«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NICARAGUA / La crisi precipita: quali scenari

Gli eventi che dal 23 Gennaio si susseguono in Venezuela accelerano i tempi della crisi nel Paese bolivariano, giunta ormai ad un punto di non ritorno, e sono destinati ad avere importanti conseguenze anche in Nicaragua: basti pensare che il 51% del pacchetto azionario del consorzio ALBANISA, cuore del potere economico del regime orteguista, è detenuto dalla PDVSA, la compagnia petrolifera venezuelana, oggetto delle sanzioni prese di Washington contro Maduro.
Dal canto suo, negli ultimi mesi, il Nicaragua è stato scosso da tre terremoti politici.
Dapprima, nel Novembre 2018, gli Stati Uniti hanno sanzionato la vicepresidente Rosario Murillo ed un suo stretto collaboratore, Néstor Moncada Lau.
Quindi, nel Dicembre 2018, il Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti (GIEI), giunto mesi fa nel Paese per investigare sulle violazioni dei diritti umani, ha pubblicato il suo rapporto finale in cui accusa il governo nicaraguense di aver commesso crimini di lesa umanità.
Infine, nel Gennaio 2019, Rafael Solís, uno dei più stretti collaboratori del presidente Daniel Ortega, si è dimesso dalle sue cariche istituzionali – era magistrato della Corte Suprema di Giustizia – nonché politiche – interne al Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) –, denunciando lo «stato di terrore» imperante nel Paese.
Queste tre scosse telluriche di magnitudo 10 per il regime saranno sufficienti a spingere Ortega a negoziare una via d'uscita alla crisi?

Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

Fin dal suo ritorno al governo nel 2007, Daniel Ortega ha stretto un'alleanza politica ed economica con il Venezuela di Hugo Chávez, che si è mantenuta con il governo di Nicolás Maduro fino ad oggi. Nulla di quanto ha potuto fare, o disfare, Ortega in questi anni in Nicaragua può essere spiegato senza tenere conto del Venezuela e dei suoi petrodollari.
Del resto, anche la crisi iniziata in Venezuela nel 2013 con la morte di Chávez, con la caduta dei prezzi del petrolio e con le conseguenze politiche, economiche e sociali che ne sono derivate, hanno avuto un ruolo nello scoppio, nell'Aprile 2018, della ribellione civica in Nicaragua.

Venezuela e Nicaragua

La crisi che attraversano i governi e le società di Venezuela e Nicaragua mostrano aspetti drammatici simili, ma anche diversità. Si somigliano, soprattutto, nelle incertezze sul futuro, dopo che le crisi saranno superate. E sebbene l'importanza geopolitica del Venezuela non abbia paragone con quella del Nicaragua e le immense risorse naturali del Venezuela pesino sulla bilancia come mai potranno farlo quelle del Nicaragua, tutto ciò che succede a Caracas avrà, di rimbalzo, conseguenze a Managua. Il regime di Ortega lo sa bene.
È solo un caso che, ai primi di Gennaio, si siano accelerati i tempi delle crisi in entrambi i Paesi? Forse no. Mentre, il 23 Gennaio, in Venezuela Juan Guaidó si autoproclamava presidente della Repubblica sfidando Nicolás Maduro, a Managua è arrivata una delegazione di europarlamentari cui, in Novembre, Ortega aveva negato l'ingresso nel Paese, accompagnando la decisione di insulti rivolti agli europei, reiterando il divieto ancora in Gennaio, per poi acconsentirlo qualche giorno dopo.
Nelle stesse ore sono arrivati in Nicaragua anche due importanti funzionari del Dipartimento di Stato: Michael McKinley e Julie Chung; il primo, principale assistente del Segretario di Stato statunitense Mike Pompeo; la seconda, sottosegretaria aggiunta del Dipartimento per gli Affari dell'Emisfero Occidentale (cioè, l'America Latina, nello schema geopolitico di Washington, ndr), incaricata – si segnala – «del maggior programma di estradizioni del governo statunitense in caso di paramilitari e narcotrafficanti».
La loro riunione con Ortega e Murillo è durata varie ore; il suo contenuto, tuttavia, non è stato reso pubblico. I due inviati statunitensi si sono riuniti anche con rappresentanti di altri settori nazionali.
Al contrario, gli eurodeputati hanno condiviso ampiamente con l'opinione pubblica i risultati della loro visita, durata tre giorni e culminata in una conferenza stampa di un'ora. La missione del Parlamento europeo, composta da 11 membri di partiti di diverso orientamento ideologico, era presieduta da Ramón Jáuregui Atondo, del Partito Socialista Operaio Spagnolo. Gli europarlamentari hanno parlato di quelli che ai loro occhi sono apparsi come «due Nicaragua», con «due visioni totalmente antagonistiche» dei fatti. Secondo gli eurodeputati, la tesi di un colpo di Stato, sostenuta dal governo, «non ha alcuna base», come pure quella dell'aggressione esterna: «Non siamo di fronte ad una cospirazione internazionale, ma davanti ad una frattura sociale», hanno precisato. Di fronte alla «grave crisi di democrazia e diritti umani» che il Nicaragua attraversa, gli europarlamentari hanno ribadito la «urgenza» di un dialogo che abbia un solo punto in agenda: fare in modo che la volontà popolare possa esprimersi nel voto; vale a dire, che vengano convocate al più presto elezioni generali.
La missione europea ha, quindi, chiesto al governo di compiere tre gesti per «facilitare e favorire» tale dialogo: inviare agli arresti domiciliari quanti sono detenuti per aver esercitato i loro diritti; porre fine alla persecuzione dei leaders dell'opposizione e alle sanzioni per chi esercita le libertà di riunione, manifestazione e stampa; permettere il ritorno nel Paese degli organismi internazionali dei diritti umani.
Nelle forze di opposizione, gli eurodeputati hanno riscontrato «una volontà ferma e chiara di pace nell'esercizio del legittimo diritto all'opposizione politica». Ad esse hanno chiesto di rafforzare la propria «strutturazione» (vertebración, nell'originale, ndr) e maturare una «articolazione» che faciliti il dialogo. Con nettezza, hanno dichiarato che l'attuale situazione del Nicaragua è «incompatibile» con quanto stabilito dall'Accordo di Associazione tra Europa e Centroamerica firmato nel 2013 e che dal 2017 sta favorendo le esportazioni della regione.

Primi segnali di flessibilità?

