NICARAGUA / Ortega: “fino al 2021... e oltre”

Ortega insiste nel voler restare al potere fino al 2021 e, possibilmente, oltre quella data. Glielo consentirà un'economia ormai a rotoli? E potrà continuare impunemente a reprimere l’opposizione sotto gli occhi del mondo?

Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

Il 25 Luglio scorso, i rappresentanti delle varie coalizioni universitarie che nell'Aprile 2018 si sono ribellate contro la dittatura di Ortega hanno convocato una manifestazione per commemorare la Giornata dello Studente, indetta in ricordo dell'assassinio di quattro studenti per mano della Guardia somozista, avvenuto a León il 23 Luglio 1959. Quel “massacro”, come fu definito, aveva suscitato l’indignazione nazionale. Ricordarlo oggi, mantiene viva la fiamma della resistenza civica, in memoria anche degli innumerevoli crimini commessi dall’Aprile 2018 in poi.

 “Patria libre… y vivir!”

Com’era da aspettarsi, il corteo studentesco è stato vietato dalla polizia. La stessa sorte era toccata ad una dozzina di precedenti tentativi di mobilitazione. Ciò, però, non ha fermato gli studenti, che hanno inscenato almeno quattro manifestazioni di protesta in diversi punti della capitale Managua, costringendo i poliziotti a disperdere le proprie forze, mostrando con una certa dose di frustrazione.
A questi “picchetti express”, come vengono chiamati, che sorgono qua e là, si somma il boicottaggio delle aziende di proprietà di persone vicine al regime, gli scioperi dei consumi e tante, piccole, continue, organizzate e disorganizzate forme di ribellione di una popolazione che vuole una “Patria libre” ma anche “vivir”, facendo il verso allo storico slogan dell’insurrezione antisomozista “Patria libre o morir”; il che denota anche un cambiamento di mentalità nella lotta iniziata nell’Aprile 2018.
È la “guerra delle pulci”, cui ha fatto riferimento più volte una dirigente dell’opposizione azul y blanco (dai colori della bandiera nazionale), che testimonia la novità politica di una ribellione civica che, da un anno e mezzo a questa parte, affronta una dittatura senza armi. In questa dura fase si trova oggi la resistenza contro Ortega.

L’ultimatum dell’OSA

A fine Luglio, la risoluzione approvata il 28 Giugno dalla 49ª Assemblea Generale dell'Organizzazione degli Stati Americani (OSA), a Medellín (Colombia), che «esortava» il regime di Ortega a riprendere il negoziato bona fide con l'Alleanza Civica e a rispettare quanto già concordato e firmato, non si era ancora tradotta in passi concreti. La risoluzione «ribadiva» che in Nicaragua c'è stata «un'alterazione dell'ordine costituzionale» causata dalla violazione dei diritti umani, dalla mancanza di libertà e dall’assenza di progressi nelle riforme elettorali. Per tutto ciò, si «istruiva» il Consiglio Permanente a formare una commissione che, nell'ambito del processo di attuazione della Carta Democratica, compisse sforzi diplomatici «al più alto livello» per trovare una soluzione «pacifica ed efficace» alla crisi nicaraguense.
Tuttavia, Yolande Smith, rappresentante di Grenada che da Luglio siede alla presidenza del Consiglio Permanente dell'OSA – secondo la rotazione in ordine alfabetico dell’incarico, che dura tre mesi – non ha ancora fatto un passo per tradurre in realtà quanto la risoluzione raccomanda. Nei fatti, la piccola isola caraibica si è astenuta in tutte le votazioni delle risoluzioni sulla crisi nicaraguense che si sono svolte nell'organismo regionale.

La 40ª edizione dello storico Repliegue

Nel silenzio dell'OSA e stante la repressione del regime, Luglio ha visto due importanti momenti che consentono di misurare il sostegno popolare al Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) di Daniel Ortega e  Rosario Murillo, sua moglie.
Il 6 Luglio, si è commemorato il 40º anniversario del “ritiro tattico” – noto come Repliegue – compiuto da migliaia di abitanti della capitale che, nella notte del 27 Giugno 1979, guidati dai combattenti sandinisti   percorsero in modo ordinato e silenzioso la trentina di chilometri che separano Managua da Masaya, per mettersi al riparo dagli attacchi della Guardia somozista nella fase finale di quella dittatura.
Per anni, la commemorazione è consistita in una camminata che iniziava al crepuscolo e si concludeva a mezzanotte o alle prime luci dell’alba, con il discorso di Ortega nella piazza di Monimbó, a Masaya. Con il tempo, bevande alcoliche e musica assordante hanno fatto la loro comparsa lungo il cammino. Negli ultimi anni, poi, Ortega non partecipava più alla camminata: al volante della sua Mercedes Benz accompagnava i partecipanti, scendendo dal veicolo in qualche occasione per salutarne alcuni.
Nel 2017, Ortega rinunciò alla sua Mercedes blindata e il Repliegue si trasformò in una carovana di veicoli. E  sia Ortega che Murillo vi parteciparono a bordo di un bus a due piani con aria condizionata, guardando dall’alto i loro seguaci.

