«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NICARAGUA / 2020: nasce la Coalizione Nazionale dell’opposizione

Le principali ed eterogenee organizzazioni dell’opposizione azul y blanco – l'azzurro e il bianco sono i colori della bandiera nazionale – hanno annunciato di aver raggiunto un accordo unitario. I dolori di parto, che si sono protratti a lungo, pieni di complicanze, sembrano finalmente sfociare nella nascita di qualcosa di nuovo. In questo contesto, la gioventù del XXI secolo, quella che è insorta nell’Aprile 2018 e che ha risvegliato l'intero Paese, cerca di farsi strada tra il terrorismo di Stato e la radicata e stantia cultura politica che affligge anche le forze di opposizione.

Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

«Il Nicaragua sta partorendo una nuova storia e per questo c'è dolore, angoscia, sangue»: con queste parole, il sacerdote Edwin Román della parrocchia di Masaya si è rivolto ai fedeli raccolti per la messa della Vigilia di Natale, in una chiesa illuminata da mille candele. 40 giorni prima, mettendo a rischio la propria salute (in quanto diabetico, ndr), il sacerdote aveva accompagnato dieci donne che, nello stesso tempio, avevano inscenato uno sciopero della fame per ottenere il rilascio dei loro familiari, prigionieri politici del regime. La repressione con cui la dittatura ha risposto alla protesta (v. qui) ha scioccato il Paese e riproposto all’attenzione internazionale la situazione in Nicaragua.

Una buona notizia dall’opposizione

Il 17 Gennaio 2020, la notizia che molti in Nicaragua si attendevano è finalmente arrivata: l'Alleanza Civica per la Giustizia e la Democrazia (ACJD) e l'Unità Azul y Blanco (UNAB), vale a dire le organizzazioni che hanno guidato i negoziati e le mobilitazioni di questi mesi e godono di maggiore riconoscimento a livello internazionale, hanno annunciato di aver messo da parte i disaccordi che fin qui le separavano per dar vita ad una coalizione nazionale che affronti il regime.
In un breve messaggio in cui non si menziona la parola “dittatura”, le due forze dichiarano enfaticamente che «la ricostruzione del Nicaragua è possibile». E, per raggiungere tale obiettivo, la nuova Coalizione indica tre passi da compiere: il primo, «unirci senza esclusione per dare più forza a questa lotta». Il che rappresenta una sfida per i partiti politici esistenti, dal momento che tutti, in un modo o nell'altro, hanno collaborato con Ortega e col Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) prima dell’Aprile 2018; e ora tutti, in un modo o nell'altro, vogliono contribuire alla fine del regime. Concretamente, cosa significherà la formula “nessuno escluso”?
«Il secondo passo fondamentale – scrive la Coalizione – è battersi per le riforme elettorali»: pur senza indicare come e quando si terranno le elezioni, si conviene che la via d'uscita alla crisi sarà elettorale, dando per certo che saranno necessarie riforme in tal senso.
«Il terzo passo – si legge – è chiedere a tutti i nicaraguensi di aderire alla nuova Coalizione Nazionale».
Il giorno dopo l'annuncio della raggiunta unità, si è anche detto che il 25 Febbraio 2020, anniversario della sconfitta elettorale di Ortega nel 1990, la Coalizione Nazionale sarebbe stata definitivamente formata.

L’alto costo della politica repressiva

Il 2019 è stato segnato dalla crescente domanda di parte della società di unità dell'opposizione per far fronte all'inarrestabile situazione di stallo economico e all'impasse politica da cui Ortega non sembra voler uscire, almeno per ora. Tutte le analisi convenivano sul fatto che la mancanza di unità dell’opposizione rappresentasse un vantaggio per il regime.
Dopo il fallimento del “tavolo negoziale”, riunitosi tra il Febbraio e il Maggio 2019, Ortega ha mantenuto uno stato di emergenza non dichiarato: contingenti di polizia armati nelle città per evitare qualsiasi focolaio di opposizione, mentre nelle zone rurali numerosi contadini oppositori venivano assassinati. Secondo un rapporto del Collettivo Nicaragua Nunca + (mai più, ndr) presentato alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani, sono state 30 le vittime tra Gennaio e Settembre 2019; mentre, secondo il Movimento Contadino, sono state oltre 100 a partire dall’Aprile 2018.
La risposta del regime è sempre la ­ stessa: repressione, intimidazioni, ­­controllo... Il costo di tutto ciò è un’economia stagnante ed una popolazione emotivamente provata, una società in cui regna l'impotenza di fronte a tutte le istituzioni statali e dove la sfiducia serpeggia nei quartieri e nei luoghi di lavoro. La dittatura non offre più alcun futuro al Paese, nemmeno ai suoi seguaci. Sempre più persone tra le sue fila provano disagio e inquietudine per la mancanza di orizzonti. Tale malessere porterà ad un'implosione del regime?
L’opposizione azul y blanco e i simpatizzanti che si sentono defraudati – i quali rappresentano la maggioranza sociale – sono convinti che con Ortega e sua moglie Murillo al potere non ci sia via d’uscita alla crisi: dal momento che tale potere è talmente centralizzato in due sole persone, in totale assenza di dibattito all’interno della ristretta cerchia di potere, mentre i consigli della gerontocrazia cubana hanno di fatto sclerotizzato il regime.

