«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NICARAGUA / Un anno e mezzo di drammatico scontro politico tra maggioranza sociale e dittatura

È dall’Aprile 2018 che la maggioranza dei nicaraguensi sfida l’intenzione della coppia presidenziale Ortega-Murillo di restare al potere a tutti i costi. Il prezzo in vite umane e in termini socioeconomici di tanta ostinazione è elevato. Ciononostante, quella stessa maggioranza sociale che ha fin qui resistito alla repressione, lavora oggi per plasmare una coalizione di opposizione in grado di reggere il drammatico scontro politico con la dittatura.

Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

Il braccio di ferro tra il regime e l'opposizione azul y blanco (dai colori della bandiera nazionale) continua.
Da un lato, c’è Ortega, sostenuto da una minoranza fedele che egli è riuscito a rinsaldare ripetendo ossessivamente la menzogna del “fallito colpo di Stato” e la favola della “normalità” già ristabilita; oltre che grazie a prebende elargite a piene mani, a vecchie e nuove lealtà, alla paura di quello che i vescovi hanno definito «un sistema di odio e morte insediato nel Paese». Così, Ortega punta ad arrivare al 2021, quando spera di essere rieletto: allora, potrebbero bastargli anche pochi voti di scarto, qualora l’astensione dovesse essere altissima, a causa del disincanto dell’elettorato e della frammentazione dell'opposizione «spaventata, disarticolata e disintegrata», secondo i propositi dichiarati della vicepresidente Rosario Murillo.
Dall'altra parte, c'è l'opposizione azul y blanco, una maggioranza sociale che rimane ferma nelle sue convinzioni, lotta e resiste in modo civico, nonostante la repressione si intensifichi giorno dopo giorno. Pur tra le difficoltà, essa si avvia a costituire una coalizione di opposizione di respiro nazionale.
Un anno e mezzo dopo l’inizio di questo braccio di ferro, di cui è difficile prevedere l’esito, il deterioramento economico rappresenta il centro della crisi.

Per il 69%, il Paese va male

L'indagine condotta dall’istituto CID-Gallup tra il 10 e il 20 Settembre su un campione di 1.203 famiglie in tutto il Paese mostra come le preoccupazioni dei nicaraguensi siano, oggi, principalmente legate alla crisi economica, rispetto a quelle che si registravano nei mesi “caldi” del 2018: nell’attualità, le strade che furono allora teatro della rivolta appaiono vuote, a conseguenza dello stato d’eccezione di fatto. «Le questioni economiche figurano in testa nella lista dei problemi del Paese. La crisi politica vissuta l'anno scorso non è più al primo posto. Oggi, in cima ai pensieri degli abitanti ci sono il costo della vita e la disoccupazione, del resto problemi normali per qualsiasi Paese sottosviluppato come il Nicaragua. Nel corso del tempo, la crisi ­politica ha cessato di essere una priorità», sostengono i sondaggisti. Che riassumono così il punto in cui si trova, oggi, lo scontro politico: «Il presidente Ortega conserva il sostegno di un terzo della cittadinanza, soprattutto giovani e ultraquarantenni, e sebbene tale quota sia declinante, tale blocco è in via di consolidamento. Mentre, nel campo avverso, non si osserva una forza politica dai contorni ben definiti; di conseguenza, due terzi della popolazione dichiara di non avere preferenze politiche».
Attrarre, convincere e dare speranze e prospettive a quei due terzi di popolazione restia a schierarsi rappresenta la sfida più grande dell'opposizione azul y blanco.
Le risposte ad altre domande del sondaggio evidenziano quanto ampi siano i margini per avanzare in questo senso, giacché sono molte le crepe del modello politico cui Ortega pretende di dare continuità.
Il 69% degli intervistati ritiene che il Paese “stia andando nella direzione sbagliata”. Soltanto il 19% lo vede “sulla strada giusta”; una quota, grosso modo, corrispondente allo “zoccolo duro” di elettorato fedele al regime.
Quando, ricordando gli eventi dell’Aprile 2018, si chiede al campione un parere su quanto è successo, soltanto il 28% accetta la versione ufficiale del “tentato colpo di Stato”, mentre il 40% dichiara di non credere alla teoria “golpista”: in particolare, il 23% ritiene che i moti di Aprile siano stati un modo per chiedere “a Ortega e Murillo di lasciare il potere”, mentre per il 17% si è trattato di “una repressione governativa della protesta civica”. Una percentuale del 27%, tuttavia, non sa cosa rispondere o preferisce non farlo, probabilmente per paura di dire ciò che pensa; timore del tutto credibile se si considera il massiccio controllo territoriale esercitato dal regime, come gli stessi sondaggisti hanno potuto comprovare, secondo Bryan Ureña, analista senior di CID-Gallup.
Anche la responsabilità “dei morti e delle vittime” negli eventi di Aprile è stata oggetto di domande del sondaggio. Per il 45%, la colpa è del governo: in particolare, per il 36%, del “governo di Ortega e Murillo”, e per il 9%, della “polizia”. Una minoranza del 20% la assegna, in parti uguali – 10% e 10% –, alla “popolazione civile” e agli “studenti universitari”. Di nuovo, una significativa percentuale del 29% non risponde alla domanda.