Il regime ha permesso agli eurodeputati di visitare il carcere femminile, dove hanno potuto incontrare le prigioniere politiche, ed anche il carcere de El Chipote, dove hanno incontrato i giornalisti Miguel Mora e Lucía Pineda (il primo direttore, la seconda caporedattrice del canale 100% Noticias, ndr), ivi rinchiusi in condizioni piuttosto deprimenti dal 21 Dicembre.
Tali visite concesse agli europarlamentari possono essere interpretate come un primo segnale di flessibilità di Ortega, visto il precipitare della crisi in Venezuela?

La rinuncia-denuncia di Rafael Solís

In realtà, le visite sono state precedute da un nuovo scossone subito dal regime. Nel tardo pomeriggio del 10 Gennaio, infatti, è stata divulgata la lettera «di rinuncia e di denuncia» di Rafael Solís, in cui questi annuncia di abbandonare «irrevocabilmente» il suo incarico di magistrato della Corte Suprema di Giustizia, dopo 21 anni di servizio nella stessa in rappresentanza degli interessi di Ortega, nonché le fila del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN), dopo 43 anni di militanza in questa organizzazione politica.
La sua denuncia è espressa in due paragrafi centrali della lettera. Nel primo, in riferimento alla coppia presidenziale, Solís scrive: «Hanno seminato la paura nel nostro Paese e ormai non esiste alcun diritto che venga rispettato, con le conseguenze inevitabili dell'insediamento e del consolidamento di una dittatura con caratteristiche di monarchia assoluta di due sovrani, che ha fatto sparire tutti i Poteri dello Stato».
Nel secondo, Solís aggiunge: «Se si fosse trattato di un colpo di Stato fallito o di un'aggressione esterna nei mesi del 2018, e se non si fosse ammazzata tanta gente, io sarei con voi [con il presidente Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo, vicepresidente della Repubblica, ndr] e continuerei [il mio impegno, ndr] nella Corte e nel Fronte... C'è stato, invece, un uso irrazionale della forza. Voi continuate a fare male le cose fino a portare il Paese sull'orlo di una guerra civile, alla quale non voglio partecipare, ancora meno al vostro lato».

Una cassa di segreti

La lettera, di tre pagine, ha rappresentato un inatteso terremoto di magnitudo 10 che ha scosso il circolo più intimo del potere. Rafael Solís, 65 anni, con studi in Giurisprudenza ed Economia, ha combattuto nel fronte interno nella lotta contro Somoza ed è stato il primo ambasciatore del Nicaragua rivoluzionario negli Stati Uniti.
Diventato braccio destro di Ortega, suo consigliere giuridico e politico incaricato di salvaguardare gli interessi della coppia presidenziale – che lo scelse come testimone di nozze nel 2005 –, Solís è entrato a far parte della Corte Suprema di Giustizia durante il governo (di destra, ndr) di Arnoldo Alemán (1997/2002, ndr); dove, “risolvendo” casi complessi e costosi ha accumulato una discreta fortuna economica. Al punto che, nel Maggio 2004, il governo degli Stati Uniti gli ha cancellato il visto di ingresso in territorio statunitense per gli atti di corruzione compiuti nell'esercizio del suo incarico.
In generale, la sua responsabilità nella costruzione giuridica e politica del potere assoluto che oggi denuncia è enorme. C'è, infatti, la sua mano dietro la rielezione di Ortega nel 2011, grazie ad una discussa riforma costituzionale. Per vent'anni, in quell'incarico di potere, Solís ha custodito gelosamente una sorta di “archivio dei segreti” del regime. Finora. Difficile credere che abbia preso la decisione di rinunciare e denunciare a seguito di un pentimento etico. Altrettanto difficile è immaginare che con tale lettera cessi di influenzare gli sviluppi della crisi nazionale.

Sorpresa, negazione, più vigilanza

Il regime, a tutti i livelli, è stato colto di sorpresa dalla lettera, temendo che potesse rappresentare l'inizio della sua implosione e che Solís avesse rivelato molto di più di quel che aveva scritto... Sta di fatto che, nelle prime ore dopo la divulgazione della lettera, il regime ha persino negato la sua esistenza, cercando di rassicurare la propria base. Poi, però, ha dovuto accettare la realtà di un “colpo non solo politico, ma anche morale”, come affermato da suoi colleghi della Corte Suprema. I media ufficiali, tuttavia, hanno calato il silenzio sull'accaduto; qualche accenno lo si è sentito in reti vicine al governo, che comunque hanno bollato Solís come «traditore».
D'altro canto, il giorno dopo, il rappresentante degli Stati Uniti nell'Organizzazione degli Stati Americani, Carlos Trujillo, ha confermato la rinuncia di un altro, alto funzionario del regime: Víctor Urcuyo, già dirigente della Sovrintendenza di Banche e di altre Istituzioni Finanziarie (SIBOIF), dal 2004. In realtà, Urcuyo aveva rinunciato già nello scorso Agosto, insieme alla sua vice Soledad Abaunza, entrambi motivando la decisione con problemi di salute – come, del resto, altri funzionari che in questi anni hanno rinunciato o “sono stati dimessi” –. In realtà, le loro dimissioni sono state motivate dal timore delle sanzioni statunitensi.
L'uscita di Urcuyo e Abaunza dall'amministrazione orteguista riveste più importanza di quanto si possa immaginare. Dal momento che essa avviene nel pieno della peggiore crisi finanziaria del Paese da anni a questa parte: fra Aprile e Settembre, un miliardo e 553 milioni di dollari, pari al 28% dei depositi, sono usciti dalle casse del sistema bancario; il che costituisce un motivo di preoccupazione prioritaria per il Fondo Monetario Internazionale (FMI). E perché, per dirigere quell'istituto, difficilmente il regime troverà persone disposte ad assecondare i suoi interessi che, al tempo stesso, siano graditi alla banca nazionale e alle associazioni imprenditoriali riunite nel Consiglio Superiore dell'Impresa Privata (COSEP).

