«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NICARAGUA / La resistenza allo Stato di eccezione

La dittatura Ortega-Murillo non sembra avere limiti, né scrupoli nella sua ossessione di rimanere al potere e imporre la sua “normalità” a colpi di repressione. Èancora possibile riprendere il dialogo nazionale per negoziare elezioni anticipate ed una soluzione civica della crisi? A sei mesi dall'insurrezione di Aprile, il Paese è entrato in uno stato di eccezione non dichiarato, l'economia è in picchiata mentre all'orizzonte si profilano pesanti sanzioni da parte degli Stati Uniti ai danni del circolo di potere riunito intorno alla presidenza.
Il 26 Settembre, la Commissione Relazioni Estere del Senato degli Stati Uniti ha avviato l'iter legislativo destinato a colpire la dittatura Ortega-Murillo mediante ampie, complesse e severe sanzioni economiche e politiche.
Due giorni dopo, la polizia al comando di Daniel Ortega ha minacciato di processare giudiziariamente qualsiasi persona o gruppo che convochi manifestazioni, definite «illegali», arrogandosi facoltà che non le competono e violentando i diritti civili e politici garantiti dalla Costituzione.
Per il direttore della Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH), Paulo Abrão, il Nicaragua «si sta trasformando da Stato di Diritto in uno Stato d'eccezione».
Il regime, che dall'Aprile scorso ha usato e abusato del monopolio della forza, è deciso a recuperare con ogni mezzo anche il monopolio della piazza; per dimostrare di avere ancora sotto controllo lo Stato e il Paese, dire a Washington che non gli importa delle sanzioni e lanciare messaggi del tipo “dopo di me, il diluvio”, cioè instabilità, disordine, vuoto di potere, caos...

Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

L'ostinazione di Ortega e Murillo nel non negoziare, non dialogare, non convocare elezioni anticipate, non dare un solo segnale di cambiamento, restare al potere a qualsiasi costo nonostante le pressioni interne e gli avvertimenti internazionali, si è tradotta in maggiore controllo e repressione, a suon di di minacce, assedi, licenziamenti, arresti, incarceramenti, torture, processi per terrorismo e altri morti, anche se in misura minore rispetto ai mesi precedenti. Secondo la stampa indipendente del Paese, il regime intende imporre il “regno del silenzio”, una pace basata sul potere militare, sulla sottomissione e sulla capitolazione dell'opposizione; in breve, una “pace romana” fondata sulla forza delle armi... ma senza sviluppo.

La “pace romana”

Da metà Agosto, di fronte alla capacità di mobilitazione dimostrata ancora una volta dalla popolazione di tutto il Paese, e non solo della capitale, nonostante l'assedio e le intimidazioni della polizia nei confronti dell'opposizione, il regime ha moltiplicato i propri agenti infiltrati nelle manifestazioni pacifiche per provocare violenze e accusare di tale violenza i manifestanti.
In una nota della polizia del 28 Settembre, in cui illegalmente si stabilisce che le marce azul y blanco(azzurro e bianco sono i colori della bandiera nicaraguense, ndr) sono «illegali», si sostiene anche che le stesse «non sono per niente pacifiche». E per avvalorare tale tesi si attribuisce ai manifestanti la responsabilità della morte del giovane Matt Romero, di 16 anni, ucciso il 25 Settembre a Managua, vittima di colpi d'arma da fuoco sparati da paramilitari nel tentativo di frustrare la marcia prevista quella mattina.
Un'altra tattica per ostacolare le manifestazioni dell'opposizione è stata quella di ordinare a impiegati pubblici e simpatizzanti di realizzare “contro-marce” per due settimane consecutive: il che si è tradotto in quotidiane manifestazioni nelle strade della capitale sventolando bandiere del partito di governo – il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) –, costose ed estenuanti “camminate per la pace”, spesso in carovane di veicoli di proprietà statale, proclamando “morte al somozismo”.
E di fronte ai progressi del processo unitario “azzurro e bianco”, il regime ha moltiplicato gli arresti di leaders studenteschi e territoriali, accusati di terrorismo. Molti dirigenti universitari della ribellione civica sono oggi in carcere o hanno dovuto esiliarsi. Anche molti dirigenti contadini nelle zone interne del Paese sono dovuti fuggire in montagna per difendere la propria vita. La “pace” di cui parla Ortega non ha altro sostento che l'estrema violenza esercitata dallo Stato.

