«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NICARAGUA / Lo stretto cammino dell’opposizione fra repressione, crisi economica e scarso impegno internazionale

Ortega continua a giocare con i tempi, prolungando irresponsabilmente la crisi nazionale. Contando anche sulla lentezza della comunità internazionale nel prendere misure che facilitino l’uscita dalla crisi. Intanto, l’opposizione al regime raccolta nell’Alleanza Civica ha deciso di accelerare i tempi della sua costituzione in soggetto politico a tutti gli effetti.

Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

A metà Luglio, l’istituto di sondaggi Borge y Asociados ha condotto la sua seconda indagine nazionale dell'anno. Per il 62,6% degli intervistati, il Paese «non è tornato alla normalità precedente l’Aprile 2018». E soltanto per il 16% il Paese sta andando «bene» (13,9%) o «molto bene» (2,1%). Tali risposte testimoniano come la crisi politica sia irrisolta e gli effetti della crisi economica si facciano sentire sulla vita quotidiana della popolazione.
Alla domanda «chi voterebbe come Presidente del Nicaragua se le elezioni fossero oggi?», il 35,5% ha risposto Ortega, rispetto al 37,7% che «non sa o non risponde» e al 21,4% che ha risposto «per nessuno». Un totale del 59,1% sembrerebbe, dunque, intenzionato a non votare per l’attuale presidente, mentre quel 35,5% di consensi allo stesso dimostrerebbe, secondo alcuni, che la strategia di Ortega di rinsaldare la base sandinista sta avendo successo.
Sgombrato il campo dal tavolo del negoziato nel Luglio scorso, per decisione di Ortega, e finalmente istituita la commissione dell'Organizzazione degli Stati Americani (OSA) incaricata di cercare una soluzione alla crisi nicaraguense, si apre una nuova fase di incertezza. Il tempo, l'implacabile, ci dirà come e verso dove si muovono i protagonisti della crisi.

L’assuefazione alla repressione

Nel timing di Ortega, la priorità è la repressione. Secondo un rapporto dell'Unità Azul y Blanco (dai colori della bandiera nazionale) dell’opposizione, la media di persone arbitrariamente detenute in quanto oppositrici del regime è di 4 al giorno nelle città che diedero inizio alla ribellione dell'Aprile 2018. Le persone arrestate possono restare nelle mani della polizia anche per poche ore o pochi i giorni, durante i quali vengono però derubate dei loro effetti personali (telefoni cellulari, denaro, documenti di identità) e picchiate; alcune vengono accusate di reati comuni; tutte vengono minacciate e, con esse, anche le loro famiglie.
Nelle zone rurali del Nord del Paese la strategia è più brutale. Secondo l'ultimo rapporto del Collettivo per i Diritti Umani Nicaragua Nunca + (Mai più), nei primi otto mesi del 2019 si sono registrati almeno 18 omicidi di contadini, 3 dei quali nella zona di frontiera di Trojes, dove avevano cercato rifugio; 2 dei 3 appartenevano alla stessa famiglia Montenegro.
«Gli omicidi– sostiene il Collettivo – sono selettivi, se consideriamo che 15 di essi si sono verificati nel Nord del Paese, nella zona nota negli anni '80 come “corridoio della guerra”, ed il fatto che le vittime erano oppositrici del governo; almeno 11 di esse, in maniera aperta: 1 lavorava al Comune di Wiwilí, amministrato dal Partito Liberale Costituzionalista (il PLC dell’ex presidente Alemán, di destra, ndr); 3 erano appartenuti alle fila della Resistencia (altrimenti nota come Contra negli anni ’80, ndr); 3 erano militanti di partiti liberali (2 di Cittadini per la Libertà e 1 del PLC); e 4 sono stati assassinati all’uscita di incontri o riunioni». In ragione delle caratteristiche di queste uccisioni, secondo i difensori dei diritti umani, di tratta di «esecuzioni extragiudiziali, sommarie e arbitrarie».