La voce di Ligia Gómez

In realtà, già a metà Novembre, sette mesi dopo l'inizio della sollevazione popolare, in uno scenario segnato da un governo sempre più isolato e da un'opposizione logorata dal terrore, per la prima volta il Paese ha potuto ascoltare una voce proveniente dall'interno della macchina del potere: quella di Ligia Gómez, da quattro anni gerente delle ricerche economiche nel Banco Central de Nicaragua (BCN), nonché segretaria politica dell'FSLN in quell'istituzione, alle dirette dipendenze della Vicepresidenza della Repubblica, attraverso Fidel Moreno, segretario politico dell'FSLN a Managua (già sanzionato dagli Stati Uniti nel Luglio 2018 in base alla Legge Globale Magnitsky, ndr) e numero tre nella gerarchia di comando nel Paese, in ragione del controllo esercitato su tutti i poteri municipali della capitale Managua.
Gómez è stata rimossa dal suo incarico politico il 25 Aprile 2018, pochi giorni dopo lo scoppio della rivolta, mentre dai suoi compiti istituzionali è stata separata nel Luglio successivo. A seguito delle minacce ricevute, è fuggita dal Paese con la sua famiglia e ha testimoniato in un'audienza della Commissione dei Diritti Umani del Congresso degli Stati Uniti, a Washington. Testimonianza che è stata resa pubblica nel Novembre scorso.
In un'intervista a Carlos Fernando Chamorro, il 18 Novembre, Ligia Gómez ha raccontato come il fatto di essere impiegati statali implichi la partecipazione ubbidiente alle attività del partito e come la banca centrale nasconda statistiche che rivelano la situazione reale del Paese. Inoltre, Gómez ha aggiunto che, per l'incarico che allora ricopriva, lei era presente alla riunione di emergenza convocata a mezzogiorno del 19 Aprile (vale a dire, il giorno dopo lo scoppio della rivolta, ndr), alla presenza di altri dirigenti del partito di governo, nella quale lo stesso Moreno avrebbe categoricamente annunciato: «Vamos con todo! – cioè, ricorreremo ad ogni mezzo, ndr –. Non permetteremo che ci rubino la rivoluzione». Poche ore dopo si scatenava la strategia letale: spari, persino con armi da guerra, contro quanti protestavano.
Le critiche al riguardo espresse da Ligia Gómez al presidente della banca centrale le hanno fatto perdere quell'incarico di fiducia. Gómez ha, quindi, condiviso le e-mail inviate dalla vicepresidente fra il 19 e il 25 Aprile ai segretari politici e altri funzionari dell'FSLN di tutto il Paese, dai quali traspare come le proteste fossero sfuggite di mano al governo, che reagì nel modo descritto: il 25 Aprile, quel “vamos con todo” aveva già significato 55 giovani assassinati dalle pallottole della Polizia; che, tuttavia, non avevano frenato la ribellione, anzi l'avevano moltiplicata.

L'ordine esecutivo arrivato dalla Casa Bianca

Meno di due settimane dopo queste rivelazioni, il 27 Novembre è arrivato l'annuncio della Casa Bianca: «Io, Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, ritengo che la situazione in Nicaragua costituisca una straordinaria ed insolita minaccia per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti e, pertanto, dichiaro un'emergenza nazionale per affrontarla».
La prima conseguenza di tale ordine esecutivo è stato un altro terremoto di scala 10: il Dipartimento del Tesoro statunitense ha emesso sanzioni finanziarie ai danni della vicepresidente Rosario Murillo e di Néstor Moncada Lau, un oscuro personaggio che per decenni ha “lavorato” all'ombra della coppia presidenziale.
Murillo è accusata di «sfrenata corruzione», di usare risorse pubbliche a fini personali, di smantellare le istituzioni pubbliche, di violazione dei diritti umani attraverso il controllo da lei esercitato sulla Gioventù Sandinista (l'organizzazione giovanile del partito, ndr) e sulla Polizia Nazionale.
Moncada Lau è accusato di reati simili, ma anche di «aver coperto, in almeno un caso, la condotta sessuale del presidente con una minore di età», in riferimento al caso di Elvia Junieth Flores Castillo, da questa denunciato sul Diario Las Américas, di Miami, nell'Ottobre 2015.
Le sanzioni, firmate direttamente dal presidente e amministrata dall'OFAC (Office of Foreign Assets Control, vale a dire l'Ufficio di Controllo degli Attivi Stranieri del Dipartimento del Tesoro statunitense, ndr) rappresentano un terzo meccanismo a disposizione di Washington per esercitare pressioni economiche sul regime nicaraguense, in aggiunta agli altri due provvedimenti già predisposti: la cosiddetta Legge Magnitsky, già applicata a quattro alti funzionari del regime, e il Nica Act, in base al quale moltissimi altri potrebbero venire colpiti prossimamente.
In pratica, i sanzionati dall'ordine esecutivo della Casa Bianca entrano in uno stato di “morte finanziaria”: ogni loro transazione con il sistema finanziario degli Stati Uniti, con cui la banca nicaraguense abbia rapporti, viene bloccata.
Inoltre, lo stesso 27 Novembre, il Senato statunitense ha approvato, definitivamente e all'unanimità, il Nica Act, il cui iter era stato più volte rinviato per dare l'opportunità a Ortega di rettificare.
La nuova normativa impone il blocco dei crediti al Nicaragua da parte delle istituzioni multilaterali, come previsto dal primo progetto di legge (elaborato dalla congressista repubblicana Ileana Ros Lehtinen nel 2016) e combina le sanzioni finanziarie nei confronti dello Stato con quelle individuali stabilite dal Dipartimento del Tesoro nei confronti di funzionari nicaraguensi macchiatisi di corruzione e violazione dei diritti umani (come stabiliva il progetto di legge elaborato nel 2018 dal congressista democratico Bob Menéndez).
È degno di nota che una legge di tale portata sia stata ideata e approvata dal Congresso degli Stati Uniti soltanto per il Nicaragua: nulla di simile esiste nei confronti del Venezuela o di altri Paesi.