Un regime ripudiato

La repressione scatenata e il terrore imposto si sono fatti sentire con forza. Ma il ripudio del regime resta vivo, anche se latente, e maggioritario. Il 1° Settembre, il Gruppo Civico Etica e Trasparenza (EyT) ha realizzato un nuovo sondaggio telefonico (via cellulari), a 1.200 persone scelte aleatoriamente. EyT ne aveva realizzato uno simile nel Luglio scorso.
Alla domanda se sia “conveniente” realizzare elezioni “al più presto”, l'81% ha risposto di sì; in aumento rispetto al 79% di Luglio. Alla domanda se sia “illegale o incostituzionale” abbreviare il mandato presidenziale, il 68% ha dichiarato di no; in Luglio, la pensava così il 53%. La valutazione dell'operato di Ortega è negativa per il 62%.
Quindi, fra il 6 e il 18 Settembre, CID-Gallup ha condotto un altro sondaggio su un campione di 1.200 nicaraguensi di tutto il Paese. Per il 60% del quale, le elezioni vanno anticipate, al contrario del 34% che pensa di no. Alla stessa domanda, ma formulata in altro modo – cioè, se Ortega debba lasciare il potere – il 61% ha affermato che deve “rinunciare” mentre per il 28% deve “restare”.
Va ricordato, al riguardo, che “il comandante resta” è lo slogan più ripetuto dai seguaci di Ortega, financo il ritornello di una canzoncina intonata da simpatizzanti e paramilitari del regime. Forse, ciò spiega perché una percentuale abbastanza alta, l'11% degli intervistati, non abbia voluto rispondere ad una domanda così cruciale nell'attuale congiuntura: dato il livello di terrore imposto, non si può scartare vi sia un certo timore ad essere sinceri nei sondaggi; “piombo”, del resto, è emblematicamente un altro degli slogan più ricorrenti dei sostenitori del regime, stampato su magliette e scritto sui muri.
Nel sondaggio, Ortega registra il record di valutazione negativa fra tutti i governanti che il Nicaragua ha avuto dal 1990: il suo operato è giudicato “molto male o male” dal 57% degli intervistati, al contrario del 25% che lo valuta “bene o molto bene”. La sua attuazione nella crisi è giudicata “molto negativa” dal 33% e “negativa” dal 24%, per un totale di opinioni negative del 57%. Quanto alle prospettive del Paese, mentre all'inizio dell'anno il 54% intravedeva un orizzonte “favorevole”, oggi solo il 13% la pensa così.
Tutte queste percentuali indicano come maggioritario il rifiuto del regime e della forma violenta e repressiva con cui ha deciso di “superare” la crisi. Come pure maggioritaria è la volontà di cambiamento mediante elezioni anticipate.

Il problema principale è politico

La crisi economica – dopo due trimestri consecutivi di crescita negativa, dal 1° Ottobre il Nicaragua è tecnicamente in recessione – sta colpendo sempre più persone e famiglie. Da Agosto, la propaganda ufficiale insiste che tutto sia “normale”. Ma il regime conosce le cifre reali e la realtà quotidiana smentisce i messaggi di “normalità”.
Il turismo è in caduta libera e la ripresa non sarà facile. Secondo FUNIDES (Fundación Nicaragüense para el Desarrollo Económico y Social) sono andati persi circa 347 mila posti di lavoro; 100 mila secondo il governo; drastica è la caduta dei consumi; 1,2 milioni di persone potrebbero presto precipitare sotto il livello di povertà se la crisi dovessi prolungarsi; per mancanza di lavoro, oltre 100 mila lavoratori non sono più coperti dalla previdenza sociale; circa 25 mila nicaraguensi sono fuggiti in Costa Rica; un miliardo di dollari di depositi sono già stati ritirati dalla banca privata... In breve, in tutti gli ambiti abbondano i segnali dell'anormalità economica regnante nel Paese.
Ciononostante, alla domanda su quale sia il problema che causa maggiore preoccupazione per i nicaraguensi, il 35% del campione del sondaggio CID-Gallup ha risposto la “crisi politica” attuale e oltre il 12% il “timore per i figli e l'oppressione del governo”: entrambe le risposte assai legate all'incertezza caratteristica della “pace” sbandierata da Ortega.
Per la prima volta in moltissimi anni, la disoccupazione non è segnalata come il problema principale della popolazione nicaraguense. E per la prima volta, in un sondaggio, la situazione politica viene indicata come il problema principale. La disoccupazione appare al quarto posto (13%) mentre al terzo posto figura “il costo di coprire le necessità di base” (27%), a conseguenza del disastro economico provocato dal problema politico che Ortega non sembra voler risolvere.

Quanto appoggio conserva la coppia presidenziale?

Daniel Ortega e Rosario Murillo hanno versato molto sangue e generato un enorme dolore nella popolazione, resistendosi ad anticipare le elezioni. Sanno che le perderebbero. Nel 1990, Ortega le anticipò perché né lui, né l'FSLN avevano messo in conto di perderle, come hanno riconosciuto in seguito.
Particolare interesse destano le risposte alla domanda se si considerino “terroristi” quanti hanno partecipato a manifestazioni e blocchi stradali: per il 71%, non si tratta di terroristi, il che contraddice la versione ufficiale sugli eventi e svela il senso della persecuzione poliziesca e giudiziaria contro gli oppositori.
In prospettiva elettorale è anche rilevante la domanda sulle simpatie politiche degli intervistati: il 67% si dichiara “indipendente” mentre il 23% si riconosce nell'FSLN.
Il sondaggio non fornisce i dati disaggregati per sesso e età. Una caratteristica della ribellione di Aprile e delle sue conseguenze è il ripudio di Ortega da parte dei “nipoti della rivoluzione”, come li ha definiti Sergio Ramírez (scrittore, ex vicepresidente della Repubblica negli anni '80, tra i fondatori del Movimento Rinnovatore Sandinista, MRS, oggi ritiratosi dalla politica, ndr). «Si è ribellata un'intera generazione. Persino i ragazzi delle secondarie si sono identificati con gli universitari», gli fa eco Víctor Hugo Tinoro (già viceministro degli Esteri negli anni '80 e, quindi, dirigente dell'MRS; ndr). In base alle domande e risposte del sondaggio che consentono di valutare meglio la simpatia politica di cui ancora gode Ortega, le percentuali oscillano fra il 34% di chi non vuole anticipare le elezioni e il 20% di chi considera terroristi quanti partecipano a marce e blocchi stradali.
Ciò indica come Ortega conservi ancora una base importante di consenso, anche se in via di diminuzione. Nel 2006, egli ha vinto la presidenza con il 38%, grazie alla riforma costituzionale pattuita con Arnoldo Alemán (già presidente della Repubblica e leader del Partito Liberale Costituzionalista, di destra; ndr) che, fra gli altri punti messi a segno da Ortega, ha ridotto la percentuale necessaria per vincere al primo turno, fino ad allora fissata al 45%. Nel 2011, quindi, Ortega si è in qualche modo “rieletto”, giacché mai si sapranno i risultati reali, come hanno dovuto constatare gli osservatori elettorali dell'Organizzazione degli Stati Americani e dell'Unione Europea allora giunti nel Paese. Di come siano davvero andate, poi, le elezioni del 2016 si sa ancora meno, dal momento che Ortega le ha “vinte” in assenza di reale concorrenza e con un'astensione schizzata alle stelle.