Sconfitta e frustrazione

Nel 2018, in piena “operazione pulizia” del Paese da barricate e blocchi stradali eretti dagli insorti, la coppia presidenziale optò per realizzare il Repliegue nel pomeriggio del 13 Luglio. Quel giorno, l'Alleanza Civica aveva convocato il secondo sciopero generale di quelle settimane. In quel contesto, la carovana orteguista di veicoli cercò di riempire il vuoto che lo sciopero, che aveva bloccato gran parte del Paese, aveva lasciato nella carretera che da Managua va a Masaya.
L'immagine dell'ingresso a Masaya di Ortega a bordo della Mercedes Benz, scortata da poliziotti motorizzati, resterà nella memoria. Gli abitanti di Masaya sbarrarono le porte delle loro case. E Ortega non poté nemmeno entrare nel quartiere indigeno di Monimbó, circondato da barricate. Allora, la Commissione Interamericana per i Diritti Umani contava già 22 giovani di Masaya uccisi dalla repressione statale. In quell’occasione, Ortega e Murillo si ritrovarono a commemorare il Repliegue alla presenza di uomini della polizia e paramilitari incappucciati nel parcheggio della caserma della polizia.
Quest’anno, si è ripetuta la scena della coppia presidenziale che guardava i manifestanti dal secondo piano dello stesso bus usato due anni fa, circondato da circa 250 agenti motorizzati e da un centinaio di veicoli carichi di poliziotti e paramilitari. Mentre ad altri 500 agenti in assetto antisommossa è toccato trotterellare sotto il sole cocente per proteggere il bus refrigerato lungo il suo percorso. Dall'alto, vigilavano 2 elicotteri e 3 droni. E, dislocati in punti strategici, erano piazzati almeno 28 tiratori scelti.
Managua ha chiuso le porte e l’opposizione ha promosso uno sciopero dei consumi e anche Masaya ha di nuovo sbarrato case e negozi. Ortega ha dovuto pronunciare il suo discorso, di soli sette minuti, in un prato alla periferia di Masaya di fronte a piccolo gruppo di seguaci. Le sue parole vuote e il linguaggio del suo corpo esprimevano sconfitta e frustrazione.

Piazza piena per il 40º anniversario della Rivoluzione

Per le celebrazioni del 40º anniversario dello storico 19 Luglio – la liberazione del Paese dalla dittatura somozista –, il regime si è impegnato a fondo per evitare la figuraccia del Repliegue. E, stavolta, la piazza di Managua era piena. I dipendenti pubblici – oltre 200 mila – erano, come sempre, obbligati ad assistere. Quest'anno, con ancora maggiori misure di controllo rispetto agli anni precedenti, sia per arrivare alla piazza, sia per non abbandonarla prima del tempo. Proprietari di autobus e pick-up sono stati costretti a trasportare i partecipanti, pena la perdita delle loro licenze.
Nonostante il valore simbolico del 40º anniversario, l'unico rappresentante estero di alto livello presente all’evento è stato Anatoliy Bibilov, presidente dell'Ossezia del Sud, piccolo territorio di circa 50 mila abitanti separatosi dalla Georgia nel 2008 con il sostegno della Russia. In più di un decennio, l'Ossezia del Sud è stata riconosciuta soltanto dalla Russia, dal Nicaragua, dal Venezuela e dalla piccola isola di Nauru in Micronesia.
Nessun rappresentante dei governi dell'America Centrale e dell'Europa era presente, mentre fra i Paesi latinoamericani soltanto Venezuela e Cuba – significativamente assente anche la Bolivia – hanno inviato propri delegati:  «Nessuno vuole avvicinarsi, nessuno vuole sporcarsi con il sangue versato da questa dittatura», ha commentato l'ex vice ministro degli Esteri nicaraguense Víctor Hugo Tinoco.

Evangelici protagonisti

Il copione dell’evento, come sempre trasmesso a reti unificate, era del tutto simile a quello del passato. Al solito, Ortega, Murillo e i loro ospiti sul palco, erano affiancati da decine di giovani con magliette allusive alla commemorazione, rimasti in piedi per oltre otto ore secondo una coreografia a metà strada tra lo stile nordcoreano e quella di un collegio…

La tradizionale invocazione a Dio che apriva l'evento negli anni scorsi, formulata dal cardinale Obando y Bravo morto nel 2018, quest’anno è stata pronunciata dal pastore evangelico nicaraguense Antonio Bolainez; il quale, tuttavia, si è profuso in una lunga e sconclusionata predica.
Quindi, è stata la volta di quella che il regime considerava la sua “stella” dell’evento, il pastore evangelico statunitense Ralph Drollinger, ex giocatore di basket nella NBA e oggi predicatore, figura imponente dati i suoi due metri di altezza, fondatore di Capitol Ministries, che esercita notevole influenza sui più alti funzionari del governo degli Stati Uniti. Drollinger è noto per i suoi messaggi omofobici e contrari ai diritti delle donne, e per considerare il cattolicesimo «una religione falsa». In Nicaragua, è giunto con sua moglie, vari collaboratori ed un traduttore. Ha affermato di portare ai nicaraguensi i saluti dei suoi «alunni studenti della Bibbia» al Senato, alla Camera dei Rappresentanti e alla Casa Bianca. Ha spiegato di essere stato invitato da Ortega per esplorare la possibilità di offrire studi biblici ai politici nicaraguensi. Quindi, si è dedicato a spiegare cosa significa essere un “politico cristiano”. Al termine del suo intervento, Ortega è scattato come una molla ed ha attraversato il palco per andare a salutarlo effusivamente. Murillo ha fatto altrettanto. Nell’aria risuonava l'Inno alla Gioia della nona sinfonia di Beethoven.

“Vi chiedo un favore: basta sanzioni!”

