NICARAGUA / Domande urgenti alla fine di un anno (di rivolta)

Il 2018 sarà ricordato come l'anno in cui la coscienza civica è insorta e ha sfidato la dittatura. La quale si ostina a volere imporsi per mezzo della repressione, consolidando uno Stato di polizia, mentre l'economia è in caduta libera. L'indignazione popolare per la mattanza compiuta dal regime è ancora intatta e l'anelo di cambiamento resta maggioritario nel Paese. Con quali prospettive?

Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.


Per un ripasso (in spagnolo) dei fatti di quest'anno, si veda anche qui
Per rileggere (in italiano) la cronaca di questi mesi, basta scorrere l'archivio a sinistra.


Se il 2018 è stato un anno di “vacche magre”, il 2019 si annuncia ancora più desolato per quelle “povere vacche”, qualora la crisi non dovesse risolversi presto. Ortega appare screditato e sempre più isolato nella comunità internazionale. In sette mesi, la repressione non ha conosciuto soste: dapprima, sono state le armi a parlare, causando una strage prolungata; poi, si sono riempite le carceri. La speranza del popolo nicaraguense è che le pressioni internazionali siano più forti, dal momento che ogni giorno che passa si moltiplicano gli eccessi della dittatura e si aggrava il logoramento dell'economia e della società in generale. Finisce, dunque, un anno con molte domande urgenti senza risposte e con un'incertezza crescente.

Crisi economica e sanzioni

Sarà la crisi economica a far cedere Ortega e farlo sedere al tavolo negoziale? Per negoziare cosa? O saranno, piuttosto, le sanzioni economiche di Washington, che cominciano ad essere applicate, a farlo reagire? Saranno gli interessi dell'Esercito e degli imprenditori del gruppo economico dell'FSLN (Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale) ad imporsi sull'ossessione di Ortega e Murillo di restare al potere? Riuscirà Ortega a resistere fino al 2021 con un'economia in picchiata, anche se non ancora collassata del tutto? In questa situazione, ci sono margini per strategie più efficaci che accelerino la sua uscita di scena?
Anche se la propaganda ufficiale cerca di accreditare una condizione di “normalità” cui il Nicaragua avrebbe fatto ritorno, di normale nel Paese c'è ben poco. Ovviamente, per sopravvivere la maggioranza della popolazione deve darsi da fare e ciò imprime un certo movimento all'economia, che dà un'apparenza di normalità. Ma l'insicurezza non è scomparsa: continuano le persecuzioni di quanti si sono mobilitati contro il regime, o si sospetta che l'abbiano fatto oppure che lo faranno in futuro. Le centinaia di migliaia di nicaraguensi che hanno perso il lavoro, che si sono visti obbligati ad abbandonare il Paese per mettersi in salvo, che hanno familiari o conoscenti assassinati, incarcerati, scomparsi e minacciati, non vivono affatto una vita “normale”, da mesi.
Anche nell'economia nulla è normale; anzi, i problemi si susseguono in catena: sempre più imprese chiudono le attività; aumentano, di conseguenza, i licenziamenti e calano i versamenti alla previdenza sociale, il cui deficit si aggrava; scendono i consumi e aumentano i clienti morosi; mentre la fuga di capitali e la caduta di credito, produzione ed investimenti riducono l'attività economica generale...
Il ministro del Tesoro ha riconosciuto che il deficit di bilancio previsto per la fine dell'anno equivale «a tre volte l'impatto avuto dall'uragano Mitch nel 1998 ed è probabilmente comparabile soltanto con il terremoto di Managua del 1972». Nonostante le riforme, il 2018 si chiude con un buco di bilancio difficile da coprire, dal momento che nessuno sembra interessato a comprare titoli per oltre 9 miliardi di córdobas (circa 245 milioni di euro, ndr) emessi dalla Banca Centrale, aumentando così il debito pubblico.
Il preventivo 2019, già approvato, è altrettanto privo di coperture. Le previsioni per il prossimo anno indicano che, se non si trovasse una soluzione politica alla crisi, tutto andrà peggio. Il Nicaragua passerebbe così dall'essere il Paese che registrava la maggiore crescita in Centroamerica ad essere l'unico della regione a non crescere. Anzi, a decrescere. L'ultimo report della Fondazione Nicaraguense per lo Sviluppo Economico (FUNIDES) prevede, infatti, due scenari per il 2019: se dovesse continuare al ritmo critico registrato nell'ultimo trimestre del 2018, il Prodotto Interno Lordo si ridurrà del 5,2%; se, invece, l'incertezza dovesse aumentare ancora di più «a causa della mancanza di volontà politica di trovare una via d'uscita pacifica alla crisi», la caduta sarà ancora maggiore, arrivando all'8,7%.

