«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NICARAGUA / Ortega cerca di guadagnare altro tempo: per far cosa?

Diversi fatti accaduti in Maggio, mese in cui ai Tropici inizia la stagione delle piogge – cambiamenti climatici globali permettendo –, hanno rafforzato la resistenza civica al regime. Per tutta risposta, quest’ultimo ha intensificato il controllo sulla popolazione e continuato ad agire in forma unilaterale al tavolo del negoziato, ignorando di fatto l’Alleanza Civica, sua controparte. È ormai evidente il tentativo del governo Ortega-Murillo di vanificare anche questo secondo tentativo di dialogo e negoziazione. A meno che nuovi eventi non imprimano un’accelerazione al difficile processo di transizione che la maggioranza dei nicaraguensi si aspetta.

Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

Sebbene la via d'uscita dalla crisi sia chiara ai più – vale a dire, un negoziato serio che restituisca le libertà civiche, garantisca giustizia alle vittime ed instauri la democrazia a partire da elezioni giuste e anticipate –, tali mete apparivano ancora estremamente lontane ai primi di Maggio. Un’efficace sintesi dell’attuale congiuntura è quella formulata, il 9 Maggio scorso, dal giornalista Fabián Medina Sánchez – autore di El Preso 198, un perfil de Daniel Ortega, biografia non autorizzata del presidente nicaraguense edita nel Settembre 2018 – nella sua rubrica settimanale pubblicata sul quotidiano La Prensa: «Il momento è talmente buio che non sappiamo se stiamo arrivando o partendo, se stiamo risalendo la china o precipitando nel fondo di una dittatura». A metà Maggio, vari eventi hanno indicato che forse – e sottolineiamo forse – si è arrivati “all’orlo del baratro”…

Una brace che non si spegne

Diversi e inattesi avvenimenti hanno oltremodo indignato la cittadinanza e rafforzato la resistenza. Nel pomeriggio del 16 Maggio, è morto in circostanze che fanno ricadere la responsabilità sul regime Eddy Montes Praslin, prigioniero politico rinchiuso nel carcere La Modelo, a Tipitapa, alle porte di Managua, nicaraguense con passaporto anche statunitense. La sua morte è stata seguita da un crudele pestaggio compiuto da poliziotti antisommossa e guardie carcerarie ai danni dei prigionieri che condividevano la detenzione con don Eddy, come amichevolmente lo chiamavano i suoi compagni di galera. Quindi, sono seguiti due giorni di manifestazioni delle madri dei prigionieri politici inscenate di fronte al carcere, in aperto ripudio dell’operato della polizia.
La veglia funebre e la sepoltura di Eddy Montes nella sua nativa Matagalpa, il 18 e 19 Maggio, sono state la prima manifestazione di massa che l'opposizione azul y blanco – azzurro e bianco sono i colori della bandiera nazionale – è riuscita a fare, rompendo la paura e sfidando l'assedio della polizia, da quando, nel Settembre 2018, tali manifestazioni sono state proibite e, nel caso di violazione del divieto, attaccate dalla polizia.
Quattro giorni dopo, l'Alleanza Civica (AC) e l'Unità Azul y Blanco, insieme alle organizzazioni di familiari dei prigionieri politici, hanno convocato uno sciopero nazionale per il 23 Maggio. Il regime ha intimato a banche ed esercizi commerciali di tenere aperte le porte. Tuttavia, la cittadinanza ha risposto in massa, evitando di uscire di casa e fare compere: nei fatti, lo sciopero ha visto per protagonisti i consumatori.
L'ultima mobilitazione dell’opposizione per le strade di Managua risaliva al Settembre 2018, mese in cui si era svolto anche l'ultimo sciopero nazionale. Dopo otto mesi di terrore imposto con la forza spacciato per “normalità”, le strade sono tornate a riempirsi a Matagalpa e a svuotarsi nel resto del Paese.­­ Dimostrando così che la ribellione civica iniziata nell’Aprile 2018, che ancora oggi appare un movimento disorganizzato, è purtuttavia una resistenza attiva e viva; nelle parole dello scrittore Sergio Ramírez Mercado – già vicepresidente della Repubblica negli anni ’80 –, «una brace che continua ad ardere e non si spegne».

Stop al negoziato

Tali eventi hanno anche impresso una svolta alla prolungata situazione di stallo del negoziato, iniziata il 3 Aprile e che ha visto uno dei suoi momenti più critici il 29 Aprile.
Il 20 Maggio, AC ha deciso di abbandonare il tavolo negoziale, annunciando che non vi avrebbe fatto ritorno, né avrebbe negoziato altro, fino a quando il regime non avesse dato seguito al primo degli accordi raggiunti, liberando cioè tutti i prigionieri politici e ritirando tutte le pretestuose imputazioni a loro carico, assecondando così il clamore nazionale sostenuto dalla comunità internazionale. Nei fatti, uno dei frutti della mobilitazione di Maggio è stato proprio spingere AC a intraprendere una fase di maggiore articolazione “con il sentire comune della gente”. Del resto, secondo Mario Arana, della delegazione negoziale di AC, «era necessario dare un alt al negoziato, dal momento che ormai non andava più da nessuna parte».