A quel punto era chiaro come, con la partecipazione di questi due pastori evangelici, la dittatura intendesse rafforzare la strategia anti-cattolica che persegue da un anno, attaccando i luoghi di culto e screditando e minacciando vescovi e sacerdoti. Ma, dalle parole di Drollinger sembrava esserci anche dell'altro in gioco: l’invito al reverendo tradiva l'intenzione di tendere, suo tramite, un “ponte biblico” con l'amministrazione Trump.
Sono bastati pochi secondi per verificarlo. Dopo Drollinger, Murillo ha invitato il sacerdote cattolico Antonio Castro a rivolgere una «preghiera a Dio perché continui a dispensare miracoli e prodigi in Nicaragua». Parroco della chiesa La Merced di Managua, rimasto fedele all'orteguismo, Castro ha quindi invocato l’atteso “prodigio”: «Vorrei chiedere un favore ai miei fratelli pastori degli Stati Uniti, professori di Bibbia al Senato nordamericano: che facciano le loro buone gestioni davanti al Congresso, davanti al Senato del loro Paese, perché cessino le imposizioni al Nicaragua. Basta con la legge Magnitsky, basta con la Nica Act!», ha affermato in tono di preghiera, raccogliendo l’ovazione della piazza.

“Lasciate l’umanità respirare in pace!”

Quindi, sono arrivati i discorsi del presidente dell'Ossezia del Sud, del vicepresidente di Cuba Salvador Valdés e della vicepresidente del Venezuela, Delcy Rodríguez, le tre personalità straniere di più alto livello presenti all’evento.
Con la sua abituale, fiammeggiante oratoria, Rodríguez ha dichiarato che la celebrazione del 40º  anniversario è arrivata «nel bel mezzo di pericolose minacce contro le tre rivoluzioni – Cuba, Nicaragua e Venezuela –, mentre blocchi economici criminali cercano di frustare le coscienze dei nostri popoli liberi e indipendenti. Impossibile, impossibile! – ha affermato, alzando la voce –. Voglio ricordare al signor Trump che questi sono tempi brutti per lui e dal Nicaragua libero che resiste e vince, dalla libera Cuba che resiste ed è vittoriosa, dal Venezuela libero che resiste ed è indistruttibile, dobbiamo dirgli: brutte notizie, signor Trump! Non saremo mai più il cortile di nessuno! Se ne vada lontano con la sua dottrina monroista!», in riferimento alla Dottrina Monroe. E, incoraggiata dalle ovazioni della piazza, Rodríguez ha continuato con tono vibrante: «E voglio ricordare le parole della sua campagna [elettorale]. Lei aveva detto, signor Trump, che non si sarebbe intromesso negli affari interni dei Paesi. Glielo ricordo e le dico di richiamare le sue guardie estremiste che l’accompagnano, i signori Pence e Bolton, perché tolgano le mani dal Nicaragua, da Cuba e dal Venezuela! E lascino l'umanità respirare in pace!».

“Effetto Drollinger” svanito in breve tempo

Difficile dire in quale momento esatto il reverendo Drollinger, risentito per le offese e gli applausi contrari alle autorità del suo Paese, alle quali egli predica la Bibbia, abbia abbandonato la cerimonia con moglie e collaboratori al seguito: le riprese televisive non lo chiariscono. Ma, alcuni scatti di fotografi indipendenti permettono di osservare come, scendendo dal palco, respinga un funzionario che voleva fermarlo.
Di conseguenza, Drollinger non ha ascoltato le ultime parole di Rodríguez, circa la «riarticolazione geopolitica imperiale destinata al fallimento», il «mondo che si sta riformattando», nel quale Russia e Cina stanno aprendo «nuove strade». In particolare, della Russia Rodríguez ha affermato che «così come ha liberato l'umanità dal fascismo, oggi sta difendendo la stabilità e la pace internazionale». Quindi, riferendosi alla Cina ha sostenuto che con il «suo peculiare sviluppo», insieme alla Russia, sta delineando «il nuovo mondo del rispetto, della giustizia e dell'equilibrio internazionale».
Così, in pochi secondi, l’attentamente preparato “effetto Drollinger” è sfumato: il reverendo ha lasciato la piazza, l'albergo e il Paese, e l'intervista con Ortega e Murillo prevista per il giorno dopo è saltata.

Ortega parla per se stesso

Mancava solo il discorso di Ortega, cui in passato facevano da cornice i dirigenti storici del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN), tra cui diversi comandanti guerriglieri. Quest'anno, invece, vari di essi hanno preferito limitarsi a registrare spots per invitare la gente ad andare in piazza, oppure rilasciare lunghe interviste televisive evocando le imprese cui hanno partecipato nella lotta per rovesciare Somoza. In piazza, i loro nomi sono stati scanditi dal maestro di cerimonie, ricevendo ognuno di essi applausi. L’aver dato spazio ai “vecchi”, alcuni dei quali emarginati o dimenticati per tanti anni, non si sa bene a quali intenzioni risponda, stante il fatto che la coesione interna al partito rojinegro (rosso e nero sono i colori della bandiera sandinista) ha subito un'innegabile erosione.
Ortega ha parlato per circa mezz'ora, rivolgendosi principalmente alla sua base. Per infonderle fiducia, convincerla di avere ancora una forza – che invece non ha più – e rassicurarla che rimarrà fino al 2021 “e oltre”, come si leggeva negli slogan scritti a caratteri cubitali e colorati alla base del palco, che le ristrettezze economiche attuali non hanno consentito di adornare con fiori come in passato. Come sempre, e come ritengono quanti lo conoscono da vicino, Ortega ha parlato anche a se stesso, mostrandosi forte nell’annunciare che resterà fino al 2021 e oltre.