Bisogna ristabilire la fiducia”

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) aveva programmato una sua visita in Nicaragua nel Giugno scorso, che a causa della crisi era stata rinviata ai primi di Ottobre. Tutto normale, secondo il governo: anzi, Rosario Murillo, vicepresidente della Repubblica, ha persino sottolineato come l'FMI abbia elogiato le politiche monetarie e di bilancio del governo, sostenendo che andrebbero «nella direzione corretta per continuare a normalizzare il Paese».
In realtà, la posizione dell'FMI è parsa ambigua. Il Fondo sa bene, al pari del governo, che l'economia nicaraguense richiede da tempo riforme strutturali per garantire la sostenibilità fiscale. Oggi, quelle riforme sono ancora più urgenti: vanno messe in sicurezza le finanze della previdenza sociale – che secondo esperti si avvia alla peggiore crisi della sua storia –, va introdotta una riforma del sistema tributario e va rivisto il sistema di esoneri fiscali. «Tali riforme sono inevitabili – ha ricordato l'FMI, ribadendo che esse – richiedono un ampio consenso»; precisamente quello che il governo ha perso a partire dall'Aprile scorso.
A differenza di altre occasioni, l'FMI non ha tenuto alcuna conferenza stampa al termine della sua visita a Managua e nel comunicato reso pubblico a Washington ha sottolineato l'urgenza di «ristabilire un clima di fiducia». Nei fatti, gli investitori non ne hanno: oltre un miliardo di dollari sono usciti dalle banche fra Aprile e Settembre; una quantità pari al 18% dei depositi, secondo l'economista Néstor Avendaño. E anche se ne avesse di fiducia, la popolazione ha dovuto stringere la cinghia: la caduta dei consumi è evidente. C'è meno moneta circolante e, secondo FUNIDES, a fine Ottobre 417 mila persone avevano perso il lavoro.
La “fiducia” è posta sulle esportazioni, che tuttavia hanno sperimentato una diminuzione a causa della brusca caduta dei prezzi del caffè e dei bassi prezzi internazionali dei tradizionali prodotti di esportazione, e sulle rimesse, destinate a crescere il prossimo anno in ragione dell'aumento di esiliati forzosi e della solidarietà fra familiari, in Patria e all'estero, in momenti così difficili.

Non pensiamo a cose nuove”

Le sanzioni economiche previste dal Nicaraguan Investment Conditionality Act (altrimenti noto come Nica Act), che mira a bloccare i prestiti al Nicaragua delle istituzioni finanziarie internazionali, complicheranno ancor di più il panorama economico. Nel 2017 le istituzioni multilaterali hanno finanziato il 24% del bilancio nazionale, in particolare investimenti pubblici. Il Banco Interamericano di Sviluppo (BID), principale prestatore del Nicaragua, ha lasciato in sospeso l'approvazione della “Strategia Paese 2018-2022”, che dovrebbe finanziare parte di tali progetti. Da parte sua, il vicepresidente della Banca Mondiale ha parlato di prestiti per 566 milioni di dollari destinati ad una dozzina di nuovi progetti, che però non sono stati ancora sborsati, perché «stiamo curando molto ciò che già esiste – ha affermato –, più che pensare a cose nuove. Inoltre, la crisi ci induce ad essere più cauti e raddoppiare gli sforzi di supervisione e auditing dell'uso che il governo fa delle nostre risorse».

Campagna contro i prodotti nicaraguensi?

Dagli Stati Uniti dipendono quattro fonti di entrate fondamentali per la crescita economica del Nicaragua: gli investimenti stranieri diretti, il turismo, le esportazioni (quelle delle zone franche e quelle tradizionali) e le rimesse. Quest'ultime sono destinate a crescere. Tuttavia, anche senza sanzioni, due di tali fonti si sono praticamente seccate: il turismo e gli investimenti.
Nel franco e diretto discorso pronunciato il 29 Ottobre al momento di lasciare il suo incarico in Nicaragua, l'ambasciatrice degli Stati Uniti Laura Dogu ha parlato anche di questo.
Circa gli investimenti ha detto: «Quando gli investitori attuali e potenziali chiedono consiglio alla nostra ambasciata, la nostra risposta è che in Nicaragua mancano le istituzioni democratiche necessarie per una crescita economica sostenibile». Dogu ha colto l'occasione per criticare la narrazione dei fatti proposta dal regime e l'influenza di quest'ultimo sull'economia. «La decisione del governo di etichettare i manifestanti pacifici come “terroristi, assassini e golpisti” causerà alle imprese e agli imprenditori molti problemi... Qualsiasi persona che abbia vissuto qui gli ultimi sei mesi sa che non ci sono gruppi terroristi non statali in Nicaragua. Tuttavia, chi vive al di fuori della regione e non segue la situazione con attenzione potrebbe credere a queste parole».
Circa il turismo, Dogu ha aggiunto che gli “avvisi ai viaggiatori”, con cui gli Stati Uniti sono soliti consigliare ai propri concittadini di non viaggiare in Nicaragua, «non sono destinati a cambiare presto».
Quanto alle esportazioni, Dogu ha fornito un'informazione finora non tenuta in debito conto: «Nell'economia globale le imprese non possono permettersi di assumere rischi di reputazione. Ho già visto campagne negli Stati Uniti per chiedere alle imprese perché stiano comprando prodotti del Nicaragua. Queste campagne sono simili a quelle contro i “diamanti sporchi di sangue” che provengono dall'Africa. Quelle imprese possono comprare gli stessi tessuti, caffè o carne da altri Paesi che non mettono a rischio la loro reputazione. Questo problema della reputazione non cambierà fino a quando l'attuale governo resterà al potere».

