza nell'attuale crisi, anche in considerazione della radicata religiosità popolare, presente in mille modi in questa lotta civica: dalle immagini della Vergine che fanno capolino fra gli adoquines(caratteristici blocchi di cemento che pavimentano le strade, ndr) delle barricate, ai giovani autoconvocati che portano rosari al collo, a quanti allertano via radio sugli attacchi dei paramilitari, inframezzando le notizie con preghiere improvvisate e citazioni bibliche.
Per quanto riguarda il mondo evangelico, molti credenti di queste denominazioni – circa il 40% della popolazione – e pastori locali appoggiano e offrono protezione agli insorti, in modo del tutto simile ai cattolici. Ma i dirigenti evangelici più noti sul piano mediatico tacciono o difendono il governo, apertamente o implicitamente, insistendo sul concetto che “la violenza proviene da tutte le parti”, senza precisare chi abbia dato inizio alla stessa e quanta sia la sproporzione delle forze in campo.

I vescovi e l'Alleanza Civica

Un altro spazio di resistenza è il dialogo nazionale, che ha legittimato sia i vescovi, che l'Alleanza Civica, la quale siede di fronte alla delegazione del regime.
All'Alleanza Civica per la Giustizia e la Democrazia partecipano giovani di diversi centri universitari che hanno iniziato l'insurrezione, rappresentanti del movimento contadino e della costa caraibica, imprenditori del COSEP (Consejo Superior de la Empresa Privada) e della Camera di Commercio Americano-Nicaraguense (AMCHAM), oltre a vari rappresentanti della società civile.
Vescovi e Alleanza Civica sono gli interlocutori che qualsiasi attore internazionale preoccupato per la crisi nicaraguense dovrebbe ascoltare. Tuttavia, l'urgenza di una soluzione della crisi in contrasto con la lentezza del procedere del dialogo fanno sì che molta gente dubiti dell'efficacia di quest'ultimo come meccanismo di pressione su Ortega.

Ortega non vuole “questo” dialogo

La gente fatica a comprendere che, in realtà, Ortega non intende dialogare, né negoziare, e che non gli è rimasto altro da fare che accettare il dialogo nazionale nella sua attuale formula: con i vescovi nel ruolo di mediatori e l'Alleanza Civica, composta da imprenditori, contadini, giovani e società civile, come interlocutrice. Li ha accettati solo perché costretto dalla pressione popolare. In questo senso, nulla sarebbe più utile alla strategia del regime se vescovi e Alleanza Civica si disperassero e dessero per concluso il dialogo. In uno scenario politico senza questo dialogo nazionale, il regime di Ortega e Murillo ne inventerebbe un altro, selezionando dei mediatori ad esso subordinati e delle controparti da essi controllate, per dare l'apparenza di una negoziazione che vuole raggiungere la “pace” e tornare alla “normalità” precedente ai fatti di Aprile.