“No alle sanzioni”

Ortega ha parlato delle sanzioni, tema che soltanto un anno fa sosteneva non importargli molto. Sul punto, in un soprassalto di tono ha affermato: «Non possiamo permettere sanzioni, perché per essere applicata, una sanzione deve basarsi sul diritto internazionale! Al contrario, nessuno Stato ha il potere di sanzionare un altro Stato e lo Stato che agisce in questo modo sta semplicemente commettendo crimini di natura internazionale!».
Tuttavia, Ortega sa bene che finora nessuna sanzione è stata comminata allo Stato del Nicaragua, ma contro due membri della sua famiglia e nove funzionari del suo governo. Anche se ha tuonato contro le sanzioni, senza però fare riferimento a chi le ha inflitte, ci si chiede se Ortega avrebbe parlato così se il reverendo Drollinger non avesse lasciato il palco in precedenza…

La fine del dialogo

Dal suo intervento si aspettavano risposte a due domande: tornerà il regime al tavolo del negoziato? Anticiperà le elezioni?
Al riguardo, Ortega ha affermato: «Dialogo con chi? Con i contadini, con gli operai, con i piccoli imprenditori, con gli artigiani, con i piccoli, medi e grandi produttori, con tutti coloro che siano disposti a lavorare per la pace e per la produzione economica e sociale in questo Paese... Questo è l’unico dialogo che abbia senso nelle attuali circostanze storiche che vive il Nicaragua».
Con queste parole ha implicitamente respinto la richiesta di tornare al tavolo della negoziazione con l'Alleanza Civica. Mentre ha esplicitamente lanciato, ancora una volta, un’esca alla classe imprenditoriale – significativo il riferimento ai “grandi” imprenditori –, sempre più preoccupata per i disastri che la crisi economica sta causando al Paese.
Soltanto pochi giorni dopo, è arrivata la conferma che Ortega ha posto fine al dialogo con l'Alleanza Civica iniziato nel Febbraio scorso. Il 1° Agosto, il nunzio vaticano Waldemar Sommertag ha confermato che il ministro degli Esteri nicaraguense Denis Moncada aveva inviato, il 30 Luglio, una lettera al Papa in cui si annunciava la chiusura del tavolo negoziale, «data l’assenza definitiva dell’altra parte», in riferimento al ritiro della delegazione di Alleanza Civica motivato dal mancato rispetto degli accordi da parte governativa. Analoga lettera è stata inviata da Moncada al Segretario Generale dell'OSA, Luis Almagro.

Resta fino 2021?

Nei giorni precedenti la commemorazione del 19 Luglio, si era sparsa la voce che Ortega avrebbe annunciato elezioni anticipate per la prima metà del 2020. Per tutta smentita, dal palco ha ironizzato: «Quanti vanno ripetendo che le elezioni devono essere fatte ora, cosa vogliono? Vogliono che li spazziamo via per poi gridare alla frode elettorale? Nel 2021 arriveranno le elezioni e siamo pronti a vincerle! E si faranno le riforme alla legge elettorale, gli aggiustamenti che siano necessari nel quadro della legge…, perché nessuno venga poi a lamentarsi che abbiamo rubato loro le elezioni!»; la piazza ha accolto queste parole con un’ovazione.
Anche se prevedibile, perché parlava alla propria base – autentica, forzata o fanatica che fosse – il discorso di Ortega alla piazza è parso di nuovo e come al solito irresponsabile: egli non ha alcuna volontà di negoziare seriamente un'uscita elettorale dalla crisi. Non solo non intende anticipare le elezioni, ma fa capire che, quando si terranno, saranno sotto il suo controllo e che lui non rispetterà quella cosa ovvia che Ramón Jáuregui, giunto in Nicaragua Gennaio scorso alla guida di una delegazione di parlamentari europei, gli aveva ricordato: «La democrazia ha una regola: accettare la possibilità di una sconfitta».
Nel suo discorso, Ortega ha fatto capire che tale possibilità non viene nemmeno presa in considerazione. E non sembra essere solo una spacconata. Infatti, è già pronto il negoziato sulle riforme elettorali con quei “partiti” che lo hanno accompagnato nelle varie caricature di elezioni che si sono concluse con frodi elettorali: sono 5 i “partiti” nell'Assemblea Nazionale pronti a negoziare con Ortega.

Dal basso e dall’alto

Tutto sembra indicare che Ortega si stia preparando a governare nel 2021, “dal basso” o “dall'alto” che sia. Se dovesse governare “dal basso”, Ortega può disporre di un “corpo di sicari istituzionalizzato”: i suoi paramilitari, ben armati e organizzati, protetti dallo scudo di impunità che garantisce loro; infatti, ha già approvato una legge con cui si autoconcede l’amnistia; mentre dispone anche di un esercito di prestanome cui sta trasferendo proprietà e affari, nel tentativo di ovviare alle sanzioni.
Ma non rinuncia a governare “dall'alto”. Per farlo, manterrà il controllo dell'apparato elettorale. Secondo una fonte interna al regime riportata dal periodico Confidencial, l’attuale capo del Consiglio Elettorale Supremo, Lumberto Campbell, «sta lavorando alacremente e con discrezione per oliare il sistema elettorale di fronte all’eventualità di elezioni anticipate. E se un’eventuale riforma elettorale richiedesse un ricambio dei magistrati elettorali e, quindi, Campbell dovesse lasciare il suo incarico, nelle strutture intermedie del CSE il lavoro è già fatto e assicurato».
Come reagirà la comunità internazionale alle riforme elettorali concordate senza l'Alleanza Civica? Con nuove sanzioni individuali? Per quanto tempo ancora la dozzina di drammatici rapporti internazionali sulle gravi violazioni dei diritti umani commesse in Nicaragua – che si continuano a commettere – avranno un'effettiva influenza sul regime? La comunità internazionale si rende conto di cosa intenda Ortega per “governo dal basso”?