Gli “autoconvocati” della prima ora

«Il vecchio è finito... In Nicaragua è possibile un nuovo modo di fare politica», sostiene il messaggio fondativo della nuova Coalizione Nazionale. Non è un’affermazione poetica. Dai dolori di parto di questi mesi ci si aspetta che nasca qualcosa di nuovo.
La rivolta civica iniziata nell'Aprile 2018 è stata massiccia, ancorché autoconvocata; in questo senso, è stata un evento politico e culturale la cui novità non è stata, forse, ancora colta del tutto. Nessun partito politico o movimento sociale ha guidato o diretto una ribellione che cresceva di giorno in giorno. Il 18 Aprile 2018, in piazza c'erano “quelli di sempre”: femministe, rappresentanti delle organizzazioni per i diritti umani, tanti giovani. Che sono andati aumentando, al punto che nel giro di pochi giorni c’erano “tutti”. Nessuna leadership pubblica – fosse anche quella dei già noti o dei molti che emergevano dalla lotta quotidiana a Masaya, León, Jinotepe, ovunque –, li convocava alle proteste contro Ortega. Eppure, il 20 Aprile, tantissimi si sono mobilitati nel ricordo di un ragazzo di 15 anni, Álvaro Conrado (vittima della repressione, ndr), fino ad allora noto solo ai suoi insegnanti e compagni di scuola.
In pochi giorni, quella folla ha preso il controllo della piazza senza che nessuno la chiamasse a manifestare. Per oltre quaranta giorni e notti, migliaia di persone hanno riempito le strade con cortei di massa, convinti di riuscire a costringere Ortega a rettificare, o a dimettersi, o ad anticipare le elezioni, o a lasciare il Paese. Forse, l'autoconvocazione si è protratta troppo a lungo, tra l’altro, a causa della crisi di rappresentanza che tutti i partiti politici si trascinavano da anni. Tutti.
Del resto, il fatto che il movimento fosse autoconvocato aveva i suoi vantaggi: nessuno era insostituibile e la mancanza di un tessuto territoriale organizzato non costituiva un impedimento alla mobilitazione di massa, anzi per certi versi la facilitava. Tuttavia, il prolungarsi delle forme orizzontali di autoconvocazione ha acuito la disorganizzazione, indebolendo le forze azul y blanco nello scontro con la dittatura.

Così è nata l’Alleanza Civica

Le due organizzazioni che ora si sono riunite per “ricostruire” il Nicaragua mediante “un nuovo modo di fare politica” sono sorte dalle varie ondate di proteste autoconvocate scatenate dalla ribellione di Aprile.
L'Alleanza Civica è nata ai primi di Maggio 2018, convocata, di fatto, dai vescovi cattolici e immediatamente sostenuta dagli imprenditori – i quali fino ad allora erano stati stretti alleati del governo, avendone accettato il modello corporativo offerto –; e persino su richiesta dello stesso Ortega, che sorpreso dalle massicce e continue proteste, aveva proposto ai vescovi di risolvere la crisi con un “dialogo” con alcuni protagonisti della ribellione, moderato dagli stessi prelati. Tuttavia, «ciò che Ortega voleva era un dialogo per settori sociali e su agende settoriali per evitare il problema centrale, la tragedia che stavamo già vivendo», sostiene l’accademico Ernesto Medina, che spiega perché vescovi, imprenditori e tutti i settori sociali coinvolti abbiano respinto quel tipo di dialogo (su come si sia forgiata l'Alleanza Civica in quelle settimane, v. qui , ndr).
Da parte di Ortega non c'è mai stata buona fede: senza mai rinunciare a reprimere con la forza le proteste, attraverso il dialogo egli contava di guadagnare tempo per organizzare meglio l’apparato repressivo. Nei fatti, i rappresentanti della dittatura al tavolo negoziale si rifiutarono di accettare le ragioni e le richieste dei cittadini espresse nelle strade, sostenendo, allora come oggi, di essere di fronte ad un tentativo di “colpo di Stato”.

Il successo della prima alleanza

Da parte dei rappresentanti di Alleanza Civica c'è stata, senz’altro, inesperienza e, forse, un eccesso di emotività. La lista di richieste presentata al governo era lunga e, di fatto, irraggiungibile. Essi volevano ottenere tutto, quando i rapporti di forza non lo consentivano. La timida posizione del settore imprenditoriale, sorpreso come Ortega dalle massicce mobilitazioni, ha di certo influito sullo sviluppo degli eventi: nei fatti, avrebbe potuto essere ben più energico, come quello della grande impresa boliviana all'inizio della crisi culminata con le dimissioni di Evo Morales. Una posizione più determinata nel mondo imprenditoriale avrebbe migliorato i rapporti di forza in quel primo momento? È probabile, ma solo il tempo dirà.
Nonostante la malafede di una parte e l'ottimismo dell'altra, la fermezza di quella prima Alleanza nel chiedere al governo di consentire la presenza in Nicaragua di organizzazioni internazionali per i diritti umani come condizione per iniziare e continuare il dialogo è stata importante per tutto ciò che è accaduto dopo. Ancora oggi, Ortega si lamenta di aver permesso l’entrata nel Paese ad “occhi e orecchi” della comunità internazionale, che hanno così potuto documentare la gravissima crisi dei diritti umani provocata dal regime e i crimini contro l'umanità commessi da Ortega e dai suoi complici hanno, che li rende soggetti ai tribunali internazionali.

