«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
  • slide01.jpg
  • slide02.jpg
  • slide03.jpg
  • slide04.jpg
  • slide05.jpg

NICARAGUA / A 40 anni dalla rivoluzione del 1979: poteva andare in altro modo?

Luis Carrión Cruz, uno dei nove Comandantes della Direzione Nazionale “storica” del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN), già viceministro dell'Interno e ministro dell'Economia negli anni '80, e dal 2005 dirigente del Movimento Rinnovatore Sandinista (MRS), traccia un bilancio, anche in chiave personale, della rivoluzione nel 40° anniversario della caduta della dittatura somozista, mentre la nuova dittatura di Daniel Ortega mantiene il Nicaragua intrappolato in una difficile crisi, provocata dalla sua decisione di rimanere al potere a tutti i costi.

Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

Cercherò di tracciare un bilancio della rivoluzione. Ero riluttante a farlo. Prima di tutto, perché io c’ero, sono stato uno dei suoi protagonisti e ho condiviso responsabilità, nel bene e nel male, di quella fase; e quell’evento di 40 anni fa è ancora attuale. In secondo luogo, perché parlo a partire dai miei ricordi e la memoria è sempre fallibile e selettiva. Infine, perché la rivoluzione è stata un fenomeno così enorme, complesso e multidimensionale, che è molto difficile riassumere tutto ciò che ha rappresentato.

Un gigantesco movimento popolare

Una rivoluzione non è la conquista del potere politico da parte di un partito attraverso le elezioni o un colpo di Stato. La rivoluzione è stata un grande movimento politico e sociale, un gigantesco movimento popolare che ha rovesciato la dittatura somozista e, quindi, ha continuato a suscitare profondi cambiamenti nella realtà sociale del Nicaragua. Al rovesciamento della dittatura parteciparono tanti, di ogni settore, di tutte le classi sociali, di diverse posizioni politiche, in tempi e modi diversi, ma l’FSLN è stato il catalizzatore e protagonista principale, il punto di riferimento etico e politico di quella storica lotta.
Ma la rivoluzione non è stata solo un fenomeno politico e sociale. Ha mobilitato anche gli spiriti di noi che vi abbiamo partecipato. Non mi riferisco solo ai dirigenti, ma a tantissimi altri. In tanti abbiamo messo da parte i nostri progetti di vita personale per sostituirli con il grande progetto collettivo della rivoluzione. Quella esperienza di vita spiega anche perché decine, centinaia e migliaia di persone sono state disposte ad affrontare enormi difficoltà e sacrifici per la rivoluzione, fino a mettere in gioco la propria vita, mostrando un eroismo straordinario che rimarrà scolpito in una storia che non può essere cancellata. Senza di questo non si spiega come, nel 1990, quasi il 40% dell’elettorato abbia votato per l’FSLN dopo un decennio di terribili difficoltà, scarsità e dolore.

Un potere che mai nessuno aveva avuto prima

La rivoluzione ha scatenato energie e passioni, che si sono mescolate ad ogni tipo di emozioni, tutte orientate alla costruzione “della terra promessa”. Emozioni e azioni che spaziavano dalle più elementari – come quelle di chi cercava di rifarsi dei danni, percepiti o reali, provocati da rappresentanti o seguaci del somozismo – a quelle di quanti volevamo trasformare la realtà sociale e politica a favore della grande maggioranza.
La caduta della dittatura somozista eliminò il tappo che impediva la partecipazione politica della maggior parte della gente e aprì la porta ad una poliedrica e, in un primo momento, disordinata attività popolare. La fine del somozismo risvegliò tutti i sogni e tutte le rivendicazioni di tutti i settori, diverse e spesso contraddittorie, che altrettanto di frequente si manifestavano in modo caotico.
La rivoluzione spazzò via del tutto lo Stato capitalista somozista. Non restò pietra su pietra di quello precedente e si cominciò a costruire il nuovo Stato praticamente da zero. Cancellato il vecchio Stato ed emergendo come la forza politica che capitalizzava i risultati del rovesciamento del somozismo dopo una lunga storia di lotta, l’FSLN acquisì un potere che mai nessuno prima nella storia del Nicaragua aveva avuto. Disponendo di un potere totale, abbiamo intrapreso la costruzione del nuovo Stato, mettendo il sigillo sandinista su tutte le istituzioni pubbliche, comprese varie organizzazioni della società civile.

Subito, i primi sospetti reciproci

La rivoluzione non è avvenuta in un Nicaragua isolato dal mondo ma in un contesto internazionale segnato dalla Guerra Fredda tra Est e Ovest, tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Il governo di Ronald Reagan (1981-1989), quello con cui abbiamo dovuto convivere più a lungo e che abbiamo dovuto affrontare, vedeva la rivoluzione nicaraguense come una punta di lancia dell'Unione Sovietica nelle Americhe, che minacciava di destabilizzare l'intera regione. Ancora prima di ­arrivare al governo, un famoso testo programmatico stilato dai collaboratori di Reagan, il documento di­ Santa Fe, formulava l’obiettivo di rovesciare il governo sandinista. E una volta giunto al governo, Reagan lanciò contro la rivoluzione una prolungata aggressione su larga scala e multidimensionale, fatta cioè di ­azioni politiche, diplomatiche, economiche e militari; coinvolgendo in questo senso i Paesi della regione, sostenendo i resti della Guardia Nazionale, realizzando azioni di sabotaggio eseguite direttamente dalla CIA e, infine, fornendo finanziamenti, assistenza militare e armi alla Contra.
Per ragioni storiche, noi nutrivamo una profonda sfiducia nei confronti degli Stati Uniti, che erano intervenuti militarmente in tutto il mondo, rovesciato governi e appoggiato regimi sanguinari. Anche il Nicaragua era stato militarmente invaso dagli Stati Uniti e Washington aveva sostenuto Somoza fino all'ultimo momento. Eravamo convinti che gli Stati Uniti avrebbero comunque cercato di distruggere la rivoluzione, in ciò consistendo la loro natura imperialistica.
Molto presto sentimmo il bisogno di sviluppare una strategia difensiva basata su tre gambe. In primo luogo, sostenere le guerriglie centroamericane, non solo per motivi di solidarietà, ma anche difensivi. Quindi, stringere un'alleanza con l'Unione Sovietica, perché avevamo bisogno di qualche ombrello che ci proteggesse dal “mostro”. Infine, creare un esercito forte.
Le posizioni degli Stati Uniti e le nostre confermarono i peggiori sospetti reciproci e posero le basi per la guerra più sanguinosa delle tante che hanno opposto i nicaraguensi.