Una “normalità” imposta

Repressione quotidiana e crimini impuniti: a ciò il regime vorrebbe abituare la popolazione. Secondo Ortega, infatti, la gente finirà per abituarsi a questa “normalità”. I media ufficiali danno il loro contributo quotidiano in questo senso, dando spazio a iniziative, fiere, anniversari, eventi, inaugurazioni... senza rendere conto, però, di quanto accade dalla “altra parte”, dove continuano i crimini e le proteste, anche se indebolite di fronte all’uso sproporzionato della polizia che le assedia minacciosamente. Un episodio di fine Agosto la dice lunga: 4 uomini adulti camminavano per la strada con una bandiera nazionale, una Bibbia e un crocifisso, reclamando libertà: sono stati circondati per nove ore da 30 poliziotti in assetto antisommossa con tanto di scudi e armi da guerra, pronti a impedire loro di fare un solo passo. Ciò simboleggia il punto cui è arrivato il regime nel proposito di impedire, sempre e ovunque, a qualcuno di manifestare per le strade.
Del resto, l’opposizione azul y blanco non intende far ricorso alla violenza o lasciarsi provocare. È forte la convinzione che i morti siano già stati troppi e che una moltitudine di gente abbia già ripudiato questo regime nelle strade. In altre parole, la maggioranza vuole il cambiamento, ma nessuno vuole un'altra guerra.

Il ritorno dei militanti “storici”

La repressione di Ortega ha conosciuto varie fasi. Dapprima, ha fatto di tutto per schiacciare la ribellione a sangue e fuoco. Dopo aver causato circa trecento morti e migliaia di esuli, ha quindi affinato una serie di meccanismi di stretto controllo sociale, mediante un apparato repressivo costoso sia in termini umani che economici­.
Ora, Ortega cerca di raccogliere i risultati del logoramento e dello scoraggiamento provocati nel movimento azul y blanco, al fine di indebolirlo, fomentando divisioni e contraddizioni al suo interno. In questo senso, nel dare, unilateralmente, per concluso il dialogo, il dittatore ha inteso delegittimare l'Alleanza Civica, offuscando la sua presenza e le sue potenzialità nell’immaginario dell’opposizione.
Allo stesso tempo, Ortega si è dedicato a rafforzare l'immaginario rojo y negro (rosso e nero sono, invece, i colori della bandiera del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, FSLN). I continui richiami alla storia eroica del sandinismo e al sacrificio di quanti hanno dato la vita per la rivoluzione vanno in quella direzione. Il ritorno sulla scena di militanti sandinisti “storici”, che fanno appello a lealtà passate, personali e familiari, punta a fermare l'erosione che si era cominciata a notare nella base sandinista dopo i massacri compiuti dal regime nel 2018.

L’istituzionalizzazione dei paramilitari

In questo contesto, Ortega farà di tutto per prolungare la crisi e assicurarsi di arrivare alle elezioni nel 2021, data che comincia ad essere assimilata da molti in Nicaragua e al di fuori del Paese come forzosamente inevitabile. Per giungere a quella data il regime cerca ora di concordare, in forma unilaterale dopo aver respinto il negoziato con l'Alleanza Civica, con il Segretario Generale dell'OSA, Luis Almagro, riforme elettorali “tecniche” che gli garantiscano il controllo, se non totale almeno sufficiente, del Potere Elettorale, per continuare a governare “dall'alto” in caso di vittoria, o per tornare a governare “dal basso” in caso di sconfitta, come ha fatto per 16 anni, fra il 1990 e il 2006.­
Se l’esito del voto gli impedisse di cantare vittoria, il controllo del Potere Elettorale dovrebbe – nei suoi propositi – garantirgli, comunque, un gruppo parlamentare sufficientemente numeroso da rendere difficile la vita al nuovo governo. Ma, se il risultato delle urne fosse a lui talmente sfavorevole da sfuggire al suo controllo, Ortega starebbe già organizzando i cosiddetti “battaglioni della pace”, istituzionalizzando così il ruolo dei paramilitari entrati in azione nelle “operazioni di pulizia” dello scorso anno e, da allora, mai usciti di scena. È con questi gruppi armati che punterebbe a “governare dal basso”. Tali battaglioni sono guidati da combattenti storici dell’FSLN, uomini maturi fino a poco tempo fa ai margini del potere, ma ora richiamati “in servizio” per difendere “il comandante” e “la rivoluzione”. Le loro fila sono composte da reduci del servizio militare, cui si aggiungono giovani e simpatizzanti del regime. Il primo di questi battaglioni è stato organizzato, nel Luglio scorso, a Carazo (a Sud-Ovest della capitale Managua) e il secondo, in Agosto, a Bluefields (sulla costa caraibica).
Molti ritengono impossibile andare ad elezioni, siano esse anticipate o nel 2021, in presenza di tali gruppi paramilitari. E altrettanti considerano improbabile che l'esercito adempia al suo obbligo costituzionale di disarmare questa terza forza armata, dal momento che è proprio l'esercito ad averla «organizzata e armata», nelle parole del maggiore in pensione Roberto Samcam, secondo il quale «soltanto una forza internazionale con piena autonomia potrebbe disarmarla»; il che aggiunge un’ulteriore incognita alla crisi.

