NICARAGUA / Il mondo ora sa cosa succede nel Paese

I primi spari della polizia antisommossa hanno scatenato l'insurrezione civile il 19 Aprile. Cui è seguita la prima fase repressiva del regime. Successivamente, gli insorti hanno dato luogo a mobilitazioni di massa e paralizzato il Paese con centinaia di blocchi stradali e barricate un po' ovunque. Che sono stati tolti nella seconda fase repressiva in “operazioni di pulizia” che hanno causato fiumi di sangue. Siamo ora in una terza fase. L'alto costo in vite umane della ribellione civica ha accelerato le pressioni internazionali sul governo Ortega-Murillo. Per reprimere, il regime ora ricorre ad arresti, processi e condanne ad anni di carcere e dà per “normalizzata” la situazione. In realtà, il Paese sta vivendo una tangibile anormalità e sebbene il futuro sia incerto, la resistenza civile appare pronta a gestirlo. In questo articolo, prosegue la nostra cronaca e analisi degli eventi.

Ha collaborato alla traduzione Agnese Cantarelli. Redazione di Marco Cantarelli.

Da anni, il sacerdote e poeta Ernesto Cardenal, una vita intera passata a fare da “ambasciatore” del Nicaragua in molte parti del mondo, andava ripetendo ovunque: «Il mondo deve sapere cosa sta succedendo in Nicaragua». Oltre a leggere le sue poesie, egli spiegava cosa stesse succedendo nel suo Paese. Parlava del controllo assoluto esercitato da Daniel Ortega su tutte le istituzioni dello Stato e della serie di frodi elettorali, sottolineava un autoritarismo che rasentava la dittatura, raccontava la corruzione e l'impunità, e allertava sulla dinastia emergente...
Alcuni lo ascoltavano, altri attribuivano i suoi messaggi agli eccessi metaforici del poeta, perché l'idea che mezzo mondo aveva del Nicaragua, in fondo, non era negativa: c'erano crescita economica, investimenti esteri, stabilità e sicurezza, riduzione della povertà estrema; inoltre, la violenza diffusa nei vicini Paesi del nord non sembrava riguardare il Nicaragua e, soprattutto, l'agguerrito popolo nicaraguense sembrava sentirsi tranquillo in quel contesto. Con Aprile, invece, è cambiato tutto in Nicaragua e oltre i suoi confini. Oggi, il mondo sa cosa vi succede.

Tre fasi della repressione

Le risposte repressive del governo Ortega-Murillo alla rivolta di Aprile sono state diverse. Sebbene le date si sovrappongano, si possono, grosso modo, identificare tre fasi, come affermato da Paulo Abrão, segretario esecutivo della Commissione Interamericana dei Diritti Umani, in una conferenza stampa tenuta il 27 luglio, cioè a 100 giorni dallo scoppio dei moti di Aprile, nella sede della stessa CIDH. Abrão – che secondo Ortega «mente ogni giorno» – ha spiegato che la prima fase è stata caratterizzata da una «repressione di tipo tradizionale con l'uso eccessivo della forza di polizia contro i manifestanti». La seconda fase ha visto, invece, le “operazioni di pulizia”, cioè di rimozione dei blocchi stradali e delle barricate. «Ora siamo – ha aggiunto Abrão – in una terza fase, che vede un processo di criminalizzazione dei manifestanti, l'utilizzo delle istituzioni e del sistema giudiziario per arrestare persone e promuovere azioni e procedimenti giudiziari contro di esse».

Dopo il 30 Maggio

Tuttavia, anche le proteste si sono evolute. Sono stati i proiettili della polizia antisommossa, che ha impiegato una sproporzionata forza letale per soffocare le prime mobilitazioni di giovani studenti universitari, ad accendere la miccia della ribellione. Quindi, si sono susseguite manifestazioni massicce e pacifiche a Masaya, León, dappertutto. La capitale Managua ha visto tre grandi marce, svoltesi tra il 23 Aprile e il 9 Maggio. A quel punto, i contadini – che lottavano da cinque anni contro il progetto di canale interoceanico – si sono uniti alla ribellione e hanno iniziato ad montare blocchi stradali e sentieri. La popolazione li ha assecondati, innalzando barricate in decine di città. A fine Maggio, erano più di cento i blocchi stradali e innumerevoli le barricate in tutto il Paese.
A quel punto, il regime aveva già armato un numeroso gruppo di paramilitari che, incappucciati e dotati di armi da guerra, scorrazzavano per il Paese accorpati alla polizia antisommossa. Il 30 Maggio, Giornata delle Madri, a Managua, il regime ha attaccato il più grande corteo della storia del Paese, con un bilancio di una dozzina di morti. Quel giorno si è istallato un regime di terrore.
Da metà Giugno a metà Luglio, il terrore si è diffuso in tutto il Paese. Il regime ha, quindi, dato il via a quelle che, poi, ha definito “operazioni di pulizia”. Poliziotti e paramilitari si presentavano in ogni municipio come un esercito di occupazione, intimidendo con la loro sola presenza mentre, a colpi di arma da fuoco contro chiunque si trovasse per strada, o peggio chi si trovasse a difendere un blocco stradale o una barricata, “ripulivano” il terreno. Accompagnati da ruspe, demolivano le strutture costruite con adoquines (i tradizionali mattoni del selciato delle strade nicaraguensi, ndr), pietre o altri materiali. Cadevano, così, i simboli della ribellione, muri artigianali che garantivano alla popolazione un minimo di difesa, ostacolando l’entrata di polizia e incappucciati nei quartieri e nelle comunità in resistenza.

“Una repressione spietata”