Lottavamo per la nostra sopravvivenza

L'aggressione nordamericana si è combinata con una crescente disaffezione del campesinado nicaraguense, causata da fattori dipendenti dal nostro modo di agire. I contadini di tutta la zona centrale del Paese si ribellarono alla rivoluzione e al governo sandinista, e si unirono alle fila della Contra, dando luogo a una sorta di guerra civile organizzata, finanziata e gestita dagli Stati Uniti, ma sostenuta principalmente dalla popolazione contadina nicaraguense.
Dico "una sorta di guerra civile" perché da parte della Contra non c'era alcun progetto politico coerente e sviluppato, a differenza del progetto rivoluzionario. Tale contrasto ebbe il suo peso all'epoca dei negoziati di Sapoá (località alla frontiera con il Costa Rica dove, nel Marzo 1988, venne raggiunto un accordo per il “cessate il fuoco definitivo” fra sandinisti e contras; ndr) che non produssero grandi cambiamenti istituzionali, a differenza di quanto accadde nel Salvador con la fine della guerra.
La rivoluzione ha vissuto gran parte del tempo in guerra, circondata, impegnata nella lotta per sopravvivere, sotto la costante minaccia di un intervento militare diretto. Ricordiamo che negli anni '80, intorno a noi ci furono due interventi­ militari degli Stati Uniti: nell'isola caraibica di Grenada e a Panamá. Non era, quindi, esagerato pensare che anche il Nicaragua potesse essere invaso. Ci sentivamo provocati, assediati, minacciati; ed eravamo convinti di combattere per la nostra sopravvivenza.
Alla fine degli anni '80 la situazione mondiale cambiò radicalmente. Il campo socialista collassò e gli Stati Uniti uscirono vittoriosi dalla Guerra Fredda. Ciò pose fine bruscamente al sostegno finanziario e militare che ci forniva l'URSS.
Mentre l'opposizione nel Congresso degli Stati Uniti e l’avvento dell’Amministrazione Bush dopo quella Reagan comportarono anche la sospensione del sostegno alla Contra e l'abbandono della politica di guerra contro il governo sandinista.
A quel punto, tuttavia, il logoramento umano ed economico accumulato dal Nicaragua era già brutale. Il reclutamento per il ­servizio militare stava diventando sempre più scarso, difficile e conflittuale. Entrambe le parti in lotta eravamo completamente logorate e il negoziato si impose come l'unica via d'uscita.
Dopo le negoziazioni tra i Paesi della regione, iniziarono quelle con la Contra, culminate nel citato accordo di Sapoá. Quei negoziati aprirono le porte alle elezioni del 1990 e, dunque, alla sconfitta elettorale dell’FSLN e alla fine della rivoluzione.

1979: la rottura del consenso nazionale

Cominciamo dall'inizio. La rivoluzione arrivò al governo con un programma, quello della Giunta di Governo di Ricostruzione Nazionale. Per quanto riguarda la democrazia, quel programma recitava: «Sarà promulgata la legislazione necessaria per l'organizzazione di un regime di democrazia effettiva, giustizia e progresso sociale, che garantisca pienamente il diritto di tutti i nicaraguensi alla partecipazione politica e al suffragio universale, così come l'organizzazione e il funzionamento dei partiti politici, senza discriminazioni ideologiche, ad eccezione dei partiti e delle organizzazioni che pretendano un ritorno al somozismo».
Il paragrafo corrispondente su questo argomento del programma storico del Fronte Sandinista recitava: «Il Fronte Sandinista è un'organizzazione politico-militare, cui obiettivo strategico è la presa del potere politico mediante la distruzione dell'apparato militare e burocratico della dittatura e l'insediamento di un governo rivoluzionario basato sull'alleanza operaia-contadina e sul concorso di tutte le forze patriottiche anti-imperialiste e anti-oligarchiche del Paese».
Sono evidenti le enormi differenze di tono e contenuto fra questi due documenti. Uno sottolinea la democrazia istituzionale e l'altro la costruzione di uno Stato con un altro contenuto di classe. Cos'è successo? Che, dal momento che la vittoria rivoluzionaria spazzò via lo Stato capitalista somozista, lasciando un enorme potere nelle mani del Fronte Sandinista, la visione sandinista prevalse.
Nel settembre 1979, il Fronte Sandinista convocò i suoi membri più importanti per una riunione che in seguito sarebbe diventata famosa come “l'Assemblea delle 72 ore”. Scopo dell'incontro era elaborare il “grande programma” del Fronte per la rivoluzione. Ma perché, se di programma ce n'era già uno? Allora rispondemmo: “perché le circostanze sono cambiate”. In che senso? In quel momento non c'era un equilibrio di potere tra i diversi settori e gruppi che avevano fatto la rivoluzione, ma il Fronte Sandinista aveva conquistato tutto il potere. Pertanto, le circostanze che avevano dato luogo all’elaborazione del programma della Giunta e alle alleanze con i settori che si riconoscevano in quel programma, lo rendevano superfluo.
Nel programma scaturito dall'Assemblea delle 72 ore c'è un punto che è più che sufficiente per comprendere il corso che la rivoluzione avrebbe preso da allora in avanti. Venne definito che l'obiettivo numero uno era «isolare la borghesia vendepatria» (vale a dire, al servizio degli Stati Uniti, ndr), «organizzare le forze motrici della rivoluzione», che erano gli operai e i contadini, e «porre tutte le forze sotto la guida dell’FSLN».
Quelle linee-guida guidarono la nostra azione da allora in avanti. La prima conseguenza fu la rottura del consenso nazionale. Il programma della Giunta rifletteva quel consenso, ma a partire da allora tutto fu diverso: all’insegna del "qui comandiamo noi e possiamo fare quello che vogliamo e non dobbiamo fare concessioni ad alcuno..."

La logica del partito unico

Quella decisione comportò l'effettiva liquidazione della Giunta di Ricostruzione Nazionale. Anche se fin dall'inizio di essa facevano parte Alfonso Robelo e doña Violeta Chamorro, le decisioni che prendeva il Fronte Sandinista erano quelle che poi metteva in atto la Giunta. Per questo, pochi mesi dopo, entrambi rinunciarono. E anche se li sostituimmo con alcune personalità, fu una cosa piuttosto formale, perché il Fronte Sandinista mantenne sempre un'egemonia totale.
Di fatto, si impose la logica del partito unico. E sebbene vi fossero altri partiti, indeboliti, controllati, consentiti, la logica era quella del partito unico. E con quella logica iniziammo la costruzione non di uno Stato nazionale, ma di uno Stato sandinista. Tutte le istituzioni si “sandinizzarono”.­ L'Esercito divenne sandinista, la Polizia pure, tutte le istituzioni finirono sotto l'egida, l'influenza e il controllo del Fronte Sandinista. E si supponeva che tutte agissero in funzione degli obiettivi e delle politiche del Fronte Sandinista.
Consolidato il potere politico, un altro degli obiettivi scaturiti dall'Assemblea delle 72 ore era, secondo quella logica, la neutralizzazione di qualsiasi forza politica che potesse mettere in discussione l'egemonia del Fronte Sandinista. Nel Marzo 1980, Alfonso Robelo, leader del Movimento Democratico Nicaraguense, il quale aveva già abbandonato la Giunta, cercò di riorganizzare il suo partito e convocò una manifestazione a Nandaime. Tuttavia, di fronte alla possibile mobilitazione di massa, noi dicemmo “Nandaime no va” e impedimmo con tutti i mezzi quella manifestazione.
Quel fatto segnò una direzione di marcia: avremmo impedito l’azione politica di chiunque potesse mettere in discussione la rivoluzione in modo efficace. All'interno di quella logica si impose la censura della stampa e la repressione di qualsiasi tentativo di opposizione. In brevissimo tempo, si chiuse lo spazio politico per tutti coloro che si opponevano. Il Fronte Sandinista era la “avanguardia illuminata” che doveva dirigere tutto in Nicaragua, come un diritto nato dalla rivoluzione. Questa è stata la mentalità prevalente fin dall'inizio.