Le cifre del terrore

Nelle ultime settimane, il terrore è andato aumentando. Il 26 Giugno, l'Associazione Nicaraguense Pro Diritti Umani (ANPDH) ha fornito le cifre raccolte in base alle denunce ricevute fra il 18 Aprile e il 25 Giugno: si parla di 285 persone assassinate nel contesto delle proteste, di cui 23 ancora da identificare; il 96,2% dei morti sono civili, il 3,8% poliziotti.
Del 56,1% dei morti (127) si è potuta stabilire l'età: di essi, 21 erano bambini ed adolescenti; il resto minori di 30 anni.
La maggioranza dei morti (145) sono caduti a Managua; il municipio di Masaya è secondo alla capitale per numero di morti: 30.
L'82,2% dei morti (235) sono stati colpiti da armi da fuoco: un colpo mortale alla testa nel 32% dei casi.
Secondo l'ANPDH, erano 1.500 i feriti ricoverati in centri ospedalieri, dei quali 46 con lesioni gravi, tali da invalidarli per il resto della vita.
I detenuti illegalmente erano 72, mentre 201 erano già stati liberati, con segnali di tortura e trattamenti degradanti.
Inoltre, a quella data, si contavano 156 persone scomparse. Emblematico il caso di un giovane, di cui si erano perse le tracce due mesi prima e riapparso a Managua a fine Giugno, in stato confusionale e con cicatrici in tutto il corpo; in base alle informazioni dallo stesso fornite alla Commissione Permanente dei Diritti Umani (CPDH) si suppone l'esistenza di carceri clandestine nelle quali si troverebbero alcune delle persone considerate “desaparecidas”.
Una settimana dopo, l'ANPDH ha aggiornato il quadro, contabilizzando 309 morti, di cui 297 civili; 253 di esse, vittime di armi da fuoco; 158 le persone scomparse e oltre 200 quelle detenute illegalmente.
Al chiudere quest'articolo (6 Luglio; in redazione a Managua, ndr), tali numeri erano già superiori. In base ad essi, dal 18 Aprile, ogni sei ore, in media, un nicaraguense viene assassinato in episodi collegati alla rivolta in corso.

Il crollo dell'economia

In questo quadro, anche l'economia accusa colpi. A risentirne di più è quella popolare: centinaia di piccole e medie imprese, legate al turismo, al commercio e ai servizi, hanno dovuto chiudere o ridurre le ore di lavoro, gettando nella disoccupazione definitiva o temporanea – “fino a nuovo avviso” – migliaia di persone; una tragedia in un Paese in cui l'80% delle imprese sono di piccole e medie dimensioni, e dove la disoccupazione o l'impiego informale sono i principali problemi della gente.
Tale massiccia e repentina disoccupazione associata alla paura della violenza scatenata dal regime hanno spinto centinaia di persone, soprattutto giovani, a chiedere in fretta passaporto e visto per l'espatrio. Le quotidiane, lunghe file davanti agli uffici di migrazione testimoniano tale crisi: in migliaia cercano rifugio in Costa Rica, oppure a Panamá e in Spagna.
Verso fine Giugno, il presidente del Banco Central de Nicaragua ha dovuto ammettere che la meta di crescita prevista per il 2018, che il BCN stimava fra il 4,5% e il 5%, e che fino a poche settimane fa riteneva non avrebbe subito contraccolpi, oscillerebbe ora fra lo 0,5% e l'1,5%.
Con l'economia affondata dalla crisi e l'incremento della migrazione, a crescere saranno probabilmente solo le rimesse familiari.

“Un golpe dell'oligarchia”

Poche ore dopo l'intervento del Banco Central, FUNIDES (Fundación Nicaragüense para el Desarrollo Social) ha dipinto un quadro assai più fosco: «Dopo 72 giorni di crisi e di fronte alla mancanza di volontà del governo di trovare una soluzione negoziata» alla stessa, nel 2018 l'economia avrebbe già perso 600 milioni di dollari e potrebbe perderne fino a 1,4 miliardi. Pertanto, secondo le stime di FUNIDES, l'anno dovrebbe chiudersi con un tasso di crescita negativo, con una contrazione del PIL che potrebbe spingersi al -5,6%, sottolineando come siano già andati persi 215 mila posti di lavoro.
Secondo Juan Sebastián Chamorro, direttore di FUNIDES e membro dell'Alleanza Civica, si tratta della «più significativa recessione dal 1978», cioè da quando si intensificò l'insurrezione contro Somoza, «considerando, inoltre, che il Paese stava conoscendo una crescita positiva». Secondo Chamorro, è difficile predire quanto tempo richiederà la ripresa. Per alcuni analisti, le conseguenze economiche dell'attuale crisi politica superano ormai il danno che avrebbe provocato l'approvazione del Nica Act da parte del Congresso statunitense.
Alle stime di FUNIDES hanno fatto seguito nuove cifre ufficiali, accompagnate da una “interpretazione” della crisi formulata dal ministro del Tesoro (Hacienda) Iván Acosta, per il quale i disoccupati sarebbero 250 mila, risultato di «un colpo di Stato contro la stabilità del Paese e dell'economia» nazionale, provocato «dall'oligarchia in nome dell'istituzionalità».

