«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NICARAGUA / Tempo di incertezze, ma anche di speranze

Non è chiaro come e quando si risolverà la crisi scoppiata in Aprile. Due narrazioni sull'origine della stessa, quella del regime e quella della ribellione civica, polarizzano il Paese e paiono inconciliabili. Le Nazioni Unite hanno avallato la seconda in un documento che è costato l’espulsione dal Paese dell'Ufficio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. Cinque mesi dopo l'insurrezione della coscienza civica iniziata in Aprile, Daniel Ortega proclama che il Paese è «normalizzato» e, pertanto, si mostra determinato a restare al governo fino al 2021. D'altro canto, la popolazione insorta è determinata a impedirglielo. Lo scontro è impari. Senza una rapida soluzione politica, la crisi umanitaria e i gravi problemi economici e finanziari causati dal conflitto stanno portando il Nicaragua sull'orlo del precipizio. «Il Nicaragua è, oggi, una bomba ad orologeria», è stato affermato al Consiglio di Sicurezza dell'ONU il 5 settembre scorso.

Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

In Aprile e, ancora in Maggio, la soluzione della crisi sembrava vicina. L'uso sproporzionato della forza da parte del regime contro le proteste studentesche, costata la morte di tanta gente – crimini che non hanno conosciuto sosta dal 20 Aprile –, ha alimentato in modo esponenziale l'indignazione popolare e scatenato una escalation repressiva.
"Ti abbiamo lasciato passare tutto, ma non avresti mai dovuto toccare i nostri figli", recitava un manifesto rivolto a Daniel Ortega, scritto a mano da una donna che lo mostrava nella prima mobilitazione di massa di Aprile. Quei primi giovani morti spiegano come sia cominciata la ribellione: crimini che ancora oggi il governo nemmeno ammette che siano accaduti. Quella scintilla ha appiccato un incendio, che tuttavia – riconoscono le Nazioni Unite nel loro rapporto – è il «risultato di un malessere con radici profonde».
Il governo ha risposto «sparando per uccidere», come riportato da Amnesty International nel suo rapporto di Maggio. Risultato: il più grande massacro mai visto in Nicaragua in tempi di pace. Fino al 24 Agosto, secondo la Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH), 322 persone risultavano uccise nel conflitto e oltre 2 mila ferite. Tra loro, morti e feriti anche dalla parte di coloro che difendono il regime, dal momento che ci sono stati atti di violenza e reazioni di autodifesa di fronte alla violenza istituzionale. L'ONU lo riconosce nel suo rapporto. E lo riconosce anche la CIDH, che tuttavia a fine Agosto ha ribadito: «La stragrande maggioranza delle vittime è morta a seguito di azioni dello Stato o di forze paramilitari al servizio dello Stato».
La stragrande maggioranza ha perso la vita esercitando il diritto di rivendicare i propri diritti, la giustizia e la democrazia, un altro Governo, un altro Paese. Quanti l'hanno persa impedendo tale diritto vanno sul conto del regime, che li ha mandati ad uccidere, o a morire. Questa è la narrazione di coloro che si oppongono al regime, condivisa dai più alti organismi, regionale e internazionale, di difesa dei diritti umani. 

"Un colpo di Stato terrorista"