Cosa ci si aspetta ora

La liberazione di tutti i prigionieri politici, sulla base dell'annullamento dei processi viziati che hanno dovuto affrontare, è prevista da un accordo firmato da entrambe le parti il 27 Marzo scorso.
Termine ultimo per il loro rilascio: Martedì 18 Giugno. Usciranno tutti di prigione? Finiranno agli arresti domiciliari o saranno liberi del tutto? Quel giorno, è prevista anche la riunione della Commissione Europea che potrebbe approvare sanzioni contro funzionari del regime nicaraguense.
Tre giorni dopo, il 21 Giugno, scade il termine di 180 giorni previsto dal cosiddetto Nica Act approvato dal Congresso degli Stati Uniti nel Dicembre 2018 per valutare l’operato del regime. Quel giorno, il Segretario di Stato riceverà un rapporto sulla situazione in Nicaragua circa la democrazia, i diritti umani e gli atti di corruzione, e dovrà decidere se applicare le sanzioni previste dalla citata legge.
Quindi, pochi giorni dopo, il 26 Giugno, si terrà a Medellín la riunione dei ministri degli Esteri dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), in cui la situazione in Nicaragua sarà una questione “urgente” da discutere. Il rischio è che, ai sensi dell'articolo 21 della Carta Democratica Interamericana, il Nicaragua venga espulso da quel consesso.

29 Aprile: “fermate le sanzioni”

Come si è giunti a questa situazione? Dopo che il governo ha firmato con AC due accordi (liberazione dei prigionieri politici, il 27 Marzo, e restituzione dei diritti civili, il 29 Marzo), quanto è venuto dopo ha confermato come il piano di Ortega, nell’inviare propri delegati al negoziato, non fosse altro che quello riassunto dal motto firmar me harás, cumplir jamás”; vale a dire, “firmo, ma non ho alcuna intenzione di rispettare l’accordo”. Inoltre, nell’adempiere solo parzialmente allo stesso, il governo ha agito in forma unilaterale, annullando di fatto il ruolo di AC.
Il risultato è che nessun diritto civile è stato ripristinato, violando così gli accordi del 29 Marzo, e che 401 prigionieri politici sono stati – sì – scarcerati, ma non liberati dalle accuse e condanne inflitte loro. Inoltre, essi sono stati selezionati in forma arbitraria, senza che l’Alleanza Civica, cioè la controparte, né la Croce Rossa Internazionale, garante dell'accordo secondo quanto stabilito il 27 Marzo, avessero voce in capitolo; il tutto per arrivare a dire, da parte governativa, che la sua scelta è un segnale di “buona volontà”.
In tale contesto, il 29 Aprile il comportamento del regime si è rivelato ancor più inammissibile, al condizionare accordi su scadenze e protocolli dettagliati per il rispetto dei due accordi già firmati su prigionieri e libertà civiche, al fatto che AC rivolgesse un appello alla comunità internazionale per porre fine alle sanzioni in corso contro il regime e i suoi funzionari.
AC ha rifiutato, ricordando alla delegazione governativa che, secondo la “tabella di marcia” concordata in Marzo, tale esortazione sarebbe stata fatta da entrambe le delegazioni solo quando fosse stato raggiunto un accordo finale e definitivo sulle tre questioni principali sul tavolo: democrazia, libertà e giustizia; tutte, invece, ancora in sospeso.

“Responsabile di innumerevoli crimini”

A partire da quel giorno critico, il 29 Aprile, e per diversi giorni, il governo ha mostrato tutta la sua preoccupazione per nuove sanzioni che si dice siano in arrivo. Quelle già comminate da Washington hanno, di fatto, cancellato la banca di proprietà del consorzio presidenziale (BANCORP) e gravemente leso gli interessi finanziari della vicepresidente della Repubblica Rosario Murillo, moglie di Daniel Ortega, di Laureano Ortega, uno dei suoi figli, del capo della polizia nonché consuocero della coppia presidenziale Francisco Díaz, del tesoriere del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) Francisco López, e altri funzionari del circolo più vicino a Ortega.
Di fronte al rifiuto di AC di sollecitare uno stop alle sanzioni, il regime ha reagito coprendola di improperi i suoi negoziatori. Nei quotidiani comunicati letti dal ministro degli Esteri Moncada, essi sono stati accusati di fare «giochetti irriverenti, sconclusionati e caotici», evidenziando «insensibilità, precarietà, miseria e malvagità mentale e spirituale»; denunciando il loro presunto «goffo, infantile e miserabile dualismo», sono stati bollati come «complici totali dell'Odio, della tensione, della violenza, della discriminazione, del terrorismo e della negazione della Vita»; e ancora, «personaggi immaginari ridicoli ed incompetenti», responsabili di «innumerevoli crimini, soprusi e persino atti diabolici»!
Tali testi, disperati e offensivi, in cui il regime ribadisce la sua narrazione del “fallito colpo di Stato”, vengono accompagnati da citazioni bibliche e riferimenti religiosi. Essi sono stati inviati a quanti della comunità internazionale seguono da vicino la situazione in Nicaragua. Tra gli altri, Ramón Jáuregui, che ha guidato la delegazione di eurodeputati che ha visitato il Paese nel Gennaio scorso, il quale ha commentato in un'intervista a La Prensa: «anche se non ho mai creduto che il dialogo fosse sincero, stiamo perdendo la speranza nel dialogo, nonostante il bombardamento propagandistico che riceviamo quotidianamente dal governo nicaraguense; si tratta di note di propaganda; la realtà non è in quei comunicati; quei testi sembrano sermoni sacerdotali».