Di chi è la responsabilità?

EyT ha inserito nel sondaggio una domanda sulla crisi economica. Data l'accelerazione impressa alla crisi economica che sta portando il Paese sull'orlo del baratro, l'opinione popolare su chi sia il responsabile di tale disfatta appare importante e potrebbe risultare decisiva in prossime elezioni. Infatti, così come molti scommettono sull'acutizzarsi della crisi economica per forzare Ortega ad accettare un negoziato, altri ritengono che Ortega intenda restare il più a lungo possibile proprio per acutizzare la crisi: prolungando, cioè, la repressione e soffocando le proteste nel terrore, ancora più gente se ne andrebbe in esilio, lasciando nel Paese i più poveri, in quanto tali più vulnerabili al clientelismo del governo, mentre gli imprenditori privati finirebbero per adattarsi alla “pace” imposta e gli Stati Uniti per accettare la “stabilità” nuovamente raggiunta. Nei fatti, lo stato d'eccezione non dichiarato, punta a ciò.
EyT ha chiesto, dunque, a chi attribuire la responsabilità della crisi economica: il 33% ha risposto al “governo e ai suoi alleati”; il 20% “all'opposizione e ai suoi alleati”; mentre per il 38% responsabili sarebbero “entrambi”. Un dato che sembra confermare su quale scenario stia scommettendo il regime.

Il Nicaragua come il Venezuela?

La crisi economica di cui oggi soffre il Nicaragua viene, a volte, comparata a quella del Venezuela. In un'intervista con la catena televisiva Al Jazeera, Sergio Ramírez ha sostenuto che le due situazioni non siano comparabili, essendo abissali le differenze fra il potere economico di cui dispone Maduro, anche se logorato, e quello di Ortega: «Maduro produce un milione di barili di petrolio al giorno – ha affermato Ramírez – e incassa 70 milioni di dollari al giorno. Ortega compra il petrolio che il Nicaragua necessita sul mercato internazionale, dal momento che Maduro non gliene dà più. Il Nicaragua ha un'economia due volte più piccola di quella del Costa Rica e solo un po' più grande di quella di Haiti. Le esportazioni nicaraguensi superano di poco i 2 miliardi di dollari l'anno, le riserve della Banca Centrale sono di circa 4 miliardi di dollari. L'economia nicaraguense è molto fragile, molto piccola, che sta soffrendo un deterioramento tremendo, che Ortega non sta curando».
Tuttavia, proprio per le dimensioni ridotte dell'economia nicaraguense, Ortega appare meno vulnerabile. In fin dei conti, i dinosauri furono i primi a morire a seguito del cataclisma che sconvolse il pianeta 65 milioni di anni fa, mentre a salvarsi furono i piccoli animali... In altre parole, Ortega sembra scommettere anche sull'insignificanza del Nicaragua nella geopolitica mondiale.

La “economia popolare”