Chi comanda? Tutto normale?

Ma vi sono altre crepe. Alla domanda su come Daniel Ortega “si stia disimpegnando come presidente”, il 57% ha risposto “male” o “molto male”, mentre meno del 20% approva il suo lavoro.
Per la prima volta in un sondaggio, poi, è stato posta la domanda su “chi comanda in Nicaragua”, cioè, se Ortega o Murillo. Ebbene, il 32% ritiene che sia la seconda a comandare, il 16% che sia il primo, per il 24% entrambi, mentre un consistente 27% ha preferito non rispondere.
La gestione di Murillo è considerata negativa – i giudizi vanno da “male” a “molto male” – dal 51% degli intervistati: ciò evidenzia una caduta verticale dei consensi in raffronto al dato registrato da CID-Gallup nel Gennaio 2018, quando il 77% del campione approvava – con giudizi da “bene” a “molto bene” – la sua gestione.
Le opinioni che mettono in discussione la pretesa “normalità” che il Paese avrebbe ricuperato rappresentano la stragrande maggioranza: il 74%. Soltanto il 24% ritiene che “le cose siano normali”; mentre il 27% spera che la normalità torni dopo che si saranno svolte le elezioni, pur con la condizione sottolineata da alcuni: “Preghiamo Dio perché le elezioni siano oneste”; tuttavia, una quota significativa – il 23% – ritiene che normalità tornerà soltanto “quando Ortega e Murillo lasceranno il potere”.

Il consenso ad una possibile coalizione

Alla domanda sul “partito politico preferito”, il 25% degli intervistati ha indicato il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN), mentre il 66% ha risposto “nessuno”.
Tuttavia, le risposte ad un'altra domanda offrono una prospettiva all'opposizione: il 44% vede “favorevolmente” una “possibile coalizione” tra l'Alleanza Civica per la Giustizia e la Democrazia e l'Unità Nazionale Azul y Blanco; al contrario del 28% che la giudica “sfavorevolmente”, percentuale che più o meno corrisponde ai seguaci dell’FSLN.
Nel Giugno-Luglio di un anno fa, le strade di tutto il Paese erano appannaggio di una maggioranza sociale autoconvocata, determinata ed esuberante. «Fino ad allora – ricorda il cattedratico Ernesto Medina, membro dell'Alleanza Civica, intervistato da envíoil movimento era stato spontaneo e volontaristico, ma già comprendevamo che il problema non sarebbe stato risolto con quattro o cinque cortei, per quanto giganteschi essi fossero, a Managua e nel resto del Paese... Era già evidente come fosse necessaria un'organizzazione più robusta e strutturata, basata su un'analisi più realistica, per sapere cosa fare e avere prospettive di successo di fronte alla sanguinosa repressione che Ortega aveva scatenato».

Da autoconvocati a uniti

Già nell'Agosto 2018, al termine della cosiddetta “operazione pulizia”, due mesi dopo l’interruzione del dialogo nazionale fra governo e opposizione mediato dalla Chiesa Cattolica, la necessità di unificare l'opposizione azul y blanco ha cominciato ad essere tema ricorrente nelle analisi e nei dibattiti. Il 23 Settembre 2018, la marcia che il movimento azul y blanco denominò “Siamo la voce dei prigionieri politici” è stata l'ultima a svolgersi con una certa libertà di movimento a Managua.
A partire dall’Aprile 2018, le mobilitazioni di massa nelle strade di Managua e in tutto il Paese avevano evidenziato la nuova maggioranza sociale scaturita dal movimento autoconvocato. Il regime non poteva che vietare quelle marce. Ma ha cominciato tutto un ­lavorio per disunire l'opposizione, infiltrarsi nei ­movimenti, addestrare giovani ad agire come trolls nascondendosi dietro falsi profili per lanciare messaggi provocatori nelle reti sociali, alimentando così anche l'incultura politica del discredito…