Non vedo segnali nel governo”

Nel suo discorso di commiato, l'ambasciatrice Dogu è stata molto diretta. Con una franchezza poco abituale nei messaggi diplomatici e rappresentando la volontà del Dipartimento di Stato, si è rivolta al governo nicaraguense con frasi come questa: «contrariamente a quanto la propaganda del governo vorrebbe far credere, il Nicaragua non è tornato alla normalità» e, per quanto insistente, «la propaganda dei media statali non cambierà i fatti. Non ci sarà un ritorno alla normalità senza un cambiamento che comprenda elezioni libere, separazione dei poteri, Stato di Diritto e protezione dei diritti umani dei cittadini... Purtroppo, non vedo segnali che il presidente Ortega o la vicepresidente Murillo siano disposti a considerare una soluzione negoziata».
Fermo nel suo no ad una negoziazione «di buona fede», come l'ha definita l'ambasciatrice, negli ultimi giorni il regime si è, piuttosto, prodotto in azioni di ritenzione di migranti asiatici, africani e haitiani alla sua frontiera, e sequestri di cocaina e denaro frutto del narcotraffico per “ricordare” agli Stati Uniti come in Nicaragua ci sia ancora quel “muro di contenzione” che per un decennio Ortega ha offerto agli Stati Uniti come garanzia di una stabilità che a Washington tanto piaceva.

Stato di eccezione, Stato di polizia

Nessun muro, però, può ormai occultare il progetto autoritario di Ortega, sfociato in dittatura: uno Stato d'eccezione, di fatto, che ha lasciato la popolazione del tutto indifesa e che sta degenerando verso uno Stato poliziesco, con un controllo sempre più sinistro su tutto e tutti, ovunque.
Ad esempio, a partire dal 1° Novembre il Registro Pubblico della Proprietà ha cessato di essere pubblico, per diventare segreto. Una semplice circolare della presidente della Corte Suprema di Giustizia ha ordinato che «terze parti» vedranno limitata la loro possibilità di ottenere informazioni su proprietà e società mercantili. In questo modo, è stato legalizzato l'occultamento di ogni transazione di cui si abbia traccia nel registro. In pratica, il provvedimento mira a nascondere e camuffare i cambi di proprietà che la famiglia governante ed i suoi seguaci stanno facendo per schivare le sanzioni di Washington: «vogliono nascondere i trasferimenti di proprietà per sfuggire al controllo pubblico», ha commentato il giurista José Pallais. Nel farlo, danneggiano ulteriormente l'economia: infatti, «nessuno si sentirà più sicuro di ciò che compra, di modo che nessuno più comprerà», ha aggiunto il giurista Alberto Novoa.
Altre misure di controllo introdotte rispondono a due regolamenti della legge sull'Unità di Analisi Finanziaria (UAF) e della legge sul Terrorismo, approvati entrambi con decreti presidenziali e pubblicati il 3 Ottobre scorso. D'ora in avanti, in forma discrezionale, senza alcun mandato giudiziario e senza informare previamente l'indagato, l'UAF potrà accedere in forma diretta a tutti i dati personali e ai movimenti finanziari di individui e imprese in otto istituzioni statali, fra cui dogane, fisco, migrazione, previdenza sociale e sovrintendenza bancaria.
«Viene così ufficializzato lo spionaggio finanziario – ha commentato il citato Pallais –. I dati confidenziali e privati cesseranno di essere tali. E da organo preventivo la UAF diventerà un organo di persecuzione e repressione per intimidire e agire politicamente contro quanti si oppongono a Ortega». Ha rincarato la dose José Adán Aguerri, presidente del Consiglio Superiore dell'Impresa Privata (COSEP): «ora, sulla base di una presunzione di colpevolezza o del fatto che qualcuno stia commettendo un reato, potrà essere richiesta l'informazione privata a suo carico».
Tale misura è anticostituzionale in quanto viola il diritto alla privacy. Inoltre, incrementa il clima di insicurezza economica perché fa venir meno il segreto bancario. Infatti, grazie a questo nuovo strumento repressivo sotto il suo totale controllo Ortega potrebbe, a sua discrezione, chiudere temporaneamente o definitivamente imprese produttive, commerciali e finanziarie, ed organizzazioni non governative.

Tutta colpa dei golpisti”

Così come respinge qualsiasi responsabilità politica della crisi nazionale, il regime nemmeno se l'assume per quanto riguarda la crisi economica. Il crollo dell'economia è attribuito ai “golpisti”, gli stessi che secondo Ortega e Murillo avrebbero causato tutte le morti e tragedie umane occorse da Aprile in avanti, e che, comunque, sarebbero già stati sconfitti. Parlando ai suoi colleghi dell'Alleanza Bolivariana per le Americhe (ALBA), riuniti a Managua l'8 Novembre scorso Ortega ha dichiarato: «con queste morti, essi hanno provocato un'enorme ferita nelle famiglie nicaraguensi e con la distruzione, il terrore e il vandalismo hanno provocato un'enorme ferita nell'economia nicaraguense. E ci vengono a dire che il responsabile delle difficoltà che attraversiamo in questi momenti è il governo: i responsabili sono loro, sono loro che hanno fatto danni all'economia! Ma il popolo nicaraguense è un popolo lavoratore, che lotta e si sta già impegnando per recuperare l'economia del nostro Paese».
Questa scommessa del regime sulla “economia popolare” non fa i conti con l'evidenza che è proprio quest'ultima a patire di più la crisi. Ortega dimentica, inoltre, che, per quanto il popolo nicaraguense sia un gran lottatore e lavoratore, difficilmente un'economia così aperta e dipendente dagli Stati Uniti riuscirà a riprendersi.