La democrazia politica non fu un obiettivo

Quella logica portò a perseguitare i settori imprenditoriali, che chiamavamo “borghesia vendepatria”. Da chi era composta questa? Fondamentalmente dall'oligarchia finanziaria, ma il concetto fu esteso a tutti coloro che si opponevano alla rivoluzione o facevano cose che non ci piacevano. Le confische furono utilizzate come arma politica, tanto che queste venivano annunciate nella piazza pubblica in occasione di grandi manifestazioni in cui tutti le accoglievano con applausi.
Inoltre, soprattutto nei primi­ anni della rivoluzione, si sviluppò ampiamente un linguaggio classista e conflittuale: gli operai contro la borghesia. Tutta la borghesia era vendepatria e non si faceva molta distinzione tra chi lo fosse davvero e chi no. In alcuni luoghi, soprattutto nelle zone rurali dove era persino difficile ­trovare della “borghesia” ma al massimo si poteva individuare della piccola borghesia fatta di agricoltori e commercianti, questi erano attaccati con quel linguaggio classista e ricevevano accuse e minacce.
Tutto ciò dimostra come la democrazia politica istituzionalizzata ­non fosse un obiettivo esplicito della rivoluzione. Eppure, parlavamo di “pluralismo politico”. Come lo intendevamo? In primo luogo, non dichiarandoci partito unico. In secondo luogo, permettendo l’esistenza di altri partiti politici, ­anche se non avevano alcuna possibilità di incidere realmente nella vita politica del Paese.
L'organizzazione di cui si ha bisogno per combattere una dittatura deve essere clandestina, molto disciplinata e assai centralizzata; essa compartimentalizza l’informazione e, quindi, c'è poco dibattito perché le condizioni non lo consentono. Tutto ciò genera comportamenti e valori non democratici­ quando si applicano al sistema politico di un Paese.
A differenza del modello cubano, che così tanta influenza ha avuto nella rivoluzione, mai ci siamo dichiarati socialisti, ­non abbiamo proclamato il partito unico e c'erano partiti politici sebbene con ­enormi limitazioni alla loro azione, la stampa era censurata anche se c'erano media critici... In realtà, ci fu influenza cubana, ma non fu una copia esatta di quella rivoluzione.
Siamo partiti dall’idea che la rivoluzione fosse... eterna, per sempre. Perché ciò che era stato conquistato con tanto sangue e sacrificio non poteva essere messo in gioco in un'elezione. Pensavamo che, avendo conquistato il potere rischiando la vita e lasciando una scia di sangue lungo il cammino, i voti non potessero cambiare quell’assetto.

Le contraddizioni irrisolte delle elezioni del 1984

La rivoluzione era eterna e non avremmo messo in gioco il potere. Tuttavia, siamo andati alle elezioni nel 1984. Quelle elezioni furono una scelta tattica: volevamo dare al governo san­dinista ­una legittimità accettata dal mondo occidentale al fine di indebolire la strategia aggressiva di Reagan, che invece lottava apertamente per­ rovesciarlo.
Le elezioni del 1984 furono semidemocratiche. Dico così perché, anche se i voti furono contati correttamente, l'intera campagna elettorale e tutti gli apparati statali furono messi al servizio della vittoria del Fronte Sandinista, che controllava tutte le istituzioni.
L'effetto politico che volevamo ottenere da quelle elezioni era importante, ma limitato, soprattutto perché il ­Coordinamento Democratico, che all'epoca rappresentava la principale­ opposizione, non partecipò: dopo aver iniziato la campagna elettorale e lanciato il proprio candidato, poco prima della data del voto si ritirò. Sostenendo che era impossibile fare campagna elettorale­ in mezzo a tante persecuzioni e vessazioni, anche se sulla loro decisione influirono pesantemente le pressioni del governo statunitense, dal momento che la ­partecipazione della Coor­di­na­dora avrebbe indebolito la sua politica di aggressione.
La cosa più importante che voglio dire è che quelle elezioni rappresentarono una contraddizione fondamentale con la logica che aveva prevalso fino ad allora: cioè, che la rivoluzione era eterna, che la sua legittimità derivava dalla lotta e dal sacrificio, e che le elezioni rappresentavano una lotteria per il potere...
Nel celebrare le elezioni, stavamo ammettendo, senza riconoscerlo, che la rivoluzione poteva perdere e stavamo rischiando di dimostrare che la rivoluzione non fosse eterna… Con le elezioni, la legittimità della rivoluzione non sarebbe più stata ancorata alla lotta, al sacrificio, ai martiri... Doveva ancorarsi alla volontà popolare e, quindi, guadagnare i voti della maggioranza delle persone.
Le elezioni del 1984 contraddicevano chiaramente la logica che stavamo seguendo. Ciononostante, a mio parere, non abbiamo assimilato, fatto i conti, capito le enormi conseguenze che quella scelta ebbe. Siamo rimasti nella prospettiva tattica che le elezioni fossero solamente una formalità e nella convinzione che avremmo potuto sempre assicurarci la vittoria in qualsiasi elezione. Di conseguenza, non ci siamo preparati a quanto successe sei anni dopo: la sconfitta elettorale del 1990.

Un potere diffuso

Nonostante tutto, la rivoluzione stimolò la democrazia sociale. Quando la rivoluzione fece saltare il tappo della dittatura, vi fu un'esplosione di rivendicazioni ed una massiccia ­partecipazione popolare. Tanti settori che erano rimasti schiacciati durante il somozismo, che non avevano potuto manifestarsi, né esprimersi, cominciarono a presentare le loro rivendicazioni: alcuni chiedevano terra, i miskitos (gruppo etnico della costa atlantica, ndr) sovranità, altri il diritto ad essere presi in considerazione...
Vi fu una mobilitazione in tutte le forme e maniere, che si manifestava nelle strade, nelle campagne, ovunque... Alcune organizzazioni preesistenti, crebbero rapidamente: l'ATC (Asociación Trabajadores del Campo, l’organizzazione dei braccianti, ndr), altri sindacati. E ne emersero di nuove: la UNAG (Unión Nacional de Agricultores y Ganaderos, agricoltori e allevatori, ndr), i CDS (Comitati di Difesa Sandinista, ndr) e altri. Alcuni nacquero per dinamiche proprie, altri furono promossi dallo stesso FSLN, che nella sua visione puntava a creare una rete di organizzazioni sociali e di massa, coordinate e subordinate in qualche modo al Fronte.
Un dato aiuta a capire cosa significò quell'esplosione organizzativa: nel 1978, in Nicaragua c'erano 138 sindacati con 20 mila affiliati; nel 1982, i sindacati erano cresciuti dieci volte e contavano 90 mila affiliati.
Le organizzazioni arrivarono a detenere quote importanti di potere. Ricordo che i sindacati, anche nelle imprese statali, avanzavano molte richieste e influenzavano anche le decisioni amministrative. Spesso, criticavano l’amministratore o il gerente dell’impresa. Le organizzazioni popolari avevano un potere reale. Ce l'avevano anche i CDS, ai quali chi voleva lavorare nella pubblica amministrazione chiedeva lettere di presentazione. I CDS erano anche responsabili della gestione delle tessere annonarie AFA (Arroz, Frijoles, Azucar: riso, fagioli, zucchero, ndr) per la distribuzione dei prodotti di base. In breve, le organizzazioni popolari avevano potere.
Ci fu un enorme salto nell'organizzazione popolare. E l'organizzazione cambia le persone. Persone che non erano nessuno durante la dittatura, che erano state del tutto ignorate o emarginate, improvvisamente si sentivano persone con dignità, con diritti e forza di fare ed esigere cose. Acquisirono potere.