Occupazioni di terre: vendetta politica

Il regime ha teso a colpire anche gli imprenditori con una campagna ben organizzata di invasioni di fattorie e occupazioni di terre. Secondo una denuncia del 20 Giugno dell'Unione dei Produttori Agrozootecnici di Nicaragua – una delle camere imprenditoriali del COSEP –, a partire dalla prima settimana di Giugno a León e Chinandega e, quindi, in altre zone di Managua, Rivas e Estelí, si assisterebbe ad «un incremento smisurato di invasioni di aziende agricole di associati, al margine della legge e in violazione del diritto alla proprietà privata»; gli appezzamenti di terra invasi misurano fra le 50 e 700 manzanas(fra 35 e 490 ettari circa, ndr), per un totale, a fine Giugno, di circa 4 mila manzanas (2.800 ettari circa, ndr).
Quanto ai “tomatierras”(gli occupanti, ndr), si tratta di famiglie povere che si prestano a collaborare a tali manovre. In pieno giorno, senza che la Polizia o altra autorità intervenga, essi vengono condotti alle terre da occupare in veicoli di autorità municipali o del partito di Ortega. Nei terreni invasi si ripartono i lotti, si istallano capanne, a volte si procede a disboscare e così quei poveri contadini cominciano a viverci. Il regime promette loro di riconoscere la proprietà di tali terre. Alcuni, però, non perdono tempo e vendono i lotti occupati a nuovi invasori...

Un populismo irresponsabile

Con questo “populismo irresponsabile” Ortega cerca di crearsi una nuova base di simpatizzanti. Lo aveva già fatto nel 1990, quando l'FSLN (Frente Sandinista de Liberación Nacional) perse le elezioni, mediante una massiccia legalizzazione di terre rurali e lotti urbani che gli garantissero una base sociale per governare “dal basso”. L'attuale politica populista va letta anche come una rappresaglia contro gli imprenditori privati che hanno sfidato il regime, criticandolo e mettendo la parola fine al “modello di dialogo e consenso” sostenuto con Ortega per dieci anni, un patto economico che li ha aveva trasformati nei migliori alleati del regime, oltreché suoi soci in affari privilegiati.
In questa congiuntura della storia nazionale, dopo quello della gerarchia cattolica, Ortega ha perso anche il sostegno dell'impresa privata; e, per vendicarsi, “sta passando il conto” agli uni, saccheggiando le chiese, e agli altri, invadendo le proprietà agrarie.

La resistenza nicaraguense arriva all'OSA

Per la resistenza al regime è fondamentale un deciso appoggio internazionale. Se in Giugno si è scatenato il terrorismo di Stato, nello scenario della crisi si sono però moltiplicate le pressioni internazionali su Ortega, che appare sempre più isolato e con sempre meno amici nel mondo.
Già in Maggio, il dialogo nazionale aveva ottenuto un importante frutto, forzando il governo ad invitare in Nicaragua la Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH), istanza autonoma dell'Organizzazione degli Stati Americani (OSA). Il rapporto preliminare elaborato dalla CIDH, sulla base di oltre un migliaio di testimonianze ascoltate a Managua, Masaya, León e Matagalpa dalla bocca di familiari delle vittime dei massacri di Aprile, ha costituito il primo tassello della pressione internazionale sul regime.
Il 5 Giugno, nell'Assemblea Generale dell'OSA celebrata a Washington e dedicata al tema del Venezuela, la crisi di Nicaragua è entrata nell'agenda del giorno. Non era previsto. Ciò ha rappresentato un enorme successo della delegazione di Alleanza Civica, recatasi all'incontro per far sentire la voce del Nicaragua. Da quel giorno, la resistenza civica conta su una maggiore attenzione del continente a quanto succede in Nicaragua.