Negoziato sospeso

AC ha respinto tali provocazioni, convinta che, nel condizionare il rispetto dell’accordo all’appello a fermare le sanzioni, l’intenzione del governo fosse frapporre un ostacolo al negoziato, fino al punto di bloccarlo del tutto. Inoltre, secondo AC, «esigere dalla controparte di un processo negoziale di dichiararsi colpevole di crimini dimostra solo la riluttanza [del governo] a sedersi al tavolo per discutere questioni fondamentali» quali democrazia e giustizia, mai discusse fino ad allora.
I comunicati offensivi sono cessati il 13 Maggio. Ma lo stallo, senza apparenti vie di uscita, è continuato. In precedenza, AC aveva dichiarato che ulteriori progressi nei negoziati dipendevano dal ritorno in Nicaragua del gruppo di lavoro dell'OSA incaricato di discutere le riforme elettorali, a seguito dei contatti avuti in Aprile.
Come andare avanti, dunque? AC ha, quindi, esplorato altre strade, riuscendo a fare in modo che i “testimoni ed accompagnatori” della trattativa, vale a dire il nunzio vaticano Waldemar Sommertag e l'inviato dell'OSA Luis Angel Rosadilla, proponessero al governo di rilasciare tutti i prigionieri politici che figurassero in una lista concordata tra la stessa Alleanza Civica, il regime e la Croce Rossa Internazionale, il 30 Maggio, Día de las Madres in Nicaragua (e primo anniversario dell’imponente manifestazione contro il regime).
In una lettera, l'Alleanza ha anche chiesto anche a Sommertag e Rosadilla di visitare le carceri per verificare le continue denunce di prigionieri di subire trattamenti disumani, compresa la tortura, nella prigione maschile La Modelo e in quella femminile di La Esperanza. Il miglioramento del trattamento dei carcerati è un altro degli accordi firmati dal regime il 27 Marzo scorso, mai rispettato.
Quindi, il 30 Maggio, il regime ha scarcerato 50 prigionieri uomini ed una sola donna, dando loro gli arresti domiciliari e sempre agendo in forma unilaterale. Mentre della richiesta visita dei testimoni internazionali alle carceri non si è saputo più niente.

Menzogne a Ginevra

Il 15 Maggio, alla vigilia dell'assassinio di Eddy Montes, il regime ha dato prova davanti al mondo della sua determinazione a rimanere al potere divulgando una realtà parallela goffamente fabbricata. A Ginevra, infatti, davanti al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite riunito per il cosiddetto Esame Periodico Universale della situazione in Nicaragua e in altre 13 nazioni, il rappresentante di Ortega, Valdrack Jaentschke,ha mentito spudoratamente al riferirsi alla situazione dei diritti umani in Nicaragua. Oltre a citare statistiche sull'uguaglianza di genere e parlare della lotta contro la tratta di esseri umani, in relazione ai diritti politici ha affermato, tra le altre falsità, che in Nicaragua non ci sono gruppi paramilitari, né prigionieri politici, e che «mai» è stata repressa una protesta e nessun giornalista è finito in prigione: quando è noto che due dei giornalisti più popolari e stimati nel Paese, Miguel Mora e Lucía Pineda, del canale 100% Noticias sono trattenuti da sei mesi in isolamento in segrete di massima sicurezza – ed è risaputo che Pineda è l'unica giornalista imprigionata in tutto il continente americano –.
Nell’arco di oltre tre ore, le missioni diplomatiche di 90 Paesi hanno formulato al Nicaragua ben 259 “raccomandazioni” per migliorare la situazione dei diritti umani, sottolineando gran parte di essi il deterioramento sperimentato in questo campo dall'Aprile 2018 e dimostrando di essere ben informati anche su specifici casi. Diverse delegazioni hanno, pure, raccomandato di anticipare le elezioni al fine di risolvere la crisi nazionale. Solo le delegazioni di Cuba e del Venezuela hanno difeso apertamente il regime di Ortega.

"Ortega è isolato nel mondo”

Giorni dopo, seguendo il protocollo del Consiglio, Jaentschke ha dichiarato di accettare tutte le raccomandazioni ricevute, impegnandosi a presentarle al governo per dare quelle risposte che il Consiglio attende per il prossimo Settembre.
Secondo José Pallais, ex diplomatico e giurista, membro del gruppo negoziale di AC, «Ortega è isolato nel mondo». Assai raramente, nei fori internazionali, si assiste ad una coincidenza di vedute così grande sulla situazione di un Paese. La diversità dei Paesi che si sono pronunciati, appartenenti a differenti aree geografiche, ideologie e culture, dimostra che per la comunità internazionale nel suo insieme le violazioni dei diritti umani in Nicaragua sono talmente gravi da meritare la condanna mondiale.

La tragedia nella prigione “modello”

Il 16 Maggio, nel carcere La Modelo è occorsa una violazione dei diritti umani di tale gravità da smentire da sola quanto affermato dal rappresentante di Ortega il giorno prima. Il governo ha prontamente offerto la propria versione dei fatti che hanno portato alla morte di Eddy Montes: in occasione del decimo ammutinamento dei prigionieri di quel carcere, Montes si sarebbe scontrato con una guardia carceraria nel tentativo di strapparle l’arma in sua dotazione; di conseguenza, la guardia avrebbe sparato per legittima difesa un solo colpo, ferendo gravemente Montes; il quale sarebbe morto nell’ospedale in cui era stato trasferito nella speranza di salvarlo.
La versione dei prigionieri che hanno vissuto tale tragedia, comunicata per iscritto attraverso i parenti che sono riusciti a visitarli due giorni dopo, ribadita attraverso registrazioni telefoniche grazie a cellulari forniti loro da detenuti comuni e successivamente ratificata dai prigionieri scarcerati il 30 Maggio, è diametralmente opposta.
I prigionieri politici sostengono che, mentre un numero significativo di essi si trovava nel cortile, senza alcun contatto con le guardie carcerarie dalle quali sono sempre separati da reti metalliche, uno dei funzionari della direzione di operazioni tattiche del penitenziario ha cominciato a offenderli, puntando contro di essi un'arma di guerra, il fucile-mitragliatore AK-47 (il noto Kalashnikov); come pare avesse già fatto in altre occasioni.
Al che, i prigionieri politici avrebbero risposto «protestando, come facciamo sempre, per ottenere rispetto». A quel punto, Eddy Montes, che stava giocando a scacchi con un altro prigioniero, Alejandro Guido, avrebbe interrotto il gioco e raggiunto il gruppo dei detenuti più giovani, al fine di placare gli animi: «i ragazzi hanno bisogno di me», sarebbero state le sue ultime parole. Varie guardie carcerarie e anche agenti di polizia avrebbero, però, continuato ad offendere i prigionieri, fino ad aprire il fuoco da più punti. Uno di questi colpi avrebbe ferito a morte Montes, che sarebbe stato soccorso dagli stessi prigionieri accorsi presso di lui, sotto una gragnola di proiettili; tuttavia, Montes sarebbe morto per dissanguamento tra le loro braccia.