Fuga in avanti e… in Medio Oriente

Sconfitto in occasione della commemorazione del Repliegue, Ortega è parso tornare in sella con la celebrazione del 19 Luglio: è il teatro della politica. In realtà, dietro le quinte, egli è estremamente preoccupato per le sanzioni che già sono state comminate e per quelle probabilmente in arrivo; inoltre, risente dell'isolamento internazionale, che sembra impossibile da superare; mentre non sa come colmare il buco nel bilancio statale.
La crisi economica di cui è responsabile sta indebolendo la propria base e attizzando le fiamme del malcontento e del ripudio nel Paese. Le conseguenze economiche delle sanzioni ostacolano la capacità di amministrare il governo e gestire un potere che, anche se sembra assoluto, non lo è più.
In questa fuga in avanti il regime ha urgente bisogno di risorse e alleati. E con la stessa logica degli anni '80 li cerca nell’area del “nemico del mio nemico”, in Medio Oriente dove, nel mondo “riformattato” cui si riferiva la vicepresidente venezuelana, la Russia è la potenza che disputa gli spazi geopolitici agli Stati Uniti.
Non appena smontato il palco del 40º anniversario, nel pomeriggio del 21 Luglio è giunto a Managua il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, nel quadro di una serie di visite negli Stati Uniti, in Venezuela e Bolivia. La visita in Nicaragua, motivata dalla necessità di unire le forze con Ortega per affrontare il «terrorismo economico» di Washington, è avvenuta in un momento in cui le tensioni tra gli Stati Uniti e l'Iran sono acutissime: nei fatti, Zarif si trovava ancora a Managua quando il presidente Trump ha dichiarato di essere «preparato al peggio con l'Iran».

Un’alleanza che è fumo negli occhi di Trump

Con questo riavvicinamento ad alto livello, Ortega vorrebbe far cambiare idea all'amministrazione Trump che ha “gemellato” entrambi i governi con sanzioni. «I nostri popoli – ha dichiarato Zarif – soffrono di questo terrorismo economico imposto dagli Stati Uniti e non dobbiamo permettere loro di ostacolare lo sviluppo dei nostri popoli».
In realtà, «Ortega guadagna poco e rischia molto nel lasciarsi coinvolgere in questo conflitto», sostiene il sociologo nicaraguense Óscar René Vargas. Ma, nella logica di Ortega, che è unicamente quella di mantenere il potere, far fronte comune agli attacchi di Trump comporta, comunque, un beneficio. Chi ha tutto da perdere è il Nicaragua, piccolo Paese che, forse, guadagnerebbe di più restando neutrale in conflitti di tali dimensioni; tuttavia, il prezzo che potrebbe dover pagare il Paese centroamericano non è nemmeno preso in considerazione da Ortega.
Del resto, la vicinanza di Ortega all'Iran non si spiega solo con l'isolamento che sta vivendo in questa fase della crisi. C’è un'affinità storica che spinge Ortega ad allearsi con quanti si confrontano con l'Impero del Nord, immaginando di essere ancora in quel Terzo Mondo che vide nascere il Movimento dei Non Allineati nei lontani anni '70 e '80.

Iran: cooperazione limitata

Dalla rinnovata alleanza con l'Iran, il Nicaragua otterrà nuove risorse? Dal suo ritorno al governo dodici anni fa, Ortega ha mantenuto una stretta amicizia con Mahmud Ahmadinejad, allora a capo del governo iraniano, il quale ha promesso svariate volte investimenti e collaborazione con il Nicaragua. Che, però, non si sono concretizzati: infatti, secondo dati ufficiali del Banco Central de Nicaragua (BCN), la cooperazione iraniana con il Nicaragua è stata irrisoria: un milione e 200 mila dollari in dodici anni.
Ma il BCN fornisce anche altri dati che rivelano il potenziale rischio economico che il regime di Ortega potrebbe correre. Mentre nel 2018 l'Iran ha comprato prodotti nicaraguensi per appena 66.507 dollari, gli Stati Uniti hanno pagato agli esportatori nicaraguensi, compresi quelli delle zone franche, circa 3,24 miliardi di dollari. Per questo, sfidare Trump anche nel suo conflitto con l'Iran appare quasi un suicidio per il regime. Il Nicaragua riceve il 69,51% del petrolio di cui ha bisogno dagli Stati Uniti; il resto lo acquista in piccole quantità da diversi Paesi della regione; mentre dal Venezuela non arriva più una goccia. D’altro canto, gli Stati Uniti comprano oltre il 70% dei prodotti che escono dalle imprese delle zone franche insediate in Nicaragua. E dagli Stati Uniti arriva poco più del 50% delle rimesse familiari che permettono la sopravvivenza di migliaia di famiglie nicaraguensi e alleviano il malessere sociale.

Dalla Turchia alla Serbia, all’Etiopia…

Ortega cerca oggi alleanze nel travagliato Medio Oriente. Nella settimana successiva al 40º anniversario, ha cercato di aprire nuove relazioni che diano ossigeno politico ed economico al regime.
Il ministro degli Esteri Denis Moncada si è recato in Turchia, altro Paese oggi contrapposto agli Stati Uniti e all'Unione Europea per l’autoritarismo e le pratiche repressive del governo di Recep Tayyip Erdogan. Obiettivo immediato della visita, aprire un'ambasciata ad Ankara per rafforzare le relazioni economiche e politiche. Dalla Turchia, Moncada ha, quindi, continuato il suo periplo diplomatico in Serbia ed Etiopia, Paesi alleati della Russia. Quindi, è volato negli Emirati Arabi Uniti.
Negli stessi giorni, la ministra della Salute Sonia Castro, di recente sanzionata dagli Stati Uniti, ha compiuto un’altra missione volta ad aprire nuove relazioni. L’improvvisata diplomatica si è recata, dapprima, in Qatar per esplorare possibilità di investimenti qatarini nei settori agricolo, industriale e turistico nicaraguensi. Ad accompagnarla niente meno che Mohamed Lasthar, nipote del dittatore Mu’ammar Gheddafi, già segretario privato di Ortega fino al Dicembre 2017, quando venne nominato ambasciatore straordinario e plenipotenziario in Kuwait ed Egitto. Negli anni '80, Lashtar ha rappresentato gli investimenti libici in Nicaragua ed è stato un personaggio molto influente sul governo nicaraguense. Il viaggio di Sonia Castro è, poi, proseguito in Arabia Saudita e Kuwait.

