«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NICARAGUA / Tempo di incertezze, ma anche di speranze

Non è chiaro come e quando si risolverà la crisi scoppiata in Aprile. Due narrazioni sull'origine della stessa, quella del regime e quella della ribellione civica, polarizzano il Paese e paiono inconciliabili. Le Nazioni Unite hanno avallato la seconda in un documento che è costato l’espulsione dal Paese dell'Ufficio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. Cinque mesi dopo l'insurrezione della coscienza civica iniziata in Aprile, Daniel Ortega proclama che il Paese è «normalizzato» e, pertanto, si mostra determinato a restare al governo fino al 2021. D'altro canto, la popolazione insorta è determinata a impedirglielo. Lo scontro è impari. Senza una rapida soluzione politica, la crisi umanitaria e i gravi problemi economici e finanziari causati dal conflitto stanno portando il Nicaragua sull'orlo del precipizio. «Il Nicaragua è, oggi, una bomba ad orologeria», è stato affermato al Consiglio di Sicurezza dell'ONU il 5 settembre scorso.

Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

In Aprile e, ancora in Maggio, la soluzione della crisi sembrava vicina. L'uso sproporzionato della forza da parte del regime contro le proteste studentesche, costata la morte di tanta gente – crimini che non hanno conosciuto sosta dal 20 Aprile –, ha alimentato in modo esponenziale l'indignazione popolare e scatenato una escalation repressiva.
"Ti abbiamo lasciato passare tutto, ma non avresti mai dovuto toccare i nostri figli", recitava un manifesto rivolto a Daniel Ortega, scritto a mano da una donna che lo mostrava nella prima mobilitazione di massa di Aprile. Quei primi giovani morti spiegano come sia cominciata la ribellione: crimini che ancora oggi il governo nemmeno ammette che siano accaduti. Quella scintilla ha appiccato un incendio, che tuttavia – riconoscono le Nazioni Unite nel loro rapporto – è il «risultato di un malessere con radici profonde».
Il governo ha risposto «sparando per uccidere», come riportato da Amnesty International nel suo rapporto di Maggio. Risultato: il più grande massacro mai visto in Nicaragua in tempi di pace. Fino al 24 Agosto, secondo la Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH), 322 persone risultavano uccise nel conflitto e oltre 2 mila ferite. Tra loro, morti e feriti anche dalla parte di coloro che difendono il regime, dal momento che ci sono stati atti di violenza e reazioni di autodifesa di fronte alla violenza istituzionale. L'ONU lo riconosce nel suo rapporto. E lo riconosce anche la CIDH, che tuttavia a fine Agosto ha ribadito: «La stragrande maggioranza delle vittime è morta a seguito di azioni dello Stato o di forze paramilitari al servizio dello Stato».
La stragrande maggioranza ha perso la vita esercitando il diritto di rivendicare i propri diritti, la giustizia e la democrazia, un altro Governo, un altro Paese. Quanti l'hanno persa impedendo tale diritto vanno sul conto del regime, che li ha mandati ad uccidere, o a morire. Questa è la narrazione di coloro che si oppongono al regime, condivisa dai più alti organismi, regionale e internazionale, di difesa dei diritti umani. 

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