“Vi uccideremo tutti!”

Altrettanto grave è quanto – raccontano i detenuti – sarebbe successo dopo l'omicidio di Eddy Montes; decine di poliziotti in assetto antisommossa, accompagnati da funzionari della Direzione di Intervento Rapido del penitenziario, sono entrati nei vari padiglioni del carcere e per una lunga mezz'ora hanno attaccato violentemente decine di prigionieri politici, picchiandoli e ferendoli, vari di essi in modo grave, al grido di “Il comandante resta!” e “siamo i cuccioli di Daniel Ortega!”. Nell’azione sarebbero state lanciate bombe lacrimogene e stordenti e gas urticante sarebbe stato spruzzato su corpo, occhi e genitali dei detenuti.
Una squadra della Croce Rossa Internazionale, che si trovava in visita in un'altra ala del carcere, sentite le detonazioni, si è recata sulla scena del conflitto. Grazie alla sua presenza la violenta aggressione è stata interrotta. La Croce Rossa ha prestato anche i primi soccorsi ai feriti.
Tali violenze e crudeltà nei confronti dei prigionieri politici non sono nuove. In passato, diversi prigionieri avevano già manifestato ai propri familiari durante le visite i loro timori circa alcune affermazioni delle guardie carcerarie, del tipo: “Se succede qualcosa al comandante, vi uccideremo tutti!”.
E per quanto poco informato possa essere, il personale del penitenziario che ha cercato di ammazzare di botte i prigionieri sa che Ortega è isolato e screditato a livello internazionale, mentre a livello nazionale non riesce ad articolare alcun piano che spenga le braci ancora accese della resistenza civica.

“L’ha ucciso il governo!”

Eddy Montes Praslin, 57 anni, era stato sequestrato dalla polizia nell'Ottobre 2018 nella sua nativa Matagalpa. Accusato, come tanti altri, di una serie di reati, tra cui quello di terrorismo. Proprietario di un’azienda agricola di medie dimensioni, le cui terre, come quelle di tanti altri proprietari, erano state invase da paramilitari. Figurava nella lista dei 232 prigionieri politici da liberare entro e non oltre il 18 Giugno.
Nel 1984, durante la guerra civile, Eddy Montes condusse una protesta contro il reclutamento di giovani per il servizio militare obbligatorio. Fu perseguitato per questo. Ciò lo spinse all'esilio. Dopo qualche tempo in Costa Rica, riparò negli Stati Uniti, dove aveva vissuto da bambino. Là, si arruolò nella Marina statunitense, pur senza mai partecipare a combattimenti. In quegli anni, acquisì la cittadinanza statunitense. Nel 1993, fece ritorno in Nicaragua: «voleva dare un contributo al suo Paese, mai avrebbe potuto dimenticarsi del Nicaragua», ha dichiarato la sua ex moglie. I suoi figli rimasero allora negli Stati Uniti. Poi, nel Dicembre 2017, le sue due figlie sono venute in Nicaragua, quando Eddy Montes si è laureato in giurisprudenza: voleva fare l’avvocato, professione scelta in età matura, per difendere i diritti umani dei nicaraguensi.
Fin dall’Aprile 2018, aveva partecipato alla ribellione civica a Matagalpa. Per questo, il suo assassinio è stato particolarmente sentito dagli “autoconvocati” di Matagalpa, che lo hanno conosciuto nelle mobilitazioni e proteste.
In ragione della sua nazionalità, il caso è seguito da vicino dall'ambasciata degli Stati Uniti a Managua, che ha chiesto al governo un'indagine e un'autopsia indipendenti.
Per i prigionieri politici scarcerati e per quelli ancora in carcere, don Eddy era un compañero ben noto e riconosciuto. Di lui dicono che sempre “li consigliasse”, che dalla sua esperienza “hanno imparato molto”, che fosse per essi un punto di riferimento e che, essendo un pastore evangelico, nei culti che celebrava “li incoraggiava spiritualmente”.
Sono stati i giovani liberati dal carcere a portare la sua bara per le strade di Matagalpa fino al cimitero. Il feretro era coperto dalle bandiere del Nicaragua e degli Stati Uniti. Lo slogan più gridato durante il suo funerale: “Eddy non è morto, è il governo che l’ha ucciso!”.