Il regime ha usato particolare e criminale accanimento nello smantellamento dei blocchi stradali a Jinotepe, nel dipartimento di Carazo: al termine della giornata di “pulizia”, il bilancio è stato di 24 morti e decine di persone sequestrate e poi imprigionate, secondo il Centro Nicaraguense per i Diritti Umani (CENIDH). Alquanto crudele è stata anche la “pulizia” delle barricate costruite a protezione di Masaya e Monimbó (il quartiere indigeno della città, sita ad una trentina di km da Managua, ndr), che fino ad allora avevano resistito a 19 violenti attacchi.
In tragedia è finita anche la rimozione del blocco stradale eretto a Lóvago, nel dipartimento di Chontales, il primo costruito dal movimento dei contadini in Maggio. Là, era stato raggiunto un accordo, mediato dai vertici della chiesa locale, di togliere il blocco in modo pacifico, ma il regime non lo ha rispettato, smantellandolo con la forza e uccidendo un numero ancora imprecisato di contadini.
Il cosiddetto Mecanismo de Seguimiento para Nicaragua (MESENI), della CIDH, presente in Nicaragua dall'inizio di Luglio, ha confermato che in diversi luoghi in cui sono state effettuate “operazioni di pulizia” «era in corso un dialogo per raggiungere la dissoluzione spontanea e pacifica dei blocchi stradali», e collaborare affinché il dialogo nazionale avanzasse nel raggiungimento di accordi. Tuttavia, la repressione ha prevalso.
Le ultime barricate cadute, con saldo di 3 morti e una dozzina di feriti e arrestati, sono state quelle del quartiere Sandino di Jinotega, noto come “il Monimbó del Nord”, il 23 Luglio.
A proposito di tali “pulizie” il Direttore di Human Rights Watch, José Miguel Vivanco ha affermato: «In circa 30 anni di osservazione della situazione dei diritti umani in diversi Paesi del mondo non avevo mai visto nulla di simile a ciò che sta accadendo in Nicaragua. In nessun altro luogo abbiamo assistito ad azioni congiunte di poliziotti e criminali armati di tutto punto in giro per il Paese, di comunità in comunità, sparando, sequestrando e, quindi, inneggiando per le strade come se avessero sconfitto un nemico in guerra... Questa repressione è spudorata, brutale e spietata».
Le “operazioni di pulizia” hanno aumentato il numero di morti, sia fra quanti difendevano blocchi stradali e barricate, sia fra poliziotti e paramilitari che li attaccavano.
Il CENIDH offre un rigoroso conteggio dei morti che oggi il Paese piange: da Aprile al 4 Agosto, se ne contano 306. Di essi, 51 sono poliziotti e paramilitari. Secondo la presidente del CENIDH, Vilma Núñez, anche coloro che si oppongono al regime hanno causato morti all'essere attaccati. Anche armi artigianali possono, infatti, provocare la morte. «Ciò che stiamo vivendo – racconta – a non è una guerra tra pari e sappiamo anche che non tutti i ragazzi vanno in giro pregando... E sì, sono morti poliziotti e paramilitari. Anche queste morti ci feriscono e le documentiamo. Il governo è responsabile di queste morti, perché li ha mandati non solo a uccidere, ma anche a morire... Nemmeno escludo che il governo stia causando alcune di quelle morti. Sono capaci di tutto».

Il bilancio delle violenze

Al 4 Agosto, dunque, secondo il CENIDH, sono questi i dati della violenza nelle tre fasi repressive del governo. Non sono tuttavia gli unici e alcuni sono, forse, più precisi di altri.
Delle 306 persone uccise, 21 sono bambini e adolescenti, minori di 17 anni. Il numero di feriti è uno dei più imprecisi, in quanto la maggior parte di essi non si è recata in ospedali o centri sanitari per paura di essere catturata. Il CENIDH calcola almeno 2.200 persone ferite, molte delle quali in modo grave, con conseguenti disabilità permanenti.
Altrettanto impreciso è il numero di persone sequestrate e catturate senza un mandato giudiziario. Di queste, al 4 di Agosto secondo il CENIDH, circa 300, in maggioranza giovani, erano detenute in diversi stazioni di polizia. Nel carcere noto como El Chipote, a Managua, risultavano dietro le sbarre 70 persone. Altre 112 persone erano state trasferite nel carcere Modelo di Tipitapa (alle porte della capitale, ndr). 148 degli arrestati erano sotto processo, accusati di crimini di terrorismo, criminalità organizzata, possesso illegale di armi...
Ancora più impreciso è il numero di persone scomparse. Al CENIDH sono pervenute 180 denunce in tal senso. Alcune di queste persone sono state ritrovate dopo essere state imprigionate e torturate, e pure uccise. Agli inizi di Agosto, al CENIDH risultavano ancora scomparse 16 persone. Tuttavia, il numero di persone scomparse è impreciso: di molti desaparecidos non viene sporta denuncia e i familiari conducono le ricerche per conto loro.
Quanti degli oltre 2 mila tra arrestati e imprigionati sono stati torturati in carcere? Secondo quanto riferito a envío da un avvocato del CENIDH, «soltanto 14 hanno denunciato torture, ma crediamo che siano molti di più, giacché le vittime che subiscono torture non sono solite denunciarle. Un dato, invece, in nostro possesso è che praticamente tutti coloro che sono già stati processati o che sono sotto processo, sono stati torturati, secondo i familiari con cui abbiamo parlato».
Le persone che sono state arrestate e poi rilasciate, dopo pochi giorni di carcere, sono almeno 2.500 in tutto il Paese, secondo il CENIDH. In questi casi, un ruolo di mediazione fondamentale è stato svolto dalla Chiesa cattolica, che insieme ad altre componenti dell'Alleanza Civica, fa parte della “commissione di verifica” nata da uno degli accordi raggiunti nel Dialogo Nazionale. Tale commissione era solita presentare al governo delle liste di persone detenute, ottenendone in qualche caso la liberazione. Tuttavia, il governo ha smesso di rispondere alla commissione da quando, in Giugno, il dialogo si è arenato.

"Trasferimenti forzati"

Alle “operazioni di pulizia”, con la loro sequela di morti, perquisizioni per catturare quanti sono sospettati di aver partecipato ai blocchi stradali o collaborato con gli insorti portando loro acqua o cibo, o facendo turni di vigilanza, è seguita una vera e propria caccia all'uomo, che ha causato un enorme fuga di persone, e persino di intere famiglie, verso il Costa Rica: li chiamano, in gergo tecnico, “trasferimenti forzati”; secondo l'UNHCR, oltre 23 mila persone hanno cercato riparo in Costa Rica per sfuggire alla prigione o alla morte.
Solo una minoranza di esse viaggia con i documenti in regola. Nei mesi di Maggio e Giugno, nei due consolati del Costa Rica in Nicaragua (a Managua e Chinandega) sono state presentate 2.575 richieste di visto. La maggioranza, però, parte senza i documenti necessari all'espatrio. Secondo fonti della zona di frontiera meridionale raccolte da El Nuevo Diario, all’inizio di Luglio, quando si sono intensificate le “operazioni di pulizia”, circa 1.000-1.500 persone al giorno, prive di documenti, attraversavano il confine tra Nicaragua e Costa Rica. A fine Luglio, una volta concluse tali operazioni, il flusso è diminuito, ma circa 500-600 nicaraguensi continuano a passare ogni giorno.
Il governo del Costa Rica accoglie con solidarietà chi arriva, con o senza documenti. Nei fatti, esso non è in grado di dare assistenza diplomatica a quanti fanno lunghissime code per richiedere asilo. Il Costa Rica ha istituito due campi profughi per quanti non hanno parenti o amici che possano ospitarli. Il CENIDH ha ricevuto denunce che il governo nicaraguense ha inviato in Costa Rica finti profughi con l'obiettivo di infiltrarsi tra i nicaraguensi sfollati, al fine di ottenere informazioni e perseguire le famiglie rimaste in Nicaragua.