Il debito con il Venezuela

La retorica promozione della “economia popolare” si completa con altri passi. Il regime pretende minimizzare le sanzioni di Washington che colpiranno il consorzio ALBANISA (ALBA de Nicaragua, Sociedad Anónima, ndr) per le sue relazioni con l'impresa statale petrolifera venezuelana PDVSA (Petróleos de Venezuela, Sociedad Anónima, ndr), trasferendo ad una struttura statale parallela buona parte dei suoi affari: vale a dire, a ENIMEX. Il 4 Ottobre, infatti, Ortega ha inviato all'Assemblea Nazionale (il parlamento monocamerale, ndr) un progetto di legge per convertire l'inefficiente Impresa Nicaraguense di Importazioni (ENIMPORT), nata nel 1980, nella nuova Impresa Nicaraguense di Importazioni ed Esportazioni (ENIMEX), la quale potrà importare ed esportare beni e merci, commerciandoli nel mercato nazionale, e offrendo, inoltre, una serie di servizi imprenditoriali (immagazzinaggio, trasporto e altri) a qualsiasi attività commerciale.
Il governo difende il progetto sostenendo che suo obiettivo è promuovere la “economia popolare”, agevolando le esportazioni di micro, piccole e medie imprese e cooperative; settore, invero, di cui non si è praticamente occupato in un decennio...
La grande impresa privata nazionale, che oggi ha preso le distanze da Ortega, vede nella creazione di ENIMEX una concorrenza sleale che aumenterà quell'incertezza che spaventa gli investitori esteri e ritiene che il vero obiettivo del governo sia ricostituire ALBANISA sotto altro nome per schivare le sanzioni di Washington, che ha già sanzionato PDVSA, proprietaria del 51% delle azioni di ALBANISA. Di conseguenza, con un comunicato emesso il 17 Ottobre, 15 organizzazioni imprenditoriali riunite nel COSEP raccomandavano al governo di non approvare la legge che istituisce l'impresa ENIMEX, sostenendo che essa «mette in grave rischio la sostenibilità e l'efficienza del sistema di import/export che il settore privato ha gestito negli ultimi 28 anni e che ha generato benefici tangibili per il Nicaragua». Tuttavia, com'era prevedibile, la creazione di ENIMEX è stata approvata il 30 Ottobre dai deputati orteguisti che controllano il parlamento.
«Il regime sta agendo come se potesse sostituire il settore privato con imprese statali. Un Paese con la storia del Nicaragua sa che questo cammino conduce al disastro», ha dichiarato l'ambasciatrice Dogu, riferendosi in forma implicita alla nuova impresa statale.
Che ne sarà ora dell'ingente debito che il Nicaragua ha nei confronti del Venezuela, in ragione del credito petrolifero? Il regime lo ha sempre considerato debito privato: diventerà ora pubblico?

È già troppo il sangue versato”

La dittatura Ortega-Murillo sembra immune al disastro verso il quale si avvia l'economia. Daniel Ortega sembra mentalmente rivivere gli anni '80, quando governava un Paese con un'economia di guerra più rovinosa di quella attuale... Non sarà, allora, una chimera la speranza di molti che, alla fine, sia la crisi economica a spingerlo a negoziare, se non a rinunciare? Che altro potrebbe fare il settore imprenditoriale per fermare il malgoverno di Ortega e Murillo?
Inoltre, la dittatura sembra immune al rifiuto della comunità internazionale e alle sue pressioni. Ma, queste pressioni sono state sufficientemente forti da obbligarla a negoziare?
Il 19 Ottobre, si è svolta un'altra riunione del Consiglio Permanente dell'Organizzazione degli Stati Americani (OSA) dedicata alla crisi nicaraguense. Da queste riunioni – va ricordato –, sono uscite ripetute dichiarazioni di condanna del regime di Ortega per le sue politiche repressive, con il voto maggioritario dei Paesi di maggior peso nel continente. Nell'occasione, il segretario generale Luis Almagro ha annunciato che l'OSA è pronta a ricorrere all'articolo 20 della Carta Democratica Interamericana, che in caso di grave crisi in un Paese aderente all'Organizzazione stabilisce che vengano convocati tutti i ministri degli Esteri per prendere misure più drastiche delle dichiarazioni e risoluzioni. Ciò potrebbe portare all'espulsione del Nicaragua dall'organismo continentale, con le conseguenze economiche e politiche che ne derivano. «È già troppo il sangue versato. È arrivata l'ora di esigere, accertare, reclamare, sollecitare ed esigere di porre fine alla violenza», ha dichiarato Almagro nell'evento.

La persecuzione nelle zone rurali

Quel giorno, di fronte al Consiglio Permanente dell'OSA, il segretario esecutivo della Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH), Paulo Abrão, ha esordito con queste parole: «Sono preoccupato per quel che sta per accadere». In base alle informazioni ricevute dalla Missione di Accompagnamento della CIDH presente in Nicaragua, Abrão ha chiarito di temere l'instaurazione di uno «Stato d'eccezione», caratterizzato dalla «persistenza dell'uso della detenzione come forma di repressione della protesta e come criminalizzazione delle persone che hanno partecipato, in qualsiasi modo, a manifestazioni pacifiche contro il governo da Aprile».
Inoltre, Abrão si è detto preoccupato per gli attacchi ai media indipendenti e per l'aumento della violenza, riferendosi per la prima volta a quella scatenata dal regime nelle zone rurali, non sufficientemente nota e divulgata dai media. «Nelle campagne c'è un clima differente da quello che osserviamo a Managua – ha affermato –: circolano liste di persone contrarie al governo e famiglie intere hanno dovuto lasciare le loro case e fuggire in montagna. Sono dovute scappare e ora vivono nella clandestinità. Non è possibile quantificare il loro numero, ma ciò è un evidente risultato del clima di paura e intimidazione».
In Settembre, Freddy Navas, del Movimento Contadino, ha parlato di 300 contadini incarcerati: «Dopo che sono stati smantellati i blocchi stradali, la repressione si è accanita sul campesinado. A cominciare da Chontales si è, poi, estesa, soprattutto, nelle zone dove dovrebbe passare il canale interoceanico. Nella persecuzione partecipa l'Esercito insieme alla Polizia; ci sono zone rurali che sono militarizzate».