La nascita dell’Unità Azul y Blanco

Fallito il dialogo mediato dai vescovi e conclusa la “operazione pulizia” condotta fra Maggio e Agosto 2018 – fase in cui il regime ha commesso ogni tipo di crimini per sbarazzarsi dei quasi 200 blocchi stradali sparsi in tutto il territorio nazionale, spegnendo nel sangue il fuoco della protesta –, Ortega ha iniziato la nuova fase della “normalizzazione” del Paese mediante una repressione sistematica e quotidiana, che ha portato in carcere centinaia di persone, condannate con l’accusa di terrorismo, nonché ad uno stretto controllo poliziesco nelle strade. È iniziato così lo stato di emergenza di fatto.
Il 4 ottobre 2018, 41 movimenti politici e organizzazioni civili già esistenti, nonché nuove organizzazioni territoriali nate dal vasto movimento autoconvocato di opposizione, hanno dato vita all'Unità Nazionale Azul y Blanco, alla quale ha aderito in primo luogo la stessa Alleanza Civica. Tale Unità nasceva per «potenziare le capacità di pianificazione, coordinamento, organizzazione ed esecuzione di azioni di protesta e denuncia», in ogni parte del territorio nazionale, aperta a vari settori. Tuttavia, la repressione ha impedito tali sviluppi. Nell’Ottobre 2018, le manifestazioni sono state vietate dal regime. Tanto che la prima ad essere convocata dall'UNAB si è conclusa con 164 arresti, a Managua. L’indurimento della repressione ha anche spinto molti a rifugiarsi all’estero e, in generale, aggravato le condizioni di disagio sociale.

La “seconda” Alleanza Civica

Nel Febbraio 2019, quando sembrava imminente la caduta di Maduro in Venezuela a seguito dell'emergere della leadership politica di Juan Guaidó, Ortega si è visto costretto ad accettare il tavolo negoziale propostogli da quattro imprenditori del grande capitale nazionale, con il sostegno del nunzio vaticano e dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA).
L'Alleanza Civica presentatasi come controparte a quel tavolo era già molto diversa da quella del Maggio 2018, che aveva, all’origine, un carattere prevalentemente imprenditoriale. Successivamente, però, constatando la resistenza di Maduro, Ortega, che comunque non negoziava in buona fede, ha deciso di liberare un certo numero di prigionieri politici, leader delle proteste, violando, tuttavia, gli accordi che aveva firmato. Il “dialogo 2.0” si è così nuovamente arenato in Maggio, senza risultati.
«Quando siamo usciti di prigione – dice Nahiroby Olivas, uno dei leader studenteschi scarcerati all'epoca – pensavamo che la gente fosse ancora per le strade, che saremmo tornati a condurre grandi cortei, ma non era così; quindi, hanno cominciato a perseguitarci, ad assediarci tutti. Sono onesto, ho avuto paura, ho dovuto lasciare la mia casa. Dove è rimasta la mia sorellina di 13 anni. Ricevere le sue telefonate che mi avvisavano che i poliziotti stavano per fare irruzione in casa e non essere in grado di fare nulla mi ha fatto sentire in colpa».
Da allora il terrorismo di Stato è proseguito, trascinando il Paese sull’orlo del precipizio.

Una “separazione strategica” che nessuno ha capito

Fino al 17 Gennaio 2020, data di lancio della Coalizione Nazionale, tra l’Alleanza Civica e l’Unità Azul y Blanco c'erano stati distanziamenti e riavvicinamenti. Il regime accentuava tali conflitti, diffondendo centinaia di notizie e voci false nei social network. Ma anche le reti dell’opposizione hanno spesso perso la bussola, esacerbando le divisioni interne.
Nei giorni precedenti l'annuncio dell'Unità, si avvertiva ancora molta tensione. Il 5 Gennaio 2020, è stato eletto il nuovo Consiglio Politico dell'UNAB, nel frattempo passata dalle 41 organizzazioni che l’avevano fondata a 92. «La proliferazione di organizzazioni non è stata positiva. La maggior parte di esse è composta da giovanissimi che stanno facendo esperienza e discutono di questioni importanti, ma non prioritarie», dice l'esperto elettorale José Antonio Pereza.
Il 6 Gennaio, quindi, l'Alleanza e l'Unità annunciavano una «una separazione strategica per continuare a lavorare sull'unità» e definire meglio le proprie identità: causando con ciò grande confusione, enorme delusione e scoraggiamento.
Tale “separazione” era rivelatrice, tra l'altro, di come il parto della “nuova creatura” non possa essere facile in un contesto così avverso e in un Paese in cui è così radicata una cultura politica molto tradizionalista. Essa rivelava anche l'inevitabile scontro tra la “agenda del XXI secolo” che vive nei cuori e nelle menti dei giovani millennials e l'agenda delle élites economiche e politiche ancora ferme al XX secolo, se non prima, e che è presente non solo nell'Alleanza ma anche nell'UNAB, nella quale i politici tradizionali hanno notevole influenza.
Tutti concordano che Ortega vada cacciato dal potere, che vada posto fine alla dittatura, ma non c'è chiarezza sulla strategia per raggiungere tali obiettivi e manca quella leadership necessaria per mobilitare la popolazione.
I giovani di oggi, in Nicaragua come nel mondo, sono sempre più sensibili a nuove tematiche, che non sono mai state all'ordine del giorno delle élites economiche e politiche nazionali, di tutti i colori.