“La sanzione riflette una certa frustrazione”

Realisticamente, chi può credere che il Nicaragua rappresenti una minaccia per gli Stati Uniti, come dichiarato da Trump? Tuttavia, non sono pochi coloro che a Washington considerano che la gravità e il prolungamento del conflitto nicaraguense possano destabilizzare il già violento e instabile istmo centroamericano, dove imperano i cartelli della droga e da dove partono le carovane di migranti dirette verso gli Stati Uniti.
L'ordine esecutivo che sanziona la vicepresidente ha sorpreso l'ex ministro degli Esteri nicaraguense, Francisco Aguirre Sacasa, di tendenza liberale, per il quale esso «riflette una certa frustrazione di Washington per il modo in cui Ortega e sua moglie hanno respinto ogni tentativo degli Stati Uniti di facilitare loro un atterraggio morbido», vale a dire un'uscita di scena negoziata.
Aguirre ha ricordato le riunioni del Giugno 2018 di Ortega con il principale consigliere del comitato delle Relazione Estere del Senato, Caleb McCarry, e con il rappresentante statunitense nell'Organizzazione degli Stati Americani (OSA) Carlos Trujillo, in cui venne offerta alla coppia presidenziale sicurezza personale e patrimoniale in cambio di una rapida uscita di scena negoziata e la convocazione di elezioni anticipate.
Secondo Aguirre Sacasa, fino a quel momento, la strategia di Washington puntava a procedere gradualmente nei confronti di Ortega e del suo circolo familiare per indurli a tale “atterraggio morbido”. Tuttavia, secondo l'ex ministro, «la sanzione imposta da Washington indica che la Casa Bianca ha abbandonato quello schema e, come Ortega ha optato per difendersi con ogni mezzo, anche gli Stati Uniti sono ormai sulla stessa lunghezza d'onda».

“Un messaggio eccezionale”

Il politologo statunitense Richard Feinberg aggiunge un'altra interpretazione. La sanzione nei confronti di Murillo rappresenterebbe un «messaggio eccezionale» inviato dagli Stati Uniti a Daniel Ortega: «Colpiscono la persona che essi considerano più difficile, quella che si oppone ad un accordo politico. Colpendo lei, inviano all'FSLN e a Daniel Ortega il segnale che lei non è la soluzione, ma il problema, che lei è il passato e non il futuro. Nel farlo, si appellano al pragmatismo che Daniel Ortega ha dimostrato in altre occasioni, spronandolo a metterla da un lato e a decidersi a negoziare».
In ogni caso, l'ordine esecutivo ha mirato così in alto per notificare che, per Washington, il regime Ortega-Murillo ormai non ha futuro. In questo senso, la sanzione potrebbe anche significare che l'uscita di scena deve implicare la rinuncia di entrambi per favorire una successione costituzionale che apra un cammino di transizione.
L'unica reazione ufficiale e pubblica alla sanzione è stata un breve comunicato in cui, tra frasi retoriche, si legge: «Pieni di amore patrio, di convivenza coraggiosa e fraterna, dichiariamo inammissibili, incoerenti, irrispettose, false e illegittime tutte le accuse che ratificano le prospettive e le pratiche imperialistiche degli Stati Uniti del Nordamerica, e la condizione servile e abietta dei traditori della patria creoli».

Repressione e disperazione

Nonostante le pesanti sanzioni statunitensi e gli appelli di vari settori nazionali al regime perché detenga la repressione e negozi una soluzione pacifica, anche per evitare il peggioramento della crisi economica, la repressione è continuata.
Non sono cessati, infatti, gli arresti illegali, né i processi farsa che finiscono tutti con sentenze di condanna, né è venuto meno il trattamento inumano dato alle centinaia di prigionieri politici. Nei fatti, il regime continua a negare la realtà, sostenendo che il Paese ha recuperato la normalità e che il colpo di Stato è stato neutralizzato: “Non ce l'hanno fatta, non ce la faranno” è il nuovo slogan lanciato dal governo.
Continuano, inoltre, gli omicidi in alcune zone rurali, tragedia di cui poco si sa nel resto del Paese. Nelle montagne del Nicaragua profondo si vive un clima assai teso fra gruppi di rearmados ed esercito: focolai di quella «guerra civile» di cui parla l'ex magistrato Solís nella sua lettera e che gli stessi eurodeputati hanno paventato, in ragione «del passato troppo bellicoso nel Paese e della crescita pericolosa dell'odio fra le due parti».
Di questi episodi armati, envío aveva parlato nel Novembre scorso con Henrique Zelaya, già dello stato maggiore della Resistenza (cioè, la Contra, ndr) negli anni '80: «Ortega – disse allora Zelaya – vorrebbe una guerra civile, ne siamo convinti. Ma bisogna evitarla ad ogni costo. Continuo a ripeterlo ai ragazzi. Il problema è come fare i conti con la disperazione della gente nelle campagne. Perché dal 18 Aprile in poi, la repressione nelle zone rurali è aumentata e c'è gente che è perseguitata e già 4-5 mesi fa è fuggita sulle montagne. Sono disperati e nella loro disperazione pensano che fare la guerra a quell'uomo (Ortega, ndr) sia l'unico cammino».

Le manovre dell'impresa privata

Il movimento tellurico provocato dall'ordine esecutivo impartito dalla Casa Bianca ha alimentato rumori che, in realtà, si starebbe già negoziando “sotto il tavolo” per ritentare un “atterraggio morbido” della crisi. E che in tali negoziazioni sarebbe coinvolta l'impresa privata.
L'11 Dicembre, l'impresa privata di Nicaragua al gran completo – compresi i consiglieri del COSEP, in rappresentanza dei grandi capitali finanziari del Paese, silenti dal 29 Maggio – si è riunita d'urgenza, in un clima di preoccupazione per le possibili, nuove e pericolose sanzioni di Washington. Circa 400 imprenditori hanno discusso a porte chiuse e, alla fine, hanno inviato una lettera ad Ortega nella quale si ricorda la «drammatica riduzione dell'attività economica ed una contrazione senza precedenti del sistema finanziario» e si chiede al presidente «di prendere in considerazione ciò che la maggioranza dei nicaraguensi anela»: dialogo, negoziato, elezioni anticipate con garanzia di trasparenza, un'uscita dalla crisi; per la qual cosa, «è essenziale che cessi la repressione nel Paese e le libertà vengano assicurate», si legge.
Con questo linguaggio chiaro e attento l'impresa privata ha nuovamente preso le distanze dal regime. Posizione reiterata in dichiarazioni di vari imprenditori che hanno ribadito di non avere intenzione di tornare ad allearsi con Ortega, considerando quel modello corporativo ormai rotto nell'Aprile 2018.
Tuttavia, non mancano quanti auspicano che, assumendosi le proprie responsabilità nella crisi nazionale in considerazione della loro pluriennale alleanza con Ortega, gli imprenditori mandino un segnale di maggiore fermezza ad Ortega, facendogli capire che la sua legittimità come interlocutore in un possibile negoziato si è molto ridotta e che i termini per una negoziazione stanno scadendo.

Che ne sarà dei prigionieri politici?