La legge antiterrorismo

Nella terza fase della repressione e dopo le “operazioni di pulizia” che hanno sgombrato il Paese da blocchi stradali e barricate, il regime si è concentrato nel “ripulire” il territorio nazionale dai leaders della rivolta e allontanare dai propri incarichi quegli impiegati pubblici “non leali” al governo. I primi vengono sequestrati da polizia e paramilitari, per essere poi accusati dai pubblici ministeri e processati. I secondi perdono il posto di lavoro. Tutti sono considerati terroristi.
Con coloro che sono stati catturati e imprigionati, sebbene il percorso che li ha portati in tribunale sia pieno di arbitrarietà e illegalità, grazie all'esperienza accumulata in undici anni di apparente legalità, il regime adotta gli stessi artifici.
Il 16 luglio, con procedura d’urgenza, l'Assemblea Nazionale (il parlamento monocamerale, ndr), a maggioranza del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN), ha approvato una legge antiterrorismo che impone pene comprese tra i 15 e 20 anni per coloro che intendano, in qualsiasi modo «alterare l'ordine costituzionale». La legge sancisce «chi, con qualsiasi mezzo, raccolga, capti, canalizzi, depositi, trasferisca, trasporti, assicuri, amministri, tuteli, intermedi, presti, fornisca o consegni beni per commettere atti terroristici», atti che secondo il regime possono essere cortei o blocchi stradali, riunioni o la stampa di volantini... “Terroristi” è l'etichetta che Ortega e Murillo hanno dato a contadini, medici, giornalisti, avvocati... che si oppongono al loro governo. Nella narrativa del regime, il “terrorismo” equivale all'esercizio del diritto di protestare.

Una “stretta” anche finanziaria

Lo stesso giorno, il Parlamento ha approvato una riforma della legge che ha istituito l'Unità di Analisi Finanziaria (UAF), ampliando i suoi poteri. Ora la UAF può, senza un mandato e in via discrezionale, indagare su persone o imprese sospettate di riciclare denaro e «finanziare il terrorismo».
Derivata giuridicamente dalla Legge sulla Sicurezza Sovrana – quando venne approvata nel 2015, il CENIDH l’ha definì «la minaccia più seria che mette a repentaglio la vigenza dei diritti umani in Nicaragua» –, la UAF ha ora il potere di bloccare i beni di qualsiasi persona sospettata di finanziare il terrorismo, inteso secondo la nuova legge antiterrorismo...
È facile prevedere l'arbitrarietà con cui l'UAF utilizzerà le nuove facoltà “legali” per “scavare” nella vita e negli affari di chiunque, per vendicarsi nei confronti di imprese, a tutto danno del sistema finanziario.
Nello stesso senso, in Giugno, si è mossa la Sovrintendenza delle Banche, che ha chiesto alle banche di consegnare al governo gli elenchi dei clienti che dall'Aprile scorso, hanno prelevato più di 50 mila dollari dai loro conti. La resistenza delle banche a violare il segreto bancario ha fatto fare marcia indietro al governo.

“Complici del terrorismo”

Secondo l'Ufficio dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani – presente in Nicaragua con un proprio gruppo di lavoro, grazie alle pressioni dei vescovi e dell'Alleanza Civica –, la nuova legge antiterrorismo potrebbe essere utilizzata dal governo per «criminalizzare le proteste». In realtà, ciò è quanto il regime stava già facendo ancor prima di approvare tale legge e che continua a fare dopo questa frettolosa operazione di mascheramento legale.
Il giorno seguente alla sua approvazione, il portavoce dell'ACNUDH ha commentato: «il testo della nuova legge è molto vago e consente un'ampia discrezione interpretativa che potrebbe portare all’inclusione nella definizione di terrorista di persone che stanno semplicemente esercitando il loro diritto di protestare. È un testo che potrebbe identificare come terroristi tutti coloro che manifestano in modo pacifico».
Se la risposta dell'ACNUDH è stata diretta e immediata, insolita è parsa invece quella del Ministero degli Esteri del Nicaragua, che in una nota di protesta ha risposto all'agenzia delle Nazioni Unite: «questo tipo di dichiarazioni la rende complice di ciò che i gruppi terroristici hanno compiuto, uccidendo i nicaraguensi e distruggendo il nostro Paese, al fine di rovesciare un governo costituzionale, eletto democraticamente dal nostro popolo».

Centinaia di prigionieri politici

Nelle prime due fasi della repressione, l'apparato repressivo ha ucciso e ferito centinaia di persone, e costretto all'esilio migliaia di persone.
Nella terza fase, dozzine sono gli arrestati e processati, fra essi leaders universitari o contadini, come Pedro Mena e Medardo Mairena – quest'ultimo, membro dell’Alleanza Civica e coordinatore del movimento contro il progetto di canale interoceanico –, Irlanda Jerez, leader del Mercato Orientale di Managua, e leaders territoriali come i giovani del Movimento 19 Aprile di Matagalpa e Masaya...
Dozzine le persone catturate senza mandato di cattura, sia per strada che nelle proprie case, giorno e notte. Altrettante quelle processate collettivamente fra innumerevoli anomalie legali in processi a porte chiuse, senza poter essere visitate dalla propria famiglia, difese da avvocati che non hanno scelto, vittime evidenti di una totale mancanza di garanzie... Veri e propri prigionieri politici.

Licenziati dalla politica

Nella sua terza fase, la repressione licenzia i dipendenti pubblici non fedeli al regime. L’Associazione Medica Nicaraguense ha denunciato il licenziamento arbitrario di 135 fra medici, chirurghi, specialisti, infermieri, persino portantini, dagli ospedali pubblici di tutto il Paese. Una rappresaglia nei confronti di chi ha assistito i feriti durante le proteste o le “operazioni di pulizia”, o che non ha mostrato “fedeltà” alla politica del governo. I licenziamenti sono iniziati nell'ospedale di León, quindi in quelli di Jinotepe e Masaya... e così via in tutto il Paese.
I despedidos dal Ministero della Salute ricevono una breve lettera, in cui, senza alcuna base legale e senza alcuna esplicita giustificazione, viene loro comunicato il licenziamento. Per tutti loro, sono evidenti le ragioni politiche.
In un'intervista con la CNN, il cardiologo Carlos Duarte, che ha curato giovani universitari feriti nelle diverse occasioni in cui il campus dell'UNAN è stato attaccato, ha dichiarato che 30 medici, tra cui egli stesso, sono dovuti fuggire dal Paese a causa delle minacce ricevute. In questa situazione ve ne sono 20 in Costa Rica, 4 a Panamá e 6 negli Stati Uniti, mentre 16 sono nascosti in Nicaragua per sfuggire alla violenza del regime.
Licenziamenti di massa di funzionari pubblici “non fedeli” al governo hanno cominciato a verificarsi anche in università pubbliche, scuole e altre istituzioni statali. Essi si aggiungono alle migliaia di disoccupati a causa della crisi economica provocata dalla crisi politica, in un'irrazionale politica di vendetta.