Non è una riedizione della UNO del 1990

Senza dubbio, la nascita dell'Alleanza Civica è stata un risultato eccezionale della ribellione di Aprile. Vescovi e imprenditori, due poteri di fatto e attori tradizionali della politica nazionale, si sono incontrati e per la prima volta hanno parlato con attori, invece, sempre esclusi dalla politica: contadini, giovani studenti, femministe, ambientalisti...
E sebbene in entrambe le sessioni del dialogo, al tavolo negoziale fossero seduti studenti universitari e rappresentanti di organizzazioni sociali – in primo luogo, i contadini –, nei fatti nell'Alleanza ha sempre prevalso una visione istituzionale e manageriale della politica, evidente fin dalle sue prime apparizioni pubbliche.
D'altra parte, nell'Unità Azul y Blanco – sebbene non manchino politici di vecchio stampo – sono entrati nuovi attori giovanili che, prima dell’Aprile 2018, non avevano avuto alcun coinvolgimento nella politica e nemmeno nei movimenti della società civile. Aprile li ha svegliati. Una maggioranza di giovani e anche di meno giovani si è presentata con una pagina ancora da scrivere ed un'agenda diversa, in cui convergono altri valori culturali e altre preoccupazioni: tra queste, l'ambiente e le relazioni di genere hanno la priorità. Tra le righe e ancora in disordine, si intuisce come il loro progetto sia senza precedenti nella storia politica nazionale. Anche per questo, pare fuorviante paragonare l'odierna Coalizione Nazionale all'alleanza politica dell'Unità Nazionale di Opposizione (UNO), che vinse le elezioni nel 1990.

La nuova agenda giovanile

«La ricostruzione del Nicaragua è iniziata nell'Aprile 2018»: così inizia il proclama della Coalizione Nazionale. Tutto è iniziato con la gioventù, nessuno può negarlo. La ribellione di Aprile è stata preceduta da proteste giovanili quando il governo ha annunciato l’intenzione di controllare i social networks, quel mondo in cui ormai da anni i giovani si muovevano. L’ultima scintilla dell'insurrezione di Aprile è stata la tentata riforma della previdenza sociale, ma un chiaro antecedente sono state le proteste giovanili per l’incendio che, stante l’indolenza del regime, divorava la Riserva di Biosfera Indio-Maíz (nel Sud-Est del Nicaragua, ndr). A partire da quell’Aprile, alle proteste hanno sempre partecipato giovani femministe e giovani che rappresentano la diversità sessuale nicaraguense.

Un “caso” emblematico

Un caso emblematico che sintetizza la storia di molti altri giovani è quello del chontaleño (la regione di Chontales si trova nella parte centrale del Nicaragua, ndr) Ulises Josué Rivas, attivista del movimento nazionale contro l'industria mineraria nel suo dipartimento. Indignato per il pestaggio ricevuto in Aprile dagli anziani che protestavano per la riforma della previdenza sociale, Rivas ha partecipato a tutte le manifestazioni di protesta e ai blocchi stradali eretti a Santo Domingo, nel dipartimento di Chontales. Minacciato di morte dai paramilitari è dovuto esiliarsi in Costa Rica, e lì, per difendere i diritti suoi e di molti come lui respinti dai centri per rifugiati, ha fondato un’associazione in difesa della comunità omosessuale nicaraguense rifugiata. Quando è tornato in Nicaragua per vedere suo padre prima che morisse è stato arrestato alla frontiera, incarcerato e torturato. Oggi, è accusato di reati comuni, un pretesto per mantenerlo in prigione. Sono parecchi ad avere una storia simile.

Una rivolta generazionale

Questa generazione di giovani di età compresa tra i 15 e i 30 anni, considerata per anni dagli adulti come apatica, apolitica e indifferente alla distruzione istituzionale portata avanti da Ortega, ha svegliato tutto il Nicaragua, mossa da una “indignazione empatica” nel vedere anziani che venivano percossi a Managua e León, e altri giovani, compagni di scuola o del quartiere, che venivano assassinati. Un cartello innalzato da una giovane in una delle tante manifestazioni dell’Aprile 2018 esprime meglio di tante parole il concetto: “Vi siete messi contro la generazione sbagliata”.
Soltanto 24 ore prima di quel pomeriggio del 18 Aprile, nessuno si aspettava tanta determinazione da parte della gioventù, ma nemmeno una risposta così repressiva del governo. Quel giorno è iniziata la gestazione di “qualcosa di nuovo”, che però non è ancora nato. Quel giorno, con l'autoconvocazione di una maggioranza crescente, ha cominciato a forgiarsi un'unità autoconvocata e disorganizzata che, con tutti gli alti e bassi causati dalla repressione e dalla stanchezza, ancora resiste e rappresenta la maggioranza sociale.
Ivania Álvarez, giovane eletta in Gennaio al Consiglio Politico dell'UNAB, in rappresentanza del “settore territoriale” – lei è di Tipitapa, alle porte della capitale – esprime parte di ciò che sono e vogliono i giovani che guidano l'Unità Azul y Blanco: la UNAB «non è di destra o di sinistra. Qui non chiediamo l’ideologia di appartenenza. Non vogliamo solo uscire da questo regime, ma vogliamo un altro modo di fare politica, uscire dall'autoritarismo, uscire da quello che è sempre stato, in cui uno o due decidono. Vogliamo che la politica non sia comandare e obbedire. Abbiamo bisogno di volti giovani e anche dell'esperienza dei non giovani».