Sorpresa: c'è anche la firma del regime...

La “Dichiarazione in appoggio al popolo di Nicaragua” approvata il 5 Giugno dall'OSA è stata presentata insieme dai governi degli Stati Uniti e del Nicaragua. La firma del rappresentante di Ortega in calce alla stessa ha causato sorpresa e ogni tipo di speculazioni. L'ambasciatore degli Stati Uniti all'OSA, Carlos Trujillo, ha chiarito in seguito che, secondo la procedura, solo con il consenso del Nicaragua si sarebbe potuto giungere ad una dichiarazione di quel tipo. I cui contenuti paiono alquanto generici, in confronto al grado di violenza esistente nel Paese e dal momento che il documento non identifica il governo come promotore della violenza.
Nel plenario dell'Assemblea, Trujillo è stato esplicito: la Dichiarazione marca l'inizio della partecipazione degli Stati membri dell'Osa «alla grave situazione in Nicaragua» ed ha per obiettivo porre fine «alla violenza perpetrata contro la popolazione dal governo e dai suoi seguaci ed eliminare le pratiche antidemocratiche che il governo ha istituito nell'ultimo decennio». E per dissipare qualsiasi sospetto sul perché il rappresentante del governo di Ortega abbia sottoscritto la Dichiarazione, Trujillo ha aggiunto: «Siamo chiari (...): è il governo nicaraguense ad aver commesso crimini gravi contro manifestanti pacifici e contro la proprietà» e, quindi, tocca soprattutto ad esso «rispondere all'appello contenuto nella Dichiarazione», per una «cessazione immediata degli atti di violenza, intimidazione e minacce».

“Con la violenza, non c'è negoziazione”

Pochi giorni dopo, Trujillo è arrivato in Nicaragua per una visita di due giorni. Ha parlato con i vescovi, con esponenti dell'Alleanza Civica e con Ortega. Sono seguite dichiarazioni assai prudenti da parte di tutti gli interlocutori. Al momento di lasciare il Paese si è compreso meglio l'obiettivo della visita di Trujillo: far sì che Ortega invitasse, finalmente, in Nicaragua l'Unione Europea, l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e, nuovamente, la CIDH.
Giorni dopo, in un'intervista a La Prensa, Trujillo ha commentato brevemente il contenuto dell'incontro avuto con Ortega: «Abbiamo parlato della violenza. Abbiamo detto che gli Stati Uniti sono molto preoccupati per la violenza e seguono da vicino i responsabili della stessa perché un giorno saranno giudicati per tali crimini (...) Finché ci sarà violenza, non ci sarà negoziazione».

Altri tre sanzionati dalla Legge Magnitsky

Soltanto pochi giorni dopo, le parole di Trujillo sono diventate realtà. Il 5 Luglio, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha applicato la cosiddetta Legge Globale Magnitsky a tre nicaraguensi della cerchia più vicina a Ortega: Francisco Díaz, capo di fatto della Polizia e consuocero di Ortega e Murillo; Francisco López, tesoriere dell'FSLN, e Fidel Moreno, segretario politico dell'FSLN di Managua. Secondo gli Stati Uniti, Díaz «ha partecipato a gravi abusi dei diritti umani contro il popolo del Nicaragua»; Moreno «ha diretto atti di violenza commessi dalla Gioventù Sandinista e da gruppi armati pro-governativi che risultano implicati in numerosi abusi contro i diritti umani in occasione delle proteste contro il governo»; e López, vicepresidente di ALBANISA, presidente di PETRONIC e tesoriere del partito al governo, è accusato di «utilizzare la sua posizione a beneficio proprio e della sua famiglia, di usare compagnie di sua proprietà per ottenere contratti con il governo». (ALBANISA, acronimo di Alba de Nicaragua, Sociedad Anónima è un'impresa privata il cui pacchetto azionario è detenuto al 51% da PDVSA Petróleos de Venezuela, Sociedad Anónima e al 49% dalla sua omologa nicaraguense PETRONIC – Empresa Nicaragüense de Petróleo, Sociedad Anónima ; ndr). Pertanto, recita il comunicato, «vengono bloccati tutti i beni e ogni partecipazione a beni dei sanzionati all'interno della giurisdizione degli Stati Uniti», mentre «agli statunitensi viene proibito di realizzare transazioni» con le persone indicate, «comprese entità che appartengono o che sono controllate da esse».