Cinghie di trasmissione

Il salto dell'organizzazione popolare fu enorme, ma quella conquista gradualmente si indebolì. Fondamentalmente, perché il Fronte Sandinista, che concepiva queste organizzazioni come sue “cinghie di trasmissione”, fece di tutto per metterle sotto la sua direzione e trasformarle in organizzazioni sandiniste. C'erano sempre tensioni tra il loro ruolo di rappresentanti di interessi settoriali e quello di veicoli delle politiche governative. Alla fine, l'egemonia del Fronte Sandinista finì per essere dominante.
I non sandinisti, gli oppositori, quelli che non erano d'accordo, abbandonarono poco a poco quelle organizzazioni o ebbero poca capacità di incidere al loro interno. E rimasero senza potere. Furono considerati contras, nemici della rivoluzione... Ci furono, sì, alcuni sindacati che non erano del Fronte, ma erano del tutto marginali, non avevano alcun peso.
AMPRONAC (la Asociación de Mujeres ante la Problemática Nacional, ndr), nata nel 1977 per lottare contro la dittatura, fu una delle prime organizzazioni a passare sotto il controllo del Fronte Sandinista. Fu sciolta e occupata quasi manu militari dall’FSLN. Funzionari e amministratori sostituirono rapidamente le fondatrici e dirigenti dell'organizzazione, che venne liquidata e sostituita da AMNLAE (l’Associazione delle Donne Nicaraguensi “Luisa Amanda Espinoza”), ala femminile del Fronte Sandinista, che subito divenne un'altra cinghia di trasmissione. Con lo scioglimento di AMPRONAC, andò persa la ricchissima esperienza accumulata da quel primo grande movimento di donne in Nicaragua, organizzato, autonomo, ­democratico, multipartitico, formato da donne di base di tutte le classi sociali.

L’ignota costa caraibica

Non sapevamo nulla della costa caraibica nicaraguense. Non la conoscevamo per niente. Al riguardo, il programma della Giunta di Ricostruzione Nazionale diceva soltanto: «La popolazione della costa atlantica sarà integrata nello sviluppo del Paese». Questo era tutto. Un’ignoranza assoluta. Nel programma nemmeno si riconosceva l’esistenza delle popolazioni indigene autoctone di quella regione.
Tuttavia, la rivoluzione suscitò aspettative anche tra la popolazione miskita. Al tempo della rivoluzione, la Costa contava giù su una nuova generazione di leaders giovani ed istruiti. Con la rivoluzione sorsero anche nuove organizzazioni, come MISURASATA, che significa Miskitos, Sumos e Ramas alleati con i Sandinisti; a seguito della rottura coi sandinisti si denominò MISURA.
La valanga di richieste e rivendicazioni provenienti dalla Costa fu davvero enorme. Ma siccome noi non capivamo nulla di quella realtà, ciò fu presto causa di sfiducia e sconcerto, e da parte nostra, sospetti e accuse di separatismo.
Inoltre, sia nella parte settentrionale che meridionale della costa atlantica, la rivoluzione inviava funzionari, dirigenti di partito e delle istituzioni governative provenienti dal Pacifico, che pur non sapendo nulla di quella regione, guidavano tutte le aree del governo. Quelle persone vollero applicare meccanicamente, ad una realtà completamente diversa, tutto ciò che veniva fatto nel Pacifico: le stesse organizzazioni, gli stessi approcci, gli stessi discorsi. Non ricordo un solo funzionario o dirigente politico che abbia almeno cercato di imparare a parlare miskito. Forse, qualcuno ci sarà pure stato, ma di quelli principali che conoscevo, nessuno fece almeno un tentativo.

Un tremendo scontro culturale

Lo scontro culturale che si produsse nella Costa causò insoddisfazione e irritazione nella popolazione. Questa percepì la rivoluzione come un'invasione degli “spagnoli”, perché per loro noi del Pacifico eravamo tali. Si sentivano invasi. D’altro canto, noi e la nostra gente vedevamo i costeños come “indios bugiardi e loschi”: non capivamo che dovevano mentire per difendersi, che dovevano simu­lare per proteggersi. Tra gli “spagnoli” arrivati là si sviluppò un notevole grado di razzismo.
È stato positivo che la rivoluzione avviasse un programma di alfabetizzazione in lingue per la popolazione della Costa. Alcuni sostengono che imponemmo loro l'alfabetizzazione in spagnolo. Non è vero. Nella Costa l'alfabetizzazione ebbe luogo dopo la campagna nazionale, perché fu necessario stampare testi differenti, ma alfabetizzammo nelle loro lingue. Purtroppo, il contenuto dei materiali di alfabetizzazione era simile a quello del resto del Paese e non tenne conto della loro cultura. E i contenuti erano, come nella campagna nazionale, altamente politicizzati... e sandinisti.
In quel contesto di incomunicabilità, nella Costa crebbero le proteste e si generalizzò la resistenza, in risposta a tutto ciò che veniva dalla rivoluzione. Ci furono conflitti, seguiti da repressione e, quindi, arrivò il sostegno nordamericano… E cominciò la guerra. Una guerra differente da quella dei Contras nel resto del Paese. Perché le rivendicazioni della Costa, in particolare quelle dei miskitos, erano del tutto specifiche e avevano a che fare con la loro identità di popolo.

Una nazione multietnica

A partire da un certo momento abbiamo capito la diversa realtà della Costa e abbiamo dato alla guerra che vi imperversava un trattamento diverso. Nel 1984, il governo avviò negoziazioni con YATAMA e con Brooklyn Rivera, il leader dei miskitos, proponendo un cessate il fuoco ed una discussione delle loro richieste politiche.
In quel contesto, il governo rivoluzionario riconobbe e pubblicò un decalogo dei diritti specifici delle popolazioni indigene. Fu un enorme passo avanti rispetto a quella che era stata fino ad allora la storia del Nicaragua. E quanto c’era stato nel resto del Paese era una benevola incomprensione delle popolazioni indigene e spesso uno sfruttamento brutale da parte delle imprese, soprattutto straniere.
Il riconoscimento della cultura autoctona della Costa Ca­ribe è stato il risultato di molto lavoro, dialogo, riunioni. Abbiamo sempre mantenuto la comunicazione con alcuni leaders miskitos. Alla fine, tutto ciò sfociò nel 1987 nello Statuto dell'Autonomia e nel riconoscimento, sancito nella Costituzione dello stesso anno, che «il popolo del Nicaragua è di natura multietnica». Fino ad allora, ci eravamo ­visti come un popolo unicamente meticcio.
L'autonomia non era perfetta e probabilmente è già superata nel modo in cui fu concepita e costruita. Oggi, la realtà nella Costa è molto più complessa, perché ora è abitata da una maggioranza di meticci e vediamo come l'attuale governo non difenda le comunità indigene di fronte all'avanzata aggressiva, a volte armata, dei coloni del Pacifico.
Credo che l'autonomia della Costa Caribe e il riconoscimento delle popolazioni indigene siano stati contributi molto importanti della rivoluzione che hanno portato ad un cambiamento nel modo in cui ci consideriamo Paese. Ma, sono stati un merito del governo rivoluzionario? Non solo. Sono stati anche il risultato dello sforzo e del sacrificio dei miskitos che hanno lottato, resistito e posto sul tavolo ciò che noi ignoravamo.