Da parte sua, il regime nega che ci siano state proteste civiche represse con armi da fuoco e, in generale, che il diritto alla protesta sia stato violato. Sostiene, invece, che quanto accaduto sia stata la risposta a un colpo di Stato pianificato, organizzato e finanziato dagli Stati Uniti, dalla CIA o da altre agenzie del Nord.
In momento convulso come questo sarebbe strano, per non dire altro, che gli Stati Uniti non si interessassero a quel che accade in Nicaragua, cercando di trarne profitto. Di certo, non mancano loro risorse ed esperienza. Paradossalmente, ma non troppo, le eccellenti relazioni intrattenute per oltre un decennio con Ortega, quasi li costringono ad interessarsi di Nicaragua. Tuttavia, ciò è conseguenza della crisi, non la causa dell'insurrezione civica.
Che quanto è successo sia frutto di un tentativo di colpo di Stato corrisponde alla versione formulata dalla delegazione governativa in una delle prime sessioni del Dialogo Nazionale, in cui l'Alleanza Civica, con la mediazione dei vescovi cattolici, ha proposto di anticipare le elezioni per uscire dalla crisi.
In seguito, il regime ha proceduto ad “operazioni di pulizia” per riprendere il controllo del territorio, che centinaia di blocchi stradali e barricate gli avevano sottratto. Quello è stato il momento in cui si è registrato il maggiore spargimento di sangue, in uno scontro estremamente diseguale. Così lo descrivono le Nazioni Unite nel loro rapporto: «Con l'evolversi della crisi, il livello di violenza contro i manifestanti da parte della polizia e dei civili armati è aumentato ancora di più, così come il livello di resistenza di alcuni individui partecipanti nei blocchi. Si dispone di ampia informazione sull'uso dei mezzi violenti da parte di alcuni manifestanti, tra cui pietre, mortai, armi improvvisate e armi da fuoco (principalmente fucili). Tuttavia, non è stata trovata alcuna prova che questi atti violenti siano stati coordinati o abbiano risposto a un piano preesistente».

Come negli anni '80?

Una volta terminate le ”operazioni di pulizia”, il regime ha formulato meglio la propria versione dei fatti, giungendo alla conclusione che in Aprile ci sia stato un tentativo di colpo di Stato. Come dire, i blocchi stradali non sono stati montati da civili, ma da persone armate; i golpisti hanno fatto ricorso al terrore per imporsi, ma sono stati sconfitti e ora vengono giudicati per quello che sono: terroristi e traditori della patria.
Il 7 Agosto, dopo aver presentato cifre disparate sulle morti avvenute in quella fase, il regime ha fissato un numero definitivo e coniato un nuovo slogan al riguardo: «Sono 198 e li hanno uccisi loro! Devono pagare per i loro crimini!». Come dire: tutte le morti sarebbero state causate dai terroristi, mentre nessuno sarebbe caduto sotto i colpi del regime.
La narrativa ufficiale mira a compattare le basi del partito di governo e, pure, a convincere una certa sinistra internazionale, proponendo una narrativa simile a quella degli anni '80, quando il governo rivoluzionario fu vittima di un'aggressione armata finanziata dagli Stati Uniti.
In cinque mesi, tale versione dei fatti non è cambiata. Ciò cui si assiste ogni giorno è una continua “fuga in avanti” che sembra senza ritorno. Per oltre un decennio la coppia al governo ha portato avanti, senza trovare grandi ostacoli, un progetto dinastico di occupazione del potere. Ora, la stessa si resiste ad accettare che un piano così meticolosamente coltivato sia andato inaspettatamente in pezzi. Dal terrore causato dal fallimento di tale disegno è scaturita la politica del terrore con cui hanno risposto alle proteste.

ONU: “nessun colpo di Stato”

Il rapporto dell'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OACNUDH), che copre gli eventi dei primi quattro mesi della crisi (dal 18 Aprile al 18 Agosto) è stato presentato a Ginevra e a Managua il 29 Agosto (è consultabile qui nella versione originale, con la sola esclusione, data la loro estensione, delle note a piè di pagina, ndr). Il documento mette in discussione la narrativa del regime: «Invece di ammettere una qualsivoglia responsabilità per atti illeciti o indebiti [accaduti, ndr] durante la crisi, il governo ha accusato i leader sociali e dell'opposizione, i difensori dei diritti umani e i media, per quella che ha definito "violenza golpista”, così come per per l'impatto negativo della crisi politica sull'economia nazionale. Inoltre, il governo ha attribuito la responsabilità di tutti gli atti di violenza a coloro che hanno partecipato alle proteste, tra cui le 197 morti ufficialmente riconosciute fino al 25 Luglio».
Nel presentare il rapporto, Guillermo Fernández Maldonado, coordinatore della missione in Nicaragua dell'OACNUDH, ha dichiarato: «Fin dal primo incontro tenuto al Ministero degli Esteri, ci è stata presentata la narrativa di un colpo di Stato. Ciò che abbiamo detto è che se davvero quella era la visione, allora che ci dessero accesso alle informazioni e ai luoghi che potessero confermarla e se avessimo trovato prove a sostegno di tale visione, l'avremmo resa pubblica. Tuttavia, nessuna delle nostre richieste di informazioni è stata esaudita, né ci hanno permesso di uscire da Managua e recarci nei luoghi da noi proposti. Le informazioni cui abbiamo avuto accesso non supportano tale visione. Non vi è alcun indizio di un colpo di Stato. Al contrario, dal punto di vista dei diritti umani, ciò che abbiamo trovato sono azioni governative per rispondere a una protesta civile che sono contrarie al diritto internazionale dei diritti umani».