Altra scommessa di Ortega sembra essere quella di “impoverire” il Paese. Nei fatti, non si è mai scontrato con le grandi imprese transnazionali, né ha consentito che vi fossero scioperi nelle zone franche a capitale straniero, dove sorgono le cosiddette maquilas, che impiegano migliaia di donne che, sì, guadagnano bassi salari, ma almeno lavorano.
Il 22 Settembre, parlando ai suoi seguaci – sempre accompagnati da impiegati pubblici cui viene intimato di partecipare alle “contro-marce” – Ortega ha affermato che siccome il Nicaragua non può aspettarsi che i grandi capitali – con i quali ha rotto – riattivino l'economia, la “soluzione” per la ripresa starebbe nella “economia popolare”. Senza apparentemente tenere conto che è proprio l'economia popolare ad essere più colpita dalla crisi.
In quell'occasione, Ortega ha chiesto alla propria base, volontaria o obbligata, di resistere, promettendole che non le farà mancare il cibo. Ha nominato, uno per uno, tutti i prodotti che il Nicaragua produce e non importa: fagioli, mais, banane (plátanos, ndr), arance, limoni, latte, pollame, carne bovina e suina... Emblematicamente, non ha fatto cenno alla mancanza di credito per produrre tutto ciò, alla caduta dei consumi, alla riduzione del denaro circolante; tuttavia, cercando di sollevare l'animo dei presenti ha insistito sul fatto che il Paese dispone di una «ricchezza di base», a partire dalla quale, grazie alla «sicurezza» avuta in passato e oggi «recuperata» con la «pace» imposta, sarebbe in grado di «attrarre investimenti». Una conclusione che ha dell'inverosimile.
Essendo la crisi economica di origine politica, l'economia potrà riprendersi grazie ad una soluzione politica, che Ortega dovrebbe accettare, ma per la quale non ha dato, in sei mesi, un solo segnale di disponibilità.
Vi è un ampio e crescente consenso nazionale ed internazionale, oggi, sul fatto che la crisi vada risolta con una negoziazione, frutto di un dialogo nazionale con garanti internazionali, che crei le condizioni per celebrare elezioni anticipate, trasparenti, competitive e osservate.
Solo così si normalizzeranno l'economia e il Paese. Tuttavia, pur iniziando quel cammino, si riuscirebbe solo a porre un freno alla crisi, dal momento che secondo gli osservatori più attenti (e onesti) dovranno passare molti anni perché l'economia si riattivi.
Secondo il più recente rapporto stilato dall'Unità di Intelligence de The Economist, «il panorama economico del Nicaragua si vedrà gravemente ostacolato dalla crisi politica, non solo a breve, ma anche a medio termine». Secondo la rivista, anche se la crisi si risolvesse a fine 2018 o ai primi del 2019, soltanto nel 2022 si recupererà il tasso di crescita precedente la crisi, che era del 4,2%. In questo senso, The Economist sostiene che lo scoppio dei moti di Aprile «costituisce l'episodio più serio del malessere sociale in Nicaragua in circa quarant'anni».
Le previsioni dell'economista nicaraguense Néstor Avendaño sono ancora più conservatrici. In un'intervista a envío, ha sostenuto: «Il problema è, sì, di fiducia e la fiducia non si recupera nel breve termine. Non basta unicamente ristabilire i numeri economici che si profilavano prima del 18 Aprile per dire che sia già tornati in condizioni normali. Li vedo normalizzarsi nel lungo termine e, in economia, lungo termine significa 4, 5, 6, 7 anni o più. Questi sono, secondo me, i margini di ripresa in considerazione dal danno che è stato fatto alla nostra economia».

La classe imprenditoriale prende le distanze

Oltre a propagandare una pretesa “normalità”, l'urgenza di fare qualcosa per frenare l'inoccultabile crollo dell'economia che colpisce anche gli imprenditori sandinisti e, pure, le imprese della famiglia presidenziale, ha portato Ortega ad adulare l'élite imprenditoriale, sua stretta alleata per undici anni, nel tentativo di coinvolgerla nel suo ossessivo progetto di restare al governo.
In Maggio, alla vigilia della marcia della Giornata delle Madri, Carlos Pellas, Roberto Zamora e Ramiro Ortiz, proprietari dei tre più grandi gruppi finanziari del Paese, avevano ribadito, in separate sedi, la richiesta ad Ortega di cessare la violenza e anticipare le elezioni. Prima di essi, già José Adán Aguerri, presidente delle associazioni di categoria raggruppate nel Consiglio Superiore dell'Impresa Privata (COSEP), aveva affermato in una sessione del Dialogo Nazionale: «Il Paese non regge un'uscita dalla crisi a medio termine. Il Paese necessita una risposta già da ora e il governo deve dare risposte politiche efficaci».
Dopo di che è partita la contro-offensiva del regime: il terrorismo di Stato. Due mesi dopo, Ortega sembrava essersi rafforzato e i tre grandi gruppi del capitale nicaraguense osservavano il silenzio. Non solo: essi hanno continuato un lavoro di lobby su alcuni congressisti degli Stati Uniti perché non approvassero il Nica Act. Tuttavia, l'ostinazione di Ortega di restare al potere, commettendo crimini, reiterando che non saranno anticipate le elezioni ed escludendo la ripresa del dialogo, hanno tolto argomenti a qualsiasi azione di lobby. L'operato di Ortega è, infatti, indifendibile. Ed essendo gli imprenditori a conoscenza delle dure sanzioni in arrivo, contenute, non nel Nica Act, ma nella nuova legge il cui iter per l'approvazione definitiva è iniziato a Washington il 26 Settembre (v. oltre, ndr), hanno evitato qualsiasi riavvicinamento ad Ortega. Le sanzioni economiche previste dalla nuova legge sono, infatti, estremamente severe e dirette non solo contro la famiglia presidenziale, il suo circolo di potere e i funzionari di governo, ma anche contro “complici” e “collaboratori”. In questo contesto, riavvicinarsi ad Ortega, reo di così gravi capi di imputazione, equivarrebbe ad un suicidio per la grande impresa privata nicaraguense.
Insomma, il modello corporativo, vigente in Nicaragua negli ultimi dieci anni, si è rotto. Dal “matrimonio” si è passati al “divorzio”.