Il lungo cammino verso l’unità

Il cammino verso l'unità dell'opposizione non è stato semplice, né rapido. E mancano ancora varie tappe. La scarcerazione dei principali leaders delle proteste del Giugno 2019 – che non si può considerare liberazione, dal momento che questi vivono sotto assedio nelle loro case e le loro pendenze con la giustizia sono ancora aperte – ha contribuito ad accelerare il processo unitario, anche se fra inciampi dettati dagli ego dei vari protagonisti e dal vuoto strategico rappresentato dalla mancanza di una cultura di dibattito nel Paese.
La coalizione che sta nascendo va raggruppando giovani universitari, ex prigionieri politici, familiari di prigionieri politici, femministe, madri di giovani assassinati, imprenditori, avvocati, contadini, leaders di movimenti sociali, lavoratori della sanità, attivisti della costa caraibica, giornalisti e politici di varia tendenza. I loro sforzi sono volti a sviluppare l'unità e l'organizzazione a livello locale e nazionale. Importante è, inoltre, l’enfasi da essi data al lavoro internazionale: essendo diffusa la consapevolezza che “da soli non ce la possiamo fare”, il contatto permanente con la comunità internazionale è indispensabile per ottenere il sostegno di quest’ultima. Anche perché, come dice José Miguel Vivanco, direttore di Human Rights Watch, «il Venezuela cattura tutta l'attenzione internazionale e bisogna compiere sforzi speciali per evitare che il Nicaragua esca dall'agenda».

I 15 punti unificanti, secondo gli imprenditori

L'unità in costruzione si propone di estendersi all'intero territorio nazionale, a tutte le classi sociali e a tutte le generazioni. Dopo un anno di stato d'assedio imposto dal regime, né le minacce, né le rappresaglie hanno consentito ad Ortega di ricostruire quell'alleanza mantenuta per un decennio con i grandi imprenditori riuniti nel COSEP (Consiglio Superiore dell’Impresa Privata). Colpiti oggi in un modo o nell'altro dalla recessione economica, quest’ultimi si sono mostrati uniti nel chiedere ad Ortega cambiamenti politici e rispetto dei diritti umani, questioni sulle quali avevano invece sorvolato o che avevano minimizzato negli anni in cui erano suoi alleati e, persino, soci in qualche affare.
Nel Settembre scorso, le 26 categorie raggruppate nel COSEP hanno riassunto in 15 punti gli obiettivi che le legano, come imprenditori e cittadini, al resto della maggioranza sociale che sollecita un cambiamento: fra essi, la richiesta di ­elezioni «anticipate»; una «nuova cultura democratica» che preveda la nomina di funzionari pubblici sulla base della «idoneità professionale, etica e morale»; una nuova «istituzionalità democratica» che implica la «subordinazione» dell'esercito e della polizia all'autorità civile nonché il «disarmo totale dei gruppi armati paramilitari».

UNAB: 20 punti per un nuovo Nicaragua

A sua volta, sempre nello scorso Settembre, l'Unità Azul y Blanco, cui partecipa l'Alleanza Civica per la Giustizia e la Democrazia, ha proposto quelli che considera «i 20 punti che ci uniscono per un nuovo Nicaragua». Si tratta, sostiene la UNAB, di un «programma minimo comune per la ricerca di un ampio consenso nazionale», che porti alla formazione di «una grande coalizione che riunisca le forze democratiche senza esclusioni» di sorta, al fine di sconfiggere Ortega per la via elettorale; obiettivo, del resto, della riorganizzazione annunciata in Agosto da Alleanza Civica.
I 20 punti proposti da UNAB dovrebbero rappresentare la base di consenso della coalizione oppositrice e, al contempo, i temi programmatici del nuovo governo che emergerà dalle urne: tra gli altri, la creazione di una Procura Speciale, che goda di sostegno internazionale, per indagare sui crimini commessi dal regime; dare vita ad una nuova Polizia Nazionale; spoliticizzare l'Esercito; riorganizzare il sistema giudiziario; promuovere una crescita economica sostenibile dal punto di vista sociale ed ambientale... Inoltre, questione cruciale: l'abrogazione della legge 840, la cosiddetta legge canalera con la quale Ortega, nel 2013, ha consegnato la sovranità su terre e acque nicaraguensi all'uomo d'affari cinese Wang Jing, per la costruzione di un canale interoceanico, peraltro mai avviata.

Consenso sulle riforme elettorali

In Settembre, è stata, inoltre, annunciata la nascita di un’altra espressione di unità, in particolare sulle riforme elettorali di cui il Nicaragua ha bisogno a seguito del collasso del sistema elettorale vigente, se si vuole garantire elezioni trasparenti che favoriscano una soluzione civica della crisi.
Il Gruppo Promotore delle Riforme Elettorali ha presentato la sua proposta, consultata con la nascente coalizione azul y blanco, con i partiti presenti nell'Assemblea Nazionale (il parlamento monocamerale) – vale a dire, il Partito Liberale Costituzionalista (PLC), l’Alleanza per la Repubblica (APRE) e Partito Conservatore Nicaraguense (PCN) –, e pure con il movimento Cittadini per la Libertà (CxL). Secondo Roberto Courtney, del Gruppo Promotore, si registra «un consenso del 90% su due questioni: dare priorità alle garanzie di trasparenza nel processo e rinnovare l'arbitrato dell'intero Potere Elettorale, dai magistrati a tutte le strutture e seggi elettorali».

Non un giorno senza resistenza

Ortega y Murillo e il loro circolo di potere sono ben consapevoli della realtà che traduce in percentuali il sondaggio CID-Gallup e degli sforzi per raggiungere l'unità azul y blanco. Per questo, intensificano la repressione interna e attaccano qualsiasi segnale di resistenza da parte della maggioranza sociale. A volte, però, invano. In Settembre, le tradizionali processioni religiose in onore della Virgen de la Merced, a Matagalpa, e di San Jerónimo, a Masaya, hanno visto una massiccia partecipazione di gente che sventolava la bandiera nazionale e chiedeva giustizia e libertà, malgrado l’imponente schieramento poliziesco.
In altri casi, il regime si serve dei propri seguaci nei quartieri delle città. Ad esempio, quando una strada appare all’alba coperta di volantini bianchi e azzurri – bastano i colori per identificare la matrice politica –, qualche abitante si affretta ad eliminarli con un getto d’acqua della sua pompa, ribadendo così il controllo del territorio e mettendo alla prova la lealtà dei vicini.
In altri casi ancora, il regime ricorre ad agenti antisommossa, armati di tutto punto come se andassero in guerra. Ad esempio, se dieci persone si riuniscono all’angolo di una strada inalberando la bandiera nazionale, esigendo a gran voce libertà per i prigionieri politici ancora in carcere – oltre un centinaio –, subito una decina di pattuglie di polizia cariche di agenti antimotines li circondano con fare intimidatorio e qualche manifestante finisce agli arresti, per qualche ora o giorno...
Nonostante la repressione non sia cessata, ogni giorno qualcuno ricorda al regime, in qualche punto del Nicaragua e con qualche forma civica, il ripudio, l’opposizione e la resistenza nei suoi confronti.

Contro tutti!

Grazie allo sproporzionato apparato di controllo sociale interno per evitare qualsiasi espressione contraria, in Settembre la repressione si è intensificata, incurante delle pressioni internazionali. In tal modo, il regime punta a galvanizzare sia la minoranza “consolidata” che emerge dal sondaggio, sia il suo circolo di potere più intimo.
Oltre alle quotidiane provocazioni, minacce e aggressioni contro gli scarcerati e le loro famiglie, e contro gli esuli che decidono di tornare – tutte persone povere, di classe popolare –, l'8 Settembre, un gruppo di provocatori – noti in Nicaragua come turbas – al servizio del regime, con la complicità passiva della polizia, hanno aggredito con pietre e mazze, e sparando persino proiettili, un veicolo su cui viaggiavano tre imprenditori dirigenti del COSEP e due noti giornalisti che tornavano nel Paese dall'esilio.
Mentre ciò accadeva sulla carretera che collega León a Managua, nel Nord del Paese continuano la strage di contadini. Secondo il quotidiano La Prensa, dal 1° Gennaio all'8 Settembre, 78 persone sono state uccise in forma violenta, in particolare in diverse località del dipartimento di Jinotega.
Secondo gli accurati registri del Colectivo Nicaragua Nunca +, 30 di questi contadini assassinati, molti in forme atroci, avevano partecipato alle proteste contro Ortega iniziate nell'Aprile 2018. Quando gli avvocati del collettivo, ora esiliati in Costa Rica, lavoravano presso il Centro Nicaraguense per i Diritti Umani (CENIDH) – al quale il regime ha cancellato la personalità giuridica e confiscato i beni – avevano contato nel Nord del Paese, prima dei moti dell’Aprile 2018, almeno 25 contadini assassinati per motivi politici, in classiche esecuzioni extragiudiziali. Tutti questi crimini sono rimasti impuniti. Per paura, nessuno presenta più denuncia. E grazie all'impunità, continuano i crimini.

Le varie forme di repressione

Il regime non può fare a meno della repressione per sedare ad ogni costo la ribellione iniziata nell’Aprile 2018. A questo punto della crisi, la mattanza si è spostata nelle aree rurali, dove media e organizzazioni dei diritti umani più difficilmente arrivano, mentre nelle aree urbane del resto del Paese la repressione si è fatta più selettiva, mantenendo comunque un clima di costante intimidazione che punta a logorare l’opposizione, prolungando la crisi, e, così facendo, rafforzare il regime.
Mattanza nelle campagne e arresti nelle città provocano paura, terrore, stress, esiliati... Grazie a polizia, paramilitari e sostenitori fanatici e prezzolati, aizzati dalla propaganda di regime che bolla quanto accaduto in Aprile come una “esplosione satanica” e gli azul y blanco come “camorra somozista”.
In Settembre, poi, le due forze armate del Paese, l’Esercito e la Polizia, hanno inscenato a Managua le tradizionali parate militari, con una sontuosità e costi mai visti negli anni scorsi. In questa occasione, si celebrava il 40° anniversario della loro fondazione, nella loro versione “sandinista”, all’indomani della liberazione. Perché tutta la popolazione potesse vedere la parata, moltiplicando così l’effetto intimidatorio provocato dalla stessa, il governo ha dato ordine a tutti i canali televisivi nazionali di trasmettere in catena l’intera durata – varie ore – delle sfilate.
Se l'Esercito ha esibito un numero esagerato di armi da guerra, è stata la parata della polizia ad avere una connotazione particolarmente intimidatoria, dal momento che sono stati simulati interventi violenti di agenti incappucciati – che ricordavano i paramilitari attivi nei sanguinosi mesi del 2018 – contro presunti “nemici” che venivano colpiti ripetutamente e brutalmente, persino con coltelli.

Il rapporto Bachelet

Altro modo mediante il quale il regime punta a logorare la maggioranza sociale che lo avversa è l’aperto disprezzo che dimostra nei confronti della comunità internazionale che, finite le ferie estive tradizionali dell'emisfero settentrionale, ha nuovamente fatto sentire la sua voce in Settembre.
Il 10/9, a Ginevra, l'Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Michelle Bachelet, ha presentato il suo rapporto sulla situazione in Nicaragua. Meno incisivo, per la carenza di dati, di quello presentato pochi mesi fa sul Venezuela, il documento (qui in originale) conferma, comunque, che nelle carceri nicaraguensi si tortura, che i processi sono viziati di illegalità e che i diritti civili sono continuamente violati in tutto il Paese.
Il rappresentante di Ortega a Ginevra, Valdrack Jaenstchke, ha spudoratamente negato veridicità al rapporto, insistendo sulla stantia versione del “fallito colpo di Stato” e sul nuovo mantra del regime del “Paese già tornato alla normalità”.
Ad eccezione di Venezuela, Iran, Russia e Corea del Nord, il resto dei Paesi del mondo – compreso il Vaticano – hanno assecondato il rapporto, esortando il governo nicaraguense a cessare la violenza, riprendere il dialogo, ripristinare i diritti civili, investigare i crimini commessi per punire i loro responsabili, indire elezioni trasparenti...

Porte chiuse alla commissione OSA

D’altro canto, si è rimesso in moto anche il meccanismo messo a punto dall’Assemblea Generale dell’Organizzazione degli Stati Americani nella sessione del 28 Giugno scorso, volto alla creazione di una Commissione Speciale che intraprenda sforzi «al più alto livello» in Nicaragua per trovare una via d'uscita alla crisi. Di tale commissione fanno parte: Leopoldo Francisco Sahores, sottosegretario agli Affari Americani del Ministero degli Esteri argentino; il canadese Sébastien Sigouin, direttore degli Affari Globali per l'America Centrale, Cuba e la Repubblica Dominicana; i tre rappresentanti permanenti nell'OSA di Giamaica, Audrey Marks, Paraguay, Elisa Ruiz Díaz Bareiro e Stati Uniti, Carlos Trujillo.
Il primo passo della commissione è stato programmare una visita in Nicaragua al fine di incontrare Ortega e Murillo, nonché rappresentanti dell'opposizione azul y blanco, nella speranza di avvicinare le posizioni e verificare la possibilità di avviare una mediazione tra le parti. Le date scelte per tale visita erano il 16 e il 17 Settembre.
Tuttavia, il 15 Settembre si è appreso che il regime nicaraguense aveva intimato alle nove compagnie aeree che fanno scalo a Managua a non imbarcare nessuno dei diplomatici dell’OSA sui loro voli, non essendo essi autorizzati ad entrare nel Paese.
Colta di sorpresa, l’OSA ha reagito immediatamente: la Commissione ha espresso il proprio rammarico, mentre il Segretario Generale Luis Almagro ha condannato la decisione nicaraguense. Da tener presente che, oltre ai cinque diplomatici, il divieto ha impedito l’entrata in Nicaragua anche di Gonzalo Koncke, capo gabinetto di Almagro, e del responsabile stampa dell'OSA.
Per il governo argentino, la decisione nicaraguense è «un fatto di gravità insolita». Carlos Trujillo, rappresentante degli Stati Uniti nella Commissione, ha rincarato la dose: «Bloccare l'ingresso alla Commissione dell’OSA dimostra ancora una volta che Ortega non è interessato a intraprendere misure costruttive per porre fine alla repressione del popolo nicaraguense e riformare il sistema politico».
Quindi, il 18 Settembre, durante la sessione ordinaria dell'OSA, il rappresentante del Nicaragua ha ribadito il divieto di ingresso nel Paese alla Commissione, bollando tale proposito come una «ingerenza». In tal modo smentendo quegli osservatori che avevano ipotizzato che Ortega e Murillo, dopo aver fatto la “voce grossa”, in quella sede avrebbero fatto marcia indietro rispetto alla “maldestra” decisione.

Svolta nella crisi del Venezuela?

Nei fatti, Ortega ha inteso ribadire che non è interessato a risolvere il conflitto in modo costruttivo per la via del dialogo, né a porre fine alla repressione, né a riformare il sistema politico. Quel che vuole è continuare al potere, per dimostrare alla propria base, alla sua cerchia di potere e persino a sé stesso, di essere ancora quell’uomo forte che ormai non è più, quello che non scende a patti con nessuno. Egli ritiene di poter continuare a guadagnare tempo grazie alla lentezza e ai limiti della comunità internazionale, che esercita pressioni su di lui pur senza pigiare sull’acceleratore. E spera che il tempo gli dia quell'ossigeno di cui ha bisogno per negoziare, ma con altri rappresentanti internazionali e in una posizione migliore della attuale.
La svolta dei negoziati venezuelani potrebbe averlo incoraggiato in tal senso. Il 15 Settembre, infatti, proprio quando alla scadenza del dialogo mediato dalla Norvegia si era giunti ad un accordo su un governo di transizione, un settore minoritario dell'opposizione politica venezuelana, sedutasi ad un altro “tavolo di dialogo” aperto a Caracas, ha concordato con il presidente Maduro e davanti ad alcuni rappresentanti diplomatici, un altro accordo che indebolisce il leader dell’opposizione Guaidó, aprendo una crepa nell'opposizione, e rafforza Maduro e l’immagine dialogante e la posizione negoziale del regime venezuelano. Qualcosa di simile è ciò che Ortega aspira ad ottenere.

Una riedizione del Gruppo Contadora?

In altre parole, Ortega potrebbe aver calcolato il rischio di perdere la mediazione istituzionale che l'OSA gli garantisce per riformare le leggi elettorali, confidando che il tempo gli apra la strada ad un cammino di “dialogo” con altri interlocutori interni – ad esempio, con qualche gruppo di opposizione che si separi dagli azul y blanco – e con altri mediatori latinoamericani a lui più graditi – come potrebbero essere l'Argentina di Cristina Kirchner, il Messico di López Obrador, l'Uruguay del Fronte Ampio e la Bolivia di Evo Morales –. Contando di avere già dalla sua la “neutralità” del Messico, il quadro per Ortega potrebbe migliorare molto qualora i risultati elettorali in Argentina, Uruguay e Bolivia premiassero le sinistre in quei Paesi, che allora potrebbero dare vita ad un gruppo mediatore favorevole al suo piano di restare al potere fino al 2021, e oltre.
Negli anni '80, in pieno conflitto bellico, la mediazione dei quattro Paesi – Colombia, Messico, Panamá e Venezuela – del Gruppo Contadora (dal nome dell’isola panamegna in cui si riunirono per la prima volta) pose un argine alle pressioni degli Stati Uniti sul governo rivoluzionario nicaraguense. Successivamente, i Paesi centroamericani che siglarono gli Accordi di Esquipulas, in Guatemala, svolsero un ruolo analogo.
In questo senso, con il passare del tempo Ortega potrebbe sperare di rieditare qualcosa di simile: del resto, chi non sosterrebbe un'iniziativa di mediazione dei Paesi latinoamericani che cercasse la “la pacificazione e la stabilizzazione” del Nicaragua?
Questa strategia ha un senso anche in considerazione del fatto che Ortega è ancora con la mente agli anni '80, quando era un riconosciuto leader internazionale del Movimento dei Non Allineati e della sinistra mondiale. Inoltre, Ortega si specchia quotidianamente nella crisi venezuelana e ne scruta le dinamiche. Mentre Cuba, che da 60 anni resiste alle pressioni internazionali, incoraggia sia Maduro che Ortega a “resistere”, confidando che il mutevole quadro geopolitico mondiale possa aprire nuove possibilità alla loro permanenza al potere.

Nuove relazioni diplomatiche

Nel frattempo, nel tentativo di bilanciare l'isolamento in cui si trova nel continente americano e dare l’impressione di una messe di nuove alleanze, il regime nicaraguense si è dedicato a stabilire nuove relazioni diplomatiche, in una prospettiva del tutto utilitaristica. Tra Maggio e Luglio, il Nicaragua ha stabilito relazioni con undici Paesi: Sri Lanka, Uganda, Eritrea, Repubblica Centrafricana, Isole Marshall, Palau, Burundi, Tunisia, Gambia, Sud Sudan e Kenya. In Settembre, si sono aggiunti il Principato di Monaco, il Regno africano di eSwatini (già Swaziland), Gibuti, Niger e anche con l'Unione delle Comore, gruppo di isole nell'Oceano Indiano.
Più o meno rilevanti nel contesto internazionale, quel che conta per il regime è guadagnare il voto di tali Paesi in sede ONU nel caso si riacutizzasse la crisi nicaraguense. In tal caso, il “direttore d’orchestra” della maggioranza di queste nuove relazioni diplomatiche sarà Mohamed Lashtar, nipote di Muammar Gheddafi e uomo di fiducia di Ortega – è stato suo segretario privato –, il quale già ambasciatore nicaraguense in quattro paesi – Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti ed Egitto –, da Settembre ha ampliato il suo raggio d'azione essendo stato nominato consigliere ministro e delegato presidenziale di Ortega per tutti i Paesi africani, mediorientali ed arabi.

Perché il Nicaragua non esca dall’agenda

Verosimilmente, la coalizione azul y blanco non riuscirà a visitare tutti questi Paesi lontani. Soltanto in quelli più vicini, dove Ortega e Murillo sono isolati e circondati da un alto grado di ripudio, l’opposizione riesce a far sentire la propria voce, impedendo che la crisi nicaraguense cada nel dimenticatoio. Tuttavia, la nascente coalizione si è anche recata a Ginevra in occasione della riunione del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. Nell’occasione, Michelle Bachelet ha ricevuto sei giovani scarcerati dal regime e la madre di uno degli studenti uccisi nel 2018, ascoltando le loro testimonianze per circa due ore, dedicando così ad essi il doppio del tempo inizialmente previsto.
Inoltre, la coalizione ha avuto diversi incontri con l'OSA e partecipato ad audizioni della Commissione Interamericana per i Diritti Umani; in Costa Rica, poi, ha incontrato il governo e vari organismi in contatto con la diaspora nicaraguense in quel Paese limitrofe.
A tutti gli interlocutori, la coalizione azul y blanco ha chiesto maggiori sanzioni ai danni del regime per spingere Ortega a riprendere il dialogo, convocare elezioni anticipate e restituire le libertà e i diritti confiscati dallo stato d'assedio imposto al Paese.
In particolare, la coalizione ha sollecitato un iter più celere nell'attuazione della Carta Democratica, nonostante le conseguenze economiche che l'uscita del Nicaragua da questo organismo continentale potrebbe avere. Ed ha anche chiesto nuove sanzioni per i responsabili delle violazioni dei diritti umani, inclusi i vertici dell’Esercito ritenuti complici della repressione.
In San Salvador, la Coalizione azul y blanco si è riunita anche con la Commissione Speciale dell'OSA, cui Ortega ha chiuso le porte del Nicaragua, la quale ha il mandato di elaborare una relazione sulla situazione in Nicaragua entro 75 giorni. Secondo Violeta Granera, del Fronte Ampio per la Democrazia nonché esponente del Consiglio Politico dell'UNAB, la delegazione a tale incontro «è stata la più ampia e diversificata» che la Coalizione ha messo in piedi sul piano internazionale.