Come neutralizzare la pressione interna

Mentre si sviluppava la “offensiva diplomatica” della dittatura, sulla scena nazionale il movimento azul y blanco ha proseguito la mobilitazione delle “pulci”, resistenza che implica continuità e richiede pazienza. Nelle multitudinarie e ripetute mobilitazioni condotte fra Aprile e Giugno 2018, l’opposizione aveva già comprovato di rappresentare la maggioranza sul piano sociale. Ad un anno di distanza, appariva necessaria una verifica in tal senso. Resa, tuttavia, difficilissima dalla sproporzionata macchina repressiva messa in moto dal regime, che oltre ad incutere paura, cerca di provocare reazioni violente che giustifichino reazioni ancora più violente. Tuttavia, la decisione di lottare e resistere sul piano civico non è venuta meno, anzi ha messo radici nella coscienza nazionale, giacché nessuno vuole la guerra che Ortega vorrebbe provocare...
La capacità di esercitare pressione a livello nazionale delle “pulci azzurre e bianche” è limitata anche dal logoramento emotivo, mentale e sociale causato dalla dittatura mediante quelle che in criminologia sono note come “tecniche di neutralizzazione”, che il regime ha sistematicamente applicato fin dal primo momento dopo la rivolta di Aprile: negare ogni responsabilità per ciò che accade, negare il male fatto, negare le vittime, condannare quanti condannano il regime e fare appello a valori superiori: pace, riconciliazione, stabilità, sovranità…

La necessaria unità delle “pulci”

La capacità di pressione interna delle “pulci” risente anche di autolimitazioni che sorgono all'interno del «tumulto dell'opposizione», come lo chiama Sergio Ramírez, scrittore ed ex vicepresidente della Repubblica negli anni ‘80, frutto di opportunismi. L'esacerbazione delle rivalità e degli ego, espressione dell'incultura politica nicaraguense ereditata dal passato, apre fessure che abilmente il regime sfrutta per infiltrarsi nei gruppi, deteriorare alleanze e disunire le forze. Ortega sa benissimo che per continuare a governare dall'alto, la legge elettorale, che ha rango costituzionale e che egli stesso ha riformato, gli permetterebbe di vincere in modo pulito – cioè, senza ricorrere a frodi elettorali – con una percentuale minima di voti se “il tumulto” dovesse continuare così e non si strutturasse in un'alternativa credibile e attrattiva che rappresenti l'intera unità azul y blanco. In altre parole, Ortega potrebbe anche vincere con il 10% dei voti se dieci partiti, divisi, ottenessero solo il 9%…

Sull’orlo della depressione

Mentre Ortega continua a reprimere in maniera selvaggia, con la pretesa di durare fino al 2021, l'economia è ormai in picchiata, ad un ritmo sempre più accelerato rispetto al 2018, anno in cui ha fatto registrare un -3,8%, mentre si prevede che a fine 2019 tocchi un -5,5%. La gravità della recessione si misura in questa accumulazione negativa. Nei fatti, il Nicaragua non si è mai ripreso dalla decrescita economica degli anni '80 e ciò ha condizionato l'economia negli anni successivi e la condiziona ancora oggi, in presenza di un nuovo ciclo di  perdite, compresa quella di capitale umano che ha dovuto riparare in esilio.
«La recessione economica rischia di trasformarsi in depressione economica», scrive The Economist, che prevede per il 2021 una crescita economica minima, e solo se si terranno elezioni legittimate internazionalmente; soltanto nel 2023, prevede il giornale, potrebbe cominciare a crescere il reddito pro capite, il che significherebbe cinque anni senza alcun miglioramento per la vita della gente: secondo calcoli della Fundación Nicaragüense para el Desarrollo Económico y Social (FUNIDES), a fine 2019, circa 1,9 milioni di nicaraguensi sopravviveranno con appena 1,76 dollari, o meno, al giorno.
La crisi economica è inoccultabile nelle strade, nelle campagne, nelle case. Ma si pretende di nasconderla. Il buco del bilancio nazionale non è stato coperto e il regime ha aumentato la spesa per consolidare il proprio apparato repressivo. Il deficit fiscale previsto per il 2019 è pari a circa il 4% del Prodotto Interno Lordo (PIL), qualcosa come 500 milioni di dollari. Il governo non è stato in grado di ottenere finanziamenti per colmare tale buco, dal momento che le agenzie multilaterali non prestano più e la banca privata nazionale ed estera non ha alcun interesse ad acquistare altri titoli dello Stato nicaraguense.
L'analisi de The Economist suggerisce che il governo dovrà cercare finanziamenti cosiddetti “non-concessionali” (cioè, a tassi di interesse più cari) da “altre” fonti che non siano soggette alle sanzioni statunitensi. Ma, quali sarebbero tali fonti “non tradizionali” disposte ad aiutare la sopravvivenza del regime?