Ortega: nessun segnale di cambiamento

Nel cupo scenario in cui la strategia del terrore ha gettato il Paese, si è speculato sulla “uscita di scena” che Ortega avrebbe negoziato con funzionari statunitensi, in occasione della visita in Nicaragua, in Giugno, di Caleb McCarry, inviato con l'avallo del Dipartimento di Stato e del repubblicano Bob Corker, influente presidente del Comitato di Relazioni Estere del Senato. McCarry, esperto in processi di transizione, si è riunito con i vescovi ed esponenti dell'Alleanza Civica. Ed ha parlato anche con Ortega che, con ogni probabilità, gli ha detto solo quel che McCarry voleva sentire... dal momento che il regime non ha poi dato alcun segnale di cambiamento.
Ortega non ha nemmeno accettato di anticipare le elezioni al Marzo 2019, come proposto dai vescovi e dall'Alleanza Civica nel dialogo nazionale il 23 Maggio. Dopo gli infruttuosi tentativi dei vescovi perché si esprimesse nel merito, in un breve messaggio Ortega si è detto «disposto ad ascoltare tutte le proposte nell'ambito di un quadro costituzionale», prolungando di fatto la crisi e cercando di guadagnare tempo; o meglio, più che guadagnarlo, per lasciare che il tempo passi irresponsabilmente, scommettendo sulla strategia del terrore per logorare gli avversari e allungare così la sua permanenza al potere.

La posizione di Almagro

Prima di Aprile, Ortega pensava di concludere il suo mandato presidenziale nel 2021, sulla base di un accordo firmato con il segretario generale dell'OSA, Luis Almagro, che prevede in quella prospettiva soltanto alcune riforme al deteriorato sistema elettorale.
Ciò non è più possibile. Ed anche il linguaggio di Almagro si è andato modificando in relazione alla crisi nicaraguense. In occasione dell'incendio provocato il 16 Giugno da forze paramilitari, in cui sono morte sei persone nella loro casa, in un quartiere di Managua – un gesto criminale che ha avuto un'eco internazionale maggiore di altri commessi in precedenza dal regime –, Almagro ha parlato per la prima volta, in un tweet, di «repressione» in Nicaragua, definendo quel crimine come di lesa umanità, «che non può restare impune».
E, alcuni giorni dopo, quando era in preparazione una “operazione pulizia” a Monimbó (il quartiere indigeno di Masaya, ndr), in un altro tweet Almagro ha affermato: «Il popolo di Masaya ha dimostrato il suo eroismo nelle pagine più oscure della storia del Nicaragua. Condanniamo qualsiasi tipo di attacco che attenti alla vita e alla sicurezza degli abitanti di Ticuantepe, Nindirí, Masaya e dei Pueblos Blancos» (sono così detti i villaggi della meseta di Carazo, cioè l'altopiano centrale del Nicaragua, ndr).
Secondo l'ex ministro degli Esteri Francisco Aguirrre Sacasa, in un'intervista al quotidiano La Prensa, «Almagro sta rimodulando la sua retorica sul Nicaragua per guadagnarsi la fiducia del popolo nicaraguense e consentire così all'OSA di giocare un ruolo nella ri-democratizzazione del Paese. Sebbene il segretario generale non abbia riconosciuto la responsabilità di El Carmen (in riferimento al luogo di residenza di Ortega e Murillo, ndr) nella violenza che sta sconvolgendo il Nicaragua, la sua posizione sta evolvendo».