I voti per applicare l'articolo 20

Ortega è parso immune anche all'annuncio di Almagro. Un mese dopo quell'avvertimento, non si segnalavano passi avanti nell'OSA, mentre il regime ha continuato a burlarsi dei Paesi del continente.
L'attuale presidente della CIDH, l'avvocata giamaicana Margarette May Macaulay, ha visitato il Nicaragua il 26 Ottobre. Il regime si è negato a riceverla: alla richiesta fatta dalla segreteria generale dell'OSA che annunciava la sua visita, il governo nicaraguense nemmeno ha risposto. Quello stesso giorno, un gruppo di tre rappresentanti del Centro per la Giustizia e il Diritto Internazionale (CEJIL), organizzazione continentale di difesa dei diritti umani che lavora in coordinamento con le organizzazioni nazionali di ogni Paese, giunti in Nicaragua per riunirsi con la stessa Macaulay, si sono visti negare l'ingresso nel Paese. I tre sono stati espulsi quando si trovavano ancora nell'aeroporto, con la motivazione che non avrebbero chiesto il visto di entrata con sufficiente anticipo.
Ma, quanti voti, dei 23 necessari, mancano ad Almagro per invocare l'articolo 20 della Carta Democratica? Ortega sembra far di conto che i piccoli Paesi caraibici beneficiari del petrolio venezuelano nel quadro dell'accordo PETROCARIBE, i quali non hanno approvato precedenti risoluzioni dell'OSA contro il Nicaragua, continueranno ad impedire di raggiungere la maggioranza necessaria perché la diplomazia continentale applichi tale sanzione.
E la diplomazia europea? Negli ultimi giorni di Ottobre è giunto in visita in Nicaragua il tedesco Niels Annen, ministro degli Esteri aggiunto, il quale ha sondato le possibilità di una ripresa del dialogo nazionale. Annen si è riunito con il governo e con altri attori nazionali. La visita di un rappresentante (esponente del Partito Socialdemocratico, ndr) della quarta potenza economica mondiale nonché principale potenza europea, serviva anche ad aprire il cammino ad una delegazione dell'Unione Europea annunciata per la fine di Novembre.

Gli europei non sono benvenuti!”

Ma, l'8 Novembre, appena una settimana dopo la visita di Annen in Nicaragua, durante una manifestazione di piazza con rappresentanti dell'Alleanza Bolivariana delle Americhe (ALBA) – tra cui vari di quei caraibici su cui fa affidamento Ortega – il presidente nicaraguense, con toni furibondi, ha fatto capire che non sarà permessa l'entrata ai delegati della UE, come già successo ai rappresentanti del Gruppo di Lavoro dei dodici Paesi dell'OSA. «Non sono i benvenuti in Nicaragua. Glielo abbiamo detto chiaramente – ha affermato in riferimento a quest'ultimi –. È meglio che si dedichino a cercare di risolvere i problemi che hanno nei loro Paesi: crimini, morti, instabilità, insicurezza, violazioni dei diritti umani... Lo stesso vale per gli europei».
Con lo stesso tono fiammeggiante, si è quindi riferito alla delegazione della UE che conta di arrivare nel Paese per contribuire a trovare una via d'uscita alla crisi: «Si è formato un altro raggruppamento di europei: anche ad essi diciamo no! … Si sono già dimenticati di essere stati trafficanti di schiavi su grande scala, violatori dei diritti umani, che hanno commesso crimini di lesa umanità, genocidi completi! Non possiamo accettare le minacce che ci lanciano...».
E poteva, forse, mancare un'allusione alla Germania? «E la Seconda Guerra Mondiale dov'è scoppiata? Dove è sorto il fascismo, il nazismo, se non in Europa? Com'è arrivato Hitler al potere se non con il sostegno del grande capitale della Germania e degli Stati Uniti? Se ne sono ormai dimenticati, si sono dimenticati di aver portato Hitler al governo!».
Ortega sembra immune alle pressioni degli attori politici internazionali, forse perché questi non vanno oltre le dichiarazioni di condanna. La lentezza nell'agire con maggiore forza e la timidezza politicamente corretta dei pronunciamenti sembra dargli ali per continuare con la politica di terrorismo di Stato su cui fonda il suo potere.

Sanzioni?

A seguito delle imprudenti affermazioni di Ortega, è intervenuto Josep Borrell, ministro degli Affari Esteri, Unione Europea e Cooperazione del governo socialista spagnolo, parlando al Foro iberoamericano di Madrid. Borrell ha lamentato la mancanza di azioni internazionali efficaci di fronte alla tragedia nicaraguense: «Dopo tanta sanguinaria repressione – ha affermato –, la comunità internazionale non è stata capace di imporre alla dittatura che c'è in Nicaragua l'esigenza di rendere conto ed una dinamica politica che permetta di superare la situazione».
Borrell ha attribuito questa svogliatezza al fatto che quella nicaraguense è la tragedia di «un piccolo Paese che si nasconde dietro la crisi del Paese grande, cui tutto il mondo invece presta attenzione», alludendo al Venezuela. «Se scartiamo le soluzioni che fanno ricorso alla forza, da dentro o da fuori, che paiono improbabili, e se scartiamo un'evoluzione del regime, che pare altrettanto improbabile, l'unica soluzione – ha sostenuto – sarebbe che la comunità internazionale imponesse una pressione, delle sanzioni al limite. Ma disgraziatamente nemmeno ciò appare nello spettro del radar nel prossimo futuro».