Uno strumento della politica di terrore”

Il 30 Agosto, Daniel Ortega ha bollato il rapporto presentato il giorno prima con queste parole: «Sempre meno gente nel mondo crede agli organismi internazionali perché si convertono in strumenti dei potenti, che impongono le loro politiche di morte sui popoli del pianeta Terra... Questi organismi della Nazioni Unite, in questo caso un organismo che ha a che vedere con i Diritti Umani, non è altro che uno strumento della politica di morte, terrore, menzogna, infamia. Sì, sono degli infami!».
La stessa sera, il Ministero degli Esteri ha notificato al rappresentante dell'Ufficio dell'ONU che la permanenza nel Paese di tale organismo poteva considerarsi conclusa; di fatto, un'espulsione.
Il rapporto della OACNUDH è arrivato il 5 Settembre al Consiglio Permanente delle Nazioni Unite, il che costituisce un notevole passo perché le massicce violazioni dei diritti umani commesse dal regime Ortega-Murillo trascendano l'ambito regionale dell'Organizzazione degli Stati Americani e comincino ad essere conosciute dal massimo organismo mondiale. Ciò ha aperto un tempo di speranza in mezzo a tante incertezze.

Occhi e orecchie internazionali

È stato il tema dei diritti umani ad aprire gli occhi del mondo su quanto accade in Nicaragua. Nei fatti, il risultato politico più significativo strappato ad Ortega dalla ribellione civica è stata la presenza in Nicaragua di organismi regionali e internazionali dei diritti umani.
Sulla base del rapporto sui diritti umani che la CIDH ha presentato all'Organizzazione degli Stati Americani (OSA) in Giugno, quest'ultima ha preso posizione sulla crisi nicaraguense. In seguito, il regime ha dovuto accettare che la CIDH insediasse nel Paese, per sei mesi prorogabili, il cosiddetto Meccanismo di Accompagnamento (MESENI) e che, quindi, arrivassero in Nicaragua 4 professionisti del Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti (GIEI), con il mandato di investigare su tutte le morti occorse fra il 18 Aprile e il 30 Maggio. Inoltre, il regime ha dovuto accettare l'arrivo nel paese del gruppo della OACNUDH, poi espulso.

Un muro

Su pressioni delle mobilitazioni di piazza e del Dialogo Nazionale, il regime si è visto obbligato a sottoporsi alla verifica degli organismi internazionali dei diritti umani. Da parte della ribellione civica, le aspettative suscitate dall'arrivo di questi “occhi e orecchi” internazionali sono state enormi, nella speranza che ciò obbligasse il governo a cambiare, ad agire in altro modo. Così non è stato. Quegli occhi e quelle orecchie sono andate a sbattere contro un muro.
Le richieste del gruppo MESENI di visitare le carceri o assistere ai processi delle persone accusate di terrorismo, come pure di uscire da Managua per visitare alcuni dei punti più “caldi” del paese per parlare con la popolazione vittima di repressione, sono state del tutto ignorate dal Ministero degli Esteri, cui sono state consegnate. Anche le richieste del Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti (GIEI) di accedere alla documentazione forense e ai rapporti di polizia sui casi oggetto di indagine sono rimaste inevase.
Il regime Ortega-Murillo sa che il tema più efficace per mettere sotto osservazione internazionale il Nicaragua è quello dei diritti umani. Per questo, per sostenere la sua narrativa non ha potuto fare a meno di invitare le organizzazioni che di essi si occupano, ma al tempo stesso non ha altro rimedio che erigere una muraglia e diffamare quanti segnalano le sue responsabilità.