Il potere dell’esercito

Per Ortega è cruciale mostrare come l'esercito stia dalla sua parte. Dopo un prolungato silenzio di oltre un anno dell’istituzione militare, costellato di innocui comunicati presuntamente neutrali, le due recenti apparizioni del Capo dell'Esercito, Julio César Avilés, hanno chiarito la posizione delle forze armate: assoluta fedeltà al progetto di potere di Ortega.
Nella conferenza stampa del 25 Luglio scorso, Avilés ha affermato che l'esercito non ha alcuna base giuridica, né struttura, né mezzi per la missione di disarmare i gruppi paramilitari, compito che da oltre un anno esperti di sicurezza ed ex capi dell'Esercito, come Humberto Ortega (fratello di Daniel), Joaquín Cuadra e Javier Carrión, invece gli reclamano. Avilés ha giustificato tale impotenza, sostenendo che la Costituzione chiede all’Esercito «di non essere deliberante», non solo sul piano politico, ma anche nel senso di «non invadere aspetti che non gli corrispondono».
Dopodiché, il 1 e 2 Settembre, in occasione del 40° anniversario della fondazione dell'Esercito Popolare Sandinista – che ha partire dagli anni '90 ha preso il nome di Esercito di Nicaragua –, in uno scenario saturo di bandiere rossonere dell’FSLN, Avilés ha “deliberato” sulla crisi nazionale affermando: «Non ci divideranno mai! Come pretendevano funzionari di organizzazioni non governative che rivolgevano appelli a compagni leali per aprire la possibilità di dare un colpo di Stato al governo legittimamente costituito, cosa che non faremo mai!». Quindi, ha minacciato: «Sappiano che sappiamo chi c’è dietro la brutale campagna di attacchi e provocazioni contro la nostra istituzione e li riteniamo responsabili dei danni fisici e morali dei nostri compagni e dei loro familiari».
«Chiaro come l'acqua e duro come l'acciaio», è stato il commento di Ortega al discorso di Avilés. Con toni intimidatori, ai margini della costosa parata militare trasmessa a reti unificate che ha chiuso la cerimonia, Ortega ha dato ad intendere da che parte stiano le armi, legali o illegali che siano.

I tempi economici

Nonostante la pressione dell’opposizione sia minore a causa della repressione, tra i fattori che ostacolano la “normalizzazione” cui Ortega punta per giungere fino al 2021, la recessione economica è quella che più complica i suoi piani. Gli investimenti esteri sono in caduta libera mentre quelli nazionali paiono congelati. Ma poiché la maggior parte dell'economia nicaraguense è nelle mani di imprese private di medie e piccole dimensioni, queste sembrano aver già assorbito il duro colpo della crisi e, di conseguenza, hanno aggiustato conti e obiettivi alla nuova fase. Esse sanno che la non c’è soluzione alla crisi se Ortega resta al potere, ma non hanno alternativa che stringere la cinghia, ridurre, tagliare e adattarsi.
In questo senso, data la sua struttura, l'economia nicaraguense sembra avere un vantaggio rispetto a quella venezuelana, perché quando Ortega tornò al governo nel 2007 non statalizzò l'economia – ricordando l'esperienza negativa degli anni '80 –, a differenza di quanto fece Chávez ed ha continuato a fare Maduro in Venezuela. In altre parole, la crisi economica si fa sentire dappertutto, ma difficilmente l’economia collasserà come in Venezuela.

Il lato oscuro dell’economia

Anche lo Stato risente della crisi. Nonostante la drastica riforma fiscale del Gennaio 2019, il gettito fiscale non è riuscito a coprire il deficit di bilancio. In Agosto, il regime ha deciso di tassare altri 16 prodotti del paniere minimo, tra cui le minestre istantanee e gli spazzolini da denti. I Comuni, che dipendono dai fondi trasferiti loro dallo Stato centrale, nella prima metà dell’anno hanno ricevuto soltanto il 12,4% di quanto spetta loro, il che ovviamente impedisce a questi enti di realizzare opere pubbliche che danno lavoro alla popolazione e fanno girare l'economia locale.­­­
Curiosamente, però, in questa situazione di stagnazione economica, molte persone, con ogni probabilità prestanome di funzionari del regime, stanno comprando terreni, costruendo o ristrutturando case, aprendo negozi di tutte le dimensioni, anche se, poi, rimangono vuoti... Quella che pare un’operazione su larga scala di riciclaggio di capitali di oscura provenienza dà, comunque, una certa vitalità all'economia.
Molti ritengono che la difficile situazione in cui versa la maggioranza della popolazione stia preparando le condizioni per una seconda ondata di proteste. Per evitarle, Ortega fa ricorso a misure populiste, distribuendo prebende e regalie a quanti forniscono informazioni ai paramilitari o lotti di terreno alle famiglie più povere delle città.