Gli Stati Uniti allertano la banca internazionale

Le sanzioni statunitensi si propongono di raggiungere quel “limite” e, considerando da dove vengono, potrebbero forzare Ortega e Murillo, nonché l'anello corrotto che ha tratto benefici con essi e pure l'Esercito, a negoziare un'uscita alla crisi. Sta di fatto che, in una delle continue manifestazioni organizzate da Ottobre per rafforzare il culto della personalità che gli tributano, di fronte ai suoi seguaci Ortega ha chiesto ai legislatori statunitensi di «riflettere» prima di approvarle.
Alle sanzioni già annunciate (Nica Act e Legge sui Diritti Umani e l'Anticorruzione, meglio nota come legge Magnitsky Nica, ndr), il 4 Ottobre, ha aggiunto la sua voce la Rete di Controllo dei Reati Finanziari (FINCEN, nell'acronimo inglese) del Dipartimento del Tesoro statunitense, che ha lanciato una «allerta» diretta alle istituzioni finanziarie degli Stati Uniti sul «rischio crescente» che fondi provenienti da «figure politiche di alto rango» del Nicaragua potrebbero entrare nel sistema finanziario statunitense, o transitare per esso, per arrivare ad altri Paesi o per riciclare capitali; manovre tutte destinate a evitare le sanzioni di Washington nei confronti del regime Ortega-Murillo. I fondi sottoposti a vigilanza in questo senso proverrebbero dal Banco Corporativo (BANCORP) nicaraguense, proprietà della famiglia governante, che ha visto incrementare in forma repentina i propri attivi a fine 2017, dopo che gli Stati Uniti avevano avvisato il sistema bancario nicaraguense che gli istituti che avessero intrattenuto relazioni finanziarie con il consorzio ALBANISA avrebbero potuto essere sanzionati. Così, tutti i fondi del consorzio ALBANISA, che il regime aveva depositato nel corso del tempo in tre banche nicaraguensi, sono stati trasferiti nelle casse del BANCORP, che ora starebbe cercando di trasferirli all'estero.

È solo l'inizio”

Nelle sue parole di commiato al Nicaragua l'ambasciatrice Dogu ha fatto riferimento anche all'avviso emanato dal FINCEN: «Vi sono due elementi degni di nota in questa avvertenza – ha affermato –. In primo luogo, si tratta di una campagna continua (cioè, la banca statunitense deve presentare di continuo rapporti sulle “attività sospette”). In secondo luogo, riguarda tutte le persone coinvolte nella corruzione, non solo i funzionari pubblici. Qualsiasi persona coinvolta in casi di corruzione, o che tragga beneficio dalla stessa, può diventare bersaglio di questa campagna. Ed è solo l'inizio, non la fine».
Pertanto, «fino a quando la dittatura non disponga di un altro SWIFT (Worldwide Interbank Financial Telecommunication; codice identificativo bancario utilizzato nelle transazioni finanziarie internazionali; ndr), vale a dire di un canale alternativo per i suoi affari con il mondo, un sistema indipendente di transazioni al di fuori del dollaro e delle banche americane, le due leggi con cui Washington si appresta a sanzionarla risulteranno catastrofiche per essa», aggiunge l'analista Óscar René Vargas.
Dove andrà, dunque, a parare la fortuna economica della dittatura? In Russia? In Cina? Nei piccoli Paesi caraibici alleati di Ortega in segno di ringraziamento per il petrolio venezuelano? Per la dittatura è urgente metterla al riparo delle aree del dollaro e dell'euro, giacché l'avviso del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti riguarda tutte le banche internazionali che abbiano relazioni con la banca statunitense.

Come si applicherà la legge S.3233?

Dopo “l'inizio” di cui parlava l'ambasciatrice, segue l'approvazione definitiva nel Congresso di due leggi fuse in una, nota come S.3233. Il Senato degli Stati Uniti ha, infatti, unificato in un unico provvedimento il Nica Act e la legge che sanziona sul piano personale i familiari, funzionari e altre persone legate al regime di Ortega, nota anche come legge Magnitsky Nica.
Nella sua sezione 2, la legge S.3233 si propone di esercitare pressioni sul regime di Ortega perché questi accetti elezioni anticipate frutto di «negoziazioni credibili», mediate dalla Chiesa cattolica e sviluppate tra il governo e «rappresentanti della società civile, il movimento studentesco, il settore privato e l'opposizione politica».
Una volta approvata definitivamente la legge, cosa farà Washington? La utilizzerà come una spada di Damocle sulla testa di Ortega per vedere come reagisce alle pressioni, nonché alla via d'uscita che gli si prospetta, nei fatti prolungando la crisi? Oppure comincerà ad applicare sanzioni personalizzate? E su tutto ciò, influirà il nuovo equilibrio di potere raggiunto nel Congresso fra democratici e repubblicani dopo le elezioni di mid-term del 6 Novembre?