“Stanno giocando al terrorismo economico”

Il distanziamento del grande capitale spiega l'aggressivo discorso di Ortega del 22 Settembre, di fronte a impiegati pubblici e simpatizzanti, riuniti quel Sabato per l'ennesima “camminata per la pace”. Ortega ha attaccato l'imprenditoria privata, accusandola di «giocare al terrorismo economico» e «scherzare col fuoco», e minacciandola che, qualora si decidesse ad un altro sciopero nazionale – ce ne sono stati 3 della durata di 24 ore in Giugno, Luglio e Settembre – ordinerebbe alla polizia di aprire i cancelli delle imprese con la forza. L'attacco è sembrato diretto in particolare alle banche appartenenti ai tre grandi gruppi finanziari del Paese, rimaste chiuse durante i tre scioperi.
Ad Ortega hanno risposto immediatamente le camere imprenditoriali del COSEP, le imprese statunitensi presenti in Nicaragua raggruppate nella Camera di Commercio Americano-Nicaraguense (AMCHAM) e FUNIDES, ribadendo che la soluzione alla crisi economica è politica.
In un documento intitolato “Il Nicaragua è la patria di tutti”, il COSEP ha ricordato come la crisi iniziata in Aprile sia stata il prodotto di «irrazionale intolleranza verso il dissenso politico»: un modo elegante di descrivere la politica di terrore scatenata contro la popolazione in rivolta. Anche AMCHAM ha sottolineato ancora una volta che l'origine della crisi sta nelle «massicce violazioni dei diritti umani». Mentre per FUNIDES, le minacce profferite da Ortega «esacerbano e approfondiscono la frattura sociale che attualmente vive il Paese». E tutti gli imprenditori hanno nuovamente chiesto ad Ortega di riprendere il dialogo nazionale e anticipare le elezioni.

Il foro dell'ONU

Se a livello nazionale Ortega viene abbandonato da sandinisti storici, simpatizzanti occasionali ed eventuali elettori, sul piano internazionale Ortega non ha dalla sua praticamente nessuno, appare sempre più solo. I crimini commessi dal regime in così poco tempo e in un Paese così piccolo sono ormai noti e ripudiati internazionalmente. In questo ambito, tuttavia, Ortega non ha alcuna possibilità di lanciare minacce e meno ancora reprimere.
In Settembre, i rapporti di forza a livello internazionale si sono fatti ancora più negativi per Ortega e Murillo. Il 5 Settembre, la crisi nicaraguense è stata oggetto di dibattito in seno al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, un fatto senza precedenti, dato il piccolo peso del Nicaragua nella geopolitica mondiale e tenendo conto della rapidità con cui la tragedia nicaraguense si è andata aggravando.
Per la prima volta, in un foro mondiale, Ortega è stato definito un «dittatore». Dei 15 Paesi che integrano il Consiglio, 9 hanno espresso preoccupazione per la repressione governativa, per l'impunità nell'uso della forza statale ed indicato la via del dialogo come soluzione alla crisi. Per 6 Paesi, invece, la crisi nicaraguense non deve essere oggetto di dibattito nel Consiglio non rappresentando un pericolo per la pace e la sicurezza mondiale. I Paesi che si sono espressi in questo modo sono retti da governi autoritari, come Russia e Cina, nazioni che hanno potere di veto in seno al Consiglio. Il discorso del rappresentante russo è parso alquanto retorico, mentre il rappresentante cinese è stato di poche parole.
Al dibattito erano presenti come Paesi invitati Nicaragua, Venezuela e Costa Rica. Il Nicaragua ha criticato nuovamente l'ingerenza nei suoi affari interni. Il Venezuela, invece, ha puntato il dito sulla strumentalizzazione del Consiglio di Sicurezza da parte degli Stati Uniti. Mentre il Costa Rica ha messo in guardia sulle potenziali conseguenze regionali della crisi nicaraguense.
All'inizio del dibattito è intervenuto Gonzalo Koncke, capo di gabinetto del segretario generale dell'Organizzazione degli Stati Americani (OSA), Luis Almagro, che ha dichiarato: «il Nicaragua sta diventando un Paese senza speranza e vive un momento cruciale da cui dipendono la sua pace, la sua democrazia e il suo futuro».
In rappresentanza della società civile nicaraguense ha parlato Félix Maradiaga, che ha testimoniato la sua personale partecipazione alla ribellione civica. Maradiaga si è auto-esiliato negli Stati Uniti dopo che il regime ha emesso un ordine di cattura nei suoi confronti, con l'accusa di finanziare il terrorismo. Il 23 Settembre, la polizia ha perquisito l'Istituto di Studi Strategici e Politiche Pubbliche (IEPP), da lui diretto, sequestrando vari documenti al fine di provare tale finanziamento.

Il foro dell'OSA

Alla prima riunione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU sul Nicaragua ha fatto seguito, una settimana dopo, il 12 Settembre, la sesta riunione del Consiglio Permanente dell'OSA sulla crisi nicaraguense.
Quel giorno, l'organismo regionale ha approvato una nuova risoluzione, con il sostegno di 19 Paesi, 4 voti contro, 9 astensioni e 2 assenze; numeri piuttosto simili a quelli registrati in occasione delle votazioni delle risoluzioni precedenti.
I Paesi del continente hanno nuovamente insistito sull'urgenza di ripristinare il dialogo fra le parti e sulla necessità che il regime agevoli il lavoro degli organismi internazionali dei diritti umani presenti in Nicaragua, quali la CIDH e il Gruppo di Esperti, cui il regime non solo non fornisce informazioni, ma nemmeno garantisce libertà di movimento.
Tuttavia, l'elemento nuovo di quest'ultima risoluzione sta nel punto 7, dove si rivolge un appello agli Stati membri a prendere «misure» unilaterali, Paese per Paese, che «coadiuvino» a ristabilire la democrazia e il rispetto dei diritti umani in Nicaragua.
Ma l'OSA si è mossa anche in altre direzioni. Il gruppo di lavoro dei 12 Paesi del continente sulla crisi nicaraguense – al quale Ortega non ha permesso di entrare nel Paese –, presieduto dal Canada, si è riunito in Settembre con dirigenti del Banco Mondiale e del Banco Interamericano di Sviluppo (BID) per conoscere lo stato dei prestiti da cui dipende in gran misura l'economia nicaraguense.