La CIDH è priva di ogni rigore scientifico”

Il 18 Agosto, dalla tribuna di una delle “contro-marce” che il regime organizza con sempre maggiore frequenza per tirare su il morale della propria base, il ministro degli Esteri Denis Moncada ha “aizzato” i partecipanti, leggendo loro il testo ufficiale in cui il regime definisce i rapporti della CIDH «criticabili per il loro taglio politico e la loro metodologia di lavoro, priva di ogni rigore scientifico, essendo una delle sue lacune più notorie la mancata verifica delle informazioni ricevute e l'utilizzazione irresponsabile di fonti prive di ogni credibilità».
Di conseguenza, i seguaci di Ortega hanno fischiato la CIDH, che ha risposto il 24 Agosto con un comunicato, in cui sottolinea «l'estremo rigore metodologico» con cui lavora: «Ciò implica confrontare varie fonti: le testimonianze delle vittime, dei familiari delle stesse, informazioni fornite da organizzazioni della società civile e dai media, così come le fonti ufficiali».

La CIDH segnala “incoerenze”

Sulla narrativa dei 198 morti, tutti “uccisi” dai presunti “golpisti”, la CIDH ha precisato: «Le cifre di persone morte fornite dallo Stato sono incoerenti. In note consegnate alla CIDH in Giugno e Luglio 2018, lo Stato informava di 37 persone morte, in maggioranza agenti dello Stato o persone vicine al governo. In seguito, in risposta alle reiterate richieste di informazioni aggiornate, in una nota del 7 Agosto, lo Stato riportava una cifra consolidata di 450 persone morte fra il 19 Aprile e il 25 Luglio. Dettagliando tale cifra, lo Stato sosteneva che 197 erano “vittime del terrorismo golpista” e 253 assassinate dalla delinquenza comune, o morte in incidenti stradali e per altre cause, che sono state poi manipolate dai golpisti e da organismi affini per screditare, diffamare e danneggiare l'immagine del governo di Nicaragua».
La CIDH segnala, inoltre, l'incoerenza del governo nel non presentare nomi, né altri dati relativi a queste 197 persone (o 198, secondo quanto scritto, in seguito, su striscioni e manifesti) per i quali il regime chiede “giustizia”. E ribadisce «la necessità urgente di garantire l'accesso all'informazione dettagliata su tutte le persone morte, perché la CIDH possa verificare le cifre in suo possesso con quelle offerte dalle autorità».

Non hanno investigato niente”

Anche il GIEI è ignorato dal regime. Il 16 Agosto, tali esperti, preoccupati per il passare infruttuoso del tempo, hanno deciso di informare l'opinione pubblica non su quanto stessero facendo, ma su ciò che non gli consentivano di fare. In una conferenza stampa hanno spiegato che dal 2 Luglio, quando hanno iniziato a raccogliere informazioni sui caduti nel lasso di tempo corrispondente al loro mandato, hanno chiesto «la documentazione delle investigazioni realizzate dalle istituzioni nazionali, i rapporti di medicina legale e la lista delle persone detenute, oltre al piano di riparazione delle vittime». Senza, tuttavia, ricevere risposta.
La presidente del Centro Nicaraguense dei Diritti Umani (CENIDH), Vilma Núñez, ha così commentato la diplomatica lamentela dei 4 esperti del GIEI: il governo non ha consegnato niente «semplicemente perché non ha fatto alcune indagine». E come prova, ha ricordato come in Aprile e Maggio funzionari del CENIDH abbiano seguito circa 30 familiari di persone assassinate, decise a presentare denuncia alla Procura, per avviare legalmente le indagini. Tuttavia, ha concluso Núñez, le autorità «hanno, sì, registrato la denuncia, messo un timbro, ma nessuna di quelle persone è mai stata convocata per saperne di più; non hanno investigato niente».