Il conflitto con il mondo contadino

L'aggressione su molteplici piani sviluppata dal governo degli Stati Uniti contro la rivoluzione in Nicaragua non avrebbe raggiunto la dimensione che ebbe se non ci fosse stata una massiccia sollevazione contro la rivoluzione dei contadini del centro del Paese, da Nord a Sud. Ciò, nonostante la rivoluzione considerasse la “alleanza operaia-contadina” come sua “forza motrice”.
Perché una di queste “forze” si rivoltò contro la rivoluzione, perché i contadini si sollevarono se c'era una riforma agraria? Provo a dare qualche possibile ragione. In primo luogo, le confische di terra colpirono dapprima i somozisti, quindi “quelli più vicini al somozismo”, quando era meno chiaro chi fossero quest’ultimi. In seguito, ad essere confiscate per motivi politici furono persone che collaboravano con la Contra o che erano attivi oppositori. Quelle azioni furono percepite come arbitrarie o abusi in una società in cui la proprietà privata e il lavoro erano valori molto importanti.
Inoltre, molti dei confiscati avevano parenti e amici che si risentivano per ciò che stavamo facendo. Ricordo cosa mi disse una signora di Boaco nel 1979, dopo che era stata confiscata un’azienda agricola di un suo conoscente, con la motivazione che era stato un somozista. «Perché gli avete confiscato la terra? – mi reclamò –. Sì, era somozista, ma quella finca che gli avete tolto era frutto del suo lavoro, non l’aveva rubata e nessuno gliela aveva regalata». Questa idea che se uno si era onestamente fatto la sua proprietà, non importa la sua affiliazione politica, aveva diritto alla stessa ed era ingiusto toglierla, era diffusa nelle zone rurali. Le nostre confische colpirono i valori tradizionali della società agraria del centro del Paese.
Su ciò ha influito anche il fatto che le confische furono eseguite da funzionari e dirigenti politici che provenivano dalle città e avevano una visione ideologica del mondo agricolo e non conoscevano l'identità della società contadina. Ciò creò maggiori contraddizioni e incomunicabilità, una incapacità di relazionarsi con i contadini che parlavano un'altra “lingua”, diversa da quella di chi arrivava nelle campagne in rappresentanza della rivoluzione.

Un alto impatto negativo sulla produzione agricola

Con la guerra divenne acuta la scarsità di prodotti e i prezzi di quelli alimentari aumentarono nelle città. Il governo decise allora di proteggere la sua base popolare, prevalentemente urbana. Venne così fissata una politica di prezzi ufficiali degli alimenti di produzione contadina. Vennero istituiti dei posti di blocco sulle strade e quando un agricoltore cercava di raggiungere le città per vendere la sua produzione, questa gli veniva sottratta, pagata ai prezzi ufficiali e, quindi, venduta dallo Stato nelle città a prezzi più bassi. Quella politica ferì in forma devastante il modo di essere, vivere e intendere le cose dei contadini, che rifiutano le imposizioni.
Era una politica molto negativa. Le città beneficiarono dei prezzi più bassi degli alimenti, e ciò era positivo, ma a costo di enormi sacrifici per i contadini. La produzione crollò, perché i contadini videro che non venivano pagati per il valore dei loro sforzi. E crollando la produzione, la scarsità peggiorò.
Vi fu anche un drammatico deterioramento del tenore di vita del campesinado, aggravato dal fatto che, mentre i prezzi dei loro prodotti si mantenevano bassi, i prodotti industriali aumentavano di prezzo. Basti solo un dato sull’impoverimento che quella politica provocò nelle zone rurali: nel 1978, un contadino comprava un paio di pantaloni con l’equivalente di 49 libbre (poco più di 22 chili) di mais e una camicia con 22 libbre (circa 10 chili). Nel 1985, per un paio di pantaloni ci volevano 230 libbre (circa 104 chili e mezzo) di mais e per una camicia 140 (circa 63 chili e mezzo).
Altri fattori che hanno inciso sulla rivolta contadina furono le pressioni perché formassero cooperative, il confronto con la gerarchia della chiesa cattolica, la distruzione delle reti commerciali tradizionali e le continue vessazioni nelle zone rurali.

Anche la repressione provocò la guerra

Queste sono alcune delle ragioni della rivolta contadina. Ma non sono tutte. Qualche settimana fa, ero alla Università di Brown, negli Stati Uniti, per un incontro convocato per tracciare un bilancio della rivoluzione a 40 anni da quell'evento. Nel corso dei lavori, un dirigente della Contra ha spiegato perché si era unito a questa. Non ha fatto riferimento ad alcuno dei motivi che ho menzionato. Ha detto di essere entrato nella Contra per paura della repressione, per il timore di essere arrestato ed espropriato delle sue proprietà.
In un contesto di guerra, la repressione e gli abusi tendono a moltiplicarsi e se a questo aggiungiamo l'imperativo di difenderci dall'aggressione e dalla minaccia permanente del governo americano, che spingeva il governo rivoluzionario a lottare per la sua sopravvivenza, la ­­vigilanza sul rispetto dei diritti umani si indebolì, gli abusi aumentarono e solo pochi di essi furono indagati e sanzionati.
La rivolta contadina si sposò con l'aggressione degli Stati Uniti e il risultato fu una guerra su larga scala. La guerra degli anni '80 divise il Paese e portò centinaia di migliaia di giovani, e non solo, ad unirsi alle unità dell'Esercito Popolare Sandinista o alle fila della Contra.
Le conseguenze di quella guerra non hanno eguali nella storia del nostro Paese. Non credo che nessuna delle tante guerre liberali e conservatrici che riempiono la nostra storia abbia prodotto un decimo di ciò che ha causato la guerra degli anni '80: morti, orfani, invalidi, disturbati mentali, distruzione materiale su larga scala, divisioni, odi, risentimenti... Enormi sequele, profonde divisioni, ferite che non si sono rimarginate e che nel contesto della realtà di oggi si sono riaperte.

Correzioni tardive

La guerra degli anni '80 non ammette un'interpretazione manichea, la guerra non fu in bianco e nero. Ci furono migliaia di persone, sia della Contra che dalla parte del sandinismo, che andarono a combattere convinte che fosse l'unica cosa giusta e decente da fare. Abbiamo esempi di eroismo disinteressato degli uni come degli altri, di cui onoriamo la memoria. Per il servizio militare partirono molti giovani volontari e giovani che prima di raggiungere l’età per la leva si offrirono per andare sul campo di battaglia. Da un lato e dall'altro, tutti lottavano per un Nicaragua migliore, convinti della giustezza della loro causa.
A partire dal 1985, la rivoluzione cercò di correggere la rotta. E sulla base di una valutazione della situazione, il governo decise di avviare una serie di cambiamenti nelle politiche che maggiore impatto avevano nelle campagne. Le confische vennero sospese. I prezzi dei prodotti agricoli vennero liberalizzati. Si cercò di sviluppare un comportamento più politico e rispettoso da parte delle forze armate e autorità dell’FSLN. E sottolineammo che la guerra non poteva essere vista solo come uno scontro bellico, ma soprattutto come una lotta politica per conquistare l’appoggio dei contadini.
È stato molto difficile attuare pienamente tutti quei cambiamenti nelle dimensioni necessarie. Ed era ormai troppo tardi. La sfiducia del campesinado nella rivoluzione era ormai ben radicata nella coscienza contadina. A mio parere, niente poteva più recuperarla.