Ortega vuol parlare con Trump

Dopo questi ennesimi rovesci diplomatici e di fronte alle imminenti sanzioni del governo degli Stati Uniti, Ortega ha cercato di recuperare terreno, concedendo tre nuove interviste a media europei: l'agenzia spagnola EFE, il canale France 24 e la tedesca Deutsche Welle.
In tutte le interviste, ha ripetuto la sua narrazione dei fatti: il Paese è stato vittima di colpo di Stato orchestrato da Washington, ma ormai la crisi è superata. Alla Deutsche Welle ha dichiarato che la Germania aiuterebbe molto «se dicesse agli Stati Uniti di non intromettersi in Nicaragua». Ma, per quanto riguarda la ripresa di un dialogo, con mediatori, ha sostenuto che ciò non è necessario in quanto «si sta già negoziando alla base, con un dialogo nelle comunità e nei quartieri».
A France 24 Ortega ha, quindi, dichiarato che nessun poliziotto, né paramilitare ha commesso alcun crimine e che nessuno di essi è sotto indagine. Prova ne sarebbe che «le Nazioni Unite non erano qui e non hanno visto». E, di conseguenza, ha bollato il rapporto dell'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani come «falso, un'infamia». Quindi, Ortega ha annunciato l'intenzione di parlare alla 73° Assemblea Generale dell'ONU e, in quel caso trovandosi a New York, di considerare «imperativo» avere «uno scambio e un dialogo» con il presidente Trump, «non solo in nome del Nicaragua, ma anche dell'America Latina». Giorni dopo, Carlos Trujillo, rappresentante degli Stati Uniti nell'OSA, diplomatico molto vicino a Trump, gli ha risposto: «Non c'è nulla di cui parlare finché in Nicaragua i paramilitari continueranno a violare i diritti umani». E ha ricordato le sanzioni in arrivo: «I generali, paramilitari e poliziotti che stanno torturando e opprimendo il popolo e violando i diritti dei nicaraguensi saranno portati davanti alla giustizia».

Più solo che mai

Tuttavia, Daniel Ortega, che era iscritto nella lista degli oratori nell'Assemblea Generale dell'ONU per parlare nel pomeriggio di Mercoledì 26 Settembre, non si è presentato, né la portavoce del governo ha fornito spiegazioni della sua assenza.
Dal canto loro, i presidenti di Ecuador, Paraguay, Cile e Panamá e la vicepresidente del Costa Rica hanno espresso la loro preoccupazione per la crisi nicaraguense. Epsy Campbell, a nome del Costa Rica, ha dichiarato: «quando c'è in gioco la vita e la dignità delle persone, il silenzio ci converte in complici». Il presidente cileno Piñera è stato il più esplicito nel ricordare le gravi violazioni dei diritti umani commesse dal governo nicaraguense.
C'era da aspettarsi che il presidente venezuelano Nicolás Maduro, al quale Ortega aveva ceduto il suo spazio il giorno 26, difendesse Ortega. Sorprendentemente, Maduro non ha nemmeno menzionato il Nicaragua nel suo discorso lungo un'ora. Si è, invece, lanciato in una attesa diatriba contro l'imperialismo sottolineando, al tempo stesso, il suo potere negoziale nei confronti dell'impero, ricordando le immense risorse di cui dispone il suo Paese: non solo le maggiori riserve di petrolio al mondo, ma anche «la riserva d'oro più grande del mondo secondo gli standard internazionali» e, inoltre, enormi riserve di gas e altri tesori nel sottosuolo del cosiddetto Arco Minerario del fiume Orinoco, un territorio grande come l'isola di Cuba, dove già operano compagnie estrattive russe e cinesi che estraggono oro, diamanti, ferro, bauxite, coltan (columbite-tantalite, ndr), niobio, tantalio e altri preziosi minerali.

“Almagro è un pericolo”

Il silenzio di Maduro di fronte al mondo sui guai che affliggono il suo socio Ortega è stato, forse, il segnale più patetico della solitudine in cui si trova oggi il regime orteguista. Più doloroso appare tale silenzio dopo che, in difesa di Maduro, soltanto pochi giorni prima, Murillo aveva chiesto la rinuncia di Luis Almagro dalla carica di segretario generale dell'OSA, per aver questi sostenuto che non si debba scartare alcuna opzione per rovesciare Maduro, compresa quella militare; affermazioni che, secondo Murillo, «rappresentano una grave minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale». Fatto sta che con tale intemperante richiesta, il regime ha messo un definitivo e irreversibile punto finale alla “intesa” raggiunta con lo stesso Almagro nel 2016 per riformare il sistema elettorale nicaraguense.
In questo clima, parlando l'8 Settembre al 15° Vertice Latinoamericano svoltosi a Miami, prima di Venezuela e poi di Nicaragua, Almagro ha dichiarato: «è inammissibile che un altro Paese del continente si trasformi in dittatura». Ed ha esortato la comunità internazionale a compiere il suo dovere di dare risposte «per asfissiare la dittatura che si sta istallando in Nicaragua».
Con il suo abituale stile appassionato, per la prima volta Almagro ha definito “dittatura” il regime nicaraguense. Poche ore prima di queste dichiarazioni aveva ascoltato la testimonianza di un medico nicaraguense che gli aveva mostrato prove delle torture commesse su detenuti in Nicaragua, che costituiscono crimini di lesa umanità. Ciò sembra averlo spinto a usare quel termine.