Cinque mesi dopo la ribellione di Aprile

Cinque mesi dopo la ribellione di Aprile il numero di assassinati si è ridotto. Tuttavia, poliziotti e paramilitari, o civili incappucciati, continuano a catturare sia i leaders delle proteste che semplici persone considerate sospette. Che vengono portati nelle segrete del carcere de El Chipote, (a Managua, ndr) dove sono vessate, minacciate, torturate e, in forma arbitraria, a volte liberate dopo poche ore o pochi giorni, altre volte rinchiuse per più tempo, o trasferite al carcere Modelo (di Tipitapa, nei pressi della capitale, ndr), dove sono sottoposte a processi viziati di illegalità e violazioni dei diritti umani. Tutti con l'accusa di essere dei “terroristi”.
Sebbene arresti e detenzioni si susseguono fin dai primi giorni della crisi, nella fase attuale di «criminalizzazione delle proteste», come riconosce il rapporto dell'ONU, essi sono in aumento: 340 quelle denunciate da familiari al CENIDH.
Nel descrivere le innumerevoli violazioni al diritto alla libertà e alla sicurezza personale, e le generalizzate violazioni alle garanzie del debito processo legale, il rapporto dell'ONU offre un ripasso più dettagliato e preciso delle modalità della repressione.
L'ondata repressiva comprende anche licenziamenti arbitrari. L'Associazione Medica Nicaraguense rende noto che almeno 300 professionisti della sanità sono stati licenziati per aver curato feriti durante le proteste o aver espresso critiche alla politica ufficiale. Circolano anche liste di avvocati che hanno prestato assistenza legale alle famiglie dei detenuti e che sono oggetto di minacce. I tagli al bilancio dovuti alla crisi economica sta dando luogo ad una “operazione pulizia” anche nelle istituzioni statali: i funzionari non leali vengono licenziati.
In Agosto, la narrativa del regime ha aggiunto un capitolo, che si pretende finale: “ormai è tutto normalizzato...” o, quanto meno, “in via di normalizzazione...”. Per dimostrarlo, il regime intende recuperare il controllo della piazza; organizzando contro-marce; infiltrando le mobilitazioni civiche di suoi agenti che provocano violenza; impedendo, con la forza o le intimidazioni, qualsiasi espressione civica nelle strade, siano essere grandi marce o sit-in; il tutto, per imporre un'immagine di “normalità” e far sentire alla popolazione che il regime “ha vinto”, che “tutto è ormai passato” e che “il comandante (cioè, Ortega) resta”.

La soluzione è politica, non economica

La domanda più diffusa è come e quando finirà tutto ciò, e quale sarà la soluzione. Dal momento che è palpabile come il conflitto non sia risolto, né si possa risolvere con la repressione; sia perché l'economia ha posto severi limiti alle pretese politiche di Ortega, sia perché la maggioranza della popolazione mantiene la determinazione di ottenere un cambiamento.
E quale sarebbe la soluzione?”, si chiedono in molti. «La soluzione non è una nuova politica economica – risponde l'economista Néstor Avendaño – ma soluzioni politiche perché ci sia tranquillità economica»; il che vuol dire, liberare tutti i prigionieri politici incarcerati in questa crisi, sgombrare le strade da tutti i paramilitari incappucciati, cominciare ad applicare la giustizia a quanti hanno assassinato giovani manifestanti e anticipare le elezioni. «Se si rispondesse a queste richieste – conclude Avendaño – si potrebbe pensare a cosa possa fare la banca centrale, ma solo allora». Perché «nessuna politica economica potrà portare tranquillità in uno scenario così drammatico» in cui «gli alti rappresentanti del Potere Esecutivo sostengono pubblicamente che il Paese sia in condizioni “normali”: affermare ciò significa mancare di rispetto ai nicaraguensi, generare sfiducia e allontanare la soluzione politica del problema politico in cui siamo immersi».