“Guerra” contro la Chiesa

Nelle tre fasi repressive sono stati evidenti gli attacchi e le minacce del regime e dei suoi seguaci ai vescovi e ai sacerdoti della Chiesa cattolica: attaccati e denigrati sui social networks, i religiosi sono stati attaccati dai paramilitari, che li hanno minacciati quando suonavano le campane per avvertire la gente del loro arrivo o dopo aver ascoltato le loro omelie di incoraggiamento al popolo ad esercitare i propri diritti. Inoltre, molte chiese sono state profanate in diversi municipi: le cosiddette turbas – paramilitari e simpatizzanti del governo incoraggiati da quest'ultimo – sono entrate nei luoghi di culto, saccheggiandoli, sporcandoli, distruggendoli, rapinandoli; in qualche caso, persino le ostie consacrate sono state buttate per terra...
Dietro questa “guerra” c'è il malumore che il comportamento e le parole dei vescovi, come mediatori e testimoni del Dialogo Nazionale, e come coordinatori dei parroci di tutto il territorio, hanno generato in Ortega e Murillo. I due governanti si aspettavano dai vescovi un ruolo di accondiscendente “neutralità”, che favorisse gli interessi del governo. Non è stato così. «Siamo mediatori nel Dialogo, ma anche pastori del popolo, sensibili al suo dolore, non possiamo essere neutrali», ha ribattuto il vescovo ausiliario di Managua Silvio Báez ad un media del governo.

9 Luglio: i fatti di Diriamba e Jinotepe

Nella “guerra” contro la Chiesa cattolica uno dei momenti culminanti è stato il 9 Luglio, quando il cardinale Leopoldo Brenes, arcivescovo di Managua, il suo ausiliario, Silvio Báez, ed il nunzio apostolico Waldemar Sommertag, rappresentante del papa, accompagnati da vari sacerdoti, sono accorsi a Diriamba per mettere in salvo alcuni giovani che si erano rifugiati nella basilica di San Sebastián, per evitare che venissero catturati dai paramilitari dopo una “operazione di pulizia”, portata a termine con eccesso di violenza in quella città. Le turbas orteguistas, in maggioranza maschili, hanno assediato prelati e sacerdoti, insultandoli e, una volta nel tempio, li hanno colpiti, ferendoli, rubando loro i telefoni cellulari e persino la croce pettorale del vescovo Báez.
Ore dopo, nella parrocchia di Santiago di Jinotepe, altre turbas orteguistas, questa volta in maggioranza femminili, hanno insultato i parroci e sono entrate nel tempio, distruggendo tutto ciò che capitasse per le loro mani, saccheggiando la chiesa, rubando varie cose, gettando in strada i banchi, il confessionale e le medicine ivi conservate per assistere i feriti; quindi, hanno dato fuoco a tutto. Attacchi simili si sono verificati anche in altre parrocchie di Masatepe, Jinotega, Matagalpa...

Una crisi umanitaria

Per alcuni, le cifre e i fatti della tragedia nicaraguense – centinaia di morti violente, migliaia di feriti e sfollati –, oltre ad un'economia in caduta libera, configurano uno scenario di crisi umanitaria.
In Giugno, l'esperta in temi di sicurezza Elvira Cuadra ha sostenuto: «La situazione nel Paese può essere definita di crisi umanitaria perché a quest'altezza la repressione e la violenza statale contro la popolazione – che è disarmata e sta resistendo – hanno prodotto una quantità di vittime che non ha raffronto con altri Paesi dell'America Latina, né con altre situazioni simili nel continente».
Lo scoppio di Aprile, che ha avuto motivazioni politiche – domanda di libertà, di democrazia, di porre fine alla corruzione e all'impunità – potrebbe combinarsi presto con proteste e sollevazioni dettate da ragioni economiche. Questa prospettiva è dietro l'angolo, perché la crisi economica avanza velocemente. Sono migliaia i debitori in mora, non c'è credito, la disoccupazione cresce a causa delle irrecuperabili perdite nel settore turistico e della drastica caduta del commercio e di altri servizi...

Per questo, secondo altri, l'eventualità di una guerra civile è, pure, una possibilità, se l'economia dovesse peggiorare ancora e il regime non cedesse per favorire al più presto un'uscita dalla crisi.

Il mondo ormai sa

Tale tragico bilancio di morte e violenze, in cui gli attacchi alla Chiesa cattolica e ai suoi rappresentanti hanno un peso significativo, ha mosso la comunità internazionale a rivolgere lo sguardo, dapprima sorpreso, poi indignato e, quindi, impegnato verso il Nicaragua.
Dopo un certo silenzio nella prima fase della repressione, nella seconda e terza fase, la pressione dei poteri internazionali e l'impegno della comunità internazionale sono andati crescendo.
Il mondo ormai sa cosa sta accadendo in Nicaragua. E se non ha del tutto chiare le dimensioni dei soprusi, abusi, arbitrarietà e crimini che hanno motivato lo scoppio di Aprile, osserva comunque con estrema preoccupazione l'inaccettabile presente e l'incerto futuro del Paese. Documenti, testimonianze, video, informazioni... mostrano al mondo interno l'attacco spietato con cui Ortega risponde al diritto di protestare esercitato da buona parte del popolo nicaraguense, esigendo un cambiamento di governo. Quanto ascoltano e vedono rivela loro la natura criminale di un regime di terrorismo di Stato.
Come corrisponde al suo ruolo, l'Organizzazione degli Stati Americani è molto preoccupata per la crisi in Nicaragua. Il 5 Giugno, per la prima volta, ha rivolto la sua attenzione al Nicaragua il plenum dell'organismo regionale. Quel giorno è stata presentata ed approvata all'unanimità dall'Assemblea Generale dell'OSA una tiepida “Dichiarazione di appoggio al popolo del Nicaragua”, che conteneva una condanna assai generica della «violenza», senza tuttavia responsabilizzare della stessa il governo Ortega-Murillo. Quel documento è stato presentato insieme dai governi degli Stati Uniti e del Nicaragua, senza immaginare cosa sarebbe successo dopo. A partire da quella data e una volta posto il tema sul tavolo, l'OSA è andata aumentando le pressioni sul Nicaragua, stringendo nell'angolo il regime, con una rapidità insolita tanto per questo organismo che nel mondo diplomatico.