Economia mista, ma incoerente

Durante la rivoluzione parlavamo di economia mista, ma non esisteva un modello coerente della stessa. Fondamentalmente, per economia mista intendevamo la coesistenza nel Paese di diversi tipi di proprietà, come accade ovunque nel mondo, perché dappertutto ci sono la proprietà pubblica, quella cooperativa e quella privata.
Dire economia mista, dunque, non era una sufficiente. Non vi era un modello che spiegasse come interagissero i vari settori, anche se la proprietà statale stava al centro dell'economia nazionale. Ciò era l'unica cosa chiara: le risorse si sarebbero concentrate prioritariamente nell'area statale. Il commercio estero venne nazionalizzato, anche il settore bancario e l'intera industria estrattiva vennero nazionalizzati. Nazionalizzammo anche il commercio delle granaglie. Nei fatti, in tutti questi aree non c'era spazio per l’impresa privata.
Nelle aree produttive e commerciali vennero create grandi imprese statali: agrarie, agroindustriali, industriali e commerciali. L'impresa privata vide i suoi spazi notevolmente ridotti e fu costretta a competere­ in condizioni svantaggiose con le imprese pubbliche per ottenere le scarse risorse disponibili. Gli investimenti privati si paralizzarono quasi del tutto, mentre quelli nelle imprese pubbliche, nonostante le ingenti risorse ad esse assegnate, non furono in grado di sopperire alla caduta degli investimenti privati.

Un modello economico contradditorio

I costi della guerra crescevano esponenzialmente, erano ormai enormi, mantenevamo grandi programmi sociali e grandi progetti economici... E la coperta era ormai corta. Le risorse non erano sufficienti e cominciamo a stampare denaro. Ciò generò un’iperinflazione che, nel suo momento più critico, nel 1987, arrivò al 56 mila per cento in un anno.
A partire dal 1988 vi fu un cambiamento nella politica economica. Si fece uno sforzo molto grande per ridurre la spesa pubblica. Vennero liberalizzati i prezzi della maggior parte dei prodotti. Venne consentito alle imprese che esportavano di utilizzare la valuta straniera ottenuta per reinvestirla. Venne sospesa la distribuzione controllata dei prodotti di base. I cambiamenti puntavano a conferire al mercato un ruolo maggiore nell'assegnazione delle risorse. Tale sforzo ebbe alcuni effetti positivi, ma la spesa pubblica continuava ad essere troppo elevata e scarsissime erano le risorse disponibili; così, l'inflazione tornò rapidamente a crescere.
Il modello di economia mista fallì a causa delle sue contraddizioni e dell'imposizione della guerra, che condizionò tutto quel che facevamo. La correzione che apportammo fu insufficiente e tardiva, perché non c'erano più risorse per farla.

Importanti trasformazioni nell’istruzione

Ai tempi di Somoza, l'istruzione beneficiava una piccolissima parte dei giovani in età scolare. Al trionfo della rivoluzione, in Nicaragua, oltre il 40% della gente era analfabeta, non sapeva leggere, né scrivere. La rivoluzione cambiò radicalmente quella situazione.
Divenne un punto centrale della politica del governo aumentare la copertura educativa, massimizzare l'istruzione, raggiungere tutti coloro che volessero studiare, facilitare l'accesso della gente all'istruzione. Basti un dato: nel 1978, c'erano 2.696 insegnanti; dieci anni dopo, nel 1988, erano 19.289. Una crescita così accelerata ebbe conseguenze sul piano della qualità dell'istruzione. Molti nuovi maestri non avevano sufficiente preparazione. E anche se furono costruite nuove scuole, queste non erano sufficienti a far fronte all'aumento degli studenti.
Menzione a parte merita la campagna di alfabetizzazione, uno sforzo di tutta la società, in particolare della gioventù. Oltre 100 mila giovani vi parteciparono. Molti, provenienti dalle città del Pacifico, conobbero le zone rurali, dove insegnarono a leggere e scrivere a intere famiglie.
Fu un’esperienza eroica. E credo che il suo grande impatto, oltre al fatto ovvio che tanti contadini imparassero a leggere e scrivere, sia stato quello avvenuto nella coscienza di quei giovani. Per la prima volta, ragazzi e ragazze delle città toccarono con mano la povertà in cui vivevano­ i contadini, con cui in molti casi stabilirono legami emotivi che ancora persistono. L'alfabetizzazione ha avuto un impatto sullo sviluppo educativo del Paese e sullo sviluppo della sensibilità e della solidarietà della gioventù che alfabetizzò.
Ricordo che nel 1985, visitando una piantagione di caffè a Matagalpa, incontrai una ragazza che insegnava a un gruppo di ragazzi. Mi disse che aveva imparato a leggere nella campagna di alfabetizzazione e che ciò le aveva permesso di diventare maestra e che quella era la sua vocazione, quel che voleva fare nella vita. Ed era lì che insegnava a un gruppo di ragazzi di tre livelli diversi, un multigrado. Non so se lo facesse bene o male, ma l'alfabetizzazione le aveva cambiato la vita, le aveva dato la possibilità di realizzare un sogno e anche di dare un contributo alla società. È il tipo di cose che l'alfabetizzazione ha prodotto e che le statistiche non rilevano.
Cosa non andava bene in tutto lo sforzo educativo della rivoluzione? La politicizzazione dell'insegnamento. Perché l'istruzione è stata anche uno strumento di socializzazione del sandinismo, in cui, insieme a valori molto importanti, si promuoveva l’FSLN come motore della società. Quello fu il suo peccato capitale.

Grandi progressi nella sanità

La rivoluzione riuscì a dare per la prima volta al nostro Paese un sistema sanitario pubblico nazionale. Sotto il somozismo ciò non esisteva: allora, gli ospedali gestivano delle Giunte Locali di Assistenza Sociale; la sanità pubblica era vista come un’opera di carità del governo verso le persone che arrivavano negli ospedali. Tutto ciò cambiò radicalmente con la rivoluzione, che investì molto in risorse e capacità.
La salute preventiva ebbe un peso molto importante e la popolazione venne mobilitata per partecipare a diverse attività. La salute non era considerata come responsabilità esclusiva del governo. Migliaia di persone parteciparono alle campagne sanitarie che si svolgevano in diversi periodi dell'anno, vaccinando e fornendo informazioni sanitarie.
Con risultati importanti. Il numero di operatori sanitari quadruplicò rispetto a prima della rivoluzione. Le campagne di vaccinazione ridussero molte malattie trasmissibili. Il Nicaragua, che era un territorio endemico della poliomielite, sradicò questa malattia nel 1982 e da allora non sono stati segnalati nuovi casi. Dal 1983, non si sono più verificate epidemie di difterite e morbillo, anche se dopo il ‘90 vi fu un focolaio sulla costa caraibica. Negli anni della rivoluzione, la mortalità infantile venne ridotta del 50%.
Le conquiste in campo sanitario ed educativo restarono dopo il 1990 e tutti i governi hanno continuato a promuovere quel che abbiamo iniziato negli anni della rivoluzione. Alcuni l’hanno fatto meglio, altri peggio, ma sanità ed istruzione sono state definitivamente sancite come diritti di tutti i nicaraguensi.