La troika della tirannia”

La posizione statunitense sul Nicaragua è stata chiaramente definita in un discorso retorico e stridente pronunciato a Miami il 1° Novembre dal consigliere presidenziale per la Sicurezza Nazionale John Bolton, proprio alla vigilia del voto di mid-term. Bolton si era recato a Miami per sostenere la campagna elettorale repubblicana presso la numerosa comunità di venezuelani, cubani e nicaraguensi residente in Florida.
In quell'occasione, Bolton ha accusato il Nicaragua di far parte, con Cuba e Venezuela, di un «triangolo del terrore», definendo i suoi governanti «dittatori e despoti» appartenenti ad una «troika della tirannia» e paragonandoli in tono di burla a «tre matti, figure penose, pagliacci, più somiglianti a Larry, Curly e Moe» (un trio comico statunitense noto in Italia come “I tre marmittoni”, ndr). I tre governi, ha aggiunto, sono «causa di una immensa sofferenza umana, dell'enorme instabilità regionale e della genesi di un sordido cuneo del comunismo nell'emisfero occidentale» (cioè, le Americhe, ndr).
Di questa “troika”, l'anello più debole rispetto alle pressioni statunitensi è, senza dubbio, il piccolo Nicaragua. Del resto, da sei decenni ormai, Cuba sfida con successo le pressioni del Nord, vanta un'istituzionalità più solida e la sua popolazione è sottomessa a quel sistema da quattro generazioni. Da parte sua, il Venezuela possiede risorse che il Nicaragua e Cuba si sognano. Tuttavia, proprio per la sua minore importanza, il Nicaragua può “nascondersi” dietro la crisi umanitaria venezuelana, che non ha pari con quella che si vive in Nicaragua.
Il Venezuela ha un'importanza economica e geostrategica assai superiore, dispone di immense riserve di petrolio e minerali, ma non ha, come il Nicaragua, un settore privato attivo, che pur nella crisi economica lavora per sopravvivere, e così facendo allevia gli effetti più nocivi della crisi stessa. Ed è proprio su questo che scommette Ortega. In definitiva, per un decennio e fino all'Aprile scorso ha scommesso sull'insignificanza del Nicaragua nello scacchiere mondiale per nascondere i propri, sfacciati abusi di potere: tutto lascia supporre che continuerà a scommetterci...

Le cifre della tragedia

Il 2018 si chiude con un saldo di (almeno) 320 assassinati, 3 mila feriti, un numero imprecisato di scomparsi, oltre 40 mila fuggiti in Costa Rica (i dati sono aggiornati a metà Novembre, ndr). L'anno finisce con una politica di repressione che non è venuta meno un giorno e che dopo i massacri di Aprile, Maggio, Giugno e Luglio, viene esercitata dal regime attraverso il sistema giudiziario. Ovvero, la polizia assedia, intimidisce, cattura e sequestra, nelle strade e nelle case, e sbatte in carcere quanti arresta nelle sue operazioni. Non c'è stato giorno senza che una persona venisse fermata. Fino a metà Novembre, le persone arrestate in forma illegale sommavano a oltre 4 mila, delle quali 536 in prigione; di esse, 46 donne e 4 persone trans.

Condannati in processi viziati

Nelle celle delle stazioni di polizia di tutto il Paese o in quelle del Chipote a Managua (luogo di tortura già ai tempi della dittatura somozista, ndr), altri poliziotti indagano, minacciano, interrogano e torturano molti detenuti sul piano psicologico, ma anche fisico. Fino a metà Novembre si stima che, rinchiuse nel Chipote, vi fossero 189 persone.
Un buon numero di detenuti passa da El Chipote al Carcere Modelo di Tipitapa (nei pressi della capitale, ndr), nel caso degli uomini, e nella prigione La Esperanza (sempre a Tipitapa, ndr), se si tratta di donne. In questi e altri centri penitenziari del Paese si trovavano, a metà Novembre, 335 persone, in condizioni precarie che nuocciono alla loro salute, nelle mani di funzionari del sistema penitenziario, che vigilano, controllano, minacciano, puniscono e impongono restrizioni.
Un giorno o l'altro, gli arrestati e detenuti vengono quindi condotti, generalmente in gruppi, nei tribunali, dove dei procuratori li accusano sempre di una sfilza di reati: i più frequenti, terrorismo, crimine organizzato, possesso illegale di armi e ostruzione di servizi pubblici (il che significa che hanno partecipato a blocchi stradali e barricate o hanno dato il loro appoggio agli stessi); in qualche caso, vengono accusati anche di omicidi e danni alla proprietà pubblica (cioè, incendio di edifici). Le “prove” presentate dall'accusa sono in genere deboli, contraddittorie o false. Fino a metà Novembre, erano state processate 431 persone.
I testimoni che compaiono in giudizio sono poliziotti o, comunque, persone affini al regime. I processi si realizzano a porte chiuse, senza la presenza di familiari e media. Di frequente, vengono annunciati all'improvviso oppure rinviati, gettando così i familiari nell'angoscia e in un'attesa logorante.
Nonostante la catena di illegalità, irregolarità ed incoerenze, una sentenza giudiziaria suole mettere il punto finale al processo repressivo. Praticamente, tutti quelli che arrivano in tribunale vengono condannati. Fino a metà Novembre, 61 erano stati condannati a pene varianti da 5 a 13 anni; 19 persone erano state assolte, ma 16 di esse continuavano ad essere incarcerate illegalmente.
Tutti questi dati sono stati raccolti in un apposito registro dal Centro Nicaraguense dei Diritti Umani (CENIDH), nel periodo che va dal 18 Aprile al 18 Novembre scorsi.

Una amnistia?