L'OSA comincia a premere

Il 22 Giugno, il Consiglio Permanente dell'OSA si è riunito per ascoltare il duro Rapporto finale della Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH), basato sulle prove raccolte in Maggio, in Nicaragua, dal segretario esecutivo della CIDH, Paulo Abrão, alla testa di un gruppo di lavoro. Il tema della riunione non era abituale. Da circa 15 anni, il Consiglio non si riuniva per ascoltare un rapporto della CIDH, organismo autonomo dell'OSA, su violazioni dei diritti umani in qualche Paese del continente. Il rapporto ha ricevuto il sostegno della maggioranza dei Paesi, ma è stato screditato del tutto dal ministro degli Esteri nicaraguense.
Già in quell'occasione, il linguaggio del segretario generale dell'OSA, Luis Almagro, nel presentare il rapporto, è apparso diverso da precedenti dichiarazioni sul conflitto in Nicaragua. Per la prima volta, Almagro ha fatto riferimento alla “repressione”, pur senza attribuirne la responsabilità al regime di Ortega. Inoltre, ha proposto al governo nicaraguense di convocare elezioni anticipate nel 2019.
Ma è stato l'11 Luglio, in un'altra riunione straordinaria del Consiglio Permanente dell'OSA per conoscere una risoluzione elaborata da sette Paesi, che responsabilizza il regime di Ortega per la repressione, dopo che Ortega aveva respinto qualsiasi ipotesi di anticipare il voto, che Almagro ha modificato significativamente il suo discorso, lasciando chiaramente intendere il suo punto di vista sulla situazione in Nicaragua. Dall'11 Luglio è definitivamente chiaro quale ruolo intenda giocare l'OSA nella crisi nicaraguense. Fino ai fatti di Aprile, infatti, Almagro concordava bilateralmente con Ortega ogni suo passo per favorire quella profonda riforma che richiede il collassato sistema elettorale nicaraguense – un'autentica macchina per frodi dal 2008 –, perché poi si possano convocare elezioni libere. Fino ad Aprile, tutto dipendeva dagli accordi fra Almagro e Ortega circa il calendario elettorale: voto nel 2021 con un sistema, almeno, “depurato” dalle storture più grossolane.
La svolta di Almagro e con lui la determinazione dell'OSA, motivata dalle stragi della prima e seconda fase repressiva, segnano un cambiamento di linea che l'esperto in materia di osservazione elettorale Roberto Courtney così riassume: «A partire da ora, la posizione dell'OSA è ormai indipendente dagli interessi di Ortega ed è impegnata nel sostenere un'agenda internazionale perché il Nicaragua si incammini verso elezioni anticipate».
Soltanto due giorni dopo, il 13 Luglio, il Consiglio Permanente dell'OSA è tornato a riunirsi in una nuova sessione straordinaria per votare il testo definitivo della risoluzione presentata da Costa Rica, Canada, Stati Uniti, Argentina, Colombia, Cile e Brasile sulla crisi in Nicaragua.
Il testo esprime una «energica condanna» di «tutti gli atti di violenza, repressione, violazione dei diritti umani e abusi, compresi quelli commessi dalla Polizia, dai gruppi paramilitari e altri attori contro il popolo». Alla base di tale testo c'è il rapporto della CIDH. La risoluzione responsabilizza chiaramente il regime di Ortega e Murillo per la violenza e lo sollecita a convocare elezioni anticipate.

Un indimenticabile Venerdì 13

Il giorno in cui questa importante risoluzione veniva presentata al dibattito nel Consiglio Permanente è stato segnato da diversi fatti, accaduti nel giro di poche ore, che riflettono la critica situazione in cui il regime ha trascinato il Paese.
L'Alleanza Civica aveva decretato uno sciopero nazionale per Venerdì 13 Luglio. Che si stava svolgendo fin dalle prime ore del mattino quando, nel pomeriggio, Ortega e Murillo, sfidando gli scioperanti, hanno organizzato una carovana lunga vari chilometri, con veicoli dello Stato carichi di simpatizzanti che li hanno accompagnati lungo la carretera che porta da Managua a Masaya, dove i due intendevano “celebrare” l'annuale Repliegue, in memoria di una delle leggendarie gesta compiute dal Fronte Sandinista nel 1979, nei giorni dell'insurrezione finale contro Somoza (per sfuggire alla repressione somozista, la popolazione dei quartieri orientali di Managua, che erano insorti, “ripiegò” in massa, di notte, verso Masaya, beffando i controlli la Guardia Nazionale somozista; ndr).
Tuttavia, questa volta, Masaya non ha accolto i manifestanti con musica e fuochi d'artificio, come da tradizione. La città intera ha chiuso le porte alla carovana, che si è dovuta fermare alle porte della città, mentre il veicolo su cui viaggiava la coppia presidenziale, circondato dalla scorta motorizzata attraversava in silenzio le strade deserte. Senza, peraltro, poter arrivare al quartiere indigeno di Monimbó, dal momento che decine di barricate glielo impedivano. Così, la “celebrazione” si è svolta a porte chiuse, nella caserma della Polizia.
Ore dopo, forze di polizia e paramilitari hanno iniziato un attacco, durato 15 ore, fino alla mattina del giorno seguente, contro circa duecento studenti che dal Giugno scorso occupavano il campus dell'Università Nazionale Autonoma di Nicaragua (UNAN), a Managua. L'attacco, con armi di grosso calibro, si è esteso alla vicina chiesa della Divina Misericordia, dove i giovani si erano rifugiati con alcuni sacerdoti, tre giornalisti di media nicaraguensi ed uno de The Washington Post, il cui racconto dei fatti ha, poi, commosso la comunità internazionale.
Nel tempio sono morti un ragazzo di 20 anni, appassionato di danza folklorica, per un colpo d'arma da fuoco alla testa, ed un adulto che accompagnava i giovani. Molti studenti feriti sono stati assistiti da medici in chiesa. All'alba, grazie alle gestioni del nunzio apostolico Sommertag, i giovani sono stati consegnati alle loro famiglie.

Negoziare “immediatamente”

Nel pomeriggio dello stesso Venerdì 13, sono stati fermati in aeroporto i già citati dirigenti contadini Medardo Mairena e Pedro Mena, i quali erano diretti ad un evento di solidarietà con la lotta in Nicaragua, in programma negli Stati Uniti. Sono accusati di 7 reati legati al terrorismo e, secondo la CIDH, hanno subito maltrattamenti, con ogni probabilità non per ottenere informazioni, ma per “dare una lezione e un avvertimento” ad altri dirigenti.
Durante la sessione dell'OSA di Venerdì 13, lo stesso Almagro ha chiesto inutilmente al governo del Nicaragua di fermare l'attacco alla UNAN. Quel giorno, il segretario dell'OSA ha riaffermato la posizione espressa tre giorni prima: «Non possiamo convivere nelle Americhe con episodi violenti come quelli occorsi in Nicaragua da Aprile. Nella segreteria dell'OSA vediamo la necessità immediata di un negoziato che permetta soluzioni politiche per il Paese: democrazia, diritti umani ed elezioni».

Ortega isolato nell'OSA

Soltanto cinque giorni dopo, il 18 Luglio, l'OSA ha convocato una nuova sessione straordinaria del Consiglio Permanente per sottoporre a votazione la risoluzione presentata il giorno 13. Dopo quasi un'ora in cui il ministro degli Esteri del Nicaragua e la rappresentante del Venezuela non sono riusciti a ostacolare, più che il voto, la stessa sessione, 21 dei 34 Paesi integranti l'OSA hanno votato a favore del testo. Contro di esso hanno votato solo in 3: Venezuela, San Vicente e Granadinas, oltre allo stesso Nicaragua. In 7 si sono astenuti: Belize, El Salvador, Grenada, Haiti, Suriname, Trinidad e Tobago, e Barbados. In 3 si sono assentati: Bolivia, Dominica e Saint Kitts e Nevis.
I Paesi “di peso” nel continente, eccetto il Venezuela, hanno appoggiato la «energica condanna» della repressione in Nicaragua. La maggioranza degli Stati caraibici che ricevono carburante venezuelano a prezzi favorevoli in ragione dell'accordo PETROCARIBE, non se la sono sentita, preferendo astenersi o assentarsi.
La sconfitta del governo di Ortega è parsa ancora più chiara quando il ministro degli Esteri nicaraguense si è impegnato a sottoporre a votazione una risoluzione «per ristabilire la pace in Nicaragua», che reitera la versione ufficiale su quanto accade nel Paese: vale a dire, non si tratterebbe di una ribellione civica della maggioranza del popolo, ma di un «colpo di Stato» di forze «terroriste». Tale resto ha ottenuto solamente 3 voti favorevoli: Venezuela, San Vicente e Granadinas, oltre allo stesso Nicaragua; 20 Paesi hanno votato contro; 8 si sono astenuti e 3 sono risultati assenti.
Secondo Gonzalo Concke, capo di gabinetto di Almagro, la risoluzione è di «grande importanza» ed il voto favorevole rappresenta «la risposta della comunità interamericana alla situazione tragica che vive il Nicaragua, con un numero di morti raggelante». Quel giorno si è evidenziato quali siano e continueranno ad essere i rapporti di forza in seno all'OSA: sfavorevoli ad Ortega.