Il fattore tempo

Ad oggi, il maggiore cambiamento nel linguaggio di Almagro si è osservato il 22 Giugno in seno all'OSA. Quel giorno, a Washington, la Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH) ha presentato il suo rapporto finale sul Nicaragua davanti al Consiglio Permanente dell'OSA. Nei fatti, da una quindicina d'anni il Consiglio non si riuniva per ascoltare un rapporto della CIDH. La presentazione è stata preceduta da alcune parole di Almagro, che ha continuato a “modulare” il suo discorso, riferendosi alla «repressione», ma senza ancora attribuire al regime di Ortega la responsabilità della stessa. Nei fatti, quel giorno Almagro ha “cancellato” dal calendario elettorale il 2021, per proporre nuove date: la più vicina, Marzo 2019, la più lontana, Agosto 2019. «C'è bisogno essenzialmente di una risposta politica da parte del potere. Nella politica – ha affermato – non ha senso prevalere sulla volontà popolare. La volontà popolare deve prevalere. Attraverso elezioni, contando i voti. Le elezioni devono svolgersi presto. Il tempo gioca contro il Nicaragua, il passare dei giorni significa più repressione, più violenza, più morti».

Il rapporto della CIDH

Alle parole di Almagro è seguita la lettura del rapporto finale della CIDH da parte del segretario esecutivo della CIDH, Paulo Abrao, che ha commentato: «Questo documento non può esprimere del tutto il dramma che oggi vivono i nicaraguensi». E prima che la relatrice per il Nicaragua nella CIDH, Antonia Urrejola, lo leggesse, ha chiesto ai rappresentanti dei Paesi del continente di alzarsi in piedi ed osservare un minuto di silenzio per le vittime della violenza.
Il rapporto finale ribadisce le informazioni già contenute nel documento preliminare che la CIDH aveva presentato a Managua il 21 Maggio, confermando le modalità di azione della violenza statale e aggiornando le cifre delle vittime: fra il 19 Aprile e il 19 Giugno, si contavano 212 persone morte, fra le quali 16 minori di età, 5 poliziotti e un giornalista; fra il 19 Aprile e il 6 Giugno, le persone ferite sommavano a 1.337, fra cui 65 poliziotti; nello stesso periodo, i detenuti illegalmente erano 507, di cui 421 giovani e adolescenti. Il rapporto riporta, inoltre, i nomi di tutte le persone morte nei primi due mesi di insurrezione.
Inoltre, alle 15 raccomandazioni contenute nel rapporto preliminare e disattese dal governo, il rapporto finale ne aggiunge altre 9 (di tenore analogo, ndr).

“Un documento di parte”

Il ministro degli Esteri nicaraguense, Denis Moncada, ha rigettato il rapporto, bollandolo come «soggettivo, viziato, di parte», attribuendo quanto accade nel Paese a «un processo di destabilizzazione di un governo legittimo», iniziato – a suo dire – con la divulgazione di una notizia falsa di un morto nell'Università Centroamericana (UCA) il 18 Aprile, episodio del quale però non ha fornito alcun dettaglio, se non per dare la colpa a tale falsa notizia di quanto è successo in seguito in Nicaragua.
I media nazionali hanno evidenziato come nel suo lungo discorso in difesa del regime di Ortega, Moncada abbia ripetuto quasi testualmente alcuni paragrafi pronunciati nel Febbraio 1978 dall'allora ministro degli Esteri Julio Quintana, in difesa del somozismo...