Una repressione così brutale, basata su tanta arbitrarietà, ha sollevato da tempo una domanda se ciò che la dittatura non si proponga con questa orgia di arresti sia la proclamazione di un'amnistia generale con cui garantirsi l'impunità per i crimini commessi.
L'amnistia è una costante nella storia del Nicaragua. Una crisi dopo l'altra, si volta pagina proponendo l'oblio, se non l'amnesia, che lasciano profonde ferite difficili da sanare.
La “politica di riconciliazione” lanciata da Rosario Murillo agli inizi di Novembre e che – ha annunciato – dovrebbe tradursi in legge, prepara, forse, una nuova amnistia? È questa la moneta di scambio di Ortega e Murillo in un'eventuale negoziazione? Tuttavia, pare aberrante che sia proprio la Polizia, responsabile di tanti crimini, una delle istituzioni chiamate ad applicare la legge di riconciliazione proposte da Murillo.

Una “giustizia transizionale”?

Ci sono state 52 amnistie nella storia del Nicaragua, ma non c'è mai stato un piano di “giustizia transizionale”. Quattro anni fa, quando l'insurrezione di Aprile e il terrorismo di Stato con cui Ortega e Murillo vi hanno reagito non erano all'orizzonte, Vilma Núñez, presidente del CENIDH, parlò ad envío della necessità di un processo di “giustizia transizionale” in Nicaragua e di una Commissione della Verità per applicarla:«La giustizia transizionale è un concetto relativamente nuovo nella dottrina dei diritti umani – spiegava la giurista –. Esso si riferisce alla giustizia che va propiziata in Paesi che hanno vissuto processi di transizione da una dittatura ad una democrazia o da un conflitto armato alla pace. Per la sua storia, il Nicaragua si presta chiaramente alla sperimentazione di alcune strategie, giudiziarie e non, che la giustizia richiede in queste difficili transizioni e che si riassumono sostanzialmente in tre aspetti: conoscere la verità, fare giustizia e offrire riparazioni alle vittime».
Di questo di tratta: conoscere la verità su quanto è successo, fare tutta la giustizia possibile e offrire riparazioni a migliaia di vittime: ciò di cui la società nicaraguense avrebbe bisogno con urgenza, quando tutto questo sarà finito.

Il tempo gioca a favore di Ortega

Il popolo nicaraguense ha già sconfitto strategicamente la dittatura di Ortega e Murillo. Tuttavia, nel 2018 lo scontro è stato così diseguale che il popolo nicaraguense non è stato capace, nonostante gli sforzi, di forzare un'uscita dalla crisi per iniziare una transizione ad un futuro di pace, giustizia e democrazia per tutti. Se dovessero prolungarsi gli attuali rapporti di forza, il costo in vite umane si annuncia alto, perché la dittatura può contare solo sulla repressione e sulle armi. Se non dovessero cambiare le cose, se nel chiuso scenario di fine 2018 non dovesse accadere un fatto imprevisto di grande impatto, il tempo gioca a favore del proposito di Ortega e Murillo di continuare a malgovernare il Nicaragua fino al 2021; senza che venga almeno chiarito quali elezioni “libere e competitive” potrebbero darsi in quella data, dopo tre anni di Stato poliziesco stabilmente insediato ed un'economia in rovina. Che libertà, infatti, si potrebbe esercitare dopo altri tre anni di regime Ortega-Murillo, in una società che vedrebbe esaurita la sua capacità di resistenza per paura, stanchezza e, persino, per fame?

Il magma è intatto

Avere reso “illegali” le manifestazioni civiche dell'opposizione, da parte della polizia a partire da metà Ottobre, non ha modificato il ripudio popolare del regime: l'indignazione per le stragi compiute dal regime e la determinazione ad ottenere un cambiamento restano intatti. Tali sentimenti sono come un magma che il vulcano attivatosi in Aprile continua ad accumulare e che tornerà ad eruttare. «La protesta è piantata nel cuore del popolo, la repressione non riuscirà a sopprimerla», ha dichiarato Henry Ruiz, uno dei nove comandantes della Direzione Nazionale dell'FSLN negli anni '80.
Tuttavia, il realismo porta a riconoscere che il terrorismo di Stato ha ritardato tale eruzione. Il terrore, infatti, logora. Nei fatti, i nuovi leaders emersi dalle proteste sono stati tutti arrestati o costretti all'esilio. Ciò rappresenta un altro fattore di logoramento in uno scenario ancora da costruire. Consapevole di rappresentare la maggioranza sociale nel Paese, l'opposizione tarda a comprendere che è arrivata l'ora dell'Unità Nazionale “Azul y Blanco” (Azzurro e Bianco, dai colori della bandiera nazionale, ndr): vale a dire, un coordinamento plurale con volti visibili capaci di sfidare la dittatura con audacia, per immaginare una rotta di transizione a livello nazionale e internazionale, e mostrare a tutti in nicaraguensi e a quanti sono solidali all'estero che ci sono persone concrete in grado di governare un Paese instabile, iniziare un processo di giustizia transizionale ed creare le basi di un processo elettorale credibile. Vedere tali volti e conoscere un programma di futuro, concreto e non retorico, genererà fiducia, mobiliterà il magma, accelererà l'uscita dalla crisi e la fine della dittatura.

Ogni cosa ha il suo tempo

Ogni cosa ha il suo tempo”, recita saggiamente il libro biblico dell'Ecclesiaste: «C'è un tempo per nascere e un tempo per morire... Un tempo per piangere e un tempo per ridere... Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli…». Ci fu un tempo, durato oltre 200 giorni, in cui milioni di nicaraguensi hanno lottato in forma autoconvocata: sembra essere arrivato il tempo in cui alcuni di essi debbano assumere la rappresentanza di quella moltitudine.