Severe sanzioni in arrivo

Sono ormai molte le dichiarazioni, le risoluzioni e i messaggi di organismi internazionali che richiamano l'attenzione sul regime Ortega-Murillo. Tuttavia, ad inquietare di più e, persino, a demoralizzare non solo Ortega e Murillo, ma quanti li circondano, sono le sanzioni in arrivo dagli Stati Uniti, Paese che per oltre dieci anni ha avuto ottime relazioni con Ortega, giacché con il loro potenziale asfissiante esse potrebbero mettere in pericolo la coesione interna del ristretto circolo di potere di Managua.
L'iter legislativo iniziato nel Senato statunitense il 26 Settembre mette insieme due leggi: il Nicaraguan Investment Conditionality Act, (altrimenti noto come Nica Act) e la Legge sui Diritti Umani e l'Anticorruzione (meglio nota come legge Magnitsky Nica).
Il Nica Act, di cui si parla in Nicaragua da ormai due anni, è stato attivamente promosso dalla congressista repubblicana Ileana Ross-Lehtinen e la sua approvazione ha richiesto un lungo iter. Imprenditori privati nicaraguensi, a nome del governo di Ortega, hanno svolto azioni di lobby nel tentativo di fermarla e il regime ha investito molto denaro a tale scopo. Dopo la ribellione di Aprile, la visita a Ortega realizzata in Giugno dal principale consigliere per l'America Latina nel Senato, Caleb McCarry, inviato dal senatore repubblicano Bob Corker, influente presidente del Comitato delle Relazioni Estere del Senato, è stato probabilmente l'ultimo tentativo di Washington per evitare la sua approvazione. McCurry ha offerto a Ortega una “via d'uscita”: l'abbandono del governo in cambio dell'immunità per la sua famiglia e la sicurezza delle sue proprietà. Tuttavia, quanto è successo in seguito – vale a dire, nessun segnale di disponibilità di Ortega ad accettare tale “buonuscita”, ma una brutale repressione delle proteste – indica come McCurry abbia fallito nel suo intento; con lui, forse, Ortega ha semplicemente menato il can per l'aia... Quindi, l'offerta per uscire di scena è stata ritirata.
Tuttavia, ancora il 22 Settembre, Ortega ha chiesto ai congressisti di «riflettere» e non approvare il Nica Act.

La legge Magnitsky Nica

D'altro canto, constatando la cecità di Ortega e Murillo, il 18 Luglio, dopo due mesi di mattanza indiscriminata durante le cosiddette “operazioni di pulizia” del Paese dai blocchi stradali eretti dai manifestanti, il senatore democratico Bob Menéndez ha introdotto in Senato un'altra legge, contando sul sostegno di rappresentanti di entrambi i partiti, alcuni dei quali molto influenti.
Quindi, il 26 Settembre il Comitato delle Relazioni Estere del Senato ha approvato la “fusione” delle due leggi in un unico provvedimento, passo considerato il più difficile nel processo legislativo. Il dibattito e il voto delle assemblee di Senato e Camera dei Rappresentanti e la firma del presidente Trump convertiranno il progetto in legge.
Ortega sapeva che tutto ciò fosse in arrivo. Tuttavia, ha continuato a mostrarsi determinato a non abbandonare il potere anche alla vigilia del voto. Il 22 Settembre, ha ribadito che resterà al governo fino al 2021, si è negato nuovamente al dialogo e ha minacciato con furia gli imprenditori. Il giorno dopo, ha ordinato ai suoi paramilitari di sparare su una marcia dell'opposizione: una pallottola ha segato la vita di un ragazzo di 16 anni. Infine, il 26 Settembre non si è presentato all'ONU a ripetere che è vittima del terrorismo golpista organizzato e finanziato dagli Stati Uniti...