“La nostra lotta è civica e pacifica”

Fin dal primo momento della ribellione di Aprile, la scelta della lotta civica e di resistere senza armi è stata una costante. “Civica e pacifica” sono i due aggettivi con cui ogni attivista azul y blanco sigilla le proprie dichiarazioni quando parla della lotta. Data la permanente violenza politica che caratterizza la storia del Nicaragua, anche questa è una novità di grande portata.
Ma, come rovesciare civicamente e pacificamente una dittatura che nega la realtà, che non smette di reprimere con le armi e preferirebbe un confronto armato per snaturare l'insurrezione di Aprile e così sedare definitivamente la ribellione?
Ben presto, ­la comunità interna­zionale ha fatto capire e la ­popolazione ribelle l’ha dovuto accettare, che la “uscita” dalla crisi non sarebbe venuta dalle dimissioni di Ortega, né da una sua fuga dal Paese, dal momento che i rapporti di forza non sono tali da obbligarlo in tal senso. La “via” dovrà essere elettorale. Ma, mentre l’opposizione e, pure, la comunità internazionale, per vari mesi, si sono affannate a chiedere elezioni anticipate, Ortega ha sempre insistito di voler portare a termine il proprio mandato costituzionale di cinque anni e che, dunque, le elezioni si sarebbero svolte nel Novembre 2021. Tanto che, già a fine 2018, sono apparse magliette, cappellini e altra propaganda elettorale con lo slogan “Daniel 2021”, mentre i seguaci del regime cantavano “el comandante se queda” (cioè, Ortega non se ne va, ndr).
A quasi due anni dall’Aprile 2018, le elezioni anticipate sembrano ormai uscite dall’orizzonte, sia in Nicaragua che fuori.

Il vespaio di polemiche

La questione elettorale ha contribuito a mettere a dura prova anche i rapporti tra l'Alleanza Civica e l'Unità Azul y Blanco suscitando un vespaio di polemiche. Perché un processo elettorale implica scegliere i candidati e selezionare dirigenti scartandone altri, fare accordi, rinunciare ad aspirazioni e ambizioni, umiltà. Mentre il Nicaragua è un Paese “con più cacicchi che indigeni”, con una radicata tendenza ad affidarsi a leaders messianici, una propensione per il breve termine e per soluzioni magiche, con scarsa esperienza, dalla famiglia e dalla scuola, di dibattito e ricerca di consenso, come vorrebbe una democrazia o il cammino verso la stessa.

La macchina fraudolenta

Se la soggettività degli elettori, che chiedono una leadership forte, e quella dei votati, che si offrono per una candidatura, complicano l'orizzonte elettorale, le condizioni oggettive per arrivare ad elezioni minimamente decenti, qualunque sia la data, con le più elementari condizioni di trasparenza e giustizia, devono ancora essere costruite. Né le più alte autorità del sistema elettorale, né i suoi funzionari intermedi, né la legislazione elettorale, né i regolamenti in vigore per l'attuazione di tale legislazione, garantiscono elezioni in grado di risolvere il terribile conflitto economico e sociale in cui Ortega ha cacciato il Paese.
Dal 2006, quando Ortega ottenne la presidenza al primo turno, facendo in modo che non venissero mai resi pubblici i risultati relativi all'8% dei voti ed evitando così il secondo turno – manovra cui si prestò il politico liberale Eduardo Montealegre che, la sera stessa delle votazioni, riconobbe la vittoria di Ortega al fine di evitare la vittoria del suo rivale in campo liberale José Rizo –, l'intero apparato elettorale è passato sotto il controllo assoluto dell’FSLN, trasformato in una macchina per produrre frodi elettorali, una dopo l'altra.
Oggi, la Costituzione, che Ortega ha riformato a sua misura nel 2014, sancisce la rielezione indefinita, non prevede alcun quorum per essere eletti alla presidenza, essendo stato, inoltre, abolito il secondo turno.

Il complesso orizzonte della soluzione elettorale

Nella misura in cui la repressione violenta delle proteste nel 2018 ha impedito che Ortega venisse cacciato dalla piazza, l’enfasi sulla via elettorale ha fatto sì che molti sforzi unitari si concentrassero su quali riforme elettorali varare perché la popolazione riacquisti fiducia nel voto.
Nelle ultime elezioni presidenziali, la totale sfiducia nei confronti­ del sistema elettorale ha spinto all'astensione oltre il 70% degli aventi diritto, secondo le stime di Etica e Trasparenza e di altri organismi civici associati a questo istituto nazionale di osservazione elettorale. Tale livello di astensione rappresentava già un chiaro indizio del fallimento del sistema elettorale. Tuttavia, è sulla base di una così scarsa affluenza che Ortega ha iniziato il suo quarto mandato presidenziale.
Il 12 Dicembre 2019, l'Alleanza Civica, l'Unità Azul y Blanco e il Gruppo Promotore delle Riforme Elettorali – movimento della società civile sorto nel 2002, quando il sistema elettorale manifestava già sintomi antidemocratici a conseguenza del patto fra Ortega e Alemán, leader del Partito Liberale Costituzionalista (PLC) – hanno annunciato di aver raggiunto un importante consenso sulle riforme da apportare per garantire elezioni che diano fiducia all'elettorato.
Nello scorso Novembre, José Antonio Peraza, esperto elettorale e membro del Gruppo Promotore, aveva parlato con envío delle riforme essenziali e indispensabili per delle elezioni credibili e legittime: nomina di almeno due nuovi magistrati del Potere Elettorale, cambiamento nella composizione che presiede i seggi elettorali, osservazione elettorale nazionale ed internazionale a tutti i livelli, monitoraggio dei partiti politici a tutti i livelli, pubblicazione dei risultati in tempo reale. Peraza, inoltre, sottolineava l'importanza strategica di ottenere l'approvazione di un nuovo partito politico in cui fosse possibile raggruppare tutta l’opposizione azul y blanco.