Quarta risoluzione dell’OSA

Le circostanze dell'omicidio e le caratteristiche della persona assassinata hanno fatto sì che le esequie di Eddy Montes a Matagalpa si trasformassero in una massiccia marcia di ripudio del regime. A livello internazionale, si sono moltiplicate le condanne. Al punto che, il 21 Maggio, il Consiglio Permanente dell'OSA è tornato a riunirsi per una nuova “valutazione collettiva” della realtà in Nicaragua. 20 Paesi hanno approvato una quarta risoluzione, che chiede ancora una volta al governo il rilascio di tutti i prigionieri politici, il rientro sicuro degli esuli, il ritorno in Nicaragua della Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH), elezioni giuste e con osservatori. Soltanto 2 Paesi si sono opposti: le piccole isole caraibiche di Saint Vincent e Granadine, e Suriname; oltre, naturalmente al Nicaragua, difeso da Valdrack Jaentschke con un discorso infarcito delle stesse falsità pronunciate a Ginevra. 10 Paesi si sono astenuti: tra essi, Bolivia, El Salvador, Guatemala, Honduras e 6 Paesi caraibici che beneficiano da anni del petrolio venezuelano.
Si tratta della quarta e ultima risoluzione di quelle che sono necessarie per applicare al regime di Ortega le procedure previste dalla Carta Democratica Interamericana. Nelle votazioni delle tre precedenti risoluzioni, i voti a favore erano stati 21, 20 e 20, rispettivamente: occorrono 24 voti dei ministri degli Esteri del continente per applicare tale Carta.

La solitudine del potere assoluto

Per migliorare la propria immagine agli occhi dell'OSA, alla vigilia della riunione del Consiglio Permanente il regime ha scarcerato e inviato agli arresti domiciliari altri 100 prigionieri politici. Come sempre, scelti a sua discrezione e senza il consenso dell’Alleanza Civica e della Croce Rossa Internazionale.
Il regime è isolato, con un grado di discredito internazionale ormai impossibile da frenare ed un ripudio nazionale che urge misurare nelle urne. La crisi economica avanza rovinosamente ed è sempre più evidente che nessuna misura economica potrà fermarla e nemmeno alleviarla finché Ortega rimarrà al potere. L'economia nicaraguense sta precipitando per la sfiducia causata dal malgoverno di Ortega.
Privi di una strategia responsabile ma, piuttosto, animati da una politica di vendetta fatta di repressione e reiterate menzogne, Ortega e Murillo mostrano al Paese e al mondo uno dei risultati più tragici della loro decisione di concentrare all'estremo il potere per una dozzina anni: avendo perso il loro capitale politico come governanti, oggi si ritrovano privi di strategie e strateghi. Nessuna razionalità, né ragione li guida. Sul ponte di comando non c'è altro che la solitudine del potere assoluto.

La libertà dei prigionieri politici

Nel suo autismo di governo che rivela grande debolezza e pericolosa rigidità, il regime ha lanciato una controffensiva dopo gli ultimi eventi sfavorevoli. Il 22 Maggio ha pubblicato quello che definisce il "Programma di lavoro per raggiungere la stabilità e la pace in Nicaragua". È significativo che in tale programma non compaiano queste tre parole: libertà, democrazia e diritti umani.
Circa la libertà, il programma menziona «la liberazione definitiva di quelli già scarcerati, di quelli ancora in carcere e di coloro che sono ancora sotto processo». Secondo i dati forniti dal regime, con i 50 rilasciati il 30 Maggio, sono 386 le persone già scarcerate e ne mancherebbero solo 92 da liberare entro il 18 Giugno.
Secondo Alleanza Civica, sulla base di un'attenta ricerca condotta dal Comitato per la Liberazione dei Prigionieri Politici grazie alle informazioni fornite dai parenti delle centinaia di persone catturate e imprigionate per più di un anno, sarebbero, invece, almeno 233 le persone ancora da liberare.
La confusione in queste cifre è dovuta al modo unilaterale in cui il governo ha proceduto alle scarcerazioni. Obiettivo dell'Alleanza Civica è «che nessuno resti in prigione per motivi politici, cioè che nessuno sia tenuto in ostaggio da Ortega».
Da parte sua, il regime insiste sul fatto che le persone scarcerate «hanno commesso gravi reati» e sono «legate agli atti terroristici e violenti dello scorso anno», il che implica di conseguenza che, sebbene siano state scarcerate, la loro fedina penale resterà “sporca”. Nei fatti, tale programma non fa menzione di come saranno annullati i processi e puliti del tutto i registri giudiziari delle persone rilasciate.

7 percorsi legali

Al di là di ciò che il governo promette ma non rispetta e per evitare che, alla fine, la liberazione definitiva di tutti i prigionieri o l'annullamento dei processi che sono stati montati contro di essi avvengano tramite un indulto o un'amnistia, come ha dato ad intendere il giudice Francisco Rosales, membro del gruppo negoziale del governo, un gruppo di una trentina di avvocati, difensori di decine di prigionieri politici, ha presentato il 21 Maggio un documento in cui si indicano 7 percorsi giuridici corrispondenti alle 7 tipologie comuni a tutte le persone incarcerate o già rilasciate; vale a dire: quelle accusate contro cui è stato spiccato un ordine di cattura, ma che sono assenti (è la condizione di molti degli esiliati); quelle che sono state arrestate ma non sono state (ancora) processate; quelle incriminate, processate e condannate; quelle che sono ricorse in appello; e quelle che sono state condannate in via definitiva.
Gli avvocati spiegano in dettaglio come si potrebbe procedere, se vi fosse volontà da parte del governo, per pulire tutte le fedine penali, rispettando il sistema giuridico del Paese.
Il documento propone una via d’uscita legale e giuridica, e respinge esplicitamente «la via legislativa e quella politica come forme di liberazione assoluta delle persone prigioniere politiche, ritenendo che ciò apra le porte alla presunzione di una loro possibile partecipazione ad attività criminali».