Cosa dicono le leggi

Le due leggi fuse in una sola sono, di fatto, complementari: sanzionano sia il governo che le persone.
Il Nica Act prevede che i rappresentanti del governo degli Stati Uniti nelle istituzioni finanziarie multilaterali (Banco Mondiale e Banco Interamericano di Sviluppo) pongano il veto sull'erogazione di prestiti al Nicaragua, sia per quanto riguarda nuove concessioni che per quelle già approvate, a meno che non siano destinati a progetti umanitari.
L'altra legge, la cosiddetta Magnitsky Nica, impone severe sanzioni economiche e politiche a Ortega e alla sua famiglia, a funzionari di tutti i poteri del governo nicaraguense e alle loro famiglie, a complici e collaboratori finanziari e materiali del regime e alle loro famiglie, per la loro partecipazione a violazioni dei diritti umani o in atti di corruzione, riciclaggio di denaro e altri reati collegati.
La legge si chiama così perché le persone sanzionate saranno considerate meritevoli di sanzioni personalizzate, del tutto simili a quelle stabilite dalla Legge Globale Magnitsky: a tali persone viene tolto il visto per viaggiare o risiedere negli Stati Uniti, vengono bloccati conti e proprietà negli USA, i loro nominativi vengono inserite nella speciale “lista” dell'Ufficio per il Controllo degli Attivi (economici) del Dipartimento del Tesoro finendo sotto esame delle agenzie di intelligence statunitensi... In altre parole, le persone colpite dalle sanzioni diventano una sorta di “paria” finanziari internazionali.
Per l'ex ambasciatore nicaraguense Bosco Matamoros, con questa legge «i sanzionati sanno dove cominciano le sanzioni ma non sanno dove finiscono, perché cadono nelle mani dei procuratori del Dipartimento di Stato, che lavorano con quelli del Dipartimento del Tesoro; circa 6 mila professionisti con capacità di investigare tutto».
Secondo Carlos Ponce, della ONG Freedom House, con sede a Washington – cui anni fa Ortega ha vietato l'ingresso in Nicaragua – «liste assai numerose» di persone sanzionabili ai sensi di questa legge sarebbero già nelle mani dei congressisti e tra esse figurerebbero «persone legate alle Forze Armate». «Le leggi oggi accorpate – ha aggiunto Ponce – rispondono a strategie per far capire al circolo intorno ad Ortega che è tempo di abbandonarlo... Daniel Ortega è ormai arrivato a livelli di disumanizzazione tale che non gli importa niente. Con una dittatura come questa, non vedo altra opzione che incrementare le sanzioni e le pressioni. Esercitare pressioni sui militari che stanno con Ortega perché vedano che i loro fondi pensione, che sono negli Stati Uniti, sono a rischio. Che i loro familiari, che studiano all'estero, sono a rischio. Compresi gli stessi figli di Daniel Ortega e Rosario Murillo devono preoccuparsi perché il futuro cui li sta conducendo Ortega appare assai scuro».

Esercito alla frontiera

Perché dovrebbe sentirsi “sotto pressione” l'Esercito del Nicaragua? Nonostante il suo vertice abbia più volte ribadito di non partecipare al conflitto, ma nemmeno abbia menzionato la versione ufficiale del colpo di Stato, pare che l'esercito sia assai attivo alla frontiera fra Nicaragua e Costa Rica. È quanto sostiene Francisca Ramírez, leader del movimento contro il progetto di canale interoceanico, che è dovuta riparare in Costa Rica a fine Settembre, a seguito di minacce di morte. La sua fuga dal Paese, ha dichiarato, è stata un'autentica odissea, resa più pericolosa dalla presenza di soldati alla frontiera: «voglio chiarire una cosa al popolo nicaraguense e al mondo intero – ha affermato in un'intervista al quotidiano La Prensa . Da una parte, l'Esercito dice di non avere niente a che fare con la situazione in cui versa il Nicaragua. Dall'altra, però, posso testimoniare che è assai attivo alla frontiera: scruta la situazione, ha una lista di controllo (delle persone, ndr); sono passata dalla frontiera all'alba e l'esercito era già schierato. Pertanto, non è vero che non si stia prestando alla persecuzione e agli abusi di cui si sta macchiando il governo».

Il Nicaragua è “strategico”

La legge introdotta da Menéndez ha goduto sin dall'inizio dell'appoggio di democratici e repubblicani. Parimenti, la nuova legge frutto della fusione delle due precedenti, gode di appoggio bipartitico. In esse, si sono fuse l'ideologia liberale dei democratici, storicamente più preoccupati del rispetto dei diritti umani, della vigenza dello Stato di Diritto e della democrazia, e quella dei repubblicani, più preoccupati per la sicurezza nazionale e più pragmatici.
In breve, il consenso bipartitico sulle sanzioni a Ortega va dalla linea più dura a quella più progressista e liberale, favorito dall'erratico e criminale comportamento di Ortega. Ciò smentisce, tra l'altro, la versione che lo stesso Ortega ha ripetuto ai media internazionali: e cioè che quanti hanno promosso e finanziato il colpo di Stato contro di lui siano repubblicani di origine cubana e della linea oltranzista della Florida. «Il profilo dei firmatari – osserva Matamoros – non è quello. È assai variegato e dimostra che il Nicaragua preoccupa per ragioni di democrazia e ragioni di sicurezza. Ciò ci indica che, come Paese, il Nicaragua è diventato per gli Stati Uniti una questione di ordine strategico».

Unità “azul y blanco”

Il 4 Ottobre, oltre 40 organizzazioni civiche, territoriali e nazionali, guidate dall'Alleanza Civica per la Giustizia e la Democrazia hanno dato vita alla Unità Nazionale Azzurra e Bianca. Nel presentarsi al Paese hanno sostenuto che con tale sforzo, così atteso e richiesto, inizia «una nuova fase di organizzazione e mobilitazione per la conquista della libertà, la giustizia e la democrazia». Fra le organizzazioni aderenti vi sono coalizioni universitarie ed accademici, associazioni imprenditoriali, il movimento contadino, il Fronte Ampio per la Democrazia (FAD) integrato anche da partiti, movimenti giovanili, femministi, ecologisti, per i diritti sessuali, organizzazioni del Movimento 19 Aprile di vari dipartimenti, media indipendenti, medici, comitati di madri di caduti e prigionieri politici...
Con questa unità inizia una nuova fase nella resistenza pacifica contro la dittatura, che pure è entrata in una nuova fase, con un non dichiarato, anche se imposto, stato di eccezione.
Resistere in forma pacifica e civica con i colori azzurro e bianco contro tanta repressione non sarà facile. La meta resta la stessa, che tanta gioventù ha intuito in Aprile: un Nicaragua in cui nessuno, mai più, faccia fatica a respirare.

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