È questa la via?

Nonostante tale consenso, persistono divergenze sull’ipotesi di accettare o meno che Ortega si candidi per la sua quarta rielezione, e persino se si debba andare ad elezioni con lui al governo. C'è chi pensa che con l'approssimarsi del processo elettorale, l'Unità Azul y Blanco diventerà granitica e tutti parteciperanno alla Coalizione Nazionale, qualunque sia la casella della scheda elettorale in cui sarà raggruppata. Qualcuno ritiene si debba andare alle elezioni anche con riforme minime e sotto lo stato di emergenza di fatto oggi esistente, che paralizza la vita sociale, economica e politica. Ma, la partecipazione ad elezioni con Ortega al potere, che decide tra l’altro come si svolgerà il processo elettorale, non rischia di legittimarlo?
Sulle riforme elettorali che Ortega avrebbe intenzione di fare, Gustavo Porras, presidente dell’Assemblea legislativa, già colpito dalle sanzioni imposte da Washington, ha affermato il 10 Gennaio scorso che tali riforme sono all'ordine del giorno parlamentare e saranno discusse «con i partiti politici»; quali? Né ha menzionato la partecipazione dell'OSA, come recita il memorandum firmato dal governo nel 2017. In seguito, con la risoluzione del Giugno 2019, l'Assemblea Generale dell'OSA ha riconosciuto l'Alleanza Civica come controparte nei negoziati con il governo per trovare un’uscita alla crisi nicaraguense.
A fine 2019, prima dell'annuncio della creazione della Coalizione ­Nazionale, si erano diffuse voci discordanti provenienti dal settore imprenditoriale ­dell'Alleanza Civica. Preoccupati per il declino economico, gli imprenditori vorrebbero una soluzione rapida alla crisi, con qualunque modalità elettorale. Con riforme o senza – sostengono –, bisogna andare ad elezioni e sarebbero cinque le caselle disponibili sulla scheda elettorale di cinque partiti già esistenti sotto i quali l’opposizione azul y blanco potrebbe partecipare; sminuendo così l'importanza strategica della formazione di un nuovo partito o alleanza con nome, bandiera, colori e casella propria.
Parte degli imprenditori si dichiarerebbe soddisfatta di elezioni che godano l’approvazione di Washington. Tuttavia, gli Stati Uniti hanno dichiarato più volte che non riconosceranno alcun processo elettorale se questo non sarà trasparente, competitivo e osservato internazionalmente. E per questo sono necessarie riforme al sistema elettorale. In altre parole, Washington sa che per garantire stabilità in Nicaragua, il sistema elettorale va profondamente riformato.

L’economia sta raschiando il fondo del barile

Può il Paese arrivare alle elezioni del 2021 con un'economia che sta raschiando il fondo del barile? Passate le feste di Natale e Capodanno, l'economia rimane stagnante, appena rivitalizzata grazie alle rimesse dall’estero e alle tredicesime. Il regime sta sperimentando una scarsità di risorse sempre più grave per sostenere la spesa pubblica e ha dovuto effettuare tagli di bilancio significativi. Ha - quello sì! – aumentato il budget della polizia, onnipresente protagonista della repressione, mentre sta svuotando le tasche dei nicaraguensi a forza di aumenti del costo del carburante, delle tariffe elettriche, di multe ingiustificate ai danni degli automobilisti…
La crisi colpisce anche le casse dei sindaci, già provati a partire dal 2018 dai severi tagli ai magri bilanci con cui devono finanziare le opere comunali.
Il 10 Gennaio scorso, all'inizio dei lavori parlamentari, sono state annunciate riforme a 33 leggi, la maggior parte delle quali di carattere economico, al solo scopo di garantire la sopravvivenza del regime.

Il collasso economico in cifre

«In termini di crescita economica, nel 2018 e nel 2019, siamo precipitati e ora manteniamo una linea orizzontale. Dopo aver risolto il problema politico, per riprenderci ci vorranno dai 13 ai 15 anni», sostiene l'economista indipendente Néstor Avendaño, che così riassume la crisi: «Non c'è fiducia tra gli operatori economici del Paese. I consumatori risparmiano e non spendono. Gli imprenditori risparmiano e non investono. E il governo risparmia e congela la spesa».