“L’amnistia è inaccettabile”

Gli avvocati di dicono decisamente contrari a che i prigionieri politici siano rilasciati in base ad un’amnistia: «È inaccettabile, in quanto strategia che beneficia persone che non vengono perseguite ma che potrebbero aver commesso dei crimini nel contesto della crisi politica», sostengono in riferimento ai responsabili del regime di centinaia di crimini, di cui solo uno è stato condannato per l’assassinio di una cittadina brasiliana e solo grazie alle pressioni all’epoca esercitate dal governo di Brasilia.
«Un'amnistia – afferma il documento – chiuderebbe la porta ad un vero processo di giustizia transizionale in Nicaragua e ad indagini sui crimini contro l'umanità commessi in quel contesto, e genererebbe impunità».
Il Nicaragua vanta, forse, un record mondiale: ben 52 leggi di amnistia non sono riuscite a sanare le ferite di una lunga storia di guerre e violenze. Per evitare l'amnistia numero 53 della storia nazionale, tali avvocati si sono detti disposti ad esaminare gli atti relativi a ciascun prigioniero politico. Secondo gli stessi, sulla base delle 7 categorie giuridiche proposte, se vi fosse buona volontà da parte del governo, in 15 giorni al massimo tutti i prigionieri politici potrebbero essere rilasciati e le loro fedine penali pulite.
AC ha raccolto la proposta degli avvocati e si è impegnata a portarla al tavolo dei negoziati a tempo debito.

Il diritto alla giustizia

Per quanto riguarda la democrazia, il programma unilaterale presentato dal regime proclama che «la democrazia sarà rafforzata» secondo i piani già esistenti con l'OSA – insinuando così che le riforme elettorali non saranno negoziate con l'Alleanza Civica –, e reiterando che le elezioni si terranno nel 2021. In altre parole, il governo si rifiuta di anticipare le elezioni, nonostante il clamore nazionale e le richieste internazionali in tal senso.
Per quanto riguarda la giustizia, parola che – sì – appare nel programma, il governo sostiene che risponde a questo obiettivo il lavoro che già svolgono le Commissioni di Riconciliazione, Giustizia e Pace, nate da una legge – la n. 985 –, approvata nel Gennaio 2019 dall’Assemblea Legislativa, il cui testo somiglia ad uno dei quotidiani interventi della vicepresidente sui media ufficiali. In tali Commissioni – basti pensare – partecipa la Polizia. Il regime sostiene che sarebbero già attive 500 di tali commissioni.

Una beffa e uno schiaffo

Nell’affanno di produrre gesti unilaterali, il 29 Maggio, vigilia del Día de las Madres, il regime ha approvato con «carattere di urgenza» un’altra legge, pomposamente denominata Legge di Assistenza Integrale alle Vittime. Tale provvedimento è passato lo stesso giorno in cui è stato presentato, con il voto della sola maggioranza orteguista, senza dibattito alcuno; il che riflette la scarsa importanza che il governo gli attribuisce. Il suo contenuto non ha nulla di integrale. Un argomento di tale rilevanza nella situazione attuale in Nicaragua è stato trattato con tale grado di superficialità da farlo apparire «una beffa», nelle parole della presidente dell'Associazione delle Madri di Aprile, Francys Valdivia, sorella di Franco Valdivia Machado, colpito insieme a Orlando Pérez Corrales da colpi d’arma da fuoco sparati dalla sede del municipio di Estelí, nel Nord del Paese, il 20 Aprile 2018. Oltretutto, ha aggiunto Valdivia, tale legge non è stata minimamente discussa con i familiari delle vittime.
Ma la legge è considerata una “beffa” anche per le sue lacune. Essa consta di soli 5 articoli e tutto ciò che propone è l'accesso prioritario delle vittime e dei loro familiari a quei servizi pubblici che obbligatoriamente lo Stato deve garantire a tutta la popolazione in materia di sanità, istruzione, alloggio, occupazione, imprenditorialità, tempo libero e svago. Nello specifico, viene assegnata priorità nella concessione di borse di studio e concesso l'ingresso gratuito a impianti sportivi e centri ricreativi pubblici. Non una parola sulla richiesta di verità e giustizia.
«Sentire, nella Festa della Mamma, che questa legge è il dono dell'Assemblea Legislativa per alleviare il dolore dei genitori che hanno avuto figli assassinati o familiari nelle carceri equivale ad uno schiaffo in faccia», ha dichiarato la deputata del Partito Liberale Costituzionalista (PLC) Azucena Castillo nel dibattito in parlamento.
La legge non specifica quante risorse saranno destinate all'assistenza prioritaria e prevede che il registro delle vittime in base al quale saranno identificati i beneficiari sia stilato da una delle istituzioni pubbliche più inefficienti del Nicaragua: la Procura dei Diritti Umani, il cui direttore, Adolfo Jarquín Ortel, è uno dei cinque membri della Commissione della Verità creata nel Maggio 2018 dall'Assemblea Legislativa a maggioranza orteguista per tenere il conto delle vittime delle violenze occorse nell’Aprile 2018; in realtà, con l'obiettivo di contestare le cifre raccolte dalla Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH).­

La sfida della giustizia transizionale

L'Alleanza Civica, l'Unità Azul y Blanco, le Madri di Aprile, il Comitato dei Prigionieri Politici, in breve l'intera opposizione ha maturato la convinzione che in Nicaragua debba avviarsi un autentico processo di giustizia transizionale che garantisca alle vittime della massiccia violazione dei diritti umani operata dal regime a partire dall'Aprile 2018 il diritto alla verità, alla giustizia, al risarcimento e alla “non ripetizione” (nel merito, v. le riflessioni di Vilma Núñez in envío (in spagnolo), Giugno 2014).
Tuttavia, un processo di giustizia transizionale si annuncia complesso e prolungato, di portata tale che può essere affrontato soltanto da un nuovo governo che sostituisca la dittatura Ortega-Murillo.
Il programma del regime e la legge approvata il 29 Maggio ignorano o rifiutano apertamente tale approccio, proponendo altri tre principi: perdono, non oblio, non ripetizione.