Nella loro lettera del Dicembre scorso, gli imprenditori si sono uniti al clamore dell'opposizione azul y blanco (dai colori della bandiera nazionale, ndr), rivolgendo un appello a Ortega per «un Natale senza persone incarcerate per esercitare i loro diritti fondamentali».
La questione delle centinaia di prigionieri politici sarà cruciale al momento di avviare un negoziato. Nell'opposizione, c'è unanimità che una delle condizioni indispensabili per iniziare un dialogo con il regime sia la libertà per tutti i prigionieri politici. Le centinaia di persone detenute, che i loro carcerieri minacciano di uccidere “se succede qualcosa al comandante”, sono di fatto ostaggi di Ortega, “assi” nella sua manica che può giocare quando non avrà altra alternativa che sedersi a negoziare.
La lettera di rinuncia dell'ex magistrato Solís avvalora l'urgenza di liberare i prigionieri politici, annullando i processi cui sono sottoposti. Profondo conoscitore di come funziona il sistema giudiziario, Solís conferma che tali processi si basano su «accuse assurde di reati che mai hanno commesso», pur schierandosi in difesa dei giudici che dettano le sentenze di condanna, dal momento che essi «non hanno altra alternativa che ubbidire agli ordini emanati da El Carmen (cioè dalla casa presidenziale, ndr) e dalla Procura, se non vogliono essere destituiti dai loro incarichi».

La risposta al Nica Act

L'11 Dicembre, il Congresso degli Stati Uniti (cioè, Senato e Camera insieme, ndr) ha approvato all'unanimità il Nicaraguan Investment Conditionality Act (ora noto come [Iniziativa di] Legge Nica dopo che il Senato ha approvato il nuovo testo emendato il 27 Novembre scorso; ndr).
In quel contesto, per dimostrarsi forte agli occhi della sua base, impavido e immune da ogni sanzione o pressione, capace anzi di rispondere ad ogni avvertimento esterno con un contraccolpo repressivo, il 12 Dicembre il regime ha cancellato, d'un tratto, per decreto legislativo e avvalendosi della maggioranza parlamentare ottenuta in elezioni fraudolente, la personalità giuridica di due Organizzazioni Non Governative: Hagamos Democracia (Facciamo Democrazia, ndr) e il Centro Nicaraguense dei Diritti Umani (CENIDH), la ONG più prestigiosa del Paese.
Il giorno dopo, con la stessa celerità, hanno patito la stessa sorte altre cinque ONG: la Fondazione Popol Na, la Fondazione del Río, l'Istituto di Liderazgo (leadership, ndr) delle Segovie, l'Istituto per lo Sviluppo della Democrazia (IPADE) e il Centro di Ricerche sulla Comunicazione (CINCO).
Nelle settimane precedenti, va ricordato, la stessa misura repressiva aveva colpito il Centro di Informazione e Servizi di Consulenza Sanitaria (CISAS) e l'Istituto di Studi Strategici e Politiche Pubbliche (IEEPP).
A tutte queste organizzazioni, il decreto legislativo ha applicato la nuova Legge contro il Terrorismo, accusandole di promuovere «terrorismo, crimini di odio e di fomentare e celebrare la distruzione di proprietà pubbliche e l'assalto alla dignità umana di migliaia di persone e famiglie». Inoltre, di usare le risorse che esse ricevono dalla cooperazione internazionale per commettere tali reati.
Senza presentare prova alcuna, né rispettare i termini legali al fine di impedire alle ONG sospese di ricorrere, il 14 Dicembre esse si sono viste congelare i conti bancari mentre, nella notte, la polizia ha perquisito in maniera violenta le loro sedi e confiscato veicoli, apparecchiature e tutto il patrimonio materiale rinvenuto negli uffici, che da allora sono occupati militarmente.

“Contro tutti”

Lo stesso 14 Dicembre, la polizia ha fatto irruzione nella sede di Confidencial, distruggendo le istallazioni e sequestrando tutte le sue apparecchiature. Tale testata, diretta da Carlos Fernando Chamorro (figlio di Pedro Joaquín Chamorro, il direttore de La Prensa fatto uccidere da Somoza nel 1978, e di Violeta Barrios de Chamorro, già presidente della Repubblica nel 1990; Carlos Fernando ha diretto negli anni '80 il quotidiano Barricada, del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, ndr) raggruppa diversi media e dal punto di vista legale è un'impresa privata, non già una ONG. Ormai, “non solo ricorrono ad ogni mezzo, ma vanno contro tutti”, è stato il commento di un avvocato del CENIDH.
Ad eccezione di Hagamos Democracia e dello IEEPP, tutte le organizzazioni colpite sono state fondate e sono state dirette da persone con una storia sandinista alle spalle; non solo, al loro interno hanno sempre contato su un personale in maggioranza sandinista; il che induce a pensare che, oltre all'obiettivo di fare “terra bruciata” mettendo a tacere qualsiasi organizzazione alternativa e qualsiasi pensiero critico, si tratti anche di vendette politiche. Nel caso di IPADE, ad esempio, suo fondatore è stato Jaime Wheelock Román, uno dei nove comandanti della Direzione Nazionale dell'FSLN negli anni '80 (e leader della Tendencia Proletaria negli anni '70, ndr).
Buona parte del personale di queste organizzazioni ha dovuto abbandonare il Paese dopo questi fatti, a seguito delle continue minacce. Anche Chamorro è riparato in Costa Rica, un mese dopo circa.
La reazione internazionale a questi attacchi alle ONG e ai media è stata unanime. Per la Commissione Interamericana dei Diritti Umani, non c'è alcun dubbio che il Nicaragua attraversi, quanto a diritti umani, «una delle peggiori crisi del continente degli ultimi trent'anni» e che «nel Paese si sia insediato un regime di terrore che ha soppresso tutte le libertà».

La Legge Nica entra in vigore

Il 20 Dicembre, quindi, il presidente Trump ha firmato la Legge Nica che è, quindi, entrata in vigore.
Essendo maturata nel Congresso, la legge poteva essere derogata solo dallo stesso, come avviene per la Legge Helms-Burton, che dal 1996 mantiene il blocco contro Cuba. La nuova normativa, frutto della fusione di due leggi, stabilisce che entro 180 giorni, il Dipartimento di Stato deve presentare una lista dei nicaraguensi sanzionabili per la loro partecipazione ad atti di corruzione e alla violazione dei diritti umani, sia in forma diretta che indiretta. Inoltre, la banca nicaraguense non potrà realizzare alcuna transazione con quanti appaiano in tale lista. Mentre la banca internazionale rafforzerà i controlli con le banche nicaraguensi con cui è in rapporto per evitare di incappare anch'essa nelle sanzioni. La Legge Nica ha le caratteristiche di un waiver, il che lascia aperta una porta al regime di Ortega; il Dipartimento di Stato verificherà di anno in anno se questi stia prendendo «misure efficaci» di rettificazione: cessazione della repressione, indipendenza delle istituzioni dello Stato, rispetto dei diritti umani, democratizzazione, fra le altre.