11 Paesi per una soluzione democratica

Dopo che Antonia Urrejola ha letto con voce ferma il rapporto CIDH, 13 Paesi hanno chiesto la parola. 11 di essi – México, Perú, Chile, Argentina, Brasil, Paraguay, Costa Rica, Ecuador, Colombia, Canada e Stati Uniti – hanno accolto positivamente il rapporto, chiesto la fine della violenza in Nicaragua e proposto una soluzione democratica, costituzionale e pacifica nel quadro del dialogo nazionale. D'altro canto, la Bolivia si è espressa a favore del governo Ortega, anche se con cautela. Soltanto il Venezuela ha sostenuto di riconoscere nella crisi nicaraguense «gli stessi media, narrazioni e portavoce» impiegati contro il Venezuela. I rappresentanti di Maduro hanno respinto il «malizioso» rapporto della CIDH e «la forma precipitosa» con cui è stata organizzata la sessione dell'OSA.
È interessante osservare che non hanno preso la parola i tre Paesi del cosiddetto Triangolo Nord del Centroamerica – El Salvador, Honduras e Guatemala – e nemmeno i Paesi caraibici. In chiusura, il presidente del Consiglio Permanente dell'OSA ha annunciato una prossima sessione «per dare seguito a quanto accade in Nicaragua».

L'attenzione internazionale

Per seguire da vicino gli eventi nicaraguensi, in Giugno sono cominciati ad arrivare vari gruppi internazionali incaricati di monitorare la situazione dei diritti umani ed indagare sui crimini commessi. Il loro arrivo è un altro dei risultati del dialogo nazionale.
Domenica 24 Giugno, sono giunti tre tecnici della CIDH per mettere in pratica il Mecanismo de Seguimiento para Nicaragua (MESENI): agiranno sotto la supervisione del segretario esecutivo della CIDH Abrao e della relatrice della CIDH per il Nicaragua Urrejola, e coordineranno le proprie azioni con i rappresentanti dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite, al fine di assicurare, con alcune azioni e suggerimenti forniti allo Stato, il rispetto dei diritti umani nel Paese. Il gruppo MESENI non ha limiti di tempo e potrà ricevere e documentare denunce delle vittime della repressione.
Nella sua prima settimana di presenza in Nicaragua, dal 25 Giugno al 1° Luglio, tale gruppo ha confermato che negli scontri sono morte 18 persone e sono state ferite molte altre, e che nell'attuale politica del terrore la «repressione selettiva si manifesta in detenzioni arbitrarie, perquisizioni di case in cerca di persone che hanno partecipato a proteste e posti di blocco». Il gruppo ha ricevuto anche «abbondante informazione su persone costrette a fuggire dalle loro abitazioni per nascondersi in case di sicurezza in altre parti del Paese e di altre che fuggono dal Paese in cerca di protezione internazionale e che sollecitano asilo».
D'altro canto, la delegazione dell'ONU è arrivata il 25 Giugno.
Il 3 Luglio sono, invece, arrivati i quattro componenti del Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti (GIEI), vincolati all'adempimento delle prime 15 raccomandazioni della CIDH, che indagheranno per sei mesi, prorogabili per altri sei, su quanto accaduto fra il 18 Aprile e il 30 Maggio. Fra essi, la guatemalteca Claudia Paz y Paz, già procuratrice nel processo che ha condannato per genocidio il generale guatemalteco Efraín Ríos Montt e partecipe alle indagini sulla strage di giovani messicani a Ayotzinapa. Secondo Abrao, compito del GIEI è «tipificare condotte, identificare responsabili e generare un piano di assistenza integrale alle vittime».
Tuttavia, la disperazione, l'impazienza, l'impotenza delle vittime e di tutta la popolazione di fronte al terrore promosso dal regime ha superato le aspettative della gente sull'influenza e il potere di cambiare le cose degli organismi internazionali per fermare la repressione e punire i responsabili. Il mandato di questi organismi non è pacificare il Paese, né giudicare, né sanzionare; ma contribuire, con raccomandazioni, a migliorare il rispetto dei diritti umani e, nel caso di violazioni, indagare in forma indipendente. Il processo e la pena corrispondono al sistema giudiziario, anche se le competenti istituzioni sono dirette da funzionari che per undici anni hanno obbedito ad Ortega.