Le sanzioni colpiscono il settore petrolifero

Anche l'economia della famiglia al potere va male: a fine 2019, ad essa è stato inferto il colpo, forse, più devastante di quelli assestati finora, dal momento che è stato colpito lo strategico business petrolifero della famiglia Ortega-Murillo. Il 12 Dicembre, l’OFAC (Office of Foreign Assets Control) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha sanzionato Rafael Ortega Murillo, il maggiore dei figli della coppia presidenziale, in base all’Ordine Esecutivo 13851 emesso il 27 Novembre 2018. OFAC ha identificato due aziende che Rafael Ortega Murillo possiede o controlla – la Inversiones Zanzibar e la Servicio de Protección y Vigilancia, altrimenti nota come “El Goliat”) –, come canali di finanziamento e riciclaggio di denaro a favore del regime di Ortega, e, inoltre, la Distribuidora Nicaragüense de Petroleo Sociedad Anónima (DNP), posseduta o controllata da Rafael Ortega Murillo e da sua madre, Rosario Murillo, vicepresidente della Repubblica, già sottoposta a sanzioni il 27 Novembre 2018. Secondo il Dipartimento del Tesoro USA, Rafael Ortega Murillo avrebbe un ruolo chiave nella gestione dei sistemi finanziari illeciti della famiglia Ortega.
Nei fatti, la famiglia al potere si è impadronita della DNP, che era di proprietà pubblica, privatizzandola e mettendola a capo di un conglomerato di imprese legate alla famiglia. Secondo gli esperti, la DNP avrebbe generato profitti per circa 42,6 milioni di dollari l'anno per un decennio.
Mentre la Zanzibar sarebbe una società di “facciata” creata da Rafael Ortega per mettere al riparo da possibili sanzioni i profitti derivanti dal settore petrolifero, quando nel Gennaio 2019 la compagnia petrolifera statale venezuelana PDVSA (Petróleos de Venezuela Sociedad Anónima) e di rimbalzo ALBANISA (Alba de Nicaragua Sociedad Anónima) con tutte le sue ramificazioni in Nicaragua, sono state sanzionate dal Dipartimento del Tesoro USA. Nel sanzionare tale società, dall’esotico nome africano e finora sconosciuta ai più in Nicaragua, gli Stati Uniti hanno voluto inviare un chiaro messaggio: sappiamo tutto…
Due giorni dopo l'annuncio delle sanzioni, tutte le proprietà della DNP, comprese le 69 stazioni di servizio che gestiva in tutto il Paese, sono stati nazionalizzate, essendo dichiarate di «interesse nazionale» e «restituite» allo Stato con un provvedimento di urgenza eseguito in totale segretezza, le cui conseguenze per lo Stato e la società non sono ancora note.

Sanzioni anche dall’Unione Europea

Il 18 Dicembre 2019, il Parlamento europeo, con il sostegno di 560 eurodeputati, 12 contrari e 63 astenuti, ha approvato una risoluzione di ferma condanna di tutti gli atti repressivi del regime, cui si chiede, tra l’altro, di «disarmare e smantellare i gruppi armati filogovernativi» e cercare una via d'uscita mediante il dialogo politico e le elezioni «secondo gli standard internazionali». Nel dibattito previo al voto, Josep Borrell, rappresentante della politica estera dell'UE, ha definito «insostenibile» la crisi dei diritti umani del Nicaragua e ha fatto riferimento al «fallimento» del regime. La maggioranza dei deputati ha chiesto anche sanzioni individuali contro i funzionari nicaraguensi, menzionando in particolare Ortega e Murillo. E chiesto la sospensione del Nicaragua dall'Accordo di Associazione dell'America centrale con l'UE, per il mancato rispetto della clausola democratica prevista dall'accordo commerciale. La risoluzione chiede, inoltre, quali imprese europee si trovino in Nicaragua, sostenendo che così operando «condividono responsabilità» con il governo nicaraguense e, pertanto, «dovranno rendere conto e, qualora la loro complicità fosse confermata, saranno incluse nel quadro delle sanzioni specifiche».

Sanzioni anche all’Esercito?

Altre sanzioni sono in arrivo. All'Esercito? Ai danni delle sue finanze? Nei confronti di alti ufficiali? Il 13 Dicembre 2019, poche ore dopo la sanzione che ha colpito il settore petrolifero, Mauricio Claver-Carone, consigliere speciale per l'America Latina del presidente degli Stati Uniti, ha presentato il programma “America cresce”, un'iniziativa per la crescita economica dei Paesi latinoamericani, dai quali Washington esclude comunque Cuba, Venezuela e Nicaragua.
Nel riferirsi al ruolo dell'Esercito nicaraguense, Claver-Carone ha pronunciato le parole più dure fin qui ascoltate da un funzionario degli Stati Uniti a questo riguardo: «Ulteriori sanzioni sono in arrivo, più severe e ancora più importanti. Di nuovo, ciò che vogliamo è un processo elettorale limpido e trasparente, e, ovviamente che terminino le gravi violazioni dei diritti umani cui abbiamo assistito. Daniel Ortega e Rosario Murillo continueranno a sentire quella pressione. Il cerchio si andrà stringendo intorno a loro. In passato, le Forze Armate hanno cercato di salvare la faccia, dicendo che sono indipendenti dai gruppi di repressione che sono emersi. Vorrei qui ribadire loro che stiamo osservando una crescente complicità delle Forze Armate nicaraguensi e, ovviamente, stiamo cercando di far loro assumere un ruolo civile, basato sulla Costituzione, per proteggere la popolazione nicaraguense, invece di essere un braccio repressivo di Daniel Ortega, che è quello che constatiamo sempre più sta accadendo».

Ortega non ha più fiducia nell’Esercito?