L’informazione economica che viene nascosta

Gli evidenti ritardi del Banco Central de Nicaragua nel fornire dati tendono ad oscurare le cifre della crisi economica. A metà Luglio, non si disponeva di informazioni sullo stato del settore edilizio ormai da sette mesi. Idem dicasi per il settore turistico. Da tre mesi non si avevano indicatori sulle finanze pubbliche (riscossione delle imposte, deficit della previdenza sociale) e sullo stato delle riserve internazionali, sugli attivi, sulla liquidità, sul credito e su patrimonio della banca privata. Mancano, inoltre, dati sulle importazioni e esportazioni, sul disavanzo commerciale e sulla produzione interna nel suo complesso.
I ritardi nell'informazione – e la possibile manipolazione dei dati che vengono forniti – rappresentano l'alto costo che il Paese paga per la centralizzazione di tutte le decisioni – comprese le informazioni economiche – nelle mani di una sola persona, per la mancanza di autonomia dei funzionari pubblici che dirigono le istituzioni statali, e per la necessità del regime di occultare in quali acque “anormali” la nave nazionale veleggi.

Il “dialogo” proposto da Ortega

Nel suo discorso del 19 Luglio scorso, Ortega si è detto pronto a dialogare con «quei settori interessati a contribuire alla pace e all'economia». Elezioni nel 2021 con riforme elettorali e dialogo con tali settori: è quanto Ortega è disposto a concedere.
Chi sono “quelli” cui Ortega indirizza tale proposta? I suoi più stretti alleati fino allo scoppio dei moti di Aprile, i grandi imprenditori, non intendono arrivare al 2021 ma evitare la depressione in cui il Paese sta precipitando. Nei fatti, sono enormi le perdite che stanno patendo per la crisi economica.
La classe imprenditrice nicaraguense, come la comunità internazionale, vuole elezioni anticipate e non è disposta ad accettare una riforma elettorale qualsiasi. Del resto, non si capisce quale interesse abbia Ortega di arrivare al 2021 con la crisi economica devastante che incombe sul Paese. Secondo l'esperto in materia elettorale Roberto Courtney, «se Daniel intende rimanere fino al 2021» e la priorità dell'Alleanza è che quelle elezioni siano giuste con piene garanzie per le persone che vadano a votare e che i voti siano contati correttamente, «qualche margine di negoziazione sembrerebbe esserci». Ma, è davvero così? Al momento, Ortega si nega ostinatamente a negoziare alcunché.

Porte chiuse all’ONU

Può Ortega arrivare al 2021, e anche “oltre”? Questo è ciò che vuole, e per raggiungere tale obiettivo la sua unica “strategia” è reprimere e aumentare di giorno in giorno una perversa logica di terrore. A parte le riforme elettorali che dovesse concedere perché il voto offra piene garanzie, è immaginabile indire elezioni nell'attuale clima repressivo? Con lo stato d'assedio in cui, di fatto, si trovano la capitale, Masaya e altri territori? Con i paramilitari che scorrazzano per le strade? Con le mobilitazioni, se non più proibite, ma comunque assediate?
Finora, la repressione non è mai cessata. È cambiata ed è ormai entrata nella sua sesta fase: ad esempio, nelle aree rurali si caratterizza per omicidi mirati. A seguito della presentazione del rapporto aggiornato sulla situazione dei diritti umani in Nicaragua, a Ginevra il 10 Luglio scorso, da parte di Kate Gilmore, dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite, si era diffusa una lieve speranza all’annuncio che il 13 Luglio una delegazione di alto livello del regime si sarebbe riunita, a porte chiuse, con il personale dell'ufficio delle Nazioni Unite che ha sede a Panamá, per fissare una data per il ritorno dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, la cui presenza in Nicaragua è stata cancellata da Ortega a seguito dell’espulsione dei suoi funzionari nel Dicembre 2018.
Ma anche tale speranza è stata frustrata. Il regime non ha fissato alcuna data, semplicemente perché non accetta il ritorno delle Nazioni Unite in Nicaragua. Secondo fonti diplomatiche consultate dal quotidiano nicaraguense La Prensa a Ginevra, i delegati di Ortega avrebbero insistito sul fatto che media e organismi di dei diritti umani nicaraguensi sono parte del tentativo di colpo di Stato. Secondo altre fonti, i delegati avrebbero recriminato circa il contenuto del rapporto Bachelet – la ex presidente cilena attualmente Alta Commissaria ONU per i Diritti umani – sulla repressione in Venezuela, temendo un analogo, devastante documento, qualora tale ufficio dell’ONU tornasse in Nicaragua.

Ancora sangue nel Nicaragua rurale

Se la repressione nelle città non cessa e ogni giorno nuove persone vengono arrestate, picchiate e imprigionate, mentre quanti sono stati scarcerati sono assediati e perseguitati nelle loro case, è nelle zone rurali dove la repressione è più violenta e meno nota.
Secondo il Collettivo Nunca + (Mai più), composto da avvocati del Centro Nicaraguense per i Diritti Umani (CENIDH) che hanno dovuto esiliarsi in Costa Rica, il regime «ha ripreso una strategia che era già stata attuata da Ortega quando tornò al governo – afferma l’avvocato Juan Carlos Arce –. Quando lavoravamo al CENIDH, siamo riusciti a documentare più di 25 omicidi di dirigenti contadini, molti dei quali ex della Resistenza [altrimenti nota come la Contra], tutti oppositori. Tali omicidi commessi da polizia ed esercito sono rimasti impuniti. Ora, nel 2019 abbiamo già documentato 14 omicidi con caratteristiche simili. La novità sta nella partecipazione di un nuovo attore: i paramilitari».
Tutti i contadini assassinati vivevano in quello che è noto come “il corridoio della Contra”, un'ampia fascia di territorio che attraversa il Paese da Nord a Sud, in cui il conflitto armato fra il campesinado e l’esercito del governo rivoluzionario degli anni '80 è stato vissuto più intensamente.