Espulsi i testimoni internazionali

Poche ore prima, il 19 Dicembre, ricorrendo alla formula di “sospensione temporanea” del visto, il regime nicaraguense ha, di fatto, espulso dal Paese il gruppo di esperti del cosiddetto Meccanismo di Accompagnamento Speciale per il Nicaragua (MESENI) della Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH) e, inoltre, i 4 componenti del Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti (GIEI), arrivati nel Paese nel Giugno scorso su autorizzazione del governo.
In un'intervista trasmessa da uno dei sei canali televisivi del regime, il ministro degli Esteri Denis Moncada ha dichiarato che il permesso di soggiorno è stato sospeso perché tali organismi rappresentano dei «cavalli di Troia mobili», per distinguerli da quelli «permanenti, che già conosciamo e che sono le ONG cui la nostra Assemblea Legislativa ha tolto la personalità giuridica».
In realtà, il giorno dopo tale provvedimento era annunciata la presentazione, a Managua, del rapporto del GIEI frutto dell'indagine conoscitiva sulle violenze avvenute fra il 18 Aprile e il 30 Maggio 2018, condotta in base all'accordo firmato fra la CIDH, la segreteria generale dell'OSA e il governo nicaraguense.

Un documento di forte impatto

Il 21 Dicembre, il gruppo del GIEI ha, quindi, presentato il rapporto a Washington. Il documento, di oltre 400 pagine, ha rappresentato il secondo terremoto di magnitudo 10 in meno di un mese.
Il regime di Managua non lo ha voluto nemmeno ricevere: «Non l'accettiamo – ha affermato il ministro Moncada – lo respingiamo, non lo riconosciamo; perché [gli esperti indipendenti, ndr] sono bugiardi e parziali, e rispondono ad una politica di ingerenza negli affari interni del Nicaragua».
Nel presentare il documento, i quattro esperti del Gruppo – Amerigo Incalcaterra (Italia), Claudia Paz y Paz (Guatemala), Sofía Macher (Perú) e Pablo Parenti (Argentina) – hanno denunciato «l'assoluta mancanza di collaborazione delle autorità nicaraguensi», che si sono negate a consegnare documentazione in possesso di polizia e magistratura, compresi i dossiers sui 22 poliziotti morti nel conflitto. Dopo le prime riunioni all'insegna del mero protocollo, hanno aggiunto gli esperti, le autorità nicaraguensi «hanno ostacolato il nostro lavoro», violando così gli impegni dell'accordo che li aveva portati in Nicaragua.
Secondo Claudia Paz y Paz, il governo nicaraguense aveva accettato (in Maggio) quell'accordo «perché in quel momento aveva perso il controllo e aveva bisogno di guadagnare tempo. Ma quando ha riguadagnato tempo e recuperato il controllo – in Luglio, con le “operazioni pulizia” che hanno tolto i blocchi stradali e le barricate in tutto il Paese –, il governo è tornato sui suoi passi. «Il governo che ha firmato con noi in Maggio aveva un potere, quello che ci ha ricevuto in Luglio ne aveva un altro e quello che non ci ha più ricevuto da Agosto in poi ne aveva un altro ancora», ha dichiarato l'esperta guatemalteca.
Sebbene il rapporto copra un periodo di appena 43 giorni, per la sua precisione e professionalità somiglia a quello che avrebbe potuto stilare un'ipotetica “commissione della verità”, istanza che non è mai esistita in Nicaragua, nonostante le guerre e gli episodi di violenza che costellano la storia nazionale, passata e recente.
Il rapporto descrive il contesto in cui si sono prodotti i fatti di violenza, investigando in dettaglio i più rilevanti. Caratterizza la violenza esercitata dallo Stato e l'azione del sistema giudiziario penale e sanitario, racconta le esperienze vissute dalle vittime e dai loro familiari, presenta un piano integrale di riparazione per le vittime, e conclude con delle raccomandazioni allo Stato nicaraguense.

Le forme della protesta e della repressione

Nei 43 giorni oggetto di indagine, il GIEI ha contato 109 morti, 95 dei quali per proiettili diretti al collo, al cranio e al torace. 100 di tali omicidi restano impuni. Il rapporto riporta 1.400 feriti, 599 dei quali per armi da fuoco, e 690 persone detenute.
Il documento analizza i precedenti politici e istituzionali «che permettono di comprendere le ragioni delle proteste sociali di massa e la forma in cui si è manifestata la sproporzionata risposta dello Stato». Analizza gli eventi violenti «che danno conto delle forme che è andata acquisendo la protesta e la repressione dello Stato».
Stabilisce che «la risposta dello Stato alle manifestazioni e proteste che sono iniziate il 18 Aprile si è prodotta in un contesto di attacco generalizzato e sistematico contro la popolazione civile».
Caratterizza le modalità della violenza statale: «l'uso delle armi da fuoco con capacità letale come forma di repressione, gli attori che l'hanno portata a termine, l'impulso e l'avallo politico dato alla repressione, la detenzione dei manifestanti, l'azione del sistema sanitario e la garanzia di impunità che ha accompagnato l'esercizio della violenza».
Il rapporto assicura che nei giorni investigati «la maggioranza degli omicidi e delle lesioni gravi sono state responsabilità della Polizia Nazionale», aggiungendo che dopo il 30 Maggio non sono cambiate le modalità della violenza statale.
Il rapporto è chiaro nello stabilire che, per la sua responsabilità nella violenza statale, il presidente, la vicepresidente, vari comandanti della polizia e funzionari governativi e di partito devono essere indagati.