Democratizzazione dell’accesso alla terra

Nell'accesso alla terra, nonostante tutte le contraddizioni e i limiti della riforma agraria, vi fu un'ampia ridistribuzione della terra, sia in forma individuale che collettiva. Cosa resta oggi di quella democratizzazione della proprietà? Gli unici dati di cui disponiamo sono quelli del Censimento Agrario del 2011, secondo il quale i proprietari di meno di 10 manzanas di terra (meno di circa 7 ettari), che possedevano il 2% delle terre coltivabili prima della rivoluzione, nel 2011 ne avevano il 6%; che i proprietari di appezzamenti compresi tra 10 e meno di 50 manzanas (fino a circa 35 ettari), che prima della rivoluzione possedevano l’11,2% della terra coltivabile, nel 2011 ne avevano il 20%; che i proprietari di appezzamenti compresi tra 50 e 200 manzanas (fino a circa 140 ettari), che prima della rivoluzione possedevano il 30% della terra coltivabile, nel 2011 ne possedevano il 36%; e che i proprietari di terre per oltre 500 manzanas (più di 350 ettari), che prima della rivoluzione possedevano il 41% della terra coltivabile, nel 2011 ne avevano il 22%.

Un dibattito ancora da fare

Queste idee, un po' sfilacciate, spero con­­­tribuiscano ad un dibattito necessario e più volte rimandato sulla rivoluzione, con le sue luci e ombre, e sulle sue conseguenze per il Paese. Confido che le mie parole aiutino a capire che non ci sono risposte facili, né interpretazioni in bianco e nero, e che le spiegazioni semplicistiche incoraggiano solo l'estremismo e non ci permettono di imparare dai nostri errori per non tornare a commetterli.

Cos’è oggi il Fronte Sandinista?

Cercherò anche di rispondere anche ad alcune domande sull’oggi. Cosa ne è rimasto del Fronte Sandinista dopo il 1990?
Il processo di distruzione del Fronte Sandinista è stato graduale. A seguito della sconfitta elettorale c'è stata una crisi ed una lotta tra due settori.
Alcuni di noi volevano diventare un partito veramente democratico, che accettasse le regole del gioco elettorale e rinunciasse alla violenza come arma politica. L'altro gruppo, guidato da Daniel Ortega, proponeva di mantenere lo stesso modello, gli stessi schemi e lo stesso discorso. Nel Congresso del Fronte Sandinista del 1994, che direi essere stato il più aperto e democratico che abbiamo avuto, Daniel Ortega ha avuto la meglio. La sua vittoria rifletteva come la nostra posizione fosse minoritaria all'interno del Fronte Sandinista. Se abbiamo perso è perché eravamo in minoranza. E perché Daniel Ortega comprese la psicologia della base sandinista meglio di quanti di noi volevamo un cambiamento.
La base sandinista non voleva alcun cambiamento. Per essa, il cambiamento di cui parlavamo comportava paura e insicurezza maggiori di quelle che già provassero. La sconfitta ­elettorale aveva rappresentato un cambiamento così traumatico per la stragrande maggioranza ­della base sandinista che ciò che cercavano era la riaffermazione che la sconfitta era stata solo un incidente storico, ma che il Fronte Sandinista aveva ragione.
Ciò è stato compreso molto bene da Daniel Ortega, che ha agito di conseguenza: rispondendo al bisogno psicologico della maggioranza della gente e non alla necessità politica che il Fronte San­di­nista aveva se voleva evolversi.
A partire da allora, Daniel Ortega si è impadronito del Fronte Sandinista. Oggi, questo non è nemmeno un partito politico, perché non ha una direzione, né spazi di dibattito. Ciò che ne resta oggi è solo una banda mafiosa al servizio di una famiglia che mantiene alleanze con altri individui e gruppi di potere per imporsi sul piano politico.

Cosa e chi rappresenta Daniel Ortega?

Negli anni della rivoluzione, la Direzione Nazionale funzionava come un organo collegiale e tra di noi si dibatteva. La Direzione era anche espressione di un equilibrio di forze in cui vi erano alleanze interne, come avviene in tutti gli organismi di potere.
La Direzione collegiale si è andata indebolendo a partire dal 1985, dal momento che, una volta eletto presidente della Repubblica nel 1984, Daniel Ortega non traeva più la sua legittimità originaria dal fatto che era stato posto alla guida della Giunta di Governo di Ricostruzione Nazionale dalla Direzione Nazionale, nel 1979. Da allora, la sua legittimità derivò dall'elezione popolare, da un'altra fonte di sostegno politico.
Nel 1984, nessuno lo impose come candidato e nemmeno nel 1990: eravamo tutti d'accordo sul fatto che fosse meglio evitare cambiamenti che potessero creare conflitti o divisioni interne.
Daniel Ortega fu la figura più messianica di tutte. Si considerava la rappresentazione personale della rivoluzione. Tale idea è cresciuta in lui ed è divenuta più acuta dopo il 1990. Su questa base, egli considerava le sue concezioni e decisioni, qualunque esse fossero, come quelle veramente rivoluzionarie. E, quindi, cominciò a ritenere sempre meno importante contare sul consenso degli altri membri della Direzione Nazionale.
Io ho rinunciato alla Direzione Nazionale­­ e alla militanza del Fronte Sandinista nel 1995. A causa di differenze che consideravo ormai insormontabili. Alcuni ruppero come me, altri presero le distanze, alla fine con Daniel restarono solo Tomás Borge e Bayardo Arce. Per inciso, Tomás Borge e Bayardo Arce erano della tendenza della Guerra Popolare Prolungata (GPP), mentre Daniel Ortega era della corrente Insurrezionale Tercerista, della quale nessuna figura importante oggi lo accompagna. La maggioranza di figure di una certa rilevanza che ora sono con lui provengono dalla tendenza della GPP.

I vizi persistenti di una cultura politica

Daniel Ortega non è il primo dittatore del Nicaragua. Venivamo da una dittatura cinquantennale, quella dei So­mo­za. E prima ancora ci fu Zelaya, e altri prima di lui… La matrice autoritaria è radicata nel nostro Paese. Le tendenze autoritarie del Fronte sandinista non provengono solo da fattori ideologici, ma anche dalla nostra storia. E se non la conosciamo, siamo condannati a ripeterla.
A seguito della ribellione dell’Aprile 2018, il rischio è non riconoscere che il problema di fondo che oggi affrontiamo non è sandinismo versus antisandinismo. Molti dei detenuti e morti provengono dal sandinismo e nell’opposizione azul y blanco c'è chi riproduce comportamenti e valori che sono quelli che ci hanno portato a Daniel Ortega. Oggi, lo scontro è tra dittatura e democrazia. Ma l'autoritarismo si ripeterà se non accettiamo che tutti siamo portatori di antivalori, atteggiamenti autoritari, poco tolleranti delle idee diverse e della critica. Ci sono alcuni giovani che, per il fatto di non aver compiuto 30 anni, credono di essere esenti dai mali della nostra cultura politica... Si sbagliano.
Come superare questo? Dobbiamo mantenere un dibattito permanente, è l'unico modo. Dobbiamo alimentare l’informazione e la riflessione. Purtroppo, dopo l’Aprile 2018, i tempi sono quelli dell’azione e dei sentimenti viscerali, in cui “il cattivo” è sempre “l'altro” e la “unica verità” è la “mia”. Ciò impedisce un'autentica riflessione politica, l’autocritica e il dialogo. E ciò ci porta all'esclusione e a ripetere il ciclo.