Il consenso nazionale

Dall'inizio della crisi, soltanto due sondaggi hanno sondato l'opinione pubblica sulla possibile via d'uscita dal conflitto. Il primo, condotto dalla CID-Gallup su un campione nazionale di 1.200 persone intervistate fra il 5 e il 14 Maggio, quando non era trascorso un mese dall'insurrezione di Aprile. Allora, il 69% voleva che Ortega e Murillo “rinunciassero” al governo; di quella percentuale, un 30% si dichiarava sandinista.
Due mesi dopo, il 17 Luglio, mentre era in corso la sanguinosa “operazione pulizia”, il Gruppo Civico Etica e Trasparenza ha realizzato un altro sondaggio, intervistando per telefono un campione nazionale di 1.200 persone. Alla domanda: “Conviene realizzare elezioni generali al più presto?”, il 79% ha risposto affermativamente. Le persone intervistate si sono così definite: danielisti 8%, sandinisti 23%, oppositori 20%, indipendenti 33%, mentre un 16% non ha risposto o si è trincerato dietro il “segreto”.
I due rilevamenti confermano una tendenza: due mesi dopo il primo, una percentuale ancora maggiore voleva elezioni anticipate. In attesa di nuovi sondaggi, si può osservare come, a cinque mesi dall'inizio della rivolta, vi sia un consenso maggioritario fra la popolazione, sia quella che si mobilita per le strade esigendo giustizia e democrazia, sfidando pallottole, intimidazioni e arresti, come quella che non scende in piazza ma ripudia il regime e desidera mettere un punto finale alla crisi, sulla necessità che si arrivi presto e in forma civica ad un cambiamento di governo: insomma, “che se ne vadano (Ortega e Murillo), ma senza guerra”.

Il consenso internazionale

C'è un consenso internazionale, guidato dall'OSA, al quale ha fatto timidamente eco l'Unione Europea, che la soluzione debba ricercarsi in elezioni da tenere quanto prima e che il regime dovrebbe negoziare nel Dialogo Nazionale. Come tutti sanno, ciò non significa soltanto concordare una data per il voto anticipato. Dal momento che il calendario elettorale deve includere altre scadenze entro le quali realizzare quei cambiamenti indispensabili perché il sistema elettorale, collassato a seguito dei brogli perpetrati per un decennio, dia garanzie a tutta la popolazione e assicuri elezioni trasparenti, competitive e con osservatori nazionali ed internazionali.
Tali cambiamenti richiedono tempo, ma soprattutto suppongono vi sia una volontà politica da parte di Ortega. Al momento, nei suoi discorsi pubblici Daniel Ortega insiste sul fatto che le elezioni saranno nel Novembre 2021, senza fare menzione alcuna dei cambiamenti previ e profondi che si richiederebbero comunque in tal senso. Tuttavia, la crisi economica e le pressioni internazionali rendono difficile il piano cui si afferra Ortega di restare al governo fino al 2021 e se possibile oltre.
Da Ortega non arriva alcun segnale positivo nemmeno in merito alla ripresa del dialogo come spazio per una “negoziazione di buona fede”, come richiesto dall'OSA. L'ultima sessione del Dialogo Nazionale si è tenuta il 25 Giugno. Dopo poco più di un mese dal suo inizio, i suoi mediatori e testimoni, cioè i vescovi, l'hanno sospeso constatando la mancanza di volontà del regime di discutere su come democratizzare il Paese. Da allora, Ortega si è impegnato, senza successo, ad organizzare un “altro” dialogo con mediatori, interlocutori e garanti che crei le condizioni per giungere ad un accordo che gli consenta di evitare la giustizia e rimanere al governo.
In tal senso, ha cercato di coinvolgere il segretario generale dell'ONU, Antonio Gutérrez, come garante di tale dialogo, ma questi gli ha risposto che il dialogo deve essere «inclusivo». Quindi, Ortega ha cercato di convincere nientemeno che papa Francesco di mettere da parte i vescovi considerati «non equanimi»: a tale scopo, il ministro degli Esteri Denis Moncada si è recato in Vaticano per parlare con il pontefice, ma si è dovuto accontentare di essere ricevuto, fuor di protocollo, dal secondo della Segretario di Stato.

Tutto normale?

In questo quadro, non si può negare che la brutale politica di terrore abbia ottenuto i suoi effetti. Ha frenato lo slancio iniziale delle proteste civiche. Centinaia di famiglie sono in lutto. Altre migliaia assistono i feriti. Altre centinaia sono disperate per i propri familiari arrestati e processati come terroristi. Oltre 20 mila persone sono dovute fuggire in Costa Rica per mettersi in salvo. Il collasso di un'economia già di per sé fragile ha provocato la disoccupazione di 200 mila persone ed è alle porte una severa crisi finanziaria.
Anche se in misura minore, proseguono gli assassinî e, del resto, poco si sa di quanto accade nelle zone rurali, mentre i paramilitari armati continuano a controllare alcuni quartieri e zone in totale impunità. E se lo smantellamento forzato di blocchi stradali e barricate ha normalizzato la circolazione, nel Paese non si sono normalizzati i consumi familiari, il turismo, le università, la vita quotidiana e nemmeno le conversazioni quotidiane, nonostante il regime cerchi di imporre la sua versione che “tutto è ormai passato”. Nei fatti, continuare a sequestrare, catturare, minacciare e riempire le carceri non aiuta a normalizzare un Paese quando la sua popolazione è indignata. E nemmeno contribuiscono allo scopo i discorsi di Ortega e i quotidiani messaggi di Murillo sui media ufficiali. Basti pensare a quel che Murillo dice di quanti manifestano per le strade: che sono una “piaga”, dei “vampiri”, dei gruppi “minuscoli”, delle “anime tossiche”, una “pochezza”, un “residuo”... Dal canto suo, Ortega li apostrofa “cani rabbiosi”, “satanici”, persino “nazisti”... In breve, stigmatizzare in questo modo quanti chiedono un cambiamento non contribuisce certo alla normalità.

Chi sta vincendo?

Dopo cinque mesi di ribellione, uno slogan di successo fra la gente che si oppone al regime è quello che lancia tutti i giorni l'analista politico Jaime Arellano, nelle sue interviste a personaggi della vita nazionale per il programma televisivo 100% Noticias: «Stiamo vincendo», sostiene appassionatamente Arellano e cerca di argomentarlo in forma didascalica. Ad esempio, quando ha chiesto ad Arturo Cruz, ex ambasciatore di Ortega negli Stati Uniti (2007/2009) e finora assai compiacente nei confronti del modello orteguista, se condividesse tale affermazione, Cruz ha risposto: «Strategicamente hai già vinto». Secondo Cruz, i rapporti di forza si starebbero articolando tra «legittimità e coercizione» - termine, quest'ultimo, preferito a repressione – e soppesando tutto, anche se la coercizione può vincere a breve termine, alla lunga la legittimità vince sempre, conclude Cruz.
In altre parole, la sconfitta strategica di Ortega si fonda sulla sua illegittimità, una macchia che lo accompagna visibilmente dalla sua rielezione nel 2016, quando si è appropriato del governo per la terza volta consecutiva in elezioni prive di opposizione, senza osservatori nazionali, né internazionali, e con un indice di astensione mai visto prima nel Paese.

Ribellione civica versus repressione brutale

Chi sta vincendo, dunque? Anche se non è tempo di bilanci, si può dire che Ortega abbia “vinto” nel breve termine, contando sulla brutalità repressiva della polizia, dei paramilitari e la complicità dell'esercito.
Il movimento insurrezionale di buona parte del popolo nicaraguense contro il regime di Ortega sta, invece, “vincendo” strategicamente nel mantenere e insistere, ad ogni costo, sul carattere civico e pacifico della lotta. Il prezzo che ha pagato è altissimo, ma il sangue e il dolore, alla fine, hanno aperto gli occhi della comunità internazionale su quanto accade in Nicaragua. Ciò ha isolato Ortega, lo ha smascherato e lo costringe nell'angolo. E per l'illegittimità che oggi rappresenta agli occhi del mondo, la ribellione civica sta vincendo.
I grossolani errori che Ortega e Murillo stanno commettendo, senza freno e pudore, hanno richiamato l'attenzione della comunità internazionale, spingendola a fare qualcosa per risolvere la crisi in Nicaragua. Soltanto nell'ultimo mese, molti sono stati gli errori. Su tutti, quelli di chiudere le porte del Paese al Gruppo di Lavoro di 12 Paesi creato in Agosto dall'OSA ed espellere di fatto dal Paese la missione dell'ONU.
Ortega, che un anno fa ha firmato con il segretario dell'OSA un'intesa per riformare il sistema elettorale, ormai nemmeno risponde più a Luis Almagro, quando questi gli chiede di anticipare il voto. Piuttosto, sfida l'OSA criticando la CIDH (che della prima è un'istanza autonoma, ndr) e dichiarando di voler restare fino al 2021. E nonostante cerchi di coinvolgere il segretario dell'ONU perché le Nazioni Unite facciano da garanti del Dialogo Nazionale, espelle la missione dell'Ufficio dei Diritti Umani dell'ONU.
In questo modo, l'erratica politica internazionale seguita da Ortega per coprire e negare la brutale repressione scatenata in Aprile, che ha dato inizio a questa tragedia, non conosce freno, mentre la la sua inverosimile narrativa offre nuovi spunti all'insurrezione civica.

Una gioventù coraggiosa e una nazione più unita

Ma la ribellione civica ha messo a segno altri due risultati strategici, che bene promettono per il futuro del Paese.
Il primo è il risveglio della gioventù, che con il suo coraggio e la sua decisione ha aperto il cammino per il risveglio di molti.
Il secondo è l'incipiente ed embrionale unità nazionale cui la gravità della crisi sta portando diversi settori sociali, portatori di interessi variegati, e distinte generazioni, per affrontare insieme la dittatura.
Dopo Aprile, la ribellione si è convertita in virtù per buona parte della gioventù, che si è ribellata contro il “pensiero unico” che il regime ha cercato di imporre. Molta parte della gioventù ribelle ha radici sandiniste. In questo senso, la ribellione ha contribuito a definire meglio le frontiere fra sandinismo e orteguismo, risultato ancor più significativo tenendo conto che ai fini del progetto dinastico di Ortega e Murillo era cruciale la trasformazione del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN), mettendo da parte i militanti storici del partito per rimpiazzarli con giovani, senza altro requisito che l'essere ciecamente sostenitori incondizionati del culto della personalità di Ortega.

Nuovi orizzonti per un Nicaragua migliore

La crisi ha dimostrato che esistono nel Paese solide leaderships nazionali e locali, giovani e meno giovani, imprenditoriali e sociali, femminili e maschili. C'è un capitale umano all'altezza di quanto esige il tempo presente e coerente con le sfide che riserva il futuro, che questo tempo pieno di incertezze ma anche di tante speranze, annuncia già complesso.
Alla ribellione civica manca ancora organicità, deve superare l'eccesso di orizzontalità dei gruppi autoconvocati fino a individuare una leadership collettiva con una direzione strategica che definisca chiaramente un orizzonte. La bussola c'è e il magnetismo è assicurato dalla persistente indignazione sociale e dalla determinazione di costruire una nazione migliore, differente da quella attuale, diversa da quella che voleva Ortega e, pure, distinta da quella forgiatasi negli anni. Anche se la soluzione ancora non si vede chiaramente all'orizzonte, la rotta è tracciata.

 

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