In lotta contro il tempo

Dopo la ribellione dell’Aprile 2018, Ortega non ha fatto altro che cercare di guadagnare tempo. Nel dialogo nazionale del 2018, ad esempio, era evidente la sua intenzione, non di negoziare, ma di prendere tempo, mentre organizzava forze paramilitari, dotandole di armi da guerra, con il compito di soffocare la rivolta che paralizzava l'intero Paese con blocchi stradali e barricate.
Nemmeno alla ripresa, mesi dopo, del tavolo del negoziato ora dichiarato chiuso, Ortega ha inteso trattare. L’obiettivo è sempre stato quello di guadagnare tempo e confondere la comunità internazionale nel presentarsi come aperto al dialogo, ma senza mai venir meno al motto “firmar me harás, cumplir jamás” (che vuol dire: mi obbligherai anche a firmare, ma mai a rispettare gli impegni presi); giocando con le vite delle persone imprigionate, torturate e tenute in ostaggio come fiches da spendere al tavolo negoziale per dare l'idea di fare concessioni al liberarle; e, come un sequestratore che tiene in ostaggio delle persone, negoziare sulla loro pelle le proprie richieste.
Così, per liberare i prigionieri politici, Ortega ha posto la condizione che l’Alleanza Civica chiedesse la sospensione delle sanzioni internazionali. Invano. Tuttavia, scarcerando i prigionieri politici – anche se non tutti: oltre 120 sono ancora in carcere; mentre quanti ne sono usciti vivono in assediati nelle loro case – Ortega ha dato l’impressione di generosità – «un risultato straordinario», secondo Almagro –; quando, in realtà, nessuna delle richieste sostanziali che dovevano essere negoziate “sul serio e in buona fede” – fine della repressione, democratizzazione, restituzione delle libertà – è stata affrontata.
Ortega ora sta alla finestra per “vedere cosa succede”. Spera che col passare del tempo si creino condizioni più favorevoli nel continente – con la vittoria di Cristina Kirchner in Argentina; un quanto mai ipotetico ritorno del PT brasiliano al governo, a seguito del logoramento di Bolsonaro; persino la ripresa della lotta armata da parte delle FARC, in Colombia, ritiene possa favorirlo… –; contando, poi, sulla neutralità del Messico e della “sinistra” in Brasile e Argentina; il tutto, per uscire dall'isolamento in cui si è cacciato.
Inoltre, Ortega ha sempre sostenuto che col passare del tempo diminuirà l'attenzione internazionale alla crisi nicaraguense, che appare così piccola in un mondo segnato da crisi belliche, sociali e climatiche davvero colossali.

I tempi di Maduro

In questo gioco irresponsabile, la variabile che più preoccupa Ortega è quella legata alla crisi in Venezuela. Finora, Maduro è sembrato inamovibile. Tuttavia, questi ha ammesso che lui e altri alti funzionari del suo regime starebbero negoziando una via d'uscita con l'amministrazione Trump: che prevede il suo abbandono del governo in cambio di garanzie per lui e qualcun altro? Elezioni presidenziali senza di lui al potere? Una transizione pattuita? Tra chi?
Sul dialogo tra i negoziatori di Maduro e di Guaidó, promosso dalla Norvegia, Cuba potrebbe esercitare una certa influenza. La Norvegia ha, infatti, un buon rapporto con il governo cubano, in ragione del ruolo di mediazione svolto da Oslo nel negoziato sulla pace in Colombia, che ha avuto luogo nell'isola. Ora, Cuba spera che con la mediazione norvegese si arrivi ad una transizione che le assicuri il mantenimento di quote di potere in Venezuela.
D’altra parte, gli Stati Uniti continuano ad esercitare pressioni. Il 5 Agosto, Trump ha firmato un ordine esecutivo che impone un “blocco totale” sulle proprietà e risorse finanziarie del governo venezuelano in territorio statunitense e che autorizza a imporre sanzioni su individui e società straniere che diano il loro sostegno a Maduro, il cui regime è stato definito «moribondo» da John Bolton, all’epoca ancora consigliere per la sicurezza di Trump. Commentando tale misura davanti ai rappresentanti di 59 Paesi riuniti a Lima, Perú, Bolton ha minacciato Ortega facendo riferimento ad embarghi simili applicati dagli Stati Uniti: «Ha funzionato a Panamá, nel 1988, in Nicaragua nel 1985 e funzionerà di nuovo...», ha dichiarato.
Ortega osserva con scetticismo le minacce dell’amministrazione Trump e, forse, per dimostrarlo ha condecorato il generale comandante in capo dell'esercito venezuelano Vladimir Padrino, sanzionato dagli Stati Uniti, il più importante degli ospiti nell’ostentata parata militare dell'esercito nicaraguense.

I tempi dell’Alleanza Civica

Il fatto che Ortega, come previsto, abbia chiuso il tavolo negoziale non ha portato l'Alleanza Civica a scomparire, come alcuni avevano ipotizzato nel momento in cui veniva meno il suo ruolo di controparte negoziale, ma ad annunciare, il 16 Agosto, la sua decisione di ristrutturarsi per cercare di unificare tutte le anime del movimento azul y blanco al fine di formare una grande coalizione dell’opposizione, che riesca a esercitare sufficiente pressione su Ortega perché questi accetti finalmente di negoziare seriamente, il che suppone elezioni anticipate con piene garanzie di trasparenza e competenza.
Nell'indagine di Borge y Asociados, l’Alleanza Civica gode dell’opinione favorevole (“buena") del 41,5% degli intervistati, mentre è sfavorevole (“mala”) quella del 25,2%. Al 44,6% pare “giusto che si formi un'unità dell’opposizione” per affrontare l’FSLN, mentre il 40,6% non crede che “tale unità si formi”.
Creata giusto per negoziare, l'Alleanza Civica si impegna, oggi, a superare tale scetticismo e creare “unità e organizzazione”. L'origine stessa della massiccia e autoconvocata ribellione di Aprile, priva di unità ed organizzazione – ulteriore concreta dimostrazione che non si trattò di un colpo di Stato –, ha fatto sì che la dispersione delle forze e l’emergere di vari leader al calore della rivolta abbiano indebolito la pressione interna sul regime.
Ora, basandosi su quanto ha già raggiunto – il restare uniti lavorando tutti nella stessa direzione, nonostante l’eterogeneità dei suoi membri e la diversità delle loro storie; il rimanere coesi di fronte alle minacce e alle “esche” del regime, evitando qualsiasi accordo che portasse ad un nuovo patto con la dittatura e sopravvivendo a due tentativi falliti di dialogo –, l'Alleanza crede sia giunto il momento di sviluppare un suo ruolo più politico.
Le diverse espressioni del movimento azul y blanco stanno già lavorando ad un'unità di intenti. Due delle azioni di maggior successo sono la comunicazione e l'agitazione costanti nei social networks e il boicottaggio delle attività e degli affari del regime.
Ad esempio, un influencer delle reti sociali, l'attivista Yaser Morazán, si batte per un piano nazionale ed internazionale di disobbedienza civile: «Parto dal riconoscere – afferma – la natura violenta di questo regime. Nella misura in cui comprendiamo che siamo in uno stato di eccezione, la nostra capacità di lotta deve adattarsi a tale realtà. Su questa base, dobbiamo smettere di partecipare alle dinamiche sociali, culturali, politiche ed economiche del Paese: pertanto, vanno messi in atto scioperi nazionali, studenteschi, fiscali; occorre paralizzare i rapporti con le istituzioni dello Stato; non bisogna partecipare a fiere, festival e congressi convocati dal regime. In pratica, il regime va assediato sul piano sociale, per dimostrare che non ha alcun Paese da governare».
Iniziative di resistenza come questa sorgono ogni giorno. E in uno scenario sempre più limitato da provocazioni e minacce, anche le messe nelle parrocchie cattoliche sono diventate spazi in cui esprimere malcontento e determinazione nella lotta. Poliziotti in assetto antisommossa circondano i templi, ma la gente continua a partecipare alle funzioni religiose e alla fine delle stesse, dai portoni delle chiese, sfida la polizia sventolando bandiere e lanciando slogan.

Le 13 riforme elettorali da fare immediatamente

Una settimana dopo l'annuncio dell’avvio della sua trasformazione, il 29 Agosto, il giurista liberale José Pallais, a capo della sezione politica del nuovo Consiglio Esecutivo di Alleanza Civica, ha presentato davanti a un folto e composito gruppo di aderenti al movimento azul y blanco le proposte dell'Alleanza per riformare il sistema elettorale nicaraguense, ormai collassato. «Per avere un sistema credibile e solido sono necessarie riforme alla legge elettorale, alla Costituzione, alla legge sui partiti politici; inoltre, va creato un codice delle procedure elettorali, una legge organica sul Potere Elettorale e un istituto nazionale di registro elettorale; tuttavia – ha aggiunto Pallais –, abbiamo dato priorità alle riforme della legge elettorale e della Costituzione, considerando che al resto ci penserà il futuro governo democratico».
Secondo Pallais, tredici sarebbero le riforme da fare «immediatamente»:
- eleggere nuove autorità elettorali che ispirino fiducia;
- spoliticizzare le strutture elettorali;
- autorizzare alleanze che scelgano liberamente il proprio nome e il loro rappresentante legale;
- che la nomina dei presidenti di seggio non sia a discrezione del Potere Elettorale;
- adeguare le riforme alle peculiarità della costa caraibica;
- semplificare la procedura per la concessione della personalità giuridica ai partiti;
- garantire la partecipazione di osservatori elettorali, nazionali ed internazionali;
- produrre materiale elettorale che generi fiducia nel sistema;
- fare in modo che la trasmissione dei risultati elettorali sia verificabile e certificabile;
- pubblicare i risultati elettorali in tempo reale;
- epurare il registro elettorale;
- regolamentare i ricorsi relativi ai risultati;
- attivare le procedure per garantire il voto dei nicaraguensi all'estero.

Le 5 riforme urgenti alla Costituzione

Tra le riforme della Costituzione richieste dall’immediata trasformazione del sistema elettorale, Alleanza Civica ne individua cinque di essenziali:
- che le elezioni generali, comunali e regionali si svolgano contemporaneamente e siano anticipate;
- che sia necessaria una maggioranza qualificata del 50% + 1 per essere eletti alla presidenza e che si vada al secondo turno se nessuno raggiunge quella percentuale;
- che non sia possibile la rielezione alla presidenza;
- che sia proibita la successione presidenziale del coniuge;
- che i deputati vengano eletti su base nominale e non per liste proposte da partiti o alleanze.
Queste ultime tre proposte sono state accolte per acclamazione dal pubblico presente. Nei fatti, sia la rielezione presidenziale che la successione dinastica familiare sono state ripudiate dalla coscienza nazionale sin dai tempi della dittatura dinastica somozista. Grazie al controllo esercitato sulla Corte Suprema di Giustizia, Ortega è riuscito, però, a far sì che la Costituzione gli concedesse la rielezione senza limiti di tempo, spianando al contempo la strada alla successione nel suo incarico della moglie Rosario Murillo o di uno dei loro figli.
Anche l’elezione dei deputati in base a liste chiuse elaborate dai partiti è assai criticata da anni. Il sondaggio di Borge y Asociados riflette la sfiducia della maggioranza nei confronti dei partiti: il 62,4% afferma di non fidarsi di loro.
Mentre, per quanto riguarda l'anticipo delle elezioni, secondo il sondaggio sarebbe a favore il 38% del campione, contro il 52,1%.
L'Alleanza ha dichiarato di avere il sostegno dell'OSA per introdurre quelle riforme che consentano di svolgere elezioni con piene garanzie. «La proposta presentata – ha aggiunto Pallais – non è rigida, ma aperta ad un’ampia consultazione con vari settori nazionali». Tale processo è già in marcia e l'Alleanza intende accelerarlo, dal momento che Ortega pretende di apportare riforme elettorali puramente tecniche, lavorando in forma unilaterale con l'OSA, cui peraltro toccherebbe l’onere di finanziarne alcune (ad esempio, la revisione del registro elettorale), mentre gran parte di quelle annunciate da Alleanza Civica sono riforme politiche che l'OSA ha già dichiarato in passato che Ortega dovrebbe negoziare con l'opposizione.
Da quando si consumò il patto tra Daniel Ortega e Arnoldo Alemán nel 2000, accordo che è alla radice dell'attuale crisi e dal quale scaturirono riforme della Costituzione e della legge elettorale con l'obiettivo di costruire uno Stato bipartitico e consegnare la società nelle mani di due caudillos, ha preso il via un gruppo di lavoro che si propone di cambiare quelle leggi; tale gruppo ha coinvolto diversi settori sociali e oggi continua a lavorare per raggiungere un consenso nazionale, camminando nella stessa direzione di Alleanza Civica.

I tempi dell’OSA

Il 28 Giugno scorso, l'Assemblea Generale dell'OSA riunita a Medellín, in Colombia, in sessione ordinaria ha preso una decisione che in quel momento appariva quasi un ultimatum alla dittatura. Da sei mesi, Luis Almagro aveva iniziato, in seno a questa organizzazione, il processo di applicazione al Nicaragua della Carta Democratica e, quel giorno, l’iter sembrò conoscere un’accelerazione. Con una maggioranza di 20 voti a favore – quelli dei Paesi più importanti del continente – il principale organo politico dell'OSA aveva adottato una risoluzione in cui ribadiva la preoccupazione per quanto sta accadendo in Nicaragua, esortando il governo nicaraguense a riprendere un negoziato “in buona fede” con l'Alleanza Civica – nei fatti, il tavolo negoziale era sospeso dal 16 Maggio – e rispettare quanto già accordato a quel tavolo. Inoltre, l’OSA insisteva sul ritorno in Nicaragua della Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH), dal momento che in Nicaragua vi è stata «un'alterazione dell'ordine costituzionale» causata dalla violazione dei diritti umani, dall’assenza di libertà e dalla mancanza di progressi nelle riforme elettorali.
Per tutto ciò, la risoluzione “istruiva” il Consiglio Permanente a formare una commissione, che «nel quadro del processo di applicazione della Carta Democratica» realizzasse gestioni diplomatiche «al più alto livello» per trovare una soluzione «pacifica ed effettiva» alla crisi nicaraguense.

Due mesi dopo...

Nonostante l'urgenza di quella risoluzione, non c’è stata alcuna accelerazione. Sono passati due mesi senza che il Consiglio Permanente muovesse un passo. Mentre, in occasione di un evento celebrato in Cile, Almagro nel riferirsi alle dittature presenti nel continente ne ha citate soltanto due – Cuba e Venezuela –, contraddicendo così quanto affermato dallo stesso un anno fa al 15° Vertice Latinoamericano svoltosi a Miami, in cui esortò la comunità internazionale ad «asfissiare la dittatura che si sta insediando in Nicaragua».
È evidente – e il movimento azul y blanco lo sta constatando con crescente realismo e preoccupazione – che i tempi della comunità internazionale sono assai lenti. Il ritardo nella formazione della commissione è dipeso, forse, dal fatto che nei mesi di Luglio e Agosto il calendario dei diplomatici dell'emisfero settentrionale segna il diritto a irrinunciabili ferie? O dal fatto che a capo del Consiglio Permanente, che doveva realizzare consultazioni per formare la commissione, c’era Yolande Ivonne Smith, rappresentante dell'isola di Grenada, isola che in tutte le risoluzioni contro gli abusi del regime di Ortega ha preferito astenersi?
Comunque sia, sono passati due mesi senza che venisse preso alcun provvedimento per adempiere al mandato del principale organo politico dell'OSA. Così, il 28 Agosto, il Consiglio Permanente riunito in sessione ordinaria ha ripreso in mano la decisione dell'Assemblea Generale è, finalmente, ha costituito la commissione, che entro 75 giorni, da quella data, dovrà valutare come stanno le cose in Nicaragua. Dovendo decidere, tra l’altro, se applicare l'articolo 21 della Carta Democratica, con la conseguente espulsione della dittatura di Ortega dall'organismo regionale.
Il rappresentante di Ortega all’assemblea ha dichiarato che il suo governo «non riconosce» tale commissione, che non ha richiesto e che rappresenta una «interferenza negli affari interni del Nicaragua». Aggiungendo che il suo governo vuole ed è disposto a collaborare con l'OSA per «rafforzare le istituzioni elettorali».
La commissione che dovrà realizzare gestioni “al più alto livello” – formula che sta a significare che dovrà discutere con Ortega – sarà composta da diplomatici di cinque paesi: Paraguay, Giamaica, Argentina, Canada e Stati Uniti; gli ultimi tre già membri del Gruppo di Lavoro sul Nicaragua, cui Ortega ha negato l’ingresso nel Paese.
Tutto sta a indicare che a guidarla sarà Carlos Trujillo, rappresentante statunitense all’OSA, che ha visitato più volte il Nicaragua. Secondo le sue prime dichiarazioni ai media, si annuncia «una conversazione molto difficile» con Ortega; e se il regime non riceve la commissione, né è disposto a lavorare con essa – ha aggiunto Trujillo – è perché il regime «intende nascondere la verità su quanto accade in Nicaragua»; in tal caso, le reazioni degli Stati Uniti e di altri Paesi, saranno «dure».
Gli “altri Paesi” cui ha fatto riferimento Trujillo sono quelli europei? Nel lasciare il suo incarico in Nicaragua, l'ambasciatore dell'Unione Europea, il britannico Kenny Bell, ha insistito sul fatto che il dialogo è la «condizione» che gli europei ritengono essenziale per risolvere la crisi nicaraguense, sottolineando le quattro aree in cui sono necessari accordi “di buona fede”: prigionieri politici, garanzie e libertà, riforme elettorali e giustizia; in pratica, i punti su cui insiste Alleanza Civica.
Trujillo ha dichiarato anche che le sanzioni, sia economiche che individuali, «sono sempre sul tavolo», chiarendo per agli occhi degli Stati Uniti il Nicaragua «non è diverso» dal Venezuela. Quindi, è stato categorico nel sottolineare che «nessun progresso è stato fatto nei negoziati», che si sono rivelati una «perdita di tempo», ed ha insistito sul fatto che gli accordi negoziali cui la Commissione vuole portare Ortega dovranno essere «reali e in buona fede».