Una riflessione necessaria sulla rivoluzione

Uno dei grandi problemi della nostra storia è che dopo una grande crisi non solo facciamo tabula rasa, ma copriamo, seppelliamo, mettiamo un velo su tutto ciò che è accaduto prima.
Dopo la sconfitta elettorale del Fronte Sandinista, emersero due narrazioni sulla rivoluzione e sulla Controrivoluzione, sulla guerra degli anni '80. Due narrazioni che non hanno mai dialogato tra loro. Oggi constatiamo il costo di tale mancanza di dialogo. Se oggi non dialoghiamo e mettiamo la verità sul tavolo, il rischio della ripetizione si ripresenterà. Vendette e rappresaglie non garantiscono la non ripetizione, ma approfondiscono solo gli odi.
Verità e giustizia sono indispensabili per poter ricostruire ciò che si è perso in Aprile. Se tutti coloro che sono coinvolti nei crimini contro il movimento azul y blanco non ricevono sanzioni di alcun tipo, per quale ragione dovrebbero astenersi dal ripetere azioni di quel tipo sapendo che, comunque, non saranno sanzionati? Più volte nella storia del Nicaragua ci sono state amnistie: 52 prima dell'ultima di quest'anno; tale quantità è la migliore prova che le leggi di amnistia non risolvono la necessità di riconciliazione e di ­giustizia tra i nicaraguensi.
Credo che una Commissione della Verità, o più commissioni, siano indispensabili. Penso anche che sia indispensabile riflettere sul periodo della rivoluzione, sulla condotta di noi che la guidammo, perché vedo alcuni settori dell'opposizione azul y blanco ripetere gli stessi comportamenti che tenemmo allora. Credono che sia sufficiente rifiutare Ortega e screditare quanti di noi sono passati per il sandinismo. Non capiscono che, per ragioni culturali e storiche, siamo tutti portatori del vizio del settarismo. Nel mio partito, il Movimento Rinnovatore Sandinista (MRS), abbiamo sviluppato una riflessione permanente e profonda su molte delle caratteristiche della cultura politica che ci hanno portato a Somoza, al Fronte Sandinista, fino a Daniel Ortega.

“Non posso negarlo: io c’ero…”

Infine, quello sulla rivoluzione è sempre anche un bilancio personale. Perché non posso negarlo: io c’ero, anche se nel 1995 me ne sono andato e dal 2005 mi batto contro questa dittatura.
Sono quello di prima del '79, il giovane idealista impegnato a dare la vita per la rivoluzione? O quello degli anni '80? E di quale momento di quegli anni? O sono quello degli anni '90? O del 2005? O sono quello che sono oggi? Sono tutto ciò, con le mie contraddizioni, con i miei motivi di orgoglio e anche con la responsabilità per le cose che ho fatto o smesso di fare.
Per me la rivoluzione è stata un sogno. Ho cominciato a lottare per la rivoluzione senza alcuna certezza di arrivare a vederla. Molti sono morti lungo il cammino e, quasi per sorpresa, è toccato a me vedere il culmine della nostra lotta... Il trionfo fu una sensazione inebriante dopo anni di clandestinità, soffrendo enormi restrizioni, difficoltà, pericoli... Fu un'ubriacatura, che aumentava nel vedere migliaia e migliaia di persone mobilitate con lo stesso sogno.
E una volta realizzato il sogno, anche se c'erano cose brutte, sentivo che quelle cose cattive non negavano l'essenza di ciò che era la rivoluzione, perché in tutte le società ci sono cose cattive, in tutte c'è corruzione. C'erano anche nel governo e nel Fronte Sandinista, ma quelle cose cattive non giustificavano una rottura con la rivoluzione o il passaggio dalla parte della controrivoluzione.

Poteva andare diversamente?

Pensavamo che la rivoluzione fosse perfettibile, che potesse essere migliorata. E sapevamo anche, per ragioni di visione ideologica e politica, che ogni rivoluzione genera una controrivoluzione, che la rivoluzione deve mantenersi ferma se non vuole essere trascinata giù dalle forze controrivoluzionarie... Questo era il modello ideologico e politico che avevamo in testa.
In quel contesto consideravamo la chiusura degli spazi politici, la censura della stampa e la repressione come armi in una lotta per la sopravvivenza e in condizioni di svantaggio. Non mi sto giustificando. Oggi penso che non tutto doveva andare come andò, che ci sono cose importanti che avrebbero potuto essere differenti. Ma in quel momento la vedevamo così.
Nel mio caso personale, già da prima delle elezioni del '90, avevo accumulato una certa frustrazione. Vedevo ciò che era riuscito a fare in dieci anni e mi sembrava molto al di sotto di quello che era stato il sogno e l'ideale che avevamo. E mi chiedevo se si sarebbe potuto fare altrimenti, se fosse stato possibile, se quello che avevamo vissuto non fosse una circostanza particolare, ma piuttosto una legge della storia, il costo da pagare per una rivoluzione come la nostra, in un contesto mondiale totalmente avverso, con il trionfo degli Stati Uniti in un mondo unipolare.

“Dopo il 1990, si aprì uno spazio”

Con la sconfitta del 1990 mi resi conto che i cambiamenti nei comportamenti delle persone non si possono ottenere con la forza. Che anche le trasformazioni sociali che vengono fatte con la forza sono reversibili. Perché non sono radicate nella coscienza della gente. E mi dicevo che in un contesto democratico è diverso: prima dobbiamo cambiare la coscienza della gente per ottenere risultati politici. Con la rivoluzione era andata diversamente: prima c'è stato un cambiamento politico e poi abbiamo aspirato a che la gente modellasse la propria coscienza a quei cambiamenti che impulsavamo dal potere.
Quando è arrivata la sconfitta elettorale del Fronte nel 1990, personalmente, ho sentito che si stava aprendo una possibilità diversa: che se la rivoluzione non aveva raggiunto quel che avevamo sognato, si apriva un'altra strada che dovevamo percorrere per continuare a cercare di raggiungere la stessa cosa, ma in altro modo.
Allora, mi sono tornati alla mente alcuni valori derivanti dalla mia formazione personale, dalla mia famiglia, dalla mia militanza per un certo periodo nelle fila della chiesa popolare; valori che erano passati in secondo piano e che erano stati sepolti o diminuiti dallo tsunami rivoluzionario e dall'idea che la rivoluzione era così grande che tutto lo giustificava.
Ciò mi ha portato a entrare in conflitto, prima con me stesso e poi all'interno del Fronte Sandinista, e quindi a rompere nel 1995 con l'organizzazione di cui ho fatto parte per quasi 25 anni. Oggi mi sento meglio, anche se allora ero al potere e oggi sono in pianura.

STATISTICHE

Oggi21
Ieri197
Questa settimana663
Questo mese4931
Totale7166712

Ci sono 21 utenti e 0 abbonati online

VERSAMENTI E DONAZIONI

Bastano pochi clicks, in totale sicurezza!

Importo: