«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NICARAGUA / Il “fattore Evo” complica i piani di Ortega

Le dimissioni – forzate – del presidente boliviano Evo Morales il 10 Novembre scorso hanno gettato nello sconforto Daniel Ortega e rinvigorito la resistenza alla sua dittatura. Come una fiera ferita, il regime ha risposto in modo ancora più violento, contando sul fatto che esercita il pieno controllo su tutte le istituzioni del Paese, sulla giustizia e sulle forze armate. Ciò rende la crisi nazionale ancora più incerta e drammatica.

Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

Una catena di eventi – fra cui, l’ammutinamento di varie unità della polizia, il “suggerimento” del Capo dell’Esercito boliviano a dimettersi, le conclusioni del rapporto dell’Organizzazione degli Stati Americani sulle irregolarità commesse nelle elezioni del 20 Ottobre – hanno posto fine alla presidenza di Evo Morales, in Bolivia, che del gruppo dell’Alleanza Bolivariana per le Americhe (ALBA) era quello che godeva di una migliore immagine nei media internazionali.
Un commerciante di El Alto (Bolivia), René Quenta Quispe, ha così riassunto quanto accaduto: «Evo ha sbagliato, voleva essere un re, mentre la gente lo aveva eletto presidente. Se se ne fosse andato quattro anni fa, si sarebbe preso tutti gli applausi. Oggi, è stato cacciato dal popolo».

“Purtroppo vero”

Ortega non si aspettava le dimissioni di Morales, tanto meno la sua fuga dal Paese. E neanche gli altri Paesi dell’ALBA se l’aspettavano. I legami politici ed economici – leciti e illeciti – tessuti per oltre un decennio tra Cuba, Venezuela, Bolivia e Nicaragua, cioè i quattro, principali Paesi dell’ALBA – il resto è costituito da piccole isole caraibiche – vanno ora rivisti alla luce di questo fallimento.
Il 14 Novembre, si è svolta a Managua l'ottava riunione straordinaria del consiglio politico dei Paesi dell’ALBA. Davanti ai delegati è apparso un Ortega sgomento che ha definito gli eventi che hanno portato alla caduta di Morales come qualcosa di «incredibilmente tenebroso e disgraziatamente vero». Com’era prevedibile, secondo Ortega quanto è successo non è il risultato di un’evidente frode elettorale commessa da Morales per evitare il ballottaggio – che sapeva di perdere senza ricorrere a irregolarità – ma un colpo di Stato orchestrato dagli «imperialisti della Terra». Ai quali, ha lanciato un avvertimento a «non giocare col fuoco», dal momento che, visto quello che hanno fatto a Morales, i «rivoluzionari» hanno perso «ogni fiducia» nella «via elettorale su cui abbiamo scommesso» e, di conseguenza, dopo quel che è successo in Bolivia, «i popoli si sentiranno in pieno diritto e obbligati a ricorrere alle armi per prendere il potere in modo rivoluzionario»; affermazioni che suonano alquanto confuse giacché non si capisce quali popoli sarebbero disposti a fare ciò e contro chi…
Dalle parole alterate di Ortega di quel giorno si può dedurre che, dopo aver sempre respinto la richiesta di elezioni anticipate, insistendo che esse si terranno nel Novembre 2021, ora Ortega potrebbe tentare qualche stratagemma per sopprimerle del tutto o, quanto meno, per assicurarsi che esse si svolgano in condizioni a lui favorevoli. In altre parole, il “fattore Evo” potrebbe far sì che le elezioni nemmeno si svolgano nel 2021 o, qualora si tengano, esse non siano realmente competitive.

“Attenti a qualsiasi tentativo golpista”

D’altro canto, com’è ovvio, il “fattore Evo” ha avuto molta eco anche nell'opposizione azul y blanco [dai colori della bandiera nazionale, ndr]: "Caduta la Bolivia, ora tocca al Nicaragua!" hanno cantato i nicaraguensi della diaspora in quei giorni.
Per tutta risposta, il regime ha moltiplicato le minacce preannunciando una nuova stagione di “piombo”. Tanto che fonti dell'Unità Azul y Blanco (UNAB) che sul territorio monitorano catture, detenzioni, persecuzioni, assedi, torture, perquisizioni di case e luoghi di lavoro, scritte murali ed altre forme di repressione e intimidazione, hanno denunciato che a fine Novembre, dopo la caduta del regime di Morales in Bolivia, la media di azioni repressive è aumentata da 5 a 18 al giorno.
Il 12 Novembre, il primo a minacciare l'opposizione è stato il presidente del parlamento, Gustavo Porras, il quale controlla tutti i sindacati orteguistas. Porras ha riunito gli ormai anziani e del tutto inattivi dirigenti sindacali e, fra gli applausi, ha pronunciato un accalorato discorso: «Siamo qui riuniti per far sapere ai fantocci [dell’imperialismo, ndr] che siamo tutti uniti e non permetteremo loro di giocare con le nostre conquiste!... Abbiamo chiamato tutte le forze della rivoluzione a prepararsi al massimo, a mantenersi mobilitate, pronte a intervenire di fronte a qualsiasi azione del nemico».
Il 15 Novembre, un gruppo di paramilitari incappucciati, in uniforme militare e dotati di armi da guerra, appartenenti ad un sedicente Fronte Nord “Carlos Fonseca Amador” Difensori della Pace, ha annunciato ai media di essere pronto «ad annichilare qualsiasi azione golpista: chi ci provasse, sarà abbattuto».

Una minaccia assai strana

Lo stesso giorno, un'altra minaccia si è prodotta in uno scenario alquanto strano: uno dei figli della coppia presidenziale, Juan Carlos Ortega Murillo, accompagnato da nove persone si è piazzato, di sera, davanti alla sede del Consiglio Superiore dell’Impresa Privata (COSEP), dove ha letto un testo in cui accusa gli imprenditori di essere i responsabili della crisi nazionale, ricordando loro una frase di Sandino [l’eroe nazionale, ndr]: «La libertà non si conquista con i fiori, ma con le pallottole».
Due giorni dopo, lo stesso gruppo è apparso davanti la sede dell'Organizzazione degli Stati Americani (OSA), dove Ortega Murillo ha letto un comunicato di ripudio di questa organizzazione per il ruolo da essa svolto nella caduta di Evo Morales. Uno striscione innalzato dai manifestanti recitava: “¡Almagro fuera! ¡Pedrón aquí te espera!” [Almagro è l’attuale segretario generale dell’OSA; e Pedrón era il soprannome di Pedro Altamirano, contadino che combatté nell'esercito di Sandino divenuto famoso per i cosiddetti “cortes de chaleco” (letteralmente, “tagli di gilet”), vale a dire la minaccia di tagliare, a colpi di machete, testa e braccia dei marines che fossero caduti nelle sue mani; ndr].

Una parrocchia assediata

Prima della caduta di Evo Morales, alcune madri e mogli di prigionieri politici – che a quel momento erano 136 e poco dopo sarebbero diventati 160 – avevano deciso di lanciare una campagna denominata “Natale senza prigionieri politici”: il nervosismo paranoico e minaccioso del regime a seguito dalla caduta di Evo Morales non è riuscito a scoraggiarle. Così, Giovedì 14 Novembre, una decina di donne – madri, mogli e sorelle di prigionieri politici – sono entrate in una chiesa cattolica di Masaya [ad una trentina di chilometri dalla capitale Managua, ndr] per iniziare uno sciopero della fame al fine di ottenere la libertà dei propri familiari e di tutti i prigionieri politici. Le donne sono state accolte dal parroco della chiesa, Edwin Román – che ricorda sempre con orgoglio le proprie origini: è, infatti, pronipote del generale Sandino –, il quale le ha rassicurate che sarebbe rimasto al loro fianco.
Immediatamente, decine di agenti di polizia in assetto antisommossa hanno circondato la chiesa; assedio del tutto simile a quello attuato nei confronti di qualsiasi episodio di protesta. In poche ore, la zona interdetta dalla polizia si è persino ampliata a dismisura: nessuno poteva avvicinarsi alla parrocchia e nessuno poteva uscirne. In pratica, le donne erano ostaggio. E per costringerle alla “resa”, nel pomeriggio il regime ha ordinato di tagliare loro acqua e luce.
Così, quella stessa notte, giovani dell’opposizione sono accorsi a Masaya per portare dell’acqua alle donne, riuscendo a consegnare loro soltanto due bottiglie d'acqua attraverso una finestra; scena ripresa dalle telecamere. Quindi, a poca distanza dal tempio, 16 di quei giovani, fra cui 7 ragazze, sono stati catturati, accusati di portare armi da fuoco nei loro veicoli, che sono stati loro sequestrati.

Cattedrale profanata

Domenica 18 Novembre, sette madri di prigionieri politici hanno, quindi, iniziato un altro sciopero della fame, stavolta nella cattedrale di Managua, accompagnate da un medico. Tuttavia, l’indomani, un gruppo organizzato di un centinaio di persone è entrato nella Cattedrale per cacciarle, picchiando un sacerdote che cercava di proteggerle, mentre paramilitari armati occupavano il tempio.
Questa catena di eventi ha causato grande indignazione a livello nazionale e stupore e ripudio a livello internazionale. Molti governi ed agenzie per i diritti umani hanno condannato il regime di Ortega. La tragedia che si consuma in Nicaragua è tornata, così, in primo piano nei media internazionali, dopo essere stata silenziata per mesi. Tali reazioni avventate e disumane del regime appaiono un altro frutto del “fattore Evo”.

Perduti in un labirinto

Un ripasso di quanto accaduto in Novembre, prima e dopo gli eventi boliviani che hanno portato alla ­fine del governo di Evo Morales, dimostra in quali errori possa cadere un regime come quello nicaraguense quando si ostina a negare la realtà: nel rinunciare a cercare in buona fede una soluzione alla crisi esso sembra essersi smarrito ­nel labirinto di decisioni irrazionali.
Per 16 anni, cioè da quando Ortega è stato sconfitto nelle elezioni del 1990, la sua strategia per tornare al governo l’ha spinto a stringere rapporti sempre più stretti con l’impresa privata, la gerarchia della Chiesa cattolica e il governo degli Stati Uniti. Ciò gli ha consentito di tornare al governo nel 2007, raccogliendo relativi successi economici e mantenendo buone relazioni con Washington, la grande impresa privata e la gerarchia cattolica; fino allo scoppio dei moti dell’Aprile 2018.
Quanto è successo nel Novembre 2019 sembra indicare che, senza altra strategia che non sia quella basata sulle armi e sulla repressione, Ortega ha deciso di fare a meno di tali alleanze e relazioni, lasciandole andare in pezzi. Senza pensare alle conseguenze oppure assumendone il costo?

Altri tre sanzionati

Nei fatti, Novembre era cominciato male sul piano delle relazioni di Ortega con il governo degli Stati Uniti. Il 6 Novembre, l'Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha annunciato di aver aggiunto tre funzionari chiave del regime nicaraguense all'elenco di persone sanzionate: il commissario generale e vicedirettore della polizia, Ramón Avellán; il presidente del Consiglio Supremo Elettorale (CSE), Lumberto Campbell; e il presidente esecutivo dell'Istituto Nicaraguense di Sicurezza Sociale (INSS), Roberto López. Con questi, sono ormai 14 gli alti funzionari del regime sanzionati da Washington.
Per il suo alto incarico nella polizia, il governo degli Stati Uniti attribuisce ad Avellán 107 morti e centinaia di feriti nelle operazioni che polizia e paramilitari, considerati «strumenti essenziali per la repressione del regime», hanno condotto nel 2018 facendo uso indiscriminato della forza letale in tutto il Paese.
Campbell – che nel 2017 è diventato capo del CSE subentrando a Roberto Rivas, il primo alto funzionario ad essere sanzionato – è accusato di «manipolazione elettorale volta a garantire che Ortega e i suoi alleati prevalgano nelle elezioni con mezzi fraudolenti».
Roberto López è stato colpito, invece, per come ha gestito l'istituto della previdenza sociale, considerato «uno dei principali veicoli che facilitano la corruzione»; «sotto la supervisione di López – sostengono gli Stati Uniti – l'INSS è stata coinvolta in operazioni di riciclaggio di denaro».
In tal modo, Washington ha puntato il dito su tre piaghe della crisi nazionale: i crimini contro l'umanità e la massiccia violazione dei diritti umani, la sequenza di frodi elettorali e la «sfrenata corruzione» del regime; come recita il testo che motiva i nuovi provvedimenti.
E per poter continuare ad applicare nuove sanzioni ai sensi del cosiddetto Magnitsky-Nica Act contro funzionari del regime, il 25 Novembre, il governo degli Stati Uniti ha rinnovato l'ordine esecutivo 13851, firmato dal presidente Trump un anno fa, dichiarando che «la situazione in Nicaragua continua a rappresentare una minaccia insolita e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti».

La già deficitaria previdenza sociale

La sanzione più sensibile per l’economia, che già versa in condizioni critiche, è quella che riguarda Roberto López, dal momento che colpisce l'INSS, istituzione in gravi difficoltà finanziarie da ben sette anni. Nel 2019, il deficit dell’INSS ha raggiunto i 4 miliardi di córdobas [oltre 105 milioni di euro, ndr] e il suo futuro è sempre più incerto. Le entrate sono diminuite notevolmente a seguito della chiusura di migliaia di aziende, con conseguente diminuzione dei versamenti di migliaia di datori di lavoro finiti in bancarotta e di circa 150 mila lavoratori ormai disoccupati.
Il denaro depositato nell'INSS dai contribuenti – si legge nelle motivazioni della sanzione stabilita dal Dipartimento del Tesoro USA – è stato utilizzato per scopi politici, per progetti privati, per atti di corruzione legati a contratti, per tangenti e, persino, per riciclare denaro.

“Non vogliono pagare imposte!”

L'8 Novembre, quando il futuro di Evo Morales era già molto critico dopo oltre due settimane di proteste per la sfacciata frode elettorale con cui pretendeva di farsi rieleggere per la quarta volta, ma ancora non si immaginava il crollo del suo governo, in un evento pubblico svolto sotto l’ormai abituale e stretto controllo dei partecipanti, Ortega ha commemorato l'anniversario della morte di Carlos Fonseca, fondatore del Fronte Sandinista di Liberazione nazionale (FSLN). Quel giorno ha attaccato con virulenza la gerarchia cattolica e l'impresa privata.
Vescovi e sacerdoti sono stati bollati come «discendenti dei sommi sacerdoti che crocifissero Cristo e che ora chiedono di crocifiggere il Nicaragua». E per rincarare la dose li ha definiti «schizofrenici» e «sepolcri imbiancati che fanno parte della cospirazione».
Ma le accuse più violente le ha riservate agli imprenditori privati. Con tono infastidito, ha dichiarato che essi «vogliono seminare terrore con le loro analisi economiche, perché quel che vogliono è non pagare le tasse!». Aggiungendo: «Dicono che alcuni di loro stanno fallendo; e allora che falliscano! Stanno fallendo perché vogliono guadagnare più di quanto guadagnassero prima di cercare di distruggere il Paese e causare enormi danni all'economia!... Se dicono che non ce la fanno più, che si dichiarino in bancarotta; altri verranno al loro posto!».
Quindi, cambiando tono, ha affermato: «Le porte sono aperte per piccoli, medi e grandi imprenditori che siano disposti a continuare a lavorare con il governo», respingendo però al tempo stesso quegli imprenditori che «pongono condizioni politiche per sedersi [a discutere, ndr] e se ne escono con la storia che dobbiamo intavolare un dialogo politico, che bisogna anticipare le elezioni, o che Daniel [Ortega, ndr] debba abbandonare la presidenza».

La risposta degli imprenditori

Il COSEP ha tardato diversi giorni prima di rispondere. Quindi, con un comunicato ha respinto «tutte le espressioni di discredito e minaccia al settore privato» contenute nel discorso di Ortega, avvertendo che, così, quest’ultimo ha perso «un'altra occasione per inviare un messaggio di speranza e riconciliazione ai nicaraguensi, trasmettendo al contrario di nuovo angoscia e incertezza».
Nonostante le molteplici accuse lanciate contro gli imprenditori, è tuttavia evidente come Ortega non rinunci a cercare di attirare dalla sua parte la grande azienda privata. Di cui ha bisogno perché sa che un'intesa con essa porterebbe un miglioramento economico, che egli potrebbe presentare come un risultato politico e che migliorerebbe un po' la sua deteriorata immagine. Al tempo stesso, però, i suoi improperi chiaramente dimostrano che egli sa bene che gli imprenditori sono parte della resistenza civica al suo regime, convinti come sono che per uscire dalla recessione economica siano indispensabili quelle “condizioni politiche” da essi poste, ma che Ortega rifiuta.

La congiuntura economica

Fra le analisi economiche che, secondo Ortega, “seminano il terrore” c’è quella pubblicata in Novembre dalla Fondazione Nicaraguense per lo Sviluppo Economico e Sociale (FUNIDES), secondo la quale, nel 2020, la quota di popolazione in condizioni di povertà arriverà al 31,9%, mentre il numero di lavoratori rimasti senza lavoro dopo l’Aprile 2018 crescerà a 237 mila. Secondo altre fonti, i disoccupati sarebbero molti di più: oltre 400 mila.
Da parte sua, la Commissione Economica per l'America Latina (CEPAL) calcola una caduta del Prodotto Interno Lordo (PIL) nel 2019 del 5%, il che fa del Nicaragua il Paese con la maggiore contrazione economica in America Latina dopo il Venezuela e l'unico Paese della regione centroamericana con un tasso di crescita negativa.
Nemmeno le poche cifre che il governo pubblica – dal momento che quelle più delicate le tiene ben nascoste – fanno ben sperare. Secondo il Banco Central, gli investimenti esteri diretti sono scesi del 70% rispetto allo stesso periodo del 2018, restando sotto i 130 milioni di dollari. E secondo il Ministero del Tesoro, attualmente, ci sono difficoltà nell'erogazione delle poche donazioni che ancora arrivano, dal momento che i donatori esigono la cessazione della repressione. Nel 2007, quando Ortega assunse la presidenza, erano 21 i governi che cooperavano con il Nicaragua; oggi, il suo regime può contare sulle donazioni di soli 5 Paesi.

FMI: “nessuna ripresa”

Ma la più “terroristica”, agli occhi di Ortega, delle analisi economiche è quella resa nota il 20 Novembre a Washington dalla missione tecnica del Fondo Monetario Internazionale (FMI), che aveva soggiornato in Nicaragua per una quindicina di giorni a partire dal 27 Ottobre, nel quadro della sua visita annuale al fine di valutare lo stato dell’economia.
Sebbene l’FMI riconosca al governo una buona gestione macroeconomica della crisi «in circostanze molto difficili», le sue conclusioni smentiscono sia in atto quella «ripresa» che il regime ha annunciato di recente con ottimismo. Secondo l’FMI, la contrazione economica nel 2019 sarà del 5,7%, superiore al previsto -5%. Nel 2020, prevede inoltre una nuova caduta, -1,2%, maggiore di quella ipotizzata, -0,8%. Mentre per il 2021, l’FMI prevede crescita zero. Ciò significa quattro anni consecutivi di recessione e, quindi, di depressione economica.
Il ritardo di una settimana nella pubblicazione del rapporto dell’FMI «suggerisce che vi sia stata una difficile negoziazione con l’FMI sul suo contenuto», sostiene l'economista e dirigente di FUNIDES Carlos G. Muñiz. Secondo altre fonti, il gabinetto economico del governo avrebbe compiuto grandi sforzi perché il comunicato che accompagna la relazione finale dell’FMI fosse positivo, o almeno non così negativo; magari per giungere ad un comunicato congiunto, frutto di consenso, da leggere in una conferenza stampa in Nicaragua o da pubblicare dopo le feste natalizie, nel gennaio 2020.
Nulla di tutto ciò avrebbe accettato il Fondo. «Al FMI non hanno potuto nascondere le cifre che vengono nascoste a tutto il Paese e il Fondo conferma il grande sospetto che la situazione economica non sia così buona come dice il governo», afferma l'economista ed ex direttore della Direzione Generale delle Entrate, Róger Arteaga.
In breve, il documento dell’FMI ha ulteriormente irritato il regime, già sconvolto dalla caduta di Evo Morales in Bolivia avvenuta una settimana prima.

Le “raccomandazioni” di Edén Pastora

Al terremoto provocato dal “fattore Evo” si sono aggiunte, il 12 Novembre, le dichiarazioni di Edén Pastora [il leggendario Comandante Cero nell’occupazione del Palazzo Nazionale nel 1978, ndr], che negli ultimi tempi si è distinto nel reclutamento di paramilitari per reprimere la sollevazione iniziata nell’Aprile 2018. Intervistato da un giornalista orteguista di un canale televisivo ufficiale, Pastora ha lanciato diversi messaggi, nel suo stile diretto e franco. Con parole attentamente studiate, Pastora ha «consigliato» Ortega di «organizzare scientificamente il partito sandinista (dal quartiere al livello nazionale)... Abbiamo bisogno di quel partito che esisteva negli anni ‘80... Raccomanderei di strutturare quel grande partito... affinché sia il grande Congresso Nazionale che ci dica chi sarà il nostro prossimo candidato, il nostro prossimo dirigente, quando al nostro comandante [Daniel Ortega, ndr] Dio mandi una fatalità, un ictus, una grave malattia, una vecchiaia di dieci o dodici anni, una morte sicura... Ora obbediamo a Daniel perché gli vogliamo bene, più che per disciplina di partito, e questo mi preoccupa. Siamo disposti a dare la nostra vita per ciò che Daniel ci insegna, per ciò che Daniel ci detta. Dobbiamo essere disposti a dare la nostra vita per quello che dica il partito, per ciò che il partito ordini».
Implicitamente, Pastora riconosce che il partito FSLN, oggi, non ha altra struttura che quella della famiglia al potere. Pastora non ha fatto menzione di Rosario Murillo [moglie di Daniel Ortega, ndr], né come candidata alla presidenza e nemmeno come dirigente del partito, nonostante lei non nasconda certo la propria intenzione di succedere al marito. Inoltre, il già “Comandante Zero” ha toccato il tema della malattia e della morte di Ortega, ammettendo di obbedirgli solo per affetto, ma che dovrebbe essere diverso in un partito “scientifico”, come quello raccomandato.

Fessure nel regime?

Nei fatti, Daniel Ortega ha sciolto, già nel 2005, il Congresso Sandinista [il massimo organo assembleare del partito, ndr], quando Herty Lewites decise di sfidarlo, lanciandosi come candidato presidenziale del Movimento di Rinnovamento Sandinista (MRS) nelle elezioni del 2006; cui Lewites, tuttavia, non potette partecipare perché morì tre mesi prima e che furono poi vinte da Ortega. Quindi, dal suo ritorno al governo nel 2007, Ortega ha assunto il pieno controllo del partito e a partire da allora ha scelto di condividere quote di potere con sua moglie.
Quanti conoscono Pastora da anni hanno ascoltato attentamente le sue parole e questa volta le hanno prese sul serio perché ritengono che solo una persona così temeraria come lui sarebbe capace di fare quelle affermazioni in momenti così critici. Ma, siccome Pastora sciocco non è, né suicida, quanti lo conoscono sottolineano che non avrebbe fatto tali dichiarazioni senza il sostegno di altri rimasti nell’ombra. In breve, Pastora avrebbe parlato in rappresentanza di quanti la pensano come lui. Il suo intervento rafforza la sensazione che la crisi nazionale e il logoramento del regime stiano aprendo fessure, fratture e persino crepe nell'apparato del potere.
La sorta di “iniziazione politica”, pochi giorni dopo le dichiarazioni di Pastora, di Juan Carlos Ortega Murillo, che un giorno ha minacciato gli imprenditori e, l’altro, l’OSA, per poi profondersi in “consigli” persino alla Chiesa Cattolica, presentandosi come leader di una nuova formazione politica – il Movimento 4 Maggio –, è considerata da quanti sono al corrente dei dissidi interni al gruppo di potere, come una mossa per contrapporre al “piano Pastora” il progetto dinastico, cioè la successione familiare.

La “linea rossa” è stata varcata

I discorsi di Ortega, le minacce di paramilitari e sindacalisti, le dichiarazioni di Pastora, anche se hanno creato tensioni nel Paese, non hanno avuto l’eco che, sia sul piano nazionale che in quello internazionale, hanno registrato una serie di episodi, quali: l’assedio teso dalla polizia alla parrocchia di San Miguel, a Masaya, dove dieci donne conducevano uno sciopero della fame; la detenzione dei giovani che portavano loro acqua; la profanazione, il 18 Novembre, della cattedrale di Managua da parte di paramilitari armati e turbas [gruppi affini al governo, ndr] che inneggiavano a Evo Morales e gridavano “La chiesa è di tutti!”; gli assedi tesi dalla polizia a 20 parrocchie cattoliche a Masaya, Managua, Matagalpa, Carazo, Estelí, Chinandega e Rivas, per evitare che ospitassero altre donne disposte a intraprendere scioperi della fame per chiedere un Natale senza prigionieri politici; il tentativo compiuto il 21 Novembre da gruppi di seguaci fanatici del governo che volevano entrare con violenza in un'altra parrocchia di Masaya durante la celebrazione di una messa solidale con le madri in sciopero della fame...
In un paese così religioso come il Nicaragua, questo insieme di fatti, questa autentica “persecuzione religiosa” anticattolica, ha indignato molte persone nel Paese e mostrato al mondo l'anormalità che si vive in Nicaragua e cosa comporti la decisione del governo di ricorrere ad ogni mezzo per conservare il potere, proclamata all’indomani dei moti dell’Aprile 2018.
I vescovi, definiti dalla vicepresidente Murillo in quei giorni «ripugnanti lupi che distillano l'odio», hanno emesso, il 19 Novembre, un comunicato in cui si chiedeva rispetto per lo sciopero della fame delle madri nella parrocchia di San Miguel de Masaya: «È un grido di impotenza, insicurezza, tristezza, indignazione, è il risultato di molti mesi di sofferenza». In quel testo carico di urgenza, i vescovi pregano Dio di concedere al Nicaragua il «dono» di avere una «coscienza nazionale».
Gli scioperi della fame, di solito, meritano rispetto in qualsiasi parte del mondo; come pure i templi e le autorità religiose; mentre il diritto all'acqua è considerato un diritto umano “basilare”, «condizione per l'esercizio di altri diritti umani», nelle parole di papa Francesco nella sua enciclica Laudato Si’. Nel Novembre 2019, anche a causa dello shock provocato dal “fattore Evo”, il regime ha deciso di varcare tutte le “linee rosse”: senza misurarne le conseguenze?

La banda dei “portatori d’acqua”

Mentre la chiesa di San Miguel, a Masaya, rimaneva sotto assedio e padre Edwin Román non riusciva a procurarsi l'insulina di cui ha bisogno quotidianamente per controllare il suo diabete, gli agenti antisommossa e seguaci del regime, cui, sì, era permesso avvicinarsi al tempio, continuavano a insultare le madri in sciopero della fame, gridando loro: “morirete lì!", "da lì uscire putrefatte!”. Da parte sua, l'OSA ha definito l'assedio «un flagrante atto di violazione dei diritti di persone che si esprimono pacificamente per la libertà dei loro parenti» e chiesto «l'immediata liberazione» dei 16 giovani arrestati per aver portato loro acqua potabile.
I quali giovani sono stati presto affettuosamente battezzati nelle reti sociali come "la banda dei portatori d’acqua”. Al contrario della polizia che li ha bollati come «terroristi», dopo aver opportunamente rinvenuto nei veicoli sequestrati loro bombe molotov, pistole, munizioni e un fucile da caccia... Dopo un primo processo del tutto irregolare, i giovani – attualmente in carcere – torneranno in aula di tribunale il 30 Gennaio 2020.

Unanime condanna internazionale

La direttrice di Amnesty International nelle Americhe, Erika Guevara Rosas, ha dichiarato al riguardo: «È inconcepibile che ad un atto di umanità si risponda con repressione», chiedendo il rilascio dei giovani.
L'Unione Europea ha definito gli attacchi alla Chiesa Cattolica «una grave battuta d'arresto che invia un segnale negativo sulla volontà del governo di lavorare per un'uscita dalla crisi» e riaffermato il suo impegno a «continuare ad utilizzare tutti i suoi strumenti per sostenere la giustizia e la democrazia in Nicaragua... Coloro che minano la democrazia e lo Stato di Diritto in Nicaragua saranno ritenuti responsabili». Il gruppo Socialista e Democratico dell'UE ha chiesto sanzioni specifiche contro il regime di Ortega.
«L'assedio ad un luogo di culto è inaccettabile», ha dichiarato una portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, per il quale i poliziotti nicaraguensi «non sono i protettori del popolo, ma i suoi repressori».
L'indignazione nazionale si è espressa per tutto il mese di Novembre in partecipate manifestazioni studentesche in varie università private (UCA, UAM, “Thomas More”) e nella statale Università Agraria. Nell’Università Centroamericana (UCA) [dei gesuiti, ndr] ha risuonato il grido degli studenti: “La chiesa va rispettata!”.
In segno di resistenza, durante le cerimonie di promozione, vari studenti dei licei privati e religiosi di tutto il Paese si sono coperti le spalle con la bandiera nazionale. E al collegio “Calasanz” i diplomati hanno cambiato un verso della popolare canzone Ay Nicaragua Nicaragüita, cantando “quando sarai libero, ti amerò molto di più", in riferimento al proprio Paese.

Dopo nove giorni di assedio

Le madri in sciopero della fame nella cattedrale di Managua hanno trascorso la loro prima notte nel tempio, mentre i sacerdoti le proteggevano dai paramilitari. Quindi, il pomeriggio del 19 Novembre, sono state portate fuori dal tempio dalla Croce Rossa nicaraguense, insieme al medico José Luis Borgen, urologo e presidente dell'Unità Medica nicaraguense, che le accompagnava.
La cattedrale è stata, così, restituita alle autorità ecclesiastiche di Managua dopo una negoziazione tra Chiesa e governo, non resa pubblica. Ore dopo, il dottor Borgen è stato rapito per strada da uomini incappucciati che lo hanno tenuto prigioniero in un luogo clandestino per 48 ore. Al rilasciarlo in un altro punto di Managua i suoi rapitori gli avrebbero detto: «Si consideri molto fortunato; ci sono persone scomparse che non riappaiono mai».
Nel pomeriggio del 22 Novembre, dopo nove giorni di assedio, logoramento e terrore nella parrocchia di San Miguel, a Masaya, mentre il regime era sottoposto a forti pressioni internazionali, le donne in sciopero della fame hanno chiesto di negoziare per permettere a due ambulanze di arrivare alla chiesa e alla polizia di lasciare uscire il sacerdote Román, che da due giorni non era più in grado di alzarsi a causa della sua malattia, nonché le stesse scioperanti accompagnate da un’avvocata, un giornalista e un'altra donna rimasta intrappolata dentro quando la chiesa è stata circondata. Tutti sono stati trasferiti in un ospedale di Managua per valutare le loro condizioni. Il padre Román è stato l'ultimo a lasciare l'ospedale il 27 Novembre.

Il rapporto della commissione speciale dell’OSA

Tutti questi fatti e il clima repressivo provocato dal “fattore Evo” hanno accelerato la presentazione del rapporto elaborato dalla Commissione di alto livello che l'Assemblea Generale dell'OSA ha ordinato di creare a metà 2019 per conoscere in situ la situazione del Nicaragua nel contesto dell'applicazione della Carta Democratica al Nicaragua, iter avviato dal Segretario Generale dell'OSA Luis Almagro nel Dicembre 2018 che potrebbe culminare nell'espulsione del governo di Ortega da questa organizzazione. Per arrivare ad applicare tale sanzione si richiede il voto di 24 dei 34 Paesi che compongono l'OSA.
Il rapporto, presentato il 25 Novembre in sessione straordinaria al Consiglio Permanente dell'OSA, ricorda che il governo del Nicaragua si è rifiutato di incontrare la Commissione e ha persino intimato le compagnie aeree che fanno scalo in Nicaragua di non consentire l’imbarco di alcuno dei suoi membri. Il documento rileva, inoltre, che «diversi membri della Commissione hanno cercato di discutere sulla situazione del Paese con i rappresentanti del Nicaragua all'OSA, ma i diplomatici nicaraguensi si sono negati a qualsiasi dialogo».
Senza contatti con la parte ufficiale, dunque, la Commissione ha invece incontrato i rappresentanti della Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH), del Centro Nicaraguense per i Diritti Umani (CENIDH), esperti elettorali, esponenti dell'Alleanza Civica e dell'Unità Azul y Blanco, rappresentanti del Movimento Contadino, madri di vittime e di prigionieri politici, l'organizzazione di medici esiliati in Costa Rica, media e il vescovo di Estelí, Juan Abelardo Mata.

Non c’è democrazia

Le conclusioni del rapporto sono piuttosto forti. Il governo – si legge – è continuamente impegnato nel cercare di ledere i diritti dei suoi cittadini, tanto che il Paese vive in «una situazione critica in materia di diritti umani». Si segnala che in Nicaragua esiste uno «Stato subordinato al Potere Esecutivo» e ciò «rende impraticabile il funzionamento democratico del Paese, trasformandolo in uno Stato incompatibile con lo Stato di Diritto». E aggiunge che «in considerazione del rifiuto del governo del Nicaragua di cooperare con la Commissione, di tornare al tavolo del dialogo e di intraprendere qualsiasi azione che possa ripristinare i diritti umani e la democrazia, gli sforzi diplomatici della Commissione non hanno avuto successo».
Sulla base di quanto ascoltato e analizzato, la Commissione raccomanda che il ­Consiglio Permanente, ai sensi dell'articolo 20 della Carta Democratica Interamericana, dichiari che in Nicaragua siamo in presenza di «un'alterazione dell'ordine costituzionale che colpisce seriamente l'ordine democratico». Raccomanda, inoltre, di «convocare immediatamente un periodo straordinario di sessioni dell'Assemblea Generale per esaminare la questione».
Il rapporto, letto davanti al Consiglio Permanente dalla rappresentante della Giamaica, uno dei cinque Paesi che formano la Commissione, è stato approvato dalla maggioranza dei Paesi e dieci Paesi hanno esplicitamente appoggiato la convocazione “immediata” dell'Assemblea generale. Dal canto suo, il rappresentante del Nicaragua ha definito il rapporto «inesistente» (sic!). Tuttavia, non essendoci stata votazione, non è dato sapere quale consenso avrebbe la convocazione “immediata” dei ministri degli Esteri del continente, passo che farebbe avanzare gli sforzi diplomatici di alto livello per risolvere la crisi nazionale.
Nei fatti, la lentezza diplomatica dell’OSA significa ancora giorni di dolore e sofferenza in Nicaragua. Essa si spiega, tuttavia, con il fatto che non ci sono i 24 voti necessari per applicare la Carta Democratica al regime di Ortega, giacché il sistema “ogni paese, un voto” che vige nell'OSA fa sì che le piccole isole caraibiche, che beneficiano del petrolio venezuelano fin dai tempi di Chávez, impediscano il raggiungimento di tale quorum.

Potere senza contrappesi

Nella sessione del Consiglio Permanente dell'OSA hanno parlato la madre di un giovane assassinato dal regime, la moglie di un prigioniero politico, un dirigente studentesco membro dell'Alleanza Civica, la relatrice sul Nicaragua della CIDH, l'attivista per i diritti umani Bianca Jagger e l'avvocata della giunta direttiva dell’Associazione Madri di Aprile, la sorella di un altro giovane assassinato.
Manuel Orozco, di Dialogo Interamericano, ha aggiornato il Consiglio sulla realtà nicaraguense, segnalando che attualmente nel Paese non c'è «alcun contrappeso al partito di governo», il quale detiene il «monopolio di legiferare senza opposizione e pure il monopolio della forza». Secondo Orozco, qualora il conflitto economico dovesse continuare, i danni all'economia saranno «irreparabili». Il 70% della popolazione, ha aggiunto, «non si fida di un processo elettorale nelle condizioni attuali»; le riforme elettorali «devono essere negoziate con l'Alleanza Civica e l'Unità Azul y Blanco», e la data delle elezioni deve essere «concordata». Orozco ha anche sottolineato la necessità di «accelerare il cambiamento politico per ridurre l'uso della violenza»: ma fermarla, data la presenza dei paramilitari, ha sostenuto, pur senza nominarli, «richiede accompagnamento internazionale».

La sfida della sicurezza e i paramilitari

Sul problema della violenza impunemente esercitata dai paramilitari, non solo in vista di un processo elettorale, ma per il futuro del Paese, l'esperto di sicurezza e criminalità organizzata, Roberto Orozco ha commentato a envío: «Siamo chiari: il problema principale che erediteremo da questo governo è quello della sicurezza. Dimenticate la disoccupazione e i problemi economici. Qui la cosa più grave che questo governo ci lascerà in eredità è un problema di sicurezza dei cittadini estremamente complesso, che nuocerà alla stabilità e alla tranquillità dei nicaraguensi per l’alto numero di paramilitari armati che resteranno. Purtroppo, sarà un problema che si potrà risolvere soltanto con una mano dura». Inoltre, «Toccherà all'esercito agire e ad un nuovo governo rivolgere un appello alla comunità internazionale per garantire la pace e la sicurezza in Nicaragua: caschi blu delle Nazioni Unite? Una forza di pace centroamericana? Il Comando Sud [degli Stati Uniti, ndr]? Risolvere il problema della sicurezza che si verificherà causerà tensioni politiche e richiederà un governo in grado di sostenere i costi politici dell'esercizio della mano dura».

Fino ad arrivare ad elezioni affidabili

Nella sessione dell’OSA, l'esperto di processi elettorali Roberto Courtney, direttore di Etica e Trasparenza, ha esposto i quattro punti di consenso raggiunti da tutte le forze di opposizione circa le garanzie minime perché il prossimo processo elettorale infonda fiducia nella popolazione.
Courtney ha parlato di una riforma dell'arbitrato delle elezioni – ovvero, l’elezione di giudici elettorali indipendenti –, della spoliticizzazione in senso partitico delle strutture elettorali, in particolare dei seggi elettorali – con l’eliminazione del controllo bipartitico di FSLN e Partito Liberale Costituzionalista (PLC) –, di un'osservazione elettorale «di qualità internazionale e nazionale» che garantisca la trasparenza dell'intero processo, e di un registro elettorale che dia «il diritto di voto a tutti i nicaraguensi»
Tutto ciò è indispensabile per riacquistare fiducia nel processo, un passo essenziale per elezioni giuste. E tutto questo va fatto nell'ambito del Memorandum d'Intesa sulle riforme elettorali firmato nel Febbraio 2017 dall’OSA con Ortega e attualmente sospeso…
Courtney ha chiuso il suo breve intervento con queste parole: «Se Ortega dovesse conservare una sufficiente rappresentanza parlamentare, si porrebbero le basi di uno Stato fallito in America Centrale. Ortega cercherà di preservare tale rappresentanza perché solo una schiacciante sconfitta in Parlamento potrebbe tradurre in realtà il suo appuntamento con la giustizia».

Le prospettive della grande coalizione azul y blanco

Un tema chiave menzionato da Courtney, sul quale non c’è ancora consenso nell’opposizione, è quello che riguarda la formazione di nuovi partiti politici. Si tratta di una questione fondamentale in vista delle prossime elezioni – sempre che si arrivi a celebrarle in un clima di libertà civili che oggi non c’è – perché, così come le mobilitazioni iniziate nell'Aprile 2018 sono state massicce e autoconvocate, senza la guida di nessuno dei partiti politici esistenti, è oggi una richiesta diffusa che sorga una grande coalizione che riunisca e rappresenti tutti gli autoconvocati di Aprile, Maggio, Giugno e mesi seguenti, indipendentemente dalla loro provenienza, di partito o meno, e che abbia un proprio simbolo nella scheda elettorale.
Nulla è più importante, oggi, dell'unità di tutti i colori dello spettro politico nazionale in una grande coalizione che affronti la dittatura e la sconfigga nelle urne. Tuttavia, l’insistente e pubblica resistenza da parte dei due partiti liberali che hanno personalità giuridica – il PLC di Arnoldo Alemán e Cittadini per la Libertà (CxL) –, rende impossibile, finora, tale coalizione. Entrambe queste forze invocano, infatti, l’unità, ma vorrebbero che questa si formasse sotto la loro guida, le loro bandiere e sigle.

Due partiti contro la grande coalizione

Il PLC esiste dal 1968 e, oggi, è presente in parlamento e nelle strutture elettorali come “seconda forza” dopo l’FSLN, secondo lo schema rigidamente bipartitico scaturito dal patto Ortega-Alemán [il secondo, leader del PLC, ndr] siglato nel 2000.
Il partito CxL è, invece, più recente, fondato nel 2016 da liberali dissidenti che non sopportavano più il controllo di Alemán sul PLC e che avevano seguito Eduardo Montealegre in due formazioni politiche, fino ad approdare al Partito Liberale Indipendente (PLI), al quale Ortega ha tolto nel 2016 la personalità giuridica, grazie ad uno stratagemma legale. Kitty Monterrey, consigliera ­di lunga data di Eduardo Monte­alegre e suo rappresentante, presiede oggi CxL.
Appena nato, CxL ha chiesto la personalità giuridica, ottenendola dal Potere Elettorale, il che ha sollevato sospetti, dal momento che questo organo è strettamente controllato da Ortega.
Nel 2017, CxL ha partecipato alle elezioni comunali, riuscendo ad eleggere alcuni sindaci. In realtà ne avrebbe ottenuti altri se non fosse intervenuta la frode elettorale orchestrata dal partito di governo. Nel 2018, dopo la ribellione di Aprile e la sanguinosa repressione del regime, ha partecipato alle elezioni nella costa caraibica, assai discusse e, com’era da aspettarsi, fraudolente, per le quali ha ricevuto dure critiche dall'opposizione azul y blanco.
I membri di questi due partiti liberali hanno subito la repressione della dittatura di Ortega: vari loro militanti sono stati arrestati, aggrediti, imprigionati e, in alcuni casi, uccisi; altri sono dovuti riparare all’estero.
PLC e CxL rappresentano l'intera popolazione nicaraguense di tradizione liberale? Non sembra. Le posizioni escludenti di CxL rappresentano l'intera popolazione azul y blanco? Neppure.
Nel caso del PLC, l’attiva presenza di Arnoldo Alemán a capo del partito e i giusti sospetti causati dal suo passato “pattista” con Ortega, così come altri interessi, sommati al prevedibile rifiuto di Ortega di autorizzare tale grande coalizione, spingono alcuni oppositori a puntare su CxL perché diventi il veicolo di tutta l’opposizione azul y blanco all’FSLN, avendo tale partito già una propria personalità giuridica.
Dopo un discorso in questo senso, pronunciato presso la Camera di Commercio Americano-Nicaraguense, Kitty Monterrey ha annunciato che il partito CxL ha incorporato come consiglieri diverse persone, tra cui l'ex ministro dell'Istruzione Humberto Belli e l'ex diplomatico Bosco Matamoros, perché guidino questa forza «nella ricerca di quella grande unità di cui c’è bisogno per rovesciare il sandinismo».
Così come il passato di Alemán non è ben visto dall'Unità Azul y Blanco che lavora alla grande coalizione, anche il persistente rifiuto del "sandinismo" da parte di Monterrey risulta inaccettabile da molti.
In un'intervista concessa a Carlos Fernando Chamorro [rientrato nel Paese il 25 Novembre, dopo diversi mesi di esilio, ndr], Kitty Monterrey ha ribadito la volontà di CxL di «mettere a disposizione» dell'intera opposizione la propria “casella elettorale” per consentire a questa di partecipare alle elezioni. Tuttavia, minando tale unità, ha ribadito che CxL è disposta ad allearsi con l'Alleanza Civica, ma non con l’Unità Azul y Blanco, anche se sono proprio i leaders di quest’ultima a guidare le proteste pubbliche, sfidando lo stato d'assedio imposto de facto nel Paese: ad esempio, i giovani della "banda di portatori d'acqua" sono membri dell'UNAB e alcuni dei suoi membri più brillanti hanno partecipato a importanti iniziative nazionali e internazionali a favore di una soluzione civica della crisi nazionale.
«Per quanto ci riguarda – ha affermato Monterrey nell'intervista – continueremo ad essere alleati dell'Alleanza Civica nella speranza che attraverso tale alleanza si possa costruire una grande unità». Ma, ancora una volta, non ha perso l'occasione per denigrare l'UNAB, ribadendo il proprio antisandinismo nel citare espressamente l’acronimo dell’MRS.

“Illogico e fantasioso”

Yaritza Rostrán, leader studentesca, che è stata in prigione sette mesi dopo essere sopravvissuta allo spietato attacco del 13 Luglio 2018 all'Università Nazionale di Nicaragua (UNAN), fa parte oggi del consiglio politico dell'UNAB. In un'intervista a Trinchera de la Noticia ha commentato: «La questione del presunto controllo dell’MRS sull'Unità Azul y Blanco appare abbastanza fantasiosa; loro fanno parte dell'UNAB e hanno persone molto capaci di sviluppare il lavoro. (…) Nell'UNAB ricoprono una posizione di leadership in ragione della loro operatività, ma ciò non significa necessariamente che controllino l'Unità. L’UNAB è una piattaforma integrata da 92 organizzazioni. Quando abbiamo eletto il consiglio politico si sono svolte due grandi assemblee civiche. Dai nostri registri risulta come vengono prese le decisioni e chi ha votato, con nome e cognome, per la sua organizzazione. Quindi, è illogico pensare che una singola organizzazione possa avere tanto potere per manipolare tutte le altre».

“Una piattaforma in cui ci sia posto per tutti”

Critico nei confronti dell'antisandinismo di Monterrey è anche il politico liberale Eliseo Núñez Morales, che ricorda molto bene quando, nel Giugno 2016, Ortega cancellò la personalità giuridica al PLI e, quindi, Montealegre e Monterrey crearono CxL, sulla base di quella visione escludente. Núñez ne aveva già parlato a envío, nel Gennaio 2018, poco prima dello scoppio dell’insurrezione civica di Aprile, quando l'opposizione a Ortega stava già lavorando alla costruzione di una piattaforma unitaria da cui potessero sorgere una nuova leadership e nella quale fossero rappresentati tutti i colori dello spettro politico nazionale.
Quella piattaforma si chiamava allora Fronte Ampio per la Democrazia (FAD), spazio nel quale a partire dal 2016 avevano cominciato a convergere dirigenti e basi di diverse correnti politiche: liberali appartenenti al PLC e al PLI, conservatori, ex membri della Resistencia [gli ex contras degli anni ‘80, ndr]; MRS; il Partito di Azione Civica (PAC) e vari scontenti privi di alcuna affiliazione partitica. Il FAD era guidato da Violeta Granera, di tradizione liberale; oggi, fa parte dell'UNAB.

“Non si tratta di destra contro sinistra”

Nella citata intervista, Eliseo Núñez rifletteva: «Siamo un gruppo di politici concentrati sulla costruzione di una piattaforma unitaria in cui ci sia posto per tutti. In tale gruppo c'è la Forza Unita Liberale (FUL), un gruppo di liberali che siamo rimasti dispersi quando nel 2016 Ortega ha liquidato il PLI e CxL ha escluso l’MRS da quell'alleanza. Fu in quella crisi che decidemmo di non produrci in sforzi individuali ma di riunirci. Come FUL, siamo parte di uno sforzo più plurale – dichiarava Núñez Morales –, il Fronte Ampio per la Democrazia, che è come quelle piattaforme costruite con i Lego per accogliere tutti, compresi i pezzi liberali, quelli del sandinismo dell’MRS, quelli della società civile. Se l’MRS non facesse parte del FAD, Ortega trasformerebbe rapidamente la lotta contro l'opposizione in uno scontro fra destra e sinistra. Quanti di noi si oppongono al suo regime saremmo rappresentati come la destra mentre Ortega sarebbe la sinistra che difende i poveri. Ma con l'MRS dentro il FAD, la lotta è tra democrazia e dittatura. Da una parte, ci sono liberali e sandinisti, e dall'altra c'è Ortega e il suo autoritarismo. L’MRS ci identifica come democratici e questo lo apprezziamo molto».
Quale visione peserà di più, quella escludente di Kitty Monterrey e CxL, o quella inclusiva portata avanti dal FAD e oggi fatta propria da tutta l'opposizione azul y blanco? E, cosa ancora più importante, ci saranno elezioni nel 2021 e in quali condizioni?
Le risposte a tali domande sono del tutto incerte di fronte allo stress provocato da un regime capace solo di reprimere e che, a causa del suo isolamento internazionale e del ripudio nazionale, agisce ormai come una fiera ferita.

Mancava il cacique Nicarao…

Il 2019 si chiude, dunque, fra le incertezze. Il 29 Novembre, alla fine di un mese ricco di scosse telluriche nello scenario politico nazionale, sia per gli errori del regime che per la ripresa dell’opposizione azul y blanco, la Giunta Direttiva dell'Assemblea Nazionale [il parlamento monocamerale, ndr], sotto controllo totale di Ortega, ha avviato un processo di riforma parziale della Costituzione designando una commissione, altrettanto dominata dall'orteguismo, per discutere un’estemporanea proposta dell'Esecutivo: vale a dire, l’introduzione nel preambolo della Magna Carta dei nomi di quattro "eroi nazionali": i cacicchi [del tempo della Colonia, ndr] Diriangén e Nicarao, il sacerdote indipendentista Tomás Ruiz e Blanca Aráuz, moglie di Sandino.
Qualsiasi riforma costituzionale richiede l'approvazione in due sessioni legislative: una a fine 2019 e l'altra nel 2020, anno che deputati e portavoce della dittatura già definiscono “pre-elettorale”.
Tale proposta uscita a sorpresa dalla manica di Ortega, la sua banalità di fronte alla gravità della crisi nazionale in cui annaspa il regime, oggi, alle prese anche con il “fattore Evo”, fanno nascere più d’un sospetto: non vorrà Ortega approfittare di tale iter parlamentare per introdurre nella Costituzione altre riforme con conseguenze ben maggiori per il Paese, che si traducano in vantaggi politici e/o elettorali per lui? Per esempio, che i diritti politici vengano costituzionalmente limitati ad una parte della popolazione qualificata in un certo modo... O che venga annullata per via costituzionale la possibilità di formare una grande coalizione che sfidi con successo Ortega nelle urne...
Del resto, è stato proprio attraverso riforme costituzionali imposte da Ortega e approvate da una maggioranza parlamentare eletta grazie ai brogli, che è stato eliminato ogni ostacolo alla rielezione a presidente della Repubblica, che è stato cancellato il ballottaggio, che è stato ridotto al minimo il numero di voti necessari per essere eletto presidente... Il “fattore Evo” e tutto ciò che è successo in Novembre avvalorano i peggiori sospetti.

L’etica contro le armi

Nel fondo, ci si chiede: Daniel Ortega intende sottomettersi alla principale regola democratica, che è quella di accettare la possibilità di una sconfitta? No. Non ha mai voluto accettare questa regola e ciò spiega la catena di frodi elettorali che ha organizzato dal 2008. Oggi, ha ancora più paura di accettarla, dopo i moti dell’Aprile 2018 e dopo «l’incredibilmente tenebroso e disgraziatamente vero» “fattore Evo”.
Ma il futuro del Nicaragua non dipende solo da Ortega, che conosce molto meglio dell'opposizione le fessure interne al suo circolo di potere, che sa meglio degli economisti dell'inarrestabile declino dell'economia, che è al corrente di come cresca l'indignazione e la resistenza tra la popolazione che lo rifiuta, tanto da dover far ricorso alle turbas per terrorizzarla...
In Nicaragua, un Paese dove anche l'acqua è diventata una “arma” temuta dal potere, è sempre più vero ciò che Tamara Zamora, madre di Amaya Coopens, una delle giovani della banda dei “portatori d’acqua”, ha dichiarato: «Loro hanno le armi, ma noi abbiamo il morale. Anche da ciò dipende il futuro del Nicaragua».

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