Cosa significa “non ripetizione”

Il perdono proposto dal programma governativo ed implicito nella nuova legge – che, tra l’altro, è nota proprio come "legge del perdono" – suona come un “voltar pagina” quasi che nel Paese nulla fosse successo. In pratica, si aprirebbero così le porte ad un’amnistia, che il regime non si azzarda ancora a proporre.
La “non ripetizione”, che nell'approccio della giustizia transizionale significa cambiamenti strutturali nelle istituzioni e nelle leggi che hanno dato origine alle violazioni dei diritti umani, tra cui la creazione di commissioni di verità o di una procura speciale e indipendente – come proposto dal Gruppo Internazionale di Esperti Indipendenti (GIEI) – perché chiariscano la verità dei fatti e stabiliscano vie di giustizia, nel programma del regime viene grossolanamente definita come segue: «Tutte le persone coinvolte nel tentativo fallito di colpo di Stato dovranno impegnarsi alla Non Ripetizione ed al rispetto assoluto della Costituzione Politica e delle Leggi del Paese, contribuendo così alla Pace, alla Tranquillità, alla Sicurezza e alla Riconciliazione tra tutti i nicaraguensi».

Campagna contro Alleanza Civica

La controffensiva del regime non si è concretizzata solamente nella pubblicazione del programma unilaterale annunciato il 21 Maggio. Dopo lo sciopero nazionale del 23 Maggio, sono state puniti esercizi commerciali, ristoranti e farmacie di diversi dipartimenti (province) del Paese per essersi uniti alla lotta, cancellando loro le licenze o semplicemente chiudendoli per ordine della Polizia.
Inoltre, il 27 Maggio, nel suo comunicato quotidiano, il regime ha messo in forse lo status legale dell'Alleanza Civica. E lo stesso giorno la forze repressive hanno fatto irruzione nel negozio di uno dei figli del prestigioso educatore nonché capo del gruppo di negoziatori dell'Alleanza Civica, Carlos Tunnermann, confiscando attrezzature e “scoprendo” sul tetto dell’edificio quattro armi di guerra obsolete, che solo l'Esercito o la Polizia posseggono e che, nella maldestra versione ufficiale, il figlio di Tunnermann avrebbe tenuto nascoste e che proverebbero il suo coinvolgimento nella violenza golpista.

Alimentando la fede cieca dei sandinisti

L'ossessione del regime nel negare quanto accaduto e l'insistenza su una strategia fatta di terrore e bugie è stata criticata da Bayardo Arce, consigliere economico di Ortega e, negli anni ’80, uno dei nove comandantes della Direzione Nazionale storica del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN). In un'assemblea di lavoratori della Giustizia di León e Chinandega, svoltasi il 17 Maggio, ha criticato la riforma tributaria in ragione dei suoi effetti sull'economia, aggiungendo che in Nicaragua non ci dovrebbero essere prigionieri politici e che Eddy Montes non avrebbe mai dovuto morire nel modo in cui è morto. Arce è stato il primo e unico alto funzionario pubblico a criticare la repressione governativa nei primi giorni della ribellione dell’Aprile 2018.
Molto diversa dall’intelligente posizione di Arce è quella promossa dal regime attraverso i suoi portavoce nei programmi radiofonici che alimentano la fede cieca della militanza sandinista in una realtà parallela costruita ogni giorno dal governo, generando fanatismo; atteggiamenti che escludono ogni possibilità di raggiungere un'uscita negoziata dalla crisi e contribuiscono ad esacerbare incautamente odio, rancori e vendette, passioni che già da ora oscurano il futuro del Paese.

Fine del negoziato?

Il programma presentato dal governo quando l'Alleanza ha abbandonato il tavolo negoziale rappresenta una nuova agenda, elaborata unilateralmente perché venga imposta unilateralmente? È una specie di “accordo finale” che vanifica il ruolo dell'Alleanza Civica, prescindendo ormai da essa?
E la dichiarazione ufficiale di qualche giorno dopo, in cui si afferma che AC «sostiene di rappresentare organismi la cui personalità giuridica nessuno è in grado di confermare» equivale ad una rottura definitiva con essa o si tratta solo di una provocazione?
Nell’insistere esplicitamente di voler “restare fino al 2021”, indicando implicitamente anche come intende farlo, il regime sta così ponendo fine al negoziato? Sta solo cercando di imporre la propria agenda o, di fatto, ha già rovesciato il tavolo? E se ha già ucciso il dialogo, con chi pensa di negoziare dopo e per fare cosa?
Dal momento che, come affermato da Paulo Abrão, direttore esecutivo della CIDH, «il governo del Nicaragua è stato molto efficace a livello internazionale nel cercare di dimostrare la sua presunta volontà di dialogo», il regime sta forse pensando che sia arrivato il momento di dar per concluso il dialogo e tentare di imporre un accordo alle proprie condizioni? Senza rendersi, apparentement,e conto che, così facendo, il Paese difficilmente tornerà alla "normalità" e nulla sarà probabilmente risolto.

Un altro tavolo negoziale?