Il 14 Novembre, nel suo discorso al Consiglio Politico dell’Alleanza Bolivariana per le Americhe (ALBA) in cui lamentava la caduta di Evo Morales, Ortega aveva sottolineato come «l'Esercito e la Polizia siano decisivi in situazioni come queste»; si riferiva alla Bolivia, ma forse anche al Nicaragua…
Secondo l'esperto di sicurezza Roberto Orozco, intervistato da envío, l'Esercito «è consapevole del crollo istituzionale della Polizia e per pragmatismo non l’ha seguita in quel cammino, restando l'unica istituzione a conservare istituzionalità». Tuttavia, Orozco ritiene che prima o poi l'Esercito dovrà decidersi a disarmare i paramilitari, giacché, qualora non lo facesse, un nuovo governo che subentrasse dovrà ricorrere ad una forza armata internazionale per farlo. In questo quadro, sostiene Orozco, quando arriverà il momento di negoziare il proprio futuro «l’Esercito tirerà fuori un asso dalla manica mettendosi al riparo della Legge di Sicurezza Sovrana, che lo obbligava a passare informazioni di intelligence al presidente Ortega, che poi sono state usate dalla Polizia nella sua strategia operativa di repressione».
Secondo Orozco, Daniel Ortega non si fiderebbe (più) dell'Esercito, come sembrano far intuire alcuni passaggi di suoi discorsi, in cui sottolinea che quello nicaraguense «ha origini rivoluzionarie» e non si presterebbe ad alcuna «avventura golpista». Mentre, Ortega mostrerebbe più fiducia nella Polizia, diventata ormai la sua guardia pretoriana: basti pensare che l’Esercito conta oggi 14 mila uomini mentre la Polizia ne ha 16 mila, cui si aggiunge un numero imprecisato di paramilitari.
Dall'esercito, prosegue Orozco, Ortega ha fin qui ottenuto fedeltà istituzionale, grazie al fatto che egli non ha messo in discussione gli affari in cui era coinvolto già da prima che l’FSLN assumesse il controllo del governo. Aggiungendo che, per Ortega, «un importante motivo per dubitare dell'Esercito è che questo non ha mai rotto le sue relazioni con il Comando Sud degli Stati Uniti».

Parla Humbero Ortega

In questo quadro, è significativo che l'11 Dicembre scorso, l'ex capo dell'Esercito nicaraguense, il generale in pensione Humberto Ortega Saavedra, abbia comprato una pagina del quotidiano La Prensa per pubblicare una lettera aperta, in cui, dopo un ampio ripasso su episodi recenti della storia dell’FSLN e, persino, con un breve riferimento alla civiltà sumera, dice a suo fratello Daniel: «Ho insistito sulla necessità di fare un bilancio a partire dal 1990, per risaltare i successi e correggere gli errori, essendo chiaro che non abbiamo cultura democratica, che la nostra storia dimostra che abbiamo vissuto più in guerra che in pare e democrazia. Oggi, urgono passi saggi, decisi e giusti, per superare la crisi così dolorosa che dall'aprile dello scorso anno tutti soffriamo, il primo dei quali, al calore di questi giorni natalizi di tanto fervore cristiano, che il governo ricorra a meccanismi legittimi che consentano ai prigionieri di questa crisi politica di essere liberi (...) Questa giusta decisione darà animo alla lotta civile ed elettorale lungi dalla violenza e dalla distruzione, piena libertà di critica al potere stabilito, all'autoritarismo, favorirà la ripresa dell'economia, e quindi, chiunque vinca libere elezioni, possa, con minori difficoltà convocare un Accordo Nazionale che sostenga debitamente il suo programma di governo (...) In questi momenti, il suo governo, Presidente Ortega, ha l'opportunità di fare un gesto giusto, profondamente umanista, agevolando le procedure per la libertà degli incarcerati».

Ancora tante domande con risposte incerte

Il 2020 sarà un anno ancora incerto, logorante per una società che resiste ad una crisi così prolungata. Il parto non sarà facile. Sarà molto difficile fare in modo che tanti interessi come quelli che sono in gioco nell'opposizione convergano nella Coalizione Nazionale. E sarà ancora più difficile cambiare i rapporti di forze finché la dittatura resta disposta ad uccidere, ad annientare il nuovo che vuole nascere.
All'inizio del nuovo anno sorgono nuove domande: i partiti politici entreranno a far parte della Coalizione Nazionale? Lo farà il partito Cittadini per la Libertà, che opera all'ombra di Eduardo Montealegre? E il Partito Liberale Costituzionalista (PLC) di Arnoldo Alemán, da anni avversario di Montealegre? Cosa farà il Movimento Contadino, che rappresenta gran parte della popolazione rurale, di tradizione liberale e dal cuore antisandinista fin dalla guerra degli anni '80, che si combatté proprie sulle sue terre? E se si raggiungesse un accordo fra i due partiti politici liberali rivali, che ne sarà della governabilità della Coalizione?
La Coalizione insiste di non essere un'organizzazione soltanto elettorale. Ma, basterà un processo unitario, per quanto ampio sia, a ripopolare le strade? Perché Ortega dovrebbe permetterlo? Le sanzioni coordinate da parte degli Stati Uniti e dell'Unione Europea saranno sufficienti a costringerlo a cedere? Senza tornare nelle strade, senza libertà di parola e di mobilitazione, come può svolgersi una campagna elettorale che generi fiducia perché la gente esca di casa per andare a votare in massa? Cosa porterebbe Ortega a garantire le libertà necessarie per elezioni autentiche, sapendo che, se saranno libere, le perderà e che una corte di giustizia lo attende? E se classe imprenditoriale continua a scommettere su elezioni di qualsiasi tipo e a qualunque prezzo, in stato di eccezione, la Coalizione si dividerà? E qualora non dovesse dividersi, si deciderà per partecipare o astenersi del tutto, come misura di massima pressione su Ortega?

Una piccola luce alla fine del tunnel

«L'oscurità non può prevalere. Molti dicono di non vedere la luce alla fine di questo tunnel, ma in mezzo a questa oscurità io vedo già un po' di luce», dice Edwin Román, parroco di Masaya, forse la zona del Paese che ha sofferto di più la repressione. Quella piccola luce si nutre della persistenza della memoria di tutto ciò che ha significato l’Aprile 2018 in termini di dolore e risveglio della coscienza, coraggio e desiderio di libertà. Quella piccola luce accompagna questo parto, inevitabilmente doloroso.

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