L’impatto della crisi sulla vita quotidiana

In questo contesto, la situazione per gran parte della gente in Nicaragua sta diventando sempre più difficile, insicura e incerta. Secondo un proverbio popolare, la formula della felicità sta nell’avere “salute, denaro e amore”; in questo ordine…
In realtà, la sanità pubblica ha sofferto in modo significativo con la crisi. Il bilancio nazionale non ha dato priorità all'assistenza sanitaria quando i fondi venezuelani hanno cominciato a scarseggiare e, oggi, la gente soffre della mancanza di farmaci nel sistema pubblico.
Anche la qualità delle cure ne risente. Il licenziamento per motivi politici di 400 fra medici e paramedici, molti dei quali specialisti, ha avuto un indubbio impatto sulla crisi sanitaria. Ad esempio, quest'anno, a differenza degli anni precedenti, la febbre emorragica (dengue) sembra fuori controllo. Per mancanza di risorse? Perché i pochi fondi disponibili sono assegnati ad altre priorità? A causa del controllo politico a scapito dell'efficienza e della capacità professionale?
Probabilmente, una miscela di tutto ciò, senza dimenticare il peso della demotivazione che ha pervaso le istituzioni statali a causa del prolungamento irrazionale della crisi.
Quanto ai soldi, piangono le casse dello Stato e delle banche, nonché le tasche della maggior parte della gente. Il 71,8% degli intervistati da Borge y Asociados ha dichiarato di contare soltanto su 8 mila córdobas, o meno, al mese per sopravvivere. Al cambio attuale, fanno circa 230 dollari, importo che dovrebbe consentire ad una famiglia di 5 membri di mangiare – s’intende, nutrendosi… – a colazione, pranzo e cena, per una settimana appena.
Oltre mezzo milione di persone sono disoccupate e 7 su 10 lavorano nel settore “informale”, senza reddito fisso, risentendo sul piano delle vendite di beni e servizi del generalizzato calo dei consumi anche fra chi ha un posto di lavoro e un salario.
Tutto ciò dipinge un quadro sempre più angosciante per i nicaraguensi. “Ci siamo aggiustati riducendo il personale, tagliando dappertutto, ma sappiamo che questa situazione non si risolverà, che non migliorerà”, ripetono i proprietari di piccole imprese. La sensazione maggioritaria è che con Ortega e Murillo al governo, il Paese non uscirà dalla crisi.
Quanto all’amore, il Paese è polarizzato all'estremo. Tutti i progressi fatti negli anni successivi alla sanguinosa guerra civile degli anni '80 sono andati persi nel fiume di orrori dei mesi più duri del 2018 e nel dolore per tutto ciò che ne è seguito. Di conseguenza, l'odio ha guadagnato spazio da entrambi le parti. Il prolungamento della crisi, la negazione della realtà, la brutalità della repressione, l’accanimento con cui il regime ha punito, e continua a punire, coloro che hanno sostenuto i moti di Aprile e la pensano diversamente, hanno seminato odio da una parte. Mentre il timore di perdere, non già “la rivoluzione”, ma prebende, sicurezze economiche, favori, aiuti, agganci, status e persino un passato idealizzato, ha favorito l'odio dall'altra parte. Sarà difficile costruire un futuro fra tanti risentimenti e traumi.

 

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