Se per alcuni l'agenda unilaterale del regime punta ad uccidere il dialogo, rimotivare la base del partito dando segnali di determinazione e forza, confondere la comunità internazionale indebolendo le sue pressioni, secondo altri Ortega starebbe considerando di abbandonare il dialogo con la controparte nicaraguense per negoziare direttamente con gli Stati Uniti. E constatando le difficoltà che, in Venezuela, l'amministrazione Trump sperimenta nel tentativo di rovesciare Maduro, Ortega starebbe scommettendo su un negoziato internazionale di più alto livello.
È questa l'opinione, ad esempio, di Roberto Samcam, ufficiale dell’Esercito in pensione, secondo il quale, dal momento che il suo progetto dinastico è ormai impossibile da mantenere, attuale obiettivo strategico di Ortega non sarebbe altro che «salvare se stesso da una prolungata pena detentiva e mettere al riparo la sua famiglia e il capitale usurpato»; sperando di ottenere ciò non a Managua, nel dialogo con Alleanza Civica, ma negoziando direttamente con il governo degli Stati Uniti.­
Come? «Ortega – riflette Samcam – ha visto come le minacce a Nicolás Maduro stiano poco a poco risolvendosi in retorica violenta, senza andare oltre, mentre starebbe prendendo forma una sorta di negoziato internazionale tra Venezuela, Cuba, Russia, Cina e Stati Uniti. Ortega vorrebbe inserirsi in questa dinamica, aggiungendo una sesta sedia a quel tavolo, cercando così di negoziare un'amnistia in cambio dell’abbandono del potere: vale a dire, impunità e garanzie per parte o per tutti i soldi rubati in cambio di lasciare in pace i nicaraguensi».

Resisterà il Nicaragua fino al 2021?

Nelle sue incoerenti interviste a vari media internazionali e nei quotidiani e ripetitivi comunicati al termine delle sessioni di dialogo, Ortega ha sempre insistito sulla volontà di rimanere al governo fino al 2021. Lo ha dichiarato con veemenza, per la prima volta, davanti ai suoi simpatizzanti il 30 Maggio 2018, mentre i suoi cecchini sparavano sulla Marcia delle Madri. Ad oggi non ha cambiato opinione. Se poi il Paese arrivi distrutto a quella data, con un alto grado di logoramento morale e materiale della sua popolazione, ciò sembra non importargli.
E alla comunità internazionale questo scenario preoccupa? Certamente: Ortega potrebbe restare al timone di una “dittatura debole” fino al 2021. Nei fatti, sta facendo di tutto per arrivarci. Ce la farà? Ciò dipenderà anche dalle posizioni che la comunità internazionale assumerà da favore del popolo nicaraguense.
Da quando ha visto la forza della ribellione dell’Aprile 2018, la comunità internazionale ha avuto paura del caos e ha iniziato a sottolineare la necessità di un “atterraggio morbido” e l'importanza di avviare una “transizione ordinata” in Nicaragua. Vista l’assenza di scrupoli del regime, tali idee sono percorribili? Sono possibili elezioni veramente libere con Ortega al potere? Avranno peso le voci internazionali che ancora si sentono secondo cui sarebbe meglio non anticipare il voto perché l'uscita dalla crisi sia “ordinata”? Peseranno esse più delle voci della maggioranza della popolazione, che vuole elezioni anticipate sostenute da pressioni nazionali ed internazionali che costringano Ortega ad abbandonare prima il potere?

Un’implosione?

Nuove pressioni e sanzioni accelereranno la transizione o la comunità internazionale darà a Ortega una nuova opportunità? E, ancora: Ortega ucciderà il dialogo, preparando le condizioni per sedersi a un altro tavolo?
In attesa di risposte a questi quesiti, la crisi economica peggiora a ritmo sostenuto. I dati ufficiali sulle entrate fiscali nel primo trimestre dell’anno indicano un notevole calo e il regime si è visto costretto a varare un vasto piano di austerità. Con il collasso degli investimenti privati nazionali e internazionali, il congelamento della cooperazione internazionale, il crollo del turismo, soltanto le rimesse internazionali sollevano un'economia indebolita: tra Gennaio e Aprile di quest’anno, sono arrivate nel Paese rimesse per 518,3 milioni di dollari, pari ad un aumento del 7,5% rispetto allo stesso periodo del 2018, quando ne erano arrivate per 482,3 milioni di dollari.
Ai primi di Maggio, un nuovo segnale di logoramento del circolo di potere più vicino a Ortega ha insinuato la possibilità di un'implosione interna al regime. Il procuratore generale della Repubblica Hernán Estrada, uno dei funzionari più fidati della coppia presidenziale, “ha rinunciato” al suo incarico inviando una lettera a Ortega in cui si adducono motivi di salute; quando, in realtà, aveva già lasciato il Paese, in stretto riserbo. Nella sua posizione di avvocato dello Stato e, in particolare, della “famiglia” Ortega-Murillo, disponendo discrezionalmente di proprietà private e beni dello Stato Estrada è responsabile di una lista infinita di violazioni “legalizzate” a favore di dirigenti del partito di governo e a danno di persone di tutte le classi sociali.
Hernán Estrada e l'ex magistrato Rafael Solís – dimessosi nel Gennaio scorso, dopo di che ha assunto il ruolo pubblico di dissidente e critico, cosa che Estrada non ha ancora fatto – rappresentavano le due colonne su cui si basava lo schema corruttivo dell'attuale governo. Con ogni probabilità, Estrada era candidato a comparire nella lista delle persone sanzionabili ai sensi del Magnitsky Nica Act, la cui entrata in vigore è prevista nel Giugno 2019. 

Dolori di parto

Si profila, dunque, la fine della crisi per implosione o come conseguenza della disarticolazione cui assistiamo? A più di un anno dallo scoppio della ribellione, il Nicaragua sembra vivere i dolori di parto di un futuro che si annuncia incerto e difficile.

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