Crimini di lesa umanità

Forse, la conclusione di maggiore “impatto sismico” del rapporto è quella contenuta al capitolo 8 (qui, nella versione integrale, ndr). Dove il GIEI spiega che «sulla base dell'informazione raccolta è possibile affermare che lo Stato di Nicaragua ha commesso crimini di lesa umanità», reati che non possono essere prescritti e non possono essere oggetto di amnistia, ma che sono perseguibili in base al principio di giustizia universale in qualsiasi tribunale del mondo.
Quali prospettive aprono tali conclusioni? Secondo Claudia Paz y Paz: «Questi crimini potrebbero essere giudicati dalla Corte Penale Internazionale. Il problema è che il Nicaragua non ha sottoscritto lo Statuto di Roma, che ha creato la Corte. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite potrebbe presentarli alla Corte. Un'altra via sarebbe ricorrere a quegli Stati che riconoscono la giurisdizione universale. Indipendentemente dalla nazionalità dei perpetratori e delle vittime, o del luogo in cui sono avvenuti i fatti, le giustizie nazionali di altri Stati possono prendere in esame tali crimini. In questo caso, i perpetratori dovrebbero trovarsi fuori dal Nicaragua per poter essere catturati».

“Che si assumano la loro responsabilità”

Il 29 Dicembre, dopo che i rappresentanti degli Stati membri dell'OSA avevano preso conoscenza del rapporto del GIEI, il segretario generale dell'OSA, Luis Almagro, si è detto «obbligato» ad iniziare il processo di applicazione al Nicaragua delle sanzioni previste dalla Carta Democratica Interamericana. Tale Carta è uno strumento giuridico creato nell'ambito dell'OSA nel 2001 per, dapprima, richiamare l'attenzione e, quindi, applicare la sospensione dall'Organizzazione di qualsiasi Paese membro che abbia dato seguito ad un'alterazione dell'ordine democratico.
Nel darne l'annuncio, Almagro, politico con una storia di sinistra, ha rivolto un appello molto personale a Ortega, con il quale, in realtà, prima dell'Aprile 2018 aveva mantenuto relazioni visibilmente cordiali: «È una pena che uno dei principali e storici rivoluzionari latinoamericani viventi, che fino ad un anno fa rappresentava ancora la possibilità di una sinistra rivoluzionaria e democratica nel nostro continente, abbia scelto il cammino dell'autoritarismo, dell'abuso dei diritti umani e della repressione per mantenersi al potere». Per concludere in forma diretta: «Assumetevi le vostre responsabilità, siate degni, non perdete la dignità rivoluzionaria che in passato avevate».

La Carta Democratica Interamericana

A differenza di altre sanzioni, o forse per l'insieme delle sanzioni già inflitte, l'annuncio dell'applicazione della Carta Democratica è sembrata preoccupare il regime: il ministro Moncada ha scritto una lettera di 21 pagine a tutti i ministri degli Esteri latinoamericani sollecitandoli «cortesemente» a non permettere l'approvazione di tale provvedimento. Secondo Moncada, l'iniziativa «non ha luogo a procedere ed è illegale», in nome dei principi di sovranità nazionale e non ingerenza negli affari interni dei Paesi; che tuttavia, in questo caso, dovrebbero essere superati dai principi di universalità dei diritti umani e dalla giustizia universale chiamata a proteggerli.
Moncada è stato, quindi, inviato d'urgenza in visita in una serie di Paesi caraibici che appoggiano sia Ortega che Maduro, al fine di assicurare il loro voto contro l'applicazione della Carta Democratica: nei fatti, il voto di questi piccoli Paesi rappresenta una forma di ringraziamento il petrolio venezuelano che essi ricevono a prezzi preferenziali nel quadro dell'accordo PETROCARIBE.
L'11 Gennaio, si è riunito il Consiglio Permanente dell'OSA perché i rappresentanti di tutti i Paesi potessero procedere ad una «valutazione collettiva» della crisi nicaraguense, primo passo nel cammino verso l'applicazione della Carta Democratica Interamericana.

Come se niente fosse...

Si accelerano, dunque, i tempi della soluzione della crisi, non solo in Venezuela, ma anche in Nicaragua? Il timing delle pressioni statunitensi ed europee su entrambi i Paesi è coordinato? Si avvicina il negoziato?
Nel suo messaggio per l'anno nuovo, Ortega ha eluso qualsiasi riferimento alle sanzioni, non ha fatto riferimento alcuno alla possibilità di dialogo e non è sembrato prendere in seria considerazione le ragioni politiche della grave crisi economica. Piuttosto, ha dato ad intendere che la crisi sarebbe ormai superata, affermando: «Il nostro obiettivo era raggiungere la pace e quanto dolore è costato raggiungerla, ma ce l'abbiamo fatta!». Ortega si è, così, nuovamente e irresponsabilmente opposto a inviare qualsiasi segnale di flessibilità o correzione di rotta.
Dal canto suo, lo stesso giorno, la vicepresidente Murillo ha dichiarato: «Chiudiamo quest'anno, che per un po' ci ha riempito di dolore, ma l'abbiamo chiuso e, in nome di Gesù, ne apriamo un altro».
Certamente, nel 2019, il Nicaragua è entrato in un altro tempo. Nel quale, per il regime di Ortega, si profilano due scenari: o questi continua a reprimere la protesta, confidando di arrivare così fino al 2021; oppure inizia presto un negoziato serio per trovare una via d'uscita alla crisi e... anche per se stesso.