Il clamore popolare

Giustizia per le vittime e rinuncia di Ortega e Murillo: è quanto chiede il clamore popolare e sono anche gli obiettivi di Alleanza Civica.
Nonostante Giugno sia terminato in un bagno di sangue, il Paese ha resistito alla strategia del terrore. E così, ad un mese dalla strage compiuta durante la grande manifestazione del 30 Maggio, il 30 Giugno le strade di Managua sono tornate a riempirsi di gente: circa 100 mila persone hanno manifestato, chiedendo, nuovamente, giustizia per le vittime e la rinuncia di Ortega per aprire «un cammino verso la democrazia», auspicato dallo stesso papa Francesco nel primo Angelus di Luglio.

I nicas all'estero

Il corteo del 30 Giugno è stato battezzato “la marcia dei fiori”, in commemorazione dei bambini e adolescenti assassinati da Aprile in poi. Il primo di essi è stato Álvaro Conrado, di 15 anni, ucciso da francotiratori della Polizia il 20 Aprile, mentre portava acqua agli universitari che si erano rifugiati nella cattedrale di Managua. L'ultimo, in ordine di tempo, un bimbo di 14 mesi, Teyler Lorío, vittima di una pallottola sparata da paramilitari mentre era portato in braccio da suo padre. Altre “marce dei fiori” si sono svolte contemporaneamente a Matagalpa, Somoto, Ocotal, León e altrove, a testimoniare la resistenza popolare al terrore.
E lo stesso giorno, fiori, luci e bandiere sono apparsi in 90 città di 30 Paesi del mondo, dove i nicaraguensi che vivono e lavorano all'estero, insieme ad altri cittadini solidali, hanno celebrato veglie perché in Nicaragua tornino la giustizia e la democrazia, le uniche che possono garantire la pace, e con la pace, la fine della violenza.

Contro l'indifferenza

La popolazione nicaraguense sopporta un pesante e ingiusto stress emotivo, imposto da un regime che sembra non voler capire che il popolo che non ha più paura di esso e non lo vuole più.
Tutti patiscono questa situazione: chi ha perso un familiare o sa che può perderlo, chi ha perso il lavoro o può perderlo, chi ha paura dell'arrivo della notte e, pure, del giorno dopo; insomma, chi teme il futuro...
La spirale di violenza in cui il regime Ortega-Murillo ha gettato il Paese nel tentativo di schiacciare l'insurrezione civica ha convertito il presente della maggioranza dei nicaraguensi in un tempo inaccettabile, incomprensibile in un Paese civilizzato, mentre il futuro resta quanto mai incerto.
Con ogni probabilità, sarà necessaria una forza internazionale per disarmare i paramilitari che terrorizzano la popolazione e ci vorranno anche nuovi governanti per rifondare quello Stato che Ortega e Murillo hanno distrutto, e per superare con decenza e spirito di servizio i vizi dell'incultura politica nazionale. Ma, soprattutto, ci sarà bisogno di energie fuori dal comune per la ricostruzione morale e spirituale del Paese.

Il mondo deve sapere

Il mondo deve sapere cosa sta succedendo in Nicaragua: il Paese sta affrontando una violenza sproporzionata e criminale, che non cessa, e una resistenza che è civica e che si sforza tutti i giorni di restare civica e non violenta; una sfida per niente facile!
Il mondo deve saperlo… per dare una mano al Nicaragua. Quella in corso è un'insurrezione nazionale di carattere civico che rifiuta un regime che ha deciso di punire con il terrore la ribellione di quanti aveva considerato sudditi e non cittadini. Qualsiasi soluzione alla crisi richiede l'urgente cessazione della politica di terrore applicata dal regime. E qualsiasi soluzione non può che iniziare dalla rinuncia di Ortega e Murillo per la loro dimostrata incapacità politica e morale di condurre il Paese verso quella meta cui il popolo nicaraguense merita di arrivare.

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