Esecuzioni extragiudiziali

«Oggi come ieri, consideriamo tali omicidi come esecuzioni extragiudiziali – prosegue Arce –. Le operazioni dell’esercito compiute nel 2018 avevano tutte le caratteristiche di esecuzioni extragiudiziali: era evidente l’assenza di alcuna intenzione di catturare, meno ancora di processare, tali persone; mai si registravano superstiti. Nel 2019 osserviamo lo stesso modello di esecuzione extragiudiziale, con l’aggiunta di accanimento crudele: colpi vengono sparati in faccia per sfigurare i volti delle vittime. Né ieri, né oggi viene svolta alcuna indagine pubblica. Scatta l’ingranaggio dell'impunità: non solo lo Stato la copre, ma la promuove».
Con grande coraggio, il sacerdote José Iván Centeno, parroco della chiesa Nostra Signora di Fatima a Wiwilí, dipartimento settentrionale di Jinotega, ha dichiarato: «Sono esecuzioni ben pianificate da uomini con esperienza. Vengono considerati crimini comuni o regolamenti di conti per conflitti di proprietà. Ma su ciò non si indaga, piuttosto tutto viene coperto. Le vittime sono persone che hanno partecipato a manifestazioni e proteste contro il governo e sono state selezionate per essere uccise. Ci sono molte denunce di gente di campagna che appare morta in forme strane e questo fa sospettare che si tratti di esecuzioni selettive».

Parla lo Stato Maggiore dell’Esercito

Di fronte a questa cruda realtà, risultano ancora più gravi e difficili da accettare le affermazioni che il capo dell'Esercito, il generale Julio César Avilés, affiancato da altri due generali, Bayardo Rodríguez e Marvin Corrales, ha rilasciato a direttori di media nazionali il 25 Luglio scorso. Per l'occasione, il generale leggeva un testo evidentemente ponderato; non si trattava, dunque, di dichiarazioni estemporanee. Avilés ha sostenuto che l'istituzione castrense non trova alcuna base giuridica nella Costituzione, né struttura, né mezzi, per realizzare la missione di disarmare i gruppi paramilitari, compito che invece gli è reclamato da un anno da esperti di sicurezza e dai capi dell'Esercito che lo hanno preceduto: Humberto Ortega (fratello di Daniel), Joaquín Cuadra e Javier Carrión.
Secondo Avilés, la missione di controllare questi armati, che si rifiuta persino di chiamare “paramilitari”, spetterebbe alla Polizia, trattandosi di un problema di «ordine pubblico». Mentre non spetterebbe all'Esercito perché la Costituzione ordina ai membri dell'Esercito di essere «non deliberativi»: «E la non deliberazione nostra non vale solo in campo politico. La interpretiamo anche come il divieto di invadere aspetti che non ci corrispondono».
Senza nemmeno fare riferimento all'insistente versione ufficiale del “colpo di Stato”, Avilés si è lamentato della «campagna brutale» scatenata contro l'Esercito, nonostante esso sia – nelle sue parole – «l'istituzione che ha messo i morti, il sudore, il sangue e il sacrificio per mantenere il Nicaragua in condizioni desiderabili di sicurezza, tranquillità, stabilità, cercando permanentemente di rafforzare la pace».
Ma il commento più sorprendente è parso quello espresso per legittimare il silenzio complice dell'Esercito, dando ad intendere quanto male potrebbe fare un militare se solo lo volesse... «Immaginatevi – ha detto Avilés – un capitano che comanda cento uomini. Cento uomini sono cento fucili. Cento fucili sono tremila colpi e se quel capitano, al quale potrebbero aver aggredito la sua famiglia, prende una decisione, perché è anche un essere umano e ha dei sentimenti, esce con i suoi cento uomini, quei tremila colpi se ne vanno in meno di cinque secondi...».

Quel che sappiamo

La crisi attraversa un momento assai complesso data l’ossessione di Ortega di restare al potere. Sebbene sia chiarissimo ciò che egli vuole, non è chiaro come intenda ottenerlo.
La classe imprenditoriale sarà disposta ad andare oltre la presa di distanza da Ortega, come ha già fatto, ed esercitare una maggiore pressione per accelerare la soluzione della crisi? Quali effetti avranno nuove possibili sanzioni ai danni dei funzionari di Ortega? Le sanzioni colpiranno alti ufficiali dell'Esercito, come sembrano preludere le loro ultime dichiarazioni, interpretabili come una grave omissione di fronte alla “terza forza armata irregolare” che impunemente opera nel Paese?
Quali effetti avrà la crisi economica sulla base orteguista? La disarticolerà ancora di più? Saranno gli imprenditori sandinisti, arricchitisi grazie all'orteguismo e oggi anch’essi colpiti dalla crisi, a battere i pugni sul tavolo di Ortega? Sarà la crisi economica a provocare il prossimo scoppio sociale? E l'unificazione delle diverse formazioni azul y blanco riuscirà a cambiare l'attuale rapporto di forze?
Tutto, o quasi tutto, quello che è in gioco oggi appare imprevedibile. Per dirla con le parole del grande poeta nicaraguense Rubén Darío, «è tanto quel che non sappiamo e appena sospettiamo...». L’unica cosa che sappiamo è che il Nicaragua vive oggi sottoposto ad un'immeritata brutalità repressiva da parte di una dittatura perversa. Sappiamo anche quanto sarà difficile guarire così tante ferite a breve termine.