Si muove anche l'Europa

Mentre nell'OSA si sviluppava tale confronto, la principale rappresentante dell'Unione Europea per la politica estera, Federica Mogherini, scriveva una lettera al ministro degli Esteri nicaraguense per chiedere «la fine immediata della repressione e delle detenzioni arbitrarie», nonché lo smantellamento dei «gruppi armati irregolari», annunciando, inoltre, l'invio da parte della UE, preoccupata per la crisi umanitaria in Nicaragua, di circa 300 mila euro per l'assistenza alle vittime della violenza. Fra i Paesi europei, è la Germania ad essersi distinta per dichiarazioni ed impegni.
Il giorno prima della riunione dell'OSA, 12 Paesi latinoamericani integranti la Comunità di Stati Latinoamericani e Caraibici (CELAC), istanza creata dal defunto presidente venezuelano Chávez, riuniti a Bruxelles con i Paesi dell'Unione Europa, avevano avanzato la stessa richiesta dell'OSA. Quel giorno, inoltre, sette ex presidenti del Costa Rica hanno scritto al segretario generale dell'ONU, António Guterres, in visita a San José, sollecitando l'intervento delle Nazioni Unite «per promuovere una soluzione che ristabilisca, nel più breve tempo possibile, la pace e la democrazia in Nicaragua».

Una “paura generalizzata”

Fino al 7 Agosto, la presenza dell'ONU nella crisi nicaraguense era limitata ad un gruppo di lavoro dell'Ufficio dell'Alto Commissariato per i Diritti Umani, il cui portavoce è stato bollato dal ministero degli Esteri nicaraguense come «complice del terrorismo» per i suoi rilievi critici mossi alla nuova legge che sta portando in carcere e tribunale decine di persone.
L'alto commissario Zeid Ra'ad Al Hussien, massima autorità di ACNUDH, ha rilasciato dichiarazioni molto nette sulla situazione in Nicaragua, condannando non solo i tragici eventi recenti, ma considerandoli «il risultato di una erosione sistematica dei diritti umani lungo gli anni». Più di recente, Al Hussein si è riferito alle denunce che stanno ricevendo i membri di ACNUDH in Nicaragua: «I miei collaboratori ascoltano testimonianze di profonda frustrazione e disperazione, ed anche di paura generalizzata».

La partecipazione delle Nazioni Unite

L'ONU può diventare un attore chiave per una soluzione della crisi nel Paese. Ad esempio, con l'intervento di Forze di Pace dell'ONU per il disarmo dei paramilitari, come hanno suggerito alcuni. Anche Ortega ha ipotizzato di convocare l'ONU come garante e verificatrice degli accordi di un dialogo nazionale che pretenderebbe di organizzare lui stesso in sostituzione del Dialogo Nazionale mediato dai vescovi, al quale non ha alcuna voglia di partecipare.
Un gruppo di organizzazioni civili nicaraguensi ha inviato una lettera al segretario generale Guterres, sollecitando la convocazione di una sessione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU sul Nicaragua, per dibattere questi tre punti: un piano per il disarmo dei gruppi paramilitari; sanzioni contro il regime di Ortega; la creazione di una commissione di investigazione che valuti l'intervento della Corte Penale Internazionale per punire i crimini di lesa umanità commessi in Nicaragua negli ultimi mesi. Azioni che sarebbero complementari a quelle dell'OSA, ma con maggiore impatto e lungimiranza, specialmente sul tema della giustizia, quello che più inquieta Ortega. «Un'investigazione sotto l'egida delle Nazioni Unite – recita la lettera – aumenterebbe anche la consapevolezza e l'attenzione internazionale sulla situazione in Nicaragua, comprendendo maggior coordinamento delle iniziative e cooperazione con soci e governi al di fuori della regione e della portata delle organizzazioni regionali».

Un altro 19 Luglio

Mentre erano in corso le “operazioni di pulizia”, il giorno dopo l'approvazione della risoluzione dell'OSA, Daniel Ortega e Rosario Murillo hanno celebrato, il 19 Luglio, il 39° anniversario della rivoluzione che rovesciò la dittatura di Somoza. In uno scenario simile a quello di altri anni – Ortega che arriva scortato da un centinaio di giovani in uniforme, sullo stile coreografico “coreano”, di fronte ad una piazza più vuota che mai –, il presidente ha pronunciato un discorso in cui si è raffigurato davanti alla sua base e al Paese come un guerriero che ha concluso vittoriosamente una guerra. Per la prima volta, quel pomeriggio ha esposto la sua narrazione dei fatti di Aprile, mostrandosi come il governante che con pazienza è andato scoprendo cosa volessero i suoi oppositori, per concludere che si tratta di un piano golpista, persino satanico. Buona parte del discorso è stata dedicata ad attaccare i vescovi, ritenuti coinvolti in tale piano.
Il vigore del suo discorso mirava ad incoraggiare i suoi sostenitori, che ha chiamato a rafforzare le «autodifese». A partire da quel giorno, sui muri delle città sono apparse scritte come “Plomo” (Piombo, ndr), mentre una canzoncina poco immaginativa e ripetitiva, essendo composta da un solo verso, veniva diffusa dai media del regime: “Aunque les duela, aunque les duela, el comandante se queda” (Anche se vi fa male, anche se vi fa male, il comandante resta; ndr). Fino alle elezioni del 2021, nei piani di Ortega.

Pioggia di interviste

A differenza, però, di precedenti 19 Luglio, caratterizzati da una scenografia del tutto simile e nei quali si erano ascoltati discorsi altrettanto aggressivi, tesi a compattare la base del partito di governo, quest'anno la celebrazione dell'anniversario della rivoluzione non è passata inosservata nel mondo. Il discorso trionfalista e bellicoso di Ortega, il suo dichiararsi vittorioso dopo aver sparso tanto sangue è sembrato peggiorare la sua immagine internazionale; e così, colui che non concedeva interviste da anni, stavolta le ha sollecitate, nei giorni seguenti, a vari media internazionali, tra cui Fox News, TeleSUR, Euronews e CNN.
Se il proposito era quello di migliorare la propria immagine, tale obiettivo non sembra raggiunto. Ad ogni giornalista, infatti, Ortega ha fornito una diversa versione dei fatti, specialmente in risposta alla domanda su chi siano i paramilitari incappucciati che terrorizzano la popolazione, tema chiave sollevato da tutti gli intervistatori. Nell'intervista con Andrés Oppenheimer, per la CNN, il presidente nicaraguense si è, per di più, auto-incriminato, affermando che i paramilitari sono «poliziotti volontari». In quanto Capo della Polizia, forse, Ortega non si è reso conto che, se così fosse, vorrebbe dire che gli incappucciati che vanno in giro ad ammazzare la gente sono suoi subalterni...
Sulle molte contraddizioni contenute nelle interviste, il giornalista spagnolo Óscar Valero, che lo ha intervistato per conto di Euronews, ha affermato: «Non so se lo faccia per confondere, per calcolo o semplicemente perché non è in grado di presentare una versione unificata».
L'unico punto di coincidenza nelle interviste è sul fatto che non ci saranno elezioni anticipate, vale a dire che lui intende restare fino al 2021, almeno.

Parla Humberto Ortega

Negli stessi giorni, la CNN ha intervistato l'ex capo dell'Esercito Humberto Ortega, il quale ha sostanzialmente smentito tutte le confuse affermazioni, calcolate o meno, del fratello. Humberto Ortega ha definito «condannabile» la violenza con cui in Aprile il regime ha risposto alle prime proteste degli universitari. «Il governo non ha saputo gestire la situazione», ha dichiarato, aggiungendo che «il principale responsabile» della «repressione così indiscriminata» che ne è seguita è «lo Stato, che ha un governo», dando ad intendere e insistendo sul punto in tutte le risposte che chi sta al governo è Daniel Ortega. «Il problema più importante da risolvere – ha proseguito Humberto Ortega – è quello delle forze paramilitari, che sono fuorilegge»; «tutto il popolo – ha aggiunto – le ha viste provocare terrore, accompagnando la Polizia... Sono quelle che hanno provocato il maggior numero di violenze e morti». Pertanto, ha avvertito, «il governo non può legittimare degli irregolari armati», sottolineando in particolar modo che «l'Esercito non può tollerarlo». Secondo Humberto Ortega le elezioni «sono la chiave [per la soluzione della crisi, ndr] e vanno anticipate». Infine, l'ex capo dell'Esercito ha dato il suo appoggio ai vescovi e allo schema di Dialogo Nazionale esistente, considerandolo lo spazio in cui si debba arrivare ad accordi che mettano fine alla crisi, con elezioni anticipate.
Quanta influenza avranno queste dichiarazioni, così chiare e dirette, sull'Esercito, fattore chiave nella soluzione finale di questa crisi?

La visione degli Stati Uniti

Nonostante le differenti prospettive, Daniel e Humberto Ortega coincidono su un punto: l'uscita dalla crisi deve restare in mano dei nicaraguensi, il che significa, in entrambe le prospettive, che gli Stati Uniti non devono intervenire.
«Gli Stati Uniti faranno tutto il possibile perché il Nicaragua torni alla democrazia. Tutte le opzioni sono sul tavolo, meno che l'opzione militare»: è quanto di più diretto ha detto ad Ortega e ai media l'ambasciatore statunitense presso l'OSA, Carlos Trujillo.
Al momento, gli Stati Uniti hanno varato sanzioni e rilasciato dichiarazioni che mostrano come Casa Bianca e Congresso, repubblicani e democratici, condividano la condanna del governo del Nicaragua e lo stesso impegno per sostituirlo per la via elettorale. In due ondate di provvedimenti, il Dipartimento di Stato ha revocato il visto a decine di funzionari del governo e alle loro famiglie, anche se non ha fornito i nomi degli interessati. Tre funzionari della cerchia più vicina ad Ortega sono già stati sanzionati in base alla Legge Magnitsky e si ritiene che altri lo saranno presto.
A metà Luglio, il Dipartimento di Stato ha dichiarato: «Ogni vittima che si aggiunge alla campagna di violenza e intimidazione del governo mina la legittimità di Ortega». E, al compimento dei primi cento giorni dall'inizio della rivolta, la rappresentante degli Stati Uniti all'ONU ha ricordato come, a quella data, i morti in Nicaragua (295) superassero quelli provocati in Venezuela in altrettanti giorni di protesta (112).
All'intervista di Ortega alla Fox News, il canale di notizie preferito dal presidente Trump, non è seguita alcuna reazione di quest'ultimo a quanto affermato, in tono quasi di supplica, da Ortega: «rispettaci». A parlare è stato, invece, il vicepresidente Mike Pence che, conclusa l'intervista, ha scritto: «La violenza patrocinata da Ortega è innegabile. La sua propaganda non inganna nessuno e non cambia niente».
Giorni dopo, Pence ha condannato «la guerra contro la Chiesa cattolica» portata avanti dal regime. E il 30 Luglio, la Casa Bianca ha avvertito Ortega che tutto quello che gli Stati Uniti hanno fatto finora «sono solo l'inizio, non la fine, delle sanzioni».
Vari congressisti ritengono che la crisi nicaraguense rappresenti una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, in ragione della presenza russa in Nicaragua, della possibilità che si scateni una guerra civile e della crisi migratoria che interessa da tempo la regione.
Nel Senato giace in attesa di approvazione il cosiddetto Nica Act.  Ma senatori repubblicani e democratici hanno introdotto anche un altro progetto di legge, intitolato “Legge del 2018 per i Diritti Umani e la Lotta contro la Corruzione”, che prevede sanzioni, persino maggiori di quelle previste dalla Legge Magnitsky, contro la famiglia governante. Il progetto è patrocinato, tra gli altri, dai democratici Patrick Leahy, negli anni '80 fermo difensore della rivoluzione sandinista, e Tim Caine, legato al Centroamerica fin dalla sua gioventù. Da parte, loro, i 435 membri della Camera dei Rappresentanti hanno approvato il 25 Luglio una risoluzione che condanna il regime di Ortega per la repressione con cui ha risposto all'insurrezione civica.

La negazione della realtà

Il mondo ormai sa cosa succede in Nicaragua. Da un relativo rispetto nei suoi confronti o da una totale ignoranza al riguardo, il modello di regime costruito e presieduto da Ortega e Murillo è diventato oggetto di discredito e rifiuto in tutto il mondo. Sono quest'ultimi pienamente coscienti di ciò?
Il loro comportamento «sembra proprio di uno stato psicotico di negazione della realtà che porta a non assumersi le responsabilità» di quanto sta accadendo, ha dichiarato ad envío uno psichiatra. Essi negano la realtà, sostenendo che il Paese si è «normalizzato», mentre il ministro degli Esteri dichiara all'OSA che il colpo di Stato terrorista è stato «neutralizzato». Ma il Paese non è normale e le massicce mobilitazioni continuano a reclamare pacificamente un cambiamento di governo.

Anormalità generalizzata

Niente è normale in Nicaragua. Oltre al lutto e all'angoscia di migliaia di famiglie che piangono i loro morti, che vivono nell'apprensione per i loro parenti feriti, che non smettono di cercare gli scomparsi, che sono in ansia per la sorte di quanti sono scappati in Costa Rica, o stanno per farlo, e per quanti vivono nascosti nel Paese, l'economia, le strade, le università dimostrano l'anormalità della situazione.
Secondo il presidente del Banco Central in Luglio e Agosto la situazione si normalizzerà e, così, si compenseranno le perdite registrate in Maggio e Giugno. Ma le settimane passano e non si percepisce alcun miglioramento... Tutte le banche del Paese hanno pubblicato sui giornali lunghe liste dei clienti in mora. Nessuna fa più credito, eccetto che per la produzione agricola. La banca è stretta fra la fuga di capitali (circa 600 milioni di dollari dall'inizio della crisi) e la mora di quanti non ce la fanno più a pagare.
Gli investimenti nazionali e stranieri sono fermi. Le donazioni congelate. Con la caduta della cooperazione petrolifera venezuelana, le riserve internazionali del Nicaragua si sono ridotte di 200 milioni di dollari in due mesi.
Un quarto di milione di nicaraguensi ha perso il lavoro. Il turismo è praticamente ridotto a zero e sarà estremamente difficile una sua rapida ripresa, anche se le cose dovessero migliorare. Il commercio e i servizi sono gravemente colpiti. Il consumo si è ridotto di un 70% e, di conseguenza, la raccolta fiscale è drasticamente diminuita.
Circa 4.900 ettari di terre private sono state invase da gruppi di persone e di famiglie intere, incoraggiati dal regime, di cui si proclamano suoi acerrimi difensori. In questo modo, Ortega consuma una vendetta nei confronti degli imprenditori che hanno appoggiato le mobilitazioni, le proteste, i blocchi stradali e partecipano al Dialogo Nazionale. Il futuro impatto di questa anarchia promossa dal regime renderà più difficile risolvere i problemi di proprietà ancora aperti che il Paese si trascina dal tempo delle confische degli anni '80.
Ormai, molte famiglie non mandano i propri figli a scuola a causa del clima di insicurezza. Migliaia di studenti dell'Università Nazionale Autonoma del Nicaragua, a Managua e León, si sono dichiarati in «ribellione accademica»: non frequentano i corsi e non riprenderanno l'anno accademico. Nelle strade di León è risuonato lo slogan: “Sin autonomía, calles llenas y aulas vacías” (“senza autonomia, strade piene e aule vuote”; ndr).
L'Università Centroamericana (UCA) ha sospeso le lezioni già in Aprile. Che sono sospese anche nelle università pubbliche, nell'Università di Ingegneria (UNI) e nell'Università Politecnica (UPOLI). Nelle università private si registra una drastica caduta delle immatricolazioni, che in alcuni casi arriva al 70%. I ritiri si debbono a ragioni economiche e all'insicurezza regnante nel Paese.

Ortega è isolato

La scrittrice e poetessa Gioconda Belli descrive bene la situazione dopo le brutali operazioni di distruzione delle barricate e dei blocchi stradali: «Ovviamente, a seguito della repressione scatenata da Ortega e Murillo, la gente cerca riparo. Ma il fatto che quanti protestano si cautelino non significa che il Paese stia tornando alla normalità. Solo nella testa di Daniel Ortega c'è posto per il cinismo di dichiararsi vittorioso e l'idea che sia possibile tornare al 17 Aprile. Al contrario, il governo non potrà più governare come prima. Non saprà mai quanti siano quelli che (pubblicamente, ndr) lo esaltano, ma in privato lo detestano».
Le pressioni diplomatiche sono in aumento. Il 2 Agosto è tornato a riunirsi il Consiglio Permanente dell'OSA in sessione straordinaria per approvare una nuova risoluzione sul Nicaragua. Essa prevede la creazione di un gruppo di lavoro integrato da rappresentanti di vari Paesi dell'OSA che si recheranno in Nicaragua per contribuire a far avanzare il dialogo nazionale per uscire dalla crisi, coordinandosi con altri organismi internazionali e regionali, come il Sistema di Integrazione Centroamericana (SICA).
Ancora prima che la risoluzione venisse approvata – 20 voti a favore e 4 contro – il ministro degli Esteri nicaraguense ha dichiarato che il suo governo non permetterà a tale gruppo di mettere piede nel Paese. Se il rifiuto si mantiene, sono probabili sanzioni bilaterali – economiche, commerciali, diplomatiche – da parte dei Paesi che hanno approvato la risoluzione e, pure, da parte di organismi multilaterali, come il Banco Interamericano de Desarrollo. Il che potrebbe aumentare l'isolamento del governo Ortega.
Chiudere le porte all'OSA contraddice l'insistenza mostrata da Ortega nel chiedere agli organismi internazionali di partecipare al dialogo nazionale, nella versione che egli vorrebbe modificare a proprio vantaggio. La mancanza di credibilità internazionale di Ortega e, viceversa, la legittimità ottenuta dai vescovi come mediatori e dell'Alleanza Civica come interlocutrice, rende tutto ciò molto difficile. Pretenderlo, poi, non fa che aumentare il suo isolamento.

Ortega è il caos

Uno dei concetti chiave su cui Ortega non si è contraddetto, ma che ha enfatizzato nelle sue interviste – nel frattempo, se ne sono aggiunte altre due alle prime quattro – è che se lui abbandonasse il governo, nel Paese si creerebbe un vuoto di potere, un'anarchia. Come dire, “o me, o il caos”. Forse, qualcuno la pensava così prima di Aprile, ma oggi la comunità internazionale è ormai consapevole di come l'attuale governo non sia in grado di governare, né di negoziare, perché ha perso ogni autorità morale e capacità politica per affrontare le sfide del futuro che la sua barbarie ha provocato nel Paese. Ed è proprio la repressione nelle sue tre fasi, il terrore e la massiccia violazione dei diritti umani per mantenersi al potere a tutti i costi, che ha unificato i criteri della comunità internazionale: non si tratta, quindi, di “Ortega o il caos”, perché Ortega è il caos. La sua permanenza al governo non porterà stabilità, né restaurerà economicamente e moralmente il Paese. Ortega è diventato il principale ostacolo perché il Nicaragua recuperi stabilità economica e politica.

Il mondo deve saperlo

Il popolo nicaraguense ha dato massicce dimostrazioni della sua volontà di resistenza civica. Fra quanti hanno resistito, e sono la maggioranza, c'è abbastanza gente preparata per guidare una transizione democratica ed una riattivazione economica, essendo all'altezza delle sfide che si porranno quando la crisi passerà e si assisterà alla fine dell'orteguismo. Sembra stia arrivando il momento in cui la resistenza civica debba ritagliarsi e sviluppare uno spazio di lotta e proiezione internazionale complementare a quello guadagnato nelle strade e nel dialogo nazionale. La vita di tanti e il pianto di tante se lo meritano. Ormai si discute in vari ambiti dell'urgenza di formare una giunta di governo di transizione. Il mondo deve sapere che in Nicaragua ci sono capacità umane, etiche e professionali per gestire un futuro più giusto, più libero e più democratico.