Poche chanches di ripresa economica

In questo contesto, le maggiori preoccupazioni della popolazione, stando al sondaggio di CID-Gallup riguardano la recessione economica. È opinione diffusa tra gli analisti, cifre alla mano, e tra la gente, sulla base del senso comune, che l'economia non si riprenderà finché Ortega e Murillo resteranno al potere. Nel suo ultimo studio della congiuntura economica, FUNIDES (Fundación Nicaragüense para el Desarrollo Económico y Social) osserva che, sebbene la fuga di capitali, in dollari, sia diminuita, il credito, che poi è quello che muove l'economia, è fermo ed il Paese sembra destinato a registrare crescita economica a medio termine. Secondo l'economista Pedro Belli, «se il problema politico fosse risolto, potrebbe iniziare una lenta ripresa. Ma non sarà possibile recuperare il terreno perduto. Per farlo, dovremmo crescere al ritmo del 10%, o più, annuale, il che non è fattibile».
Il regime la vede in altro modo. Aggiornando selettivamente gli indicatori economici, il governo ha pubblicato nei tempi stabiliti dalla legge – che non sempre rispetta – le previsioni di bilancio a medio termine per il triennio 2021-2023. Dalla lettura di tale documento emerge che, sebbene la crisi abbia gravemente colpito il settore privato e costretto lo Stato a tagliare drasticamente gli investimenti pubblici, Ortega assegni priorità alla “economia politica” – quella che finanzia la repressione, i prezzolati incarichi di fiducia negli organi dello Stato, l'eccesso di dipendenti pubblici e l’assistenzialismo –, risultando questa in gran parte coperta da prestiti internazionali “già contrattati”. Persino la sostenibilità della previdenza sociale – una cui riforma, poi ritirata, diede il via alla “insurrezione civica” nell’Aprile 2018 – sarebbe assicurata in questo quadro.
Nei fatti, il bilancio a medio termine evidenzia come il regime abbia deciso di gestire la crisi applicando lo stesso schema mantenuto fino all’Aprile 2018: vale a dire, assicurarsi il controllo dell’apparato statale, alimentare l'apparato repressivo e assistere in forma clientelare la gente più povera.
Ma gestire la crisi non significa automaticamente garantire la ripresa economica. Nelle sue proiezioni, il regime sostiene che questa inizierà nel 2020, il che appare assai dubbio. Più probabilmente, il deterioramento continuerà e le preoccupazioni circa il costo della vita e la disoccupazione – considerate prioritarie dal campione intervistato da CID-Gallup – non solo non verranno meno ma aumenteranno.
Tuttavia, anche senza ripresa, l'economia nicaraguense difficilmente crollerà come fece negli anni '80 a seguito della guerra civile e del blocco degli Stati Uniti, o come è collassata l'economia venezuelana provocando nell’attualità una vera e propria crisi umanitaria; ciò perché Ortega non ha statalizzato l'economia in Nicaragua, a differenza di Maduro in Venezuela.
Soltanto delle sanzioni di carattere non individuale – come quelle applicate finora da Stati Uniti e Canada ai danni di una dozzina di alti funzionari del regime, tra cui la vicepresidente Murillo – che bloccassero del tutto i prestiti multilaterali del Banco Interamericano de Desarrollo (BID), della Banca Mondiale, del Banco Centroamericano de Integración Económica (BCIE) o quelli bilaterali di altri Paesi – come potrebbe accadere nel caso venisse applicata la Carta Democratica con la conseguente espulsione del Nicaragua dall'OSA –, oppure ancora sanzioni statunitensi che annullassero i benefici a favore del Nicaragua previsti dall'accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, potrebbero mettere in discussione il quadro finanziario che Ortega ha prospettato per assicurarsi la permanenza al potere.

Il virus della sfiducia

Lo scontro politico tra la maggioranza sociale che ripudia Ortega ed anela ad un cambiamento, e la minoranza “consolidata” fedele ad Ortega resta vigente. È difficile prevedere come e quando si risolverà. Il Nicaragua resta polarizzato tra una maggioranza e una minoranza e si palpa con la mano quel «sistema di odio e morte insediato nel Paese» denunciato dai vescovi cattolici nel loro comunicato in occasione dei festeggiamenti patriottici di Settembre: «Una delle ragioni – scrivono i vescovi – che sta alla radice di tale malessere è dovuta ad una crisi di fiducia che è diventata un virus pervasivo… Si diffida dell'autorità, delle istituzioni, delle buone intenzioni e persino della fattibilità dei propri progetti... In questo clima di sfiducia, è impossibile crescere, educare, amare. La sfiducia taglia la trama del tessuto umano e fa crollare la trave che sorregge il tempio, la nazione e la casa».

Come perdonare tanta crudeltà

In questo clima insano, i vescovi abbondano nelle domande piuttosto che in consigli o certezze: «Come possiamo contribuire alla soluzione di pressanti problemi sociali, politici e rispondere alla grande sfida della povertà e dell'esclusione? Come farlo in un Paese che attraversa una profonda crisi politica, sociale ed economica, quando sembra profilarsi una nuova fase, con le sue corrispondenti sfide per la nostra convivenza democratica? (…) È possibile mantenere la speranza quando tutto sembra indicare che non esista potere in grado di risolvere la nostra crisi? Cosa fare se la parola della società civile non conta? È possibile oggi in Nicaragua essere cattolici e lavorare per un'istituzione che non rispetta la coscienza e gioca con la fame delle persone? Come perdonare tanta crudeltà cui siamo stati sottoposti? È possibile guarire queste ferite?».
Si tratta di questioni aperte. Come aperta è la strada verso l'unità che la maggioranza sociale azul y blanco ha intrapreso.

 

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