Ortega nel primo scenario

La riforma del bilancio statale (74 pagine) approvata a fine Gennaio dai deputati del regime con carattere di urgenza e senza alcuna consultazione con i vari settori economici, indica che la cieca volontà di permanere al potere fino al 2021 ha solide radici nella mente di Ortega; ma, per mantenersi al potere, deve ricorrere alla repressione: per quanto tempo ancora?
La grave crisi economica richiede un'urgente risposta politica: glielo dicono tutti, dai funzionari dell'FMI agli economisti nazionali. «Il governo pretende di risolvere il problema politico esistente con misure economiche, che non risolvono niente perché solo il dialogo politico può risolvere il problema economico... Ma non pare che il governo sia disposto al dialogo. Si sta commettendo lo stesso errore degli anni '80. E chi lo sta commettendo è lo stesso personaggio politico, che invece dovrebbe promuovere un dialogo politico», diceva mesi fa ad envío l'economista Néstor Avendaño.
Con la riforma del bilancio imposta, il regime riconosce implicitamente che il Paese non è in condizioni di “normalità” e riconosce pure la profondità della crisi. Tuttavia, Ortega risponde con misure economiche che unicamente la approfondiscono. Lunga è la lista di misure fiscali con cui pretende di mitigare il deficit fiscale e “salvare” la previdenza sociale; ma basta leggere i primi numeri per verificare come il suo carattere meramente esattoriale sia destinato a colpire le pensioni di quanti sono già in pensione e di quanti ci andranno, a rincarare i prezzi dei prodotti di base, a nuocere alla maggioranza delle imprese e della popolazione, ad incrementare la disoccupazione e, sicuramente, il numero di quanti abbandoneranno il Paese in cerca di lavoro e opportunità.
Ortega non sembra rendersi conto che tale riforma e il prolungamento della repressione non risolveranno niente. Del resto, se la repressione continua, cosa ci si può aspettare? Nuove sanzioni? Una seconda rivolta, ora non solo per ragioni politiche, ma alimentata dalle conseguenze della crisi economica e dalle nuove misure che la aggraveranno? Oppure Ortega confida che le pressioni diplomatiche non avranno maggiore impatto e, prima o poi, il mondo si dimenticherà della brutale repressione che ha scatenato? Crede, forse, di riuscire a sopravvivere alle sanzioni economiche? E su cosa scommetterà nell'ipotesi che, in Venezuela, Nicolás Maduro dovesse cadere?

Ortega nel secondo scenario

Nel secondo scenario, vedendo la piega che ha preso la crisi venezuelana, Ortega potrebbe cominciare a preparare il terreno per un negoziato. A quali condizioni? Nel contesto della crisi venezuelana in cui la presidenza Maduro è a rischio, una soluzione gattopardiana, di puro maquillage, per restare al governo fino al 2021, su cui Ortega sembrava scommettere prima del 23 Gennaio, non sembra più possibile.
Il 28 Gennaio, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha sanzionato la compagnia petrolifera venezuelana PDVSA (Petróleos de Venezuela Sociedad Anónima), di proprietà pubblica, ordinando a tutti gli istituti finanziari statunitensi di non realizzare transazioni con essa e con altre imprese di cui la stessa possieda più del 50% delle azioni. È il caso di ALBANISA (Alba de Nicaragua Sociedad Anónima), impresa privata creata nel 2007, di cui PDVSA detiene il 51% delle azioni, mentre PETRONIC (Pétroleos de Nicaragua), l'impresa petrolifera dello Stato nicaraguense, ne possiede il 49%. Nei fatti, ALBANISA è, tuttavia, un consorzio di imprese nelle mani del partito al governo, che spazia dal petrolio all'energia, dalla finanza al commercio, dalle costruzioni ai trasporti, dall'alimentare alla sicurezza.
Le sanzioni contro PDVSA entreranno in vigore in Marzo, anche se vari suoi attivi sono già stati congelati dagli Stati Uniti, in attesa di passare nelle mani del “governo di transizione” guidato da Juan Guaidó. Le sanzioni che riguardano ALBANISA hanno, invece, effetto immediato: le imprese statunitensi non potranno trattare con l'impresa nicaraguense, né con altre imprese di qualsiasi Paese che abbiano relazioni commerciali con ALBANISA.
Se Maduro, dunque, dovesse uscire di scena e mentre ALBANISA è oggetto di pesanti sanzioni; inoltre, senza il governo dell'FMLN (Fronte “Farabundo Martí” per la Liberazione Nazionale) come alleato nella regione centroamericana (avendo, infatti, perso le elezioni svoltesi il 3 Febbraio scorso, questo partito dovrà cedere il governo del Salvador a Nayib Bukele, un passato nelle file del Fronte da cui è stato espulso, che si è candidato per la Grande Alleanza per l'Unità Nazionale, ottenendo la maggioranza assoluta, ndr); in breve, se si stringesse ulteriormente l'assedio politico ed economico al regime, isolandolo del tutto a livello continentale, cosa resterebbe a Ortega se non negoziare un'uscita di scena, sebbene in condizioni sempre meno favorevoli?

FSLN espulso dall'Internazionale Socialista

In questo contesto, il 28 Gennaio, il Consiglio dell'Internazionale Socialista (IS), riunito nella Repubblica Dominicana, ha espulso l'FSLN da questa organizzazione, in ragione delle violazioni ai diritti umani e ai valori democratici commesse dal regime di Ortega. La IS raggruppa oltre 150 partiti socialisti, socialdemocratici e laboristi di tutto il mondo. La decisione è stata presa dopo che il Partito di Liberazione Nazionale, del Costa Rica, aveva presentato nell'Ottobre scorso una mozione in questo senso; che è stata approvata dal Comitato Etico della IS il 27 Gennaio, seguita il giorno dopo dal voto maggioritario del Consiglio. L'FSLN ha affidato la sua difesa in quella sessione al magistrato della Corte Suprema Francisco Rosales, che ha sostanzialmente ripetuto la versione ufficiale del regime. Prima di prendere la decisione, il presidente del comitato disciplinare della IS, Rafael Micheli, ha presentato un rapporto sulla crisi nicaraguense: «È lacerante – ha dichiarato – quando si decide di escludere qualcuno dalla famiglia, ancor di più quando si tratta dell'FSLN, che ha un passato glorioso... Non è stato facile prendere la decisione, ma dobbiamo essere coerenti con noi stessi: ormai l'FSLN non rappresenta la famiglia socialista e i nostri valori».

L'opposizione in entrambi gli scenari

Nel primo scenario, all'opposizione Azul y Blanco non resterebbe che resistere, come del resto già sta facendo.
Nel secondo scenario, di dialogo o negoziazione, o come si voglia chiamare, l'opposizione avrebbe un compito urgente: selezionare un gruppo dirigente, che si chiami come si vuole, che si presenti come interlocutore di Ortega e che, in rappresentanza dei milioni di autoconvocati che hanno riempito le strade e delle centinaia che hanno dato la vita e perso la libertà reclamando un Paese migliore, sfidi Ortega o lo faccia ragionare.
Si spera che «la vitalità politica, l'alto senso di patriottismo, la profondità dei sentimenti democratici, l'integrità di fronte alla sofferenza, la volontà di raggiungere la pace e la dignità del popolo di Nicaragua», che tanto hanno impressionato gli eurodeputati, che con queste parole hanno salutato il Paese, acceleri la selezioni di tali rappresentanti e raggiunga una negoziazione in cui i “due Nicaragua” in cui si è fratturato il Paese trovino una soluzione dignitosa, democratica, patriottica, giusta e pacifica.

 

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